Letteratura

Rasy: la guerra come collegio per signorine bene

Su Elisabetta Rasy la mia memoria possiede due diapositive radicalmente opposte tra loro. La prima risale al 1969 e mi mostra una giovane piena di entusiasmo che collabora nello studio romano di Luca Patella mentre io, con una piccola squadra della Philips, lo riprendo in uno dei primi video in assoluto, almeno per l’Italia, che vengano registrati sul campo, per poi essere immessi in un circuito di monitor in una mostra, che fu il successivo “Gennaio 70”, a Bologna, Museo civico. Poi passano gli anni, la Rasy cresce, fa strada, credo protetta da qualche “potere forte” che le permette di compiere rapidi passi, mentre io procedo al piccolo trotto, o addirittura arretro, conquisto a fatica un posticino nell’organigramma dell’”Espresso”, dove me la vedo capitare tra capo e collo, non ricordo bene in quale anno, addirittura nel ruolo di caposervizio alla cultura, da cui mi bacchetta, rigida e altezzosa, come se dovesse farmi scontare colpe inesistenti. E’ il peggiore dei ricordi che mantengo del quarto di secolo di mia collaborazione a quel settimanale, pari nel riscontro negativo a quello che mi resta di Giulio Anselmi, un direttore che qualche tempo dopo mi ha licenziato brutalmente, non si è mai capito bene per ordine ricevuto da chi, poi del resto licenziato anche lui, e finito in un incarico burocratico sicuramente generoso di buone prebende ma di scarso prestigioso, a presiedere l’Ansa.
Ma torniamo alla Rasy, che miete successi come narratrice, fino al recente “Le regole del fuoco”, ricordandoci perfino il caso della Ferrante, anche lei protetta dai “poteri forti” che le hanno consentito di ricevere recensioni entusiastiche dalla migliore stampa newyorkese. Gli amici critici, piuttosto che indagare su chi stia dietro il “nom de plume” della Ferrante, farebbero meglio, come contributo a una sociologia della lettura, a tentare di capire chi ne protegge l’ascesa. Ma tornando alla Rasy, almeno lei ha il merito di non nascondersi, di presentarsi allo scoperto, rendendo quindi più facile il compito di scoprire chi l’abbia assistita nel cursus honorum, e che ora, beninteso, è già pronto a tessere le lodi di questo suo ultimo nato. Con qualche punto di contatto con la Ferrante, se non altro per una comune partenza da Napoli. Il romanzo in questione si apre con un ampio prologo dove una voce narrante, forse la stessa autrice, ci riporta a un ambito di buona borghesia partenopea dei primo decennio del secolo scorso in cui appare una figura di una giovane, Alba Rosa, dallo spirito indipendente che la porta a mordere il freno cui pretenderebbe di sottoporla una madre “comme il faut”, fino a meditare la fuga trasgressiva e polemica. Ai nostri giorni fanciulle di questo tipo deciderebbero di darsi al volontariato e di andare in qualche landa depressa ed emarginata dell’Africa o dell’Asia minore, fino magari a cadere vittime di qualche sequestro. A quei tempi c’era una pista regia da seguire, quella di andare volontarie nel corpo delle crocerossine. A questo modo la nostra Rasy può infilarsi trionfalmente nel tema della Grande Guerra, che continua ad essere di moda. Là la nostra puledra fiera e capricciosa incontra una più solida coetanea del Nord, tale Eugenia Alferro, che di ferro appare essere davvero, cioè più posata, solida, prudente, rispetto all’avventata figlia del Sud. Le due, in realtà, si comportano come giovinette “bene” finite in qualche severo collegio, magari di suore, come volevano i costumi dell’epoca, con la quasi inevitabile conseguenza di darsi a un amore lesbico, che costituisce il nucleo portante dell’intera vicenda, e anche la parte che potrebbe, se lo si vuole, consentirne il salvataggio. Che attorno a loro ci sia la guerra, è un inserto del tutto occasionale, risolto dalla scrittrice in modo convenzionale. Converrebbe stampare a caratteri cubitali una ammonizione, ai narratori di oggi, esortandoli a tenersi lontani, nonostante la ricorrenza celebrativa, dagli eventi della Grande Guerra, e soprattutto da Caporetto, terreno minato, ci hanno già rimesso le penne narratori più robusti della Nostra, come per esempio Baricco. Ci vuole una bella faccia tosta a mettersi sulle orme di Hemingway e Malaparte, che oltretutto baravano già anch’essi, in quanto a Caporetto non ci erano stati, ma ne avevano respirato la sacra aurea, si aggiunga anche il caso di Comisso, che quelle tremende giornate le aveva sperimentate davvero, rendendole poi con la sua corda elegiaca. In queste pagine c’è invece uno sfondo di cartone, sempre monotono e uguale, come quelli che i fotografi di altre stagioni ponevano alle spalle dei loro clienti. Si susseguono orrori evocati per procura, fatti di un unico impasto di sangue e fango che invade come una piena i vari episodi, mostrando tutta l’insufficienza di quando si tenta di ricostruire fatti non vissuti di persona. Ma niente paura, il racconto in sostanza vira verso esiti che potremmo intitolare a “Voglia di tenerezza”, o “Va’ dove ti porta il cuore”. Naturalmente, a completare una evocazione di fatti ricostruiti per sentito dire, quando, finita la guerra, le due si separano, l’amica del Nord viene portata via dalla “spagnola”, e una inconsolabile Alba Rosa trascina il suo forzato zitellaggio in una Parigi in cui sembra voler ricalcare in formato minore il destino di Gertrud Stein.
Elisabetta Rasy, Le regole del fuoco, Rizzoli, pp. 180, euro 17.

