Letteratura

Virzì: una gioia non tanto pazza

Ancora una volta mi valgo del diritto più volte proclamato di far rientrare in una rubrica di specie narratologica, dedicata cioè a racconti e romanzi, anche le opere cinematografiche. In questo caso l’esame si rivolge all’ultimo film di Paolo Virzì, “La pazza gioia”, con cui il regista evidentemente pensa di aver toccato un culmine di un’ascesa progressiva, le cui tappe anteriori sono state costituite da “La prima cosa bella”, 2010, e dal “Capitale umano”, 2013, il che oltretutto sembra attestare un procedere con un ritmo di uscite triennali. Che quest’ultimo prodotto sia particolarmente ambizioso, lo attesta il fatto che almeno, qui a Bologna, il film è programmato in molte sale, secondo il criterio in genere accordato ai successi assicurati, Ma mi dispiace fare il guastafeste, mi sembra che questa ultima opera non consacri la marcia ascendente, segni invece un passo indietro. O meglio, vi assistiamo a una recitazione superba delle due primedonne, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, che costituiscono la “prima cosa bella” della pellicola, tanto per parafrasare l’opera precedente, ma perfino un po’ troppo, ovvero, si potrebbe chiosare adattando una battuta celebre, guai al film che ha bisogno di stare in piedi reggendosi su un’interpretazione eccezionale degli attori. Entrambe bravissime, nei rispettivi ruoli, la Bruni, di personaggio effervescente ma eternamente svitato, leggero e instabile, volubile, prigioniero di incontrollati estri momentanei. L’altra, all’opposto, una compagna dai riflessi lenti, torbidi, schiacciata da ombre, rimorsi, patimenti segreti che stentano a uscir fuori, covando sotto traccia. La loro felice accoppiata ricorda immediatamente dei precedenti illustri, inevitabile pensare a Thelma e Louise del film di Ridley Scott, ma qui cominciano i passi indietro, gli indugi, i tentennamenti del regista, che manca di coraggio. In fondo, le sue eroine, vittime della società, e delle rispettive colpe, che le hanno trascinate in una casa protetta, sostituto di un manicomio in versione moderna ed edulcorata, una volta costrette a constatare ripetutamente l’ostilità nei loro confronti da parte dei “normali”, avrebbero dovuto andare verso il sacrificio estremo, e così pare aver pensato lo stesso Virzì, ma poi, al momento estremo, è stato preso da un dannoso “buonismo” che lo ha indotto a risparmiarle, e a ricominciare daccapo un copione già percorso. Le due, appunto, si incontrano in una casa protetta, familiarizzano, si danno a fughe ripetute, a trasgressioni a catena, senza che alcuna di queste rechi il colpo definitivo, finisca per travolgere completamente il loro residuo equilibrio psichico. Come birilli tenuti in pedi da una molla interna, dopo ogni rovescio le due si risollevano e ricominciano, fra l’altro salvate anche da un buonismo che il regista applica ugualmente ai vari organi di tutela e di correzione, sempre pronti a riaccoglierle e a consentir loro di riprendere il gioco di coppia. Anche in questo caso Virzì rasenta un altro classico, il formidabile “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, capolavoro di Milos Forman, però, ancora una volta, il pavido seguace non osa il gesto estremo. Si sa che il protagonista di quel film, lo splendido Jack Nicholson, si merita una finale lobotomia che lo lascia in stato semi-demenziale. In fondo, verosimiglianza vorrebbe che anche sul personaggio della Ramazzotti venisse esercitata qualche forma estrema di prevenzione, lei stessa giunge a implorare di essere sottoposta all’elettroshock, forse unica soluzione per dare tregua al cruccio, livore, senso di colpa che coltiva entro di sé. Ma il regista, come si diceva, sempre troppo concessivo, non consente che su di lei il braccio forte della legge eserciti questa sanzione brutale. In un passaggio precedente egli ha fatto anche di peggio, la trama ci dice che il dramma impersonato dalla Ramazzotti nasce dal fatto che si è ritrovata con un figlio della colpa in fasce, e che la legge glielo vuole strappare dandolo in adozione. E allora lei decide di compiere un atto estremo, di cui peraltro sono colme le cronache quotidiane, dare a sé e al pargolo la doppia morte, buttandosi in acqua da un ponte. Contro ogni verosimiglianza il regista decide di salvarli, anche se evidentemente ciò implica gli esiti che abbiamo già conosciuto in anticipo, la giovane madre, giudicata incapace di gestirsi, viene rinchiusa in una struttura assistenziale coatta, e il bambino viene affidato a una brava famigliola che lo accoglie nelle giuste maniere. Qui ancora una volta si ha lo sfioramento di una pellicola memorabile, il “Sugarland express”, capolavoro giovanile di Steven Spielberg, ma sempre col limite della mancanza di coraggio del regista italiano. Là, la coppia che procede trepida a tentare di riprendersi il figlio sottratto, viene attesa la varco, e lui freddato dalla polizia. Qui invece alla povera madre è concesso, dal buonismo che si trasmette per li rami dal regista ai suoi personaggi, di rivedere il bambino ormai cresciuto, ed ecco ancora una terza soluzione mancata, che questa volta ci porta a un altro asso dello schermo, a Marco Ferreri e al suo “Chiedo asilo”, che termina con un magnifico Benigni, quando era lontano dall’esibirsi nelle stucchevoli lodi alla “più bella costituzione”, mentre in quel caso si avviava risoluto ad annegarsi in mare dando la mano a un povero bambino handicappato. Qui invece la madre si accontenta di poco, di un bagnetto col figlio, poi rientra a recitare il duetto con l’altra sbandata che la attende trepidante, compagna di camera e di frizzi e lazzi, tanto per rallegrare la piccola comunità di emarginate come loro.

