Arte

Una mostra raccomandabile

Confesso che intendevo evitare una visita della mostra dal titolo assurdo di “Una dolce vita?”, al Palaexpo di Roma, temendo di imbattermi in qualcosa di più o meno sociologico attorno agli anni postbelllici di Via Veneto di felliniana memoria, ma, andato sul posto, con grande sorpresa vi ho trovato una esauriente risposta al vero tema indicato nel sottotitolo, “Dal Liberty al design italiano 1900-1940”, perfetta sintesi di quei decenni di gloria, con eccellente correlazione tra le opere di pittura e scultura e quelle uscite da arredatori, procedendo dal Liberty, come annuncia il sottotitolo, su su fino al Razionalismo anni Trenta. Da notare che sono stati anni segnati da tragedie quali la guerra mondiale, i disordini sociali ad essa seguiti e infine l’imporsi della dettatura fascista, anni dunque da dirsi altro che dolci, bensì amarissimi. Eppure, nonostante tanti drammi, il nostro Paese in quel plesso cronologico è stato creativo, e dunque, semmai, questa mostra era da intitolare al “Made in Italy” e da spedire a Milano, dove avrebbe fatto da degna cornice dell’Expo più di quanto gli organizzatori locali si siano affannati ad accumulare, con gli esiti incerti di cui ho fatto cronaca su queste mie pagine clandestine. Assai curiose poi e perfino misteriose sono le vie attraverso cui questa perfetta sintesi si è costituita. Sembra che dall’esterno noi non ci affrettiamo solo a chiedere in prestito capolavori altrui da Musei in pausa temporanea, ma anche quanto ci riguarda. Infatti questa mostra è stata concepita da Guy Cogeval, quando era direttore del Musée des Beaux Arts a Montréal, Canada, prima di divenire presidente del parigino d’Orsay, e bisogna anche riconoscere che aveva dato al tutto un titolo assai più rispondente, “Modo italiano”. Approdando a Roma, la rassegna ha avuto qualche opportuno angelo tutore, tra cui Paola Maino, perfetta conoscitrice del Liberty di casa nostra. Di cui compaiono capolavori perfino poco visti, come gli arredi flessi e snodati di Carlo Bugatti, messi a efficace confronto con le impennate angeliche di Gaetano Previati o con le figure sbisciolate, nei manifesti, di Leonardo Bistolfi. Infatti tra i pregi della mostra sta anche il fatto che pittori e scultori vengono qui convocati non in nome di loro generiche prestazioni a tutti note, ma con pezzi che consuonano con gli oggetti di arredo, in un ben lubrificato connubio. Pittori anche altissimi come Boccioni e con lui i compagni di ventura del consorzio milanese non compaiono, per i ben scarsi contributi da loro recati alle arti applicate, mentre, come è giusto, un vasto spazio viene assegnato a Balla, il vero dominatore della seconda fase del Futurismo, con accanto il fedele e competitivo scudiero che ebbe in Fortunato Depero, e ci sono pure tanti altri eccellenti comprimari, che a dire il vero da tempo abbiamo tratto dai depositi, quali Prampolini, Dottori, Diulgheroff, Evola, ecc: Ma tornando indietro, trovano il giusto posto altre figure, magari penalizzate proprio perché allora non si presentarono con volti “tutti d’un pezzo”, ma apparvero alquanto compromesse tra una purezza di esiti artistici e invece la mescolanza con avventurosi esiti “applicati”. Caso supremo, in tal senso, quello di Duilio Cambellotti, che meriterebbe un’ ampia retrospettiva a tutto tondo, più di quanto non si sia fatto fino ad oggi, nei suoi geniali andirivieni tra esiti grafici e incursioni nel campo del mobilio e in altre manifestazioni decorative. Giusto poi che Vittorio Zecchin sia lasciato libero di incantarci coi suoi scintillanti mosaici, e che Felice Casorati possa dispiegare il suo tripudio ornamentale, prima di castigarsi nella assorta immobilità della Metafisica, andando a ritrovarvi l’assoluta eccellenza dei Dioscuri, ferocemente congiunti e antitetici, Giorgio De Chirico e Alberto Savinio. La nostra magnifica carovana passa per tutti questi traguardi di piena riuscita e procede con passo fermo. Giunge l’ora dell’Art Déco, che ha un protagonista insuperabile in Gio Ponti e nelle sue porcellane concepite per la Richard Ginori, ma poi è capace di saltar fuori dalla casella narcotizzante del “ritorno al classico” per raddrizzare le curve e divenire pronubo del design moderno. Anche altri sostano in quella tappa, restii ad abbandonarla, e sono gli ormai pienamente riscattati membri del gruppo Novecento, da Sironi a Oppi a Funi, accompagnati anche dal maggiore dei nostri scultori, Arturo Martini, capace di plusvalenze, di gloriosi transiti per tante stazioni sempre illuminate dal suo talento. Lo spirito della Metafisica o del richiamo all’ordine in seguito si imborghesisce, accetta un bagno nella prosaicità per merito di Antonio Donghi, cui giustamente nella mostra viene dato un rilievo assoluto, fino ad assegnargli l’immagine in copertina, con quel giocoliere che sa tenere in magica sospensione un cilindro sostenuto da una bacchetta. E’ lo stesso magico equilibrio che sottende l’ultima accoppiata di questo percorso dialettico, la diarchia tra i “monumentalisti” anni Trenta, guidati da Marcello Piacentini, e invece i cultori di “Astrazione e Razionalismo”, titolo dell’ultima sezione, dove ancora una volta i pittori, Soldati, Rho, Radice, risultano del tutto affiatati con i loro colleghi architetti e designers, quando finalmente questo termine si può usare, da Terragni a Pagano a Albini a Scarpa. E c’è pure uno scatto in avanti, fino ai nostri giorni, in cui spunta l’alba del postmoderno per merito della iridata “Poltrona di Proust” concepita da Alessandro Mendini.
Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano 1900-1940, a cura di G. Cogeval, B. Avanzi, L. de Guttry, M.P. Maino. Roma, Palaexpo, fino al 17 gennaio, cat. Skira.

