Letteratura

Il “gufo” Mengaldo

Matteo Renzi è notoriamente un eccellente inventore di slogan, tra cui quello di “gufi”, rivolto a colpire i profeti di sventura, coloro che in ogni campo vedono nero. In questo senso un gufo ad honorem potrebbe essere proclamato Pier Vincenzo Mengaldo, cui Paolo Di Stefano ha dedicato una lunga intervista nella “Lettura” di domenica 23 agosto (ancora in edicola per poche ore). Di Stefano è recidivo, dato che appena una settimana fa l’ho bacchettato per una rassegna anch’essa sbilanciata a danno dei valori della ricerca per quanto riguarda la poesia attuale. Forse già in quell’occasione poteva dare la parola a Mengaldo, artefice di un’antologia, “Poeti italiani del Novecento”, 1978, contro cui io stesso sono insorto su “Alfabeta”, nella sua prima incarnazione, mettendo in luce quanto quell’opera fosse punitiva e restrittiva verso l’intero fronte della neoavanguardia. Il bello è che Mengaldo si vanta di essere prima di tutto un filologo, ma un impegno del genere lo obbligherebbe a registrare i fatti esistenti, salvo poi la libertà di giudicarli e magari condannarli, Ma lui, tutto ciò che riguarda l’intero versante della sperimentazione del secondo Novecento, lo omette, non gli accorda un minimo di esistenza. Da questo punto di vista, è più corretto un altro “gufo” come Berardinelli, che almeno inveisce contro di noi, il che è in definitiva più accettabile rispetto a un ignominioso passarci sotto silenzio. Ma perché l’equilibrato Di Stefano si ostina a dare la parola a questi profeti di sventura, perché non interpella qualche esponente dell’altro fronte, per carità non alludo a me stesso, già defunto da tempo alle cronache. Ma almeno, poniamo, un Angelo Guglielmi? Così il panorama si farebbe più veritiero e rispondente. Basta, a far capire dove si vada a parare, il titolo dato all’intera intervista, del tutto eloquente, “Il buio dopo Calvino”, ma è il buio di chi volutamente spegne la luce per non vedere, oppure non osa spingersi avanti nelle letture per non mettere a repentaglio un suo quieto vivere, un cullarsi nell’assenza e nella dimenticanza. Bontà sua, Mengaldo si spinge, pur già a denti stretti, verso Tabucchi e Del Giudice, ma già col caso di Celati appare la fatidica frontiera dell’”hic sunt leones”, si vede che non prende nota, da perfetto filologo, neppure dei responsi del Premio Strega, da cui pure risultano segnalati gli Scarpa, Ammaniti, Piccolo, Lagioia emersi in una seconda vita del Gruppo 63, che dopo tutto ha rimediato forse agli eccessi di rigore nutriti nella sua prima incarnazione degli anni Sessanta, accogliendo, nei raduni reggiani di RicercaRE, una brillante schiera di narratori. Questi poi sono andati a dama, riportando addirittura la confortante segnalazione del più prestigioso premio nostrano, in cui perfino l’establishment dovrebbe riconoscere una propria garantita emanazione. E devo dire che personalmente ho dato voti buoni o al limite discreti anche verso altre uscite, della Mazzucco, di Giordano, di Nesi. Quindi, niente buio oltre la siepe, purché si abbia un minimo di energia per superarla, si sappia affrontare il nuovo con un pizzico di energia e buona volontà. Non passiamo poi a esaminare l’altro versante, della ricerca poetica, nei cui confronti, dovunque almeno si avverta qualche odore di sperimentazione, il bravo Mengaldo aveva già chiuso i conti nel 1978, e dunque per lui tutto questo continente non esiste da almeno un mezzo secolo. Se questo è un filologo…

