Letteratura

Brizzi in diretta dal vero

Accasciato dalla lettura dei romanzoni di Claudio Magris e di Dacia Maraini, con la loro pretesa di mettercela tutta, l’uno saccheggiando le nefandezze della guerra, l’altra apprestando un centone di tutti i torti inflitti all’infanzia, mi sono consolato leggendo l’ultimo Brizzi, “Il matrimonio di mio fratello”. Non per nulla si tratta di uno degli autori emersi nel favolosi anni Novanta, chiamati a leggere brani inediti negli incontri di Reggio Emilia, a RicercaRE, che in genere anche in seguito hanno dimostrato di rimanere all’altezza di quel loro impetuoso emergere, ma non senza passi falsi. E anche il nostro Brizzi qualche battuta a vuoto l’ha pure commessa. Senza contare che già ai suoi inizi, nel ’94, col pur fortunato “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, sembrava appartenere a fatica a quella cooperativa di soci, caratterizzati semmai da brutalità e violenza, laddove lui si raccomandava per una tenera fragilità adolescenziale. Tanto che poi si era sentito in obbligo di rimediare tuffandosi anche lui in qualche prova di brutalità delittuosa, per esempio col successivo “Bastogne”, o anche con un penultimo “O la va o la spacca”. Ma in definitiva egli ha ritrovato un proprio equilibrio attorno a una schiettezza di invidiabile continuità, se non adolescenziale, per lo meno giovanile, riuscendo a trovare vie anche abbastanza insolite in cui sviluppare la sua incontenibile e smisurata felicità di narratore allo stato puro. Sono venuti i pellegrinaggi avventurosi, magari condotti a piedi, e inframmezzati di incontri e perfino di vicende da “giallo” poliziesco (“Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro”). Poi Brizzi ha imboccato una serie felice e azzeccata inoltrandosi in un genere di fantapolitica, spingendo cioè il suo come sempre fresco e vivace “alter ego” a sperimentare addirittura un mondo a venire, procedendo sulla base di ipotesi irreali, supponendo cioè che con una giravolta improvvisa Mussolini si fosse sottratto all’abbraccio mortale di Hitler schierandosi a fianco degli alleati. Ecco così le esilaranti avventure dei fascisti che risalgono la Penisola a fianco degli Alleati, oppure dei tornei di calcio che si compiono in un’Africa coloniale rimasta affidata a noi, come premio del “giro di valzer” compiuto all’ultimo momento dal Duce. E già in queste fantastorie Brizzi ha dimostrato una piena aderenza ai fatti del nostro oggi, seppure brillantemente girati verso il futuro, forse proprio per timore che la loro pochezza e banalità intrinseca non bastassero a giustificarli. Ma ora si è deciso, inutili queste fughe in avanti, meglio svolgere una cronaca fedele e in presa diretta dei nostri anni. Ne è venuto pertanto questo magnum opus che sfiora le 500 pagine, posto all’incrocio di tante categorie che sono venuto agitando negli ultimi tempi. Si potrebbe parlare di una autonarrazione, alla maniera di certe imprese recenti di Maggiani e di Scurati, tanta è l’immediatezza e apparente veridicità del personaggio che guida questa ampia cavalcata, Teo, parlandoci in prima persona. Ma i conti non tornano, conosco di persona il padre di Brizzi, già mio collega universitario, e proprio non risponde ai connotati del padre del romanzo, che invece è un abile manager di una ditta di motori. E dunque, siamo in presenza di uno straripante documento in cui il vero della cronistoria si muta in verosimile poetico, ma mantenendo miracolosamente tutta la fragranza di partenza, così come un prodotto alimentare, pur messo a conservare, potrebbe mantenere tutte le virtù biologiche di cui è dotato per suo conto. E dunque, posso agitare il mio motto di una narrativa che si può riferire a un realismo dotato di due “nei”, cioè a un neo-neorealismo, oppure appartenere al “new italian realism”, e nel modo più integrale e lodevole. Sì, perché Brizzi non bara, tutto in questa prova ha il sapore delle cose vissute in prima persona, a differenza della ben più titolata, rispetto a lui, Maraini, che però non ce la fa a raccontare da sé, ruba i compiti dai vicini di banco, cioè dalle notorie vicende già raccontate dall’infinita schiera dei giornalisti sia cartacei che televisivi, con cui del resto spartisce onori e favori. Qui invece tutto è giusto, tutto si pone lungo l’asse che dal vero porta al verosimile, andata e ritorno. Giusti i rapporti di Teo, fratello junior, che dunque subisce l’ascendente del primogenito Max, suo maestro di vita, come quando gli insegna come nascono i bambini, dovuti al fatto che il padre instilla nella madre un piccolo germe, da cui salta fuori la sorella Sofia. Perfetti, nei loro limiti, difetti, errori, manchevolezze, i ritratti del padre Giorgio e della madre Adriana. Del resto dovunque si volga lo sguardo avido, bulimico dell’io narrante, intravediamo volti, profili, esistenze, tutti ben marcati dal segno del veridico, dell’accettabile, senza sforzo, tutto risponde in pieno alla nostra stessa esperienza. Perfino i fatti della vita politica, incontrati sul filo dei decenni occupati da questa inarrestabile educazione sentimentale, sono accettabili, rispondenti a quanto ne sappiamo e abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Brizzi nell’occasione non dimentica del tutto le sue precedenti imprese di avventuroso viaggiatore, infatti l’intero romanzo è percorso da una trama precisa, il narrante Teo, ormai divenuto un giovane di successo, mentre rientra con la sua auto da un ennesimo viaggio di affari, viene pregato dagli angosciati genitori di accorrere alla ricerca del fratello Max, che ha seguito un curriculum colmo di peripezie, di passi incerti e travagliati, fino al matrimonio da cui l’intera opera riceve il titolo, con tale Giulia, con cui ha partorito ben tre figli. Ma poi c’è stata l’inevitabile, ai nostri giorni, separazione, e chissà che Max, trovatosi ad avere temporaneamente affidati i figli, da una ex-moglie e loro madre divenuta crudele e sprezzante nei confronti del povero coniuge, non abbia meditato qualche passo estremo, col che si spiegherebbe il silenzio del suo cellulare. Da qui la missione estrema e angosciata del protagonista Teo, costretto a invertire la marcia, a correre verso il Trentino dove risiede il disgraziato fratello. Beninteso, al solito, è un viaggio colmo di tutti i dati accessori quali si possono presentare a ciascuno di noi se costretto a un percorso su autostrada: meraviglie del paesaggio, stanchezza, soste a rifocillarsi, a fare il pieno di benzina, fino poi a scoprire che naturalmente nulla è successo di grave, la formula di questa cronistoria familiare non ammette catastrofi, tragedie, colpi di scena, che non siano il normale estinguersi di persone invecchiate, o l’affacciarsi di malattie, il tutto pur sempre affidato al registro del vero-verosimile, pronti a tradursi l’uno nell’altro in modo perfettamente scorrevole ed efficace.
Enrco Brizzi, Il matrimonio di mio fratello, Mndadori, pp. 497, euro 22.

