Arte

Mondino, talento multiforme

La Galleria Tega di Milano dedica una mostra ad Aldo Mondino (1938-2005) in cui con molta precisione viene detto su quali tra i multiformi aspetti dell’artista, sempre generosamente sperimentale, in questa occasione si intende insistere: “Tappeti e quadrettature”. Naturalmente una rassegna così parziale incita a rendere all’artista un omaggio a tutto campo, in una retrospettiva che ne raccolga tutte le fasi e invenzioni. Compito sacro che dovrebbe spettare in primis alla città in cui ha operato, Torino, al Castello di Rivoli o alla GAM. Vengono per prime le quadrettature degli anni ’60, che sono state il modo ingegnoso con cui Mondino ha partecipato al clima Pop, di cui la città sabauda è stata forse la sede numero due in Italia, a gara con Roma e la relativa Scuola di Piazza del Popolo. Il clima “popolare” volle dire anche un rifarsi ai primordi dell’atto del disegnare o dipingere, come di uno zelante scolaretto che va al supermercato e dallo scaffale dedicato agli articoli di cancelleria sottrae un quaderno, di quelli appunto quadrettati, e vi traccia le sagome di oggetti di pubblico culto e dominio, gondole veneziane, castelli incantati, barchette da diporto, il tutto con andamenti di smaccata, proclamata ingenuità, da far concorrenza alle sigle pubblicitarie di quegli stessi prodotti. Una campitura ffidata a tinte squillanti completa questa festa del ritorno a stereotipi, cari nonostante, o forse proprio in virtù del loro carattere “cheap”, facilmente spendibile. Si sa bene che la Pop, soprattutto nelle declinazioni torinesi, fu in buona misura attigua al formarsi dell’Arte povera, con cui il capoluogo piemontese balzò in primo piano, forse proprio per aver potuto contare su quella fase anticipatrice, anche se fu necessario stravolgerla, andarle contro. La quadrettatura elementare e scolastica sarebbe stata ben presto tra le armi preferite di Alighiero Boetti, a patto di liberare quegli spartiti dall’intento di servire come docili supporti per appiccicargli delle icone. La quadrettatura, da ripercorrere ed evidenziare con la matita o con la biro, veniva a corrispondere ai grani di un rosario da scandire come per una giaculatoria, per una preghiera, salvo poi a ricordarsi che non era del tutto sbagliato ripetere, ma moltiplicandolo, il gesto di Mondino, così da affidare a quelle utili spalliere svedesi, di nuovo, una serie di immagini, chiamate a proliferare.
Mondino non era il solo, a Torino, ad assimilare, secondo modalità molto originali, i riti della cultura Pop. Gli erano accanto Piero Gilardi e Ugo Nespolo, i più irretiti dal fascino dell’iconosfera, e dunque non pronti a fare il salto in quella specie di iconoclastia o proibizione delle immagini con cui andava svolgendosi il clima attorno al ’68. Il più pronto a penetrare nel nuovo universo, ad andare “oltre lo specchio”, fu un altro membro di quel quartetto favoloso, Michelangelo Pistoletto, che seppe infilarsi di prepotenza nelle procedure eteroclite del poverismo, divenendone superbo e multiforme cultore, che non cessa di stupirci ancor oggi. Mondino perse forse il primo colpo, ma si riprese prontamente, mantenendo anche una qualche fedeltà alla sua partenza nel segno della “naïveté”, e per esempio giocando argutamente di omofonie, così portando le parole a evocare, a far nascere in scena quasi per colpo di bacchetta magica, gli oggetti vagamente associabili. E quindi dalle banali stecche di torrone riuscì a ricavare delle torri, anzi, dei torrioni, delle riproduzioni di tanti elementari Colossei, attraverso l’accumulo di quei mattoni di nuovo conio, che si portavano dietro lo scintillio delle confezioni. Il carattere morbido di certe caramelle, di quelle che si incollano al nostro palato tappandolo con un grumo, gli suggerì di erigere in loro ricordo dei blocchi plastici di ritrovato disordine informale. Il paziente cumulo di chicchi di caffé tostati, pronti a essere macinati e messi a bollire in una Moka, per facile e pronta traslazione gli fece venire in mente un tappeto steso alla Mecca su cui potessero inginocchiarsi folle di fedeli adoranti.
Vediamo insomma che l’universo di Mondino è dominato da una logica di passaggi estrosi, come dire che “una ciliegia tira l’altra”. Quel tappeto di chicchi di caffé gli ha fatto venire in mente che poteva sviluppare lo spunto e divenire produttore appunto di tappeti, l’altro dei filoni presenti in questa mostra, e ancora una volta si dà la concomitanza con la carriera di Boetti, solo che quest’ultimo, ligio al precetto sessantottesco di non usare più le proprie mani, affidava ad abili maestranze asiatiche il compito di ordire le stoffe, pur presiedendo al loro concepimento. L’arte di Mondino si può considerare anche quale un crocevia da cui si diramano tanti suggerimenti, infatti su questa scia del tappezziere solerte e instancabile si è messo anche un giovane brillante quale Rudiger, che ne ha rivestito per intero le sale del Palazzo Grassi a Venezia. Ma se altri si ferma a qualche tappa di questi “destini incrociati”, non è certo il caso del Nostro, che proprio come Calvino è sempre pronto a lasciarsi alle spalle qualche castello per raggiungerne un prossimo che già gli appare in lontananza. I tappeti stesi alla Mecca o in altro luogo mussulmano, fossero simulati con pedissequo atto pittorico o invece composti di grani di caffé, evocavano quasi da sé i fedeli utenti finali di quei parati, e dunque ecco che Mondino fa un salto indietro, si dà a un figurativismo arreso, senza pretese di trasformazioni, ovvero fa comparire una folla di figurette di arabi, nei loro costumi tipici. Uno di questi fa già capolino, nella metà lasciata libera dal dominante dispiegarsi di lussuosi tappeti, buoni ad ogni uso, anche da tramezzi, da pareti, da scenari, anche se nell’occasione scopriamo che l’apparizione è non di un arabo ma di un indiano con turbante. Poi il sipario si può alzare, ma questa è un’altra storia, da far trattare dalla mostra totale di cui si sente il bisogno, e le figure ricavate dal mondo arabo o comunque mediorientale assumono i panni di dervisci, pronti a mulinare nello spazio, a tracciare corolle, ad affrontare in modo pieno la terza dimensione, e perfino a suggerire effetti cinetici. In fondo, una delle capacità costanti del nostro Mondino è stata quella di muoversi sempre tra il reale e il virtuale, rientrando a volte nell’universo piatto della pittura, ma per ricavarne slancio e andare a frequentare lo spazio in misura piena.
Aldo Mondino, Tappeti e quadrettature, a cura di Eleonora Tega, testo di Luca Beatrice. Milano, Galleria Tega.

