Letteratura

Un “requiem” per i Pesci rossi di Emilio Cecchi

Di fronte alla riproposta di un’opera a torto o a ragione considerata un classico, si possono assumere due atteggiamenti: o prenderne lo spunto per una rilettura tale da mutare giudizi precedentemente emessi, o invece concludere nella conferma di un parere già espresso. Se mi rivolgo ai “Pesci rossi” di Emilio Cecchi, rimessi in circolo dall’editore Elliot, con una appassionata e troppo favorevole introduzione di Emanuele Trevi, per quanto mi riguarda confermo un giudizio dato da tempo, e del tutto negativo. Basta rivolgergli contro proprio le parole con cui lo qualifica l’introduttore, a scopo apotropaico, per negarne cioè l’appartenenza a quel tipo di opera in cui “… si è semplicemente raccolto un materiale disperso su giornali e riviste”. Tale invece appare essere, senza scampo questo libricino proposto negli anni ‘30 da Cecchi, fatto di brevi testi senza un filo conduttore tra loro, saltabeccanti da un tema all’altro, con esile fiato, nel che questo principe dei recensori e temuto critico militante, passando dall’altra parte della cattedra e tentando di indossare i panni dello scrittore in proprio, si rivelava più fragile, discontinuo, di corto respiro, pur nell’ambito già di per se stesso visto in seguito con giustificato sospetto, della cosidetta prosa d’arte o dei “capitoli”, o del rondismo, rispetto a ben più agguerriti concorrenti. La sua prosa infatti risulta nettamente inferiore agli esiti nervosi e ultrasensibili di una Gianna Manzini, o di un Bruno Barilli, e nulla a che vedere con l’ampiezza e incisività con cui Comisso sapeva raccogliere le cronache delle sue multiformi esperienze. Forse l’unico testo da salvare resta proprio il primo, eponimo dell’intera raccolta. La presenza dei pesci rossi, con il loro enigmatico offrirsi in primo piano, tocca davvero delle corde arcane, fa pensare a una invasione di creature da un altro mondo, magari pure evocando il “pericolo giallo” di cui allora tanto si parlava. Questo rifarsi a un ambito di esseri mostruosi ospitati in qualche zoo poteva essere una corda valida su cui insistere, come ci fa sperare il terzo brano, intitolato alle “Bestie sacre”, ma poi l’autore termina “in piscem”, con una battuta che crede ironica, rifugiandosi in un richiamo alla realtà banaleì e fin troppo domestica di un asino. La “Casa di campagna” ci inviterebbe a una ricognizione tra le nebbie del passato e della memoria, ma anche qui c’è un rude risveglio e un banale ammicco finale, quando arriva la confessione che, tra tanti cimeli dei tempi che furono, non si riesce a trovare una seggiola capace di reggersi su più di tre gambe. I ricordi di guerra sono stati materia di nutrimento per tutta la famiglia dei memorialisti, capaci di mescolare insieme lacrime di dolore e momenti di pace e di distensione. Invece il Nostro riesce solo a trarne un florilegio di canti di soldati, da cui i disastri della guerra se ne stanno lontani, esorcizzati dalla rima facile e consolatoria. Vengono in mente i giudizi sferzanti emessi contro la “Sor’Emilia” da protagonisti, magari a loro volta controversi e da riesaminare, come Giovanni Papini. Quale distanza mentale, morale, di trattamento sulla pagina, tra questi esigui accenni alla tragedia militare e la cronaca che ne seppe dare Hemingway, in “Addio alle armi”, un nome su cui, dalla sua tribuna fin troppo consacrata di critico militante, Cecchi talora emise giudizi favorevoli, ma talaltra, per esempio a proposito di “Di la dal fiume e tra gli alberi”, di portata addirittura ingiuriosa, e soprattutto sproporzionata, se si misura l’afflato di lunga vena e di ampio passo di cui era pur sempre capace il grande narratore nordamericano, anche se in un momento di incertezza, e invece le esili trame, i modesti pensierini di cui si mostra capace il suo re-censore. Il quale si permise pure di rovesciare torrenti di ingiuria e di disapprovazione quando un autore, in definitiva venuto fuori da quello stesso mondo asfittico della prosa d’arte, riuscì a salire a vette sublimi nel farsi testimone degli orrori bellici, alludo a Malaparte, e in particolare alle dolenti cronache della “Pelle”, su cui la Sor’Emilia fece piovere una ipocrita protesta, in linea col detto andreottiano che i panni sporchi si lavano in famiglia. Se talora compare un po’ di sporcizia in questi raccontini, si fa in un momento a spazzarla sotto il tappeto e a nasconderla alla vista. Il culmine della riprovazione Cecchi lo merita quando si fa beffe della scrittura sempre coraggiosa e avanzata di cui fu capace Marinetti nell’intero arco della sua carriera. La Sor’Emilia ne prende alcuni stralci e li addita al pubblico ludibrio come esempi di linguaggio del tutto incomprensibile, e dunque condannabile. Semmai, una qualche ragion d’essere si può riconoscere alle prose dedicate a viaggi e soggiorni in Inghlterra, dove Cecchi sembra assumere un ruolo non indegno dei reportages di cui era capace Bruno Barilli. Ma nel complesso, come consultivo di una possibile rilettura, pronunciamo pure, di fronte a queste esili prove un convinto “requiescant in pace”.