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Arte

Di Bello si affaccia sul cosmo

Ho seguito attentamente e con piena adesione il lavoro di Bruno di Bello nel corso dei primi anni ’70, quando era intento a prendere lettere e immagini, magari legate a grandi artisti come Paul Klee, procedendo a spezzettarle, frantumarle, farle ruotare nello spazio. A questo modo meritava anche lui di essere inserito nella mostra “La ripetizione differente” che nel ’74 tenni alla Galleria Marconi, infatti quello era pur sempre un modo di “citare” nomi e personaggi di un passato illustre riscattandoli a nuova vita. Quando poi, esattamente quarant’anni dopo, Giorgio Marconi, frattanto postosi alla testa di una Fondazione, mi ha consentito di fare un remake di quella mostra, beninteso anche Di Bello non poteva mancare, non solo, in quell’occasione fu lui a impaginare con grande abilità grafica un nuovo catalogo della manifestazione. Avrei anche potuto inserirlo in un opuscolo che feci uscire nei primi ’80 intitolato a un “Viaggio al termine della parola”, ma era dedicato più che altro a poeti ed artisti visivi che, procedendo al pari di lui, spingevano tracce di icone e di lettere fino a un estremo traguardo, fin quasi a renderle irriconoscibili. Ebbene, nel suo lavoro di questi ultimi anni anche Di Bello ha superato la soglia estrema del letterale e dell’iconico e si è affacciato sul grande golfo mistico, nello spazio cosmico dove non ci sono più residui di materialità, ma soltanto orbite, traiettorie, flussi energetici. E’ come se si fosse costituito a domicilio un enorme acceleratore di particelle sul tipo di quello esistente a Ginevra. Oppure il nostro Bruno è salito, virtualmente, su un’astronave e, affacciato a un oblò, ha contemplato un mirabile spettacolo di astri roteanti, di scie luminose descritte dal passaggio di invisibili meteoriti. Naturalmente, in tal modo ha verificato anche la reversibilità, il rovesciamento costante tra l’infinitamente grande e il microscopico, non si sa cioè se quei tracciati luminosi rispondano a una dinamica di fenomeni astrali, o se invece siano le emissioni partite da quel che rimane di minime particelle terrestri. Beninteso, da artista pur sempre legato alla visività, suo compito è stato di fissare su vaste tele questo brulichio di movimenti cosmici, trovando le giuste tecniche, anche a livello grafico. Va da sé che in questo affacciarsi sugli ultimi misteri dell’universo Di Bello ha potuto-dovuto verificare quanto i più illuminati scienziati avevano già diagnosticato, come per esempio l’asserzione emessa da Einstein secondo cui il cosmo è fondamentalmente curvilineo, in esso non trovano posto le rette, care a un astrattismo geometrico di altre stagioni che pure oggi strane tendenze di mercato vorrebbero tutelare e rilanciare. Semmai, l’unica geometria che ai nostri giorni merita di essere applicata è quella dei frattali, enunciata da Benoit Maldenbrot, con i suoi movimenti lacerati, pronti a impennate, a sterzate improvvise, a rientri su se stessi. Le ampie sale della Fondazione Marconi, dilagante nel piano terra, ci assicurano un eccellente diorama per assistere estasiati ai balletti e ritmi del dinamismo delle stelle trcciati da Di Bello, o ai sussulti dei più minuti segreti della materia, ripresa sul punto in cui cessa di essere tale e ci invita a tuffarci in un infinito liquido o aereo. Col che, come afferma anche Bruno Corà in una bella presentazione, siamo davvero in presenza di “Immagini del III° millennio”.
Bruno di Bello, Milano, Fondazione Marconi, fino al 23 gennaio.