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Arte

Il grande Murale romano di Kentridge

Mercoledì scorso 20 aprile sono andato a Roma in devoto pellegrinaggio per ammirare il grande murale di Kentridge. Mi attendeva subito qualche sorpresa, credevo che la cosiddetta Kentridge-mania avese inciso a fondo, ma invece ho dovuto constatare quanto il nostro mondo di amanti dell’arte sia limitato. Già il tassista che dalla Stazione Termini mi doveva portare sul luogo dell’opera aveva le idee molto confuse, mai sentito parlare di quella cosa, tanto che ho dovuto guidarlo io, vincere addirittura la sua reticenza in quanto mi diceva che gli davo indicazioni sbagliate. Qualche pro-loco dell’Urbe avrebbe ben potuto diffondere appunto tra i tassisti un po’ di informazione a uso dei turisti, che d’altra parte, a quanto pare un Giubileo troppo presto deciso e mal collocato nel calendario sta attirando in smunte schiere. Una maggiore sorpresa mi attendeva quando sono arrivato alla metà, infatti non vi ho incontrato nessun visitatore che come me stesse compiendo una visita rituale e non fosse là per mera casualità. E’ vero che l’inaugurazione ufficiale era prevista per il giorno dopo, ricorrenza del Natale di Roma, ma in fondo il battage pubblicitario avrebbe pur dovuto richiamare qualcuno, magari anche colpito dall’incertezza su come ammirare la grande opera. Infatti se si sta sulla medesima sponda del Tevere e si scende al pelo dell’acqua, in mezzo a qualche ciclista o jogger, si può ammirare da vicino il fine lavoro dell’artista, ma le immagini, alte più di otto metri, sfuggono via, non si riesce ad abbracciarle con lo sguardo. Se ci si reca sull’altra sponda, esse si presentano in giusta sequenza, ma rese pallide dalle modalità con cui sono state redatte, e soprattutto risultano quasi nascoste dalle ampie fronde dei platani, cosicché le si intravede tra un intervallo e l’altro del fogliame. Resta anche misterioso, almeno per me, il sistema preciso cui il grande artista è ricorso, per ottenere quelle maxi-immagini. Quello che sembra sicuro, è che abbia operato “in togliere”, cioè sbiancando con l’aiuto di getti d’acqua gli spazi contornanti le sagome, lasciandole quindi affidate alla patina del tempo, condannate così a impallidire e a sparire nel corso degli anni. Ma, data per certa l’origine fervidamente manuale di quei disegni, come Kentridge li ha ingranditi, con l’aiuto di pantografi, di proiezioni? Resta comunque il punto di partenza, consistente, da parte dell’artista sudafricano, in una ripresa dell’espressionismo degli autentici “selvaggi” della storia, quali furono Grosz, Dix, Beckmann, poi ripreso dai Neuen Wilden sul tipo di Georg Baselitz. E certo il Nostro compete con loro in esuberanza, forza, ferocia, e anche lodevole insistenza su ogni buona causa del mondo, a riscatto di tutti gli oppressi e offesi nei secoli. Ma con in più gli accorgimenti tecnici cui i suoi concorrenti tedeschi non sono arrivati. Infatti egli ha reiterato, moltiplicato le immagini dotandole di pose consecutive per ottenerne l’animazione, il “cartoon”, ma secondo i metodi del buon tempo antico, senza ricorso alla variazione automatica ottenibile con il computer, come fanno oggi la maggior parte dei confezionatori di cartoni animati. Questa è ancora la sua massima specialità, per cui non ci si può esimere dall’andare ad ammirare il magnifico Trionfo della morte che si snoda lungo gli otto maxi-schermi posti al pianterreno del palazzotto in cui Lia Rumma, a Milano, sfida orgogliosamente tutti i musei pubblici del capoluogo lombardo. In quel caso le immagini sono nitide, pur sfilando con quel passo faticoso e a scatti metallici quale risulta proprio dalla fattura manuale dei cartoons. Per l’impresa romana si può dire che Kentridge abbia fatto un passo indietro, ritornando al primo tempo della sua officina, dandoci cioè come delle enormi “still”, delle immagini fisse, anche qui, però, sfruttando qualche sapiente diavoleria tecnologica per ottenere i formati monumentali. E anche mutando il tema, se i video milanesi sono consacrati a celebrare un funereo Trionfo della morte, qui siamo piuttosto alla rievocazione, come si addice all’Urbe, di un Trionfo consolare, con cavalli che si impennano, busti marziali, insegne all’aria, però i “Trionfi” sono opportunamente contrastati dai “Lamenti”, sgorganti dalle vittime di quegli eventi magnanimi, e dunque, in una pozza si sangue, resa con una macchia più ampia del non-colore bigio dominante, si stende per traverso il corpo di Remo, prima vittima della grandeur romana, accomunato a un’altra vittima in un contesto totalmente diverso, il cadavere di Pasolini. Ma il nostro artista ama offrirci questi cortocircuiti della storia e degli annali della ferocia umana, nei suoi fregi, immobili o animati che siano, e che intendono anche avere un sapore didattico, perfino edificante, nel senso migliore del termine. A conclusione, osserviamo inoltre che questo è il modo migliore per praticare il muralismo, ritrovando la grandezza delle più riuscite imprese del genere, dai muralisti messicani al nostro Sironi, con l’aggiunta di una ulteriore preoccupazione cui l’artista sudafricano ha utilmente adempiuto. Nonostante l’eccellenza di questo enorme “fumetto” o “graphic novel”, egli ha ben compreso che in un contesto gravido di memorie secolari come quello di Roma la sua presenza alla lunga sarebbe stata inopportuna, e dunque ne ha previsto la consunzione, lo spegnimento, come fosse stato tracciato con inchiostro simpatico. Perdita giusta, se si pensa al turbamento che questo inserto, pur condotto con ogni cautela e prudenza, ha comunque inferto entro il sacro recinto dei Sette Colli, ma deplorevole, se appunto si considera l’eleganza, la forza, la qualità che ne hanno accompagnato la realizzazione. Chissà se fosse possibile riportarlo in qualche spazio esterno, per esempio all’EUR, in questo caso lavorando non più in togliere, bensì in aggiungere, cioè annerendo le sagome, come si conviene a ogni disegno vero e proprio.