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Letteratura

Lucarelli: troppo ovvio, Watson

Non sono mai stato molto favorevole al nume locale (bolognese) Carlo Lucarelli, esprimendo una punta massima di diffidenza verso il suo prodotto più ambizioso in ambito narrativo, anche perché sottratto alla facile copertura dell’estensore di “gialli”: “L’ottava vibrazione”, reo fra l’altro di tentare le vie rischiose del romanzo storico. Ma mi ero ricreduto di fronte al racconto agile “Albergo Italia” dedicandogli ben volentieri un “pollice recto” sull’”Immaginazione”. Lo sfondo era quello della nostra ex-colonia, l’Eritrea, tra Asmara e Massaua, che al nostro autore è caro credo anche per ragioni familiari. Ma in quel caso la coppia costituita dal capitano dei carabinieri Piero Colaprico e dal suo attendente, anzi, nel dialetto locale, “zaptié” Ogbà, funzionava bene, affrontando oltretutto una trama accuratamente intrecciata, tra un falso impiccato e oscuri quanto astuti agenti segreti, con un buon rapporto tra storie locali e legami con la madrepatria e i suoi scandali. Purtroppo Lucarelli è stato impaziente, ha voluto replicare affrettatamente, ritornando sul “luogo del delitto” e riproponendoci la medesima coppia, però quanto là era ben assortito e piacevole, nella replica si appesantisce, Ogbà va sopra le righe, diviene davvero troppo astuto e intelligente, investendosi fino in fondo nella parte del Watson al servizio, anzi, alla guida di uno Sherlock Holmes, al dà di quanto gli detterebbe una saggia prudenza di sottoposto, oltretutto di colore. E’ inutile che il troppo bravo dipendente faccia lo gnorri, di fatto egli recita con un eccesso di immedesimazione la parte dell’abile coadiuvante, ed è lo stesso autore che a sua volta pretende di indossare i panni del proverbiale re di tutti i detective, carpendo anche una massima del suo repertorio: “non c’é niente di più innaturale dell’ovvio”. E’ quasi una “excusatio non petita”, nel tentativo di giustificare un “giallo” troppo debole e gracile, che molto promette al suo apparire, ma poi non mantiene, in quanto i fatti prendono proprio la piega che sembra logica a prima vista, contravvenendo al criterio dei legami occulti che emergono solo verso la fine. Il trucco di proteggere una lettera misteriosa mettendola sul tavolo in bella vista funziona una prima volta, ma non conviene abusarne.
Il racconto promette molto in partenza, si apre infatti con ben cinque morti sospette. Ci sono tre poveri indigeni impiccati ai rami di un maestoso sicomoro, e subito si aggiunge loro pure una figura ben diversa, del marchese Sperandio, uno di quei nobili pretenziosi che il regime spediva nelle colonie a incrementarne le risorse, magari, lo si sa bene, a proprio tornaconto, tosando spietatamente i poveri colonizzati. L’enorme sicomoro dalla chioma espansa funziona come un coperchio posto su una pentola bollente. Si aggiunge anche l’ulteriore cadavere di una megera che si direbbe sbranata dalle iene comparenti nel titolo. Solo che le iene sono metaforiche, semmai nella vicenda gioca un ruolo selvaggio, di esagerata ferocia un cagnaccio pericoloso, aggressivo oltre ogni limite. All’arguto Ogbà, scolaro sempre avido di apprendere, viene detto che quelle morti misteriose sarebbero come le tessere di un mosaico, ma il guaio è che questa volta le varie pedine entrano facilmente in combinazione, e nel modo più prevedibile. Il marchese, nonostante i dubbi di Colaprico, che lo aveva conosciuto in patria come persona colma di generosi progetti e slanci, si è ucciso davvero, sopraffatto dai debiti, dal fallimento della sua azienda. E risulta pure inutile sospettare della moglie, per quanto spietata e avida. Purtroppo il nobile, nella sua fretta di andarsene, non ha provveduto nemmeno alla compagna reale della sua vita in colonia, lasciandola nei guai, a cercare di procurare una qualche fetta di eredità alla figlia che ha partorito con lui. Quanto ai tre figuri di basso profilo, certo, sono stati fatti fuori, e se ne scopre pure la causa, per quanto inverosimile, con la loro uccisione si è voluto mantenere coperto un segreto, che cioè l’azienda di Sperandio, invece di produrre sani frutti agricoli, nascondeva nelle sue viscere una possibile miniera d’oro. O era solo un miraggio, una Fata Morgana, suggerita da qualche doratura di superficie? Insomma, le tessere si combinano secondo un mosaico del tutto prevedibile, senza dover ricorrere a doti di particolare perspicacia dei due investigatori, ovvero l’ovvio è tale, punto e basta, le nostre attese rimarranno deluse.
Fallito l’appuntamento con una soluzione ardita e inaspettata, che cosa resta, a voler salvare questa prova? Resta l’effetto verità, insito nei frequenti inserti delle parlate locali, ma subito accompagnate dalla traduzione nel nostro volgare, altrimenti incomprensibili, e il colorito dialettale che aduggia la parlata dei nostri connazionali, ma è una ibridazione che mostra la corda e si ripete in modi alquanto meccanici. Forse qualche momento di attenzione lo possono riscuotere certe pratiche di sesso selvaggio cui si danno i nostri bravi ufficiali, oppure certe sequenze di vita quotidiana, quando per esempio, invitati assieme al dominus Colaprico al desco del suo attendente, entriamo nella sua modesta magione, dove però una brava moglie ci ammannisce con fare sicuro qualche piatto locale, quasi invitandoci alla degustazione. Ma sono consolazioni limitate che non compensano la delusione provocata dal “giallo”, inevitabilmente affondante nella peraltro dichiarata ovvietà.
Carlo Lucarelli, Il tempo dlle iene, Einaudi stile libero, pp. 196, euro 18.

