Letteratura

Fortunato, perché perseguiti la neoavanguardia?

Mi guarderei bene dal ricordare in qualche modo il centenario dalla nascita di Giorgio Bassani, se non fosse venuto a irritarmi un trafiletto di Mario Fortunato sull’”Espresso” di questa settimana (n 13, 31 marzo) volto a celebrare le lodi dello scrittore ferrarese, collegandolo pure all’elogio di uno studio monografico dedicatogli a suo tempo da Enzo Siciliano e ora ristampato. Nell’occasione Fortunato denuncia “lo sciocchezzaio neoavanguardistico imperante fra la metà dei Sessanta e tutti i Settanta del secolo scorso”. A questo modo il recensore conferma la strana avversione che quel settimanale ha ostentato verso di noi, a cominciare da un “vetro soffiato” di Eugenio Scalfari che ci condannava, confermando così l’atteggiamento supercilioso che tutto l’italico “establishment” ci ha sempre rivolto. Purtroppo un Eco come sempre volteggiante sul trapezio del consenso non fu pronto a reagire nella sua “Bustina di Minerva”, anzi, disse che in fondo eravamo stati non altro che ragazzotti intenti a fare rumore, così dimenticando l’eccellente guida intellettuale con cui ci aveva sostenuto negli anni buoni, e meritandosi una mia piccata risposta. Per parte mia, sono sempre stato equo verso Fortunato, trattando abbastanza bene i suoi romanzi, e collocandolo nell’ambito di quei “nuovi romanzieri” capeggiati da Pier Vittorio Tondelli che in definitiva hanno aperto agli ottimi esiti dei narratori anni Novanta, ovvero a una terza ondata di neoavanguardismo, piaccia o no a tutti i nostri instancabili detrattori.
Capo d’imputazione, la famigerata frase con cui Sanguineti definiva Bassani e Cassola come “Liale della letteratura italiana”. Devo precisare che io allora, fine anni Cinquanta, come punta d’attacco della nostra denigrazione rivolta a quei due capofila del conservatorismo nostrano, non mi sono mai valso di questa espressione, e non lo ha fatto neppure il mio partner più titolato, Angelo Guglielmi, e dunque si tratta di una formula “scappata” a Sanguineti nel furore della scontro polemico. Ma mi chiedo se addirittura non sia elogiativo usare al loro proposito quel riferimento. La condanna da noi emessa forse era ancora più grave. Se davvero i due avessero colto qualche spunto da una letteratura kitsch e popolare, sarebbero stati quasi in linea con certi sviluppi dei mass media, di cui poi avrebbe fatto tesoro l’astuto Eco quando decise di scendere in pista di persona. Noi dicevamo che i due erano la manifestazione di una Italietta anteguerra, chiusa ai grandi influssi internazionali, intenta a consumare le piccole cronache di un Paese provinciale, ancora arroccato in una cultura contadina. Questo valeva soprattutto nel caso di Cassola, cui magari si poteva riconoscere qualche merito nell’aver tentato, già sul finire degli anni Trenta, di rilanciare il tema del realismo, ma appunto in modi deboli, che poi non avrebbero saputo approfittare delle nuove frontiere e del clima movimentato apertisi col dopoguerra. La sua operazione, insomma, non seppe cogliere il clima vivace apparso per esempio coi Gettoni di Vittorini e Calvino, ponti ad accogliere le prime prove, oltre che di Calvino stesso, di Fenoglio e di Lucentini, davvero degni del neorealismo in presa diretta che stava trionfando nel cinema di Rossellini e della coppia De Sica-Zavattini.
Quanto a Bassani, si potrebbe obiettare che la sua Ferrara era preziosa e aristocratica, ma forse troppo, adagiata in un proustismo fragile, di corto fiato, incapace di affrontare davvero un approfondito passo analitico. Sono andato a rileggermi a questo punto la stroncatura che avevo rivolto al “Giardino dei finzi Contini”, poi raccolta nella “Barriera del naturalismo”, e la ripeterei parola per parola, orgoglioso di averla stesa a tamburo battente. E insisterei anche nella condanna di un colpevole risvolto ideologico contenuto in quel romanzo. Oltre a rimanere fermi a un piccolo mondo antico, i due paladini dei benpensanti di allora tentavano anche di farsi accreditare civettando con l’”impegno”, ma su questo fronte il narcisista Bassani giungeva a un esito disastroso. Infatti, tentando di assorbire qualche sentore di decadentismo “ancien régime”, attribuiva alla comunità ebrea di Ferrara, a cominciare dalla protagonista principale Micol, i segni di una morte spirituale immanente, col che quasi si venivano a giustificare le persecuzioni poi seguite, tanto, quelle creature, a cominciare proprio dalla stessa Micol, ci venivano mostrate come fiori squisiti ma gracili e macilenti, per fortuna che a parlarcene c’era un vispo narratore ben allineato sui temi del giorno.
Alla pochezza dei Bassani e Cassola, in quei miei interventi sfrenati, contrapponevo la prosa certo non gradevole, anzi, pesante, contorta, di Alssandro Bonsanti, ma degna di un proustismo condotto fino in fondo, senza cedere ad attenuazioni civettuole ed estemporanee. I conti tornano, perché poi Bonsanti, posto alla testa del prestigioso Gabinetto Vieusseux di Firenze, non ebbe alcuna remora a invitarmi a parlare di un mio libretto, “Viaggio al termine della parola”, alla cui conferma pensai di invitare il miglior rappresentante della nostra poesia post-futurista, Arrigo Lora Totino, che si presentò in calzamaglia a condurre qualche piacevole performance, con scandalo dei presenti, tranne che del direttore Bonsanti che vi ritrovava tutta l’audacia di cui, da solitario, era stato capace in altre stagioni. Poi, scomparso Bonsanti, a quel posto venne chiamato Siciliano, vendicativo e rancoroso nei miei confronti, tanto da vietarmi il diritto di intervenire di nuovo in quella sede a presentare un mio ennesimo saggio. Ai suoi occhi miopi la mia partecipazione alla neoavanguardia mi squalificava a vita. Ma almeno in Siciliano agivano ancora i residui di vecchi scontri, non capisco perché un rappresentante decoroso dei nostri anni come il Fortunato da cui sono partito voglia continuare in quelle battaglie e condanne.

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Attualità

Domenicale 27-3-16

Il tema del giorno, e che certo ci dovrà accompagnare a lungo, riguarda i vari attentati da cui siamo colpiti, come è avvenuto di recente a Bruxelles. In proposito dobbiamo cominciare a fare un esame di coscienza e a riconoscere le nostre colpe. Non è senza dubbio un piacere farsi saltare in aria, come pure stanno facendo tanti giovani, che d’altra parte non si presentano a prima vista con un’aria particolarmente ascetica, anzi, consumano droghe, hanno compagne e amanti, non diversamente da tanti loro coetanei, e dunque, che cosa li spinge a questo rito assurdo e mortale? La risposta principale è che hanno visto padri, nonni, generazioni anteriori patire le pene d’inferno, discriminazioni dolorose nei ghetti che abbiamo lasciato costituirsi ai margini delle nostre città. A dire il vero, questo plurale richiede qualche precisazione, forse l’Italia è meno colpevole, rispetto alla Francia e al Belgio, ma perché non abbiamo avuto alle spalle le loro colonie, e siamo stati per lunghi decenni noi stessi un popolo di migranti in cerca di lavoro, e dunque destinati a conoscere emarginazione, trattamenti umilianti, patimenti, nelle sedi del mondo occidentale più potenti e dominatrici. Per esempio, i nostri poveri minatori impiegati nei pozzi carboniferi proprio del Belgio vi hanno subito pene infernali, e dunque dal loro seno potevano emergere figure di vendicatori. Ma una certa omogeneità tra i nostri miseri esuli e la popolazione circostante ha consentito un loro assorbimento graduale. Il che invece non succede verso chi viene da altre culture rimanendo abbarbicato a usi e costumi dei paesi d’origine, ma più che altro perché si vede impedito a seguire efficaci processi di integrazione.
Ho colto in merito due voci significative, una accettabile, un’altra invece negativa e pericolosa. La prima viene da un personaggio, Massimo Cacciari, che in linea di massima non amo, anzi, in passato, sulle pagine amiche dell’”Immaginazione” gli ho rivolto uno sfottò definendolo un Dottor Jekyll e Mr Hyde alla rovescio, di notte astruso filosofo che sembra fare la parodia di una buona prosa speculativa, di giorno invece abile profittatore, pronto a coltivare i “do forni” a Venezia, a prendere voti a destra e a sinistra. Ora invece si è fatto campione dei “gufi”, di coloro che vedono dappertutto mali e decadenza, come un Bartali pronto a recitare il suo ritornello, “tutto sbagliato, tutto da rifare”. Ma l’altro giorno, dal salotto della Gruber in cui compare un giorno sì e un giorno no, gli ho sentito dire, una volta tanto, cose molto giuste, con riferimento alle periferie di Parigi, dove i poveri giovani di provenienza araba sono per lo più condannati alla disoccupazione, o se trovano un lavoro, vengono pagati alla metà di quanto percepiscono i coetanei della nostra razza. Si può ben comprendere come un trattamento del genere, protratto nei decenni, genera uno spirito di rivolta, costi quel che costi. Si tratta di giovani del tutto avvezzi alla nostra tecnologia avanzata, ma decisi a rivoltarcela contro, incoraggiati dal profilarsi in lontananza di una “città del sole”, l’Isis, che li spinge a questi furori, che però sono di nascita del tutto endogena. Magari al referto di Cacciari se ne può aggiungere anche uno proveniente dal comico Crozza, che in una recente trasmissione ci ricordava che il conto dei morti si risolve sempre a nostro vantaggio, ovvero con i bombardamenti “intelligenti” dei nostri droni abbiamo ucciso migliaia di cittadini dei territori in mano all’Isis, mentre la ritorsione applicata dai loro kamikaze sui nostri civili si ferma a numeri decisamente inferiori.
Contro queste acute osservazioni di Cacciari-Crozza si ergono invece le reprimende di Ernesto Galli della Loggia. Me ne sono andato “motu proprio” dal “Corriere della sera”, non cacciato via, come mi è capitato in altre prestigiose testate, proprio perché non sopportavo i predicozzi di questo autore, come dei suoi compagni in destrismo acuto quali sono Angelo Panebianco e Francesco Giavazzi. La tesi espressa dal Galli della Loggia, sul “Corriere” del 26 marzo, è esattamente l’opposto di quanto, con giusta intelligenza, ha espresso il duo Cacciari-Crozza, che cioè noi occidentali dobbiamo essere più duri con questi scomodi ospiti, obbligarli ad accettare i nostri riti e miti. Come se invece non fosse proprio la discriminazione, sociale, economica, etica con cui li opprimiamo, a costringerli a farsi delle loro usanze uno scudo protettivo, che però, per troppa compressione, a un certo punto provoca dei punti di rottura e di esplosione, non solo metaforica, ma ahimé anche dolorosamente reale.