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Arte

Vacchi: ipotesi per una retrospettiva

Si è spento qualche giorno fa Sergio Vacchi, appena raggiunti i novant’anni (era nato nel 1925), ed è doveroso che io gli renda omaggio, ricordando la molta vicinanza che ho avuto con lui in varie fasi della sua animata carriera, con relativi interventi per presentarne mostre e altre apparizioni. Ma queste poche righe sono solo una specie di memorandum in vista di una grande e completa retrospettiva che gli si dovrà dedicare, un obbligo che si pone particolarmente alla “sua” Bologna, da cui si era allontanato, dapprima per recarsi a vivere a Roma, e poi ritirandosi nella solitudine di un castello toscano. Ma la città petroniana gli era rimasta sempre nel cuore e la teneva di mira da lontano, anche se proibì sempre, a me e ad altri suoi aficionados, di assolvere al dovere di dedicargli una ricostruzione totale del suo industrioso ed esagitato percorso. Ci arrivammo molto vicino, attorno al 2006, quando nella Giunta Cofferati, che tante speranze accese in tutti noi, salvo a deluderle profondamente, a fianco del leader sindacale apparve un bolognese DOC, anche se pure lui deviato su Roma, quale Angelo Guglielmi, mio fratello in militanza culturale, anche se animata da fiere dispute inter nos. Ma per un momento, lui divenuto allotrio, io residente ad oltranza, fummo d’accordo che bisognava collaborare celebrando alcune grandi presenze nella storia della nostra città, come proprio Vacchi, e una figura simile a lui per le continue mutazioni di pelle come Mattia Moreni, anche se procedente lungo itinerari totalmente diversi. Ma Vacchi stabilì con noi un “tira e molla”, dichiarando che senza dubbio Bologna gli doveva un omaggio di grande formato, però al momento qualcosa del genere era già in programma a Roma, e quindi conveniva aspettare, rimandare ad altra occasione. Invece quella mostra in grande stile nell’Urbe per lui non venne mai, e la possibilità di farla, per esempio nel nostrano Palazzo del Podestà, andò perduta. Quanto a Moreni, ci si mise di mezzo la vedova del suo secondo matrimonio affermando che Bologna era indegna di ospitare un tanto artista, per il quale erano in lista d’attesa i maggiori musei d’Europa. Questi invece risultarono in tutt’altre faccende affaccendati, e io e Angelo, venuto meno quel vincolo solidale, quel pegno da pagare a fantasmi di un nostro comune passato, ci demmo a litigare, come si conviene a fratelli, concordi e solidali non oltre un certo punto. Ora che entrambi, Vacchi e Moreni, sono scomparsi, il dovere resta, a carico di una Bologna, che però appare pigra e incerta, soprattutto a livello di enti pubblici, Comune, Regione, magari anche Area metropolitana. E si aggiungerebbe pure il dovere di rendere onore a un altro caro estinto legato alle nostre sorti, anche se pure lui andatosene in esilio, Vasco Bendini.
Ecco dunque una smilza scaletta dei passaggi che questa ipotizzata e auspicata retrospettiva generale dovrebbe rispettare. Sergio, fine anni ’40, primi ’50, aderì come tutti alle indicazioni del postcubismo, che apparivano come il passo obbligato per entrare nell’agone di un’arte finalmente sottratta ai limiti dell’autarchismo imposto dal passato regime, e dunque il nostro artista mise in azione il suo gigantismo smodato erigendo nude impalcature, e così impostando fin da quel momento una sfida con l’altro Sergio di casa nostra, Romiti, che invece nel clima postcubista si trovà del tutto a suo agio, offrendo un ben calibrato montaggio come di macchine utensili, di fornelli a gas, di bilance per pesate sottili, e, venendo subito premiato da un consenso generale, da Cesare Brandi a Maurizio Calvesi, pronti a scorgere in lui l’erede ideale delle cuccume e scatole morandiane, tradotte nei termini della nuova grammatica, dell’esperanto con cui al momento sembrava che l’Europa dovesse trovare la sua unità. Il maggiore interprete nostrano di quella stagione, Francesco Arcangeli, non mancava di rendere anche lui un tributo al senso di misura e di equilibrio così bene espressi da Romiti, sentiva però che i tempi richiedevano tutt’altro, e così passò a predicare il suo Ultimo naturalismo, dove lo stesso naturalismo della ben nota tradizione longhiana doveva però farsi smodato, eccessivo, il che calzava a pennello col bisogno di Vacchi di fare grande, e dunque egli si affrettò a rivestire i suoi nudi tralicci con tanta pesante, densa, raggrumata sostanza clorofilliana, prendendo spunto da brani domestici di natura, dai muri vegetali che gli offrivano i Giardini Margherita. Ma ben presto sia Momi, sia Sergio al suo seguito, compresero che non era sufficiente coltivare un paesaggio tenuto stretto da argini di protezione, e che la stessa colorazione clorofilliana era insufficiente, i tempi richiedevano di affondare nella biosfera, di mettere a nudo organi palpitanti, enormi mostri carnali. L’Ultimo naturalismo, insomma, doveva assumere le sembianze ben più aggressive dell’Informale, divenire “autre”, come insegnava Michel Tapié. Vacchi per parte sua si prese come riferimento Wols, ma esasperandone, ingigantendone quasi col pantografo le perlustrazioni in un mondo di viscere, di palpitanti frattaglie.
Però l’Informale, sul finire degli anni ’50, se ne stava andando, ovvero non bastava più soffermarsi su spettacoli organicisti fini a se stessi, conveniva esplorare certe “possibilità di relazione”, secondo la intelligente formula lanciata in quel momento da Crispolti, e seguita, in uscita dall’organicismo della stagione informale, da tanti giovani e meno giovani. Tra questi Vacchi, che puntò direttamente a praticare una nuova figurazione, con parecchi rischi, come di essere catturato nelle spire di quello che venne anche denominato, da Achille Perilli, e con manifesto dileggio, un nazional-surrealismo, roba insomma da lasciare a un altro bolognese emigrato a Parigi, Leonardo Cremonini, e a tutti gli inconsolabili critici della sinistra marxista ortodossa, ormai rassegnati ad abbandonare le indifendibili trincee del neorealismo, ma pronti a salvare, almeno, l’obbligo di tracciare figure ben fatte e riconoscibili derivanti da un Surrealismo edulcorato e reso di facile lettura. Invece, le figure del nostro Sergio, rimasero sempre mal fatte, deformi, aggressive, denunciando anche certe deficienze di un pittore self-made, che non aveva fatto i buoni studi, e che dunque delineava volti e corpi in modi sommari, barbarici, invece che sapientemente definiti. In ciò peraltro stava la sua ancora di salvezza, oltre che in una sincera adesione a miti, leggende, simboli, ma da non prendere mai, anch’essi, per il verso giusto e ufficiale, bensì procedendo sempre a una loro demistificazione. Tipico per esempio il suo infatuarsi del consenso ottenuto, in quei primi ’60, dalla predicazione di Papa Roncalli, col suo Concilio innovatore, così da dedicargli un ciclo completo di immagini, sempre di grande formato, quasi dei murali, anche se prodotti su tela e stesi coi colori a olio, ma arricchiti di porporine e di dorature. L’omaggio al Papa Buono, beninteso, era double face, infatti consisteva nel tramutarne il beato faccione in un teschio digrignante, quasi a voler scoprire il trucco presente ogni qual volta i Papi, e con loro la Chiesa cattolica, vogliono mostrarsi a noi in modi suadenti. Il non-conformismo di Sergio ha sempre voluto che non si stesse mai ai giochi ufficialim che non si prendessero mai le carte pr il giusto verso, ma si andasse a vedere quanto di mortuario si celasse ogni volta dietro pur accoglienti sembianze. Mi capitò di essere da lui chiamato a introdurre la sala che gli venne data alla Biennale di Venezia del ’64, dove troneggiava appunto un Giovanni XXIII con macabra evocazione, e connesso sapore di scandalo, tanto che il Patriarca di Venezia vietò ai fedeli di andare a visitare quel dipinto profanatore. Esso invece, da quell’anno, domina ancora una parete di casa mia. In seguito, per un abbondante mezzo secolo, Vacchi non ha fatto altro che istruire questi suoi processi, o autodafé, o caccia alle streghe, o invece chiamata in scena di eroi propizi. Con un senso largo dello spettacolo, quasi si recasse a Cinecittà a rubare gli sfondi, gli apparati scenici, o si valesse dei preziosi consigli di Fellini, gareggiando con lui in spropositati fasti barocchi, apprestando palcoscenici favolosi, inondati di fiotti di luce spiritata ad animare dei fondali di tenebre da cui emergono volti e corpi dei maggiori protagonisti della storia e della cronaca dei nostri giorni, rubati alle fotografie di attualità. Ma l’iperrealismo dei loro tratti, nel trasporto sulla tela subisce un opportuno processo di imbarbarimento, come potrebbero fare dei selvaggi cacciatori di teste, che dopo averle decollate le sottopongono a un trattamento di mummificazione che ne raggrinzisce la pelle, li trasforma in sparuti fantocci, magari da innalzare come spaventapasseri. Credo che con tutta questa produzione dobbiamo ancora fare i conti, magari vincendo un primo senso di ripulsa che ci afferra, notando appunto quanto sia rozza, barbarica, incolta la presa di possesso condotta da Vacchi su quei manichini, che però in definitiva ci appaiono più veri, più incalzanti, nel loro orrore, rispetto alle madamine e gheise troppo ben educate che frattanto stava eseguendo proprio nell’Urbe il talento fin troppo acclamato di Balthus. Vacchi è di quegli artisti che spesso sbagliano, o vanno fuori misura, ma se ci prendono, infilano risultati che fanno presa, non danno riposo, ci incalzano da vicino.