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Arte

Morandi e Ontani

Domani domenica 30 agosto 2015 la Festa dell’Unità di Bologna assegnerà a Luigi Ontani la tradizionale Targa Volponi con cui negli anni scorsi si sono già premiati illustri pittori bolognesi più anziani dell’artista di Vergato, quali Bendini, Cuniberti, Pozzati. In questo momento Ontani è forse l’artista italiano più celebrato in patria, quindi non può meravigliare che a lui vada questo riconoscimento, magari saltando personaggi intermedi negli anni. Oltretutto, a convincere in questa direzione ha contribuito senza dubbio il fatto che Ontani quest’estate sia stato l’ospite d’onore all’appuntamento con Grizzana Morandi, a cura di Eleonora Frattarolo, non per nulla concelebrante assieme a me questo prossimo rito. Ma non si danno artisti più diversi, quasi opposti, e per fortuna l’odierna fama del ben più giovane dei due sottrae l’intera vicenda artistica petroniana dal rischio di apparire eternamente sottomessa al genio di Via Fondazza, pronto a trovare una succursale nel paesino appenninico. Volendo ricorrere a frasi latine, diremo che Morandi è la migliore incarnazione dell’”hic et nunc”, della formula che esprime l’esserci, i valori dell’esistenza, di una corporalità–oggettualità presenti, incalzanti, da verificare con quella che un grande filosofo francese, Merleau-Ponty, definirebbe una fenomenologia della percezione. A Ontani spetta invece la formula di una ricerca continua di alibi, ovvero, alla lettera, di essere altrove, di fuggire via da sé, ivi compresa la effettiva localizzazione geografica. Il bello è che l’artista è nato a poca distanza dal nido morandiano, a Vergato, e dunque a sua volta anche questa località del nostro Appennino potrebbe ricevere il propizio nominativo di questo suo cittadino divenuto illustre, ma non sarebbe un modo per ribadire i valori intrinseci di quella terra. Ontani ha voluto fuggire via dal suo luogo natale, portando a spasso il suo corpo, come un uccello migratore che attraversa gli oceani e va a fare il nido altrove. Non che con ciò egli si sia distaccato dalla sua propria identità, anzi, l’ha celebrata come non si potrebbe di più, succube in questo senso di un parossistico narcisismo, pronto cioè a imporre il suo volto in mille occasioni e situazioni aliene, e forse è proprio questo amore quasi delirante per i propri connotati a spingerlo a incursioni sistematiche, affidate in primo luogo alla fotografia, pronta a insinuarsi per ogni dove, a coltivare il museo, e infatti vediamo la faccia e il corpo del Nostro entrare nelle sembianze di eroi della pittura, della letteratura, di ogni manifestazione di successo. Questo se l’alibi è ricercato nella storia, ma all’ingordigia di Ontani non basta il tempo, ci vuole anche lo spazio, eccolo quindi compiere viaggi continui diretti verso le terre che più si tengano lontane dai valori prosaici del nostro Occidente, e dunque in primo luogo questa ansia di fuga verso orizzonti più appaganti si è rivolta all’Oriente, all’India e alle sue isole, dominate dall’ansia di costituire un sistema unico, dove il Bello non abbia un destino autonomo e contrapposto alle urgenze della vita pratica, come purtroppo succede da noi. Un noto studioso di antropologia ha scoperto che a Bali non esiste la nozione del bello, cioè del produrre con cura e con arte, perché là, ogni cosa che si fa, tende al meglio, ovvero è fatta con arte. Giunto in quellìisola, o in qualsivoglia altro lembo dell’Oriente, Ontani si rivolge alle maestranze locali cui affida il compito di perpetuare questa fuga da sé, o immedesimazione in personalità più accattivanti, attraverso l’intaglio di maschere raffinatissime, come dalle nostre parti non si saprebbero più realizzare. Naturalmente non basta alterare la propria fisionomia, cioè concentrarsi solo sul volto, questa fuga da sé l’artista l’affida anche agli abiti, che vuole siano favolosi, splendenti di colori, lontanissimi dall’austerità che la nostra civiltà borghese e affarista, calvinista nel suo fondo, ha preteso di dover assumere. Cosicché, anche quando il Nostro rientra dai suoi viaggi asiatici, si porta dietro una folata di ricchezza, di fasto, di straniamento, lo vediamo circolare presso di noi come un principe azzurro in esilio. E non basta occuparsi dei propri immediati dintorni, occorre che questo uccello nobilissimo conformi il proprio nido a standard elevati ed eccezionali, e dunque egli dovrà farsi produttore di stoffe, di mobili, di vetri. Morandi, quando d’estate si recava a Grizzana, si portava dietro i severi impasti delle sue nature morte, continuava a secernere da sé una vicenda di colori smorti, terrosi, materici. Invece Ontani ha trasformato una delle dépendances che a Riola attorniano la Rocchetta Mattei in un luogo di sogno, di estasi, da Mille e una notte, e speriamo che malgrado le insorte difficoltà economiche il superbo edificio voluto da Mattei, personaggio per tanti versi anticipatore del Nostro, diventi il luogo permanente in cui le peregrinazioni ontanesche potranno trovare un “ubi consistam”, quasi una prigione degna della loro generosa ampiezza ondivaga. Intanto, l’artista provvede a imporre la sua personalità magica e metamorfica alla natia Vergato, tentando di sollevare anche questa da una sua consistenza comune verso cieli di raffinatezza squisita. E se invitato appunto, dalla Frattarolo, a rendere omaggio al suo predecessore Morandi, non fa proprio nulla per adeguarsi a quel mondo di privazioni e di rinunce, ma fascia i poveri oggetti quotidiani intonati all’esistenza prosaica del genio di Via Fondazza con una calotta smagliante di colori, come infilare dei fiori nelle bottiglie e brocche e recipienti dell’antico abitatore di quelle stanze, rovesciandole di segno, dal grigiore di una monotona e ossessiva esistenza quotidiana a una dimensione di fasto e di ricchezza, anche se ottenuti non certo col ricorso a materiali intrinsecamente preziosi ma in forza di splendidi frutti dell’immaginazione.