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Attualità

Domenicale 27-12-15

“Benvenuti in Italia”, titolava in prima pagina il “Paìs”, il maggiore quotidiano spagnolo, a commento delle elezioni politiche che si sono tenute domenica scorsa in quella nazione. Infatti, nella medesima situazione di ingovernabilità, di difficile costituzione di maggioranze omogenee in entrambi i rami del Parlamento, noi ci eravamo già arrivati a seguito delle nostre elezioni politiche recenti, e abbiamo costituito davvero un utile laboratorio sperimentale tentando le due soluzioni su cui ora deve tormentarsi la Spagna. Ci fu il tentativo, generoso quanto infelice, condotto da Bersani, di convincere i Cinque stelle a fare maggioranza col Pd, ma l’esito fu di totale rifiuto. Tutto lascia supporre che una sorte analoga si avrebbe anche se il Psoe, il partito socialista iberico, tentasse di convincere “Podemos” a una partnership. Credo che da questo ripetersi di casi si debba ricavare un referto, una conferma circa il carattere populista appartenente a movimenti di questo genere. Dicesi populista una formazione politica che trae astutamente vantaggio dallo stato di insoddisfazione dei cittadini, per disoccupazione, carovita e altro, badando solo a rimpinguare il proprio cumulo di voti, ma tenendosi ben lontana dall’assumere responsabilità di governo, che obbligherebbero a concludere che “il re è nudo”. Allora, anche noi, a furor di popolo, obbligammo Bersani a farsi da parte e imboccammo la via della “grosse coalition”, facendo il matrimonio innaturale con la destra berlusconiana. Ci si dimentica troppo spesso che questo è ancora lo stato di fatto, presso di noi, il governo si regge su una alleanza innaturale finché si vuole, ma imprescindibile, tra il Pd di Renzi, inutilmente accusato di voler fare da solo, e quanto resta dei Fratelli d’Italia. E’ stata una ripicca insensata e ingiustificata di Berlusconi quella di voler sottrarre il “grosso” del suo partito dall’alleanza, compresa la clausola aggiuntiva del Patto del Nazzareno. Ringraziamo Alfano e soci, e ora i verdiniani, e magari anche Bondi e compagna, che hanno permesso di proseguire in questa unione, forzosa quanto si vuole ma indispensabile, Non sono loro ad avertradito, bensì Berlusconi, per ragioni sue, a essersi sottratto a un patto, nella speranza di trascinare il nostro Paese nel caos per spirito di vendetta, e se non c’è riuscito, lo si deve proprio ai volonterosi che lo hanno abbandonato alla sua follia distruttrice.
Probabilmente anche in Spagna si vedranno costretti a ricalcare i nostri passi, ovvero anche là si dovrà costituire una “grossa” quanto artificiale coalizione tra Popolari e Socialisti, magari con l’unica attenuante di costringere Rajoy a fare un passo indietro a favore di un più accettabile, per i socialisti, compagno di partito. Ma allora, se a una simile soluzione si doveva giungere, non sarebbe stato meglio anche per i cugini spagnoli avere la soluzione presso di noi propostaì da Renzi, e in via di compimento, di andare al ballottaggio tra le due formazioni in testa nei suffragi? E Maria Elena Boschi non si prende forse una rivincita quando, al cospetto dei risultati spagnoli, può proclamare: noi l’avevamo previsto e abbiamo rimediato grazie alla nuova formula elettorale?
Aggiungo poi un altro foglio al dossier di denuncia dell’incomprensibile criterio liberista cui si attiene la burocrazia EU. Perché vietare l’intervento dei governi nazionali nel salvataggio di banche a carattere locale, come sono la più parte delle nostre? Capicso che si vieti il salvataggio di industrie che con aiuti forzosi potrebbero turbare il mercato e fare pericolosa concorrenza a rivali di altri paesi, ma se si fossero lascate le mani libere al nostro governo nel salvataggio di Banca Etruria e simili, non credo che ne sarebbe venuto alcun danno per Deutsche Bank o per altri simili colossi europei. Credo quindi che si debba rivedere questa normativa, stabilire le occasioni e i criteri secondo cui l’intervento dei singoli governi può essere ammesso.

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Letteratura

Pennacchi, un raddoppio riuscito

Antonio Pennacchi non è riuscito male nel pur pericoloso tentativo di dare un seguito al suo fortunato “Canale Mussolini” che gli aveva permesso di conseguire nel 2010 il Premio Strega, meritando pure anche la mia adesione affidata a un “pollice recto” dell’”Immaginazione”. Si sa quanto è azzardato l’intento di dare un seguito a un’opera di successo, cui del resto ben raramente si ricorre in ambito letterario, mentre è consueto farlo in campo cinematografico, ottenendo però in genere i temuti abbassamenti di qualità. Vediamo quali siano gli ingredienti che consentono al nostro autore di reggere anche questa “parte seconda”. Intanto, c‘è il ruolo di un narratore in prima persona, il che, come mi è già avvenuto di osservare a proposito di romanzi da me esaminati in precedenza, avvia l’intero esercizio verso i termini dell’autonarrazione, con diritto di alimentarsi ampiamente del vero, senza andare a escogitare trame posticce, magari ricadendo nel plagio di vicende di verismo ottocentesco, come rimprovero ai vari Fois e Murgia, oppure di procedere in modi sofisticati alla rianimazione di documenti di archivio, il difetto che non mi stanco di accollare alla ditta Wu Ming. Ovviamente il vero di questo procedere non va preso alla lettera, utilmente scantona verso il verosimile, come si addice a qualsivoglia creazione di poetica, con ben lubrificato passaggio da una dimensione all’altra, e allora abbiamo i casi positivi, per esempio, di Scurati, Maggiani o infine dell’ultimo da me lodato a questa luce, Brizzi. Magari in contrappunto si potrebbe osservare che il narratore messo in campo da Pennacchi non veste panni particolarmente felici, in quanto si tratterebbe di un membro uscito dalla mitica famiglia dei Peruzzi, ma deviato verso un non credibile obbligo di entrare in seminario e di farsi prete, il che ovviamente non corrisponde ai dati anagrafici dell’autore. Ho appena detto che un simile scarto è salutare, però sarebbe anche bene che non ci fosse una divaricazione eccessiva tra le due figure, come invece così avviene. Ma di nuovo questa assunzione di una voce narrante dall’esterno ha i suoi lati buoni, in tal modo riesce verosimile che l’intera ricostruzione dei fatti ci sia veicolata attraverso un suadente dialetto veneto, che come si sa dalla prima prova è quello dell’Altitalia, da cui i Peruzzi sono stati spinti a emigrare per andare a colonizzare i paesi dell’Agro pontino.
Ma soprattutto conta che ad animare la vasta saga storica, a inserire buoni nuclei di verosimile romanzesco, entrino i vari membri della famiglia, colti con le loro peculiarità straordinarie, eccessive, al limite del caricaturale, da burattini che animano davvero felicemente la comune ribalta. Tra questi, spicca il personaggio numero uno, Diomede, che nasce subito con i segni della disgrazia, della menomazione scostante, ma pronta a tramutarsi in possibilità di riscatto. Diomede infatti è rosso di capelli, e soprattutto possiede un membro grosso e prolungato come un batacchio di campana, ovviamente tradotto subito in versione dialettale e detto Batocio. Figura a un tempo demenziale, ma anche piena di astuzia contadina, come un Bertoldo rinato, che ci compare subito in un’azione spregiudicata, alla testa di una combriccola che sfrutta un bombardamento degli Alleati da cui è scoperchiata la sede locale della Banca d’Italia, a Littoria, poi destinata a prendere il nome di Latina. In tal modo la banda dei malviventi improvvisati può trafugare, a carrettate, un carico prezioso di banconote, italiane e straniere. C’è nella gremita, affollata vicenda un asse privilegiato costruito attorno al Batocio, sempre in bilico tra la vergogna di quell’organo sessuale avvertito come una colpa come una menomazione, e invece l’astuzia, l’abilità di mosse, la fortuna che lo sorreggono, dandogli una specie di immunità, così da passare indenne quando gli Alleati sbarcano ad Azio, mentre muore la figura di un tenentino tedesco, a lui carissima, cui forse lo lega un vincolo omosessuale. Infatti il Batocio funziona in un senso e nell’altro, nell’esercitare l’attrazione insita in quella sua dimensione spropositata, il che introduce anche al “cerchiobottismo” dell’autore, che come già era avvenuto nell’opera precedente non vuole distinguere tra buoni e cattivi, tesse le lodi e le infamie di cui in quegli anni durissimi si sono macchiati volta a volta nazisti, fascisti, partigiani, Alleati. Così come anche gli abitanti di quel Piccolo mondo antico, ma in via di farsi moderno a rapide tappe, si dividono tra cinismo, egoismo nel fare i loro affari, o improvvisi afflati di umanità. Beninteso il Batocio è solo il capostipite d tutta una serie di figure analoghe, ciascuna sorpresa nei suoi tic, vizi, presunzioni, inimicizie. L’autore è bravo nel far pullulare la vicenda inserendovi tanti comprimari, proprio come sollevare un masso e mettere a nudo un brulichio di insetti, subito pronti ad agitarsi confusamente. Forse egli eccede perfino, in questa spinta a moltiplicare le presenze, a diramare gli alberi genealogici delle varie famiglie con una folla di figli e di figli dei figli, di cui si perde il conto.
Ma anche così, Pennacchi deve essersi accorto che non ce la faceva, a sostenere adeguatamente questa sua prestazione bis, se non a costo di rendere stucchevole l’affollarsi di figure minori, come in un presepio troppo animato. E allora ha fatto ricorso a un trucco quasi da confezionatore di scatole di cioccolatini, quando tra uno strato e l’altro si va a collocare una spessa imbottitura chiamata solo a fare volume. Fuor di metafora, il nostro autore ha riempito una buona metà dell’opera ripercorrendo i fatti della nostra storia dalla caduta del fascismo su su fino ai nostri giorni, in una ricostruzione che non avrebbe nessun merito di originalità, ma confermerebbe pari pari l’imparzialità, o diciamo meglio il cerchiobottismo dell’Autore, pronto a celebrare le lodi sia di De Gasperi che di Togliatti. Però si deve ammettere che pure su questa parte, in sé abusiva, come di uno scolaretto che per riempire il suo diario (vedi il caso di Giamburrasca) vi infila pagine e pagine rubate da qualche testo altrui, scatta il beneficio della patina dialettale, come se cioè Pennacchi si trasformasse in un cantastorie che ci narra fatti fin troppo noti, ma con gradevole cadenza popolare. Non presenta tracce di originalità interpretativa neppure la morte di Mussolini e della Petacci, col finale di Piazzale Loreto, e l’insistere sul particolare che Clara non aveva le mutandine e dunque il suo cadavere metteva a nudo in modo orrido le sue pudende. Sarebbe tutta una sequenza da giudicarsi appunto alquanto pretestuosa e abusiva, sennonché con un colpo di reni l’Autore sa ricavarne un effetto originale, quando ci riporta sulla scena del piccolo mondo antico, ma ormai slanciato sulle vie del boom, della crescita del comune livello di vita. A questo punto ritroviamo il Batocio, pronto di nuovo a deliziarci con le sue mosse abili e incredibilmente fortunate. Però la sua esistenza non è fatta solo di successi e affermazioni, ma anche di incubi, e tra questi assistiamo al ritorno della Petacci come fantasma, che attende al varco il nostro Diomede, la cui esistenza insiste fino all’ultimo a coniugare una doppia valenza: da un lato, è il benedetto dalla sorte, forse proprio per quel membro eccessivo, sua croce e delizia, ma da un altro, risulta essere la prima vittima della sua stessa fortuna, il che lo porta, col passare degli anni, ad affondare in uno stato di confusione mentale, assediato proprio dal ritorno dei fantasmi del passato, tra il pubblico e il privato, e tra quelli della prima serie aleggia, lo inquieta, lo assedia proprio la Petacci, ritornata sul luogo dove pare che avesse consumato col suo Benito qualche momento di amore appassionato.
Antonio Pennacchi, Canale Mussolina parte seconda, Mondadori, pp. 425, euro 22.