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Attualità

Domenicale 31-1-16

Continua il tiro al piccione contro Renzi, colpevole della sua politica del “fare” o del decisionismo, che turba le prudenze e i sopori dell’opinione pubblica nostrana, soprattutto nella gestione che ne fanno i pensosi arbitri del più autorevole giornalismo. Renzi ha alzato la voce contro Juncker e la Merkel? Ecco subito un coro che così non si deve fare, che non è prudente, che dobbiamo essere consapevoli della nostra poca statura, e dunque rassegnati a non essere ammessi alle tavole che contano. Nautalmente, fino al giorno prima, Renzi era rimproverato dell’opposto, di non alzare la voce e di non sapersi imporre. Nell’incontro con la Merkel penso che almeno un risultato si sia raggiunto, la Cancelleria non potrà più insistere nella pretesa di direttorio a due dell’Europa, da condividere solo con il presidente francese, con un peraltro spompato Hollande. Proprio in apertura di queste mie cronache io stesso mi ero meravigliato del silenzio renziano quando i due si erano riuniti per giudicare sui fatti dell’Ucraina. Ora credo che quel goffo tentativo di comando bilaterale non si possa più ripetere, almeno coram popolo, il che ovviamente non potrà impedire che i due si consultino, ma in segreto e non in modo palese e sfacciato. Peraltro proprio nell’incontro dell’altro giorni Renzi ha prudentemente biforcato le sue lamentele, indirizzando al furbastro Juncker quelle che concernono la regia d’insieme dell’eurocrazia, come per esempio il fatto che non ci si risponda se il contributo che dovremmo dare alla Turchia possa essere scomputato o no dall’imposizione di non sforare nella spesa annuale.
I Soloni pronti ad accusare di tutto il nostro leader, per quanto riguarda i fatti interni lo hanno bacchettato, nella persona del saggio predicatore Ernesto Galli della Loggia, ricordandogli che non si possono offendere impunemente i diritti tradizionali della casta insediata alla Farnesina e dell’altra residente alla Banca d’Italia e alla Consob. Quanto alla prima, Renzi si è valso di un diritto di cui fa uso normalmente la migliore democrazie dell’Occidente, quella nelle mani del Presidente Usa, il quale, appena nominato, ha il diritto di sostituire gli ambasciatori nelle varie sedi e con esponenti di sua fiducia. Così ha fatto il Nostro liquidando un conforme e acquiescente ambasciatore a Bruxelles, del tutto ligio al “queta non movere” rinfacciato a Renzi in materia europea, con persona a suo avviso più dinamica. Gli si è anche rimproverato di non aver rispettato la sacralità di Banca d’Italia e Consob dribblandole, dando al molto amato Cantone la supervisione nella restituzione dei crediti sottratti ai clienti delle quattro Banche su cui il governo è intervenuto. Ma c’è da chiedersi se, invece di sottoporre a mozione di sfiducia il governo stesso per la sua condotta in tale materia, l’atto di sfiducia non fosse da rivolgere più propriamente a quelle due sacre istituzioni. Banca d’Italia e Consob avranno pure qualche responsabilità nell’aver permesso alla Banca d’Etruria e simili di andare avanti per anni vendendo carta straccia alla loro affezionata clientela, e dunque appare del tutto lecito mettere in dubbio e accantonare (è proprio il caso di dirlo) i loro poteri considerati così intangibili.
L’incontro con la Merkel non poteva certo essere risolutivo circa l’enorme dramma dei migranti, su cui qualcuno, qualche avveduto dei soliti interlocutori quasi quotidiani del salotto Gruber, dovrebbe pur segnalare con vigore quanto sia stolta la pretesa della Svezia e di altri Paesi di rimpatriare appunti i migranti che non riescano a dimostrare di essersene andati perché spinti dai guai della guerra. Dove e come effettuare questi rimpatri? A meno di non prendere a posteriori la soluzione che sarebbe cara a Salvini, cioè di ributtarli nel mare da cui sono arrivati, o di rinnovare le fauste imprese dei colonnelli argentini, che caricavano le vittime su aerei e poi le gettavano nel vuoto. A proposito, è calata o no l’affluenza dalle coste libiche verso i nostri lidi, o si tratta solo di un arresto temporaneo dovuto alle pessime condizioni del mare? Ma queste dovrebbero pesano pure su quanti invece al momento insistono nello staccarsi dalle coste turche per approdare nelle isole greche, con rotte disastrate da naufragi e annegamenti. Oppure, trattandosi di bracci di mare più corti, agisce la speranza di varcarli facendola franca? Ma la quantità di morti dovrebbe indicare il contrario. E in effetti, la via di terra, dalla Siria alla Turchia e poi verso Grecia e Macedonia, o anche solo gli imbarchi sulla costa, dovrebbero essere più facilmente controllabili, laddove la cosa riesce difficile se tentata sul migliaio di chilometri della costa libica. Comunque, si smetta di invocare la falsa pista del rimpatrio, l’esodo dei profughi va fermato in partenza, altrimenti, una volta giunti tra noi, ce li dobbiamo tenere, ricorrendo a una saggia distribuzione tra i vari Paesi.