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Attualità

Domenicale 1

Ormai diciamo pure che ogni settimana stendo un mio “domenicale” toccando circolarmente i vari argomenti urgenti, apportandovi aggiunte o ritocchi in base all’incalzare degli eventi. Al primo posto sta sempre il dramma epocale dell’emigrazione, soprattutto per mare e dalle rive della Libia, che è quello che ci concerne di più, e nello stesso tempo è pure il più nefasto, col maggior numero di morti, mentre le vie di terra attraverso Turchia e Macedonia ecc. sono meno micidiali e più controllabili. Urge mettere a punto qualche forma di intervento, ora, oltre a Salvini e a Monsignor Galantino, ce lo chiede addirittura l’amministrazione Obama. Ripeto che l’unica possibilità, per i prossimi tempi, mi pare sia quella di istituire una barriera di contenimento, anzi, di respingimento. Forse ormai bisogna osare di entrare nelle acque territoriali libiche, portando le navi europee a intervenire a pochi chilometri da quelle coste impedendo che gommoni e barche colabrodo prendano il largo, costringendole a riportare subito il loro carico sulla terraferma. Chi può impedircelo? Se il governo di Tobruk ha davvero una sua legittimità, si può trattare con esso e farci dare una delega in tal senso, altre autorità sono illegali e dunque violabili, senza che, finché i nostri mezzi restano in mare, possano applicare pericolosi interventi e ritorsioni, come sarebbe se inviassimo una forza di occupazione sul suolo.
Noto poi che non esistono risposte da parte della CEI e del loquace Monsignor Galantino circa l’ospitalità che la Chiesa, in Vaticano o in suoi organi sparsi sul nostro territorio, sta dando agli emigranti. Un bravo prefetto, Morcone, ha dato invece una risposta a un altro mio quesito, riusciamo davvero a rimpatriare gli emigranti non legittimati in quanto fuggitivi da paesi sconvolti da guerre e rivoluzioni? La cosa è molto difficile, perché intanto gli sbarcati riluttano a farsi identificare, inoltre per riportarli in aereo nei luoghi d’origine occorrono convenzioni coi relativi Stati, se no questi non ne consentono neppure la discesa a terra. Insomma, L’operazione rimpatrio riesce assai ardua, e oltretutto espone questi disgraziati a rischi non meno gravi di quanto da loro affrontato nelle trasmigrazioni via mare.
I torti della CEI ora sono ribaditi dal numero uno Cardinal Bagnasco che si pone di traverso a una legislazione volta a concedere alle copie gay, non il diritto di un matrimonio in piena regola, ma almeno una parità di trattamento rispetto alle coppie coniugate. Caro Papa Francesco, dove sta la tua pretesa umanità dilagante, quella stessa che fa versare lacrime di commozione a Eugenio Scalfari? E perché il nostro Stato non ha protestato alla tua pretesa di indire tra capo e collo un Anno Santo, scaricato su Roma Capitale in un momento così travagliato della sua esistenza? Resto dell’idea che la Repubblica italiana doveva opporsi, o avvisare che l’evento avrebbe dovuto consumarsi per intero a carico della Città del Vaticano.
Vale poi la pena condurre una riflessione sul caso dei due Marò imprigionati a tempo indeterminato in India. Conta poco recriminare le colpe del passato, ma perché si è lasciato che la nave posta sotto la loro tutela, dopo l’episodio della uccisione di due pseudo-pescatori, approdasse a un porto indiano? Non era ovvio immaginare quanto ne sarebbe seguito, con arresto dei nostri due malcapitati, e ritorsione su di essi di tutti i guai di cui un Paese del Terzo Mondo, anche se in via di riscatto, si vuole vendicare su di noi, membri, anche se ultimi della classe, dell’opulento ed ex-colonialista Occidente? I due Marò avrebbero dovuto impedire, armi alla mano, al comandante di quella malcapitata imbarcazione l’approdo in un porto indiano, oppure la nostra Marina avrebbe dovuto provvedere a prelevarli con elicotteri. Poi, la trattativa è stata condotta malamente, bisognava condurla per vie private, a base di risarcimenti e contentini simbolici. L’essersi rivolti a un tribunale internazionale ha bloccato a tempi lunghi una soluzione, ormai ci vorrebbe un blitz d marines per liberare il povero ostaggio rimasto in mani indiane, diversamente temo che dovrà marcire quasi per sempre in esilio.