Pin It
Standard
Letteratura

Suburra, un film ben riuscito

Ancora una volta mi valgo dell’affinità tra il cinema e la narrativa, cui mi richiamo sulla scorta di un padrino di assoluta autorevolezza quale Aristotele, che nella sua Poetica ha avuto il coraggio di trattare in modo unitario due generi in apparenza distanti quali l’epica e il teatro, ma uniti dall’avere in comune la trama. Forte di questa possibile connessione, sono intervenuto lodando la triade di film che abbiamo portato a Cannes, soprattutto insistendo sull’eccellenza di taluni attori, del tutto degni di riportare il palmarès. Poi ho pure lodato l’ultimo film di Bellocchio, “Sangue del mio sangue”, anche in questo caso insistendo sull’eccellenza del protagonista Herlitzka. Ora mi sento di dire bene di “Suburra” di Stefano Sollima, buon lavoro seppure sulla scia della lezione di Tarantino, da questo regista già ampiamente sfruttata nei serial televisivi da lui realizzati, “Romanzo criminale” e “Gomorra”. Forse lo si può considerare come un erede dello “spaghetti western”, seppure rivolto ad altra materia, ma con la stessa prontezza di riflessi, e senza dubbio col rischio di cadere in facili manierismi. Ma ancora una volta viene prima di tutto la bravura degli attori, nell’illustrarla trovo anche la possibilità di percorrere la trama di questo fosco dramma. Sappiamo già quanto sia bravo Pierfrancesco Favino, qui magnifico nella parte, oggi così di attualità, del parlamentare corrotto, pronto ad ogni trasformismo, in questo caso a battersi per fare di Ostia una Las Vegas nostrana, agendo su colleghi corruttibili come lui per ottenere leggine ad hoc, in vista di uno scambio di favori. Di grande efficacia sono le scene girate davvero nelle pompose aule del Parlamento o nel locali adiacente. Da figura rotta ad ogni vizio Favino, nel ruolo di Filippo Malgradi, alterna la corruzione sul piano politico a quella in ambito privato concedendosi notti di vizio estremo, convocando in una sontuosa stanza d’albergo ben due prostitute d’alto bordo, con cui mescola i piaceri di un sesso estremo a quelli della droga. Solo che una delle due avvenenti ragazze squillo muore sul colpo. Ma, quasi imperturbabile, il nostro onorevole lascia che sia la compagna occasionale a sbarazzarsi del cadavere, facendo ricorso a un giovane malavitoso, fratello di una sorta di padrino massiccio e ingombrante. Qui c’è un piccolo mistero, dato che quest’ultima figura sembra la copia conforme del boss del famigerato clan dei Casamonica, ma come ha fatto Sollima a impadronirsi in così poco tempo di un personaggio, e soprattutto di uno sfondo di malaffare quale ci è stato rivelato, con generale stupore, dal famoso funerale? Il regista è straordinario nell’efficacia con cui ci fa entrare in quell’ambiente di una malavita grossolana, vera corte dei miracoli in preda al massimo disordine, a sporcizia, al tumulto di madri e figli gesticolanti all’impazzata. A contrasto con questo padrino grossolano e impastato di fango il regista pone un eccellente Claudio Amendola, detto Samurai, che invece procede con i guanti di velluto, tremendo nella sua crudeltà, ma pur sempre attento a salvare le buone maniere, quali si convengono a chi tratta con i più elevati rappresentanti della società. Se si vuole, il film segue lo schema della catena consequenziale delle tappe, ognuna delle quali innesca la successiva. Naturalmente non si tratta certo di una “chaine du bonheur”, ma al contrario dell’orrore e delle morti a ripetizione. Quel piccolo malvivente che libera l’onorevole dall’ingombro del cadavere della prostituta morta di overdose, come è prevedibile, tenta di ricattarlo, ma sbaglia la mossa, dato che Favino-Malgradi ha le spalle protette, e fa subito intervenire il padrino Amendola-Samurai. Il quale a sua volta ricorre a un esecutore spietato, e nello stesso tempo socio d’affari, in quanto, abitante a Ostia, sarebbe tra i migliori profittatori dell’innalzamento della spiaggia casalinga fino a divenire una capitale dei divertimenti. C’è dunque una serie di uccisioni a catena, il delinquente di Ostia uccide il ragazzino che minaccia l’onorevole, il quale però è il fratello del malavitoso concepito nello stile dei Casamonica, e dunque quest’ultimo dichiara tremenda vendetta contro l’Ostiense. Le cose si complicano, ma inutile qui voler dipanare l’arruffata matassa che procede con sparatorie, eccidi, colpi di scena sempre sopra le righe, ricalcati da scene newyorkesi che non si addicono allo sfondo di Roma capitale, in ciò sta l’aspetto caricato all’estremo e cupamente barocco cui senza dubbio Sollima si abbandona, per seguire il modello alla Tarentino. Vale la pena di menzionare i tocchi residui di umanità di cui danno prova questi feroci attori di un teatro dei pupi in versione sanguinosa. L’onorevole Malgradi, rincasando da una notte di crapula, accarezza con tenerezza il figlioletto che dorme pacifico nel letto. Il boss brutale è pur sempre mosso da uno schietto amore per il fratello maldestro, così da volerlo vendicare ad ogni costo. Infine il padrino feroce ma in panni morbidi, Amendola-Samurai, prima di cadere a sua volta sotto i colpi di una ritorsione spietata ha un momento di tenerezza nei confronti della vecchia madre che gli fa mangiare una forchettata di torta, trepidando per lui e intuendone la sorte minacciata. Il nero insomma è intervallato da brevi oasi di luce.