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Perugino e Raffaello

Ottima idea, quella della Pinacoteca di Brera di offririci a contatto ravvicinato lo “Sposalizio della vergine” nella versione del Perugino, collocata tra gli anni 1501-1504, e l’altra ad opera dell’allievo Raffaello, di poco posteriore. La prima è dovuta provenire da Caen, in quanto era stata oggetto di uno dei tanti furti napoleonici, da cui era stata smistata in quella località di provincia, mentre la versione raffaellesca ha avuto la fortuna di rimanere sempre in patria e di finire appunto a Brera, di cui costituisce uno dei capolavori più noti. Tutti, a cominciare dallo stesso Vasari, hanno ben visto che nella sua versione l’allievo, pur fedele e timorato per tanti aspetti, già prende le distanze dal maestro, ovvero, per dirla proprio con la preziosa terminologia vasariana, il giovane artista sta già prendendo congedo dalla “seconda maniera” del Rinascimento per avviarsi risolutamente verso la terza, detta giustamente dall’Aretino “maniera moderna” per eccellenza. C’è da chiedersi se l’Urbinate avesse compiuto quel salto con le sue sole forze, o se invece fosse già giunto a Firenze sbirciandovi le innovazioni leonardesche, per esempio affidate all’”Annunciazione”, dove finalmente la piramide prospettica non resta schiacciata sui primi piani ma si distende in lontananza. Al momento Raffaello non si impadronisce ancora dello sfumato leonardesco, e neppure dell’anatomia magnanima di Michelangelo, ma certo riesce perfettamente a dare spazio e volume ai tipi perugineschi, che invece patiscono di tutti i limiti appunto della “seconda maniera”, verso cui giustamente il Vasari nelle sue “Vite” non è certo stato tenero. La ribalta su cui è posto il tempio, nella realizzazione del Perugino, sta bassa sull’orizzonte, per la paura istintiva che lui e ogni altro artista del Quattrocento nutrivano nei confronti della lontananza. Ovvero, in tutto quel secolo si continuò a navigare a vista, senza il coraggio di salpare verso il mare profondo. Solo Leonardo, a partire dall’”Annunciazione”, risultò capace di nutrire quel coraggio, e quando accenno a una tale vera e propria rivoluzione non manco mai di proporne l’omologia con il Cristoforo Colombo che con gesto parimenti audace seppe volgere le sue tre caravelle verso l’alto mare distaccandosi risolutamente da riva. Si veda inoltre come Raffaello, nella sua versione, aggiunga al lastricato piatto una gradinata capace di dare ulteriore rilievo al tempio, cominciando anche a imprimergli una rotondità. Infatti i gradini si articolano su varie facce, così come pure l’edificio spezza la noiosa frontalità con cui si presenta il suo corrispettivo nel trattamento del Perugino. Chissà, forse Raffaello aveva già avuto sentore della svolta che il corregionale Bramante stava portando in architettura, del tutto corrispondente a quanto veniva effettuato da Leonardo in pittura. Gli edifici, a differenza che nei procedimenti proposti da Leon Battista Alberti, non sono più solo una grammatica di piani frontali che si incontrano a perpendicolo, tutt’al più tagliati da archi e da volte a botte, ma assumono una bella sfericità, intesa anch’essa ad acquisire quote crescenti di volumetria. Si veda anche come la chiesa peruginesca si appiattisca inerte, come le cappelle radiali si distendano in superficie, dimostrando anch’esse il timore di movimentare lo spazio. Insomma, è in azione un maglio che schiaccia, impedisce ai corpi, animati o no, di conquistare volume, li riporta ai valori di superficie. Il che trova conferma, passando all’esame delle figure, nello stesso sacerdote che celebra gli sponsali. Nella tavola peruginesca, esso se ne sta impalato sull’asse verticale, con la testa schiacciata sotto un pesante copricapo che è la replica o l’annuncio della staticità inerte da cui è dominato l’edificio retrostante. Invece Raffaello cerca già di animare i personaggi, e proprio il celebrante reclina l’asse e il capo sull’obliqua, magari con quei ritmi aggraziati o addirittura civettuoli cui il giovane Raffaello affida il suo impulso a muovere, a dare dinamismo alle scene. E anche le figurette in secondo o terzo piano già di dispongono in modi più naturali, non sorgono come belle statuine di un presepe ma cercano di conseguire i ritmi verosimili di una libera disposizione in scena. Si tratta insomma di un artista che già scalcia, come un feto ormai prossimo a uscir fuori e andare libero per il mondo.
Raffaello e Perugino. Attorno a due “Sposalizi della Vergine”. Milano, Brera, fino al 27 giugno. Cat. Skira.