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Attualità

Domenicale 29-11-15

La affannosa carica dei nostri innumerevoli giornalisti del giorno dopo, sempre pronti a intervenire, a spaccare ogni capello in una miriade di pezzi, a patto che qualcuno abbia aperto i giochi e che dunque non si rischi nulla a fare la panna montata, è riuscita a stendere un ipocrita silenzio su due cambi della guardia alla testa di importanti organi di stampa. Ciò si era già verificato quando Padellaro, fondatore e direttore del “Fatto quotidiano”, era stato d’improvviso sbalzato dal vertice a cura del maestro di sottigliezze e insinuazioni Travaglio. Che cosa significava quel cambio della guardia? Silenzio assoluto, almeno per chi come me appartiene alla platea dei poveri lettori ignari di quanto avviene nelle, segrete stanze. Ma un altro cambio al vertice ben più importante è avvenuto in questi giorni, dato che ha interessato il primo o secondo (col variare delle stime) tra i nostri quotidiani, “La Repubblica”, dove Ezio Mauro è stato sostituito da Mario Calabresi. Che cosa si cela dietro un simile mutamento? Anche in questo caso, silenzio assoluto, tranne che in un articolo apparso su “Libero”a firma di Nino Sunseri, che mi pare dica chiaro e tondo la verità, riferendoci di un Eugenio Scalfari pazzo di rabbia, che al compiersi della sostituzione cesserà di ammanirci il suo domenicale, ben più autorevole di questo mio, ma certo più faticoso e sfibrante, con una “lenzuolata” di riflessioni a tutto campo, tali da contravvenire le regole elementari del giornalismo, che consigliano una certa sinteticità di interventi, E dunque, mi pare che in un tale cambiamento ci sia la risposta implicita a un interrogativo che, nella mia totale innocenza o insipienza, mi sono posto da qualche tempo, che succede al blocco “Repubblica”-“Espresso”, col fuoco di fila incessante contro Renzi? Che ne dice il proprietario De Benedetti, che almeno a parole si dichiara pro-renziano? Sarebbe finalmente la risposta, no, lui non è d’accordo, e dunque ha proceduto a silurare il duo Scalfari-Mauro, mettendo al loro posto un più accomodante, nei confronti di Renzi, Calabresi, operazione di cui personalmente mi rallegro, tirando un sospiro di sollievo al pensiero che nelle prossime domeniche non avrò più da sorbirmi le pesanti allocuzioni “erga omnes” impartite da un trionfante Scalfari, costretto invece anche lui a conoscere le vie dell’esilio. A quando analoghi provvedimenti anche all’”Espresso”?
Posso invece far scivolare un nuovo foglio nel dossier apprestato a favore di Renzi, che mi sembra aver tenuto una perfetta linea di navigazione nel bailamme relativo all’”armiamoci e partite” dichiarate in questi giorni dall’intero mondo occidentale nei confronti dell’Isis. In particolare, mi sembra centrata ed efficace l’esortazione di Renzi affinché in primo luogo ci si prenda cura delle periferie. Questo è il “memento”, il battersi il petto cui dovrebbero essere ricondotti Hollande e l’intera nazione francese, convincendosi che il loro nemico viene dalle banlieux che nel corso di decenni hanno condannato a essere luoghi di segregazione e discriminazione, tanto da indurre giovani membri cresciuti nel mezzo delle sofferenze inflitte a genitori, fratelli, sorelle, a prendere la decisione di insorgere, di meditare la vendetta, fino al punto di mettere in gioco a loro stessa pelle, cosa che si fa solo se si è giunti al colmo delle sofferenze e delle offese. Lo stesso si dica di una Bruxelles dove, per loro stessa ammissione, da tempo le forze di polizia non osano mettere piede in certi quartieri. Quelle zone abbandonate da Dio e dagli uomini sono la vera e propria Isis interna, cui quella ufficiale fa semmai da lontana sponda, ma giocando sul risentimento spontaneo degli “umiliati e offesi” per colpe nostre, e a queste dunque occorre porre rimedio senza indugio. Noi abbiamo la fortuna di avere delle periferie meno gravate di questi torti pregressi, ma ciò non toglie che dobbiamo farcene carico al più presto e nei modi più opportuni.
Infine, un foglio anche nel dossier relativo alle operazioni innescate da papa Francesco, con la consolazione che appunto dal prossimo gennaio non risuoneranno più i predicozzi di Scalfari volti a farlo “santo subito”. Ho detto più volte di quanto sbagliata sia stata la sua decisione di indire un giubileo con attrazione di milioni di credenti su Roma. Quanto invece è meglio che lui vada a predicare alle folle nei paesi africani, tenendo cioè la peste lontano dalle nostre contrade, e invece aprestando come dei confortanti e utili lazzaretti in loco.

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Letteratura

Michela Murgia non riesce a saltar fuori dalla Sardegna

Sono in presenza della recente prova di Michela Murgia, “Chirù”, e mi chiedo se la scrittrice sarda sia riuscita a fare un passo in avanti, a staccarsi dal “piccolo mondo antico” della sua isola, dove ha patito l’influsso di un verismo d’altri tempi, evidente nella sua prova precedente e di maggior successo, la “Accabadora”, storia di una mammana alla rovescio, dedita cioè non già a sopprimere i feti non graditi, bensì a rimandare al creatore i malati terminali: con accanto a lei una povera orfanella adottata, che quando conosce l’orribile verità, cerca di fuggire recandosi sul continente, in una Torino avanzata e in regola con i nostri attuali parametri di vita, ma se ne sente respinta, e ritorna quindi nella terra avita riprendendo la malsana professione della matrigna, divenendo a sua volta una rassegnata “accabadora”. In quest’ultimo prodotto, invece, si parte da una protagonista, Eleonora, che sembra perfettamente ambientata nel nostro mondo, ai più alti livelli dell’intellettualità, infatti ci appare dedita a fare l’attrice, il che le consente di partire per ambiziose tournées in varie capitali europee, e in genere a passare da un ricevimento all’altro, in un clima di pieno conforto e agio sia materiale che intellettuale. Al punto da farsi a sua volta maestra di vita, nei confronti di un giovane rozzo e di poca fortuna in partenza, il Chirù del titolo, ma pieno di buone qualità potenziali, che si propone anche lui di sviluppare nel mondo dello spettacolo, avido di apprendere le mosse giuste per dare la scalata al potere e per affermarsi tra la gente che conta. Ammettiamo che la narratrice evita la scontata soluzione di portare la maestra-chaperon e il giovane intraprendente a buttarsi l’una nelle braccia dell’altro, ma è pronto un ripiego, ovvero la ben introdotta conduttrice della storia incontra sulla sua strada un personaggio come lei, ben inoltrato in una carriera colma anch’essa di successi nel mondo dello spettacolo, da cui gli viene ogni possibile soddisfazione. Purtroppo però tutto questo versante della storia appare falso, stereotipato, prigioniero di schemi convenzionali, mentre se la vicenda trova qualche margine di sincerità e di forza, è proprio quando si ritorna indietro, all’infanzia e adolescenza che Eleonora ha trascorso nel natio borgo selvaggio. Le uniche figure autentiche di questa narrazione sono il genitore della protagonista, nella sua durezza implacabile, da padre padrone, sempre pronto a smorzare ogni impulso di vita nella figlia, a cominciare dalle prime esuberanze di ordine erotico-sessuale, magari ancora del tutto involontarie, come quando egli copre le nudità pur innocenti che la bambina mette in mostra nel sonno. Duro è il referto finale pronunciato ai danni di questa figura di genitore: “mio padre… perso lo avevo da sempre”. E pure autentici, accanto a lei, sono il fratello, costretto dall’autorità paterna a tenersi la coda fra le gambe e a svolgere una parte passiva, priva di slanci. Commovente anche il profilo della madre, tacita vittima della brutalità del coniuge, pronta ad accettare con sottomessa e muta pazienza la croce della solita malattia del secolo, il cancro, sopportando rassegnata un trattamento chemioterapico e infine andandosene in sommesso silenzio. Naturalmente questi sono squarci che la regia autoriale della Murgia fa trapelare tra le righe, quasi senza crederci troppo, considerandoli inadeguati rispetto al ben diverso profilo che si sforza di conferire alla sua eroina, e ai suoi eroi di carta, privi di spessore umano, se non fosse per qualche residua traccia presente nel giovane nei cui confronti la protagonista si erge a Pigmalione. Il Chirù eponimo, infatti, mantiene qualche palpito di autenticità, proveniente dalla sua situazione di disagio e arretratezza sociale di partenza, ma presto soffocato dal modello di conformismo sociale che la maestrina si affretta a imporgli.
Michela Murgia, Chirù, Einaudi, pp. 191, euro 18,50.