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Arte

La ceramica: una felice provocazione

E’ già stata universalmente notata la forte presenza della ceramica in tutta l’arte attuale, presenza cioè di un materiale le cui origini si perdono nella notte dei tempi, e che fra l’altro accomuna in un ponte efficace la nostra area mediterranea con l’Estremo Oriente della Cina, e che nello stesso tempo riesce a combattere ad armi pari con l’invasione dei nuovi materiali tecnologici, come sarebbero le resine sintetiche. I materiali classici della tradizione, quali il marmo e il bronzo, sono in netto declino, quasi destinati alla scomparsa, il primo si salva solo in forma di polvere da immettere entro stampi, magari modellati con ricorso al computer. E dunque, ben venga una ennesima rassegna di prodotti ceramici, ora proposta dalla bolognese Fondazione del Monte, con forse troppo ridotta appendice anche al vicino Museo Civico Medievale. Sono ben lieto che a curare la rassegna ci sia Guido Molinari, mio valido socio in tante perlustrazioni sulle nuove frontiere della ricerca artistica, avendo al suo fianco una persona competente quale Matteo Zauli, degno figlio di uno dei maggiori ceramisti del passato, e promotore di tante iniziative a favore di questo materiale. Il tutto sotto la regia di Maura Pozzati, che sta portando la Fondazione del Monte a frequentare sempre più i perigliosi sentieri dell’attualità. Efficace anche il titolo della rassegna, “Terra provocata”, che pare essere ripreso da una idea di Marisa Zattini, attiva nel vicino territorio cesenate. L’aggettivo ci può servire anche per entrare in merito a una valutazione critica, infatti i due curatori non sembrano essersi limitati a chiamare in scena chi è solitamente abituati a valersi della ceramica, ma hanno “provocato” a cimentasi con questo materiale altri artisti abituati a esprimersi più di frequente con altri mezzi. Da qui viene quasi un criterio per classificare i vari partecipanti alla rassegna distinguendovi appunto i “soliti noti”, con sicuri exploits ceramici alle loro spalle, da chi invece si è lasciato tentare dall’occasione, magari a loro volta dividendo gli appartenenti a tale categoria tra chi nel cimento ha dato buona prova, e chi invece sembra averlo fatto come esercizio non del tutto rispondente alla propria migliore vocazione. Ovviamente nel primo caso emerge Lucio Fontana con un “Concetto spaziale”, anche se nel suo caso si dovrebbe avere più coraggio e rilanciare alla grande tutta la precedente fase “barocca”, esagitata, pre-informale, su cui invece i troppo prudenti critici delle nuove ondate preferiscono far cadere una specie di proscrizione. Ci sono poi gli infinitamente virtuosi Bertozzi e Casoni, maestri del “più vero del vero”, che potremmo considerare in gara con i prodotti ugualmente “high fidelity” di Piero Gilardi, e ci sarebbe da imbastirci sopra una bellissima tenzone tra la “dura” terra e la “morbida” gommapiuma. Ovviamente nella lista di questi super-adatti e anzi trionfatori nel ricorso alla nobile “faïence” spicca Luigi Ontani. Ma il vivo della presente rassegna sta piuttosto nell’andare a vedere chi, stimolato, anzi “provocato” dall’occasione, vi ha aderito d’impulso, magari pensando di non dare seguito a questo temporaneo coinvolgimento. In tale lista ci stanno bei nomi, come addirittura il multiforme Ilya Kabakov, ma anche Sisley Xhafa, che si presenta forgiando un minimale, quasi invisibile stecchino, o Adrian Paci, che dimostra come anche il linguaggio fotografico possa “piastrellarsi” in una mattonella, e lo segue a ruota Marco Samoré, artista ai suoi inizi molto promettente e ora alla ricerca di un ruolo, Multiforme anche è Alessandro Pessoli, che per sua e nostra fortuna non ha paura dei cibi forti, policromi, aggressivi, e ovviamente il ricorso alla ceramica lo aiuta su questa strada. Anche Luca Trevisani è tra gli emergenti che non temono di costeggiare il disordine di specie post-informale, tanto temuto invece da tutti i favorevoli a forme lustre, minimali, che ritengono sia vietato sporgersi, mettere carne al fuoco. Tra questi normalmente ci sarebbe anche Francesco Gennari, che però questa volta spreme le meningi, pardon, una specie di tubo della maionese o di sapone per barba ricavandone una bella colata tremolante.
Da misurare con la bilancia la proposta di Eva Marisaldi, che consiste appunto in tanti piattini messi in bilico a soppesarsi tra loro, col che si conferma il suo amore per le superfici. Ritrovo nell’amico sudcoreano T-Yong Chung la sua abitudine a comportarsi come Pollicino, a lasciar tracce del suo passaggio. Questa volta ha perso per strada dei lustri stivaletti, inutile tentare di raccoglierli e rimetterli in ordine.
Infine, diciamolo pure, ci sono alcuni partecipanti “grandi firme” che non so se abbiano fatto bene a stare al gioco, ad accogliere la “provocazione”. Per esempio, il minimalista Liam Gillick non mi pare che si trovi a suo agio a voler affidare le tese e snelle geometrie di cui di solito si vale a un denso e pesante strato ceramico che ne tradisce la leggerezza progettuale. Alberto Garutti ama sorprenderci, appare capace di tutto, come sarebbe, in questo caso, il mettersi nei panni di un confezionatore di statuine devozionali. E Ai Wei Wei, da buon orientale, è enigmatico, imperscrutabile quanto all’uso che assegna alla sua collana, o non piuttosto catena per imbrigliare qualche ostaggio?
Trerra provocata, a cura di Matteo Zauli e Guido Molinari, Bologna, Fondazione del Monte e Museo Civico Medievale, fino al 20 marzo, cat. Corraini.