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Il barocco leccese

Alcuni dei pochi lettori che mi seguono su queste pagine hanno espresso meraviglia nel vedere che non vi ho trattato la questione dei graffiti e della “street art” che sta imperversando a Bologna. Contavo di parlarne dalle colonne del “Corriere di Bologna”, organo locale del quotidiano nazionale, ma a quanto pare anche là hanno deciso di rottamarmi, ora però ho una carta di riserva, il quotidiano “L’Unità”, e infatti affiderò ad esso le mie riflessioni in merito. Ma siccome potrebbero sfuggire al mio poco pubblico, non potendo dirgli in quale data questo mio articolo uscirà, mi impegno a metterlo anche in questo luogo domenica prossima. Per il momento mi dedico a un tema extra-vagante. Infatti nei giorni scorsi sono stato a Lecce per presentare l’opera fotografica di una valida artista del luogo, Rita Tondo, che con la macchina fotografica ha condotto una interessante perlustrazione di quella vegetazione sui generis che oggi cresce sui tetti, negli attici e altane delle nostre case, fatta di antenne di tutti i tipi, come steli di piante che si elevano verso l’alto per assorbire energie, qualche volta dando luogo anche a dei bulbi, che sarebbero poi le antenne paraboliche. Questo lo scopo primario del mio soggiorno nel capoluogo del Salento, che però mi ha lasciato anche il tempo di condurre per qualche ora una visita dettagliata delle decine di chiese in cui si manifesta il ben noto fenomeno del barocco leccese, mettendomi così in grado di stendere alcune osservazioni su di esso, forse alquanto dilettantesche, ma valide, almeno spero, come referti attenti e scrupolosi.
Diciamo subito che il termine di barocco va immediatamente alleggerito, dato che sono chiese ed edifici di fine ‘600 e primi ‘700, si tratta cioè di quella fase avviata a un illanguidimento, o presago di una estinzione, che si qualifica appunto con un diminutivo, barocchetto, forse meglio ancora parlare di stile “rocaille”, rococò, con cui si tocca subito un suo aspetto fondamentale che sembra farne più un fenomeno geologico che artistico. Ovvero, questi vari edifici presentano una omogeneità incredibile, da una sede all’altra si ritrovano le medesime facciate, quasi che fossero uscite tutte da un unico cantiere. C’è un’anonimia di fondo, tra i vari architetti, difficile che un nome si affermi sugli altri, in quanto partecipano tutti a un fenomeno collettivo, a una “lingua” comune. Il che vale in primis per le strutture di queste creazioni architettoniche, anch’esse alquanto indifferenziate, con una tipologia che passa quasi senza sostanziali varianti dalle une alle altre, proprio come succede nei fenomeni geologici, quando nel fondo del mare si formano stratificazioni sedimentarie che poi terremoti o bradisismi contribuiscono a spingere in su e a far affiorare. Mi viene in mente, per esempio, il grande episodio delle Dolomiti. Dopotutto, anche in questo caso si presenta un’unica materia, candida, o animata da caldi riflessi rosati. Materia plastica, oltretutto, morbida, pronta a registrare tutte le imprimiture che può ricevere dal caso. Del resto, questa materia così facilmente modellabile si imparenta subito con altri materiali ugualmente precari che appartengono alla tradizione leccese, come la cartapesta, e la ceramica, peraltro condivisa con tutte le civiltà mediterranee, e cara anche ad altre popolazioni sparse nel mondo. E dunque, quello che conta, è il fine lavorio decorativo che si incide sui muri, capace di un’infinita varietà di soluzioni, che così vanno a compensare la monotonia e poca capacità inventiva manifestate invece dalle strutture portanti, quasi che queste dovessero abbassarsi appena al rango di docili supporti, incaricati solo del compito di reggere quell’infinito lavorio espresso da moti leggeri, pazientemente insistenti, come potrebbe essere l’infrangersi delle onde a picchiettare i massi, con una specie di digitazione naturale, o il soffiare di brezze capaci di infiggere leggere abrasioni.
Il passo indietro compiuto dalle strutture portanti riguarda anche le statue di santi e di personaggi mitologici, che tendono anch’esse ad assottigliarsi, quasi per essere assorbite dalla tendenza aniconica prevalente, quasi che alla base di tutto agisse una iconoclastia di fondo, anche se non apertamente ostentata. Le icone ci sono, ma appunto ridotte nei formati, e soprattutto quasi sempre duplicate, reiterate, usate insomma anch’esse alla maniera di schemi decorativi, così da farsi assorbire dai motivi vegetali, da panoplie o meglio cornucopie di frutti e fiori riversati a piene mani. Insomma, la mancanza di fantasia, di estro inventivo e di individualismo, che si devono registrare a livello “macro”, trovano compenso in una esuberante fantasia a livello “micro”, che sa variare all’infinito le modalità di intervento. Queste possono essere considerate o in scala ascendente o discendente, si può partire cioè dalle digitazioni impresse sugli zoccoli di base, con un picchiettio minuzioso che, come già dicevo, sembrerebbe non prodotto da mano umana ma proprio dell’eterno pulsare delle onde, come succede agli scogli, che così diventano schiumosi, alveolati. Poi compaiono come delle capsule o dei coriandoli, infine cominciano a prendere posto i motivi floreali e vegetali, infine, certo svettano icone di esseri umani, ma pur sempre impedite di assumere un eccesso di rilievo autonomo, chiamate a confondersi a livello di formazioni collettive. Oppure svettanti, sì, ma a patto di apparire come scogli emergenti dalle acque, e lavorati ai fianchi, resi spugnosi dall’eterno battere delle onde. Si potrebbe anche parlare dell’intervento di un fanciullino malizioso e scapricciato, ma investito di poteri giganteschi, che lascia colare dalle mani la sabbia intrisa d’acqua e con questa fa nascere guglie appuntite, ardite, ma sempre a un passo dal crollare, vittime della loro stessa fragilità. Oppure si può parlare anche di un pasticcere o di un cuoco intenti a far sgorgare da un soffietto a imbuto un flusso di crema o di maionese. Se si penetra all’interno delle chiese, un aspetto dominante è dato dalla presenza di colonne tortili, che certo sono un simbolo dell’età barocca, a cominciare da quelle progettate dal Bernini per l’altare di S. Pietro. Ma il rappresentante numero uno di quello stile, se fosse venuto a contemplare le varianti offerte dai suoi nipotini, forse li avrebbe redarguiti, in quanto la tensione e torsione dinamica, che nel suo caso si impongono lucide e intatte, nel loro trattamento divengono un pretesto per tempestare quelle superfici dei soliti motivi decorativi, e anche qui si può fare riferimento a una metafora in chiave marinara, come fossero pali immersi in acqua per farvi aderire una popolazione di cozze e telline e altri frutti di mare, ancora una volta degradando l’elemento strutturale a corpo di sostegno. Se quella intrusione parassitaria fosse spazzata via, le colonnine tortili denuncerebbero una loro pochezza e inconcludenza, Va da sé che anche a loro proposito scatta il meccanismo dell’abbondanza, della reiterazione, infatti il più delle volte queste non si presentano una a alla volta, bensì a coppie. Di fronte a tanta invadenza e virulenza del manto decorativo, il posto riservato ai dipinti è ben poca cosa, questi, in genere a tinte scure, annerite, quasi non si vedono, o fungono come opportune cesure per ammirare ancor più lo splendore abbagliante delle cornici fiorite che li circondano, e che sole costituiscono un oggetto degno di contemplazione.

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Abate: un dialogo vivace tra madre e figlio

Ricevo due libri dalla Einaudi, “Mi sono perso in un luogo comune”, di Giuseppe Culicchia, e “Mia madre e altre catastrofi” di Francesco Abate. Il primo mi è autore ben noto, anche perché appartenente alla fortunata ondata degli anni Novanta, credo di averne recensito quasi tutti i suoi frequenti prodotti, in genere con toni di consenso. Quest’ultimo è di carattere particolare, sicuramente non lo si può leggere di seguito ma solo per campioni, ritengo comunque che si tratti di un’operazione opportuna, forse la si dovrebbe condurre ogni tanto tempo, reiterando quanto a suo tempo aveva fatto il grande Flaubert con il suo “Dictionnaire des idées reçues”, anche se sarà ben difficile ritrovare l’alta tensione di quella sua opera, di autore sempre tormentato davanti al dubbio se contestare la banalità del mondo circostante o invece riconoscersi come corresponsabile in qualche misura, pronto quindi a identificarsi almeno parzialmente sia in Madame Bovary, sia nella coppia, affascinata proprio dai luoghi comuni, di Bouvard e Pécuchet.
Il romanzo di Abate conferma una tesi che sostengo ormai da tempo, e che riguarda in larga parte anche quanto uscito dall’officina di Culicchia e di tanti altri di quei narratori che venivano agli incontri di RicercaRE: il fatto di essere in presenza di un neo-neorealismo, o quasi a una ricomparsa dei Gettoni di Vittorini-Calvino, cioè a un enorme tentativo dei narratori di oggi di andare a prendere le misure del nostro vivere quotidiano, all’altezza del benessere ma anche dei nuovi disagi e penurie tipici della società in cui viviamo. In questo senso una funzione premonitoria e trascinante l’ha avuta, come ricordavo in queste pagine, Pier Vittorio Tondelli, ma anche col rischio che chi lo segue sulla sua strada vada a impaludarsi in un mare di ovvietà. Certo è che la narrativa italiana pare confermare un attaccamento quasi viscerale a una sorta di realismo sempre risorgente per li rami. Anni fa, in occasione di un convegno a Nofri, città natale di Domenico Rea, grande testa di serie di un atteggiamento di questo genere, osservavo che sarebbe interessante indire un referendum volto a verificare se presso i narratori di oggi abbia più seguito l’autore campano, o il suo coetaneo Italo Calvino, che anche lui, co-fondatore dei Gettoni, vi aveva marciato al passo di un neorealismo, magari al momento connotato da un solo neo, ma poi era passato a sperimentare la “citazione”, la riscrittura, con soluzioni tipicamente postmoderne. Ma il cavallo italico su quella strada non ha bevuto, e tanto meno si è lasciato incantare dalla sirena Umberto Eco, e neppure dai prodotti di una “Italian New Epic” alla maniera dei Wu Ming, mentre appunto abbondano queste panoramiche sul nostro oggi, o più ancora sull’”Adesso”, come titola Chiara Gamberale, in un suo romanzo di cui certo andrò ad occuparmi, ma dandole un voto molto basso, proprio perché vi si manifesta tutta l’inconsistenza, la vuotaggine dell’andare ad arrabattarsi sempre sulle medesime vicende: amori reiterati e infelici, rapporti coi genitori, difficoltà di farsi strada nella vita. Domenica scorsa ho valutato l’opera del Di Paolo, pronunciando un giudizio quanto meno tiepido sul suo recente romanzo. La colpa non sta nella materia, ma il fatto è che urge trovare modalità nuove e accattivanti nell’affrontarla.
Ebbene, la prova di Abate, autore di cui a dire il vero non so nulla, mi sembra che una chiave abbastanza vivace l’abbia trovata, stabilendo un dialogo continuo tra il protagonista, Checco, e una madre opportunamente querula, aggressiva, beffarda. Checco in definitiva appartiene alla categoria tanto diffusa, e tanto presente in tutto questo tipo di narrativa, dell’intellettuale frustrato, tra velleità, fallimenti, crisi sentimentali e di carriera, malattie. Dall’altra parte della barricata ci sta la madre, pronta a sollecitarlo, redarguirlo, punzecchiarlo. Valida la modalità con cui si svolge il dialogo tra i due, affidato a rapide battute, scorrenti con tutta la scioltezza della parlata quotidiana, che così si può anche concedere molte frasi dialettali, oltretutto di un dialetto tra i non più visitati, il sardo. Se la materia è frusta, la vivacità con cui madre e figlio si scambiano rimbrotti, ammonizioni, sfottò reciproci la rianima, le dà lustro. I soliti guai e malanni si lasciano certo intravedere in punteggiato, ma non dominano la scena, diventano appena gli spunti per provocare i due, come fossero sassolini, o addirittura macigni che valgono solo in quanto il loro scontro fa emergere le fiammelle del dibattito dialettico. Se si vuole, si parano sullo sfondo i soliti temi di una “educazione sentimentale” come tante, la madre redarguisce il rampollo per certi suoi usi e abusi erotico-sessuali, e anche per le scelte di tipo ideologico che non combaciano con quelle da lei coltivate, ma il battibecco rinfresca, dà nuova linfa a motivi che diversamente in se stessi rimarrebbero logori e consunti.
Giuseppe Culicchia, “Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità”, Einaudi, pp. 231, euro 14,50.
Francesco Abate, “Mia madre e altre catastrofi”, Einudi stile libero, pp. 152, euro 16.