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Attualità

Domenicale 23-4-16

In queste mie note solitarie e autoreferenziali ho sempre evitato di parlare di Bologna e dintorni, è ora che lo faccia, ma dovendo ammettere che si tratta di un ambito in cui devo registrare una mia totale sconfitta. Certe campagne di stampa che ho sostenuto con qualche evidenza, sia sull’”Unità”, quando usciva l’inserto locale, sia sul “Corriere di Bologna”, sotto la intelligente direzione di Armando Nanni, non hanno sortito alcun effetto, anzi, le scelte politiche recenti sono andate in direzione opposta, tanto che mi censuro da me, rinuncio per esempio a chiedere di nuovo ospitalità sul “Corriere” per evitare di riceverne rifiuti o silenzi reticenti. La prima di queste sanguinose sconfitte riguarda il passante a Nord, da me sostenuto, invece sostituito dalla orrida soluzione di allargare l’attuale tangenziale, cedimento del sindaco in pectore Merola alla pressione dei campanili confinanti, nella loro gelosa tutela di pezzulli di terreno agricolo. Su una tangenziale già oggi inadeguata, sempre a rischio di blocchi per tamponamenti o altro, si abbatteranno i lavori di ampliamento che la paralizzeranno per due o tre anni, creando innumerevoli problemi di esproprio. Poteva essere possibile e perfino utile procedere in tal senso tanti anni fa, quando, assieme ad altri, peroravo la causa di approfittare dell’arrivo dell’Alta Velocità per portare tutto il fascio dei binari a scorrere in parallelo, appunto, con la tangenziale, trovando così l’occasione naturale e funzionale di allargarla, in un’unica tornata di lavori pubblici. Ma così non si è fatto, le Ferrovie dello Stato, rinnovando lo stato di servitù che la nostra città ha sempre subito da parte loro, sono ricorse all’inutile e costosa soluzione di scavare quel cassone a grande profondità che non risolve nessun problema, rendendo la vita difficile ai poveri viaggiatori quando devono ritornare a galla perdendo preziosi minuti, e dovendo risalire per ben due livelli interposti. Uno di questi avrebbe potuto essere destinato a ospitare binari ulteriori, così sgombrando la superficie, riducendo l’area occupata dalle linee di lungo percorso, apprestando una sorta di metropolitana affidata a treni locali veloci e frequenti, e consentendo anche un possibile attraversamento dell’area ferroviaria, una volta che fosse stata ristretta, con ponti o tunnel. Così invece Bologna soggiace, in Piazza Medaglie d’oro, a una strettoia implacabile, vergognosa, indegna di una città civile, senza riscontro in nessuna altra città di medio-piccola grandezza nell’intero nostro Paese, e nessuno sa quando se ne potrà saltar fuori.
L’altra cocente mia sconfitta riguarda i vari interventi a favore di una espansione della nostra Università nell’area ex-Staveco, da me definita addirittura “Terra promessa”, se la si fosse legata al progetto di sgomberare l’area di Piazza Verdi dall’attuale eccesso di presenze studentesche che da decenni la compromettono irrimediabilmente. Ma il nuovo rettore Ubertini naviga in totale controtendenza, ha messo la sordina all’ipotesi Staveco destinandola ai tempi lunghi, ha lanciato un risibile progetto di rilancio e tutela di Piazza Verdi e spazi limitrofi invocando la collaborazione degli studenti, che sarebbe come chiedere l’intervento di un branco di lupi a custodia di indifese pecorelle, corrispondenti a preziose istituzioni quali il Teatro Comunale e i Musei universitari. Si vede che il rettore scende col paracadute nella sua sede in Palazzo Poggi o, più verosimilmente, vi penetra dalla entrata posteriore di via Belmeloro, o si fa bendare nel caso fortuito che di fretta osi avventurarsi ad attraversare Piazza Verdi, e dunque non vede gli orridi murali verniciati a tinte violente dai suoi amati studenti, come segno di buona volontà e di preziosa collaborazione alla richiesta del Magnifico. Se non ci si decide ad operare un salasso in zona, a portar via una massa di studenti, così anche troncando l’inevitabile indotto degli homeless che navigano nelle loro torbide acque, non c’è salvezza per quel quartiere, lo dimostrano decenni di esperienze, e di tentativi falliti di porvi rimedio agendo dall’interno.

