Arte

Maria Lai: la rivincita dell’arte al femminile

Avvalendomi ancora una volta della facoltà concessami dal blog di condurre visite virtuali, anche fuori tempo, oggi mi reco a visionare un Docufilm già proiettato qualche tempo fa ad Amalfi, volto a rendere omaggio a una figura di artista donna straordinaria, Maria Lai (1919-2013), a lungo trascurata quando era in vita, forse perché fuori dai sentieri più battuti dalla critica ufficiale, attaccata com’era alla sua Sardegna natale, dove se ne stava “inventata da un Dio distratto”. Ma poi, a partite da questo inizio di secolo, l’opinione pubblica si è accorta di lei, e per esempio il duo Francesca Pasini-Giorgio Verzotti l’ha posta al centro di una mostra molto opportuna, al MART, nel 2003, intitolata al “Racconto del filo”, dove appunto questa personalità fin lì ritenuta secondaria e marginale veniva posta invece al centro dell’attenzione, e da quel momento partiva pure il mio personale riconoscimento che rivolgevo a quella mostra così azzeccata in una recensione sull’”Unità”, dove mi potevo anche compiacere che accanto a Maria come protagonista principale figurassero pure dei giovani comprimari già da me accolti in mie rassegne, o che stavano per esserlo: Claudia Losi, coi suoi gomitoli multicolori, ne “La giovine Italia”, e Angelo Filomeno, davvero sarto in quel di New York, da me selezionato in “Officina America”, 2002. Molto indicativo il volto ufficiale con cui Maria usava presentarsi, intenta a intrecciare alcuni fili, in un primo abbozzo di tessitura, destinata poi a ripetersi, a infittirsi, a divenire inglobante. E dunque, alla base della sua procedura stava un gesto di collegamento, e non invece di netta e recisa separazione, come per esempio quello che è solito praticare Emilio Isgrò, con le sue cancellazioni, cui sono reduce dall’aver rivolto, sull’”Unità” del 24 luglio scorso, una recensione “agrodolce”, come l’ha definita l’amico Tommaso Trini, dove il dovuto riconoscimento era però limitato da un avvistamento di taluni limiti. Ma diciamo pure che una comparazione tra il gesto di Isgrò e quello della Lai ci riporta in pieno alla questione sessista, Isgrò procede con protervo maschilismo. Non per nulla, nell’imporre i suoi interventi perentori e assolutisti, osa assumere il ruolo di un “Cristo cancellatore”, cioè un diritto di demiurgo, volto appunto a escludere, a frammentare. Un Dio così concepito risponde a una istanza dura, inflessibile, punitiva, come lo era secondo la tradizione del Vecchio Testamento, o invece è anche donna, come ha avuto il coraggio di ricordare Papa Luciani, nella meteora del suo pontificato, in cui tuttavia gli è stato possibile predicare la grande verità? E dunque, accanto a un Dio che cancella ed esclude, da perfetto rappresentante del maschilismo, ci può essere una istanza paritetica ma volta al femminile che include, allaccia, connette. Come sono proprio i fili di Maria Lai, a costo di divenire simili a una vegetazione quasi parassitaria che invade le pagine dei sacri testi ricoprendole come di una fine peluria. In proposito ci sta bene un riferimento alla nozione di rizoma, tanto predicata dal duo Deleuze-Guattari. In luogo di interventi dall’alto, come quelli di Isgrò, che in genere condannano, escludono, separano, limitandosi a salvare solo qualche spezzone di discorso, ma concedendolo quasi per atto di grazia insindacabile, forse è bene che ci sia invece una presa in carico, un tentativo di rendere vitali le parole, i discorsi, di avvolgerli con un supplemento di vitalità, facendoli rientrare in un circuito organico, quasi che la vita riprendesse una sua rivincita sul regno dell’artificio. Non entro qui in una minuta analisi delle mille soluzioni e invenzioni con cui la tenace artista sarda ha condotto la sua opera universale, comunque intesa a riportare i nostri prodotti della mente a una base di ordine vitalista, genetico, biologico.