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Letteratura

Scurati tra il vero e il verosimile

Antonio Scurati è narratore polimorfo, alla maniera di Baricco e anche dell’appena scomparsa Vassalli, quindi mi riesce difficile, come per loro, rivolgergli un discorso unitario, nell’analisi come nell’apprezzamento, mi vedo costretto a valutare di volta in volta le sue singole uscite. Una valutazione che, da parte mi, è stata molto alta quando ci diede, nel 2005, “Il sopravvissuto”, la sua opera che forse resta tuttora in cima alle mie preferenze, tanto da farmi temere che egli si iscrivesse nella categoria di quelli che fanno centro al loro primo apparire, poi appannandosi e divenendo meno sicuri nelle mosse. Infatti ho bocciato certe sue prove successive che hanno abbandonato la scena dell’attualità tuffandosi nella ricostruzione di nostre vicende storiche, le Cinque giornate di Milano, un caso simile alla peste manzoniana, una truculenta vicenda di fantascienza in una Venezia di fine secolo, casi da iscriversi nella categoria di una Italian New Epic, ma condotta con mano pesante, ben lungi dalla leggerezza che rende così gradevoli i pastiches di Calvino. Poi ancora Scurati è approdato alla cosiddetta autonarrazione, con “Il padre infedele”, di appena due anni fa, non temendo di sfidare il rischio di varcare i confini della creazione romanzesca per entrare in quelli della saggistica. Cosa che si può ripetere per l’attuale “Il tempo migliore della nostra vita”, dove forse quei confini pesano più che in precedenza, o per meglio dire, il testo pare rispondere a due padroni diversi, seppure praticati con indubbia maestria e meritevoli di consenso, ma direi che la fusione non avviene, resta ipotetica, condotta sulla carta, e non nella misura auspicata dall’autore. Se si vuole, è il tipico contrasto tra la categoria della storia, tributaria del vero, come vuole il suo stesso etimo, che richiama all’obbligo di una fedeltà documentaria, di un “vedere”, se non con gli occhi, almeno con una acribia filologica dedicata ai documenti, e invece il verosimile proprio della creazione poetica, che richiede a chi lo segue il compito di una invenzione radicale di casi umani dal nulla. La componente “storica” di quest’opera sta in una ricostruzione meticolosa della biografia di Leone Ginzburg, seguito da vicino nella sua crescita in una Torino “tra le due guerre”, dove si forma sia alla cultura letteraria, da raffinato filologo, contribuendo con ruolo primario alla nascita della casa editrice Giulio Einaudi, sia in una coraggiosa attività antifascista. I casi sull’uno e sull’altro fronte sono seguiti con adesione perfetta, e suscitano la commozione in chi li legge, io stesso ho versato qualche lacrima di fronte a tanto eroismo, dove fra l’altro la parte pubblica viene fusa davvero con quella privata, dove è fondamentale l’incontro con Natalia, che a riconoscimento di un debito morale ed affettivo inestinguibili vorrà sempre esibire il cognome del primo sposo, anche quando passerà a nuove nozze. Le pagine dedicate a questa componente si leggono appunto con adesione, con commozione, anche per la puntigliosità con cui Scurati non fa sconti, infatti non mancano certi accenni polemici, le documentazioni riguardanti un Einaudi collerico, un Pavese troppo insicuro di sé, qualche “tradimento dei chierici” che, a differenza dell’adamantino Leone, vengono a patti con l’esecrando regime fascista. Insomma, se si valuta la ricostruzione di un personaggio storico, dieci con lode, tutto ben condotto, e in definitiva appare giusto che il libro inalberi come titolo un “Tempo migliore della nostra vita”, appropriandosi di una espressione trovata in Natalia Ginzburg, a siglare quegli anni di sofferenze ma illuminate da grandi ideali.
Tuttavia Scurati è ben consapevole di dover rispettare anche l’altro idolo, il verosimile, cui deve sacrificare se vuole malgrado tutto rimanere nell’area di una creazione romanzesca, e allora scopre, con nostro affascinato consenso, che il fare la storia della sua anonima famiglia, risalendo per li rami fino ad avi lontani, entrando per così dire in cronaca diretta a partire dai nonni paterni e materni per poi applicare sempre più scrupolosamente una lente di ingrandimento a figli e nipoti, corrisponde perfettamente a un simile scopo. Infatti i suoi parenti sono gente qualunque, “come noi”, ne viene quasi l’impulso a condurre, ciascuno per suo conto, una impresa simile. Anch’io, sulla sua scorta, ci sto facendo un pensierino. Infatti proprio il carattere “qualunque” secondo cui tutte queste creature risultano destinate a scomparire nel silenzio e nell’oblio, se non ci fosse quel generoso e dotato rampollo che si può permettere di riscoprirle, corrisponde a una folla di figure similari che ognuno di noi potrebbe rintracciare alle sue spalle. Chi mai potrà andare a verificare l’autenticità delle ricostruzioni offerte diligentemente da Scurati? In altre parole, il “vero” del suo albo genealogico viene a identificarsi con una ricostruzione verosimile dei nostri anni passati, sfila davanti ai nostri occhi una storia d’Italia vissuta dal basso, da poveri protagonisti che hanno fatto del loro meglio per districarsi dai guai, dalle penurie seguite a ben due guerre mondiali, per procurare il pane ai loro figli, per avviarli a un lavoro. Anche altri narratori di recente hanno preso questa via, ma cadendo in un errore che non ho mancato di bacchettare, soprattutto dalle pagine dell’”Immaginazione”. Se penso alle prove pur lodate della Murgia, o di Fois, o di Niffoi, il loro torto è stato di comportarsi come Giamburrasca. Quell’eroe della nostra adolescenza all’atto di stendere il suo Giornalino, diffidando delle proprie doti di narratore in erba, va a copiare le pagine delle sorelle adulte. A loro insomma è successo di ispirarsi alle trame veriste della Deledda o di qualche altro maestro del passato, così mancando un obiettivo di autenticità, di forza dei fatti. Invece la testimonianza offertaci da Scurati è limpida, diretta, procede spedita, proprio perché del tutto sganciata da autorevoli modelli preesistenti. Però è anche vero che a questo modo viene meno l’ancoraggio tra le due componenti del suo esercizio, da una parte svettano le vicende esemplari di Ginzburg e di tutto il contesto in cui egli si è mosso con tanto coraggio, dall’altra restano i comportamenti spesso confusi, tutt’altro che esemplari dei poveri parenti di cui l’autore, ma con tanto amore e adesione, va a rintracciare i fatti, non particolarmente nobili ma improntati alla più schietta volontà di vivere, anzi di sopravvivere nel grande mare in tempesta della storia, di cui non sono in alcun modo protagonisti ma soltanto vittime passive. Insomma, due tipi di commozione, di cui una da mettere sul conto della realtà storica e dei suoi eroi sublimi, l’altra di una folla di piccoli personaggi, di cui è opportuno che si faccia carico il convoglio generoso della narrativa. Al lettore il diritto di scegliere a quale tra le due commozioni si voglia abbandonare, ma la fusione, la mutua giustificazione, questa non avviene.
Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra vita, Bompiani, pp. 267, euro 18.

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Arte

Una riforma sbagliata

Al ministro Franceschini va riconosciuto il merito di stare prendendo molto sul serio la gestione del suo dicastero, forse perché questo è capitato in mano a un politico dal forte e autorevole passato, invece di essere, come per lo più è accaduto in passato, una scialba starlet di secondo ordine, da gratificare con qualche assegnazione a sua volta non di prima fila. Tuttavia il suo attivismo non mi pare si possa approvare, se si prende in esame il recente provvedimento consistente in due parti, in primo luogo una selezione di venti tra i musei statali da considerare di serie A, e quindi da porre sotto la guida di figure manageriali di cui si è ritenuto non ci fosse il modello tra la nostra attuale dirigenza, dovendo quindi ricorrere a concorsi specifici. E già qui ci sarebbe da contestare questa selezione assolutamente opinabile, volta a introdurre una classificazione non so quanto giustificabile, forse un ricorso a qualche TAR o addirittura alla corte costituzionale potrebbe rimetterla in forse. Poi, in secondo luogo, scatta il principale inconveniente, riportabile al vecchio proverbio che non si può immettere del vino nuovo in un sistema di vecchie botti. Che mai potranno fare questi super-direttori posti alla testa appunto di organismi che restano del tutto conformi a vecchie modalità di conduzione? Si troveranno alla testa di una schiera di dipendenti del tutto rispondenti alle solite regole di ingaggio, che riuscirà ben difficile trasportare su nuovi sentieri. Questo radicamento a uno stato di fatto comincia dagli stessi contenitori, cioè dagli edifici che ospitano questi muesi di prestigio, e che da noi hanno avuto origine in epoca postrinascimentale, si pensi agli Uffizi, alla Galleria Borghese, alle veneziane Gallerie dell’Accademia, laddove i competiori stranieri, come i Paesi che li hanno istituiti, sono nati in piena età moderna, tra Sette e Ottocento, e dunque sono ampi, spaziosi, vi si entra senza file estenuanti. Così è al Metropolitan di New York, al Louvre, alla National Gallery di Londra. Questi miracolosi curatori scelti con arduo e pensoso concorso riceveranno anche una bacchetta magica per allargare i rispettivi edifici? Come potrà il nominato agli Uffizi rendere più capaci di pubblico i loggiati degli Uffizi, magnifici ma proprio perché usciti fuori da una lontana progettazione ed edificazione che fa a pugni con le esigenze attuali? E come allargare quello scrigno prezioso, ma colmo come un uovo, della Galleria Borghese? Forse questi pretesi super manager dovranno limitarsi a rendere più attraenti i book shop e i ristoranti annessi, ma a questo modesto fine potevano provvedere i tradizionali soprintendenti, magari rimuovendo quanti non fossero risultati adatti ad assicurare questi compiti elementari. Del resto i predecessori di Franceschini qualcosa in tale senso avevano pur fatto, si pensi all’aggregazione dei principali musei di Roma, Firenze e Napoli in “poli”, anche col tentativo di dotarli di una fruizione autonoma delle rispettive entrate.
Caso mai, il il nostro dinamico ministro era meglio se agiva in due altre direzioni, lubrificando le norme che nel nostro Paese consentono la defiscalizzazione di eventuali largizioni ai musei o al sistema dei beni culturali. E soprattutto intervenendo al basso della catena, cioè mettendo a concorso centinaia di posti per giovani ispettori.