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Echaurren: una “questione murale” ben impostata

Una vasta rassegna di opere di Pablo Echaurren alla GNAM impone che si vada a rileggere l’intero suo percorso, evidenziandone la natura di grafico eccellente, il che è subito indicato dal titolo dato all’intera retrospettiva: “Contropittura”, come dire, un’attività che si pone su un piano minore, rispetto all’ufficialità della pittura, ma che da quell’angolo marginale intende giocare una carta di protesta, polemica, disturbatrice, epperò nello stesso tempo tenta di farlo in modi suadenti, conquistando il consenso dei fruitori. In tutto questo c’è perfino una eredità dal grande padre che Pablo ha avuto, Sebastian Matta. Forse non è contento se si va a ricordare questo ingombrante genitore, da cui ha voluto prendere le distanze, prima di tutto per motivi personali, imputandogli di aver trattato tropo male la moglie romana, e madre di Pablo stesso, ma più ancora per liberare la sua immagine appunto da quella paterna. Eppure anche Sebastian, in definitiva, è stato un grande grafico, rivolto a ricavare dal repertorio del Surrealismo una serie di immagini biomorfe, come tronchi di budelle e di altre interiora, portandole ad allacciarsi tra loro. Non sembri irriverente l’accostamento, ma in un simile modo di procedere io ho sempre scorto qualche traccia che ci riporta a Jacovitti e ai suoi famosi salami tagliati a fette e profusi con ritmo inflazionato in ogni punto delle scenette ordite. Tra padre e figlio, insomma, è in comune il voler procedere con ritmo inflazionato, parossistico, incalzante, solo che muta radicalmente la materia prima cui rivolgersi in questo saccheggio metodico. Il padre, come già detto e ben noto, si vale del mondo biomorfo caro al Surrealismo, nel filone che viene da Mirò e Tanguy, mentre Pablo, in rispondenza alla sua più giovane età, sceglie semmai un padrino molto più duro e secco quale Duchamp, ma vedremo che ne mette in crisi il carattere di assolutezza perentoria, procedendo a farne un uso “popolare”, trasferendolo da preziosa icona per i pochi a immagine di uso corrente. Mi si potrebbe rinfacciare che proprio la prima serie di queste deliziose prove grafiche, recante il titolo “Volevo fare l’entomologo”, denuncerebbe anche nel caso di Pablo una partenza da un patrimonio organicista, ma questo risulta subito negato, contrariato da una quadrettatura minuziosa, riempita di piccole immagini accuratamente definite, campite con colori tersi, chiari, degni di cartoni animati. Fin da questo primo momento, mi sembra di vedere l’artista proiettato verso esiti cinetici quali sono consentiti, o addirittura imposti, dagli sviluppi tecnologici. Mi pare di vedere, alla sorgente di questi deliziosi riquadri, le agili mosse di un pennello virtuale che sotto i nostri occhi va a riempire accuratamente le varie caselle e profili, come un tempo poteva avvenire nelle miniature e oggi negli spot pubblicitari. Tutto ciò è anche un modo per riconoscere la freschezza e disinvoltura secondo cui si svolge, in presa diretta, questo felice tinteggiare e campire con mano leggera. Ma come tutti i membri della sua generazione, la stessa che ha dato vita alla “contropittura” del ’68, Pablo non poteva mancare a un appuntamento, come già detto, con Duchamp, che però egli va a prendere, al solito, “di traverso”, non rispettando il silenzio e vuoto auratico in cui si sono svolti gli esercizi ad alta tensione mentale, e a scarsa ricaduta visiva, del Francese. Lo si poteva, sì, riprendere, ma a patto di imbottire quei vuoti, quasi per renderli più confortevoli, più abitabili, il che trova appropriata conferma in uno dei paradossi o arguti capovolgimenti di celebri sentenze cui Pablo ricorre, proprio per dare forza alla sua volontà di essere popolare, comunicativo al massimo. In fondo, Duchamp è colui che ci invita a considerare l’arte come sacrificio, rinuncia ai piaceri dei sensi, sforzo della mente. Converrà allora ribaltare un impegno del genere, infatti una delle sezioni della mostra si intitola “La fine del sacrificio come arte”.
Poi Pablo incontra sulla sua strada i “Writers” statunitensi, ovvero i Graffitisti, e ne accetta ben volentieri la lezione, se ne impadronisce, si dà a tracciare il suoi segni insistiti con scrittura alla brava, con bastoncini rigidi come palafitte, intrecciati tra loro, a fare muro, palizzata. E anche a questo proposito scatta un ulteriore azzeccato calembour: “La questione murale”, da cui non è assente, ancora una volta, un desiderio di essere “impegnato”, di assumere responsabilità in campo morale e ideologico, ma purché queste istanze non diventino uggiose, e non si sottraggano alla possibilità di trovare suadenti espressioni di natura grafica, come deve avvenire coi murali, o anche con i tatzebao, se pur sempre ci si vuole richiamare a fenomeni tendenzialmente rivoluzionari, purché un intento del genere non prescinda mai dalla volontà di tradursi in un immaginario sciolto e avvincente. Se si va a vedere, questa è di nuovo una regola comune a padre e figlio. Anche il genitore, quando stendeva i suoi murali per protestare contro qualche delitto commesso dall’Occidente, non mancava mai di valersi delle doti di grazia, fantasia, fluidità che si addicono al grande grafico, magari creando anche il dubbio che il suo impegno non fosse poi tanto comprovato e contenesse anche una buona parte di evasione. Si deve aggiungere che anche di fronte a queste prove, non già di “calli”, bensì di “caco-grafia”, si sentirebbe il bisogno di uno sbocco cinetico. Quei bastoncini a caratteri cubitali vorremmo vederli comparire in movimento, affidati alla videoarte. Oppure no, è giusto che insistano nell’andare a tappezzare pareti, muri, magari a loro volta contrassegnati da tracce di usura, di grossolana consistenza. Siamo tutti in attesa di vedere le immagini sicuramente rozze, espressioniste che il grande videomaker Kentridge si è prefisso di infiggere sui muri romani costeggianti il Tevere. Anche il nostro Pablo potrebbe allacciarsi a un’impresa del genere e continuarla felicemente.
Pablo Echaurren, Contropittura, a cura di Angelandreina Rorro. Roma, GNAM, fino al 3 aprile, cat. Silvana.

