Arte

Una mostra intelligente costruita attorno a Emilio Mazzoli

Il Comune di Modena dedica un intelligente e opportuno omaggio alla figura del Gallerista Emilio Mazzoli, che assieme ad altri colleghi di pari statura, quali Gian Enzo Sperone, Fabio Sargentini, Massimo Minini, Franco Toselli ha abilmente guidato la nave dell’arte nostrana a crescere e a confluire nella scena internazionale. In proposito mi viene in mente lo spot pubblicitario: “Una Banca costruita attorno a te”, ebbene, si può dire allo stesso modo che l’attuale rassegna di cui vado a parlare è stata costruita attorno alle scelte operate da Mazzoli sul filo dei decenni, trovando loro una giusta collocazione in uno dei soliti contenitori di archeologia industriale che sembrano fatti apposta per accogliere le opere del contemporaneo. In questo caso si tratta del MaTa, di una ex-Manifattura Tabacchi sorgente nei pressi della stazione ferroviaria, che surroga abbondantemente gli spazi precedenti di cui il Comune di Modena disponeva, la civettuola ma limitata Palazzina dei Giardini e gli stanzoni insufficienti contigui alla Biblioteca municipale. Mazzoli a sua volta ha scelto un’anima gemella, trovandola in uno spirito libero e anticonformista, Richard Milazzo, di famiglia originaria italiana, ma di nascita e collocazione per intero nella Grande Mela, di cui conosce ogni segreto, e dunque tra i due si è realizzato un efficiente dialogo attraverso l’Atlantico. Si aggiunga che Milazzo è un “curator” affatto sui generis, appartiene piuttosto alla categoria oggi desueta dei letterati, in particolare dei poeti che si applicano felicemente all’arte. Milazzo scrive poesie da dirsi post-ermetiche, tra Eliot e Ungaretti, e mette la sua perizia linguistica ed esperienza di profondo conoscitore appunto al servizio dell’arte, rovesciando le magre caratteristiche che oggi reggono la pratica della “curatorship” e che tanto affascinano i giovani, come, ahimé, ha dimostrato il convegno promosso dal Pecci a Prato che proprio oggi si chiude. Tra le regole auree di questa muta affamata di curatori in erba c’è anche la regola: scrivi poco, per non comprometterti. Invece il nostro Milazzo rovescia questa procedura, nel catalogo della mostra compaiono ampi medaglioni per ciascuno dei 48 artisti presenti, in ciascuno dei quali viene fatta la storia delle relazioni intrettenute dallo scrivente col singolo, e anche una acuta riflessione su come ciascuno di loro possa entrare in una sinfonia d’insieme, mentre le immagini dal canto loro sono piccole e vengono quasi a rimorchio. Insomma, Milazzo è figura volutamente ambigua ha un piede nelle pratiche curatoriali in cui è del tutto preparato, ma appare anche pronto ad affrontarle con ironia e senso di distanza. A cominciare dal titolo, infatti il “Manichino della storia” menzionato corrisponde a quanto ci offre uno dei cartoni che Goya realizzava in vista della loro traduzione in arazzi per le stanze reali, in questo si vede appunto un manichino di pezza che viene scagliato in su e in giù da un gruppetto di giovinastri. Quel pupazzo è l’arte dei nostri giorni, che si vede sottoposta, per dirla col sottotitolo della mostra e del catalogo, alle “Fabbricazioni della critica e della cultura”, cioè a un gioco di astute manovre tra il curatoriale e il mercantile da cui Milazzo si chiama fuori, ma non del tutto, infatti deve pur riconoscere che anche lui ne fa parte, ma disposto a rimediare, proprio tuffandosi in un proficuo impegno a ragionare, discutere, collocare, che viceversa è quanto certi suoi colleghi evitano per non pagar dazio.
Ma veniamo finalmente alla mostra, che si presenta come tipica “antologia”, infatti le pareti del MaTa, per quanto estese, non possono concedere il più delle volte più di un’opera a testa dei 48 convocati, e dunque si procede per sommi capi, ovvero un fenomenologo degli stili come me potrebbe lamentare che non viene disegnata la filigrana dei movimenti essenziali, e che vengono falcidiate tante figure intermedie, dando ospitalità solo ai primi della classe. Ma lo spettacolo, proprio in virtù di questi limiti dichiarati, è godibile e stimolante. Facendo un minimo riferimento al manuale storico-artistico dell’attualità, diciamo che la mostra entra in cronaca diretta verso la metà degli anni Settanta. Mazzoli non ha fatto a tempo a sintonizzarsi sull’Arte povera e movimenti internazionali equipollenti, ma è balzato in campo al momento del rimbalzo, della mode rétro, di cui è stato il principale conduttore attraverso i cinque esponenti della Transavanguardia, che qui, pertanto, compaiono al completo (Chia, Clemente, Cucchi, Paladino, De Maria), ora però ha allargato la sua attenzione fino a comprendere gli alfieri della situazione di segno opposta da me allora introdotta, ovvero dei Nuovi-nuovi, nelle persone di Ontani e di Salvo, quest’ultimo, purtroppo, scomparso di recente, provocando un compianto in cui Mazzoli e io ci siamo trovati associati. Magari qui un pignolo come me potrebbe lamentare la mancata inclusione degli Anacronisti, per esempio attraverso Carlo Maria Mariani, o di altri Nuovi-nuovi, come Luigi Mainolfi, ma l’antologia impone i suoi diritti. Ci sono pochi passi indietro, rispetto a questo confine cronologico, che recuperano un Mario Schifano sempre caro a Mazzoli, e anche qui ovviamente si potrebbe lamentare l’assenza di altri Pop nostrani. C’è un giusto recupero di Franco Vaccari, che ha continuato imperterrito a testimoniare la sua fedeltà a pratiche di ordine concettuale, e un particolare omaggio, fino alla copertina del catalogo, è rivolto a De Dominicis, ripreso nel momento in cui ha riscoperto i valori della pittura e dell’immagine, ma sempre avvolte nelle tenebre del mistero. E poi, in piena coerenza con questa linea di partenza, ci sono altri pochi testimoni del postmoderno o della svolta rétro in Germania, con Kiefer, ma soprattutto negli USA, e dunque Robert Longo, David Salle, Julian Schnabel, Poi ancora il tiro si allunga e si viene al superamento della fase revivalista-neoespressionista quando si riaffaccia un clima Pop ma ormai fuso col kitsch, con l’elogio del futile e del marginale, attraverso gli apostoli di questo atteggiamento che sono Jeff Koons, Haim Steinbach, Peter Halley. Peccato che non ci si ricordi anche di un pimpante europeo loro dirimpettaio come il fiammingo Wim Delvoye. E poi ancora c’è una essenziale testimonianza del graffitismo, attraverso Basquiat e Haring, e una buona schiera di testimoni del “posthuman” quali Cindy Sherman e Kiki Smith, o del chiudersi nella guardia a un tempo stretta a livello tecnico ma vorace nei temi del ricorso alla fotografia, da Nan Goldin a Serrano (da lamentare l’assenza di David Lachapelle), e non manca neppure una pattuglia a dire il vero assai ristretta di extra-occidentali, il giapponese Murakami, il cinese Cheng Zen, l’iraniana Neshat. Ma inutile lamentare i vuoti, conta la scrematura, l’antologia, rivolte soprattutto a rendere onore a un operatore locale che ha saputo collegarsi al volto globale dell’intero pianeta, innestandolo in buona sintesi sui nostri valori locali e così dimostrandosi paladino del “glocalismo”.
The Mannequin of History, a cura di Richard Milazzo, Modena, ex-Manifattura Tabacchi, fino al 31 gennaio, cat. Panini.