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domenicale 20-3-16

L’argomento più importante del giorno mi sembra essere costituito dall’accordo raggiunto tra l’EU e la Turchia affinché là si costituisca una sorta di campo permanente attrezzato nei modi dovuti per accogliervi i profughi provenienti da Iraq, Siria, Afganistan, in modo da evitare loro di imbarcarsi su scialuppe disastrate per attraversare il mare Egeo verso le isole greche o percercare di aprirsi un varcoe a forza lungo la rotta dei Balcani. Continuo invece a ritenere chimerica la pretesa di riuscire a effettuare un censimento, tra quanto già pervenuti in Grecia o nel resto d’Europa, per stabilire chi meriti la qualifica di rifugiato per ragioni di fuga dai conflitti, e chi invece sia mosso solo dalle cosiddette ragioni economiche di trovare condizioni migliori di vita. Difficile condurre questo discrimine, del resto chi viene da Est, e non da Sud, in genere è proprio in fuga da guerre e guerriglie interne. Il vero problema è far cessare il transito, trattenere in modi decenti chi si è spostato, anche in vista di un possibile ritorno nelle proprie terre una volta che vi si ristabiliscano decenti condizioni di esistenza. Ritengo invece che chi è già arrivato in uno dei nostri Paesi, vi debba restare ed esservi assobito, magari, se possibile, anche mediante equa distribuzione, come valida reintegrazione alla nostra scarsa natalità e alla nostra fuga dai lavori considerati bassi e sgraditi.
La Turchia offre la fortunata condizione di un cuscinetto, o anche di una specie di serbatoio adatto a bloccare i fenomeni migratori. Purtroppo questo non esiste nei nostri confronti, dato che tra la Libia e le nostre coste ci sta solo il mare, che tanti lutti ha provocato, a Chi tenti di passarlo con imbarcazioni inadeguate. Naturalmente i nostri queruli giornalisti del giorno dopo non hanno minimamente tentato di rispondere al quesito: qualcosa è cambiato su questo fronte? Ovvero l’assalto delle povere imbarcazioni ha avuto una frenata, un contenimento, o è solo l’effetto ahimé provvisorio del mare invernale in tempesta, e tra poco ricomincerà l’invasione su Lampedusa e altre basi nostrane, col doloroso corollario delle numerose perdite umane? Anche qui, il primo imperativo è di far cessare il flusso. Se la barriera di contenimento al limite delle acque territoriali non funziona, non si potrebbe pure in questo caso ragionare in termini “turchi”, ovvero l’Eu non potrebbe sborsare una somma analoga da dare a qualche potentato libico perché costituisca sulle sue coste un cuscinetto o spazio di assorbimento del medesimo tipo, magari con tutta la nostra assistenza, non solo economica ma anche militare? Infatti, con il consenso di qualche autorità libica, si potrebbe ipotizzare un intervento di nostre truppe a guardia e tutela di qualche recinto protettivo, tanto per impedire le partenze disorganizzate e precarie dei poveri migranti. Se l’Europa non affronta il problema con la stessa energia che ha dedicato al fronte del Medio Oriente, possiamo davvero lamentare una discriminazione nei nostri confronti. Tanto, in questo caso, siamo noi a fare da cuscinetto, con la connessa inevitabilità di doverci tenere chi ce la fa a sbarcare sulle nostre cose. Se no, dove li dovremmo rispedire?

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In ricordo di Pirro Cuniberti

I pochi che si spingono fino a leggere queste mie noterelle sanno che nei giorni scorsi ero all’Istituto italiano di cultura di Bruxelles per rendere un dovuto omaggio a Pier Vittorio Tondelli a 25 anni dalla sua morte, e anticipavo pure la scaletta degli argomenti da me affrontati per svolgere tale compito. Questa assenza per così dire giustificata mi ha impedito di essere, martedì scorso 8 marzo, ai funerali di Pirro Cuniberti, il che mi è dispiaciuto, anche perché mi pare di capire che si sono svolti in un clima di autentica commozione e partecipazione, quanto meno da parte del pubblico bolognese amante dell’arte. Purtroppo è stato il terzo novantenne di grande calibro che abbiamo perso in poco tempo, dopo Vasco Bendini e Sergio Vacchi. Ma questi due si erano allontanati da Bologna optando su Roma e su altre collocazioni, non so neppure bene dove e come se ne siano svolte le esequie, laddove Pirro è rimasto sempre tra le nostre mura, e inoltre la sua carriera è stata affidata per intero alla Galleria-principe della nostra città, la De’ Foscherari, e dunque in lui si è realizzata una identificazione fino in fondo con l’anima portante della “Felsina pictrix”, che ora ha l’obbligo morale di dedicare a ciascuno di questi defunti di alto bordo una completa rassegna monografica.
Cuniberti, malgrado questa evidente sua bolognesità, è stato però il più distante dal partecipare all’evento più importante del nostro primo dopoguerra, all’Ultimo naturalismo di Francesco Arcangeli, poi sviluppatosi in un pieno approdo all’Informale, questo anche se Momi non si è certo defilato dal compito di sostenerlo nei suoi primi passi, come del resto ha fatto per ogni altro nostro artista di valore. Ma in un certo senso Pirro fin dal primo momento era già mentalmente attrezzato per andare oltre, magari per inserirsi nel clima molto bene definito da Enrico Crispolti “Possibilità di relazione”, che partiva dalla constatazione di quanto gli autentici praticanti dell’Informale si dessero a compiere un viaggio nelle profondità della materia, o del proprio Inconscio, coltivando forme di solipsismo, da cui col finire degli anni ’50 si sentiva la necessità di uscir fuori appunto per dialogare più distesamente con altri aspetti del reale, risalendo a galla, cominciando a guardarsi intorno, anche se per il momento poteva apparire troppo presto cominciare ad accogliere il ritorno, anzi il proliferare degli oggetti, spinti avanti dalla seconda, o terza, rivoluzione industriale che già si delineava all’orizzonte. Era anche un cambio generazionale, infatti i più tipici rappresentanti di quella situazione, definitasi nel ’60, con l’apporto, oltre che di Crispolti, anche di Roberto Sanesi e di Emilio Tadini (e avrei dovuto esserci anch’io, ma mi astenne il dovere di preparare un pesante concorso per la scuola media), erano Adami, Aricò, Ceretti, Romagnoni, e in primo luogo Pozzati, il primo dei bolognesi a sottrarsi all’abbraccio, che rischiava di divenire mortale, dell’ Ultimo naturalismo arcangeliano, mentre vi rimanevano ancora avvolti sia Bendini che Vacchi, pertanto fu un non corretto allargamento di orizzonte quello compiuto dal curatore principale che volle inserirveli, per fedeltà all’impegno che in precedenza aveva messo nel sostenerne la causa, assieme al grande Momi. Il quale ben comprese come a quel modo si tentasse ormai chiaramente di sottrarsi al suo raggio d’azione, e affidò una sua sottile e ironica presa di distanza a due degli “sfottò” cui amava ricorrere sull’esempio del suo maestro, Roberto Longhi. Disse infatti che quella era una radunata di “Partigiani del Paci”, che in quel momento nei suoi panni di filosofo numero uno predicava il “relazionismo”, e meglio ancora, proprio su un piano stilistico, parlò pure di una “resurrezione dei Gorky”, in quanto gli Adami e Pozzati, per uscire fuori da una sorta di mononucleosi, distendevano nello spazio flessuosi tralci grafici, come lazos desiderosi di afferrare già qualche presenza oggettuale. Fu un lacuna di quella rassegna non porvi proprio Cuniberti, in luogo dei mal piazzati Bendini e Vacchi, ma questo era l’indizio di una certa sottovalutazione che nei primi tempi ha accompagnato le comparse di Pirro. Che invece aveva da subito manifestato una predilezione per i grafismi sciolti, svincolati da un eccesso di materismo, col disegno a farla da padrone trascinandosi a rimorchio la materia, il contrario di quanto entrava nell’esercizio dell’Informale a matrice ultimo-naturalista. Con sicuro intuito Cuniberti era andato a ispirarsi sul Klee visto alla Biennale di Venezia, e cioè su un artista del tutto estraneo all’albero genealogico dell’Informale, procedendo del resto a scioglierlo dalle rigidità “eidetiche”, cioè da un geometrismo troppo squadrato e statico tipico delle soluzioni del primo Novecento. Ovvero, Pirro fin dal primo incontro aveva scompigliato le partiture troppo sicure di Klee, le aveva tradotte in un discorso fluente, corsivo, come si potrebbe passare da una scrittura a caratteri cubitali a una diversa, più disponibile all’improvvisazione. In fondo, la natura di Pirro potrebbe essere detta, in sostanza, di un grande funambolo, che ha avanzato sempre con marcia periclitante, sempre a rischio di cadute, su un filo, che d’altra parte, come un insetto, emetteva da sé, pretendendo che nonostante la sua esilità ne potesse sostenere i movimenti. Oppure c’era in lui la magia di certi fachiri che riescono a far stare in piedi le loro corde senza appigli esterni. Ma nello sviluppare quei linearismi ci stavano anche momenti di ingrossamento, ovvero le gomene si coprivano anche di nodi corposi. Se si vuole avere un’idea sintetica su di lui, si vada a vedere-ascoltare un’intervista che compare su internet, dove egli si confessa, appoggiando le sue esternazioni alla visione di tracciati mobili che ne sostengono e verificano le parole, di sentirsi simile a un Adamo agli inizi della creazione, dicendosi anche “venditore di parallelepipedi”, che è quanto in lui è sempre rimasto dall’eredità derivante da Klee, e beninteso l’intera sua esperienza si consuma “nel paese dei segni”, e ci sta dentro anche una visita allo zoo, in quanto quei profili leggeri ed elastici possono davvero essere paragonati alle prodezze che Alexander Calder, anni prima, aveva affidato al fil di ferro. E in ogni caso quanto usciva dai suoi tracciati risultava sempre abbondantemente “visitato in sogno dai fantasmi”, il tutto all’insegna di un “orizzonte dei graffiti”, con pronuncia della parola fatidica che oggi gode di una estrema diffusione. Ovvero Cuniberti può essere considerato il padre nobile di tutte le forme di intervento parietale che oggi pullulano, ma che purtroppo il più delle volte non sono eseguite con la pulizia, il decoro, l‘eleganza cui egli non ha mai rinunciato.