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Attualità

Risposte che mancano

Niente da fare, devo continuare ad aggirami attorno ai dossier incalzanti cui ho dato i miei contributi negli ultimi tempi, caso mai posso conquistare un qualche aspetto innovativo cercando di trarne dei quesiti che attendono risposta.
Sul fronte di Monsignor Galantino e dei suoi attacchi all’intero universo per una scarsa assistenza recata ai poveri invasori dal mare, tanto giusti se rivolti alle sciagurate invettive del capo della Lega, vorrei però che questi fossero preceduti dalla attestazione di aver adempiuto a una propria parte, così come un qualunque giocatore deve mettere sul tavolo la sua posta se vuole stare al gioco del poker. La Chiesa, sia nel suo territorio di diretta spettanza, la Città del Vaticano, sia nelle sue istituzioni sul nostro suolo, quanti di questi emigranti ha sistemato? Se il numero è congruo e sostanzioso, allora Galantino infligga pure le sue reprimende che diventano giustificate. Però mi è capitato di assistere in un programma televisivo a una interrogazione rivolta a padri superiori e responsabili di seminari e conventi dove questi con eleganza, ma facendo muro hanno risposto che no, le loro strutture sono già occupate e dunque non disponibili per ulteriori accoglienze. Inoltre, come alto rappresentante del clero italiano, l’arzillo e loquace Galantino non avrebbe forse dovuto sommessamente far presente al Papa quanto sia sconveniente e ingombrante per il nostro Paese l’aver promosso un Anno santo nel bel mezzo dei guai senza fine che schiacciano Roma capitale?
Altra risposta che si vorrebbe, e proprio sul fronte degli immigranti e la loro sorte, una volta che abbiano avuto la ventura di approdare incolumi su qualche lembo di suolo europeo. Sulla carta, si dovrebbe procedere alla discriminazione tra chi ha avuto valide ragioni per emigrare, provenendo da Paesi sconvolti da guerre e rivoluzioni, Siria, Iraq eccetera, e chi invece è sbarcato sulle nostre coste alla ricerca di una vita migliore. Questi ultimi, una volta identificati, in teoria dovrebbero essere rimpatriati. Ma questo rimpatrio avviene davvero, e dove mai questi disgraziati, che si sono bruciati alle spalle ogni base, possono essere ricondotti? Non è quasi come rimetterli in balia delle onde da cui invano hanno cercato di salvarsi?
Infine, in questo Monsignor Galantino ha ragione, sembra che la politica, in tutti i territori dell’Eurozona, affronti solo il problema di come sistemare chi ce la fa ad arrivare sulle nostre coste, ma il problema, politico, militare, logistico prioritario non è forse quello di fermare l’esodo?. Così come per chi soffra di crisi digestive e intestinali il primo scopo è quello di impedirgli di ingurgitare nuovo cibo, dando il tempo necessario per smaltire quello già ingoiato. Ho già detto più volte che a tale scopo mi pare che ci sia solo da giocare la carta del contenimento, del rinvio delle barche a terra, del far giungere insomma un forte messaggio che il mare non si varca più, che le folle degli espatrianti si rassegnino a ritornare, con ogni mezzo, alle case abbandonate, o ad centri di accoglienza che forse è possibile istituire su suolo africano, in attesa di possibilità più organiche e meglio organizzate di espatrio.