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Letteratura

Verasani, un’indagine sul nostro vissuto

Grazia Verasani appartiene al cerchio magico di quanti furono chiamati a leggere negli appuntamenti di RicercaRE, a Reggio Emilia. Io non mi sono mai pentito delle scelte fatte in quegli anni fine Novanta e inizi del nuovo secolo, pertanto quando ciascuno di loro compare con nuove opere sono sempre pronto a mettermi al loro servizio, tanto più che in alcuni casi hanno pure goduto di un richiamo sotto le armi, essendo invitati a comparire come ospiti d’onore nei successivi appuntamenti di RicercaBO, a Bologna-San Lazzaro, e Grazia, appunto, è comparsa in tale veste particolarmente onorifica, assieme a Nicola Ammaniti, Rossana Campo, Mauro Covacich come superstiti d’eccellenza. E dunque, è scontato che io ora vada a dire bene di questo suo recente “Senza ragione apparente”, ma non solo per obbligo quasi d’ufficio, bensì confermando le ragioni di validità di un esercizio, che oltretutto si conduce a casa mia, in una Bologna di cui la Nostra è attenta e acuta cronista, attraverso una sorta di alter ego, la detective Giorgia Cantini, cui impresta senza dubbio molti aspetti che le appartengono, così da porci quasi di fronte a un ennesimo caso di autonarrazione, oggi così frequente. Questa bolognesità effettiva e partecipata in presa diretta la induce a stabilire una qualche solidarietà con Marcello Fois, che però viene dalla Sardegna, e purtroppo, come non ho mai mancato di rimproverargli, si porta dietro dalla sua terra d’origine un carico di leggende arcaiche, laddove Grazia ha alle spalle l’ambiente petroniano, laico, disincantato, per sua fortuna privo di radici ottocentesche, nessuna Deledda nel nostro passato, caso mai un Bacchelli, ma del tutto restio a inoltrarsi in un panorama urbano. E a differenza di Lucarelli, altro narratore bolognese, la Verasani non sente il richiamo del passato, punta dritto e con adesione totale all’oggi, retrocedendo tutt’al più di un decennio, fino a ritrovare il suicidio della sorella della protagonista, che l’ha segnata nel profondo. Tra le servitù da cui la Nostra non è esente, ci sarebbe la pratica del filone del poliziesco, però essa lo fa in modi cauti, e perfino reticenti, cioè come giallista è difficile darle una voto molto alto, il che si verifica pure in questo caso, dominato da due suicidi, di adolescenti ancora immersi negli studi liceali, di cui l’uno si svena, l’altro si getta da una finestra della scuola che frequenta. E’ subito evidente che i due casi sono collegati, e nasce perfino il dubbio che queste morti non siano spontanee ma procurate, con intervento diretto o solo esercitando una nefasta pressione psicologica sulle vittime. La nostra detective, dai familiari di uno dei due estinti, viene incaricata di condurre un’indagine, ma questa non si affida tanto ai soliti meccanismi di ogni giallo che si rispetti, scoperta di tracce, di indizi sospetti, bensì consente alla Cantini-Verasani di condurre approfondite analisi sul vissuto, intanto, delle donne, delle loro vicende sessuali, di convivenze sempre sul punto di interrompersi, o comunque scorrenti con momenti di stanca, di crisi, come colei che narra verifica in prima persona, accoppiata con un ispettore di polizia reduce da un matrimonio, che però lui stesso non sa bene se considerare esaurito, anche perché c’è di mezzo un figlio adolescente, Mattia, affascinato dall’amante del padre e in dialogo con lei. La Verasani insomma si accosta ad altre autrici sue simili, Rossana Campo, Simona Vinci, Valeria Parrella, per sua e loro fortuna capci di andare a fondo invece di soffermarsi in una eterna superficie di insignificanza come fa invece la tanto conclamata Ferrante, cui per fortuna non è andato lo Strega, mentre ciascuna di queste lo potrebbe meritare. Insomma, siamo in presenza di una sapiente “daseinanalyse”, volta a indagare non tanto su presunti crimini, col loro carico di inevitabili inverosimiglianze, bensì su un panorama ben più incombente, e anche utile da accertare, relativo alle crisi multiple delle coppie dei nostri giorni, col relativo capitolo sessuale e di relazioni che ci sono o no, sempre incerte, sempre sul filo del rasoio. Ma soprattutto incontriamo delle analisi penetranti sulla coscienza degli adolescenti, nella loro indecifrabile chiusura su se stessi, che non trova conforto da parte di genitori a loro volta troppo presi dai loro affari, dediti a un carrierismo sfrenato, e anche a cercare il piacere sessuale, pronti quindi ad abbandonare le coniugi legittime, che peraltro rendono loro la pariglia. Questo è l’autentico tessuto su cui la detective Cantini sa condurre indagini che contano, irrilevanti ai fini di una qualche sorpresa finale, infatti il lettore si rassegni, non ci sarà una di quelle soluzioni mirabolanti e insospettate, come può succedere se a condurre il gioco ci sono un Maigret o un Montalbano. In definitiva anche le ragioni contingenti che hanno indotto i due giovani a uccidersi risulteranno abbastanza fragili e perfino, come è nel destino dei gialli, poco credibili. Ma quello che conta, è l’accurata, esauriente rcostruzione del vissuto di questi adolescenti che la nostra indagatrice riesce a fornirci, accumulando con pazienza elemento su elemento. Di questo il lettore si deve compiacere, trovandovi un’ampia ragione di nutrimento.
Grazia Verasani, Senza ragione apparente, Feltrinelli, pp. 195. Euro 13.