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Letteratura

Di Paolo: un tardo discendente da Tondelli

Ho già ricordato che nei giorni scorsi ero a Bruxelles per commemorare, al nostro Istituto di cultura, la figura di Pier Vittorio Tondelli, sintetizzandola in tre momenti successivi, ognuno dei quali segna uno sviluppo rispetto alla fase precedente e apre valide prospettive ai narratori venuti dopo di lui. Nel viaggio mi sono letto l’ultimo prodotto di Paolo Di Paolo, “Una storia quasi solo s’amore”, ma se tengo fermi i parametri tondelliani, devo dire che si tratta di una prova deludente e recessiva, che nulla aggiunge agli apporti del narratore di Correggio nella sua prima fase, quella tipica dei racconti di “Altri libertini”. Anche nella vicenda svolta dal Di Paolo è di scena un “ragazzo di vita”. per carità, almeno questo merito c’è, nulla in comune con la categoria a suo tempo illustrata da Pier Paolo Pasolini, dato che lui, con totale incomprensione degli sviluppi sociologici dei tempi in cui scriveva, pretendeva di affondare nell’ambito degradato del sottoproletariato, non toccato dalla svolta economica e industriale che stava maturando. Mentre i “ragazzi di vita” dei nostri giorni si muovono al passo della attuale società, col suo benessere, la possibilità di condurre attività intellettuali di alto profilo, di possedere un’ampia informazione, e anche una buona possibilità di viaggi e trasferte all’estero. Ma il tutto si accompagna col premere di “nuove povertà”, di stenti nel tirare a campare, potendo contare su ben scarse risorse di denaro. In questo caso il “ragazzo di vita”, ma intonato ai nostri tempi, ovvero il “libertino” che però è costretto a volare basso, a tenersi lontano dagli agi e risorse di cui godevano i “Fratelli d’Italia” di Arbasino, si chiama Nino (Flaminio) Morante, ha ambizioni di alto respiro, vorrebbe essere regista o attore di teatro, ma il suo incerto stato di fortuna lo obbliga a impartire corsi di educazione allo spettacolo rivolti ad anziani dilettanti, queruli ed esigenti. In sostanza, nulla di diverso rispetto ai tristi eroi messi in campo da Tondelli. Una variante potrebbe stare nel fatto che al suo fianco c’è un’anziana signora, tale Grazia, in cui si manifesta un profilo da dirsi di “libertina” invecchiata, ora ridotta in solitudine, a confessare un suo disagio di vivere, e anche di praticare il sesso, con osservazioni che certo hanno una loro efficacia, soprattutto quando si intonano a espressioni di disgusto, di presa di distanza rispetto agli aspetti dell’erotismo. Per esempio, le albe dopo le notti di festa vedono le strade urbane invase da una moltitudine di preservativi che sono “come lumache sotto la pioggia”, inoltre, ricordando il suo primo rapporto sessuale, questa arcigna persona lo definisce simile “… a una visita dal ginecologo”. Forse vorrebbe cercare una possibile via all’affetto anche carnale col suo pupillo, ma si limita a rompergli le scatole predicandogli l’obbligo di rispettare i suoi modesti compiti, senza levate di capo, e dunque in sostanza mortificandolo nelle pretese di concedersi valide riuscite intellettuali. In un certo senso Nino si vendica di questi predicozzi infliggendo alla troppo austera protettrice una morta per lo svilupparsi del solito cancro, evento che ormai rientra tra i più frequenti nelle tristi cronache del quotidiano. Di Paolo, dicevo, fa un passo indietro rispetto al capofila Tondelli, dato che quest’ultimo, nel dare fiato alla corda dell’amore, ne svolge l’aspetto tutto sommato trasgressivo, soprattutto se dichiarato a tanta distanza da noi, della omosessualità, laddove la vicenda amorosa di Nino si svolge in modi molto più tradizionali, con una giovane, Teresa, che vuole, non vuole, si concede parcamente, anche perché pesano ancora su di lei i residui impedimenti di una educazione cattolica abbastanza tradizionale. Per fortuna, nel finale, l’Autore ha uno scatto, seppur tardivo, di orgoglio e quanto meno evita lo happy end, intanto perché fa morire la mentore, e anche Teresa mantiene in sospeso il rapporto col protagonista, limitando quindi la “storia d’amore” a subire la riserva indicata dal “quasi” presente nel titolo, il che però indebolisce ancor più le carte giocate da questo tardo continuatore, del tutto immune dai dubbi da cui invece, con piena intelligenza del mutare delle situazioni, era stato preso Tondelli. Come detto nella mia sintesi a Bruxelles, egli dopo la fase del “fatto di niente”, aveva innescato quella di una narrativa salutata da fatti grossi di trama. Invece Di Paolo indugia in una sorta di grado zero, di palude limacciosa e dilagante, da cui non riesce a emergere.
Paolo Di Paolo, “Una storia quasi solo d’amore”, Feltrinelli, pp. 171, euro 15.

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Attualità

Domenicale 13-3-16

L’argomento del giorno è dato senza dubbio dagli attacchi astiosi e virulenti che Massimo D’Alema sta rivolgendo al “renzismo”. Si sbaglierebbe nel vedere in essi solo dei fatti contingenti, al seguito di effetti collaterali provocati dalle primarie appena condotte, soprattutto le napoletane. Come ho già detto in precedenti “Domenicali”, si sta consumando un fenomeno da dirsi addirittura storico, di cui dovranno tenere conto quanti in tempi prossimi vorranno fare la storia politica del nostro Paese. Ora è posta alle corde l’eredità più o meno legata a una mai del tutto rinnegata ortodossia marxista, quale si è espressa per decenni nella politica del PCI, volta a temere, a schiacciare, o quanto meno a squalificare una distinta linea socialdemocratica. Non si può dimenticare l’epiteto di “socialtraditore” che chi si è mosso con tetragona certezza a partire da quella linea ha scagliato contro quanti la pensavano diversamente, Ne è venuta la condanna della linea Saragat-Nenni-Craxi, anche per il timore che questa potesse prevalere. Proprio l’azione tenace, implacabile del PCI e derivati ha sempre portato alla sconfitta di questa possibilità alternativa, oltretutto obbligandola, semmai, a fare blocco con le forze conservatrici espresse da Mamma DC, il che ha provocato un ulteriore discredito della causa socialdemocratica, con applicazione di un disastroso “come volevasi dimostrare”, che cioè gli aderenti a quella diversa impostazione non mancavano di tralignare, di venire assorbiti da un fronte di destra. Si noti che il nostro è stato l’unico tra i Paesi europei di prima grandezza a godere di questo assai dubbio privilegio di ospitare una sinistra massiccia, immobile nei suoi pregiudizi, vigile a impedire che l’alternativa socialdemocratica potesse prendere il potere, mentre altrove questo nucleo preteso sano e irrinunciabile è stato da tempo emarginato, a vantaggio di soluzioni da dirsi in definitiva socialdemocratiche, pur con diverse sfumature e declinazioni. Ebbene, ora i D’Alema e Cofferati, con indubbia lucidità da parte loro, sono ben consapevoli di questa perdita di influenza, e tentano di difenderla, di rilanciarla, ma con esito scarso. Se escono, sono condannati alle basse percentuali “da prefisso telefonico”. Se restano, se la dovranno vedere con le prossime primarie in vista di un congresso che possa detronizzare il renzismo e ridare a loro il primato di cui hanno goduto per tanto tempo. Naturalmente per quanto mi riguarda, da socialdemocratico convinto, e più volte processato da compagni intellettuali propensi alle soluzioni “forti”, mi auguro che questa rivincita non riesca, che i suoi fautori risultino definitivamente superati dalla storia, e che dunque l’Italia chiuda la lunga fase di anomalia, rientrando a pieno titolo nel solco delle democrazie di oggi, dove a contendere il potere alle destre non ci sono più gli eredi di un marxismo ortodosso, bensì coloro che risultano allineati ai parametri di una autentica socialdemocrazia, anche se ci sono tanti problemi nei cui confronti questa opzione non possiede certo la bacchetta magica per risolverli.