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Arte

Soldà: deliziose lasagne spaziali

In questa rubrica del tutto libera e semi-privata mi permetto di rendere omaggio ad artisti che, o espongono in sedi all’estero difficilmente raggiungibili da un visitatore italiano, o, se anche in madrepatria, non sono tali da potere essere segnalate in un organo a stampa di pubblica lettura come sarebbe l’Unità, su cui al momento appaio ogni domenica. A una simile categoria hanno appartenuto gli omaggi resi, nelle recenti puntate, a Roberto Barni, in mostra a Madrid, e a Gianantonio Abate, a New York. Oggi parlo di Diego Soldà, che a dire il vero espone in una sede del tutto raggiungibile, a Milano, ma non ha ancora raggiunto un livello tale da poter apparire su un organo di portata nazionale. Lo seguo con pieno apprezzamento almeno da quando, assieme ad altri, l’ho proposto in una Officina Italia 2, alcuni dei cui protagonisti, come lo stesso Soldà, sono poi ricomparsi in soluzione monografica all’ex-Macello del Comune di Padova. Il suo è un caso intermedio tra le due e le tre dimensioni, infatti ci presenta delle opere fatte di molti strati, pendenti dalle pareti o appoggiate a strutture portanti. Magari le ricopre un bianco lenzuolo, ma ai margini si intravedono le screziature gustosamente policrome che le animano all’interno. Il tutto sollecita due ordini di similitudini. Si può pensare al prelievo di una porzione di roccia, capace di far apparire i vari livelli geologici che vi si sono accumulati nel corso dei millenni, con i relativi richiami cromatici. Ma forse un paragone del genere è troppo rigido, meglio rifarsi a qualcosa di più vicino a noi, e decisamente più morbido, Si pensa cioè a qualche manicaretto gastronomico, sul tipo della lasagna, che un abile cuoco procede a costituire anche in questo caso a strati sovrapposti, giocando abilmente sulla differenza tra le varie sostanze organiche impiegate. Uno squarcio, un taglio, una fenditura, successivamente rivelano proprio questa costituzione multipla. Si tratta insomma di un abile gioco tra il “vedi e non vedi”, dato che, non dimentichiamolo, a prima vista domina pur sempre il candido lenzuolo con cui il brulichio interno viene coperto, condannato ad apparire per via indiretta, sfruttando le piegature di quello spesso manto, proprio come una cappa austeramente monocroma non riesce a impedire che, dai lembi dischiusi, possa apparire l’arlecchinata di colori esibita dalle vesti interne. Viene insomma un esito felice, attraente, in questa dialettica di “stop and go”, tra austerità compositiva e brulichio interno, e compiacente, policroma festa interiore.
Diego Soldà. Spazio utile, Galleria Dimora Artica, Via Matteo M. Boiardo 11, Milano, fino all’11 giugno.

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Attualità

Domenicale 29-5-16 (Berlinguer)

Il problema del giorno, assillante, massacrante, continua a essere l’invasione dei migranti, che hanno ripreso ad affollare la rotta mediterranea dalla Libia alle nostre coste disseminandola di naufragi e di morti. Contro questo flagello non resta che ripetere le due possibilità qui già più volte ricordate, o una dissuasione contro gli scafisti, esercitata dalle nostre navi entrando nelle acque territoriali del paese africano, dietro concessione del governo libico ormai esistente, anche se solo sulla carta. Oppure, chiedergli di esercitare un controllo militare sulle sue coste, magari con finanziamento da parte europea, e con l’aiuto di forze armate finalizzate ad hoc. Purtroppo la soluzione organica che starebbe nell’ intervenire con forti sovvenzioni ai paesi africani dell’interno per evitare che la loro popolazione, priva di forme di sostentamento, se ne vada per fame, richiede tempi lunghi. Sarà la via decisiva, ma ci vorranno decenni per realizzarla.
L’altro problema, ugualmente assillante, anche se di taglio nostrano e del tutto risolvibile con la buona volontà, è dato dal referendum per la riforma della costituzione. Ho ironizzato, nel pezzo precedente dedicato al film di Virzì, su Benigni, che a mio avviso ha cominciato a decadere, nella sua pretesa di assurgere a pomposo vate nazionale, con la serie di puntate in lode della “costituzione più bella del mondo”, mentre al contrario essa esige proprio quelle riforme che il referendum dovrebbe approvare, e la questione è davvero decisiva, sorprendono e amareggiano gli ipocriti consigli ad abbassare i toni che vengono dal “Corriere della sera”. Si potrebbe invece rilanciare in merito il vecchio slogan che aveva accompagnato un altro referendum in cui il popolo italiano veniva chiamato a decidere proprio sulla natura stessa dello stato. Su quella falsariga si dovrebbe intonare oggi un analogo “O la riforma costituzionale o il caos”. Se sono veri i sondaggi di Pagnocelli e compagni, secondi cui l’opinione pubblica riserverebbe a questo problema una percentuale di attenzione molto bassa, vuol proprio dire che i nostri cittadini sono ormai scollati dai problemi più urgenti, meglio allora che ci sia una classe politica che se ne fa carico e ci pensa al loro posto. Nell’attuale astioso dibattito sorprendono ancor più due risvolti: che si pretenda indebita la dichiarazione di Renzi, spalleggiato dalla Boschi, secondo cui se malauguratamente il referendum avesse un esito negativo, i due se ne andrebbero. E’ la cosa più logica e naturale, del resto ci penserebbe la maggioranza vincitrice a pretendere l’uscita di scena di Renzi, con bordate di fischi e dileggi. E’ veramente tragicomica la mossa del duo Bersani-Cuperlo che invita a scindere le cose, l’esito della consultazione e la persistenza o no di Renzi al governo. Ci penserebbero loro con estremo giubilo a destabilizzarlo, a imporgli il ritiro. Altra questione. Sicuramente è indebito personalizzare l’assenso o il rifiuto rispetto alla svolta costituzionale tirando fuori dall’armadio i busti di Berlinguer e di altri, e dunque si può dare ragione a Bianca, la figlia del leader del PCI, quando chiede che non venga scomodato il nome del padre, di cui peraltro, secondo la logica del palazzo, lei stessa deriva il privilegio di essere la direttrice del telegiornale di Rai3, che sappiamo bene essere stata data in appalto, nell’era del consociativismo, al partito ufficiale della sinistra. Ma la sua oppositrice, in un dibattito nel salotto della Gruber, Debora Seracchiani, aveva ragione da vendere nel rivendicare non tanto delle paternità personalizzate, nella lotta al bicameralismo perfetto, bensì una costante programmatica del fronte della sinistra, questa è una realtà storica che nessuno può negare.