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Attualità

Domenicale 27-9-15

Una volta tanto sono d’accordo con un articolo comparso sull’”Espresso”, a firma Pierluigi Ciocca, autore che a dire il vero confesso di non conoscere, Il titolo è eloquente: “Ma quale Jobs Act”, bisogna investire”. I pochi che mi seguono forse hanno notato che nella mia convinta accettazione del renzismo a suo tempo avevo proprio manifestato dubbi sull’efficacia del Jobs Act in quanto rivolto a cercare salvezza dal male della disoccupazione giovabile puntando tutto sulla ripresa di assunzioni da parte dei privati, trascurando invece un ruolo pubblico, cioè investimenti da parte del governo, sia quello centrale, sia a cascata quelli delle regioni, dei comuni ecc. Credo che la stella polare su questa strada sia indicata da Keynes e da Roosvelt: nei momenti di grande crisi tocca alle istituzioni pubbliche intervenire, investire, come appunto è titolato nell’articolo di Ciocca. L’autorità centrale, insomma, deve assumere un ruolo diretto, senza confidare troppo in una sollecitazione indiretta dei privati, dato che questi ultimi sono liberi di assumere oppure no, e se il cavallo non beve, non è che lo si possa costringere di forza a farlo. Credo che l’alta velocità di recente, e in passato il capitolo delle autostrade, siano stati esempi luminosi e positivi in questo senso So bene che questi interventi pubblici danno luogo a ruberie, a epidposi corruttivi, ma la loro presenza non è una buona ragione per astenersi dal battere queste vie, sarebbe come tenere reclusa una persona per impedirle di prendere delle infezioni circolando all’esterno. Nel mio territorio bolognese mi sono espresso di recente in favore della realizzazione del cosiddetto passante a Nord, cioè di un raddoppio dell’attuale ormai del tutto insufficiente tangenziale, e se me lo consentissero, sarei pronto pure a stigmatizzare il blocco del quartiere previsto dalle Cooperative in aperta campagna nei pressi del Comune di San Lazzaro. In altre parole, sono contro la linea dei Verdi, dei Notav e così via, ritengo che sia stato un errore sospendere la costruzione del ponte sullo stretto, e sarei perfino favorevole al rilancio delle centrali termonucleari, che restano in funzione in Francia, per esempio, a pochi chilometri dai nostri confini, avendoci fra l’altro come clienti per l’acquisto di energia elettrica che non riusciamo a produrre a sufficienza con pale eoliche e pannelli solari. Ovvero, credo che ci sia molta demagogia nella politica dei verdi, o molto gufismo pretestuoso e pregiudiziale.
Venendo poi a inserire qualche nuovo foglio in dossier già largamente impostati, e ritornando sulla questione che resta la principale ad assillarci, vedo con piacere che la comunità europea qualche passo positivo l’ha fatto, verso l’elaborazione di un piano ragionevole di accoglienza dei migranti. Fra altro, non si capisce l’accanimento con cui Ungheria, Cechia, Serbia, Croazia mettono ostacoli alla marcia dei poveri esuli, visto che non è certo loro intenzione fermarsi in quei paesi, ma procedere al più presto verso la terra promessa, la Germania. E quindi il buon senso vorrebbe che quegli stati fluidificassero al massimo lo scorrimento di quei poveri fuggiaschi, proprio per liberarsi della loro presenza.
Ma certo è ora di porre qualche freno a questa invasione, se non altro a tutela dei profughi stessi, che vediamo affrontare prove disumane in queste marce, particolarmente affliggenti quando vi sono sottomessi i bambini e le donne incinta. Come già osservato più volte, è facile prendere provvedimenti per chi viene via terra, per esempio si potrebbe davvero arrestare l’afflusso degli esuli dalla Siria dando alla Turchia i mezzi, in denaro e personale, per allestire dei grandi campi di raccolta e di soggiorno sul proprio territorio. Si potrebbe mettere alla prova quel paese e il suo noto desiderio di entrare nel consorzio europeo proprio chiedendogli in cambio di rendere questo servizio, magari congiunto a una concessione di basi per contrastare l’espansione dell’Isis, Quanto all’esodo via mare, mi pare che sempre l’Eurozona ha avuto il coraggio di affermare che bisogna bloccare le barche degli scafisti magari andando ad affrontarli nelle stesse acque territoriali della Libia.
Resta poi senza risposta quella finalità cui da tutte le parti ci si attacca, ma senza tentare di indicare in che modo vi si possa provvedere. Come distinguere davvero, nella messa dei fuggitivi, coloro che hanno alle spalle la guerra da quanti invece lo fanno solo alla ricerca di condizioni migliori di vita? E’ davvero possibile condurre questa cernita, e ancor più, ci sono davvero delle possibilità di rimpatriare coloro che risultassero mossi solo da ragioni di ordine economico? Dove e in che modo ricondurre questi disgraziati? Inutile agitare una soluzione senza nel contempo indicare le modalità secondo cui la si potrebbe realizzare.

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Arte

Un Giotto insufficiente

Ho detto, domenica scorsa, che un merito della mostra “La grande madre”, curata da Massimiliano Gioni al Palazzo reale di Milano, è di non tentare di giustificarsi con un rinvio all’Expo, ma così lasciando apparire una certa gratuità, che in definitiva ne fa come una riedizione della benemerita “L’altra metà dell’avanguardia” voluta da Lea Vergine, ma in tempi ben più precoci. Un merito del genere non assolve invece “Giotto, l’Italia”, in atto in un’altra ala della nobile sede ambrosiana, che viceversa vuole fornire ai visitatori dell’Expo una sorta di sintesi di uno dei grandi maestri della nostra arte. Ma è un’idea sballata, per fortuna non raccolta sistematicamente, come pure qualcuno aveva suggerito, o tentato di fare. Visto che siamo una sorta di cassaforte di tanti tesori artistici sparsi nelle nostre mille località, sarebbe stata una assurda pretesa quella di trasportarli tutti a Milano per l’occasione, fra l’altro nullificando uno degli scopi dell’Expo, che sarebbe di incrementare il turismo nei vari siti della Penisola. Se poi c’è un artista che male si presta a essere dato in compendio con opere mobili, questo è proprio Giotto, il cui genio si manifesta soprattutto nei grandi cicli ad affresco, e dunque bisogna spingere i visitatori a fare uno sforzo e a recarsi a Padova o ad Assisi, se proprio vogliono ammirare in giusta misura il grande talento giottesco, fatto per la narrazione articolata e dilagante, e non certo per poche figure impalate, strette in tavole necessariamente limitate. Sarebbe come voler dare, ai nostri ospiti, una sintesi dei valori atletici del Paese, ma ospitando in uno stadio dei corridori costretti a valersi di una sola gamba, come dei portatori di handicap. Non è che gli organizzatori non si siano impegnati al loro meglio, ma è proprio il talento giottesco, come del resto quello di ogni altro suo coetaneo, che mal si esprime a livello di tavole necessariamente ristrette, anche se si deve pur riconoscere che si sono fatti miracoli per andare a recuperare quanto si poteva in un tale ambito, con eccellente esposizione, e congruo corredo di schede analitiche in catalogo. Tutto bene, insomma, tranne i limiti intrinseci del progetto: troppo poco, sia per veri intenditori della nostra arte, sia anche per un pubblico inesperto, cui semmai era meglio mettere nelle mani un bignamino al passo dei nostri tempi, cioè un dvd con ampia documentazione dei grandi cicli giotteschi. Semmai, volendo condurre un’impresa di qualche spessore scientifico, quale la presente non può essere per limiti di partenza, si potevano aspettare tempi giusti e condurre un’indagine sui tanti problemi ancora aperti, andare a vedere i veri rapporti intercorsi tra pseudo-maestro e allievo, Cimabue e Giotto, oppure affrontare la sfida con Pietro Cavallini, tentare di chiudere per sempre l’affannoso dibattito su chi abbia davvero dipinto il ciclo francescano ad Assisi, o esaminare le influenze giunte al pittore dai grandi scultori sul tipo di Giovanni Pisano e Arnolfo di Cambio.
Osservato tutto ciò, resta senza dubbio del buono nella presente rassegna, è doveroso ammirare la plasticità sovrana cui si ispirano i volti della Madonna e del Bambino, nella giovanile tavola conservata in Santo Stefano al Ponte, nonostante la rigidità e staticità delle pose, o forse proprio in virtù di queste, esiti in cui Giotto corre in avanti, sembra già anticipare la pienezza di forme di cui sarà capace Masaccio, un secolo dopo. Tanta forza e robustezza di forme trova conferma anche nel polittico di Badia, agli Uffizi, diffondendosi dalla Madonna e Bambino ai Santi laterali, anch’essi modellati con una forza degna appunto di Arnolfo o di Giovanni Pisano, e così si dica anche per altre opere faticosamente strappate dai rispettivi musei, magari con un Polittico Stefaneschi che tenta di rendere in breve le enormi capacità dell’artista nel movimentare le masse, nel farsi cioè grande narratore, ma, lo si deve ripetere, per apprezzarlo in questo suo aspetto dominante bisogna rivolgersi altrove. Anzi, c’è perfino un rischio insito in questa mostra, che ovviamente non si dà limiti cronologici ma percorre l’intera parabola dell’artista, nell’affannosa ricerca di strappare tavole dunque sia possibile reperirle, e farsele imprestare. Si passa quindi alle opere tarde, quando il genio grottesco è ormai diventato una macchina schiacciasassi che procede implacabile, magari con l’aiuto di una numerosa bottega, e rischia di negare proprio l’audace e magnanima presentazione delle figure ai suoi inizi, quando queste si presentano con assoluto e individuale rilievo plastico. Se per esempio passiamo a osservare il Polittico Baroncelli di S. Croce, e in particolare la tavola concernente Dio Padre e Angeli, vediamo un artista che sacrifica la disinvoltura sintattica di cui ha dato prove sublimi nella sua precedente carriera, e ora stipa le testine degli angeli in modi pedissequi, stereotipati, quasi preludendo a un suo seguace come Giusto dei Menabuoi, e con lui anticipando tutta la seconda metà del Trecento che rimarrà impietrita, incantata sotto lo sguardo spietato del grande Maestro e pifferaio inesorabile, attendendo che a sbloccare la situazione ormai attardata venga Masaccio, ma ricollegandosi alle magiche apparizioni del primo tempo.
Giotto, l’Italia, a cura di S. Romano e P. Petraroia, Milano, Palazzo Reale, fino al 10 gennaio, cat. Electa.