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Arte

La nostra attuale felice condizione di glocalismo

Non so se qualcuno si è accorto che domenica scorsa, 28 febbraio, per la prima volta dopo molte settimane ho mancato al rito di infilare nel blog i soliti commenti, ma forse il mio è un soliloquio allo specchio, destinato a cadere nel vuoto. Era che mi trovavo a Medellin, seconda città della Colombia, dietro alla capitale Bogotà, città bellissima, situata in una valle lunga e stretta, immersa in un delizioso clima tropicale, di eterna sospensione tra una tarda primavera e una incipiente estate, e confortata da una magnifica vegetazione che mi fa rimpiangere di non essermi dedicato alla botanica per riconoscere alberi, arbusti, fiori, quasi tutti ignoti dalle nostre parti. Mi sono trovato in quel luogo sia per onorare Carlos Arturo Fernàndez, un mio ex-allievo alla nostra Scuola di perfezionamento, poi divenuto mio brillante collega nella Università locale, detta di Antiochia dal nome dell’intera provincia, dove mi ha chiamato più volte a presentare le mie teorie, come è avvenuto anche nei giorni passati, in cui, oltre a rendergli pubblico omaggio, ho pure esposto a grandi linee la mia concezione degli stretti rapporti tra le arti e la cultura materiale delle epoche relative, ovvero delle tecnologie volta a volta dominanti. Medellin è tutt’altro che un deserto per quanto rigurda l’arte di oggi. Per intenderci, è la città natale di Botero, e forse l’unico luogo al mondo dove sia possibile dare un senso alla sua arte bolsa, vanamente gonfia e plastica, per la buona ragione che attorno alle sue statue di bronzo, che costellano la piazza principale della città, circolano i modelli viventi in carne e ossa, un tipo muliebre di impianto andino, tozzo e robusto, e dunque si dà un rapporto naturale, dagli esemplari viventi alle loro immagini immobilizzate, il che non succede in nessuna altra parte del mondo, e non giustifica il culto incomprensibile che anche dalle nostre parti si rivolge a questo autore. Il quale, per fortuna, non trova seguito neppure tra i giovani suoi connazionali, come si può vedere da una Biennale che Medellin organizza a scadenze regolari, e anche da visite alle gallerie di punta del luogo. Ritornerò su questi aspetti, anzi, sarebbe mia intenzione riprendere il rito delle Officine rivolte a perlustrare la creatività giovanile nelle diverse aree del pianeta, se solo le autorità della nostra Regione mi daranno, come in un lontano passato, un contributo adeguato. Ma al momento mi preme accennare a una conclusione di grande importanza cui sono giunto nel concludere, in quattro puntate, la mia perlustrazione lungo le diverse età della storia della cultura e i relativi rapporti con le tecnologie dominanti. Ebbene, questa è la prima volta nell’intera storia del pianeta che l’umanità si trova a partecipare di una medesima tecnologia, fondata, inutile dirlo, sull’elettromagnetismo o meglio ancora sull’elettronica. Per le strade di Medellin e nei vari locali i cittadini sono chini, esattamente come succede da noi, a interrogare gli smartphone, o prendono selfies, o consultano dati attraverso internet. Siamo in una terra che a suo tempo ha subito il rovinoso impatto tra la cultura occidentale avanzata, giunta coi “conquistadores”, e le forme arretrate delle comunità locali. Anche oggi, per carità, la diffusione della tecnologia elettronica può darsi che cozzi con residui di economie rurali arcaiche, o con arretrate forme di industrialismo non rinnovato, ma i giovani, e con loro tutti gli operatori del livello alto-simbolico, lanciati a prevenire le vie del futuro e a batterle già con coraggio, sono ormai accomunati con i loro colleghi delle culture occidentali nel valersi del “triangolo di Kosuth”, cioè del più avanzato traguardo raggiunto nell’ultima rivoluzione occidentale, quella avvenuta nel ’68, e che ha portato l’Occidente all’uso parossistico dell’oggetto assunto tale e quale, come ready-made, con lo sviluppo in installazioni “site specific”, o in fotografia, col prolungamento del video, o con definizioni linguistiche. Ma infine accanto alla diffusione di questi elementi essenziali è forse un merito proprio delle culture extra-occidentali l’aver imposto pure il recupero della pittura, seppure nelle forme “novantiche” del graffitismo-muralismo, nonché promuovendo pure il recupero di una componente che il nostro Occidente, nel suo nudo e arido funzionalismo, aveva depresso e squalificato, la decorazione, propiziata, questa, anche dal fatto che le scritture di tipo ideografico, o comunque lontane dallo schematismo imposto dal ricorso all’alfabeto, con la sua povertà di segni e lo schematismo con cui vengono tracciati, favoriscono un esuberante intervento della fantasia, del piacere dell’ornamento. Insomma, nelle arti visive sono finiti i gap, gli spareggi, i dislivelli tra le varie etnie e situazioni geografiche e condizioni di vita, almeno a livello alto-sperimentale, il che ha portato pure a una sostanziale parificazione degli apporti sessuali, le donne, sempre almeno se ci rivolgiamo all’area privilegiata dei lavori avanzati, ormai sono in un numero crescente e non patiscono più un’inferiorità rispetto ai colleghi dell’altro sesso. Proclamata una simile unificazione di piattaforme operative, conviene far scattare pure un altro fattore favorevole: questa unificazione non produce la temuta globalizzazione, una omogeneità di risultati, in quanto gli strumenti oggi di uso comune consentono però che ciascuna etnia o area storico-geografica li rivolga al recupero delle proprie radici, il che porta a una piacevole e interessante varietà di risultati. E’ il fenomeno noto ricorrendo alla congiunzione di due radici verbali, il “globale” e il “locale”, dal che nasce una decisiva condizione di “glocalismo”. Credo che su questo tasto si dovrà insistere ripetutamente.Non so se qualcuno si è accorto che domenica scorsa, 28 febbraio, per la prima volta dopo molte settimane ho mancato al rito di infilare nel blog i soliti commenti, ma forse il mio è un soliloquio allo specchio, destinato a cadere nel vuoto. Era che mi trovavo a Medellin, seconda città della Colombia, dietro alla capitale Bogotà, città bellissima, situata in una valle lunga e stretta, immersa in un delizioso clima tropicale, di eterna sospensione tra una tarda primavera e una incipiente estate, e confortata da una magnifica vegetazione che mi fa rimpiangere di non essermi dedicato alla botanica per riconoscere alberi, arbusti, fiori, quasi tutti ignoti dalle nostre parti. Mi sono trovato in quel luogo sia per onorare Carlos Arturo Fernàndez, un mio ex-allievo alla nostra Scuola di perfezionamento, poi divenuto mio brillante collega nella Università locale, detta di Antiochia dal nome dell’intera provincia, dove mi ha chiamato più volte a presentare le mie teorie, come è avvenuto anche nei giorni passati, in cui, oltre a rendergli pubblico omaggio, ho pure esposto a grandi linee la mia concezione degli stretti rapporti tra le arti e la cultura materiale delle epoche relative, ovvero delle tecnologie volta a volta dominanti. Medellin è tutt’altro che un deserto per quanto rigurda l’arte di oggi. Per intenderci, è la città natale di Botero, e forse l’unico luogo al mondo dove sia possibile dare un senso alla sua arte bolsa, vanamente gonfia e plastica, per la buona ragione che attorno alle sue statue di bronzo, che costellano la piazza principale della città, circolano i modelli viventi in carne e ossa, un tipo muliebre di impianto andino, tozzo e robusto, e dunque si dà un rapporto naturale, dagli esemplari viventi alle loro immagini immobilizzate, il che non succede in nessuna altra parte del mondo, e non giustifica il culto incomprensibile che anche dalle nostre parti si rivolge a questo autore. Il quale, per fortuna, non trova seguito neppure tra i giovani suoi connazionali, come si può vedere da una Biennale che Medellin organizza a scadenze regolari, e anche da visite alle gallerie di punta del luogo. Ritornerò su questi aspetti, anzi, sarebbe mia intenzione riprendere il rito delle Officine rivolte a perlustrare la creatività giovanile nelle diverse aree del pianeta, se solo le autorità della nostra Regione mi daranno, come in un lontano passato, un contributo adeguato. Ma al momento mi preme accennare a una conclusione di grande importanza cui sono giunto nel concludere, in quattro puntate, la mia perlustrazione lungo le diverse età della storia della cultura e i relativi rapporti con le tecnologie dominanti. Ebbene, questa è la prima volta nell’intera storia del pianeta che l’umanità si trova a partecipare di una medesima tecnologia, fondata, inutile dirlo, sull’elettromagnetismo o meglio ancora sull’elettronica. Per le strade di Medellin e nei vari locali i cittadini sono chini, esattamente come succede da noi, a interrogare gli smartphone, o prendono selfies, o consultano dati attraverso internet. Siamo in una terra che a suo tempo ha subito il rovinoso impatto tra la cultura occidentale avanzata, giunta coi “conquistadores”, e le forme arretrate delle comunità locali. Anche oggi, per carità, la diffusione della tecnologia elettronica può darsi che cozzi con residui di economie rurali arcaiche, o con arretrate forme di industrialismo non rinnovato, ma i giovani, e con loro tutti gli operatori del livello alto-simbolico, lanciati a prevenire le vie del futuro e a batterle già con coraggio, sono ormai accomunati con i loro colleghi delle culture occidentali nel valersi del “triangolo di Kosuth”, cioè del più avanzato traguardo raggiunto nell’ultima rivoluzione occidentale, quella avvenuta nel ’68, e che ha portato