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Arte

Gianantonio Abate, un favolista per i nostri tempi

Nella mia attività critica mi vanto di aver sempre prestato una “lunga fedeltà” ad artisti e scrittori con cui mi sono sentito in sintonia, usando verso di loro la felice formula inventata da Gianfranco Contini nei confronti di Carlo Emilia Gadda, a cui, viceversa, ho sempre rivolto una “lunga infedeltà”. Ma ritornando alla faccia positiva della formula, essa vale, fra l’altro, nei confronti dei Nuovi Futuristi (Bonfiglio, Brevi, Crosa, Innocente, Lodola, Luraschi, Palmieri, Plumcake, Umberto Postal), nati negli anni ’80, quando si scavalcò il clima del citazionismo nostalgico riprendendo a marciare in avanti e adattando le formule delle neoavanguardie nate a ridosso del ’68 al clima del consumismo sfrenato di quella nuova fin-de-siècle. Ho sempre precisato, nel rivolgere il mio consenso a quel gruppo, che il loro legame col Futurismo storico si poteva scorgere solo rivolgendosi alla svolta impressa al grande movimento dalla coppia Balla-Depero, che ne aveva fatto un avamposto del postmoderno, ben comprendendo come l’urbanesimo non dovesse svolgersi nel clima arido e asettico del Bauhaus, bensì in un recupero di valori decorativi e cromatici più confortevoli. Tra questi nipotini di Depero, che mi vanto di aver portato a esporre proprio nella Casa madre dell’artista, a Rovereto, un posto di spicco è sempre spettato a Gianantonio Abate, che come gli altri ha sempre marciato accettando un postulato di partenza, di dover fare un’arte tridimensionale, superando la pura e semplice superficie dipinta, però senza spingersi troppo in profondità, bensì viaggiando a un pelo di distanza dalle superfici-pareti. Si pensi al caso ben noto di Marco Lodola. Abate ci ha presentato a lungo come delle piattaforme su cui operare innesti, andare a piantare germi capaci di sviluppare organismi “geneticamente modificati”, strane piante e vegetali dove vari regni si ibridavano: quello dei prodotti naturali, di altri puri prodotti di serra, di altri ancora rubati da universi extragalattici i cui germi fossero piovuti dalle stelle tra di noi. Da qualche anno Abate ha operato una svolta, ora felicemente documentata da una coraggiosa Galleria, la Ierimonti di Carla Piscitelli, che da una sede lungamente tenuta a Milano con balzo audace è andata a impiantarsi a New York, in piena midtown, appena a un piano di sopra rispetto alla storica Marion Goodman. Poco prima, la Ierimonti ha reso un omaggio a Salvo, e a prima vista potrebbe sembrare che Abate, nella sua svolta, ne abbia adottato l’adesione a una pittura tutta svolta in superficie, a sfruttare in pieno il fascino di un colorismo allo stato puro. E certo, una parentela, o una discendenza, sono innegabili, ma con gli opportuni adattamenti, per cui le due strade ritrovano alla fine ciascuna un giusto margine di differenza. Il colorismo di Salvo è estatico, se sfida il cattivo gusto, lo fa con la convinzione di riuscire a domarlo, di ritrovare una sorta di paradiso terrestre, di giardino di meraviglie e incanti primari, quasi di sapore angelico. Abate invece non dimentica certo di avere alle spalle cumuli di paccottiglia, di immagini dozzinali, quelle stesse che un artista di prima classe quale Haim Steinbach va a scegliere con tanta cura nei magazzini del consumismo per poi allinearle su scaffali, in scapricciate e contrastanti sequenze. Abate procede allo stesso modo, a una selezione capziosa, del tutto incurante dei rischi del cattivo gusto, ma accetta poi la riduzione in piano, gli oggetti eterocliti vengono schiacciati, e affidati appunto a un colorismo volutamente carico ed esagerato, da cartone animato. Se compaiono degli aeroplanini, sono evidentemente rubati ai giochi di qualche ben attrezzato kinderheim, e le scie ignee o fumose che tracciano in caduta libera assomigliano in realtà a rami di corallo, sottratti a qualche vetrinetta. I lupi che rivolgono i musi aguzzi verso quegli strani corpi cadenti dal cielo fanno ricordare l’apologo della volpe che invano tenta di raggiungere l’uva acerba, e comunque sembrano modellati nel biscuit, in qualche materiale plastico nobile, ma nello stesso tempo decaduto a livello di ciondolo, di cianfrusaglie. Si pensa alla bigiotteria con cui i primi esploratori dell’America incantavano i selvaggi conquistandone la fiducia. Ora noi stessi siamo quei selvaggi, pronti a cedere al fascino di una paccottiglia, purché sofisticata, a venire conquistati da quell’incanto e scintillio cromatico. In fondo, a questo modo Abate resta fedele alla linea dominante del gruppo, che ha sempre trovato un nome-simbolo nei Plumcake, pronti a ingigantire i ciondoli-premio inseriti in merendine e in altri dolcetti di poco prezzo, da portare a dimensioni gigante, monumentali. Solo che ora Abate rinuncia al rilievo plastico per svolgere una pura “fabula de lineis et figuris”, cercando che l’intensità dei colori sia di compenso alla perdita di rilievo. Del resto, il bambino, o scolaretto astuto-ingenuo che presiede all’intera operazione viene effigiato in uno di questi “cartoni”, e compare pure un Napoleone come tema di studio, disceso al livello di una figurina Panini, di quelle da collezionare. Ma ora è l’intero universo che, nell’abile trattamento del nostro Abate, si cala in questa dimensione di favola per la nostra umanità, tanto esperta e rotta a ogni insegnamento, ma anche tanto regredita a uno stato di disarmata innocenza.