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Letteratura

Di Fronzo: come imbalsamare un intero appartamento

In queste pagine ho fin troppo celebrato il clima anni Novanta quale per la narrativa è emerso degli incontri reggiani di RicercaRE. Poi quella formula è stata ripresa, dal 2006, a Bologna, donde il mutamento di sigla, RicercaBO (in realtà la sede era la Mediateca del Comune di San Lazzaro di Savena). Ma gli afflussi sul fronte della narrativa si sono fatti più incerti, tanto che anche un fenomenologo degli stili come lo scrivente ha trovato e trova tuttora delle difficoltà a ricavarne una linea, che non sia solo una derivazione dal passo trionfale dei predecessori. Le cose invece procedono molto bene per quanto riguarda la ricerca in poesia, ma ne parlerò altra volta. Naturalmente non sono certo mancate le voci degne di interesse, poi quasi sempre premiate da un’uscita presso editori, grandi o piccoli che siano. Qui vorrei segnalare proprio uno di questi esiti positivi, mi riferisco a “Il grande animale” di Gabriele Di Fronzo, ora pubblicato da Nottetempo. Di Fronzo aveva letto con successo all’edizione del 2014. Naturalmente, secondo la formula di questi incontri, si era limitato a leggere un breve brano iniziale del romanzo, che però faceva intuire un procedere con passo via via più sicuro e con un graduale ampliamento di orizzonti. Fin dall’inizio ci parla in prima persona un imbalsamatore di professione, e già la circostanza, abbastanza inusuale, è tale da riscuotere la nostra attenzione, anche per la precisione di dettagli con cui ci viene detto come procedere nei confronti di animali di grande o medio o minimo formato. Non si tarda a comprendere che il narrante è in sostanza un personaggio autistico, privo di vita propria, e per tale ragione tutto immerso in quelle sue pratiche minuziose, ossessive, mortuarie. Da quei primi assaggi avevamo subito intuito che la dimensione delle prede sarebbe andata via via allargandosi, e infatti, ora che sappiamo come il racconto procede, vediamo comparire un “grande animale” che altri non è se non il padre di colui che ci parla. Sono entrambi personaggi tristi, relegati in un’esistenza senza donne, della moglie e madre non ci sono tracce, inoltre il genitore è gravemente ammalato, si percepisce chiaramente che sta per mutarsi in uno di quei cadaveri di cui il figlio fin troppo premuroso e devoto usa farsi carico. Infatti alcuni passaggi del tutto notevoli per insistita necrofilia sono quelli in cui ci viene detto come il nostro tassidermista cura la spoglia paterna, predisponendola al funerale. Ma sarebbe errato pensare che in questo trattamento il nostro zelante protagonista abbia raggiunto il termine ultimo, promesso dal titolo. Infatti non è il padre a costituire il “grande animale” che ci viene annunciato, si profila in vista una preda ancora più impegnativa e decisiva cui dedicare una attenzione, una cura davvero totalizzanti. E’ lo stesso appartamento in cui il padre ha trascorso la sua misera e grama esistenza, che il figlio, installatosi in esso, decide di demolire, di smontare pezzo a pezzo, facendosi assistere, attraverso una dettagliata cronaca diretta quale si addice al suo stato di totale introversione, su come si può procedere per smontare le tapparelle, gli impianti igienico-sanitari, perfino le mattonelle del piancito. Non si può mancare di ammirare le tante precauzioni ingegnose assunte dal demolitore per mandare a buon fine un tale proposito, c’è insomma del metodo in questo procedimento per se stesso folle e delirante, per esempio bisogna accumulare i materiali in modo che non ostacolino il proseguimento dello smontaggio, e bisogna anche pensare a come alimentarsi, con prodotti che non richiedano l’uso del fornello a gas o del frigorifero, man mano che questi mezzi di normale conforto vengono eliminati. Probabilmente Di Fronzo ha potuto trarre qualche spunto da un’opera apparsa al medesimo appuntamento di RicercaBO due anni prima, la “Casa di Edo” di Paolo Marino, che in quel medesimo anno si era distinta al Premio Calvino entrando nella terna finale. Anche là l’Edo del titolo si era dato a uno smontaggio estremo dall’abitazione da cui se ne erano andati i genitori, vittime di un incidente stradale. Anche quell’eccellente romanzo ha avuto una sua uscita editoriale, ma con titolo sbagliato, tale da rovesciarne la stessa inflessibile logica interna. Infatti esso suona “Strategie per arredare il vuoto”, laddove si tratta esattamente del contrario, di portare un appartamento normale ai limiti del vuoto spinto. Qui siamo di fronte a un intento e procedimento del tutto corrispondenti, però anticipati, previsti, sperimentati per vie del tutto diverse. Il nostro imbalsamatore si è allenato alla sua tenace opera di svuotamento sistematico applicandola ai corpi morti degli animali, illustrandoci pazientemente come se ne asportano le interiora, come si penetra nelle epidermidi. I procedimenti in dfeinitiva non cambiano molto nel passaggio da elementi organici al massimo di inorganicità quale può essere dato da uno stabile dei nostri giorni. A un simile mutamento di scala veniamo abituati poco alla volta, a piccoli passi ma secondo una logica inflessibile, implacabile.
Gabriele Di Fronzo, Il grande animale, pp. 161, euro 12.