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Letteratura

L'”altra” poesia

Sulla “Lettura” di domenica 9 agosto Paolo Di Stefano ha dedicato una doppia pagina a fare il punto sulla situazione attuale della poesia nel nostro Paese, traendone un responso positivo, “Evviva!, la poesia è viva”, e l’operazione è senza dubbio meritoria, anche confortata da cifre con cui si dimostra che in definitiva le raccolte pubblicate da case importanti o specializzate malgrado tutto se la cavano, strappando copie vendute non del tutto inferiori rispetto alla pur schiacciante supremazia della narrativa. Ma, al di là di questo merito, cominciano i dolori quando il critico ufficiale del “Corriere”, versato in narrativa, e lui stesso buon narratore, entra nel merito di questo genere e dei suoi migliori esponenti dei nostri giorni. Infatti nella pagina di destra compare una elencazione di nomi presunti validi scanditi sul ritmo di cinque generazioni, dagli attuali ottantenni o giù di lì, fino ai più recenti protagonisti di questa vicenda. Ebbene, man mano che ci si allontana da nomi storici, le citazioni si fanno via via più incomplete e lacunose, concludendo con un vero e proprio ostracismo per quanto riguarda le ultime leve. E’ vero che Di Stefano potrebbe accusare di tanta incomprensione qualche anonimo suo collaboratore, però è lui che firma e che dunque assume la responsabilità finale di questo grave torto ai lavori in corso. Con cui, diciamolo pure, rinasce la vecchia frontiera tra il cosiddetto establishment e i valori delle neoavanguardie passate e presenti, ovvero si consuma l’esclusione della nobile causa degli sperimentalismi, che invece tanto efficace è proprio sul fronte della poesia, la quale, data la sua agilità di mosse, sta già da tempo saggiando il superamento del cartaceo per avventurarsi sulle ampie strade dell’informatica. Ovvero, i poeti, fin dai tempi del Futurismo e del Dadaismo, hanno avvertito i limiti della parola stampata tentando di registrare effetti fonici o addirittura gestuali. In altre parole, la poesia oggi vive nei siti o nei blog più che negli smilzi opuscoli dell’editoria, e vive benissimo, anche perché i poeti di tutto il mondo sono uniti tra loro attraverso quello che un grande pioniere come Adriano Spatola aveva chiamato “Tam tam”. Insomma, se lo scontro tra il conformismo e i valori avanzati langue sul fronte caldo della narrativa, tanto che ben quattro autori usciti dai roventi incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia, quali Scarpa, Ammaniti, Piccolo, Lagioia hanno potuto riportare il maggior premio nostrano, lo Strega, tale scontro rinasce nell’ambito della ricerca poetica, come dimostrano le gravose omissioni di questa doppia pagina, compiute invocando la benedizione del nemico numero uno di tutte le cause della sperimentazione, Alfonso Belardinelli. E dire che a suo tempo, anni Novanta, proprio Di Stefano è stato l’abile cronista, sulle pagine del “Corriere”, dell’ardita emersione di Ammaniti e compagni ai danni dei narratori precedentemente affermati. Ma non si è reso conto, o ha voluto omettere, che quelle loro mosse, come di navi pesanti, come vuole la strategia navale, erano state precedute dalle ardite incursioni del Gruppo 93 in poesia, consapevolmente erede del Gruppo 63 e dei Novissimi, per esplicita ammissione del capofila di questi, Alfredo Giuliani, deciso ad assicurare la liaison. Fatto salvo l’inevitabile fenomeno che i nuovi arrivati spingevano la ricerca ancora più avanti sulle vie di una diffusione smaterializzata e aerea (tanto che lo scrivente li definiva figli del Dio Eolo, mentre i Novissimi lo erano stati di un freddo Dio Nettuno). Ma invano, in queste liste, cercheremmo il trio di Napoli, Bajno-Cepollaro-Voce, oltretutto meritevole di aver amministrato per qualche tempo una rivista aggressiva quale “Baldus”. E prima ancora di loro sarebbe stato necessario menzionare Tommaso Ottonieri, forse il vero apripista su questi nuovi panorami, con tante corrispondenze nella penisola, a Roma, Genova, Bologna… E non è finita, questa vicenda di un’autentica sperimentazione, cui la poesia è così costitutivamente votata, forse proprio in virtù del corpo leggero di cui è dotata, vive in pieno anche ora. Da RicercaRE questo crogiuolo interessato a promuovere la causa del nuovo è passato a Bologna, mutando di poco l’etichetta, RicercaBO, e ancora una volta la poesia ha fatto da staffetta, si è potuto avvistare un fenomeno sorprendente, venuto a rimescolare le carte in tavola e a indicare orizzonti imprevedibili grazie a una forma di ibridazione. Infatti uno degli avvenimenti più sorprendenti degli ultimi anni, di cui invano si cercherebbe una minima traccia in queste plumbee liste, è passato sotto il nome in apparenza contraddittorio di “Prosa in prosa”, ad opera di (citiamoli a risarcimento della loro cancellazione da parte di un organo che si pretende ufficiale) Bortolotti, Broggi, Giovenale, Inglese, Raos, Zaffarano. Si tratta di un ardito tentativo si avvicinare i due continenti, prosa e poesia, portando la prima a interrompere sul più bello le sue sequenze, e l’altra a scongiurare ogni tentazione di facile lirismo. Come dire che le ferite si rimarginano, che i sessi si ricongiungono, che si va verso una androginia della creazione letteraria, adattissima a valersi dei nuovi mezzi elettronici, in previsione di un definitivo superamento della Galassia Gutenberg. Per tornare alla famigerata doppia pagina della “Lettura”, in un trafiletto laterale si invoca la nascita di un premio nazionale dedicato alla povera ancella, ma sarebbe un guaio se questo cadesse nelle mani dei “soliti noti”, cioè di una squadra di pompieri, magari capeggiati dal super-pompiere Berardinelli, mossi dalla preoccupazione prioritaria di spegnere ogni fuoco innovatore.