l’Occidente all’uso parossistico dell’oggetto assunto tale e quale, come ready-made, con lo sviluppo in installazioni “site specific”, o in fotografia, col prolungamento del video, o con definizioni linguistiche. Ma infine accanto alla diffusione di questi elementi essenziali è forse un merito proprio delle culture extra-occidentali l’aver imposto pure il recupero della pittura, seppure nelle forme “novantiche” del graffitismo-muralismo, nonché promuovendo pure il recupero di una componente che il nostro Occidente, nel suo nudo e arido funzionalismo, aveva depresso e squalificato, la decorazione, propiziata, questa, anche dal fatto che le scritture di tipo ideografico, o comunque lontane dallo schematismo imposto dal ricorso all’alfabeto, con la sua povertà di segni e lo schematismo con cui vengono tracciati, favoriscono un esuberante intervento della fantasia, del piacere dell’ornamento. Insomma, nelle arti visive sono finiti i gap, gli spareggi, i dislivelli tra le varie etnie e situazioni geografiche e condizioni di vita, almeno a livello alto-sperimentale, il che ha portato pure a una sostanziale parificazione degli apporti sessuali, le donne, sempre almeno se ci rivolgiamo all’area privilegiata dei lavori avanzati, ormai sono in un numero crescente e non patiscono più un’inferiorità rispetto ai colleghi dell’altro sesso. Proclamata una simile unificazione di piattaforme operative, conviene far scattare pure un altro fattore favorevole: questa unificazione non produce la temuta globalizzazione, una omogeneità di risultati, in quanto gli strumenti oggi di uso comune consentono però che ciascuna etnia o area storico-geografica li rivolga al recupero delle proprie radici, il che porta a una piacevole e interessante varietà di risultati. E’ il fenomeno noto ricorrendo alla congiunzione di due radici verbali, il “globale” e il “locale”, dal che nasce una decisiva condizione di “glocalismo”. Credo che su questo tasto si dovrà insistere ripetutamente.Non so se qualcuno si è accorto che domenica scorsa, 28 febbraio, per la prima volta dopo molte settimane ho mancato al rito di infilare nel blog i soliti commenti, ma forse il mio è un soliloquio allo specchio, destinato a cadere nel vuoto. Era che mi trovavo a Medellin, seconda città della Colombia, dietro alla capitale Bogotà, città bellissima, situata in una valle lunga e stretta, immersa in un delizioso clima tropicale, di eterna sospensione tra una tarda primavera e una incipiente estate, e confortata da una magnifica vegetazione che mi fa rimpiangere di non essermi dedicato alla botanica per riconoscere alberi, arbusti, fiori, quasi tutti ignoti dalle nostre parti. Mi sono trovato in quel luogo sia per onorare Carlos Arturo Fernàndez, un mio ex-allievo alla nostra Scuola di perfezionamento, poi divenuto mio brillante collega nella Università locale, detta di Antiochia dal nome dell’intera provincia, dove mi ha chiamato più volte a presentare le mie teorie, come è avvenuto anche nei giorni passati, in cui, oltre a rendergli pubblico omaggio, ho pure esposto a grandi linee la mia concezione degli stretti rapporti tra le arti e la cultura materiale delle epoche relative, ovvero delle tecnologie volta a volta dominanti. Medellin è tutt’altro che un deserto per quanto rigurda l’arte di oggi. Per intenderci, è la città natale di Botero, e forse l’unico luogo al mondo dove sia possibile dare un senso alla sua arte bolsa, vanamente gonfia e plastica, per la buona ragione che attorno alle sue statue di bronzo, che costellano la piazza principale della città, circolano i modelli viventi in carne e ossa, un tipo muliebre di impianto andino, tozzo e robusto, e dunque si dà un rapporto naturale, dagli esemplari viventi alle loro immagini immobilizzate, il che non succede in nessuna altra parte del mondo, e non giustifica il culto incomprensibile che anche dalle nostre parti si rivolge a questo autore. Il quale, per fortuna, non trova seguito neppure tra i giovani suoi connazionali, come si può vedere da una Biennale che Medellin organizza a scadenze regolari, e anche da visite alle gallerie di punta del luogo. Ritornerò su questi aspetti, anzi, sarebbe mia intenzione riprendere il rito delle Officine rivolte a perlustrare la creatività giovanile nelle diverse aree del pianeta, se solo le autorità della nostra Regione mi daranno, come in un lontano passato, un contributo adeguato. Ma al momento mi preme accennare a una conclusione di grande importanza cui sono giunto nel concludere, in quattro puntate, la mia perlustrazione lungo le diverse età della storia della cultura e i relativi rapporti con le tecnologie dominanti. Ebbene, questa è la prima volta nell’intera storia del pianeta che l’umanità si trova a partecipare di una medesima tecnologia, fondata, inutile dirlo, sull’elettromagnetismo o meglio ancora sull’elettronica. Per le strade di Medellin e nei vari locali i cittadini sono chini, esattamente come succede da noi, a interrogare gli smartphone, o prendono selfies, o consultano dati attraverso internet. Siamo in una terra che a suo tempo ha subito il rovinoso impatto tra la cultura occidentale avanzata, giunta coi “conquistadores”, e le forme arretrate delle comunità locali. Anche oggi, per carità, la diffusione della tecnologia elettronica può darsi che cozzi con residui di economie rurali arcaiche, o con arretrate forme di industrialismo non rinnovato, ma i giovani, e con loro tutti gli operatori del livello alto-simbolico, lanciati a prevenire le vie del futuro e a batterle già con coraggio, sono ormai accomunati con i loro colleghi delle culture occidentali nel valersi del “triangolo di Kosuth”, cioè del più avanzato traguardo raggiunto nell’ultima rivoluzione occidentale, quella avvenuta nel ’68, e che ha portato l’Occidente all’uso parossistico dell’oggetto assunto tale e quale, come ready-made, con lo sviluppo in installazioni “site specific”, o in fotografia, col prolungamento del video, o con definizioni linguistiche. Ma infine accanto alla diffusione di questi elementi essenziali è forse un merito proprio delle culture extra-occidentali l’aver imposto pure il recupero della pittura, seppure nelle forme “novantiche” del graffitismo-muralismo, nonché promuovendo pure il recupero di una componente che il nostro Occidente, nel suo nudo e arido funzionalismo, aveva depresso e squalificato, la decorazione, propiziata, questa, anche dal fatto che le scritture di tipo ideografico, o comunque lontane dallo schematismo imposto dal ricorso all’alfabeto, con la sua povertà di segni e lo schematismo con cui vengono tracciati, favoriscono un esuberante intervento della fantasia, del piacere dell’ornamento. Insomma, nelle arti visive sono finiti i gap, gli spareggi, i dislivelli tra le varie etnie e situazioni geografiche e condizioni di vita, almeno a livello alto-sperimentale, il che ha portato pure a una sostanziale parificazione degli apporti sessuali, le donne, sempre almeno se ci rivolgiamo all’area privilegiata dei lavori avanzati, ormai sono in un numero crescente e non patiscono più un’inferiorità rispetto ai colleghi dell’altro sesso. Proclamata una simile unificazione di piattaforme operative, conviene far scattare pure un altro fattore favorevole: questa unificazione non produce la temuta globalizzazione, una omogeneità di risultati, in quanto gli strumenti oggi di uso comune consentono però che ciascuna etnia o area storico-geografica li rivolga al recupero delle proprie radici, il che porta a una piacevole e interessante varietà di risultati. E’ il fenomeno noto ricorrendo alla congiunzione di due radici verbali, il “globale” e il “locale”, dal che nasce una decisiva condizione di “glocalismo”. Credo che su questo tasto si dovrà insistere ripetutamente.Non so se qualcuno si è accorto che domenica scorsa, 28 febbraio, per la prima volta dopo molte settimane ho mancato al rito di infilare nel blog i soliti commenti, ma forse il mio è un soliloquio allo specchio, destinato a cadere nel vuoto. Era che mi trovavo a Medellin, seconda città della Colombia, dietro alla capitale Bogotà, città bellissima, situata in una valle lunga e stretta, immersa in un delizioso clima tropicale, di eterna sospensione tra una tarda primavera e una incipiente estate, e confortata da una magnifica vegetazione che mi fa rimpiangere di non essermi dedicato alla botanica per riconoscere alberi, arbusti, fiori, quasi tutti ignoti dalle nostre parti. Mi sono trovato in quel luogo sia per onorare Carlos Arturo Fernàndez, un mio ex-allievo alla nostra Scuola di perfezionamento, poi divenuto mio brillante collega nella Università locale, detta di Antiochia dal nome dell’intera provincia, dove mi ha chiamato più volte a presentare le mie teorie, come è avvenuto anche nei giorni passati, in cui, oltre a rendergli pubblico omaggio, ho pure esposto a grandi linee la mia concezione degli stretti rapporti tra le arti e la cultura materiale delle epoche relative, ovvero delle tecnologie volta a volta dominanti. Medellin è tutt’altro che un deserto per quanto rigurda l’arte di oggi. Per intenderci, è la città natale di Botero, e forse l’unico luogo al mondo dove sia possibile dare un senso alla sua arte bolsa, vanamente gonfia e plastica, per la buona ragione che attorno alle sue statue di bronzo, che costellano la piazza principale della città, circolano i modelli viventi in carne e ossa, un tipo muliebre di impianto andino, tozzo e robusto, e dunque si dà un rapporto naturale, dagli esemplari viventi alle loro immagini immobilizzate, il che non succede in nessuna altra parte del mondo, e non giustifica il culto incomprensibile che anche dalle nostre parti si rivolge a questo