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Attualità

Domenicale 24-1-16

A dire il vero oggi non avrei nulla di radicalmente nuovo da osservare, se non ribadire cose già dette. Per esempio, è ridicola l’ostilità con cui le varie sinistre condannano il fatto che la riforma del senato sia passata con i voti verdiniani. Con ciò si dimentica tutta una serie di dati di fatto:
– al governo non c’è un monocolore, bensì una, diciamo “kleine coalition”, nata quando il Pd, alle ultime elezioni, non ha potuto ottenre la maggioranza anche in senato. Ci fu il coraggioso tentativo di Bersani di avere l’appoggio dei Cinque stelle, ma come ben si sa, essi opposero un rifiuto perentorio e tassativo. Pare che le cose si mettano meglio in Spagna dove, oggi, si profila una alleanza tra il Partito socialista spagnolo e Podemos, gli equivalenti dei nostri Cinque Stelle, che dunque, se accettano, si dimostrerebbero più malleabili;
– a furor di popolo il Pd allora venne costretto a un’alleanza innaturale ma obbligata con la FI di Berlusconi;
– poi Berlusconi se n’è andato per ripicche personale, e saremmo stati trascinati a nuove elezioni anzi tempo, e con un disastroso sistema di pura proporzionalità, se non fosse intervenuta la salvifica scissione di Alfano e compagni a permettere di tirare avanti, e di portare a termine la riforma costituzionale, cui fino al giorno prima aveva aderito lo stesso Berlusconi;
– ora che dall’ice-berg di FI in via di scioglimento, dopo quello di Alfano, si distacchino altri massi, quale appunto Verdini e compagni, o addirittura il duo Bondi, non muta per nulla la situazione, restiamo nel perimetro di un governo di forzosa coalizione, e dobbiamo ringraziare la riforma elettorale voluta proprio da questa coalizione, anche contro i propri interessi, che dovrebbe consentire, la prossima volta, di uscire da questo clima senza dubbio inquinante di alleanza scomode, facendo saltar fuori dalle urne un unico partito vincitore. Ben vengano dunque, al momento, tutte le forze che corroborano la marcia verso questi obiettivi. E poi, come si è sempre detto, le riforme devono avere un massimo di consenso. Dunque, per quale perversione mentale i voti verdiniani vengono considerati infamanti?
Un’ altra delle corde già da me toccate è la divertita rilevazione del gufismo di cui continua a dar prova un notista politico considerato di peso quale Piero Ignazi, nei fondi con cui compare sull’”Espresso”. Quello della presente settimana si intitola “Sulle unioni civili il premier rischia tutto”, invece, se c’è una questione in cui non rischia un bel nulla, è proprio questa, tanto da essersi concessa la parte nobile di lasciar votare secondo libertà di coscienza, tanto, l’esito è sicuro, certamente la legge che dà parità di diritti alle coppie omosessuali, rispetto ai matrimoni normalmente “etero”, passerà di sicuro. Mentre in Italia, sotto il vigile controllo della Chiesa, mai si arriverà a concedere ai gay il matrimonio tout court. Ma poco cambia, è giusto che le coppie di uguale sesso, se disposte a sancire in termini di legge la loro unione, godano degli stessi diritti (assistenza medica, reversibilità delle pensioni, eredità dei beni) usualmente riconosciuti a chi è unito in matrimonio regolare. La questione dell’adozione di figli appartenenti a uno dei partner prima dell’unione “omo” è del tutto marginale, riguarda pochi casi, e si può risolvere col buon senso, magari affidandola alla magistratura. Renzi, semmai, ha attualmente altri più pericolosi rospi da affrontare.

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Letteratura

Scarpa: la natura umana al microscopio

Tiziano Scarpa è la punta d’attacco del clima magico anni Novanta, per la narrativa italiana, che assieme ad altri validi compagni ho avuto la fortuna di tenere a battesimo, nel corso di quel decennio, grazie agli appuntamenti reggiani di RicercaRE. Egli è rimasto il più ardito e sperimentale tra tutti, accettando anche generosamente i rischi insiti in una simile condotta, portata a imbrogliare i giochi tenendosi sempre alcune carte di riserva nella manica, dando scossoni alla trama, come si fa nel bigliardino per imporre un corso diverso alla pallina, magari artificiale e arbitrario. Difficile, nel suo caso, il compito di un recensore, inevitabilmente costretto all’”eresia della parafrasi”, cioè a raddrizzare i percorsi, magari distruggendo gli effetti speciali di sorpresa previsti dall’abile stratega, fino a tirarsi addosso le sue rampogne. Nella mia “lunga fedeltà” verso questo autore mi sono spesso meritato le sue rampogne e condanne, fino quasi a sentirmi intimare una interdizione a parlare di lui. Il romanzo appena uscito, “Il brevetto del geco”, risulta particolarmente complesso e laborioso, e dunque i rischi per il povero recensore aumentano a dismisura. Ma mi proverò lo stesso a fare del mio meglio. Forse al fondo di tutto c’è in Scarpa una pietà creaturale, ma subito pronta a mutarsi in disprezzo, in condanna, per una umanità dimessa, implacabilmente fustigata nei suoi vizi e limiti. I numerosi protagonisti di questa vicenda sono esseri degradati, posti ai livelli più bassi della scala sociale, infelici nelle relazioni umane, come implacabilmente denuncia l’intervento di una istanza superiore. Scarpa è troppo avveduto per far ricorso un narratore onnisciente, e dunque colui che ci parla, che tira i fili della storia, si presenta per primo in forme adeguatamente abbassate. Apprenderemo, nel corso del racconto, che si tratta di un non-nato, di una creatura vittima di un aborto, e dunque gli si addice tutta una serie di formule, è un “non-io, pre-io, de-io, ob-io, infra-io”. Già a questo punto ci si può chiedere se Scarpa non faccia spreco del suo talento, forse ciascuna di queste ingegnose proiezioni meriterebbe di essere messa a fuoco con più spazio, non limitandola a rapide e fugaci presenze quasi tra parentesi. Però, questa voce malgrado tutto autorevole e legiferante può farci ricordare qualche apparizione classica, per esempio “Il diavolo zoppo” del francese Lesage, dove il Maligno scoperchia i tetti per far apparire le miserie umane, i peccatucci che si nascondono nell’oscurità delle stanze. Il non-io in azione nella presente storia procede a questo modo, denunciando le bassezze dei vari pseudo-personaggi, Cominciamo da Adele Cassetti, nubile, condannata allo zitellaggio, che si consola acuendo le sue capacità percettive, alimentate dal geco che compare nel titolo. Questa umanità degradata al livello di insetti si diverte o si consola nello scoprire altre esistenze ai margini. In vista di un simile compito Scarpa fa intervenire un’altra istanza sovra-strutturale, oltre al non-io, costituita dal complesso delle parole, pronte anche loro ad assumere una guida autorevole nel condurre le varie trance del racconto, attribuendosi un ruolo ineliminabile. Infatti straordinaria è l’efficacia con cui il Nostro conduce le sue esasperate ricognizioni su un’ umanità abbassata, e dunque venuta a contatto di esistenze ugualmente degradate, fino a ricavarne pezzi da antologia, come quella che riguarda proprio le mosse del geco, il suo disperato tentativo di saltar fuori da una pentola le cui pareti sono foderate con un metallo scivoloso, impraticabile. Poi Adele incontra un’”anima gemella”, tale Ottavio come lei incapace di sentimenti, tanto che i due si devono limitare a praticare il sesso in modi risibili, spietatamente osservati e denunciati dal Dio di tutto questo universo. Altra figura degradata è quella di Federico Morpio, che si riconosce come artista mancato, mal ridotto a livello economico, costretto a fare ricorso a un genitore più facoltoso di lui, tentando di farsi perdonare la sua condotta dissipata col prestargli una tardiva assistenza. E qui di nuovo scatta l’attenzione microscopica, lenticolare che il Dio di questo regno perverso è pronto a elargire alle sue creature. Morpio lascia perdere gli strumenti della pittura per mettersi a curare i piedi del padre, deformati da paralisi e mancanza di esercizio, e così pelli aride, callosità indurite, unghie incarnate si fanno avanti, riempiono lo schermo. Le parole, ben consapevoli della loro dichiarata importanza, fanno miracoli per adeguarsi alle mille pieghe di questa realtà sgradevole, perfino rivoltante, nauseante, ma a un certo punto appare anche palese il loro limite, e dunque Scarpa riconosce che occorre fare ricorso a mezzi più efficaci. Ecco quindi la presenza dilagante, seppure contraddittoria rispetto alla preminenza attribuita alle parole, dei vari nuovi media di cui si valgono le arti visive. Condotto per via naturale al seguito del fare arte di Morpio, l’Autore esplica una larga e perfino eccessiva conoscenza di artisti e mezzi dell’attuale panorama, foto, video, performance, installazioni, quasi che l’intera narrazione volesse fare un salto dimensionale, prendere il volo dalla carta per confluire piuttosto in qualche dischetto o ricorso alla rete. Ricordo a questo proposito un diverbio tra me e Scarpa, una volta mi avvenne di dire che il suo, come quello dei compagni, è un realismo integrato, a differenza di quelli tradizionali, dal congiungersi con tutti gli apporti delle nuove tecnologie. Lui mi rispose, tra gli applausi dei presenti contrari alla mia tesi, che non aveva neppure l’abitudine di aprire la televisione. La televisione forse no, in quanto mezzo arcaico e ormai superato, ma tutti gli altri congegni della nostra civiltà elettronica sì, o quanto meno in queste pagine sono continuamente evocati, anche se in definitiva tocca alle parole sostenere il peso maggiore, visto che al momento Scarpa non prende la via del sistema dell’arte, ma insiste a valersi del mezzo cartaceo per offrici il suo intrigante, complesso, multiforme prodotto.
Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco, Einaudi, pp. 328, euro 20.