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Letteratura

Uno “spasimo” esuberante di santa Rosaria Lo Russo

Anche questa volta parlo di fatti riguardanti la poesia, prima che nuove uscite in materia di narrativa mi permettano di ritornare a temi per me più soliti. L’occasione me la dà Rosaria Lo Russo, che ha diffuso in rete un suo poemetto orale il cui titolo, “Spasimo”, vale già come una dichiarazione di poetica. Con lei si chiude un triangolo che tocca le principali vie concesse oggi a questo genere letterario. Cesare Viviani aveva rappresentato a suo tempo la via più ardita che ho definito, più di un trentennio fa, come ricerca “intraverbale”, ovvero il rinunciare ai lessemi del vocabolario procedendo a una loro frantumazione e ricomposizione arbitraria. A dire il vero, Viviani ha fatto un passo indietro da tanto ardimento rientrando nell’uso di un lessico ordinario, ma “tagliandone” le varie sequenze, come si “taglia” una droga per renderla più efficace. Marco Giovenale porta agli estremi una poesia in fuga da se stessa, che si appropria della rivale, la prosa, con il suo scorrimento comunicativo, ma poi le applica strappi, cesure, che sono gli strumenti usualmente a disposizione del messaggio poetico e che lo distinguono da quello prosastico. Rosaria Lo Russo è un fiume in piena, mi è capitato di paragonarla a uno tsunami, e la similitudine vale abbastanza fedelmente, in quanto quel cataclisma naturale non sta certo a selezionare quanto colpisce con la sua furia, si trascina dietro i materiali anche più consueti e tradizionali. Così è di questo poemetto della Nostra, che si presenta con un’aria tradizionale, quasi prendendo sul serio un nome come Rosaria, legato al folclore, ai riti e superstizioni di un Meridione atavico. Infatti l’autrice si mette nei panni di una santa di altre stagioni, di uno Jacopone da Todi al femminile, pronunciando beatitudini o maledizioni alterne, appunto da santa, o da prefica, o da strega condannata al rogo. Il lessico è costellato di invocazioni a una “fragile madre”, a una “bambina in fiamme”, a un “Cristo d’argento”, e beninteso, come succedeva alle sante in crisi di misticismo, le espressioni più sublimate si mescolano agli appelli più cupi e lutulenti ai valori bassi del corpo. Insomma, ne viene un florilegio che sembra saltar fuori da un repertorio del buon mondo antico, anche se inframmezzato da profanazioni opportune che portano a paragonare questa ardente proclamatrice a “una cagna sullo stuoino acciambellata”. Ma quello che conta in primo luogo, è che queste frasi, da non valutare in base al vecchio codice della scrittura, sono urlate, gridate, soffiate da una “spasimante” prestazione orale, con l’aiuto del mezzo elettronico, la grande innovazione tecnologica che riporta la poesia o la letteratura in genere ai suoi primordi, ricordandoci che si tratta di una manifestazione prima di tutto orale, mentre solo in un secondo tempo sono subentrate le trascrizioni cartacee. Con la conseguenza che un esercizio poetico come questo, restituito alla sua più vera natura, non teme più le restrizioni editoriali, non attende una improbabile stampa tipografica, si affida brillantemente alla rete, fra l’altro scavalcando i limiti esosi del diritto d’autore. Di queste ballate a un tempo sacre e maledette, Rosaria fa dono gratuito, ne inonda la rete, ne consente un accesso universale.
Il tutto merita una ulteriore riflessione, che corrisponde anch’essa a un tasto su cui ormai batto usualmente. Siamo in presenza di una nuova classificazione delle arti e dei generi, ormai ci sono solo i generi lunghi, della narrativa e simili, per i quali l’approdo nel libro, o nella pellicola cinematografica, sembra ancora preferibile. E ci sono i generi brevi, performativi, in cui spariscono le differenze tra il visivo, il letterario, il sonoro, tutti ormai pronti a confluire nella registrazione elettronica indivisa, come risulta da questa straordinaria prestazione.

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Sanfilippo: una generosa “significazione”

Il carattere privato di questi miei appunti mi consente di parlare di una mostra anche oltre i limiti della sua durata, il che non sarebbe consentito in recensioni su organi pubblici, come “L’unità” su cui compaio ogni domenica, i cui articoli dovrebbero permettere ai lettori di andare a visitare quanto vi viene esaminato. Sono dunque ben lieto di rimediare a questo disguido nei tempi occupandomi ora in ritardo della rassegna monografica che la Galleria veronese dello Scudo ha dedicato nei mesi scorsi a Antonio Sanfilippo, con ampio catalogo a cura di Fabrizio D’Amico e Francesco Tedeschi. Sanfilippo ha avuto contro di lui, prima di tutto, il guaio di un’esistenza troppo breve (1923-1980), a differenza della compagna e sodale delle loro esperienze di allora, Carla Accardi, che invece ha potuto prolungare quegli esperimenti, dar loro un giusto e convincente svolgimento: cosa che avrebbe potuto fare anche Sanfilippo, ma non lo sapremo mai, è l’interrogativo cruciale che si associa ad ogni carriera artistica troppo presto spezzata, come nel caso massimo di Umberto Boccioni. Un infortunio subordinato del nostro artista, forse dipendente dal non essere già stato a Roma al momento buono, fu di non venire incluso nel Gruppo degli Otto, come invece lo abilitavano in pieno i dipinti da lui eseguiti già a partire dal 1951, quando praticava un astratto-concreto assai mosso e dinamico, allo stesso modo dei suoi due pressoché coetanei Mattia Moreni e Emilio Vedova. Essi poterono entrare in quel sodalizio, e ne trassero tutti i possibili vantaggi, lui invece, assieme alla Accardi, dovette procedere per proprio conto. Eppure, come i loro, assai ingegnosi erano gli incastri di forme che sapeva impaginare, in quei primi anni ’50, anzi, c’era già in lui un di più di movimentismo, ovvero le sagome venivano come stagliuzzate, entravano per così dire in fibrillazione, preannunciando l’arrivo ormai prossimo dell’Informale, di cui egli scelse una delle branche più legittime e autorizzate, quella di specie “segnica”, in quanto proprio i listelli, le lamelle cui era giunto nello sviluppo del codice astratto-concreto, assottigliandosi ulteriormente, divenivano i tracciati filiformi di una specie di scrittura, non alfabetica, ma pronta a subire il fascino di sistemi grafici più esotici. Non si era lontani dagli ideogrammi estremo-orientali che da sempre erano stati il terreno di caccia di uno dei grandi protagonisti statunitensi di quella stagione, Mark Tobey, e dunque si poteva parlare di un sistema grafico decisamente “autre”, che avrebbe potuto essere accolto entro la schiera delle grandi presenze internazionali reclutate da Michel Tapié. Per stare a termini di riferimento di casa nostra, Sanfilippo sceglieva un suo percorso mediano tra un eccesso di impoverimento dei segni come quello professato da Giuseppe Capogrossi, artista cui sono sempre stato restio a riconoscergli il posto nell’olimpo di quegli anni quale invece gli venne decretato con troppa condiscendenza. La sua era una araldica schematica, più degna di un cartellonismo pubblicitario che di un esito propriamente artistico. All’estremo opposto avevamo un eccesso di assottigliamento del segno da parte di un artista come Emilio Scanavino, con caduta in un esile grafismo-calligrafismo. Mentre in Sanfilippo il segno perdeva presto e volentieri la sua individualità, ma per effetto di una generosità di fondo, in quanto si dava a moltiplicarsi, a entrare in simbiosi con i vicini di banco fino a creare delle nebulose, dei grovigli, dei polipai, e dunque ne nasceva davvero un esito di Informale pienamente raggiunto. I due bravi conduttori di questo studio monografico citano come giusto riferimento il caso del francese Serpan, un altro in cui il grafismo si fonde, fa “tache”, mentre, a voler insistere nell’indicare delle differenze, questo modo di portare a fusione la popolazione dei segni nulla ha da spartire con i tracciati grafici più lenti e strascicati di Hartung e di Soulage, o con le vibranti stoccate di Mathieu. Poi, la cesura, il silenzio, e dunque non sappiamo quali movimenti evolutivi avrebbero subito quelle matasse generose, opportunamente arruffate. La compagna, per qualche tempo nella vita e da sempre nell’arte, Carla Accardi, ebbe la possibilità di procedere a sapienti variazioni, rallentando quei nodi aggrovigliati, scandendoli in un regime di separazione, e anche riversandoli su supporti e materiali diversi, dando vita, insomma, a una brillante e sempre rinnovata casistica, mentre Sanfilippo è rimasto bloccato a quei suoi generosi cespugli, a quei branchi di semenza ittica pescati nel profondo del mare e della vita.