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Letteratura

Wu Ming 2: un sentiero per metà valido

Il volto inverso, di una lunga, o quanto meno tenace infedeltà, è sempre stato da me rivolto al collettivo che si fa chiamare Wu Ming, da quando esso è sorto degli anni ’90, dandosi a industriose operazioni di “nuova epica”, per menzionare una classifica che li vede opposti a un “new realism”, cui aderisco più volentieri. Le loro rivisitazioni di momenti cruciali della storia, la Riforma protestante, le guerre di religione, la Rivoluzione francese, mi sono sempre sembrate aride, disperse in dettagli marginali da cui non ci si solleva verso un filo conduttore centrale. Unica eccezione, un romanzo firmato da Wu Ming 2, in collaborazione con Antar Mohamed, “Timira”, che invece mi è sembrato opera coraggiosamente intenta a cavalcare la storia recente, con arditi giochi di sponda tra l’Africa delle nostre colonie e una madrepatria matrigna e insensibile. Ora leggo che dietro l’appellativo di Wu Ming 2 si cela Giovanni Cattabriga, ma la notizia mi giunge nel momento in cui questo autore ha lasciato, non so bene per quali ragioni, i colleghi del gruppo e si presenta con un nuovo prodotto, “Il sentiero luminoso”, mettendo di lato un intervento di piena e dichiarata natura narrativa per visitare il genere già assai ben frequentato del viaggio compiuto a piedi, dandosi cioè alla “viandanza”, come viene detto con termine significativo. Cattabriga non è nuovo, nel praticare questo filone, in quanto dichiara un precedente “Sentiero degli dei”, peraltro sfuggito alla mia attenzione. Questo filone narrativo risulta già ampiamente frequentato proprio nel fertile terreno bolognese, dove infatti troviamo le avventure molto ingegnose consumate da Enrico Brizzi, che hanno il vantaggio di non affidarsi solo alla descrizione dei luoghi, con relative consonanze storico-culturali, ma di infilare nello spiedo nuclei di trama consistenti e invasivi, così da sfiorare l’intrigo poliziesco. Cattabriga disdegna un simile complemento o arricchimento, preferendo puntare tutto sulle risorse offerte dall’itinerario affrontato, che si snoda da Bologna fino a Milano, assumendo un compito difficile. Infatti i percorsi in pianura rischiano di apparire monotoni e desolati, a differenza di quelli in montagna, arricchiti da panorami che mutano ad ogni svolta. Per ovviare al rischio di una monotonia che il percorso prescelto potrebbe presentare, l’autore dichiara, con tratto felice, di trasformarlo in un “wikisentiero,” dove cioè la pochezza del dato paesaggistico è largamente compensata dall’abbondanza di riferimenti culturali di ogni tipo, alla storia, alla geologia, ai dati di carattere socio-economico. Del resto, tanti sono gli ostacoli che il nostro viandante ci tiene a dichiarare: difficoltà di procurarsi mappe, carte geografiche, senza rinunciare agli ausili che possono venire dalle visioni satellitari, dal ricorso a google e ad ogni altro aiuto proveniente dalla rete. Ma anche così, la “viandanza” deve fare i conti con la presenza di corsi d’acqua non denunciati dalla cartografia, tanto da dover trarre una morale da tutto ciò: non si creda che le percorrenze di pianura siano più facili rispetto a quelle montane. L’acqua è un ostacolo superiore, più insidioso, meno prevedibile di quanto incontrato su versanti collinosi.
Direi che per tre quarti questa viandanza si legge con piacere e adesione, anche per la possibilità di associarsi al viaggiatore, mettendo a confronto con lui quanto ci risulta da qualche nostra esperienza personale. E poi ci sono tante illuminazioni, di toponomastica, tanti dotti indietreggiamenti al passato. Ma man mano che procede verso la meta, sembra quasi che l’Autore sia preso da timore circa la natura esigua del suo intrattenimento, e allora decide di rafforzarlo con robusti inserimenti ideologici. Qui purtroppo si ripresenta l’”infedeltà” da me dichiarata verso l’intero gruppo, troppo “politically correct”, nel senso di un sinistrismo inossidabile, contro cui protesto regolarmente proprio in queste pagine, e la dissidenza operata dall’appendice “2” non la sottrae al carattere comune. Poco alla volta il nostro viandante dichiara tutta la sua ostilità ai grandi lavori, inveisce contro l’Alta velocità, ovviamente è un No Tav convinto, retrocede nel giudizio e nella condanna fino a Enrico Mattei, come se la scelta della nostra nazione effettuata attraverso di lui di sfruttare gli idrocarburi fosse stata un tragico errore. finoDa qui si giunge all’appendice dell’Expo, contro cui, beninteso, vengono indirizzati ironici sberleffi e contestazioni, mentre una piacevole adesione può continuare ad accompagnare l’attraversamento di cascine e rogge del buon tempo antico. Altro tema di uguale portata sociale è il continuo riferimento all’epopea partigiana, con puntuale ricordo di ogni luogo dove siano state eseguite sentenze di morte da parte dei tedeschi e dei repubblichini. Per carità, io non voglio certo dissociarmi da questo rito, anch’io partecipo di quei valori costitutivi della nostra Repubblica, ma anche qui c’è modo e modo di celebrarli, quello del Wu Ming di turno è un po’ troppo ossequiente, non concede nulla a legittimi sospetti e riletture, che magari riguardano uno dei nodi più celebrati di quel martirologio, l’eccidio dei Fratelli Cervi. C’è ormai la tesi che essi, essendo partigiani di parte bianca, vennero tacitamente abbandonati alla vendetta dei nazi-fascisti dagli intolleranti compagni di parte rossa. Del resto, basta leggere Fenoglio, per constatare quanto il panorama della resistenza fosse più animato e controverso, rispetto a certe immagini ufficiali che se ne danno. Niente da fare, quando un membro del sodalizio Wu Ming, anche se uscito dal branco, tocca la storia, diventa un conformista di sinistra. Meglio che il “wikisentiero” continui a insistere sul valore privato e personale della pur ammirevole performance compiuta.
Wu MIng 2, Il sentiero luminoso, Ediciclo Editore, pp. 286, euro 18,50.