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Attualità

Domenicale 20-12-15

Domenica scorsa sono stato facile profeta nel pronosticare, qualche ora prima, che dal ballottaggio in Francia sarebbe risultata la totale sconfitta delle due Le Pen, zia e nipote. Per la gioia di un tale esito, nei giorni seguenti avrei voluto indossare una felpa con la scritta “Je suis la France”. Tra gli osservatori da me lodati per aver anticipato una conclusione del genere c’è stato Paolo Mieli, che però subito dopo mi ha gelato accusando l’intervento del premier Valls, e con lui di tutti i socialisti disposti a far confluire i loro voti sulla lista di Sakozy, di essersi dati a una specie di accanimento terapeutico: perché resistere in tutti i modi all’onda del lepennismo, perché volerla esorcizzare, impedire? Non sarebbe meglio seguire la china naturale, lasciarli andare al potere? Purtroppo sentimenti del genere aleggiano anche da noi, e tra osservatori “benpensanti”: perché opporsi all’ascesa dei Cinque stelle? Mettiamoli alla prova, permettiamogli di governare. A me sembra come voler patrocinare un totale salto bel buio, spero bene che, nel caso, anche da noi si riproduca qualcosa di simile a quanto avvenuto in Francia. Le cui indicazioni mi pare suonino le campane a morto per Salvini, visto anche che il suo 15% attualmente attribuitogli dai sondaggi è inferiore alla somma quasi doppia dei voti effettivamente riportati dal suo corrispondente Front National su suolo francese. Non credo possibile una fusione radicale tra Lega e Forza Italia, e non dimentichiamo che il venir meno del compromesso del Nazzareno ha lasciato a Renzi le mani libere nell’escludere proprio la possibilità che alle elezioni si presentino carrozzoni di vari partiti apparentati. Dunque, semmai, il fronte di una destra unificata potrebbe sperare solo di andare al ballottaggio, ma tutti i pronostici li dicono condannati a perdere, quale che sia l’avversario finale. Resta il rischio, a detta dei sondaggi molto reale, che appunto se si giungesse a questo passo decisivo, tra Pd e Cinque stelle sarebbe quest’ultima lista a vincere, ma non li vedo proprio, i moderati berlusconiani di casa nostra, preferire Grillo e compagni a Renzi, che per loro non è figura così detestabile quale appare invece alla Lega, e ai fuorusciti della sinistra, che per odio verso di lui sarebbero pronti a votare anche per il diavolo.
Sempre nell’intento di infilare fogli nei vari dossier già apprestati, registro una incredibile gaffe dell’”Espresso”, che non ha sostituito in tempo utile due “opinioni”, come sempre improntate al più spiccato gufiamo-antirenzismo. La barba inutilmente pensosa di Piero Ignazi ha bacchettato il Pd colpevole di eccesso di amore residuo verso Fi, per attaccamento all’ormai estinto Nazzareno, che si sarebbe esplicato nelle varie fumate nere per l’elezione dei tre giudici costituzionali, causate dal rifiuto di cercare consensi in direzione dei Cinque stelle. Peccato che il giorno prima l’alleanza, auspicata da Ignazi ma da lui ritenuta impossibile, era avvenuta, portando finalmente a una fumata bianca, all’elezione effettiva dei tre. Sicuramente l’opinionista aveva consegnato il suo pezzo in anticipo, ma un giornale deve essere pronto a cambiare anche all’ultimo momento degli articoli che risultino scavalcati dai fatti. Lo stesso si dica anche nei confronti di un altro pensoso opinionista quale Massimo Riva, in genere anche lui profeta di sventure, che sempre in questo numero appena uscito bacchetta Renzi per debolezza e accondiscendenza in sede europea verso il predominio della Merkel, ma anche lui scavalcato dall’offensiva che appena qualche ora prima il nostro premier ha promosso a Bruxelles in direzione antigermanica. Il bello è che subito il giorno dopo sono intervenuti altri pensosi opinionisti, mi pare sul “Corriere”, a osservare che Renzi, in quella sfida, è stato troppo temerario, e se ne dovrà pentire.
Nella mia sfiducia verso il giornalismo di casa nostra, troppo loquace ma solo nello sfondare porte aperte, mai nell’affrontare argomenti nuovi, con la sola lodevole eccezione di Milena Gabanelli, mi chiedo se non dovrebbero aggiornare il capitolo delle migrazioni. Mi sembra che il flusso dei trasferimenti dalla Libia si sia allentato, non sento più parlare di naufragi e di morti lungo quella rotta, semmai i dati negativi ora riguardano solo il percorso che va dalle coste della Turchia alle isole greche. C’è davvero un allentamento del fenomeno migratorio diretto alle nostre coste? E a che cosa si deve, solo al maltempo sul mare, oppure le nostre navi riescono inalmente ad esercitare un ruolo di contenimento? Ci starebbe un bel dibattito in uno dei tanti salotti che aduggiano le nostre serate televisive, invece che insistere a pestare l’acqua nel mortaio e ritornare sempre su fatti fin troppo dibattuti.