Pin It
Standard
Attualità

Contro l’assoluzione di Erri De Luca

Protesto, con tutta la forza di cui può essere capace questo mio mezzo semiclandestino, contro l’assoluzione che ha scagionato di recente Erri De Luca. Tanto per cominciare, l’ho sempre considerato un cattivo narratore, succube di una napoletudine non rinnovata ma tributaria di vecchi miti e convenzioni, per questo aspetto lontana dai prodotti confezionati in base a canoni più efficaci da autori quali Lanzetta e Ferrandino. Ma venendo al piano giuridico, quella di De Luca avverso all’alta velocità in Val di Susa non è stata l’estrinsecazione di un’opinione, ovviamente sia lui come chiunque altro sarebbe libero di insistere, fatti, dati o altro alla mano, che una certa operazione è nociva e improduttiva. De Luca ha fatto ben altro, ha istigato interventi violenti contro delibere prese a livello ufficiale da nostri organi nazionali, e trovo addirittura caricaturale, blasfemo, che lui si richiami al diritto di resistenza sull’esempio di Gandhi e di Mandela. Quegli alti personaggi invitavano alla rivolta contro forme di colonialismo repressivo e spietato, e in quel caso ogni reazione era più che legittima, mentre il Nostro, vittima di una sbornia narcisista, si arroga il diritto di predicare atti di violenza contro provvedimenti ufficiali. Ci stava bene pertanto una condanna, seppure con la condizionale.
Tra altri fatti del giorno, mi sento di inserire un nuovo commento rispetto alle delibere della Consulta. In quel consesso qualcuno vuole male a Renzi, ovvero appartiene alla categoria dei “gufi”, a cominciare dal presidente di quell’organo, che non pare proprio essere stato al di sopra delle parti quando ha compromesso il bilancio dello stato imponendo la corresponsione totale degli adeguamenti pensionistici per gli impiegati statali. Ora mi sembra palese che la legge Severino provoca una discriminazione tra i nostri cittadini, per il fatto che agli amministratori di enti locali basta una condanna di primo grado per essere esonerati dai loro uffici, mentre per applicare quel medesimo provvedimento ai membri del parlamento bisogna attendere una condanna definitiva, giunta al terzo grado dell’iter processuale. Come si giustifica questa imparità di trattamento? Come si sa, la cosa non colpisce più il sindaco di Napoli De Magistris, in quanto uscito prosciolto al secondo grado processuale, mentre minaccia il De Luca presidente della Regione Campania su cui Renzi, magari obtorto collo, ha puntato, e infatti i soliti gufi, con la Bindi in testa, sono pronti a gioire nel vedere confermata questa pronuncia, benché discriminatoria, della Consulta.
Infine, qualche commento va pure rivolto all’untuoso e conformista ossequio che la stampa rivolge al papa Francesco, sull’aria di “santo subito”, come già si faceva a maggior ragione nel caso di papa Wojtyla. Alludo alla fuga di notizie di cui si è reso responsabile il cartello di quotidiani Nazione-Carlino-Giorno. E’ difficile che al di sotto di tale annuncio non ci sia un fondo di verità, del resto coincidente con una dichiarazione emessa qualche tempo fa proprio dal Papa, che la sua presenza sul soglio pontificio non sarebbe durata a lungo, nel che starebbe anche l’unica giustificazione all’aver voluto indire il giubileo, in un momento così disastroso per la vita di Roma. Assai dubbia appare la spiegazione dietrologia, che l’insinuazione di una sua malattia sarebbe una bieca manovra dei vescovi partecipanti al Sinodo e ostili alla sua catechesi troppo generosa nei confronti delle famiglie in crisi. Ma poi esiste davvero questa sua apertura, o lo è solo di facciata? Possibile che, nella concezione assolutistica e gerarchica propria della Chiesa di Roma, Francesco non abbia nessun impatto sulla CEI, sui vescovi nostrani, i quali si sono dichiarati, non contro il matrimonio tra partner omosessuali, il che sarebbe del tutto rispondente all’insegnamento della Chiesa, ma perfino contro la concessione della parità di diritti legali? Un brutto gesto avverso alla tolleranza e al rispetto dei problemi umani. Inoltre, se dietro le notizie di problemi di salute del Papa, non c’è proprio nulla, perché non sporgere querela contro chi le ha emesse? Se invece ci fosse qualcosa di vero, è mai possibile che gli organi del Vaticano si producano in menzogne, anche se mosse da una qualche ragion si stato? E non sta in ciò una ulteriore pericolosa differenza tra gli organi chiesastici e quelli degli stati laici, i quali sono tenuti a fare chiarezza sullo stato di salute dei loro leader?

Pin It
Standard
Letteratura

Veltroni, dialogo col padre

In genere è lecito e giustificato nutrire sospetti verso personalità che abbiano raggiunto un notevole livello di successo in vari settori, politica, economia, spettacolo, sport, quando decidono di aggiungere ai solidi titoli già conseguiti la palma di abili narratori, alla ricerca di un nutrito consenso di pubblico. C’è il sospetto che si siano valsi di abili ghost writers cui si siano limitati a offrire i dati materiali, e in presenza di eventuali recensioni positive si teme che siano il frutto di sordidi e inconfessati interessi, di chi si vuole ingraziare il potente o evitarne eventuali e temibili ritorsioni. Questo, per me, non è mai stato il caso di Walter Veltroni, di cui, anzi, ho recensito con pieno consenso, su “Tuttolibri”, prima di esserne stato rottamato in un modo “che ancor m’offende”, i due prodotti di Veltroni di più spiccata natura narrativa, “La scoperta dell’alba” del 2006 e “Noi” del 2009. Ora ho letto d’un fiato il recente “Ciao”, che mi ha permesso di distogliermi dalla lettura dell’ultimo, faticoso, greve prodotto di Claudio Magris, che mi ha dato l’impressione di affrontare un muro di granito scavandolo con le unghie. La scrittura del leader politico invece è accogliente, confortante, magari col rischio opposto di esserlo troppo. Inoltre questa volta c’è, da parte sua, un qualche mutamento di pedale, ovvero ci troviamo di fronte a un’opera scorrente su un doppio binario, al modo di quanto osservavo poco tempo fa a proposito di Scurati e del suo “Tempo migliore della nostra vita”, che intrecciava una componente storica, una biografia puntualmente ricostruita di Leone Ginzburg, associandola, per affinità o contrasto, con gli eventi oscuri della sua famiglia. A quel modo, il “vero” della storia documentabile si incrocia col “verosimile” di una autonarrazione, nei cui confronti non c’è alcun obbligo di andarne a controllare l’esattezza, al contrario, ci si deve lasciar trasportare dalle tipiche virtù della creazione romanzesca, da giudicare coi canoni che le convengono. Ovvero, se si vuole ricorrere a una formula dotta, siamo in presenza della manzoniana opera “mista di storia e d’invenzione”.
In “Ciao” per un verso Veltroni dedica al padre Vittorio, scomparso nel 1956, a soli 38 anni d’età, l’omaggio di una biografia, si deve supporre ben istruita e conforme, a giudicare dalle testimonianze inserite e citate fedelmente di grandi protagonisti del mondo del giornalismo e soprattutto della RAI di quegli anni. Tra i titoli di merito del padre che il figlio puntualmente menziona, in questa fase da accurato biografo, c’è anche quella di aver consigliato a Michele Buongiorno di non rientrare negli USA, dopo i primi passi presso di noi, ma anzi di inalberare orgogliosamente il nome di battagli, Mike, che poi lo ha reso famoso. Tanti altri sono i meriti che vengono attribuiti al personaggio precocemente scomparso, e non c’è ragione di dubitare della imparzialità dell’uomo politico e testimone dei nostri tempi, non pare che l’affetto filiale abbia fatto velo. Ma su questa dimensione pubblica si inserisce la sfera degli affetti privati, quella che vale in sede di valutazione narrativa, e mi sembra che essa funzioni bene, strappandoci commozione, consenso, partecipazione- Da un piano molto terreno si passa a uno sospeso a mezz’aria, quando un Veltroni già avanzato negli anni, e rincasando dopo una giornata di normali angustie e affanni, si sente interpellato dal fantasma del padre, che con tono sommesso lo sorprende alle spalle e intavola un dialogo con lui. Il trasportare la trama a simili livelli sospesi, magico-surreali, non è una novità, da parte del Nostro. Nel già ricordato “La scoperta dell’alba” il protagonista, già pervenuto all’età matura, finge di stabilire un collegamento telefonico con una sua incarnazione infantile. Diciamo insomma che Veltroni ci sa fare, con mano delicata, nell’affrontare un clima del genere, di sapore da dirsi pascoliano, allo stesso modo in cui “Zvanì” parla con i suoi morti, ridà loro una consistenza, seppur diafana e trasparente. Il tutto è dominato dalla circostanza di un figlio che dialoga col padre ma quando si trova ad essere più anziano di lui, mentre l’altro confessa di aver sentito come una colpa, di cui si vuole scusare, l’esser morto tanto presto, senza quasi conoscere il figlio ultimo nato, e appena un po’ di più il primogenito Valerio. Entrambi poi riversano il comune affetto nel ricostruire il ruolo sostitutivo esercitato dalla vedova e madre. I due modi di procedere si fiancheggiano e alternano con sapienza, con abile montaggio, che non permette alla ricostruzione documentaria di cadere nel tedioso o nell’encomiastico, mentre il privato non si abbandona in eccesso alle lacrime della nostalgia.
Walter Veltroni, “Ciao”. Rizzoli, pp. 248, euro 18,50