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Attualità

Domenicale 17-4-16

Naturalmente oggi sarò tra i molti, spero, che non andranno a votare per il più inutile dei referendum indetti in tutta la storia della nostra Repubblica. La posta in sé è minima, sarebbe comprensibile se da un esito positivo della consultazione discendesse l’immediato smantellamento delle piattaforme in azione, ma così non è, perché si dovrebbero cancellare diritti acquisti, con strascico di cause per indennizzo a non finire. Stare a stabilire se smobilitarle alla conclusione dei relativi contratti o permettergli di portare fino in fondo l’estrazione dai giacimenti, è appunto quesito futile, cui si poteva rimediare in altro modo. Sappiamo bene invece quali sono i due motivi di fondo di questo referendum, e di tutti i partigiani del sì. In primo luogo, sta il tentativo di recare disturbo e impedimento all’azione decisionista di Renzi, nella speranza di porre le premesse per un rifiuto ben più significativo, e rovinoso, che dovrebbe risultare dal referendum autunnale di approvazione o meno della riforma costituzionale. Purtroppo assistiamo all’inverecondo sforzo di un’Italia che odia l’innovazione, ne ha un panico istintivo, preferendo “slittare”, e magari tentando di radunare proprio attorno a Letta un fronte del no.
L’altro motivo, forse più grave, dato che sul precedente aspetto Renzi sa difendersi come si deve, sta nell’assurda e pretestuosa opposizione alle fonti energetiche di natura fossile, gas e idrocarburi, con l’inneggiamento “verde” a favore delle cosiddette rinnovabili, Forse un qualche ministero competente dovrebbe far comparire sugli schermi televisivi i numeri certificati del fabbisogno interno, da cui risulterebbe che pannelli solari e pale eoliche coprono, al massimo, un 10% delle nostre esigenze, per le altre paghiamo fortissime bollette per procurarci i combustibili fossili, o addirittura l’energia che tutti i Paesi confinanti, non bloccati da assurde campagne inibitorie, continuano a produrre, e a venderci, con le centrali termonucleari.
Queste sono le ragioni per cui mi auguro che oggi l’affluenza elettorale si fermi molto in basso, molto lontano dal conseguimento del quorum.

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Campanini: il pennello sfida la fotografia