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Letteratura

Marco Bellocchio, due tempi contrastanti

Ho già osservato altre volte che non accetto un confine di genere, non ritengo cioè che un cultore come me di narratologia si debba arrestare rispettoso davanti ai prodotti cinematografici considerandoli alieni. Del resto, ne sono stato sempre un buon consumatore. E dunque, non ho mancato di andare a vedere qualche film presentato al festival di Venezia, fra cui “Sangue del mio sangue”, regia di Marco Bellocchio, magari superando un certo disagio, esiste infatti un fossato, tra me e il clan dei Bellocchio, profondo soprattutto se si tratta di Piergiorgio, inesausto militante, assieme al socio Berardinelli, del fronte anti-avanguardia in cui invece io ho sempre militato. E anche rispetto alla filmografia di Marco ho spesso nutrito dubbi o addirittura ripulse, Il che stava per ripetersi quando ho visionato il primo tempo del film in oggetto, quasi pronto ad associarlo nel “pollice verso” a quanto, domenica scorsa, lamentavo a proposito dell’ultima fatica di Vassalli, mi sembrava cioè di essere in presenza di un centone di luoghi comuni senza capo né coda. Siamo trasportati in qualche tempo oscuro dove in un convento di Bobbio ci si accanisce contro una suora, accusata di essere invasa da Satana e di aver costretto al suicidio un amante. Si cerca di strapparle la confessione del ruolo perverso intrattenuto verso il povero giovane da lei sedotto, in modo che questo sia liberato dal peccato mortale del suicidio e quindi possa essere sepolto in terra consacrata. A sostenere questa causa giunge il fratello della vittima, parte sostenuta dal figlio del regista, Piergiorgio, figura incerta, mal disegnata, incapace di imporsi in tutti i sensi, di lottare con le unghie contro le perversioni del clero, e anzi portato a prendere visione senza reagire di fronte alle efferate torture che la gerarchia ecclesiastica sa condurre sulle povere vittime del pregiudizio (è lecito andar giù a tavoletta in proposito, tanto, perfino i vari Papa di recente hanno chiesto scusa per gli efferati delitti condotti dai loro tristi predecessori). Così debole sia nel sostenere la causa del fratello al fine di dargli degna sepoltura, o nel liberare la donna da lui amata alle indicibili torture cui è sottoposta, nel frattempo il nostro italo Amleto trova il tempo di sverginare due damigelle che hanno il torto, o il piacere, di ospitarlo nella loro dimora. Insomma, il tutto si svolge nel segno della incertezza e mancanza di fini, con un atto finale che segna il culmine dell’orrore, facendoci assistere alla chiusura della monaca perversa in una cella, murata viva.
Confesso che stavo quasi per andarmene, disgustato, pronto alla condanna, ma per fortuna sono rimasto anche nel secondo tempo, dove la musica è cambiata, dando luogo invece a uno spettacolo gradevole e accettabile, facendo tornare i conti. Merito anche del fatto che ora il mattatore è un grande Herlizka, del tutto degno di ricevere la targa Volpi come miglior attore, se questa non fosse andata, in modo del tutto giustificato, a Valeria Golino per un altro film. Il convento, luogo di nefandezze ai tempi dell’Inquisizione, è ormai un rudere, che però alletta il medesimo Piergiorgio Belloccio, ora ritornante in veste di imbroglione che si dice mandato dalla Regione per acquistarlo sgombrandolo da eventuali inquilini. Oltre a una coppia di vecchi e stanchi custodi, nelle sue stanze si cela proprio Herlizka, nella parte di un notabile che ha voluto negarsi al mondo, e soprattutto alla moglie, ma da quella cella mantiene i rapporti con gli abitanti del paesello, da autentico capomafia, ottenendone il rispetto, procedendo a uscite serali con convocazioni dei concittadini più influenti, di cui è maestro in frodi fiscali e in mille altri accorgimenti ai danni delle autorità. Questo vegliardo riesce perfino ad accedere a internet, attraverso cui non esita a mettere a nudo il carattere losco di quella specie di gogoliano “ispettore generale” piovuto tra capo e collo. Le sortite del nostro cavaliere invisibile, o vampiro benefattore, sono veramente divertenti, estrose, bizzarre il giusto, fra l’altro in una di quelle scorrerie gli riesce di ammirare la freschezza di una gioventù di passaggio, il vecchione fiuta l’afrore di carni, il richiamo sessuale che emana da quei giovani corpi, affascinato si dà a seguirli, cadendo però vittima del suo tardivo e impotente trasporto amoroso. Ma, diciamolo pure, in definitiva il nostro saggio vegliardo muore sul campo del valore, tutto proteso in un residuo slancio di vita. Stavo per uscire soddisfatto da questo finale in definitiva triste ma inevitabile e anche confortante, di un essere umano che muore al servizio dell’amore. Ma ho potuto assistere anche a un ritorno al primo tempo, e anche su questo il regista riesce a fornire una conclusione degna ed edificante. Infatti dopo un lungo lasso di tempo la curia di quel lontano tempo e rituale, col vescovo in testa, ritorna alla sepolta viva, scoprendo che per miracolo essa ha resistito alle enormi privazioni subìte. Viene fatta cadere la parete della clausura, ma in luogo di uno spettacolo di infinita deiezione e miseria della carne martoriata ne esce uno splendido nudo femminile. Anche in questo caso, e in uno scenario pur negativo al massimo, la vita celebra un appagante momento di trionfo.