Pin It
Standard
Arte

Un consiglio al MAST: più posmoderno, per favore

Elisabetta Seragnoli è una abile e fortunata imprenditrice industriale di Bologna e dintorni che generosamente dedica una parte del surplus delle sue entrate ad opere di mecenatismo. In tale suo ruolo non le è mancato di recente un riconoscimento con visita da parte del nostro premier Matteo Renzi. Le sue iniziative benefiche si rivolgono al settore ospedaliero, ma non mancano di riguardare anche le arti, nel cui ambito ha voluto la costruzione di una Manifattura Arti Sperimentazione e Tecnologia, il che porta alla sigla MAST, secondo l’attuale brillante strategia di acrostici su cui oggi stesso insiste la “Lettura” del “Corriere”. Di tutto ciò il pubblico bolognese non può che manifestarle gratitudine ed encomio. Però, come si direbbe nel nostro dialetto, “brisa par criticher”, non mi sento di esimermi dal muovere qualche rilievo critico. L’edificio del MAST, affidato allo studio Labics di Roma (anche questo, suppongo, un acronimo), purtroppo risponde alle regole alquanto passate del Movimento moderno, rispetta cioè un’ortodossia alla Gropius e compagni Se fosse stato innalzato negli anni Venti, sarebbe un gioiello di cui Bologna potrebbe menare vanto. Si aggiunga che nello spiazzo esterno, in perfetto coerenza con questa scelta, si agitano le pale meccaniche di uno scultore alquanto estraneo ad ogni nostra tradizione quale Mark di Suvero. Inoltre, la dedica stessa di questo pur prezioso padiglione a celebrare le glorie dell’industria appare anch’essa alquanto demodée, considerato anche che al codice genetico di Bologna è estranea una presenza di imprese di industria pesante, di stampo macroscopico, le si addicono assai di più le imprese di taglio agile, quasi all’insegna del “piccolo è bello”, e di questa agilità e leggerezza, se non sbaglio, il ramo stesso in cui la Seragnoli eccelle è valida dimostrazione. Insomma, nel perseguire un simile pur lodevole progetto sarebbe stato opportuno concedere qualche spazio ai vari “post” del nostro tempo, validi sia per l’architettura che per l’industria.
Ma il MAST prosegue imperterrito nello svolgere la sua ragione istitutiva, ed eccolo infatti mettere in cantiere una Biennale del matrimonio tra la fotografia e l’industria, con l’intenzione, data la ferma fede nella bontà dell’iniziativa, di andare a coinvolgere tutta la città, piazzandovi ben 14 mostre dedicate ad altrettanti protagonisti di valore in questo campo, e collocate in varie sedi di indubbio prestigio nel centro storico. Già qui si dà una qualche ragione di imbarazzo, chi avrà tempo e voglia sufficienti per compiere un pellegrinaggio così fitto e impegnativo? Il bello è che la casa madre, il MAST stesso, presenta il piatto più debole, ospitando non uno dei campioni di alto valore, ma un’antologia dei premiati in edizioni precedenti, con atto di umiltà difficile da spiegare. Ma andiamo dunque a scorrere di fretta le varie presenze, una delle quali, dovuta a una firma nostrana di eccellenza, Gianni Berengo Gardin, forse insinua una sottile e beffarda contestazione dell’intento complessivo. Vi si vede infatti il numero uno della rivolta postmoderna a tutti i rigori e le regole del modernismo, Alessandro Mendini, invitato per l’occasione a indossare una rude tuta da operaio, lui che invece ama le evasioni frivole, concedendosi larghe dosi di kitsch. In genere, diciamo che il tema è valido purché ciascuno di questi fotografi titolati lo superi, prendendo in definitiva a schiaffoni i rigorismi puritani dell’industria pesante.
Ovviamente esulto di gioia quando vedo, nella sede nobile fra tutte della Pinacoteca nazionale, lo statunitense David Lachapelle (1963) che certo, nella sua escursione sistematica di tutti gli spunti della scena quotidiana, non manca di occuparsi anche di scintillanti agglomerati di raffinerie o altro, ma per mutarli in castelli incantati, o in astronavi sul punto di partire per favolosi viaggi nell’etere. Accanto a lui, il cinese Hong Hao (1965), in un’altra sede deputata quale il Mambo, ci offre abili e suadenti operazioni che però con l’industria nulla hanno a che fare, ma piuttosto con l’acribia di un topo di biblioteca che incastra libri, souvenirs e altro, a tappeto, a mosaico, nelle pareti di casa. Il canadese Edward Burtinsky (1955), in una sede sussidiaria ma ancora più nobile della Pinacoteca, Palazzo Pepoli Campogrande, se si vuole, ha qualcosa a che fare con l’industria, ma cogliendola in una fase prioritaria, quando si va a scavare in giacimenti tracciandovi solchi, quasi a significare un’invasione di extraterrestri, per prelevarne materiali che poi, sì, potranno servire per qualche operazione edilizia. Ma ci sono casi in aperta contraddizione con l’assunto industriale, quasi a denunciarne il carattere pretestuoso, per esempio nello statunitense Winston Link, attivo per intero nell’altro secolo, che documenta un villaggio in qualche profondo West, a stento raggiunto dal progresso di una locomotiva, contrastata da un cavallo in primo piano, e il cavallo, non proprio un fondamento del sistema industriale, domina anche in una foto dello spagnolo Pierre Gonnord (1988). E così via, in definiva potremmo siglare l’operazione con un titolo pirandelliano, tutto per bene, ma per favore, ci si tenga a prudente distanza dall’intento industriale, o almeno non lo si consideri esclusivo, e forse anche la palazzina modernista dovrebbe aprirsi a una più larga e spregiudicata perlustrazione dei sentieri della ricerca contemporanea, o postmoderna che dir si voglia.
Biennale di fotografia industriale, Bologna, MAST e altre sedi, fino al 1° novembre.