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Arte

I fantasmi di Cucchi a Palazzo Madama

Il sontuoso, perfino troppo, torinese Palazzo Madama ha concepito un utile progetto consistente nel riservare una minima parte della maestosa suite di stanze, oppresse da ricordi e cimeli della passata grandeur storica, a esili mostre di attualità, come inserire un palpito di vita, un volo di farfalla, in un contesto altrimenti alquanto soffocante. E’ un’iniziativa che ricorda qualcosa di analogo intrapreso da un pari grado, il fiorentino Palazzo Vecchio, una cui minima porzione, una leziosa quanto remota Stanza dei gigli, è stata riservata di recente alla posa di una solenne scultura di Jeff Koons, numero uno dell’arte statunitense. Una corrispondente Veranda Iuvarriana è stata officiata a una funzione analoga, ospitando al momento, ma si spera che il rito si ripeta con frequenza, appena quattro lavori di Enzo Cucchi, ma intensi, degni dell’espressionismo sempre esasperato dell’artista marchigiano, uno dei magnifici cinque della Transavanguardia. Io sono stato avversario storico di quel movimento, ma solo nella misura che l’abile propaganda di Bonito Oliva, assecondata dalla pigrizia mentale di tanti supini seguaci, pretendesse che quello fosse stato il movimento di punta ed esclusivo negli anni ’70-’80, allo stesso modo che con pari pervicacia, e analogo seguito di caudatari passivi, Celant ha preteso che l’Arte povera fosse capace di assorbire in sé il meglio della nostra arte post-68. Avversario a questa pretesa supremazia della Transavguardia, cui com’è noto ho contrapposto i Nuovi-nuovi, con in testa il duo Ontani e Salvo, non ho però lesinato consenso e amicizia ai singoli protagonisti di quel gruppo, e tra di loro a Enzo. I capolavori che espone in quest’occasione sono una piacevole conferma. Sembra quasi che Cucchi, dribblando la maestà barocca delle stanze iuvarriane, sia andato ad ispirarsi all’altra metà del Palazzo immersa in un fosco sapore medievale estraendone volti, figure, pose. Per esempio, ci si mostrano due mani che si divaricano a morsa, forse per strangolare la presenza di un misterioso incappucciato, quasi una “maschera di ferro”, o un penitente per qualche indicibile colpa commessa e che ora deve essere espiata. Quella medesima persona, colpevole e ora sulla via dell’espiazione, si intravede in un’altra immagine, forse la Madama abitatrice di quelle stanze sontuose, su cui l’artista impone il suo nome, forse è proprio lei la Madama Cucchi cui si richiama la breve ma intensa mostra, forse è lo spirito di qualche illustre estinta che è rimasta a frequentare nottetempo quelle stanze, cui l’artista dà una corposa estrinsecazione, consentendole, questa volta, di scoprire il volto, cereo e lunatico. Ma forse l’immagine più riuscita è quella di un altro tristo abitatore di quelle stanze, equiparate a celle, dove è racchiuso un “mercante di Venezia”, un qualche sordido usuraio, o un candidato a un rogo purificatore. Lo sovrasta un nero, cupo copricapo d’epoca, mentre la pelle ci appare tinteggiata di un colore verdognolo, quasi a distillare da sé acidità, ostilità, spirito perverso, anche perché da una guancia muove una specie di protesi, di protuberanza inviata a minacciarci, a raggiungerci, o invece siamo noi a portare una insidia contro quel volto, ad allungare le dita per afferrarlo, per infliggergli qualche ferita? Infine, c’è pure una quarta opera, di natura tridimensionale, una scultura realizzata in tiglio, fragile eppure tenace nello stesso tempo, quasi un serto, una corona che l’una o l’altra di quelle diafane apparizioni potrebbe indossare a mo’ di copricapo, o invece di sottile strumento di tortura e di punizione. Siamo insomma in una cella degli orrori e delle apparizioni, scaturite, come dicevo, dal lato oscuro, notturno, medievale del Palazzo, colmo di orrori, di temibili segreti accumulati nei secoli. Naturalmente, sperando che quella cella preziosa ospiti presto altre testimonianze, ne potrà mutare del tutto il tono e il carattere.
Madame Cucchi, Torino, Palazzo Madama, Veranda juvarriana, fino al 1° febbraio.