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Letteratura

Meacci: una complicazione inutile

Riprendendo il compito che mi sono preso di valutare i romanzi comparsi nella cinquina dello Strega, riassumo l’esito delle puntate precedenti, che hanno escluso il vincitore, Albinati, in quanto da me giudicato per una”Immaginazione” di prossima uscita, con riconoscimento del suo grande impegno e straordinaria scorrevolezza, menomati però da alcuni difetti strutturali. Buona la valutazione della prova di Sermonti, però nei limiti di una certa voluta modestia di conduzione. Pollice verso per la Stancanelli (come dichiarato, non entro in merito del saggio di Affinati, appunto in quanto di natura prevalentemente saggistica). E ora, che dire di Giordano Meacci e del suo “Cinghiale che uccise Liberty Valance”? Certamente l’Autore si è molto impegnato, e ha anche cercato di uscir fuori da vie tradizionali, ma l’esito non risponde alle sue ambizioni, ovvero l’opera è caricata di troppe intenzioni non realizzate, o non funzionanti a dovere. Sicché, sotto sotto, si intravede una natura che ci riporta molto indietro, siamo quasi a un novelliere di matrice toscana, quasi a una riedizione dei racconti per cui, sul finire dell’Ottocento, andava famoso Renato Fucini. L’azione si svolge in un paese inventato, Corsignano, il cui suono però rimanda scopertamente a tante località della Maremma, con relativo folclore, tra cui la presenza di branchi di cinghiali, oggetto di fobia e attrazione venatoria da parte della popolazione locale. In questo scenario si muovono tanti personaggi. tra l’altro non ben collegati tra loro, sicché ne vengono vari nuclei condannati a svolgersi ciascuno per conto suo, seppure con frequenti riprese, in una storia che si sviluppa a puntate, come se il cuoco-autore procedesse mettendo giù dal fuoco le varie pentole, salvo poi a rimetterle a cuocere per un approfondimento. In genere si agitano rappresentanti di nuove generazioni, che dunque ostentano disinvoltura di mosse, perfetto adattamento a tutte le risorse dell’oggi, sia nella guida di mezzi sia nella navigazione in internet, e anche nella disinvolta condotta degli affari, ma si avverte una ineliminabile corrente che risucchia questi tentativi di attualità riportandoli all’indietro, a fare i conti con vecchie situazioni e avventure e crimini del passato, come quando i giovinastri in azione sul presente spingono una anziana compaesana, Atonia, a snocciolare i ricordi di un fallito tentativo di giungere a nozze con un maggiorente del paese. In fondo, il richiamo al passato è quanto dà sostanza e credibilità alla narrazione, purtroppo invece aduggiata dalle fughe in avanti, il cui segno più vistoso sta proprio nel continuo riferimento al famoso film di Ford del 1962, nei cui panni i nostri poveri combattenti di un presente fragile e miserabile vorrebbero identificarsi. Semmai, i momenti più intensi del racconto si hanno quando, tutto sommato, a questi velleitari evasori dai lacci del passato, e candidati a una disinvolta immersione nel presente, le cose vanno male, fino a spingere alcuni di loro a dei suicidi per impiccagione, descritti senza dubbio con vivacità di dettagli, fino a sfiorare qualche esito da “gioventù cannibale”. Fra l’altro, il lettore, in presenza di vicende così sbocconcellate e frammentarie, fatica a comprendere perché a un tratto davanti alla sua stupita attenzione si parino questi cadaveri, per esempio di una di due sorelle, che avevamo visto disinvolte, dedite a praticare il sesso senza scrupoli, ma poi una di loro appare alla sgomenta congiunta mentre se ne sta pendente da una corda, col macabro dettaglio di una lingua orridamente ingrossata. Episodio simile, quello di Davide, anche lui protagonista di un orrido suicidio, con l’obbligo per gli sgomenti compagni di caccia e di malaffare di sbarazzarsi del cadavere ingombrante. E’ come se l’Autore avesse cercato di erigere un traliccio di sovrastrutture volte a innalzare la materia, ma questo non regge, si squarcia, e dunque ricadiamo in una sotto-realtà misera e sordida. Nell’ordine dei tentativi di riscatto e di evasione, oltre ai vacui riferimenti al capolavoro di Ford, ci sta anche la comparsa dei cinghiali, che non figurano solo come ovvie prede di battute di caccia, tanto comuni nella tradizione toscana, ma vengono investiti di una funzione superiore. In fondo, sono i testimoni delle meschinità, nequizie, vani propositi abbozzati da questa umanità inferiore, invano protesa a conquistare traguardi più avanzati, ma sconcertata, sconvolta dalla presenza di questi temuti testimoni. Chissà, il nostro Meacci avrebbe dovuto avere le alte capacità di un Kipling, dare davvero cittadinanza alla comunità dei cinghiali, come in effetti cerca di fare attribuendogli una lingua propria, inventata di sana pianta. Ma niente da fare, questo universo resta comunque estraneo alle vicende che si consumano dall’altra parte, tra i due mondi non c’è un effettivo scambio di esperienze. Tutt’al più, i cinghiali consentono al narratore di non svolgere in prima persona una condanna retorica dei misfatti che sta compiendo, secondo un codice di novellistica d’antan, quel piccolo mondo antico o natio borgo selvaggio.
Giordano Meacci, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”, Minimum fax, pp. 452, euro 16.