Pin It
Standard
Attualità

Domenicale 18-10-15

Sono passati pochi giorni dalla grande vittoria di Renzi e della sua squadra relativa alle norme riguardanti la riforma del Senato, eppure su questo evento è sceso il silenzio, anche e soprattutto da parte della squadra dei “gufi” che profetizzavano fatiche indicibili e insormontabili lungo quel cammino, molti anche pregustando la possibile caduta del leader del Pd. Ora immediatamente il fuoco di fila, ovvero l’erezione di ostacoli da superare, si è spostato su altri momenti del lungo e faticoso percorso, per esempio sull’innalzamento da euro 1000 a 3000 della quota spendibile cash. A proposito di tale questione, chiediamoci se una buona volta non sarebbe giunto finalmente il momento che l’Eurogruppo si desse norme similari. Mai possibile che su un simile aspetto, certamente minore ma di grande impatto pratico, ogni Paese addotti criteri diversi? Ci si immagina lo sconcerto di un povero turista che deve fare lo slalom tra regolamenti diversi. Ma ritornando alla positiva conclusione delle trascorse epiche lotte in Senato, la foto che meglio ne documenta l’esito è l’abbraccio avvenuto tra l’ex-presidente Giorgio Napoletano e lMaria Elena Boschi, inflessibile tessitrice dell’operazione. Ricordiamo come il re dei gufi, Eugenio Scalfari, si fosse permesso di contrastare Napolitano quando quest’ultimo, nella sua saggezza, aveva ricordato che l’abolizione del bicameralismo perfetto non era da considerarsi una temeraria mossa di Renzi, ma un provvedimento invocato da lungo tempio, e addirittura clausola di base del momento in cui Napolitano stesso aveva accettato il secondo mandato, allora accolto come salvatore della patria da parte di coloro che di recente, Scalfari insegna, gli si sono rivoltati contro. Tuttavia c’è da notare una nota discrepante, rispetto a questo consolante quadro di armonia finale, si sa che proprio in quel momento di pieno successo l’ex-presidente ha avanzato una pur cauta osservazione che ora sarebbe il caso di ritoccare l’Italicum, le nuove norme di elezione della Camera. E’ un peccato che Napolitano non abbia esternato di più, o forse l’avrà fatto a chi di competenza, ma mi sembra che ancora una volta la Boschi abbia reagito con coerenza, da ferrea sostenitrice di una linea retta. Forse si vuole ritornare a considerare la possibilità di accorpamenti tra diversi partiti o gruppi, con relativo premio aggiunto? Meglio di no, sarebbe di nuovo la premessa a governi che poi non reggono, come è tristemente avvenuto a Prodi nei suoi due mandati. Non per nulla quella norma era stata sostenuta a spada tratta da Berlusconi, che vi vedeva la possibilità di riacchiappare le dissidenze, a cominciare da quella di Alfano e compagni. Mentre sul fronte del Pd nessuna utilità potrebbe venire per questo verso, ormai il divorzio consumato con Sel ed altre formazioni di sinistra appare insuperabile. L’unica possibilità è che, semmai, si abbassino i margini che consentono alle forze minori di entrare in Parlamento, proprio per non costringerle a rifluire in cartelli più vasti. Il Pd non può dimenticare il sostegno, seppure alterno e talvolta incerto, del Ncd, e in definitiva ha tutto l’interesse che anche i dissidenti verdiniani dal ceppo del berlusconismo, se possibile, vadano anch’essi a dama. Ci vuole insomma un quorum non troppo basso, il che porterebbe alla frantumazione delle presenze, ma neppure troppo alto, col rischio di obbligare frazioni dissidenti a rientrare all’ovile che si erano sentiti di abbandonare.

Pin It
Standard
Arte

Torniamo pure all’Impressionismo, ma non a Monet

Annuncio con piacere ai miei pochi lettori che da oggi ricompaio sulle pagine dell’Unità con la mia rubrichetta d’arte, e la cosa dovrebbe essere continuativa, ogni domenica. Non per questo cesserò di alimentare l’arte anche su questo blog, che mi permette di essere più esteso nel discorso, toccando anche corde del privato da cui viceversa in una sede pubblica è opportuno che mi astenga, E proprio nell’intervento odierno ne darò una dimostrazione. Comincio invero con una osservazione di portata pubblica, deplorando ancora una volta la pessima abitudine dei nostri musei di farsi carico delle spese di ristrutturazione dei musei altrui affrettandosi a prenderne le opere quando appunto questi chiudono per rifarsi il look. L’ennesimo caso proviene dagli Impressionisti in libera uscita dal parigino Musée d’Orsay, con le nostre istituzioni pubbliche che si precipitano a prenderne in prestito le spoglie, suppongo a caro prezzo. Magari, conti alla mano, potranno anche dimostrare che tra i costi del prestito e gli incassi dei visitatori, attratti da prodotti facili e scontati, il bilancio alla fine riesce positivo, ma è diseducativo fornire a getto continuo, al nostro pubblico, qualcosa di noto e risaputo che non accresce le conoscenze e sfonda porte aperte.
Purtroppo questo è quanto avviene alla GAM di Torino che dall’Orsay ha preso una nutrita serie di dipinti di Monet, così rubando il mestiere a Marco Goldin, che d’altra parte è un privato e dunque ha il pieno diritto di fare i suoi interessi infischiandosene di una qualche funzione educativa sul pubblico. infatti da anni egli ci propina dosi massicce di Monet e compagni, come facili esche per strappare buoni incassi.
E tuttavia, qualcosa è avvenuto, nel mio privato, che per onestà mi costringe a riaprire il discorso. Infatti da pochi anni, dopo un mezzo secolo di sospensione, ho ripreso i pennelli in mano, accorgendomi, con orrore, preoccupazione, disagio intellettuale, senso di colpa, di fare, con le tempere in tubetto e su spessi fogli Fabriano, una pittura che può ricordare proprio il da me vituperato Impressionismo. Però, non si parli di Monet, da cui ho cura di tenermi lontano il più possibile. Per usare toni più sostenuti, diciamo che si riapre il “combattimento per un’immagine”, quale si agitava proprio alle origini del movimento francese, non per nulla ospitato, al suo manifestarsi, nel gabinetto del fotografo Nadar. Ma allora vinceva l’arte, con la sua vivacità e golosità di colori, contro le lentezze, le gelatine opache del rivale fotografico, che si trovava ben lungi dall’odierna perfezione. Oggi invece i termini si sono rovesciati, e proprio la rivoluzione del ’68 è sembrata sancire la vittoria indiscutibile della foto, con interdizione di fare ricorso alla pittura. Non so quante volte ho lodato il celebre triangolo di Kosuth, che ci ha insegnato che, per riferirci a un oggetto comune come una sedia avevamo, da quel momento in poi, tre vie: fotografare la cosa, o prenderla tale e quale e farla entrare nell’opera, o valerci della sua definizione linguistica citando una pagina di vocabolario. Oggi invece mi pare che la quarta via del ricorso a una rappresentazione pittorica, allora esclusa, seppure timidamente si riaffacci, e ne ho dato segnali proprio su questo blog, per esempio lodando le apparizioni, all’ultima Biennale di Venezia, di Marlene Dumas e di Georg Baselitz. Ebbene, nel mio piccolo, anch’io seguo queste orme, partendo da foto di spunti presi “dal vero”, come titolavo l’anno scorso una mia prima mostra, cioé da piccole epifanie o “occasioni” (titolo di una seconda mostra tuttora in atto) sollecitate dalla realtà, poi cercando di ridare loro una consistenza materica, di tessuti, di carni, nel caso di ritratti. Ma la freddezza, e il tuffo nella banalità, che il passaggio dalla foto consentono, o meglio impongono, mi tengono lontano dai brividi, dalle morbidezze, golose e accattivanti, del monettismo. Prendiamo proprio l’immagine di cui si vale la copertina del catalogo per la mostra alla GAM. Vi compare quanto viene ritenuto più accattivante verso un pubblico ignaro e impreparato, una damina fragile nelle fruscianti gonna e mantella al vento, che si ripara all’ombra di un civettuolo ombrellino da sole. Ebbene, questa è un’immagine del tutto fuori contesto, capace solo di alimentare una insensata e diseducativa nostalgia, in totale contraddizione con tutto l’impatto della civiltà odierna. Ci risulta assai più prossimo il linguaggio di Edouard Manet, fatto di sagomature essenziali, di stesure ferme, debitrici più della luce fredda di interni che dei brividi sensuali di un paesaggio esterno. E il primo Monet, quello ancora vicino al fratello maggiore intento anche lui a darci dei “Déjeuners sur l’herbe”, ne manteneva un ricordo, che poi gradualmente perdeva cedendo al gusto sfatto di un tripudio di sensazioni colte lontano dal mondo urbano, immergendosi in una natura fatta tutta di palpiti, di brividi atmosferici, fino al tuffo finale nelle ninfee, che suscitano ancor oggi gridolini di ammirazione agli sprovveduti, e invece sono un’esperienza del tutto aliena alla nostra società. Da Manet invece parte un liungo asse che passa attraverso i “pittori della realtà” sul tipo dello svedese Zorn e dello spagnolo Sorolla, giunge allo statunitense Edward Hopper, procedendo oltre, e io ne sarei un piccolo prosecutore, Ma attenzione, non in termini di quell’Iperrealismo coltivato negli anni ’70 da Estes e compagni, del tutto succube della fotografia, che ostentava una dipendenza fin troppo accentuata e passiva rispetto alla rivale ormai dominante. Ho riconosciuto, anche di recente, che la fotografia continua nel suo superbo percorso per esempio se affidata alla maestria di David Lachapelle, ma forse è giunta l’ora di opporle un contraltare, timorato, consapevole di una sua inferiorità, eppure nello stesso tempo deciso a giocare una carta alternativa.
Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay, Torino, GAM, fino al 31 gennaio. Catalogo Skira.