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Attualità

Domenicale 22-11-15

Ancora una volta sono ben felice di solidarizzare con Renzi e con la sua abile linea di condotta di fronte ai recenti attentati parigini. E’ folle la pretesa di “essere in guerra” che pure viene avanzata da tante parti, e non solo dall’inguaribile spirito reazionario di tutte le destre. Solo chi non ha conosciuto una guerra vera e propria, come per esempio la seconda mondiale, può pronunciare una affermazione del genere. Dove sono i milioni di vittime che quella ha implicato? Siamo in presenza di una catena di atti terroristici cui noi Italiani dovremmo ammettere di essere ben abituati, basti ricordare le varie bombe da Piazza Fontana in su, fino all’eccidio alla stazione della mia città, con un numero di vittime di poco inferiore a quello del Bataclan e simili. E poi c’è pure pure da mettere in conto gli eccidi delle brigate rosse, le esplosioni organizzate dalla mafia per convincere il Presidente della Repubblica Scalfaro ad attenuare la stretta carceraria (la cosa è palese, inutili tuffarsi in inconcludenti dietrologie), e così via. Ridicoli sono i recenti provvedimenti presi a Bruxelles, in barba a una regola elementare: chi ha commesso gravi atti terroristici, nei giorni successi si riposa, ricarica le forze, attende che le acque si calmino per colpire ancora, e dunque dobbiamo temere per i prossimi mesi. Ancora una volta, improvvida è stata la decisione di Papa Francesco di promulgare un Giubileo in acque così tempestose, la saggezza di forze clericali e civili avrebbe dovuto trattenerlo, ma purtroppo, attorno a lui, c’è ormai il clima del “santo subito”, e se non sbaglio la blaterazione errata che saremmo in una terza guerra mondiale è di sua provenienza. Inoltre un autentico spirito laico dovrebbe esaminare anche con qualche dubbio gli strani processi all’indirizzo del Vatileaks, quali mai sono stati i segreti trafugati, e in quale misura danneggiano il “santo subito” Francesco? Però, una volta che l’azzardata impresa del Giubileo è partita, appare giusto non fermarla, bisogna sostenere la prova toccando ferro. I provvedimenti di chiusura presi ieri a Bruxelles sono una manna per i terroristi, i quali si possono ben fregare la mani dalla compiacenza, nella consapevolezza di aver raggiunto il loro obiettivo, seminando guai, crisi, blocchi paurosi nella nostra vita quotidiana. Ancora una volta, è giusto l’invito renziano a cercare di vivere nel modo più consueto possibile. Caso mai, devo dire che mi ha impensierito un grido d’allarme lanciato dal da me solitamente inascoltato rappresentante ormai numero uno dei Cinque stelle, Luigi Di Maio, secondo cui la nostra polizia non sarebbe in grado di svolgere un efficiente ruolo di sorveglianza, l’età media dei nostri poliziotti sarebbe decisamente sopra i quaranta, essi avrebbero giubbotti antiproiettile di vecchia generazione, incapaci di fare da scudo alle pallottole. Spero che Renzi, nel suo avveduto programma di tranquillizzazione, ci dia confortevoli assicurazioni in questo senso.
Ridicola è anche la pretesa che staremmo lasciando sola la Francia. Tocca a lei semmai battersi il petto per gli errori compiuti dal suo presidente Hollande, il quale per puro spirito di grandeur, per riaffermare un ormai tramontato prestigio colonialista, è andato a bombardare, seguito in ciò dal compare inglese Cameron, le città dell’Isis, è stato come prendere a randellate un nido di vespe, costringendo queste ultime a levarsi in volo e ad andare a pungere per ritorsione. I bombardamenti, per esempio su Rakka, città di circa 200.000 abitanti, non sono certo riusciti a essere “intelligenti”, sicuramente hanno fatto vittime tra i civili, il che ha gridato vendetta. Gli attentatori del Bataclan pare che urlassero “così imparate a venire a uccidere i nostri parenti”. Nei suoi termini geografici, l’Isis non è una tale potenza da dichiarare una vera guerra, e reciprocamente è molto difficile portarla contro un’entità così sfuggente, anche e prima di tutto in termini territoriali, comunque una sua pretesa avanzata in da un punto di vista geografico è del tutto possibile contenerla. Invece, quanto alla diaspora affidata a singoli attentatori, da questa è ben difficile salvarsi, bisogna sperare nei controlli di intelligence, di polizia, e soprattutto nella fortuna, che magari ci permette di non salire su un aereo destinati ad abbattersi, anche per cause del tutto naturali e senza alcuna bomba a bordo, o di non viaggiare su un’autostrada venendo investiti da un autocarro che ha sbandato. Quindi, nervi salvi, non siamo in guerra, ma certo di attentati ce ne saranno altri, senza sicure garanzie di salvarci da essi.