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Arte

Street art alla carica

Da una quarantina d’anni trascorro le mie vacanze estive a Cortina d’Ampezzo, attratto dalle bellezze naturali del luogo, ma anche da un felice abbinamento con una valida presenza di gallerie d’arte, i Farsetti e Contini e Mucciaccia per il contemporaneo, Matteucci per l’Ottocento, a lungo però gravati dal culto dei maestri del Novecento, i vari Rosai, De Pisis, Sironi ecc., poi però decisi a qualche passo in avanti, per cui da Contini è comparsa una magnifica mostra di Christo, e ora si accende qualche multiplo di Plessi, soffocati però dal peso massimo di Botero o dai tetri gusci vuoti di Mitoraj. Farsetti poi, quest’anno, ospita addirittura un esponente della nobile ondata dei Writers newyorkesi, Toxic-One, scoperto assieme ai colleghi, un trentennio fa, dall’occhio acuto di Francesca Alinovi. Tra queste gallerie consolidate c’è pure quella degli eredi del celebre Hausammann, forse il vero fondatore di questo fortunato connubio cortinese tra arte e natura. Infatti, portiere all’Hotel Posta, epicentro di questo microcosmo, Hausammann ha collezionato capolavori, acquistandoli dagli artisti frequentatori dell’albergo, e lasciandoli in eredità ai suoi discendenti. Ora una nuora e due nipoti dirigono, sempre a Cortina, il centro più avanzato, esponendo fra l’altro il più noto dei Nuovi Futuristi, Marco Lodola. Ma soprattutto, con coraggiosa mossa del cavallo, dai nostri monti sono andati ad aprire una sede niente meno che a Miami, e guardandosi attorno oggi propongono una bella schiera di street artists, il che mi consente di proseguire in un certo discorso volto a segnalare la ricomparsa in forze, nel panorama attuale, di abili gestori, se non proprio del pennello, quanto meno della bomboletta spray, o di altre avanzate tecniche di colorazione appoggiate alle risorse delle nuove tecnologie. Il fenomeno storico dei Writers si è inflazionato, negando se stesso attraverso stanche e stereotipate ripetizioni divenute anonime e sbiadite. Peggio ancora se i graffitisti prendono le vie della figurazione, spesso retorica, tributaria di stanchi stilemi surrealisti. Ma se invece calcano le vie di un neo-informale, o di un Abstract, più che Expressionism, diciamo proprio Impressionism, allora ci siamo, aprono orizzonti abbastanza originali ed eccitanti. Se diamo un’occhiata al manipolo di autori che in questo momento si possono vedere alla Hausammann di Cortina, non dico che siano il meglio di quanto offre la scena odierna, né che io ne sia un approfondito conoscitore, questa incursione vale come assaggio temporaneo, come prelievo istologico per prendere atto di un fenomeno generale. Tra loro c’è un newyorkese che si firma Cope 2, e che per fortuna annulla le troppo note sagome delle lettere in un vivace intrico quasi di dripping festosamente multicolore. C’è il parigino Lokiss, e gli italiani, Raptuz, coi suoi listelli che tracciano come una fitta stuoia, sagomano lo spazio, lo popolano di architetture immaginarie, quasi alla maniera di un Vedova lucido e asciutto. Milano la fa da padrona anche con Rae Martini, con Willow, che parte da una allegra produzione di uova pasquali, o di bambolotti, di quelli che si danno come souvenirs, e che sono tra gli articoli di più tipico consumismo in chiave Pop, ma l’artista li sconfigge attraverso una loro moltiplicazione, come fosse una folla di bolle di sapone che brillano per un momento e poi scoppiano, si sfaldano. Il suo modello, ma è giusto che ce ne sia sempre uno cui ispirarsi, è il grande Keith Haring, infatti come l’ormai lontano capofila anche Willow va a iscrivere il suo tappeto di cellule impazzite sui fianchi di una motoretta o sulla tazza di un water. Come vengo dicendo, quello che conta in primo luogo è di sconfiggere la sterile lode del monocromo, dell’andare al minimo, del tendere a zero, cui tanti santoni della critica oggi si richiamano. Queste proposte potranno anche apparire eccessive, non ben bilanciate, troppo informi, ma almeno tendono a una nuova pienezza, che è il primo traguardo da raggiungere.

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Attualità

Gli incorreggibili contro Renzi

Anche questa volta mi limito ad aggiungere nuovi appunti a dei dossier giù impostati, che poi rispondono a due questioni cruciali, la riforma del senato e l’invasione dei profughi dalle coste africane. Sul primo fronte, continua l’aggressione contro Renzi da parte del gruppo Espresso-Repubblica, mi chiedo dove si voglia arrivare, in questo apparente tirare la volata ai Cinque stelle. La perla del giorno viene da un pur fine politologo quale Piero Ignazi, che dall’alto della saggezza biblica mhifestata dalla sua barba brizzolata riesce a scrivere, sull’Espresso in data 20 agosto, che Renzi con la sua ostinata pretesa di andare avanti malgrado tutto “… entra in collisione con la componente più tradizionale del Pd, quella di impostazione sicialdemocratica”. Affermazione di colossale menzogna, quando è proprio Renzi che, pur essendoci arrivato per vie da chiarire, oggi rappresenta la grande tradizione socialdemocratica, contrastata dagli ultimi eredi della tradizione opposta, del comunismo che per decenni ha soffocato proprio la socialdemocrazia nel nostro Paese, impedendo a lungo la possibilità che questa andasse al potere. E certo, in seguito i vari D’Alema e Bersani e Cuperlo hanno annacquato la loro matrice Pc, ma non abbastanza, ora si sentono giunti a un’ultima frontiera. Ho osservato io, e ben più autorevolmente l’ha detto Renzi, che la questione del senato elettivo è puramente pretestuosa, basterebbe che Renzi la capovolgesse dichiarando che il senato deve essere elettivo, e li vedremmo subito capovolgere la frittata, quello che conta, è fermargli la marcia, bloccare l’odiato spettro della socialdemocrazia avanzante, quello che invece è difeso da Napoletano, non per nulla a suo tempo colui che, col suo “migliorismo”, aveva tentato di riformare il DNA comunista dei suoi compagni. Beninteso, contro di lui, e la sua onesta difesa dell’abolizione del senato elettivo, che ha ricordato essere proposta avanzata molto prima dell’avvento di Renzi al governo, si è subito alzato lo stop irritato di Scalfari, che come si ricorda si era opposto a corpo morto a Craxi, quando era stato lui a tentare l’affermazione di una socialdemocrazia nel nostro paese. Questi riottosi difensori dell’estremismo gauchista dovrebbero leggere con attenzione la reprimenda che Blair ha lanciato contro Corbin, aspirante alla guida del Labour. Nulla da fare, dappertutto la sinistra perde, non giunge al potere, o non lo mantiene, se segue i canoni ex-comunisti. Un altro esempio eloquente è la bella e provvida virata di Tsipras, che ha capito di dover accettare le clausole restrittive imposte dall’ Eurozona, beninteso incontrando la disapprovazione di coloro che a casa sua corrispondono ai nostri Cuperlo e Fassina.
L’altra questione cruciale, ben più di quella relativa alle vicende del senato, in definitiva piccola scaramuccia nostrana, sta nell’ondata invasiva degli emigranti. Monsignor Galantino avrebbe da dire una cosa sola, numeri alla mano, quanti di questi poveri emigranti sono stati ospitati nelle strutture della Chiesa, in Vaticano o su suolo italico, il che gli darebbe il gettone opportuno per intervenire autorevolmente in ogni discussione. E poi, perché il Varicano, che pare aver agito saggiamente per il riavvicinamento tra Cuba e gli USA, non si fa organizzatore di una conferenza almeno europea in cui si studino davvero e a fondo i migliori sistemi per porre fine al flusso migratorio, con relative inevitabili morti di tanti poveri esuli? Io ritengo che l’unica possibilità sia la dissuasione, una barriera di mezzi per impedire il transito degli scafisti. Una volta interrotto il flusso, fermate le porte, almeno in termini percentuali, sarà poi possibile farsi carico degli arrivati, dare loro un’accoglienza come si deve, cancellando la ridicola ipotesi di un rimpatrio di quanti non possano dimostrare di essere le vittime di guerre o di persecuzioni. Non esiste una possibilità di rimpatriarli, dobbiamo tenerceli, nel migliore e più razionale dei modi, un compito cui ovviamente ci possiamo accingere con serenità una volta che le porte di accesso siano sbarrate.