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Attualità

Domenicale 22-5-16 (Bagnasco)

Il fatto del giorno può essere lo sgradevole, inattuale, ingiustificato intervento del cardinale Bagnasco, alla testa dell’Episcopato nostrano, contro la legge, finalmente approvata, che regola le unioni civili. Fra l’altro, ma questo ovviamente Bagnasco and Co. non potevano saperlo, questa presa di posizione contrasta tristemente con la scomparsa di Pannella, di colui che è stato il paladino delle cause avverse, guidando il popolo italiano a respingere i reazionari rigurgiti curiali rivolti a cancellare il diritto al divorzio e all’aborto. Pare che l’esperienza non insegni nulla, la CEI vuole rinnovare sfide a suo tempo rintuzzate dalla sensibilità comune, in un’epoca in cui quella stessa sensibilità è andata oltre e oggi sarebbe sicuramente più ostile a quelle mosse. Che fra l’altro risultano del tutto sproporzionate, la legge appena approvata evita accuratamente di identificare le unioni omosessuali al matrimonio, il che appare del tutto opportuno, anche per rispetto del termine stesso di matrimonio e di quanto ha implicato nel costume e nella storia. Ma la parità di diritti tra le coppie omo e etero appare del tutto in linea con i nostri attuali standard di vita e di giudizio. E’ stato perfino accantonato il motivo della step adoption, anche se c’è da chiedersi se nel caso di un povero minorenne privo di uno dei due genitori il buon senso non indichi la via di affidarlo all’altro genitore superstite, anche se passato a praticare l’omosessualità, piuttosto che sbatterlo in un orfanotrofio, o metterlo in adozione. Ma a porre rimedio a questo stato di disagio potrà provvedere in via del tutto normale un giudice incaricato della tutela. Del tutto gratuita e infondata, poi, è la supposizione che questa legge apra la strada all’”utero in affitto”, non ve ne sono tracce, e sicuramente con questo parlamento un provvedimento del genere non passerebbe mai.
C’è però, in questo accanimento della CEI, un aspetto sconcertante che non è stato rilevato, perfino da Pannella che sul letto di morte ha scritto una epistola al “caro Francesco”. Non è che il nostro amato papa sta facendo il gioco delle due carte? A sé avoca gli aspetti magnanimi e generosi, tolleranti e aperti, riservando alla curia quelli antipatici e rancorosi. Ma non è lui il dominatore indiscusso del cattolicesimo? Si potrebbe obiettare che anche in ciò sta un aspetto positivo del suo pontificato, che lo vede fare un passo indietro rispetto all’angusto scenario italico, per entrare nei panni di una concezione globale. Ma proprio lui, fin dall’inizio, ha insistito nel fatto di essere prima di tutto il vescovo di Roma, e dunque quanto decide proprio l’episcopato in cui ha un ruolo così importante non gli può essere indifferente. Forse è questa la medesima ragione che gli ha consigliato di esprimersi in italiano, mentre assai più conveniente a una missione internazionale sarebbe stato che usasse lo spagnolo, seconda lingua nel mondo dopo l’inglese, e soprattutto la più parlata proprio dai fedeli del cattolicesimo di tutti i Paesi. E dunque, è tanto difficile per lui tirare per la gabbana l’irruenza di Bagnasco e soci, oppure sta al gioco, dietro cui, in definitiva, c’è anche una parte di adesione personale?
E non è un po’ troppo poco limitarsi a concedere ex cathedra alle donne solo un timido accesso al diaconato? Ho già detto altra volta che, pur da laico e ateo, non riesco a capire quale ostacolo teologico ci sia per la Chiesa l’accedere a una totale equiparazione uomo-donna, a cominciare dal sacerdozio. Cari osannatori di Papa Francesco, a cominciare dal semi-convertito Scalfari, non dovreste anche voi tirargli un po’ la gabbana in questo senso?