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Attualità

Domenicale 20-9-15

L’argomento del giorno non può che essere un riferimento allo sciopero selvaggio che ha provocato, due giorni fa, la chiusura temporanea del Colosseo, e le varie reazioni di conseguenza. Vorrei cominciare proprio dall’uso, da parte mia, della dicitura di “sciopero selvaggio”, e dunque estraneo alle buone regole degli accordi sindacali. Le maestranze romane addette alla sorveglianza di quel monumento, evidentemente, hanno voluto fare le furbe, adottando la formula dell’assemblea, credo per non pagar dazio e quindi per non subire alcuna detrazione alla loro paga in corrispondenza di quella cessazione dal lavoro. Male hanno fatto i sindacati a intervenire a loro favore, visto che, mi pare, è loro consuetudine non favorire, ma anzi condannare queste modalità di astensione dal lavoro improvvise, decise all’ultima ora, anche se, ammettiamolo, volendo causare intralci e fastidi, proprio il carattere imprevedibile di manifestazioni del genere è quello che procura più danni. Ma ci sono servizi di interesse generale che vanno tutelati da queste interruzioni senza preavviso, e dunque bene ha fatto il governo a procedere subito per decreto e a collegare i servizi di custodia nei musei alla famiglia di altri servizi di prima necessità, ritenuti inderogabili. Il che, se non si vuole fare un processo alle intenzioni, non significa per nulla voler impedire il diritto di sciopero a qualche categoria di lavoratori, ma tentare di affidarlo ad avvisi tempestivi, e di accompagnarlo a quelle altre precauzioni che mi sembrano funzionare abbastanza appunto nei trasporti o negli ospedali, anche se pure in essi non c’è tutela rispetto ai vari Cobas, ma appunto le loro iniziative estemporanee vengono condannate in genere pure dai sindacati. E dunque il fatto che questi, con la CGIL in testa, si siano affrettati a tuonare subito contro il governo rientra nella loro attuale politica prevenuta e accanita contro Renzi. Nella fattispecie, la pseudo-assemblea dei custodi del Colosseo è stata ulteriormente aggravata da quell’ignobile errore di confondere le 11 meridiane con quelle pomeridiane, solo questo fatto meriterebbe una censura verso quello sprovveduto che si è permesso di commettere un errore così pacchiano, causando un ulteriore danno all’immagine di Roma capitale.
Detto questo, e dunque a favore della decretazione cui è subito ricorso il governo, non mi voglio esimere da un po’ di bilanciamento, è vero che da noi si pagano troppo poco i servizi legati alla cultura, forse la categoria dei custodi museali ha tutte le ragioni di scioperare, purché lo faccia nei modi dovuti. Ho già osservato che il Ministro Franceschini sembra rivolgere le sue preoccupazioni ai vertici, con i provvedimenti consumisti volti a fornire ai nostri Musei ritenuti più prestigiosi (con graduatoria del tutto opinabile) degli angeli custodi rivolti soprattutto a procurare quattrini. Quei quattrini che invece il Mibac lesina per le cause ben più nobili di pagare meglio di propri dipendenti a tutti i livelli, e soprattutto di aprire concorsi a favore dell’assunzione di giovani. Scioperi in questa direzione, fatti con le dovute maniere, sarebbero più che giustificabili.