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Letteratura

Maraini: dalla cronaca al romanzo, andata e ritorno

Ci può essere qualche rapporto, tra il “Non luogo a procedere” di Magris di cui domenica scorsa ho detto alquanto male su queste pagine, e l’appena giunto in libreria “La bambina e il sognatore” di Dacia Maraini, almeno nel senso che si tratta di autori affermati, accolti da un battage pubblicitario estremo per il loro ruolo di opinionisti di grande notorietà, un ruolo, una affermazione in cui riesce difficile stabilire se l’attività narrativa sia un’appendice, o invece una causa promotrice. Trovato un simile motivo di vicinanza, però i rispettivi percorsi si dividono del tutto. Magris, spinto dalla “noblesse oblige” della sua statura di saggista, e dal fatto che le sue prediche pubbliche insistono su temi come l’antisemitismo, le repressioni del nazismo eccetera, incupisce il suo discorso, rende al lettore il cammino quanto mai faticoso. Invece la Maraini corre il pericolo opposto, in campo narrativo scrive in modo “chiaro limpido”, si potrebbe perfino aggiungere il termine che completa il trio pubblicitario, “Recoaro”, ma certo la lettura, nel suo caso è gradevole, scorrevole. Nello stesso tempo, c’è sempre in lei la sostenitrice di cause umanitarie, che in definitiva decide di “sceneggiare”. Il romanzo viene a condire con la favola, con la trama, tutta una serie di orrori e nequizie sociali di cui appunto la scrittrice è l’infaticabile fustigatrice a livello di commento etico. In definitiva, questo romanzo è un centone di tutte le cause che affliggono l’infanzia, come ci giungono ogni giorno veicolate dalle mille fonti delle cronache, delle denunce giornalistiche. Anche nella Maraini, come in Magris, e questo è di nuovo un tratto che li accomuna, c’è l’ansia di fare grande, di non lasciarsi sfuggire, nel caso Maraini, nessuna possibile nequizia inflitta ai bambini in ogni civiltà e parte del mondo. Tutto il testo è in funzione di questa ansia di ingurgitare. Incominciamo dal “sognatore” che campeggia nel titolo, nulla di più improprio, si tratta di un genitore che ha perso la figlia vittima di leucemia, caso clinico ahimé ben noto cui ancora si stenta a porre rimedio. Da quella morte segue la divisione dalla moglie, anche se balugina uno happy end finale in cui i due si ritroveranno. In un onirismo fiacco, e del tutto funzionale alla trama, il Nani Sapienza protagonista vede una bambina angosciata che chiede aiuto e scompare. Beninteso Freud c’entra ben poco in tutto questo, è appena l’annuncio di un fatto di cronaca, della scomparsa di una bambina in tutto rispondente ai tratti della figlia morta di malattia, Questo è un “attaccapanni” a cui la scrittrice può appendere tutti i casi che ci sono stati illustrati dalle cronache più o meno recenti. E’ stata la madre a cacciar via la figlia, o addirittura a ucciderla, come insinua una malevola vicina? O la bambina è stata rapita, e avviata a qualche mercato orientale che vive sulla prostituzione infantile e sul turismo sessuale dei nostri bravi padri di famiglia? Cose ben note, su cui abbiamo rivolto le nostre pubbliche esecrazioni, ma invano. Mossa dalla sua incontenibile bulimia, la Maraini infila nella calza tutta questa problematica, valendosi di una povera madre anche lei vittima del rapimento di una figlia che parte per l’Oriente a cercare di ritrovarla. Ma se non sbaglio una versione al maschile di una storia del genere ci è stata narrata in un film che si è valso dell’interpretazione robusta di Liam Neeson (“Io ti salverò”). Eccetera, come concludere la triste vicenda, quale tra i vari esiti noti attraverso le cronache giornalistiche adottare? C’è dell’abilità, nell’autrice, nel percorrere anche le tappe dell’inchiesta, del “giallo”, infine prevale su altre la soluzione suggerita da quel tale che ha tenuto reclusa la figlia per anni mettendola anche incinta, o quella del bruto che se ne vuole beare senza neppure violentarla. Anche questa è una soluzione scontata, si usa dire infatti che nei casi di scomparsa di bambini è inutile guardare lontano, bisogna invece andare a frugare negli immediati dintorni, anche se è alquanto inverosimile che in una comunità ristretta come quella in cui la vicenda è situata un essere solitario e autistico abbia potuto tenere rinchiusa in cantina, all’insaputa di tutti e senza che ne trapelasse alcun indizio, il “tesoro” delle sue libidini perverse. Ammettiamo che c’è qualche piacere e diletto nell’accompagnare il protagonista, e un suo giovane collaboratore, valido sostituto di Rex, lungo le piste ingegnose che portano a concludere nella casella finale questo gioco dell’oca o caccia al tesoro, dopo aver sostato in numerose altre stazioni, tanto per completare un enorme catalogo di tutte le possibilità insite nel dramma dell’infanzia conculcata e repressa.
Dacia Maraini, La bambina e il sognatore, Rizzoli, pp. 411, euro 20.