Pin It
Standard
Letteratura

De Roberto alle soglie del comico pirandelliano

Ho ricevuto qualche giorno fa “La paura e altri racconti di guerra” del nostro grande De Roberto, terzo e più giovane della gloriosa pattuglia dei veristi siciliani, accanto a Verga e Capuana, volume a cura di Gabriele Pedullà, con sua ampia prefazione, ma confesso di averlo accantonato, dando per scontato che fosse una nuova eccellente prestazione di questo critico dominatore tra le nuove generazioni, di cui avevo già lodato, si vada a scorrere all’indietro questo blog, la curatela definitiva del capolavoro di Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny”, per non parlare di altre sue operazioni ugualmente magistrali, come l’edizione critica del “Principe” di Machiavelli, eccetera, e senza dimenticare che è anche in proprio autore di validi racconti, e mio costante socio negli incontri di RicercaBO. Temevo di trovarmi di fronte a un prodotto prevedibile. Un verista di provata probità e attaccamento al vero, soprattutto quando questo si presenta farcito di privazioni, torti inflitti agli umili, soperchieria della classe dominante, ovviamente non poteva non aver trovato un fertile terreno su cui misurarsi anche di fronte ai guai del primo conflitto mondiale, anche se, data l’età inoltrata, non aveva potuto parteciparvi. Ma una sbirciatina a quelle pagine, per trarne una rapida conferma, l’ho pur data, ricavandone invece un responso ben diverso, caro del resto a uno dei capisaldi della mia metodologia critica, al fatto che le date di nascita in genere non smentiscono e reggono le sorti degli operatori, quale che sia il terreno in cui conducono le loro imprese. De Roberto era nato nel 1861, e dunque una generazione dopo i classici e tipici veristi quali appunto Verga e Capuana, venendo invece a trovarsi a un passo da Cechov, Svevo, e perfino dal conterraneo Pirandello (1868). Possibile che in lui non ci fosse traccia di questi nuovi umori annuncianti problematiche ben diverse? In assenza delle quali, il giudizio su questi racconti tardivi avrebbe dovuto calare irrimediabilmente di valore. Ma invece ecco la sorpresa, che mi ha portato a scoprire in lui, soprattutto in questi racconti dell’ultima ora, un praticante dell’”avvertimento del contrario”, cioè del comico da cui anche Pirandello aveva preso le mosse, e lascio all’acume di Pedullà di andare a verificare se si possa cogliere un influsso del più giovane sul più anziano, come tante volte succede.
Del resto, nella sua lunga e sapiente introduzione lo stesso curatore ci mette sulla strada giusta, quando a pagine 27, in un testo utilmente articolato in capitoletti, ne intitola uno al “primato dell’intreccio”, il che certo, di nuovo, non si potrebbe applicare al verismo nei suoi svolgimenti canonici, dove conta l’indagine di costume, prevalentemente statica e ripetitiva, piuttosto che lo scoccare di eventi insolti. Ma si vada a leggere questi racconti. Già il primo, intitolato alla “Cocotte”, è sorprendente per il colpo di scena, che non esita a rasentare l’inverosimile, mentre si sa bene che la scuola verista si faceva un punto d’onore nel rispettare andamenti prevedibili, quasi in termini statistici. Leggevo con un senso di noia la vicenda di un bravo capitano al fronte che sarebbe col cuore vicino alla moglie in attesa delle sue licenze, ma viene traviato dai colleghi che lo spingono ad accettare un amore venale, capitolo ben noto, illustrato in seguito anche da Hemingway, degli ufficiali che si recano nelle case di tolleranza, anche se qui il pudico De Roberto assume una foglia di fico, si tratterebbe solo di una cocotte, chissà se disposta anche a concedersi fino in fondo. Del resto questa ha facile vittoria sul nostro virtuoso ufficiale, sedotto dal fatto che in lei ritrova, ma involgariti, sepolti sotto uno strato pesante di belletto, i tratti della adorata moglie lontana. Il lettore, se ha fiuto, capisce subito dove si vuole arrivare, la cocotte sguaiata e la moglie timorata sono una persona sola, la seconda, impedita di accedere alla prima linea, si è valsa di questo accorgimento, dato che per il sollievo dei poveri fanti alle prostitute non veniva negato quell’accesso che invece risultava proibito alle mogli legittime. Non siamo forse già qui alle soglie di una dialettica tra la maschera e il volto, sulla scia di un pur cauto pirandellismo? Si venga a una novella successiva, “All’ora della mensa”, dove un ufficialetto, inviso a tutti per una sua condotta solitaria, viene scoperto da un inferiore di grado mentre all’ora dei pasti si chiude a chiave nella stanza dove si tengono i segreti della compagnia. Siamo in presenza di una spia? Questo il cauto allarme lanciato dal soldato che fa breccia nel comandante, il quale forza l’ingresso, ma per fare una scoperta di schietta comicità: il povero ufficialetto sta mangiando un cibo povero, tenuto nascosto in un cassetto, dato che per lui partecipare alla mensa comune è troppo costoso, così risparmia la retta (curiosa circostanza, che i graduati allora dovessero pagarsi i pasti) e la può mandare alla numerosa famiglia che attende quella risorsa, come i rondinini nel nido. Un altro racconto di schietta comicità è “La retata”, dove con grande sorpresa e divertimento di tutti un soldato semplice racconta com’è riuscito a indurre ben una quarantina di austriaci ad arrendersi e a seguirlo docili nelle nostre trincee. Fatto prigioniero, ha scoperto che quei combattenti erano affamati, in possesso di un misero cibo, e allora si è messo a magnificare il rancio che veniva impartito alla nostra truppa, esibendosi in una sfilata di piatti legati alle migliori tradizioni culinarie delle nostre regioni, da chef consumato e brillante. A quel richiamo i poveri nemici non avevano resistito e si erano arresi in massa,