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Letteratura

Zeichen, percorso unico dalla poesia alla prosa

Su mia richiesta ho ricevuto dall’Editore Fazi “La sumera” di Valentino Zeichen, presentato come sua “unica opera narrativa”. Leggo però, in un’acida recensione stesa da Andrea Cortellessa su “Tuttolibri” di ieri 12 dicembre 2015, l’avvertenza che invece qualcosa di assai simile Zeichen lo aveva già fatto uscire col titolo di “Tana per tutti”. Ma il dato è abbastanza superfluo, non conta la cronologia interna nell’attività di Zeichen, conta piuttosto il riconoscimento che, prima o poi, era inevitabile che la sua poesia si estendesse nella dimensione, se non della narrativa, almeno della prosa, tanta è da sempre la furia dissacrante che questo esercizio poetico nutre in se stesso, deciso a contestare ogni possibile aspetto di facile lirismo. Quella di Zeichen è una “poesia in pubblico”, al modo che Vittorini aveva chiamato le sue memorie “Diario in pubblico”. E proprio questo impulso a una perenne autocontestazione mi sembra allontanare decisamente il nostro autore dai lidi della destra, cui invece Cortellessa nella sua acrimoniosa lettura pretende legarlo. Se così fosse, come si spiegherebbe che il suo recente Oscar Mondadori dedicato alle “Poesie” da lui stese in un lungo arco di tempo, 1963-2014, è stato prefato da Giulio Ferroni? Mi pare che anche lui, come me, siede sui banchi della sinistra.
Ma senza stare a indagare oltre su eventuali risvolti politici, mi pare essere di sinistra l’ansia profanatrice da cui Zeichen è costantemente sorretto, mi basta pensare alla prima occasione di incontro con lui. Era il 1978, e lo avevo invitato a una delle mie “Settimane internazionali della performance”, animate dai poeti sonori sul tipo di Arrigo Lora Totino, Henri Chopin, Bernard Heidsieck, ma avevo voluto inserire anche alcuni poeti “lineari”, dato che in quel momento erano anche loro persuasi di dover accedere a una dimensione performativa-spettacolare. E il nostro Valentino si era presentato in scena sedendosi in un canotto gonfiabile, di quelli da escursione su mari domestici, da cui però ostentava la pensosa attitudine del poeta declamante. Del resto, che l’intera sua musa sia dominata da questa continua ansia ossimorica di far cozzare gli estremi, lo si ricava, “ad apertura di pagina”, come si dice in questi casi, da vari brani che si possono cogliere qua e là nell’Oscar Mondadori, come quando dichiara di essere dedito a una “musa podologica”, o di oscillare “fra Petarca e Rabelais, tra l’angelo e Pantagruele”. Oserei pure aggiungere che il lato rabelaisiano è decisamente prevalente su quello angelico. Leggo anche, e mi chiedo come tutto ciò possa rientrare in una ideologia di destra: “scoppierà la guerra/ e noi ci arruoleremo / nei soldatini di piombo / dietro l’ampia vetrina / d’una antica cartoleria”, versetti che sarebbero da declamare contro quanti, decisamente destrorsi, oggi ci chiamano alla crociata anti-islamica.
Insomma, lo abbia già fatto nel passato o vi sia arrivato soltanto ai nostri giorni con “La sumera”, sta di fatto che Zeichen “doveva” praticare uno spazio unico di percorrenza dalla poesia alla prosa, magari secondo la forma già canonizzata del “poemetto in prosa”, o addirittura secondo la formula sperimentale cara a Marco Giovenale e compagni della “prosa in prosa”, che vale a superare ancor più gli ultimi retaggi di un lirismo facile e sommesso. Siamo così in presenza di questo prodotto che si vuole iscrivere nelle acque territoriali della narrativa. In termini tecnico-retorici, potremmo dire che dalla scrittura breve, dalla brachilogia, che è uno dei tratti congeniti della poesia, passiamo alla macrologia, all’”oratio soluta” e continuativa. Ma l’impasto è sempre della medesima natura, i tre protagonisti, a nome Paolo, Mario e Ivo, per un verso, come l’autore, coltivano le buone maniere e frequentano musei, gallerie d’arte, il primo addirittura nel ruolo di artista in proprio, ben ferrato delle vicende passate e presenti del suo mestiere, e anche gli altri due gli stanno alla pari. Ma sulla loro dimensione di “teste d’uovo” l’autore è pronto a riversare tonnellate di fango, di sconcezze, di materialismi di ogni tipo, fomentati dalla circostanza inevitabile che i nostri tre moschettieri hanno incontri casuali con donne procaci e avvenenti. Ne seguono approcci erotici, risolti pur sempre attraverso l’incrocio tra professioni di alto voltaggio e invece l’inserimento di dettagli bassi, addirittura ripugnanti. Il versante Rabelais è sempre pronto a imporsi, ma ci sta pure un richiamo a certi ben noti poemetti, dalla “Secchia rapita” del Tassoni al Pope del “Rape of the Lock”, e beninteso anche Gadda esercita un forte influsso su questo “navigar pittoresco”. O se si vuole, si può fare un passo indietro, ritornare al continente poesia, pur di pescare pur sempre nell’ambito di chi l’ha presa a schiaffoni. Penso ai Metafisici inglesi, a John Donne che loda la zanzara in quanto, avendo punto prima lui poi la sua donna, ha realizzato in se stessa la congiunzione del loro sangue, in un coito fortuito. Insomma, è la strategia di innalzare il gratuito, il banale a vette eccelse, o viceversa di evitare subito il rischio di voli pindarici con pronti tuffi nello sterco. Di nuovo ad apertura di pagina trovo in questo pseudo-romanzo straordinarie sequenze metafisiche, alla maniera di Donne, quando per esempio, a indicare che scoccano all’orologio le ore 4,20, viene detto che “… le lancette amoreggiavano sovrapposte sul numero quattro… il giorno mugolava lamentoso, senza punteggiatura”. O l’incidente in cui a noi tutti è capitato di incorrere perché qualcuno non ha chiuso bene il cancello dell’ascensore provoca lo spietato atto d’accusa al “distratto sabotatore che aveva trascurato di accostare le ante retrostanti il cancello di ferro”. E così via, ogni episodio viene gonfiato, ma poi si inserisce una punta provocatoria a sgonfiarlo, proprio come poteva capitare al canotto su cui tanto tempo fa Zeichen aveva fatto bella mostra di sé.
Si potrà muovere a un simile esito la prevedibile critica ispirata dai tradizionali criteri narratologici: i tre personaggi non hanno consistenza, vivono solo nelle battute che pronunciano, nell’abilità di imporre a quanto gli capita un incredibile processo di dilatazione. Ma sappiamo bene che oggi più che mai i confini tra il polo della poesia e quello della narrativa sono incerti. In fondo, come per i viaggi Schengen, le frontiere sono state abbattute, ed è giusto che Zeichen ne approfitti. Oppure, se proprio si vuole essere malevoli, gli si potrebbe rinfacciare la famosa battuta con cui si castiga il vacuo splendore delle modelle: “Sotto il vestito nulla”. Ma se il vestito, come in questo caso, è un prezioso broccato, un manto lussuoso, straordinariamente variegato di fibre e colori, non possiamo dichiararci soddisfatti?
Valentino Zeichen, La sumera, Fazi Editore, pp. 155, euro 16.