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Arte

Mendini, un codice che funziona bene

In un saggio da non perdere avviene il felice incontro tra Fulvio Irace, il miglior interprete dell’architettura contemporanea sul supplemento domenicale del “Sole 24ore”, e il maestro assoluto del postmoderno, Alessandro Mendini, con cui questa etichetta ondivaga (anch’io mi ci sono messo di buon impegno a renderla tale) trova tutto il suo significato più appropriato, in coppia con un altro nostro maestro, più anziano di lui e che ci ha già lasciato, Ettore Sottsass Junior. Una mostra al londinese Victoria and Albert Museum, di qualche anno fa, ha attestato puntigliosamente, con la precisione che ci mettono gli anglosassoni, questa comune virtù del duo nostrano. Che dunque non hanno bisogno di venire inclusi nel glamour delle cosiddette archistar, dato che al contrario, se in particolare si parla di Mendini, vale in questo caso il classico “piccolo è bello”, anche se lui non disdegna affatto le creazioni a tutto campo, in una normale attività di progettista di case e musei. Ma certo egli non punta ai maxi-organismi, che per prima cosa esigono che si stacchi il cordone ombelicale da cui sono legati alla penna progettuale. In Mendini, anzi, e gli agili capitoletti in cui è articolato il saggio di Irace lo attestano, si parte da un “sottile filo continuo che non si stacca mai dal foglio”, e che, invece di puntare a far grande, cerca di tracciare reti, retini, di presentarsi addirittura come un ricamo, come un “merletto su carta”. E dunque, non gigantismo, non ricorso a materiali plastici di eccezione, capaci di sfidare i secoli o quanto meno gli agenti atmosferici, ma al contrario l’elogio della “fresca fragilità dei fiori”, ovvero le lodi di un connotato di “fragilismo”, che, lo si ammetterà. non entra certo nel repertorio delle archistar, si tratti pure dei da me molto amati Hadid e Calatrava. In realtà, l’esame della creatività mendiniana porta a un apparentamento con i viaggi di Gulliver, infatti quello che conta è una “perdita dell’unità di misura”, per cui dal modesto utensile casalingo nulla vieta di risalire appunto all’edificio di vaste proporzioni, ma pur di non far venire meno i vantaggi di un vincolo, di una stretta relazione tra le parti, come in un organismo vivente. Compito principale di Mendini è quello di mettere le “cose in relazione tra loro”, così da farle diventare come i personaggi di una commedia dell’arte. Ecco quindi che egli non disdegna di mettere il suo ingegno al servizio dell’Alessi per progettare cuccume, cavatappi, ogni altro umile strumento dei nostri interni domestici, che così viene sollevato al livello di un folletto amichevolmente ghignante e confortante, come in un cartoon adatto anche all’infanzia. E l’altra impresa ben nota è quella che lo ha visto pure mettere la sua progettualità a disposizione degli orologi swatch, accogliendone in pieno l’esigenza di essere policromi, sgargianti, provocanti. L’unità di confluenza e di raccolta di queste varie proposte sono le stanze, teatrini dove si interpreta una bonaria, piacevole commedia dell’arte con attori quasi presi dalla strada, compiaciuti della loro provenienza dal basso, in stretta vicinanza con la cultura Pop. Altra nota distintiva, rispetto alle creazioni monumentali delle archistar, è la presenza del colore, pettegolo, insinuante, pronto a esercitare un ruolo deflazionante, contro la prosopopea di certi mobili di vecchia stagionatura e nobiltà, come le poltrone, che pretendono di ammantarsi di aura, come sarebbe la poltrona su cui forse Proust schiacciava un pisolino. Ma eccola degradata, o invece promossa? da un’invasione di brufoli, come una scarlattina provvidenziale e redentrice. Infatti uno dei proclami che suonano più irriverenti, in questo codice originale, sta nell’affermare che “progettare è dipingere”. L’ultimo attributo ugualmente fertile sta nell’elogio del “together”, del mirare non a una prestazione singola, solitaria pur nella sua magnificenza, ma invece a una prassi collettiva, nel nome di una intera comunità.
Fulvio Irace, Codice Mendini. Le regole per progettare. Electa, pp. 365.