Ma accanto agli esiti comici ci sono anche quelli tragici, vedi il caso del “Rifugio”, anche qui si parte dall’ovvio e scontato, come la vicenda del soldato vile, renitente al proprio dovere, tanto da dover subire la fucilazione. Anche a questo proposito, quanti decorsi similari ci ha offerto la letteratura di guerra, ancora una volta si pensi allo Hemingway di “Addio alle armi” dove si trova una livida e spietata testimonianza di queste punizioni di cui stava per essere vittima il suo protagonista. Fin qui, appunto, tutto normale, ma poi l’esito stravolto e di grande efficacia, succede che il solito ufficiale narrante passa una notte ospitato in un casolare di brava gente del luogo che gli dicono delle loro ansie per il figliolo al fronte, da cui sono pervenute regolarmente le lettere, contenenti una collana di resoconti su brillanti azioni militari da lui compiute, degne di ricevere attestati e medaglie. Con orrore il nostro protagonista scopre che di altri non si tratta se non proprio del misero disertore fucilato, capace di ordire per i familiari una esaltante trama di menzogne, anche qui con sdoppiamento di personalità. Infine certamente tragica è anche “La paura”, in cui però, esprimendo un unico minimo dissenso rispetto alle valutazioni di Pedullà, non vedrei il clou della raccolta, ma ancora una volta l’esito stravolto e inaspettato di una situazione peraltro al solito ben nota e attestata da tanti altri testimoni. Viene l’ordine inflessibile di occupare una posizione strategica, ma posta sotto il fuoco di un cecchino inesorabile che fa fuori in fila ben quattro nostri validi campioni costretti a quella dura e mortale missione, e qui c’è senza dubbio la testimonianza della implacabile strategia nostrana di sacrificare le vite, con totale insensibilità per la loro sorte, ma quella successione di misere morti appare un po’ troppo meccanica. Quando poi arriva il turno di un quinto candidato alla morte, i due decorsi “normali” sarebbero che lui affrontasse rassegnato e passivo la morte quasi sicura, o disertasse, per esempio arrendendosi al nemico. Ma De Roberto sceglie ancora una volta un tertium, sfuggendo ai dati statistici, non risulta infatti che fosse frequente il caso del soldato che, posto di fronte a quel dilemma, decidesse di spararsi sul posto.
Federicoo De Roberto, La paura e altri racconti di guerra, a cura di Gabriele Pedullà. Garzanti, pp. 431, euro 13.

Pin It
Standard
Attualità

Domenicale 11-10-15

La notizia del giorno è l’avvenuta conferma da parte della Mondadori di Berlusconi dell’acquisto di tutto il settore libri della Rizzoli, conprese le varie case che da tempo sono inserite in quel cartello editoriale. Per questa operazione, ventilata e discussa da tempo, ci sarebbe già un titolo, che a dire il vero appare orribile: Mondazzoli. Quando lo dico a qualcuno che non lo ha appreso dai giornali, crede che io mi valga di una stupida battuta, tanto appare insensata e controproducente quella denominazione, che fa pensare irresistibilmente alla “mondezza”, anzi, per dirla alla romanesca, alla “’monnezza”. Speriamo che l’autorità antitrust riesca a bocciare questa pericolosa accumulazione. Il bello è che in tal modo si viene a ripetere e a rafforzare il crimine dato dalla concentrazione in uniche mani di ben tre reti televisive nazionali. In merito si dibatte da tempo sul cosiddetto “conflitto di interessi”, con l’ipotesi di doverlo sancire con qualche dispositivo di legge. Ma in proposito forse è il caso di fare qualche riflessione, in quanto un conflitto d’interesse c’è quasi sempre, non si darà mai un qualche esponente della casta al potere, governo, parlamento, amministrazioni locali ecc., che non abbia i suoi risparmi depositati in qualche banca, e dunque la cosa lo porterebbe inevitabilmente a favorirla magari sottobanco. O vogliamo pretendere che chi accede a cariche pubbliche proceda a una spoliazione dei propri beni materiali sul modello di S. Francesco? Naturalmente, che l’accesso alle cariche ufficiali avvenga da parte di ricchi sfondati, è cosa sconsigliabile e da evitare, ma l’impedirlo dovrebbe essere affidato al buon senso dei cittadini nel momento in cui esercitano il voto. Per esempio, nelle elezioni del presidente degli Usa i ricchi sfondati che si presentano da solitari e in forza di questo solo diritto derivante dai soldi vengono sconfitti, questa sarà la sorte che attenderà anche lo sfidante Trump, c’è da scommetterlo. Purtroppo invece da noi, con lo scarso senso della democrazia che abbiamo nel sangue, la candidatura di ricchi sfondati come Berlusconi esercita un fascino irresistibile, un’invidia, una ammirata sottomissione, da qui il tentativo di porre un limite ai beni di chi si presenta in scena. Ma il vero criterio sarebbe di vigilare che questi motivi di arricchimento non si svolgessero a scapito di validi criteri ufficiali, di saggia vita civile, e dunque le tre reti possedute da Berlusconi sarebbero da impedire e bocciare non perché costituiscono per lui un ovvio interesse da tutelare, ma perché in sé e per sé ledono un cardine di una corretta vita economica, che cioè non ci sia un accumularsi di mezzi in un singolo. Se già il possesso di Mediaset sarebbe un caso da condannare, immaginiamoci ora come il tutto si aggraverebbe con l’aggiunta di un nuovo oligopolio esteso anche sul mondo dei libri. Speriamo dunque che l’antitrust vigili e scongiuri il profilarsi di questa dannosa concentrazione, senza puntare soltanto sul discutibile e mal definibile “conflitto di interessi”.