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Attualità

Domenicale 17-1-2016

Anche questa domenica insisto sui fatti di Colonia, benché ormai lontani una quindicina di giorni. Purtroppo sta avvenendo quanto gli oscuri tessitori di quell’evento si erano prefissi, è nata una polemica sulla possibilità o meno che la cultura islamica sia compatibile con la nostra, il che ha dato esca alle varie Santanché e simili di predicare che l’integrazione è impossibile, troppo profonde si confermano le ragioni che ci separano. Come se quelle violenze e offese alle donne fossero un fenomeno inevitabile, già avvenuto e quindi destinato a ripetersi ad ogni capodanno, in Germania o in altro Paese europeo. Sappiamo bene che piccoli scontri, violenze, aggressioni sono dovunque all’ordine del giorni, ma si tratta di colpi di spillo che come tali non compromettono le possibilità di una pacifica convivenza tra i membri delle due culture. E dunque, ancora una volta, siamo stati in presenza di un fenomeno eccedente, di proporzioni insolite, il che fa appunto pensare che lo si era organizzato con cura, mirando a conseguire lo scopo perverso di mettere a rischio la buona intesa tra gli uni e gli altri. Il fatto stesso che a tanta distanza i servizi di intelligence non siano stati in grado di fornirci una lista di “chi c’era”, in una compagnia così folta, fa pensare a un non troppo oscuro proposito di lasciare la cosa nell’ombra, di impedire di fare chiarezza. Oltre alla complicità dei servizi segreti, che per nostra diretta esperienza sappiamo bene quanto siano il più delle volte deviati e sempre pronti a mettersi a disposizione di intenti reazionari di destra, si aggiunge il comportamento ambiguo della polizia locale, che forse ha voluto farsi trovare impreparata di fronte a quella minaccia organizzata, continuando anche dopo il compiersi di quei fatti a non fornire un’assistenza adeguata. Le donne vittime di quelle aggressioni hanno dichiarato di aver dovuto attendere lunghe ore prima di poter presentare le loro denunce, tanto che molte di loro si sono sentite scoraggiate e hanno preferito andare a casa. Male ha fatto la Merkel, prima vittima di queste trame oscure, a non aver promosso un’indagine accurata e spregiudicata per accertare le responsabilità. E’ fondamentale concludere che non si è trattato di un oscuro e inevitabile portato di uno scontro di civiltà, bensì di una mossa accuratamente ordita, che però potrebbe rimanere eccezionale, non destinata a ripetersi, purché se ne denuncino con chiarezza i responsabili.
Sempre in materia di scontro tra i nostri valori occidentali e l’islam, mi stupisce l’assenza dal tavolo del dibattito di un’adeguata attenzione ai portati della cultura materiale. Non è uno scontro di religioni, ma di diverse fasi appunto di cultura materiale. Noi da due secoli beneficiamo dell’ingresso nel sistema industriale, e in definitiva, siccome questo è stato lento a diffondersi nei paesi del nostro Sud, questi sono rimasti a lungo inchiodati al seguito dei pregiudizi tipici della civiltà contadina, improntati a un maschilismo che poco concede alla liberà delle donne. Ebbene, i paesi dell’islam per lo più sono fermi a quello stadio, con tutti i relativi aspetti: le donne relegate in casa, costrette a “coprirsi”, a rimanere sotto il vigile controllo dei mariti, a sposarsi solo col consenso dei genitori e così via. Le primavere arabe hanno sofferto della sperequazione tra una gioventù raggiunta via etere dai portati di una società industriale avanzata o addirittura “post”, e invece l’arretratezza dei loro sistemi ed economie di fatto.
Infine un foglio da far scivolare in un dossier già esistente: in questi giorni si è compiuto il cambio della guardia alla direzione di “Repubblica”, ma in nessuno dei nostri ciarlieri salotti pseudo-politici siamo stati illuminati sulle ragioni e mutamenti insiti in questo passaggio. Purtroppo devo constatare che i lunghi sproloqui di Scalfari continuano a uscire.