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Arte

Ricordo di Salvo

Ho versato calde lacrime di dolore all’annuncio della scomparsa di Salvo, avvenuta ieri mattina a 68 anni. Purtroppo c’erano già stati dei campanelli d’allarme, sul suo stato di salute, il che non gli aveva impedito di produrre in un biennio una stupenda sintesi del suo mezzo secolo circa di attività, e un grande gallerista come il modenese Emilio Mazzoli lo aveva riconosciuto, affidandomi il compito di stendere per il catalogo, a mia volta, una sintesi della “lunga fedeltà” che gli avevo tributato suppergiù per lo stesso periodo. Ora non posso che riassumere per sommi capi quanto ho già avuto tante volte l’occasione di dire, e spero anche tante altre di ripetere. Tutto per lui comincia nella Torino di fine anni ’60, alla corte di Gian Enzo Sperone e dell’Arte povera di Germano Celant, quando si rispettava rigorosamente l’assunto della cosiddetta “morte dell’arte”, come aveva prescritto lo statunitense Kosuth con i suoi famosi triangoli. Se volete significare una sedia, aveva detto quell’artista, non usate il pennello, strumento superato, bensì la foto, o l’oggetto stesso, o la definizione linguistica che ne dà un buon vocabolario. Ebbene, ai suoi inizi Salvo è stato scrupoloso seguace di queste prescrizioni, infatti ci ha dato prima di tutto delle foto in bianco e nero, dove però già avveniva un fenomeno che Kosuth non aveva previsto, Salvo cioè infilava la sua testa nei personaggi desunti dalla stampa quotidiana cui si rivolgeva, il che significava il rifiuto di una prosaica quotidianità verso il ritrovamento di uno spessore eroico, volto a conferire al dato banale dell’oggi uno stupore mitologico. Ancora più curiose le operazioni che Salvo conduceva su un altro dei cardini di quel triangolo, accettava cioè di usare le parole, come voleva il massimo esponente del “concettuale”, ma anche qui insinuava tratti depistanti. Le parole erano vergate non già con squallidi-prosaici caratteri a stampa, bensì in alfabeti nobili, degni di scritte epigrafiche, monumentali. E soprattutto, in quegli esercizi Salvo abbandonava il triste e gramo bianco e nero adottando un cromatismo squillante, ricavato dalla natia Sicilia, di cui compariva sullo sfondo il magico profilo. Ci fu allora una tenace sostenitrice del “concettuale” a Parigi, Catherine Millet, che non ci capì nulla, e scomunicò quell’accorgimento come insulso e fuori via. Aprendo una parentesi, come quasi tutti gli autori francesi d’avanguardia, a cominciare dallo stesso Roland Barthes, la Millet poi ha fatto del tutto macchine indietro, allontanandosi le mille miglia da quel rigorismo degli inizi. E a dire il vero neppure Celant in partenza ci capì nulla, e anch’io lì per lì non intravidi la nuova pista che si apriva, ma poi mi convinse proprio la pervicacia con cui Salvo continuò a battere quel suo “sendero luminoso”, e mi fu pure possibile collegarlo a quello di un altro grande apripista, Luigi Ontani, che oltretutto mi ritrovavo sotto casa, a Bologna e dintorni. E dunque, intuii che era in atto il grande rovesciamento, dallo slancio a conquistare un futuro fatto tutto di smaterializzazione progettuale, di invasione dell’ambiente, verso un ripiegamento sul passato e sul museo, ma condotto in modo sistematico e calcolato, dove quello che contava, era che il passo indietro fosse risoluto, deciso, oltranzista. Del resto, qualcosa del genere lo avevo già compreso a proposito del grande De Chirico, di cui, all’inizio dei ’70, avevo intuito l’importanza di quei dipinti “impossibili” che aveva redatto negli ultimi decenni della sua attività, dando prova di risoluto, cocciuto, provocatorio “bad painting”. Da quel momento innalzavo De Chirico alla medesma dignità di Duchamp, facendo di loro un Giano bifronte, equipollenti anche se in direzioni opposte, l’uno nel guardare avanti, l’altro indietro, ma di fatto con tanti punti in comune. E proprio su Salvo e Ontani chiusi una sfilata che un altro gallerista coraggioso come Giorgio Marconi mi permise di fare nel suo spazio milanese, accompagnandola a un titolo rivelatore, “La ripetizione differente”, con cui, me lo hanno riconosciuto in tanti, anche grazie a un remake che ne ho fatto nel 2013, in Italia si apriva la stagione del citazionismo e del postmoderno, in una delle sue accezioni più appropriate, quella che trionfava nell’architettura, di Aldo Rossi e Paolo Portoghesi, e nel design di Sottsass e Mendini, come a livello internazionale venne ammesso da tutti, senza però includere Salvo in queste celebrazioni, mentre oggi sì, Ontani ce l’ha fatta a entrare nell’albo d’oro mondiale. Mi auguro che uguale destino ora arrida post mortem al suo gemello, che del resto nei valori di mercato ha sempre marciato forte.
Noi Italiani, di solito masochisti ed esterofili, o pronti a salire sul carro dei vincitori, non abbiamo compreso fino in fondo la grandiosità di quello che avvenne allora, con i due a fare da alfieri, ma non da soli, infatti al loro seguito, in genere più giovani anche se di poco, ci furono i vari Nuovi- nuovi e Anacronisti e Transavanguardisti, che appunto la stupidaggine nazionale ha voluto dividere, da una parte i buoni, dall’altra i reprobi da rottamare, Ma il fenomeno fu unitario, guidato da quei due capofila, e del tutto simmetrico a quanto già era avvenuto mezzo secolo prima, quando già allora, dopo il 1910, De Chirico aveva fatto da corifeo trascinandosi a rimorchio tutto il nostrio “richiamo all’ordine”, costituito da Metafisica e Valori plastici e Novecento.
Salvo fu come un Sisifo nello smuovere la pietra, l’immane resistenza opposta dal “concettuale” col relativo “andare in bianco e nero”, per tentare invece di reintrodurre il colore e la pittura, ma per rendere legittimi questi recuperi occorreva accompagnare l’impresa con un effetto congiunto, l’arretramento nel passato doveva spingersi fino ai tempi “prima di Raffaello”, quando si dipingeva con colori puri, lunari, di paradiso terrestre, ignorando l’impurità atmosferica. A favorire questo indietreggiamento, c’era il sostegno della televisione, maestra nell’indicarci la via di colori incontaminati, che ignorano le mescolanze chimiche ma vanno a colpire direttamente la nostra retina. Salvo, a dire il vero, nelle centinaia di paesaggi e nature morte che ha prodotto dalla metà dei ’70, ha steso sulla tela densi e compatti pigmenti cromatici, ma cercando che questi avessero la stessa purezza incontaminata, splendore, magica risonanza di quanto ci viene dato dal pulviscolo dei pixel elettronici. Come ho detto presentandolo a Modena, attraverso di lui i grandi insegnamenti del divisionismo di Seurat e delle perfette campiture di Gauguin si sono ricongiunti, dandoci un prodotto mirabile per intensità, forza, luminosità, un insuperabile viatico per il cammino che ci attende. Caro Salvo, sarai sempre con noi.