Da tempo vengo portando l’attenzione sul fatto che una di quelle “oscillazioni del gusto” giustamente segnalate da Gillo Dorfles sta ora indicando un ritorno alla pittura. Tra parentesi, nell’insistere su moti pendolari di questo genere io stesso non sono stato da meno, ricollegandomi alle coppie proposte a suo tempo dal grande Woelfflin, sul tipo di chiuso-aperto. Recensendo la Biennale di Venezia del 1956, sul primo numero del “Verri”, e costatandovi una forte presenza dell’Informale, lo avevo proprio salutato come una nuova comparsa di forme “aperte”, col che credo di aver dato la battuta di cui poi Eco ha magnificamente tratto le conseguenze in “Opera aperta”. Dunque, ritorno alla pittura, ma in che modo? Non credo che questo possa avvenire rilanciando qualche stile novecentesco, non l’astrattismo, sia appunto sotto specie di post-informale, sia delle varie declinazioni di un astrattismo geometrizzante. Dio ci scampi da un qualche postimpressionismo, che darebbe ragione a Goldin e alle sue mostre nostalgiche. In sintesi, credo che questo possibile ritorno della pittura si debba mantenere nelle vicinanze della grande avversaria, di colei che le ha rubato il mestiere e intimato l’estinzione, la fotografia. Ma anche questa, di cui si è abusato, e l’abuso continua tuttora nelle varie manifestazioni post-sessantottesche e post-concettuali, trova già le sue versioni più soddisfacenti se esce dalla dieta in bianco e nero e si concede un tripudio di colori, come avviene nell’artista-fotografo numero uno nel mondo, David Lachapelle, che oltretutto punta sulla stretta alleanza tra un colorismo sfacciato e il kitsch delirante nel nostro scenario quotidiano. In fondo, se ci rivolgiamo a un ottimo caso di un artista che ha saputo davvero rilanciare l’atto del dipingere, penso a Edward Hopper, ora in mostra a Bologna, Palazzo Fava, anche lui si è valso di un rassodamento e raffreddamento di matrice fotografica avvenuto su case, porti, strade del paesaggio nordamericano. Un modo molto efficace di costeggiare l’approccio fotografico, ma anche di riaffermare una diversa via d’accesso, ci viene ora da Pierpaolo Campanini, in mostra alla Kaufmann Repetto di Milano. E’ una serie di 7 tele dipinte a olio, caratterizzate da un morboso iperrealismo che tradisce la mediazione della foto, o comunque di uno sguardo meticoloso, incollato ai motivi vegetali che costituiscono il soggetto comune di questa produzione, ritrovati nel giardino di casa, nel sottobosco, in cespugli e ramificazioni spuntati sotto tronchi di alberi. Su questi motivi l’artista è intervenuto, direi, come potrebbe fare un preparatore di soggetti per un trattamento da imbalsamatore, o un botanico mosso pure lui da intenzioni conservative, e dunque pronto a iniettare nelle cortecce, nelle fronde, delle soluzioni miracolose che ne accendano l’epitelio, lo facciano splendere di luce assoluta, prima di affrontare il passaggio necrotico. La fotografia, in fondo, resta pur sempre prigioniera dell’attimo fuggente, e di una inevitabile corruzione fenomenica, atmosferica, invece a questo modo si ridà agli oggetti affrontati una super-verità. Ovvero, siamo a un sur-realismo nel senso etimologico della parola, tradito se si pensa al brutto figurativismo che in suo nome si è preteso di ricavare. È un omaggio alla realtà che si può fregiare di tutti i prefissi possibili, sur, iper, e che nello stesso tempo si fa un punto d’onore nell’evitare di cadere in sentieri già battuti, come appunto sarebbe tutta la dinastia delle derivazioni impressioniste. Naturalmente, quella di Campanini è solo una via possibile, la caccia è aperta per vedere quali altri accorgimenti si potranno adottare per dare seguito a questo improvviso e inopinato ritorno al pennello.
Pierpaolo Campanini. Milano, Galleria Kaufmann Repetto, fino al 18 maggio.

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Letteratura

Giovenale: la prosa come giocare a domino

La settimana scorsa ho condotto una specie di esame di coscienza per elencare i miei rapporti con la ricerca in poesia, certamente più rari di quanto non mi sia avvenuto con l’ambito della narrativa, ma non del tutto inesistenti. Posso continuare nell’esame lasciando il secolo scorso e avventurandomi nel nuovo già da tempo iniziato, che nel settore a me caro della ricerca ha significato l’espulsione da Reggio Emilia e dal suo RicercaRE per andare a reimpiantare i nostri Penati in quel di Bologna, con la variante denominata RicercaBO, dove forse la narrativa non è stata più così sicura e dominante come nella fase anteriore, anche se sono comparsi autori di tutto riguardo come Vasta, Greco, Marino, Maino, Giorgi, Bottici, senza però che si sia manifestato un tratto dominante, distintivo rispetto allo squadrone dei “Narrative invaders” degli anni Novanta. Abbondante invece e sempre di buon livello la presenza degli esercizi in poesia, con un suo allargarsi sulla pagina, divenuta sempre più uno spartito pronto per esecuzioni orali, sempre ben attenta a evitare un facile lirismo, a praticare un lessico audace, una spezzatura e sprezzatura dei consueti legami sintattici, con qualche inserimento di intraverbalità, e via dicendo. Il tutto però senza costituire una vistosa emersione tale da poter essere battezzata con qualche nuove termine. Però, una forte emersione c’è stata, legata al nome di Marco Giovenale, dapprima apparso come partecipante in proprio, poi come procacciatore di talenti, a cominciare dai compagni di via uniti a lui in un esperimento finalmente originale, concentrato nell’antologia “Prosa in prosa”, una specie di “en plein”, di tentativo di cumulare i pregi della narrazione con quelli della sua sorella-antagonista. Ora proprio con l’uscita di due volumetti Giovenale mi consente di verificare l’uno e l’altro di questi aspetti. “Maniera nera” contiene buone prove di poesia, che però mi sembra non superino uno standard abbastanza stabilito, perfino accostabile al fare sentenzioso, ma maliziosamente rotto e “tagliato” con vocaboli e frasi appartenenti a contesti diversi, quale in definitiva ho riscontrato domenica scorsa nell’ultima produzione di Cesare Viviani. Ma l’Autore si presenta pure con un secondo volume dove già il titolo è una dichiarazione di poetica, ovvero di fedeltà alla causa così innovativa della “Prosa in prosa”, basta riportarlo. “ Il paziente crede di essere”, col che si chiede la collaborazione di noi lettori. Si tratta infatti, in linea generale, di una narrativa che si concede un gran numero di vantaggi, proprio quella libertà, spirito bizzarro, dissacrante, che fa la differenza tra i due generi, ma che però condanna il continente poesia a una certa evasività e leggerezza costitutive, come un alzarsi da tavola per andarsene a zonzo. Invece la pseudo-narrazione di questa poetica alternativa finge di stare al gioco, cioè di mettere le carte in tavola, ma senza preoccuparsi di dare loro un seguito coerente, e anzi, quasi dichiarando una propria impotenza a questo proposito, preferisce che sia l’interlocutore, l’altro giocatore assiso al tavolo, a calare la sua carta, o ad aggiungere il pezzo di un domino. Si potrebbe pensare anche al gioco enigmistico noto come “questo l’ho fatto io”, dove il redattore si limita a offrire uno schema grafico che poi il fruitore è libero di completare a modo suo. Così facendo il “prosatore” ha la facoltà di frequentare tutti i possibili generi: il noir, il giallo, il surreale, il trash, il kitsch, cavandosene poi fuori con abili e pronte mosse, e premettendo al tutto una avvertenza, sul tipo: “ma non è una cosa seria”. Diciamo anche che in tal modo una pratica di questo genere assume una grande eredità della nostra migliore tradizione, quella dell’asse che da Palazzeschi e dal suo “Codice di Perelà” procede verso Campanile e Zavattini. Aggiungiamo che il demone della brevità, ovvero, ancora una volta, un privilegio della poesia, ma adattato alla prosa, consente a prove di questa natura di dribblare le difficoltà sempre più gravanti sul cartaceo, e di risultare invece magnificamente adatte per confluire direttamente nella rete. Potremo giocare, “chattare” da un Paese, da un Oceano all’altro, tutti invitati a partecipare a questo calviniano “Castello dei destini incrociati”.
Marco Giovenale, “Il paziente crede di essere”, Roma, Edizioni Gorilla sapiens, euro 14.