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Arte

Magnasco: un mondo lillipuziano immerso nelle tenebre

Il viaggio virtuale di oggi, che ormai ogni domenica accoppio alla visita professionale di una qualche mostra, seguita da recensione sull’Unità, prende la via di Parigi, Galleria Canesso, dove si può ammirare una rassegna dedicata a Alessandro Magnasco (1667-1749), artista genovese che infatti, a seguito, la sua città onorerà accogliendo a sua volta l’ampia retrospettiva, in Palazzo Bianco. Due sono i motivi di grande interesse che si incrociano in questo artista. Per un verso, occupando in buona misura la seconda metà del Seicento, egli ne attesta il carattere di esasperazione del precedente clima barocco, dando luogo alla variante diminutiva, da fase ben consapevole di un suo destino ulteriore e in minore, detta appunto del barocchetto, dove si conferma la tradizione di immergere la scena in un’oscurità programmatica. In questa direzione l’apripista di una simile fase seconda è stato Mattia Preti, ora in mostra a Roma, mentre un più avveduto esponente di nuovi orientamenti si trova in Luca Giordano, pronto a riprendere, sì, le mosse aggrovigliate e gli arditi sottinsù del barocco, ma deciso anche a schiarirli, così aprendo la strada al maggiore interprete di quella congiuntura, chiamato a riempire di sé la prima metà del Settecento, Giambattista Tiepolo. Mentre un altro veneziano, pur di grande valore, come il Piazzetta, perderà il treno in quella corsa verso nuovi orizzonti persistendo nel culto di un tenebrismo seppure abile e virtuoso. Questo continuare nel ricorso a una tavolozza scura, terrosa, quasi sempre negata alla luce esterna, rotta solo da faci, torce, fuochi, cioè da luci artificiali che nel contrasto accrescono la forza dominante degli scuri, è però temperato dal fatto che il Magnasco abbraccia un carattere quale sarà presente e dominante nei migliori protagonisti del Settecento, alleato al loro chiarismo, a un “illuminismo” magari da prendersi alla lettera, senza troppe complicazioni filosofiche. Qualcuno ricorderà che poche domeniche fa ho celebrato, in una delle mie visite virtuali, il primato di Liotard, in questa propensione a “andare in bianco”. Ma se il Magnasco non schiarisce la tavolozza, accetta però un requisito di questa posterità “illuminista”, procede cioè ad animare la scena con una inondazione di figurette agili, saltellanti, vivaci come insetti, magari proprio rivelati da una torcia che fende il buio e provoca un fuggi fuggi di animaletti spaventati. In questo “fare piccolo” il Magnasco dà la mano a tanti suoi colleghi successivi, per lo più impegnati nel vedutismo, soprattutto di marca veneto-veneziana, da Marco Ricci ai grandi Canaletto e Bellotto. La geniale invenzione del microscopico regno di Lilliput, concepita dallo Swift, è in agguato, e si potrebbero fare i nomi anche di Hogarth con le sue incisioni colme di gusto aneddotico, e di Watteau con le sue feste galanti. Solo che, per effetto di quell’altra componente che si porta dietro, le figurette di Magnasco non possono concedersi alla calma, alla posa, magari soddisfatta di sé, dei loro compagni di via chiamati ad animare quel paesaggismo del tutto “in chiaro”. Il tenebrismo del barocchetto deve pur trovare una giustificazione anche nelle tipologie dei personaggi, che dunque devono essere allungati, allampanati, deformati, perfino caricaturali, svolgendo una implicita denuncia del clima vizioso, come per aria malsana, soffocante, che si respira in conventi, in mense troppo affollate, in refettori e convitti, dove magari sono già sequestrate e languiscono delle “monache di Monza”, Già, perché, sempre a voler tracciare una vicenda di fughe in avanti, il nostro Magnasco scavalca a rapidi passi l’intero clima illuminista e si porta ad anticipare il romanzo nero o gotico che si installerà nell’inghilterra di fine Settecento. Le fini di secolo sono per loro natura esagitate e irrequiete.
Parigi, Galleria Canesso, fino al 31 gennaio, poi Genova, Palazzo Bianco, dal 25 febbraio.

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Attualità

Chi c’è dietro ai fatti di Colonia?

L’avvenimento del giorno sta senza senza dubbio nei fatti criminosi avvenuti nel corso del capodanno a Colonia, ben più gravi perfino rispetto alle varie imprese dei kamikaze e dei violenti attentati, quali si sono avuti a Parigi e in tante altre parti del mondo. Purtroppo dobbiamo rassegnarci allo scoppiare di queste violente crisi del tutto imprevedibili nel tempo e nello spazio. Ma i fatti di Colonia hanno il peso di ciò che sfugge a certe tipologie e che risulta non chiarito nella sua dinamica. Più ancora che deplorare la mancanza di prevenzione da parte della polizia del luogo, colpisce la carenza di interventi di “intelligence”, di servizi informativi di stato. Mai possibile che, ormai a dieci giorni di distanza, non si abbia ancora un elenco preciso di chi ha organizzato quella vasta aggressione collettiva, soprattutto per quanto riguarda la provenienza dei vari esponenti coinvolti nella massiccia operazione? Corre voce che tra questi ci sia stato un certo numero di immigrati recenti, ma la cosa sembra largamente inverosimile, come è possibile che poveri disgraziati giunti da poco, bisognosi di ogni genere di assistenza, abbiamo escogitato quegli assalti tali da compromettere il futuro delle loro esistenze nella terra dell’esilio? Oltretutto quei loro gesti inconsulti sarebbero tali da compromettere gravemente le sorti di tanti loro compagni di sventura. Pare invece delinearsi l’ipotesi che si sia trattato di pochi esponenti prezzolati, convinti a quelle azioni devastanti dietro il ricevimento di un compenso. Ovviamente una simile ipotesi vale soprattutto a carico delle centinaia di residenti da tempo, che invece fin qui avevano dimostrato di saper rimanere abbastanza tranquilli e rispettosi delle regole. Degno di nota infatti che il fenomeno è stato improvviso e singolare, non ha corrisposto a un rito di massa, a intemperanze tali da ripetersi nei vari capodanni, il che in parte giustifica l’inerzia, l’impreparazione della polizia, che si è lasciata sorprendere del tutto alla sprovvista. E dunque, diciamolo pure, il tutto puzza di abile e sotterranea congiura ordita a tavolino, con cura, e dunque per tale ragione risultano ancor più gravi le deficienze, non tanto della polizia, quanto proprio dei servizi di “intelligence”. Possibile che non si scopra se sono corsi messaggi, e promesse di denaro, considerando tra l’altro che l’operazione risulta essersi estesa anche ad altre città tedesche? Emerge insomma l’ipotesi che si sia trattato di una losca trama predisposta dalle forze di destra risolutamente ostili all’accoglienza dei profughi, così da innescare, come infatti è avvenuto, un’ondata di sdegno anti-islamico. Il “cui prodest” ha in sé una logica che poche volte sbaglia. Di passaggio in passaggio, si potrebbe giungere perfino a chiedersi se l’impreparazione dimostrata dalla polizia non sia stata prediposta in alto loco, appunto da istanze superiori e segrete che, come purtroppo sappiamo sulla nostra pelle, molte volte risultano deviate. In aiuto viene anche il detto popolare che “a pensar male non si sbaglia mai”. In qualche modo la riprova del tutto potrà seguire proprio dall’esito delle indagini in corso. Ci si dica chi ha manovrato, chi era alla testa di questi raduni violenti, se ci sono state promesse di pagamenti. Se invece permane il silenzio, l’indecifrabilità attorno a questo avvenimento, pare davvero lecito pensar male.

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