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Arte

Il catalogo universale di Ed Ruscha

Tra le varie fondazioni e istituzioni che fanno di Torino il “terzo incomodo” tra Milano e Roma, come il Castello di Rivoli, la GAM, la Sandretto Re Rebaudengo, la Mario Merz, ce n’è pure una intestata a Gianni e Marella Agnelli, la più piccola, in termini spaziali, ma la più ardita, dato che è stata progettata da Renzo Piano alla maniera di una navicella spaziale, o di una farfalla cosmica, che è andata a posarsi, leggera e aerea, sul corpaccio mastodontico del sottostante Lingotto. In questo momento quello scrigno prezioso ospita un’ampia rassegna di Ed Ruscha (1937), lo statunitense che è tra i frutti migliori e più tipici della “rivoluzione” del ’68, quando gli artisti furono persasi a rinunciare al pennello a favore della macchina fotografica, o dell’assunzione diretta degli oggetti, o della coltivazione di “concetti” immateriali aleggianti nella loro mente. Ma forse, ancora prima, Ruscha è figlio del clima Pop, ovvero della debordante presenza di oggetti, rispetto ai quali ha adottato la procedura di Warhol, non l’elogio, la celebrazione monumentale di un singolo prodotto, bensì la fedele documentazione del loro propagarsi in serie, in modo che la quantità illimitata faccia premio sulla qualità e riscatti la banalità-casualità che il singolo pezzo può vantare. Anzi, più anonimo e banale appare il “token”, la misera pedina di quel gioco multiplo, meglio è, su di essa si avventa avida e mai saziabile l’ingordigia dell’artista. Fra l’altro, questo elogio del numero, della quantità fa premio pure sulle dimensioni del singolo reperto. Proprio per poterne infilzare una folla innumerevole nel suo spiedo paziente, Ruscha si attiene a piccoli formati, ovvero va a collocare queste spoglie multiple nel formato di cartoline postali, o di quei dépliant tra il turistico e il pubblicitario che si sventagliano a organetto, o infine, diciamo la parola ultima, egli è produttore di quel genere particolare che si definisce “libro d’artista”, dove si stabilisce una arguta quérelle tra i due termini, non si sa bene cioè se sia l’assetto del libro, con l’inevitabile foliazione, la successione delle pagine, a imporre le sue regole, o invece la bizzarria, o quanto meno la varietà di soluzioni che appartengono all’attività di un artista. Non per nulla nella Biennale di Venezia del 1972, trovatomi a illustrare gli aspetti del “comportamento” al suo primo imporsi, avevo ritenuto obbligatorio allestire proprio una sezione dal titolo “Il libro come luogo di ricerca”, avendo al mio fianco la piena competenza di Daniela Palazzoli. E ovviamente Ruscha era tra i testimoni più autorevoli di quella modalità operativa, che era anche pronto a coltivare con ricorso a una vasta gamma di tecniche. Tra queste, primeggiava allora, e in questa mostra monografica, il riporto fedele della stampa fotografica, ma ci può stare pure ogni altra tecnica che si addice al versante grafico.
Naturalmente questa avidità di andare a catalogare l’ovvio, il banale, l’anti-estetico allaccia Ruscha appunto ad altre manifestazioni di una propensione “concettuale” a stabilire una sorta di catalogo universale di tutto quello che esiste, per quanto vile, anonimo, marginale esso possa sembrare. Da lui parte un filo che lo lega alla coppia tedesca di Bernt e Hilla Becher, solo che questi due hanno limitato la loro voracità, bloccandola alla registrazione di una sola specie di oggetti votati all’”antigrazioso”, al cattivo gusto più smaccato, i reperti di archeologia industriale, mentre l’arco delle riscoperte e rivalutazioni del Nostro è decisamente più ampio, anzi si caratterizza proprio per l’intento di apprestare un glossario universale per figure di tutte le creature, naturali o artificiali, che infestano il nostro pianeta. Per cui, alla fine, in luogo di andare a spulciare questo immenso repertorio con le armi della valutazione critica, nel tentativo di assegnare voti quanto a riuscita estetica, è molto meglio assecondare la vocazione che è il primo motore di un simile saccheggio sistematico di ogni esistenza. Basterà insomma limitarsi ad elencare le serie, nel loro transitare dall’artificiale (radio, schermi cinematografici, stazioni di servizio, piscine) ai reparti dedicati a “animali e frutta”, senza neppure evitare la casella in cui sostiamo noi esseri umani, magari ricercati, scovati in aspetti deteriori, in una galleria di volti “criminali” quali si possono trovare nei vecchi atlanti elaborati da Lombroso e compagni.
Ed Ruscha, Mixmaster, a cura di Paolo Colombo, Fondazione Pinacoteca del Lingotto Giovanni e Marella Agnelli, fino all’8 marzo, cat. Rizzoli

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Attualità

Domenicale 13-12-2015

Mi piace compromettermi, a qualche ora di distanza dal momento in cui verranno resi pubblici gli esiti del ballottaggio che oggi in Francia concluderà le elezioni regionali. Al solito, la nostra stampa ha starnazzato in eccesso sull’evento epocale della vittoria del Front National. Gli osservatori accorti, come per esempio Paolo Mieli, hanno fatto osservare che in definitiva le Le Pen sono risultate appena di un punto superiori ai Repubblicani di Sarkozy, Chi è andato male, ma lo si sapeva da tempo, è stato il Partito socialista di Hollande, che sconta i vari errori commessi dal leader, come quello di andare a prendere a randellate (bombardamenti) il nido di vespe dell’Isis, procurandosi addosso la vendetta avvenuta con le stragi del 13 novembre, e anche dopo insistendo nel fare “la faccia cattiva” predicando una sorta di crociata. Potrei perfino aggiungere una punta di moralismo, in fondo sia Hollande sia il nostro Berlusconi sono la prova che una deboscia pubblica e ostentata alla fine non paga. Forse si può sperare che le sorti dei Socialisti francesi, a me ovviamente molto care, siano in mani migliori se affidate al premier Vals, che mi pare forte e determinato, anche per l’appello lanciato ai suoi seguaci invitandoli a far convergere il loro voto sulla lista del pur rivale Sarkozy, preferibile alle schiere temibili e incontrollate delle Le Pen. Del resto, sempre gli osservatori più informati mi tranquillizzano e rassicurano nella mia scommessa, ricordando che i sondaggi, grazie a questa virtuosa concentrazione dei voti “repubblicani”, ci dicono che molti governi regionali in bilico potrebbero sfuggire all’aggressione destrorsa, la zia e la nipote potrebbero ritrovarsi alla fine con un pugno di mosche, speriamo che il pronostico si avveri. Da notare anche che un risultato del genere sarebbe confortante in vista del ballottaggio forse inevitabile quando andremo a elezioni politiche, nel quale dubito dopo che i Cinque stelle possano superare il Pd. Certamente possono contare sui voti di molti tra gli sconfitti del nuovo corso renziano, e sul disfattismo leghista, ma credo che la maggioranza silenziosa berlusconiana, il vecchio ventre della balena democristina, ci pensi due volte prima di votare Cinque stelle solo in nome di uno spirito punitivo.
L’altro fatto del giorno sarebbe la questione delle varie banche locali e del loro salvataggio a spese dei clienti caduti nella trappola di acquistarne azioni e obbligazioni, argomento troppo superiore alle mie limitate conoscenze tecniche. C’è però posto per una riflessione incidentale, perché mai l’Unione europea vieta l’intervento pubblico a sanare i deficit di enti e aziende private ma di grande portata? Questo c’è stato, si pensi agli USA di Obama, e ha salvato molti Paesi da una crisi fatale, è insomma riapparsa l’ombra benefica di Roosvelt e del suo new deal, appoggiata anche ai provvidi insegnamenti keynesiani. Perché mai l’Europa dovrebbe adottare un liberismo forzato, l’applicazione di un “laissez faire” tardivo e fuori tempo? O forse tra i suoi ministri il governo d’Europa annovera il nostro Francesco Giavazzi, nella cui costante predicazione il privato è sempre il bene, e invece il pubblico il male e la minaccia in agguato?