autore. Il quale, per fortuna, non trova seguito neppure tra i giovani suoi connazionali, come si può vedere da una Biennale che Medellin organizza a scadenze regolari, e anche da visite alle gallerie di punta del luogo. Ritornerò su questi aspetti, anzi, sarebbe mia intenzione riprendere il rito delle Officine rivolte a perlustrare la creatività giovanile nelle diverse aree del pianeta, se solo le autorità della nostra Regione mi daranno, come in un lontano passato, un contributo adeguato. Ma al momento mi preme accennare a una conclusione di grande importanza cui sono giunto nel concludere, in quattro puntate, la mia perlustrazione lungo le diverse età della storia della cultura e i relativi rapporti con le tecnologie dominanti. Ebbene, questa è la prima volta nell’intera storia del pianeta che l’umanità si trova a partecipare di una medesima tecnologia, fondata, inutile dirlo, sull’elettromagnetismo o meglio ancora sull’elettronica. Per le strade di Medellin e nei vari locali i cittadini sono chini, esattamente come succede da noi, a interrogare gli smartphone, o prendono selfies, o consultano dati attraverso internet. Siamo in una terra che a suo tempo ha subito il rovinoso impatto tra la cultura occidentale avanzata, giunta coi “conquistadores”, e le forme arretrate delle comunità locali. Anche oggi, per carità, la diffusione della tecnologia elettronica può darsi che cozzi con residui di economie rurali arcaiche, o con arretrate forme di industrialismo non rinnovato, ma i giovani, e con loro tutti gli operatori del livello alto-simbolico, lanciati a prevenire le vie del futuro e a batterle già con coraggio, sono ormai accomunati con i loro colleghi delle culture occidentali nel valersi del “triangolo di Kosuth”, cioè del più avanzato traguardo raggiunto nell’ultima rivoluzione occidentale, quella avvenuta nel ’68, e che ha portato l’Occidente all’uso parossistico dell’oggetto assunto tale e quale, come ready-made, con lo sviluppo in installazioni “site specific”, o in fotografia, col prolungamento del video, o con definizioni linguistiche. Ma infine accanto alla diffusione di questi elementi essenziali è forse un merito proprio delle culture extra-occidentali l’aver imposto pure il recupero della pittura, seppure nelle forme “novantiche” del graffitismo-muralismo, nonché promuovendo pure il recupero di una componente che il nostro Occidente, nel suo nudo e arido funzionalismo, aveva depresso e squalificato, la decorazione, propiziata, questa, anche dal fatto che le scritture di tipo ideografico, o comunque lontane dallo schematismo imposto dal ricorso all’alfabeto, con la sua povertà di segni e lo schematismo con cui vengono tracciati, favoriscono un esuberante intervento della fantasia, del piacere dell’ornamento. Insomma, nelle arti visive sono finiti i gap, gli spareggi, i dislivelli tra le varie etnie e situazioni geografiche e condizioni di vita, almeno a livello alto-sperimentale, il che ha portato pure a una sostanziale parificazione degli apporti sessuali, le donne, sempre almeno se ci rivolgiamo all’area privilegiata dei lavori avanzati, ormai sono in un numero crescente e non patiscono più un’inferiorità rispetto ai colleghi dell’altro sesso. Proclamata una simile unificazione di piattaforme operative, conviene far scattare pure un altro fattore favorevole: questa unificazione non produce la temuta globalizzazione, una omogeneità di risultati, in quanto gli strumenti oggi di uso comune consentono però che ciascuna etnia o area storico-geografica li rivolga al recupero delle proprie radici, il che porta a una piacevole e interessante varietà di risultati. E’ il fenomeno noto ricorrendo alla congiunzione di due radici verbali, il “globale” e il “locale”, dal che nasce una decisiva condizione di “glocalismo”. Credo che su questo tasto si dovrà insistere ripetutamente.Non so se qualcuno si è accorto che domenica scorsa, 28 febbraio, per la prima volta dopo molte settimane ho mancato al rito di infilare nel blog i soliti commenti, ma forse il mio è un soliloquio allo specchio, destinato a cadere nel vuoto. Era che mi trovavo a Medellin, seconda città della Colombia, dietro alla capitale Bogotà, città bellissima, situata in una valle lunga e stretta, immersa in un delizioso clima tropicale, di eterna sospensione tra una tarda primavera e una incipiente estate, e confortata da una magnifica vegetazione che mi fa rimpiangere di non essermi dedicato alla botanica per riconoscere alberi, arbusti, fiori, quasi tutti ignoti dalle nostre parti. Mi sono trovato in quel luogo sia per onorare Carlos Arturo Fernàndez, un mio ex-allievo alla nostra Scuola di perfezionamento, poi divenuto mio brillante collega nella Università locale, detta di Antiochia dal nome dell’intera provincia, dove mi ha chiamato più volte a presentare le mie teorie, come è avvenuto anche nei giorni passati, in cui, oltre a rendergli pubblico omaggio, ho pure esposto a grandi linee la mia concezione degli stretti rapporti tra le arti e la cultura materiale delle epoche relative, ovvero delle tecnologie volta a volta dominanti. Medellin è tutt’altro che un deserto per quanto rigurda l’arte di oggi. Per intenderci, è la città natale di Botero, e forse l’unico luogo al mondo dove sia possibile dare un senso alla sua arte bolsa, vanamente gonfia e plastica, per la buona ragione che attorno alle sue statue di bronzo, che costellano la piazza principale della città, circolano i modelli viventi in carne e ossa, un tipo muliebre di impianto andino, tozzo e robusto, e dunque si dà un rapporto naturale, dagli esemplari viventi alle loro immagini immobilizzate, il che non succede in nessuna altra parte del mondo, e non giustifica il culto incomprensibile che anche dalle nostre parti si rivolge a questo autore. Il quale, per fortuna, non trova seguito neppure tra i giovani suoi connazionali, come si può vedere da una Biennale che Medellin organizza a scadenze regolari, e anche da visite alle gallerie di punta del luogo. Ritornerò su questi aspetti, anzi, sarebbe mia intenzione riprendere il rito delle Officine rivolte a perlustrare la creatività giovanile nelle diverse aree del pianeta, se solo le autorità della nostra Regione mi daranno, come in un lontano passato, un contributo adeguato. Ma al momento mi preme accennare a una conclusione di grande importanza cui sono giunto nel concludere, in quattro puntate, la mia perlustrazione lungo le diverse età della storia della cultura e i relativi rapporti con le tecnologie dominanti. Ebbene, questa è la prima volta nell’intera storia del pianeta che l’umanità si trova a partecipare di una medesima tecnologia, fondata, inutile dirlo, sull’elettromagnetismo o meglio ancora sull’elettronica. Per le strade di Medellin e nei vari locali i cittadini sono chini, esattamente come succede da noi, a interrogare gli smartphone, o prendono selfies, o consultano dati attraverso internet. Siamo in una terra che a suo tempo ha subito il rovinoso impatto tra la cultura occidentale avanzata, giunta coi “conquistadores”, e le forme arretrate delle comunità locali. Anche oggi, per carità, la diffusione della tecnologia elettronica può darsi che cozzi con residui di economie rurali arcaiche, o con arretrate forme di industrialismo non rinnovato, ma i giovani, e con loro tutti gli operatori del livello alto-simbolico, lanciati a prevenire le vie del futuro e a batterle già con coraggio, sono ormai accomunati con i loro colleghi delle culture occidentali nel valersi del “triangolo di Kosuth”, cioè del più avanzato traguardo raggiunto nell’ultima rivoluzione occidentale, quella avvenuta nel ’68, e che ha portato l’Occidente all’uso parossistico dell’oggetto assunto tale e quale, come ready-made, con lo sviluppo in installazioni “site specific”, o in fotografia, col prolungamento del video, o con definizioni linguistiche. Ma infine accanto alla diffusione di questi elementi essenziali è forse un merito proprio delle culture extra-occidentali l’aver imposto pure il recupero della pittura, seppure nelle forme “novantiche” del graffitismo-muralismo, nonché promuovendo pure il recupero di una componente che il nostro Occidente, nel suo nudo e arido funzionalismo, aveva depresso e squalificato, la decorazione, propiziata, questa, anche dal fatto che le scritture di tipo ideografico, o comunque lontane dallo schematismo imposto dal ricorso all’alfabeto, con la sua povertà di segni e lo schematismo con cui vengono tracciati, favoriscono un esuberante intervento della fantasia, del piacere dell’ornamento. Insomma, nelle arti visive sono finiti i gap, gli spareggi, i dislivelli tra le varie etnie e situazioni geografiche e condizioni di vita, almeno a livello alto-sperimentale, il che ha portato pure a una sostanziale parificazione degli apporti sessuali, le donne, sempre almeno se ci rivolgiamo all’area privilegiata dei lavori avanzati, ormai sono in un numero crescente e non patiscono più un’inferiorità rispetto ai colleghi dell’altro sesso. Proclamata una simile unificazione di piattaforme operative, conviene far scattare pure un altro fattore favorevole: questa unificazione non produce la temuta globalizzazione, una omogeneità di risultati, in quanto gli strumenti oggi di uso comune consentono però che ciascuna etnia o area storico-geografica li rivolga al recupero delle proprie radici, il che porta a una piacevole e interessante varietà di risultati. E’ il fenomeno noto ricorrendo alla congiunzione di due radici verbali, il “globale” e il “locale”, dal che nasce una decisiva condizione di “glocalismo”. Credo che su questo tasto si dovrà insistere ripetutamente.

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