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Letteratura

Jeeg Robot, eroe positivo

Di nuovo mi avvalgo della sempre da me dichiarata affinità tra narratologia e critica cinematografica per dire bene di un ennesimo film italiano, pur dal titolo improbabile, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, del regista Gabriele Mainetti, oltretutto presentato come appartenente al genere della fantascienza o dello “horror”. Così è, in termini letterali, ma quelle male piante vengono innestate su un fertile terreno italico, romanesco per la precisione, così da farne un gustoso prodotto degno di una “festa de noantri”, al modo di quanto era già avvenuto con “Suburra” di Stefano Sollima, da me ugualmente apprezzato. Beninteso sono evidenti i furti dal massimo Tarantino, ma l’arte, la cultura in genere vivono di citazioni e recuperi, nulla di male purché il trapianto avvenga in modo appropriato e intelligente. Qui si parte da un povero diseredato, un triste “senza famiglia” che vive di piccoli furti, ai margini con la malavita, ben rappresentato dalla dura maschera di Claudio Santamaria, pronto a sfidare Scamarcio. Inseguito dagli sbirri, il protagonista si rifugia tuffandosi nel Tevere, dove inala i flussi mefitici emananti da strani bidoni che hanno il potere di mutargli il codice genetico facendo di lui uno Spider man o un Uomo mascherato, e qui sta appunto la manifesta derivazione dai fumetti, con la medesima caratteristica di non sapere, in un primo momento, di aver acquisito il dono di una immunità totale. Precipitato da un alto edificio, dopo un intontimento provvisorio il nostro eroe si risolleva più forte di prima, mentre i colpi d’arma di fuoco gli si rimarginano senza bisogno di cure particolari. Continuando nel suo spirito di triste solitudine, egli disprezza dapprima la figlia disabile di un compagno di delinquenza rimasto vittima di uno dei suoi crimini, ma poco alla volta viene da lei sedotto, avviato a partecipare a una vita sentimentale, pur non rinunciando a farla vittima di uno stupro brutale. L’enorme forza muscolare così acquisita per via taumaturgica viene da lui inizialmente adibita al latrocinio, come lo svellere uno sportello di bancomat, ma poi egli la devia verso le buone cause. Come un novello King Kong ingrange la porta di un autobus in cui la tenera preda si era rifugiata, ma soprattutto ingaggia una lotta spietata con una banda di malviventi antagonisti che vogliono strappare alla fanciulla il segreto di un carico di droga che ritengono esserle stato lasciato in eredità dal padre. Una felice invenzione del film è di suscitare contro questo “burbero benefico” o “eroe involontario” un suo uguale e contrario. Infatti il capo di una banda avversaria, ben interpretato da un mefistofelico Luca Marinelli, finisce per bere anche lui la medesima pozione misteriosa, e dunque riceve a sua volta il dono dell’immunità. Da quel momento si scatena una lotta senza esclusione di colpi tra il paladino del bene e l’esponente del male allo stato puro, con un rapido trasmutare di scenari, sempre all’insegna del grandguignol compiaciutamene eccessivo, alla maniera di Tarantino. Inoltre Mainetti ruba anche da un repertorio ben acquisito il tema dell’attentato che qualche maniaco o vendicatore tenta di portare in uno stadio colmo di pubblico. La battaglia tra i due personaggi fumettistici si svolge, forse un po’ troppo allungata ed eccessiva, allo stadio olimpico e sulle rive del Tevere, dove alla fine entrambi precipitano trascinandosi dietro la carica esplosiva, che alla fine scoppia senza far danno in acqua. Forse, già che c’era, il regista poteva dotarla di un più ampio zampillo. Come succede in questi casi, quando due mitici combattenti precipitano, coinvolti in un abbraccio mortale, c’è un momento di suspense, ma poi il bene trionfa, infatti dalle torbide acque del Tevere balza fuori la testa del “cattivo”, orrido lacerto, e dunque ha vinto l’eroe positivo, come lo stesso protagonista dice di se stesso affacciandosi sul panorama di Roma. Ma un tributo estremo al male è stato pagato, infatti la tenera fanciulla (l’attrice Ilenia Pastorelli), non insignita del dono dell’immunità, è stata raggiunta da un fatale colpo d’arma da fuoco, morendo tra le braccia di Jeeg Robot, e così riscattandolo del tutto alle leggi dell’amore.

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Attualità

Domenicale 15-5-16

Tra i molti personaggi altolocati che frequentano i talk show e le pagine dei giornali autorevoli, come il Corriere della sera, la Repubblica e l’Espresso, io distinguo i buoni e i cattivi, ovviamente secondo il mio insignificante giudizio. Nella categoria dei primi metto Paolo Mieli, equilibrato e ben ponderato nelle sue riflessioni, mentre in quelli di un ex-direttore, come lui, del Corrierone metto Ferruccio De Bortoli, che nel salotto della Gruber ha osato dichiarare che al referendum voterà per il no, un voto che, come vado a dire, qualora vincesse, precipiterebbe il nostro Paese nel caos. Ma certo in questa lista di reprobi un nome che spicca, sempre a mio avviso, è quello di Michele Ainis, assurto nel giro di poco tempo, non so bene per quali virtù, ai primi posti in una scala meritocratica. Mi ero già espresso contestandolo, e cercando anche un’occasione di dialogo, visto che in coda ai suoi articoli mette la propria email, ma evidentemente dall’alto della sua posizione ha disprezzato il povero untorello che qui scrive. Nell’ultimo “Espresso”, oggi ancora in edicola, si è pronunciato, da costituzionalista quale sembra essere con tanto di patente, proprio in merito al referendum, ma incorrendo nella massima colpa, degli ignavi, di quanti cioè non si pronunciano, e indicano mali nell’uno e nell’altro caso. Io sono ben lungi dall’essere un costituzionalista, tuttavia un normale buon senso mi porta a dire che le sue osservazioni sono risibili e infondate, mosse dalla pretesa che, vinca l’uno o l’altro fronte, ne seguirebbero guai e paralisi. Supponiamo che vinca il sì, come io mi auguro e spero con tutto il cuore. Anche un bambino saprebbe che l’abolizione dell’attuale senato non implica affatto una applicazione immediata, si dovrebbe attendere la prima scadenza elettorale. Allo stesso modo la corte costituzionale, nonostante che abbia dichiarato illegittimo il Porcellum, si è affrettata a chiarire che i deputati giunti alla Camera attraverso di esso restano al loro posto, fino alla scadenza naturale, in barba a quanto pretendono le opposizioni. Ovvero nel caso di pronunciamenti di questa natura manca del tutto la regola di un’applicabilità immediata. Invece disastrosi sarebbero gli effetti di una vittoria dei no. Mi sembrerebbe del tutto corretto che Renzi prendesse la cosa come una bocciatura del suo operato nell’azione più caratterizzante di questo, e desse quindi le dimissioni dal ruolo di premier. Che fare? Tutti pensano che il presidente Mattarella sarebbe riluttante a sciogliere il Parlamento, ma in che modo vi si potrebbe costituire un’alleanza possibile? Attraverso quali alchimie e matrimoni indebiti? Se invece, magari dopo mesi di vani tentativi alla maniera della Spagna, decidesse di mandarci alle urne, con quale legge elettorale si andrebbe al voto? Temo con un proporzionalismo perfetto e con la sussistenza di un bicameralismo ugualmente perfetto. Bel risultato, roba da far venire la pelle d’oca solo a pensarci. E dunque, meditate, genti, meditate.