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Attualità

Domenicale 10-4-16

Si usa dire che il nostro Paese ha ottimi servizi di “intelligence”, ma la cosa non mi pare trovare conferma nelle pessime prestazioni che hanno dato nell’ormai annosa questione dei nostri due marines rimasti intrappolati in India, e ora nell’assai più spinoso affaire del povero Regeni. O diciamo più in genere che non c’è stata una buona collaborazione tra la “intelligence” e la diplomazia ai più alti livelli, lasciata a dibattersi senza assistenza e a infilarsi in tunnel senza via d’uscita, come appunto è il caso dell’attuale conflitto con l’Egitto. Evidentemente il richiamo del nostro ambasciatore è un gesto leggero, puramente simbolico, cui si può scommettere che nulla di concreto seguirà. Poi, che faremo, aboliremo il flusso turistico verso le spiagge felici del Mar Rosso? Bloccheremo un export che ci vede al primo posto con quel Paese? Ma così non faremo felici Francia e Inghilterra, pronte a sostituirci, e beninteso a dare a noi solo qualche conforto teorico sulla carta? Lo stesso si dica anche per gli USA, che nell’Egitto hanno il punto di frza nell’Africa mediterranea, e del resto noi stessi contiamo molto sulla collaborazione egiziana per sanare i guasti libici.
Che cosa avrebbe dovuto fare una “intelligence” abile e funzionale? Bisognava assolutamente capire in quale ginepraio Regeni si era cacciato, tanto da non meritarsi solamente una espulsione, o magari una brutale uccisione, consumata di colpo, bensì giorni e giorni di feroce e disumana tortura. Un simile trattamento si applica solo a chi si sia impadronito di segreti scottanti che gli si vuole estorcere. Se i servizi segreti che hanno catturato il malcapitato si fodero accorti di aver preso un abbaglio, non avrebbero proceduto a tanta efferata e sistematica crudeltà. Dunque, non era proprio possibile cercare di capire di quali tremende verità si era impadronito il nostro connazionale? E di seguito, mai possibile che sempre dei servizi “comme il faut” non conoscano i loro competitori dall’altra parte? Ovvero, essi avrebbero dovuto individuare quale ramo della repressione egiziana ha condotto la cosa, e a quale livello. Bisognava conrattare sottobanco, evitando l’inutile prova muscolare, con le alte sfere egiziane per sapere a quale livello ci potevano concedere qualche testa da condannare a parziale riparazione. Il problema resta, non si può pretender certo di far crollare il dittatore insediato al Cairo, bisogna accordarsi con lui o con qualche livello di potere, per concordare quale offerta riparatoria ci possono concedere per cancellare il torto subito.
Quanto alla vicenda dei due marines, era categorico che si dovesse impedire l’approdo della nave su cui erano di scorta in un porto indiano, bisognava prelevarli in tempo utile, arrestando la nave in attesa del trasbordo. Sono stati anche molto ingenui i nostri due, che avrebbero dovuto impedire, se del caso, armi alla mano, la possibilità di venire consegnati alle autorità indiane, dopo di che lo scenario che ne sarebbe venuto era del tutto prevedibile. E anche ora è inutile ricorrere alla prova muscolare, si dovrebbe trattare sotto banco per concordare un sistema di compensazioni, in denaro, in risarcimenti formali per ottenere la restituzione alla chetichella dell’unico ostaggio rimasto nelle mani di una potenza che, come tutte quelle che si considerano non abbastanza stimate a livello internazionale, si fanno forti di casi del genere per cercare di affermarsi.