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Letteratura

Vassalli, una raccolta di stereotipi

Invece, come ben sanno i pochi lettori di queste mie noterelle, non ho certo pianto per la morte di Sebastiano Vassalli, se non per il dovuto omaggio che dobbiamo pur rendere ad ogni membro del consorzio umano quando se ne va. Il suo postumo “Io, Partenope” mi conferma nella poca stima che gli ho sempre tributato, per lo meno dal momento in cui ha fatto la svolta, rivolgendosi anche lui, come Salvo, al passato, ma senza avere la forza di rinnovare l’approccio, e anzi facendosi prigioniero di tutti gli stereotipi. Altro che cantore dei destini nazionali, egli ci si mostra tutt’al più degno di stendere una seppur brillante e smaliziata guida turistica per chi voglia conoscere in breve vizi e virtù della Penisola. Questa sua acquiescenza al già detto e fatto gli ha procurato la supina adesione di un vasto pubblico, comprensivo di una certa intellettualità che pure dovrebbe far aprire gli occhi agli impreparati e aiutarli a evitare i facili tranelli, ma questa funzione salutare non può certo venire da chi regge le sorti del Campiello, il peggiore tra i nostri premi letterari, quello che riesce sempre a fare lo sgambetto a chi entra nella cinquina finale con tutti i giusti crismi, come quest’anno era il caso di Antonio Scurati, con un’opera senza dubbio problematica ma vitale, si vada a leggere quanto ne ho scritto due settimane fa. Neanche a dirlo, questo Premio super-popolare e conformista al massimo si è affrettato a dare un riconoscimento all’illustre estinto.
Ma veniamo ora all’ultimo prodotto di Vassalli, che ha come protagonista tale Giulia Di Marco. L’autore ci dice che si tratterebbe di un personaggio reale, storico, vissuto tra Napoli e Roma sul finire del Cinquecento e nella prima metà del Seicento. Ma ho già insistito, proprio parlando di Scurati e anche di Maggiani, sul rapporto tra il vero storico e il verosimile della creazione romanzesca, cui Vassalli in definitiva si vuole attenere, e dunque lasciamo perdere l’esistenza reale di questa figura, ammesso che ci sia, stiamo a come ci si presenta in queste pagine attraverso il trattamento narrativo. Che appunto passa da uno stereotipo all’ altro. Primo tempo, qui Vassalli prende a modello i grandi esempi di Defoe, basti pensare a Moll Flanders o a Lady Roxana, per darci scene ripetitive di pauperismo. La Di Marco nasce a Sepino, in Molise, e beninteso è afflitta da tutte le possibili disgrazie previste in questo copione, che presso Defoe, o anche Dickens, o anche i nostri Veristi, ha del sublime ed eroico, mentre venendo a Vassalli è solo sciatta ripetizione. Naturalmente il padre scompare, la madre la maltratta e infine la vende a un mercante, che se la prende, nonostante forse non sia neppure sviluppata, come compagna di letto e domestica, finché non crepa, e allora questo misero giocattolo passa nelle mani di una sorella di lui, che la porta a Napoli. Qui un salto del tutto inverosimile, ovvero l’aggancio a qualche altro stereotipo, La Di Marco ha un’incredibile crescita su se stessa, l’abbiamo lasciata come misera giovane che si aggira per le vie di Napoli, preda di un bellimbusto che la mette incinta, obbligandola ad abbandonare il neonato alla ruota degli orfanelli, Defoe e Dickens appunto insegnano. Ma ecco che all’improvviso da questo “poco di buono”, destinata a frequentare i quartieri riservati alle prostitute (da bravo compilatore di guide turistiche Vassalli qualche utile notizia folclorica ce la dà, apprendiamo per esempio che le povere prostitute napoletane dovevano indossare delle mantelline gialle per rendere manifesto il loro status). Ma lungi da noi quelle miserie, perché Giulia, davvero per miracolo, diviene invece una monaca, ben presto avvolta da grande fama e posta al centro di una comunità mistica, apprezzata perché sa procurare ai propri adepti delle forme di estasi. Naturalmente queste pratiche suscitano la diffidenza della Chiesa ufficiale, e potremmo chiosare che quei sospetti appaiono addirittura legittimi, ma è ora di cambiare stereotipi, Vassalli ha a disposizione tutti i centoni dei nostri romanzieri storici dell’Ottocento, Guerrazzi e compagni, che hanno inzuppato il loro biscotto negli orrori della Sacra Inquisizione, cui Suor Partenope, come era stata denominata all’ombra del Vesuvio, viene sottoposta in qualche lurida cella romana. Si sa che queste narrazioni titillano i sensi pruriginosi del lettore con la loro miscela di sadismo e di erotismo. Infatti gli inquisitori, basti pensare al dramma di Beatrice Cenci, ci sapevano fare nei due aspetti, torcendo le membra dei poveri sottoposti, e, se donne, infliggendo loro penetrazioni e stupri a tutto spiano. Qui di nuovo la nostra Giulia avrebbe potuto e dovuto languire per sempre, scomparire nelle segrete di qualche monastero, ma l’autore, bramoso di rasentare qualche altro stereotipo, e anche di prolungare il romanzo di un numero sufficiente di pagine, infila un’altra possibilità, ricordandosi più che mai di essere il compilatore di una guida alle glorie dell’Urbe. Attraverso affrettati e improbabili passaggi Suor Partenope giunge ad avere dei rapporti addirittura con Gian Lorenzo Bernini, di cui quindi ci viene servito un ritratto, tra storia e leggenda, dominato dalla donna fatale, Costanza Bonarelli, amata a lungo dal grande scultore, e da lui effigiata in un ritratto, quello sì, di meravigliosa verosimiglianza. Poi, con passo del tutto temerario e ingiustificato, si viene a dire che il grande Bernini si sarebbe ispirato addirittura alla nostra monaca nel concepire il ritratto di Santa Teresa di Avila. Tanto, nessuno si prenderà mai la pena di andare a verificare se questa callida iunctura è possibile o no. Alla fine, il lettore dovrebbe ricavare da tutto ciò un volto conclusivo e riassuntivo delle due città, ma ovviamente per quanto riguarda Roma, ne viene fuori una retrospezione di mafia capitale, o magari dei funerali di Casamonica. Chi non vuole pensare, chi non ama scontrarsi con la rugosa e incerta realtà, è servito, riceve immagini conformi, come già se le era costituite per conto suo. Per dirla con Pirandello, tutto per bene, ma non è una cosa seria.
Sebastiano Vassalli, Io, Partenope, Rizzoli, pp. 282, euro 19.

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Attualità

Domenicale 13-9-2015

Nei giorni scorsi sul patrio suolo hanno imperversato i gufi, gli esterofili, sempre pronti a lodare quanto si fa altrove e a dare addosso a Renzi e compagni, uno stile in cui l’apripista è sempre Marco Travaglio, col suo mento aguzzo e la lingua biforcuta pronta a insinuare dubbi. Dunque, ora è di moda lodare la Merkel, contro cui fino a ieri si inveiva, e ce ne era giusta ragione ricordando come inflessibilmente aveva respinto in dialogo diretto la volontà di accoglimento manifestata da una giovane palestinese, pur in perfetto possesso della lingua tedesca. Ma i pentimenti sono i benvenuti, e dunque ora si deve ammettere che la Merkel, e con lei l’intero governo tedesco, trascinandosi dietro pure quello austriaco, si sono ampiamente redenti andando oltre le più rosee speranze. Ma non per questo è lecito darsi a sottovalutare quanto in merito all’accoglienza dei migranti ha fatto e sta facendo il nostro Paese. Fra l’altro, con rapida dimenticanza dei problemi e celere passaggio a nuovi scenari, si sta mettendo quasi tra parentesi la differenza tra una migrazione che si compie via terra, attraverso la Turchia, puntando direttamente sull’Ungheria, ma per mirare alla Germania , e invece quella che continua ad essere affidata al boat people. La prima, diciamolo pure, si svolge in modi più sicuri, con minor tributo di vittime, e soprattutto si muove lungo un asse che mira direttamente al cuore del sistema europeo. Non si capisce perché l’Ungheria si affatichi in modo così perverso e osceno a drizzare barriere, muri, ostacoli, quando la marea dei migranti non intende certo fermarsi in quel paese, ma lo prende solo come luogo di transito, e dunque, invece di bloccare quello sciame di poveri fuggitivi, sarebbe il caso di renderne più rapido e fluido il passaggio, visto che le mete finali sono disposte ad accettarli.
Ben diverso invece è il problema di chi si affida a barche disastrate, il più delle volte destinate al naufragio, con pesante seguito di annegamenti, e oltretutto per giungere in luoghi decentrati, sulle nostre isole scarse di risorse, trovandosi lontanissimi dal centro Europa. E dunque, difficoltà enormi a tutti i livelli, sia nel salvataggio dei naufraghi, sia nell’accoglienza da riservare in luoghi marginali, il che ovviamente va ripetuto anche per le isole greche. Riconosciamo dunque che a noi questo dramma epocale si presenta in termini assai più rischiosi, con le varie questioni annesse su cui ho già insistito. Ovvero, mentre può essere delittuoso fermare l’esodo via terra, non è possibile lasciar continuare la trasmigrazione per via marina, visto che questa comporta una ingente percentuale di morti.
Ma c’è una questione generale cui nessuno risponde, neppure la Merkel, oppure le si dà una risposta inadeguata e non funzionale. In linea di massima, Merkel dixit, dovremmo discriminare chi fugge da guerre, ovvero siriani, iracheni eccetera, da chi invece si lascia alle spalle miseria, carestia, assenza di lavoro. La Merkel appunto ora ci accusa di non condurre una simile cernita, e subito nostri gufi le fanno eco, tanto per dare addosso a Renzi, chissà che a forza di darci non si riesca davvero a mandarlo via. Ma, punto primo, riesce difficile condurre questa cernita, la risposta è chi dovrebbe esserle soggetto non vi si presta, dichiara di aver perso i documenti o li nasconde. E poi, soprattutto, ammesso che sia possibile condurre una simile distinzione, dove e come si rispediscono i non aventi diritto all’accoglimento? Questo l’enorme interrogativo cui non tenta d rispondere nessuno dei pensosi inrelocutori, sempe gli stessi, dei talk show che aduggiano le nostre serate televisive. Tanto vale rassegnarci e prepararci ad accoglierli tutti, ma per questo bisognerà pure mettere un freno alle fughe via mare, soprattutto per la loro intrinseca pericolosità.