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Domenicale 8-5-16

Il problema dei problemi è pur sempre quello, di proporzioni epocali, della migrazione di popoli dal Sud verso il Nord. Purtroppo in questo dramma i due fronti del suo svolgimento non sono equipollenti, Quello che avviene da Siria, Iraq, Afganista per via di terra e attraverso la Turchia può trovare in questa una tappa di accoglimento, quasi un lazzaretto, e così è stato, i Paesi dell’EUR bene hanno fatto ad assicurare alla Turchia un congruo finanziamento perché trattenga le masse in fuga su quel versante della carta geografica. Si potrà osservare con qualche amarezza la disuguaglianza di comportamenti, un’Europa a prevalente conduzione centro-nordica ha trascurato le richieste di aiuto proveniente da Italia e Grecia, mentre si è subito mossa non appena si è sentita minacciata dalla rotta balcanica correndo ai ripari. E’ insomma latente un certo disprezzo per il versante mediterraneo dell’unione europea, che si considera fatto di parenti poveri e straccioni, su cui è lecito nutrire diffidenza. In effetti, diciamo la verità, noi siamo stati e siamo perfetti nel salvataggio in mare di chi parte dalle coste libiche e si mette nelle mani criminali degli scafisti, e dunque Lampedusa e Lesbo meritano davvero, come si suggerisce, di ricevere il Premio Nobel per la pace. Ma i nostri campi di accoglienza sono volutamente dei colabrodo. Qualche giorno fa ne ho sentito un responsabile confessare bellamente che la gran parte delle donne ospiti di questi campi di concentramento se ne va per darsi alla prostituzione, i maschi evadono e tentano le rotte del Nord, il che può provocare qualche legittimo lamento da parte dell’Austria e della Francia con la tentazione di bloccarli al Brennero e a Ventimiglia. Noi siamo un Paese OK per il salvataggio, ma non certo per la residenza e la ricerca di lavoro. Ma allora, potremmo noi stessi proporci per un ruolo simile alla Turchia. La comunità europea finanzi, con la medesima abbondanza, dei centri di accoglimento e di contenimento “comme il faut” presso di noi, da cui si potrebbe uscire solo attraverso filtri controllati e razionali. Si dimentichi però, nel nostro caso, la risibile formula della rimpatrio di chi non avrebbe titolo per essere accolto. I nostri clienti vengono da Paesi del Centro Africa assolutamente indisponibili a riprenderseli, come invece potrebbe accadere nel caso della soluzione turca. In definitiva, la guerra sia in Siria che nelle altre zone del Medio Oriente dovrà pure finire, e dunque parecchie persone potrebbero desiderare di rientrare in patria, accettando quindi di essere parcheggiate, in modi confortevoli, nel suolo turco, senza pretendere di stanziarsi in Germania e in altri paesi del Nord Europa.
Ritornando al nostro settore travagliato, ho emesso più volte la richiesta di sapere se qualcosa è cambiato, se sono in atto respingimenti per cui la migrazione via mare si sia attenuata. Infatti non ci pervengono più bollettini drammatici di centinaia di vittime per naufragi. La soluzione ideale sarebbe di istituire in Libia qualcosa di analogo a quanto fatto in Turchia, cioè una enclave che trattenga le folle provenienti dal Sud Africa, ma purtroppo perché una soluzione del genere sia possibile bisogna attendere la pacificazione del Paese africano, che si accordi con l’Europa nello stabilire un’area protetta di rifugio dei migranti, magari con una cintura protettiva stabilita con la collaborazione di nostri soldati. Ma sono ipotesi per un futuro non si sa quando possibile.
Quanto poi a intervenire a monte, cioè nei Paesi africani da cui proviene la maggior parte dei migranti, al momento là non si trovano le condizioni utili, però questa potrebbe essere una sfida di portata a lungo termine, anche per la nostra economia. Inutile illudersi, ormai siamo condannati a un PIL che cresce a coefficienti da “prefisso telefonico”, e a una disoccupazione giovanile irrimediabile. L’avanzata dell’automazione robotica e informatica è destinata ad accrescere appunto gli indici di disoccupazione, e allora si deve puntare a una “fuga” non solo di cervelli ma anche di mano d’opera che le nostre aziende, anche dello stato, dovrebbero pianificare, andando a creare fabbriche nei Paesi africani del sottosviluppo, fornendo occasioni di lavoro, qualificato e allettante per la nostra gente, tale per i nativi da offrire loro finalmente una possibilità di sussistenza, evitando l’esodo verso le zone ricche del pianeta. Le ingenti risorse minerarie delle terre d’Africa ora degradate potrebbero essere sfruttate sul posto per avviare programmi di produzione di merci alla portata di quelle popolazioni. Credo che questa sia l’unica soluzione possibile nei tempi lunghi del nostro secolo.

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