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Arte

Toulouse-Lautrec grande grafico

Confesso di essere stato preso da un moto di tedio alla vista dell’enorme catalogo Skira dedicato a una mostra di Toulouse-Lautrec a Pisa. Sembrava l’ennesimo omaggio che i nostri musei si precipitano a rivolgere alla stagione impressionista, per carità, made in France, solo quella ha il bollino di garanzia dell’autenticità. Pazienza se, a darci in pasto queste abbuffate di Monet e compagni ci pensa l’indefesso Marco Goldin, che è un privato e ha il diritto di fare i suoi interessi, ma quando si tratta di enti pubblici, qualcuno gli dovrebbe tirare il collo per la pessima spesa e il deteriore effetto di incoraggiare le nostalgie di un pubblico impreparato. Ma questa volta si tratta di una mostra, e catalogo, che ci danno la quasi totalità dell’opera grafica del genio di Albi, oltretutto ben curati da una cara amica e collega, Maria Teresa Benedetti, che mi fa piacere una volta tanto sorprendere in libera uscita dalle mostre mercificatrici, a gara col suddetto Goldin, che in genere ci ammannisce il Vittoriano di Roma. Toulouse-Lautrec è stato, per così dire, un artista di serie B a livello pittorico, e proprio perché in lui l’impianto grafico era assolutamente dominante, mentre nel dilatarsi su una superficie di tela era costretto a diradare la sua trama, come un tessuto troppo teso il cui ordito si scompone, mentre l’artista era signore assoluto se si trattava di dominare una superficie cartacea, oltretutto elaborata già lasciando cadere il tradizionale pennello ma valendosi degli apporti forniti dalla tecnologia di quei tempi, già in combutta con le esigenze industriali-consumistiche. E la litografia, mezzo privilegiato dal Nostro, funzionava in misura eccellente per tale verso.
Toulouse-Lautrec si trovava in una situazione molto particolare, che mi è già venuto di illustrare quasi mezzo secolo fa quando gli ho dedicato un fascicolo specifico nell’”Arte moderna” dei Fratelli Fabbri, volume secondo, in cui trattavo del Simbolismo, ma appunto facendo notare la collocazione del tutto particolare che questo artista vi trovava. Per un verso egli era un utilizzatore di alcuni tra i cinque aurei precetti stabiliti dal giovane Albert Aurier, esemplati sul caso dominante di Gauguin. E dunque, anche il Nostro abbraccia la sintesi, accetta il canone di stesure ”á plat” che quasi cancellano la terza dimensione, inoltre è pronto a giurare che l’arte debba essere un fatto pubblico, capace di investire la vita di tutti i giorni. Ma d’altra parte egli respinge risolutamente proprio la ragione sociale di quel movimento, cioè il fatto che il tracciato grafico-pittorico debba essere un simbolo, tentare di afferrare qualche entità metafisica sfuggente. I Simbolisti autentici, capeggiati da Gauguin, si muovevano in quella direzione mossi dall’impulso a contestare la società borghese del loro tempo, ritenendo che fosse l’ora di alzare il plafond, di sollevare l’umanità in più spirabil aere, prendendo spunto dalle civiltà extra-occidentali. Toulouse-Lautrec si guardava bene dal seguire i coetanei su questa strada, per lui la Ville Lumière e i suoi piaceri erano un teatro pienamente sufficiente, magari anche riconoscendo che le gioie, feste, spettacoli esaltanti offerti dal contesto urbano avevano subito il rovesciamento della medaglia, l’abbrutimento dei drogati o degli alcolizzati, lo squallore delle femmine da strada. Cosicché il Nostro tendeva già la mano in direzione del movimento successivo, l’Espressionismo, ma senza condividerne, di nuovo, gli aspetti di troppo palese denuncia sociale, per cui il miserabilismo da lui narrato, trovava pur sempre un qualche pronto riscatto nei piaceri della tavola, della danza, della carne.
E dunque, ecco queste superbe litografie con cui, magari d’accordo col parigino acquisito Mucha, il Nostro svolge uno straordinario poema tutto rivolto a celebrare i “plaisirs de la ville”, un balletto di cui i vari protagonisti ed eroi si esibiscono a ritmo di espansioni e restringimenti, qualcuno di essi, vedi Aristide Bruant, si gonfia come un pallone, o meglio, si dilata come una incontenibile chiazza d’olio, mentre per contraccolpo certe attrici e cantanti di avanspettacolo (la Goulue, Jane Avril) si contraggono, si fanno esili, sinuose, serpentiformi.
Ma è inutile dilungarmi su questa festa eccelsa di moti lineari, su questa epopea di una ritrovata e praticata in mille guise Flatlandia: vietato sporgere, mettere qualche parte del corpo in fuori, sottrarla a questo perfetto gioco combinatorio di mosse alterne, a incastro, a puzzle. Piuttosto, mi scappa di inserire in proposito una riflessione che mi è abbastanza consueta, rivolta a tener conto degli sviluppi recenti resi possibili dai progressi tecnologici. Immaginiamoci che cosa avrebbe potuto fare questo artista se oltre alla scorrevole, invasiva litografia, ma tale da imporre un “ferma immagine”, avesse potuto disporre anche del movimento reale oggi reso possibile dal video, e in particolare dalla tecnica dei cartoni animati. Un Toulouse redivivo, insomma, potrebbe gareggiare ad armi pari con un astro di queste nuove possibilità, William Kentridge, e magari essere invitato anche lui a decorare con una sequenza inarrestabile di immagini i muretti lungo le rive del Tevere.
Toulouse-Lautrec. Luci e ombre di Montmartre (sottotitolo pretestuoso di cui non si sente affatto il bisogno, in realtà opera grafica), a cura di M.T. Benedetti, Pisa, Palazzo Blu, fino al 14 febbraio, cat. Skira.

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Attualità

Domenicale 14-11-15

Naturalmente mentre stendo questa consueta noterella domenicale sono schiacciato dall’orrore di quanto è successo a Parigi. Mi sento però di osservare di nuovo quanto sia stata improvvida l’idea di Papa Bergoglio di indire un giubileo in un simile clima di immanenti attentati, davvero qualche consigliere della sua cerchia, o qualche uomo politico italiano, avrebbero dovuto dissuaderlo. Inoltre anche il tema proposto per il grande raduno mi sembra non del tutto felice. Forse Papa Francesco, buon conoscitore della nostra lingua ma non del tutto, non conosce l’espressione “misericordia!” con cui noi bolliamo qualche eccesso o cosa fuori del nomale. Speriamo di non dover pronunciare questa parola in presenza di qualche eventi pernicioso del prossimo giubileo. A parte un tale uso improprio, la parola comunque è alquanto desueta, meglio sarebbe stato adottarne altre forse più centrali e di più immediata comprensione quali “caritas” o “fratellanza”.
Ritornando a fatti più consueti, vorrei dedicare una osservazione al dopo-Expo, dove mi pare che si stia confondendo un dato quantitativo di superficie con uno intensivo. Quell’area mi pare si presti per insediamenti appunto estensivi, per esempio il Comune di Milano dovrebbe accaparrarsi uno dei padiglioni residui per porvi finalmente quel Museo dell’arte contemporanea, cioè dal 1970 in su, che non trova posto nell’angusto Museo del Novecento, e che doveva andare all’ex-Ansaldo, poi invece destinato al Mudec- Inoltre quell’ampia area sarebbe uno spazio ideale per foresterie, per aule universitarie eccetera, Quanto invece a insediamenti di alta tecnologia, se non si tratta di qualche acceleratore di particelle bisognoso di anelli multi-chilometrici, in questi casi mi sembra che sia da tenere presente un’esigenza intensiva, di laboratori che magari non richiedono aree smisurate ma un perfezionamento e arricchimento di strumenti, alla cui luce il “grande” dell’area Expo potrebbe non risultare congeniale. In merito mi viene in mente quel felice slogan pubblicitario che contrapponeva la pretesa di un “pennello grande”, inteso in senso volgarmente contenutistico, al “grande pennello” come garanzia di qualità.