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Arte

Una Grande Madre sfuggente

E’ alquanto misteriosa la ragione che ha portato la Fondazione Trussardi a concepire la mostra attualmente visibile al Palazzo Reale di Milano sulla “Grande Madre”, affidandone la cura a Massimiliano Gioni, che si conferma come il nostro miglior curatore dell’ultima generazione, però vorrei che le sue indubbie qualità non si cimentassero a vuoto, a ordire splendide ma inutili mongolfiere, come non ho mancato di rinfacciare alla sua Biennale di Venezia di due anni fa. Meglio che le sue doti, come è già avvenuto sempre al servizio Trussardi, si dedichino a presentarci, in siti opportuni, certi eccellenti protagonisti dei lavori in corso, come fu una bellissima rassegna dedicata alla coppia svizzera Fischli e Weiss, o all’artista “parlante” Tino Seghal. Speriamo anche che al timone del newyorkese New Museum, ottimamente inseritosi tra le maggiori attrazioni della Grande Mela, Gioni sappia andare a scovare autentici nuovi talenti, magari non lesinando un utile lancio a favore di qualcuno dei nostri poveri giovani, in genere negletti, a cominciare proprio dai curatori di casa. Tornando invece alla pur maestosa rassegna in visione al Palazzo Reale, un punto a suo favore è che non cerchi di legittimarsi con un riferimento a Expo. Vedremo, nel prossimo domenicale, che a questo smunto pretesto si lega perfino un’apparizione, sempre in Palazzo Reale, del nostro pictor maximus, Giotto. Sicché, in definitiva, a trarre una piena giustificazione dalla vicinanza con Expo restano solo gli “Arts and Foods” di Germano Celant, come a suo tempo ho riconosciuto.
La presente rassegna, tutt’al più, potrebbe giustificarsi come un remake, più di un trentennio dopo, della famosa “Altra metà dell’avanguardia” realizzata da Lea Vergine, sempre a Milano, nel 1982, giustamente richiamata in servizio con tutti gli onori in questa occasione. Con la differenza che allora la presenza femminile era davvero minoritaria, anche nel quadro dei movimenti di punta, e dunque, poteva apparire conveniente concedere alle donne artiste un agone separato onde non apparire schiacciate dalla prepotente presenza dei colleghi dell’altro sesso. Oggi quella causa risulta largamente vinta, le artiste sono quasi alla pari, nel numero e nella notorietà, rispetto ai colleghi, e dunque anche per questo verso concedere loro una pista privilegiata non risulta più necessario. Quanto alla maternità, questo, anche in mostra, il più delle volte risulta un valore aggiunto, quasi occasionale. Perfino l’immagine posta nella copertina del catalogo conferma questo tradimento involontario, che però sarebbe da evitare con attenzione. Ho già detto quanto sia apparso improprio che la grande mostra dedicata a Leonardo, sempre in Palazzo Reale, inalberasse un’opera di non sicura attribuzione al maestro di Vinci “La belle Ferronnière”. Qui c’è un ritratto acqua e sapone che l’inglese Gillian Wearing ha dedicato alla madre, ma in questa giovane del tutto anonima la maternità si apprende solo da una didascalia, altrimenti l’apparizione, volutamente grigia e anonima come sono in genere le immagini della Wearing, potrebbe essere di una donna che nella sua intera vita non ha mai sperimentato la maternità, di cui non c’è alcuna traccia evidente. E così via, abbiamo sale o pareti dedicate a donne artiste celebri nella storia, o nell’attualità, e beninteso le si vedono con pieno gradimento. Ecco Benedetta, la geniale moglie del grande Marinetti, e davvero buona madre delle sue figlie, ma questo dato anagrafico per fortuna non trova riscontri diretti nell’ sua opera. Accanto a lei, compare con foto di repertorio la danzatrice Giannina Censi, ma ovviamente le ardite coreografie qui documentate furono rese possibili proprio perché effettuate tenendosi ben lontana dagli incomodi della prole. E così via, avanzano a passo marziale come in una parata tutti i bei nomi dell’olimpo al femminile, oltre che del Futurismo dei successivi Dadaismo e Surrealismo. Qualche volta vengono pure convocati i compagni, mariti, amanti, ma con evidente impaccio, obbligati a toccare il tema affidandolo a industriosi robot, a macchine che, beninteso, si pongono l’obbligo di essere celibi, cioè di negare proprio lo sbocco procreativo. Ma si sa che esiste la teologia negativa, anche chi bestemmia afferma la presenza della divinità, e dunque non ci meraviglieremo che Gioni sfrutti questa arma, per stare nel tema attraverso opere che lo negano. Poi, di citazione in citazione condotta sul filo della storia, si sfocia nel panorama attuale, in cui il nostro curatore si trova a suo completo agio, si ammirano presenze, qualche volta anche molto nutrite, di tutti i nomi di successo che oggi hanno portato ad alti livelli appunto la partecipazione femminile, con delle vere “chicche”, come una antologia di disegni in cui la grande performer Valie Export ha fissato delle scalette o degli abbozzi delle sue successive esecuzioni corporali. Ottime le sale dedicate a Louise Bourgeois, a Annette Messager, o la proiezione nel soffitto di un video di Pipilotti Rist, che però sappiamo bene essere portata a respingere con rigore un possibile sbocco genitale della sessualità. C’è chi, come Linda Benglis, rappresenta nel segno dello humour o della provocazione il fenomeno che è proprio, come vuole la teologia negativa, la negazione della maternità, cioè l’”invidia del pene”. Infatti l’artista statunitense brandisce con orgoglio, o derisione, o manifesta volontà di scandalo, un enorme pene. E tante altre sono le variazioni più o meno centrate sul motivo. Ma se si facesse un referendum forse molte di queste protagoniste respingerebbero con sdegno l’assunto della mostra, rivendicando il diritto della donna di sentirsi affrancata da un legame troppo stretto col parto e l’allattamento e tutte le relative conseguenze.
La Grande Madre, a cura di Massimiliano Gioni, Milano, Palazzo Reale, fino al 15 novembre. Cat. Skira.

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