Pin It
Standard
Letteratura

Ammaniti: Anna si perde un po’ per strada

Ogni volta che esce una nuova opera di Niccolò Ammaniti, per me è festa grande, mi precipito a leggerla pregustando il piacere di avere una ennesima conferma del suo talento, che lo pone alla testa di quella straordinaria pattuglia di narratori che abbiamo avuto la fortuna di mettere in pista negli anni Novanta, agli incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. Beninteso, accanto a lui ci sono stati e ci sono tuttora tanti altri protagonisti, egli insomma è solo un primus inter pares, ma senza dubbio il più forte e magistrale nel coraggio di aver riammesso in scena quella vecchia signora che è la trama, l’intrigo, contro cui noi stessi, e tutte le precedenti fasi delle avanguardie, avevamo pronunciato un solenne interdetto. Invece nei suoi racconti e romanzi c’è un Dio implacabile che “comanda”, che mette in sequenza i vari eventi, in un meccanismo inesorabile, procedendo passo passo verso una catastrofe finale. Mentre mette in atto questi perfetti percorsi trasversali, Ammaniti ne approfitta anche per confermare il connotato, comune a tutta la sua generazione, di una full immersion nel nostro attuale contesto sociale, di una società opulenta che però fa acqua da ogni lato, dove quindi la perfezione dei supermarket o dei mezzi di trasporto o di ogni altro aggeggio di tecnologia avanzata viene colpito da una infezione inarrestabile, fino a dare al tutto i toni di un tragico carosello, di un sabba infernale. Questa “Anna” è riassuntiva di almeno due aspetti fondamentali da cui è stata animata tutta la precedente produzione del Nostro. In primo luogo, suona un verdetto inappellabile, noi adulti siamo una vil razza dannata, colpevoli del degrado che si impadronisce proprio di quei mezzi in cui confidavamo, con fiducia ipocrita e colpevole egoismo. In quest’ultima uscita Ammanniti trova il modo di riassumere e potenziare la colpa immanente che ci condanna, facendola diventare una peste da cui siamo inesorabilmente colpiti. Non importa se a questo modo gli diventa inevitabile incontrare i grandi modelli di Boccaccio e Defoe e Manzoni, la buona letteratura cresce su se stessa, inutile impedirlo. Ma si sa pure che, sempre nel mondo di Ammaniti, da questa colpa di noi adulti sono esentatati i minorenni. Nelle precedenti occasioni il nostro narratore doveva inserire un simile riscatto con invenzioni locali, ricominciando ogni volta daccapo. Ora invece lo stratagemma della peste gli offre una chiave generale, basterà dire che essa non colpisce gli esseri umani al di sotto della crescita, i bambini ne restano immuni, con soluzione drastica, data in un colpo solo, a stabilire una netta linea di discriminazione. Anche qui, non importa stare a obiettare che una trovata del genere, di un assoluto distacco tra adulti e fanciulli, risulta essere stata anticipata dal grande Ballard, conviene proclamare nuovamente un “repetita iuvant”.
Beninteso il Nostro, ogni qual volta possa pigiare a tavoletta sul tasto dell’orrore, ci sa fare, e la peste che si attacca alla pelle dei “grandi”, con l’apparire di macchie rosse alla cui diffusione assistono terrorizzati gli dà spunti eccellenti, ma forse è ancor più ispirato quando il flagello ha già fatto il suo corso, e i cadaveri si presentano lividi, rinsecchiti, pronti a sfarinarsi al primo contatto. La protagonista, presentata con un nome essenziale e di assoluta normalità, Anna, incontra tanti di questi malati terminali o cadaveri in putrefazione, cui però si sottrae, con l’incoscienza e la prontezza di riflessi tipici della sua età, facendo coppia con un fratellino che porta un nome più estroso, Astor, e a far loro compagnia c’è pure un cane detto Coccolino, anche lui un candido, un innocente. Ovviamente Anna ripercorre i titoli precedenti di Ammaniti, il “Ti prendo e tiporto via”, il “Non ho paura”. Questo terzetto, come una Compagnia dell’anello di nuovo conio, intraprende una marcia forzata incontrando sul proprio cammino tanti deceduti in disfacimento, ma anche tanti altri “innocenti” come loro, dandosi un fine ingegnoso e disperato nello stesso tempo, lasciare la Sicilia, dove la vicenda è ambientata, e andare a vedere se di là dallo Stretto, per caso, l’epidemia non sia ancora arrivata e vi esista un mondo regolare, anche se questo vorrebbe dire averlo lasciato sottoposto alla nequizia degli adulti.
In sostanza, il Nostro, in questo ennesimo prodotto che si presenta anche come riassuntivo, si è posto nelle migliori condizioni del suo esercizio già tante volte sperimentato, ma a questo punto qualcosa si guasta nella sua macchina, ovvero questa non funziona del tutto come un meccanismo ben lubrificato. Sembra quasi che il narratore, al pari dei suoi piccoli viaggiatori, sia stato colto dall’angoscia di come riempire gli spazi. I due in sostanza si disperdono, non tutte le loro imprese sembrano incastrarsi in successione incalzante ma costituire dei diversivi. Tale è per esempio l’immersione di Anna in una piscina alla pesca di un polipo, avventura a sé stante, e tra tanto sangue di esseri macellati dal morbo implacabile non so se ci stia bene il sangue, per parte sua fresco e rigeneratore, di quando Anna scopre con meraviglia infantile di avere le sue prime mestruazioni, il che oltretutto dovrebbe condannarla alla peste. Dubbi anche per quanto riguarda la composizione finale della Compagnia in fuga, in fondo “Omne trinum perfectum est”, invece il nostro artefice, dando nuova prova di incertezza, aggiunge un quarto innocente, un tale Pietro, ma poi capisce che è una presenza inutile, non necessaria, e lo fa sparire in un banale incidente d’auto. Insomma, le peripezie di Anna e Astor risultano alterne, talvolta mettono a segno colpi magnifici, degni di ogni altro exploit del nostro burattinaio superiore, talaltra risultano fiacche, non ben confezionate. Forse il tutto avrebbe bisogno di una revisione, volta a sopprimere qualche brano, a incentivarne qualche altro.
Niccolò Ammaniti, Anna, Einaudi stile libero, pp. 274, euro 19.

Pin It
Standard