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Letteratura

Magris, narratore in prigione

Al giorno d’oggi il titolo più ambito per quanti frequentano il territorio della letteratura, magari al livello più vasto e facilmente accessibile della critica, è di conseguire il riconoscimento di essere pure un narratore coi fiocchi, costi quel che costi, anche facendo forza alla propria natura, che magari appare ben attrezzata a sostenere appunto i cimenti storico-critici dell’ambito letterario, ma assai meno dotata di scorrevolezza narrativa. Un destino del genere grava su Claudio Magris, che certo come abile confezionatore di indagini sul mondo letterario mitteleuropeo-germanico ci sa fare, ha acquisito ampi meriti. Si aggiunga anche una vena facile a stendere articoli confortevoli su temi etici, in questa veste egli è l’invitato e inviato numero uno dell’organo nazionale più prestigioso, il “Corriere della sera”, un quotidiano che a sua volta si mostra pienamente abile nel lanciare qualche suo autore, investendolo del compito di stendere i fervorini d’occasione, davanti a crimini, disgrazie, catastrofi dell’umanità. Si pensi come appunto il “Corriere” ha saputo mettere in orbita a suo tempo il Pasolini degli scritti “corsari”, con operazione così massiccia che ancora pesa sulla nostra testa e ci affligge. Ora è il turno di Magris a essere intronizzato, e dunque quanto promana da lui deve essere celebrato, imposto quasi d’ufficio ai lettori. Per carità, su questi fronti gli posso riconoscere anch’io un valido curriculum, tra gli opinionisti reclutati dall’organo nazionale il suo sinistrismo benevolo e confortante risuona sempre preferibile al confronto con i predicatori destrorsi sul tipo dei Giavazzi e Panebianco e Galli della Loggia. Ma da questi meriti alla pretesa di aggiungere pure il serto di grande narratore il passo è lungo, e Magris invano, a mio avviso, tenta di compierlo, anche perché, proprio costretto dalla preminenza acquisita sul fronte saggistico e di commentatore moraleggiante, deve fare grande, non può certo limitarsi a quale opera smunta e di corte dimensioni, da lui devono sgorgare quelle che Franco Moretti chiamerebbe opere-mondo, o quanto meno questo è quanto la sua solida posizione di critico-mentore lo costringe ad effettuare. Ecco dunque il monumentale “Non luogo a procedere”, che il quotidiano nazionale, con una lunga scia di echeggiamenti conformi, ha tentato di imporre all’attenzione dei lettori. Disgraziati quelli che obbediscono a una simile incalzante pressione e coazione all’acquisto, sarebbe interessante andare a raccogliere le loro sincere reazioni a lettura avvenuta.
Infatti Magris “ce la mette tutta”, deve fare grande, e a dire il vero il motivo ispiratore di partenza sarebbe anche funzionale, il romanzo si riferisce a un personaggio, pare vissuto davvero, che fu mosso dall’intenzione di raccogliere in un museo colossale i reperti di tutte le guerre del mondo. Ottimo spunto per andare a infilzare nel maxi-racconto tante vicende. Accanto a questo spunto, che già consente di allargare l’orizzonte dei materiali accessibili, se ne aggiunge un altro, più modesto e prosaico, di tale Luisa, incaricata di fare da segretaria di questa enorme raccolta, con l’opportunità di immettere una nuova pedina e di dotarla della discendenza da un padre portoricano con relativo sangue misto. E dunque si apre la possibilità di balzar fuori dalla Trieste tanto cara al nostro Autore, procedendo verso lidi lontani ed esotici. In sostanza, Magris muove alla ricerca spasmodica di ogni occasione di dolore e strazio che abbia afflitto l’umanità, e dunque con gaudio si appropria della questione dei negri con relativa oppressione e schiavitù, ma soprattutto un ruolo privilegiato e dominante spetta alla questione ebrea. Il romanzo consiste in una visita alle varie stanze di questo folto museo immaginario e alle armi che vi sono accumulate, ognuna delle quali ci racconta la sua storia, e dunque viene da qui la legittimazione a diffondersi su tante plaghe e piaghe dell’umanità. Potremmo dire che più le armi raccontano vicende lontane dai nostri giorni, e più appare pretestuoso il collegamento cui ci invitano. In prospettiva compare perfino Massimiliano d’Asburgo con le sue pene e il suo martirio. Si delinea così come un immenso album di figurine, alcune ormai sfiorite e lontane, altre invece più vicine e incalzanti. Il guaio è che la scrittura del Nostro è sempre puntigliosa, farraginosa, il lettore fa una grande fatica a penetrare nelle varie caselle di questo enorme gioco dell’oca, magari rassicurato dall’apprendere che poi un incendio ha distrutto l’intera serie di fantasmi ossessivi qui radunati. Molti dei quali provengono dall’ansia appropriativa, bulimica dell’Autore, ovvero al progetto di stendere l’opera-mondo che riesca a contenere tutti i nostri patimenti, Mentre un qualche grado di vivacità si può percepire man mano che ci avviciniamo all’attualità. Per esempio, è funzionale che una visita alle sale 42 e 43 del museo, dove è depositata una sirena che suonava l’allarme quando Trieste, negli anni ’40, era bombardata dagli aerei degli Alleati, sia associata alle scariche elettriche con cui veniva torturato un prete che stava con i partigiani, racchiuso nella famigerata Villa Trieste dove i repubblichini, in combutta con le SS tedesche, compivano i loro orridi misfatti. Il tutto potrebbe anche essere visto come una torta gremita di cibi, molti dei quali risultano indigesti, mentre la lettura diviene più proficua quando, quasi con zoomate progressive, ci si avvicina a quello che è il vero obiettivo caro al narratore, dirci degli eccidi che si compivano ai danni di ebrei e partigiani nella infausta Risiera di San Sabba. Sono abbastanza forti ed efficaci le ricognizioni che un occhio delegato dal narrante compie sui muri di quel luogo di orrore infinito, a decifrare le proteste, i disperati gridi di dolore graffiti dalle vittime annunciate. Forse, se Magris avesse rinunciato a una vasta porzione delle sue ambizioni eccessive, concentrandosi invece su questo nucleo di sua puntuale conoscenza, l’esito narrativo sarebbe stato più convincente. O forse no, quando non c’è la natura rispondente alla funzione, nulla da fare, il super-colto Magris vada a leggersi le pagine che Malaparte dedica ai flagelli di quei tempi, affidate a “Kaputt” e alla “Pelle”, e impari la lezione.
Claudio Magris, Non luogo a procedere, Garzanti, pp. 362, euro 20.

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