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Gormley dal pieno al vuoto

Il fiorentino Forte del Belvedere conferma la bella tradizione di fornire il miglior palcoscenico ai maggiori scultori internazionali consentendogli di accamparsi e di dilagare sulle magnifiche terrazze affacciate sulla città del Giglio. Ad aprire questa rassegna d’onore fu l’inglese Henri Moore, che aveva strappato, nel Novecento, al francese Rodin il merito di inserire la sua monumentale presenza sulle soglie dei maggiori musei del mondo. Ora, a conferma dell’eccellenza che si riconosce alla scultura inglese, l’onore tocca a Antony Gormley (1960), che però, si potrebbe dire, contrasta l’approccio dinamico di Moore, dove le sembianze antropomorfe vengono immediatamente dilatate e metamorfosate, in quanto invece il più giovane seguace, almeno in partenza, resta più fedele alla nostra sagoma, anzi, parte da una specie di suo calco tridimensionale, e dunque sembra schierarsi sul fronte di un “richiamo all’ordine”, cosa da farlo accostare alla linea dei nostri Arturo Martini e Marino Marini, con grande distanza rispetto alla squadra dei suoi “competitors” sul suolo bitannico, come i vari Tony Cragg e Anish Kapoor, che di osservare un rispetto verso il nostro copro proprio non si preoccupano. Ma è anche vero che più di recente ancora sono intervenuti altri inglesi più rispettosi del nostro aspetto esteriore, salvo a colarlo in metalli o cristalli o altri materiali di tecnologia avanzata, sottoponendolo insomma a prove estreme e stranianti. Il che del resto, a ben vedere, succede anche con Gormley, infatti quei suoi corpi ottusi hanno pure l’aria di divise o corazze indossate da esseri solo mentitamente umani, pronti invece ad affrontare avventure spaziali, a farsi cioè cosmonauti. Ma intanto, pur con addosso il gravame di quelle tute, cercano di allenarsi, o di tenersi in forma. Così avviene alle sagome distribuite da Gormley sulle terrazze del sito prestigioso, che si pongono in fila indiane, e intanto variano le pose, si chinano, o si drizzano, o si mettono a cavalcioni su muretti e cinte divisorie, proprio come se fossero in palestra, oppure, come un’armata di invasori da altri pianeti, eseguissero manovre quasi di sapore militare, o rispettando invece un rituale mistico. D’altronde, l’artista sa bene che con la sua proposta primaria, così ostentatamente antropomorfa e simil-naturalistica, rischia un po’ troppo il richiamo all’ordine, e allora è pronto a mutare registro, a dichiarare che quelle anatomie così gonfie, così compiaciute di sé, così conformi, sono appena un’apparenza, bisogna andare a vedere che cosa c’è sotto quelle divise ingombranti, quasi mettendole alla prova con uno scandaglio di raggi X. E allora si scopre che al loro interno quei pesanti simulacri rivelano una struttura ligia ai dettami più severi del cosiddetto, in terra anglosassone, modernismo, risultano cioè composti di cubetti, o di sbarre filiformi. In altre parole, come nei film di fantascienza, viene smontato e denunciato l’inganno, credevamo di avere al fianco dei nostri simili, e invece scopriamo che quelle sagome sono di alieni, montati pezzo a pezzo in qualche lontano e arcano laboratorio, e dunque al loro interno non ci sono caldi muscoli, sangue generoso, bensì uno spettacolo di pistoni e laminati, proprio come si conviene alla popolazione di automi da cui, secondo la narrazione fantascientifica, saremmo minacciati. In un certo senso, è come se Gormley ci proponesse l’esaltazione di una immagine confortante e solidale della nostra umanità, e nello stesso tempo una sorta di antidoto, di contrario. Dal pieno al vuoto, andata e ritorno, ma comunque resta la buona e salda tessitura di forme plastiche nello spazio, che è quanto il Forte del Belvedere richiede ed è fatto per esaltare.
Antony Gormley, Human, a cura di A. Natalini e S. Risaliti, Firenze, Forte del Belvedere, fino al 27 settembre.

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