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Letteratura

Wu Ming: come rendere invisibile la Grande Guerra

In genere non sono mai stato molto favorevole al collettivo di autori che si celano sotto l’etichetta dei Wu Ming, forse mi devo riconoscere anche colpevole di non aver fatto alcun tentativo di individuarli, pur vivendo nel loro stesso territorio bolognese. D’altra parte, visto che essi stessi si rifiutano di presentarsi a titolo individuale, perché forzare questa loro volontà? C’è stata però qualche valida eccezione, come nel caso del romanzo “Timira”, firmato da un solitario Wu Ming 2, e con un collaboratore apertamente dichiarato. Inoltre mi è pure capitato di dire bene di una loro serie di racconti, “Anatra all’arancia meccanica”, scritta con toni leggeri e ironici. Mentre l’atto d’accusa che formulo contro di loro, e anche in genere contro la cosiddetta New Italian Epic, è di essere troppo seriosi, e di aggredire i fatti storici del passato sgretolandoli, andando a pescare, nel vasto fiume della storia, quisquilie marginali, il che magari corrisponde all’attuale culto che ci sentiamo di rendere alla cultura materiale e ai suoi diritti, ma a scapito di una conduzione narrativa ampia e trascinante.
Questa volta la forchetta della distanza storica è stata abbreviata dai Wu Ming, in quanto hanno puntato sulla Grande Guerra, quasi nell’intento di partecipare anche loro al centenario celebrativo. Ma intanto il depistaggio comincia subito, con un titolo, “L’invisibile ovunque”, che tutt’al più può riguardare il quarto e ultimo episodio. Sarebbe invece lodevole l’intento dichiarato di presentarsi ciascuno con un volto proprio, stendendo cioè in un modo personalizzato ciascuno di questi capitoli, e ritrovando quindi lo stesso criterio già seguito nel caso dei racconti sopra menzionati. Ma, come si addice nei confronti del mastodontico e tragico evento storico, il tono seguito in genere è cupo, né lascia intravedere consistenti varianti stilistiche. E soprattutto, si ripresenta il solito rischio di inconsistenza o marginalità. Non si capisce per esempio con quale spirito sia stato concepito l’episodio numero uno, dove protagonista è un essere passivo, tale Adelmo Cantelli, rozzo montanaro oppresso dalla famiglia che lo tratta quasi da minorato psichico, impedendogli di andare a caccia, che sarebbe la sua unica aspirazione, Da qui il rifiuto di un destino così soffocante, la decisione di arruolarsi volontario, e di andare a finire perfino tra gli arditi, sopportando con stoica rassegnazione, e perfino con brillante accettazione, quanto comporta una scelta del genere, che non pare sia stata molto frequente, tra i nostri poveri fanti. Naturalmente, come sempre, la premiata ditta Wu Ming saccheggia reperti già acquisiti agli atti, qui viene trasportato di pari peso lo stereotipo del soldato, ben diverso dal nostro volontario, e del tutto conforme alla media dei poveri richiamati, che si rifiuta di andare a morte sicura uscendo dalla trincea e avanzando contro le truppe nemiche. Alla minaccia dell’ufficiale di passarlo per le armi, il misero commilitone preferisce darsi la morte da se stesso sparandosi un colpo secco. Episodio, questo, già sfruttato dal campione del migliore verismo nostrano, De Roberto, nei suoi racconti di guerra recuperati di recente, e qui commentati, dalla solerzia filologica di Gabriele Pedullà. Il primo episodio insomma ci presenta un brano di vita inerte e opaca che pesa come un cibo di difficile digestione.
Segue un episodio consacrato a chi, viceversa, all’eccidio bellico si vorrebbe sottrarre, ricorrendo a tutte le vie per marcare visita e farsi internare in un ospedale psichiatrico. Come sempre, il membro del sodalizio chiamato a stendere questo brano si sa documentare a dovere, nessuno potrà mai accusare i Wu Ming di essersi adeguatamente documentati. Solo che, strada facendo, il narratore smarrisce il filo conduttore, ci porta alla presenza di un tale Giovanni Mizzoli verso cui deve scattare il classico interrogativo “lo è o ci fa?”, siamo cioè in presenza di un abile simulatore, o di un vero alienato, tanto che perfino la moglie deve prendere le distanze da lui e supplicare l’ospedale di tenerlo rinchiuso?
Il terzo episodio frequenta certi miti della letteratura, ma anche qui non sappiamo se il fine sia rievocativo, di stendere un capitolo relativo al Surrealismo e dintorni, o invece di portare una nuova accusa a carico delle nefandezze della guerra, su cui, beninteso, ogni lettore di buon senso è del tutto convinto e partecipe. L’estensore di questa parte, invece che consultare documenti di vita militare, ci parla di un eroe minore appunto dell’epopea surrealista, Jacques Vaché, che per protesta contro tutti i valori acquisiti si dà all’omosessualità, morendo per eccessiva assunzione di oppio abbracciato al compagno di vita, orrido caso per la famiglia che vorrebbe far cadere su di lui la classica “damnatio memoriae”, ma c’è uno spirito sodale quale André Breton che vigila a tutela di tutte le eversioni sessuali, sociali, psicologiche, anche perché ha trattato con un caso simile, la misteriosa Nadja cui ha dedicato una famosa indagine. Il tutto visto attraverso una trepida testimone, una giovane sorella di Vaché che tenta di ricostruirne le mosse, maledette e rimosse dalla famiglia.
Forse l’episodio più accettabile è il quarto, anche perché l’estensore di questo capitolo fa un passo indietro rispetto al verosimile della creazione poetica, nei cui confronto il nostro quartetto è sempre alquanto incerto e frastornato, preferendo invece rifugiarsi nella solida certezza dei documenti di archivio e restituendoci la veritiera storia dei lunghi passi attraverso cui, in Italia e in Francia, si arrivò a scoprire che il “camouflage”, ovvero l’adozione del mimetismo nelle armi e nelle divise dei soldati, era una misura necessaria per proteggere la truppa, ma un simile provvido e necessario procedimento incontrò la stupida resistenza delle gerarchie militari. Questa, come si diceva sopra, è l’unica vicenda che giustifica il titolo, infatti le tute mimetiche, se adottate, avrebbero reso “invisibili ovunque” le povere truppe. Ed è davvero uno di quei capitoli che piacerebbero alla storiografia delle “Annales” ovvero ai cultori di microstoria.
Wu Ming, L’invisibile ovunque, Einaudi stile libero, pp. 201, euro 17,50.

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