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Arte

Omaggio a Zaha Hadid

Oggi non posso astenermi dallo stendere un commosso omaggio a Zaha Hadid, l’archistar con due record a suo merito, di essere stata l’unica donna in grado di iscriversi in quell’eletto club, altrimenti riservato ai soli maschi, e di averlo fatto con un estremismo cui non sono giunti i colleghi. Lei è stata la più risoluta e coerente nel dichiarare l’atto di morte della vecchi geometria euclidea fondata sull’angolo retto, che ha dominato nei secoli, o addirittura nei millenni, l’intera prassi edificatoria, almeno presso la cultura occidentale. Nel “Corriere della sera” di ieri, 2 aprile, compariva una pagina in cui i molti suoi collaboratori l’hanno ringraziata dei suoi apporti, riportandone una frase che non potrebbe essere più significativa: “il mondo non è un rettangolo”. Io nel mio piccolo vedo in ciò una straordinaria conferma di uno dei cardini di tutta la mia attività critica, il fatto che viviamo ormai da tempo in una civiltà retta dalla tecnologia di stampo elettromagnetico-elettronico, con la sua connessa imposizione di tutto un patrimonio di forme curvilinee, ellittiche, paraboliche eccetera, al di là di quanto, nell’ortodossia meccanocentrica dei secoli precedenti, poteva essere ammesso solo attraverso applicazioni della circonferenza, allungandola nella volta a botte, o facendola ruotare su se stessa nella cupola, che sono le classiche eccezioni a conferma di una regola pienamente dominante. Questa mia opzione istintiva, che si è espressa nell’adesione convinta alla dottrina di McLuhan, mi ha portato, anche in ambito artistico, a sostenere la causa dell’Art Nouveau, soprattutto nelle sue soluzioni architettoniche, con la punta massima rappresentata da Antoni Gaudì, dalle Case Battlò, Milà e Pedrera ai missili scagliati contro il cielo nella Sagrada Familia. Poi quell’ardore è stato spento dall’arrivo del Movimento moderno, pronto a imporre il dominio appunto dell’angolo retto, e della sua manifestazione plastica attraverso diedri lucidi, taglienti, con negazione di ogni sense-appeal e proibizione dei piaceri del colore e dell’ornamento. Oltre alla mia continuamente manifestata allergia alle soluzioni moderniste, posso aggiungere a mio merito di aver spalleggiato il guanto di sfida che, pur dalle sponde improprie di un esercizio fondamentalmente pittorico, ha lanciato contro di esse Jean Dubuffet, quando è passato a dare forma plastica, dalla scultura all’architettura, ai suoi deliri grafici, agli intrichi di ghirigori del ciclo dell’”Hourloupe”, pronti a infittirsi o a distendersi, ma sempre tenendosi ben lontani dal “raddrizzarsi”.
Se il postmoderno assume un significato, lo si deve proprio intendendolo come protesta radicale contro ogni sopravvivenza della dittatura dei 90 gradi e di tutta la loro discendenza, il che corrisponde anche all’irresistibile avvento della progettazione affidata al computer, e non più al regolo, alla squadra, al tiralinee. Di questa rivoluzione, che poi a ben vedere altro non è che un inevitabile adeguarsi delle soluzioni visive-artistiche agli schemi imposti dalla tecnologia dominante, la nostra Hadid è stata la più lucida e vigorosa esponente, anche rispetto ai suoi colleghi in eccellenza architettonica. Vado a passarli in rapida rassegna: Renzo Piano, maestro di opportunismo, pronto cioè a soluzioni di volta in volta rispondenti ai compiti che gli sono stati dati, ma sena la preoccupazione di conservare una coerenza stilistica; Daniel Libeskind, capace più che altro di seminare il disordine tra i diedri di provenienza postcubista, di montarli in modi liberi ed eterodossi, però senza saltar fuori da un residuo postcubismo. Frank Gehry, fin troppo libero nel suo senza dubbio ardito bricolage, ma compiaciuto nel concedersi un ampio margine di arbitrio. Forse il solo Calatrava può resistere a un confronto con la collega per coerenza e purezza stilistica, ma perché prende come sgabello per i suoi voli arditi un certo biomorfismo, ricavato da scheletri animali, che gli fornisce una consistente traccia su cui edificare. E dunque, solo la nostra Hadid si slancia sciolta e decisa a inanellare le sue curve, i suoi “lazos” scagliati nello spazio, ad attorcigliarsi su se stessi, e a sfidare quanti ancora si affannano a reclamare “pareti lisce”. Ne sappiamo qualcosa, visto che qui in Italia abbiamo assistito alla lunga gestazione del romano MAXXI, contro cui è stata scagliata proprio l’accusa di non avere pareti per ospitare “quadri”, ma senza tener conto che ora è proprio la misura del “quadro” a essere messa in discussione, a vantaggio di installazioni e altri interventi “site specific”, che in qualche modo le soluzioni curvilinee impostate dalla Hadid provocano, incoraggiano, tutelano, mentre del resto non mancano spazi distesi pronti anche ad accogliere opere di formato più tradizionale. Se si fa riferimento al MAXXI, è doveroso associare al nome del grande e intrepido architetto quello di Pio Baldi, che dal suo ruolo ministeriale ha scelto quel progetto e poi, con paziente e inflessibile impegno, ne ha curato la lunga e tormentata esecuzione, ma venendo poi rimosso, come un Mosé cui viene impedito di accedere alla Terra promessa verso cui ha guidato la sua squadra.
Tra i progetti non del tutto terminati lasciati in eredità dalla Hadid c’è pure la cosiddetta “Storta” di Milano, un grattacielo che si guarda bene dall’innalzarsi rispettando l’eterna ed erroneamente ritenuta imprescindibile regola del filo a piombi, bensì si torce, come se un gigante lo afferrasse e lo “strizzasse”, proprio per renderlo coerente e rispondente al nostro Zeitgeist. Ammetto che in proposito torna a echeggiare un quesito, già risuonato al tempo delle costruzioni di Gaudì piene di estro innovativo, come si vive in quegli spazi sottratti alla confortante e tradizionale sicurezza del rettangolo e dei suoi statici derivati? Provare per credere, forse dovremmo di nuovo raccogliere le testimonianze, come nel caso di Gaudì. di chi andrà ad abitare in quei siti, ma forse sarà l’intera umanità a mettersi in viaggio, ad abbandonare i comodi rifugi euclidei per avventurarsi in queste rotte scandite da famiglie geometriche di nuovo conio, con il relativo inevitabile indotto di ordine psicologico.

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