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Attualità

Domenicale 31-7-16 Occidente

Ripeto, come credo di aver già detto in passato, che è assolutamente ingiustificata e insostenibile l’affermazione di Papa Francesco secondo cui saremmo in presenza di una terza guerra mondiale. Forse gli è mancata l’occasione di uno scambio di ricordi con papa Wojtila che avrebbe potuto spiegargli che cosa è stata davvero la Seconda Guerra mondiale, coi suoi milioni e milioni di morti. Meno male che Papa Bergoglio ritrova il meglio delle sue prerogative quando, almeno, esclude che ci sia una guerra di religioni. Ma forse un compito utile sarebbe se ricordasse all’Occidente una iniziativa assai opportuna assunta dalla Chiesa cattolica, attraverso i suoi ultimi pontefici, di chiedere perdono delle tante colpe di cui si è resa colpevole in passato, delle guerre fratricide volute verso i fedeli di altri rami del cristianesimo, o delle persecuzioni antiebraiche, o degli autodafé contro eretici, streghe e così via. Il nostro Occidente, lungi dal condurre una accorata riflessione sulla sua perdita di gloria, come vorrebbero gli inconsolabili opinionisti del “Corriere”, capeggiati da Ernesto Galli della Loggia, dovrebbe a sua volta chiedere perdono per tanti crimini del passato, dello schiavismo inventato e praticato soprattutto dal mondo anglosassone, del colonialismo, dello sfruttamento del proletariato. In fondo, i terroristi di oggi sono i, seppur deviati, nevrotici, imperdonabili testimoni che si levano per reagire a questi nostri torti del passato. E il modo migliore per scongiurare questi attacchi starebbe nel cercare di porre rimedio a quelle colpe del passato, e tuttora esistenti, anche se non c’è da illudersi, ci vuole tempo, pazienza, decenni o forse secoli, per rimediare al degrado in cui vivono gli immigrati di vecchie ondate, che non abbiamo permesso che si integrassero, e dunque è da loro, anzi, dai loro figli, ancor più discriminati, che saltano fuori i terroristi, Grottesco è il tentativo di rintracciare i colpevoli tra gli immigrati dell’ultima ora. Il cui afflusso incessante, oltretutto, dovrebbe tranquillizare i vari Galli della Loggia, in quanto sta a dimostrare che l’attrazione dell’Occidente, il riconoscimento che la nostra è la cultura e società e tecnologia in grado di assicurare il maggior benessere possibile, esiste ancora. Diversamente queste folle di diseredati cercherebbero di essere accolte in Turchia, Iran, India… Ma se l’Occidente volesse tenere alto il suo standard di civiltà, dovrebbe intraprendere un’azione pluridecennale per portare gli stessi parametri di sviluppo economico in tanti paesi del Terzo mondo, il che potrebbe anche essere una prospettiva per dare lavoro ai nostri operai. Potrebbero andare con copertura protettiva assicurata, e buoni margini di guadagno, a portare il progresso nei paesi diseredati, a patto che i prodotti delle industre impiantate in loco fossero destinati a quelle popolazioni. Ora purtroppo si procede in senso contrario, il nostro glorioso Occidente, con le sue furbe industrie, ha la tendenza di andare a produrre altrove, sfruttando il basso costo della manodopera di quelle parti, per poi reintrodurre da noi una merce tale da imporre una insostenibile concorrenza a chi resta a produrre nei nostri “vecchi parapetti”, e cerca di non abbassare la dignità della nostra classe operaia obbligandola ad accettare salari al ribasso. Insomma, quel che è certo, è che l’Occidente deve intraprendere un serio esame di coscienza su colpe del passato e prospettive del futuro, invece che adottare misure protettive e cingersi come un fortilizio, secondo gli insopportabili piagnistei degli opinionisti di destra.

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Caillebotte: il buon Impressionismo che viene da Degas e Manet

La telematica consente visite a distanza, sulle ali del virtuale, e dunque mi è possibile recarmi a Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza, ad ammirare una retrospettiva dedicata a Guillaume Caillebotte (1838-1894), artista che riapre la questione dell’Impressionismo francese, aduggiata sotto l’ossequio stereotipare e ossessivo cui l’hanno ridotta le mostre di Marco Goldin, che di fatto l’hanno trasformata in una specie di monettismo dilagante. Artista senza dubbio grande, Claude, ma non privo di alcune pecche, come per esempio quella di triturare tutti i dati caduti sotto i suoi occhi, un po’ come le macchine che tagliuzzano i documenti ingombranti degli studi. E per Claude, il massimo degli ingombri da smembrare era niente meno che il corpo umano, a cominciare dal ritratto, sparito quasi del tutto dal suo repertorio, dopo qualche timida prova iniziale. Tanto che, per stigmatizzare un ostracismo del genere, ho adottato da tempo la formula che nei dipinti monettiani suona la sirena dell’allarme atomico, e spinge gli essere umani a evacuare la scena, a ritirarsi non sia sa bene dove, comunque a scomparire. Nel che Monet si trascina dietro Alfred Sisley, ed esercita pure un impatto su Camille Pissarro, inizialmente portato a inserire forti nuclei di racconto, nei suoi dipinti, ma poi, cedendo all’esempio del collega più giovane si dà anche lui a sminuzzare, a polverizzare, tanto che poi giunge ad accogliere il suggerimento dell’ancor più giovane Seurat accedendo al divisionismo, mentre mai e poi mai avrebbe seguito un altro suo allievo di qualità, Paul Gauguin, quando costui si sarebbe messo addirittura a valersi di stesure compatte.
Ma ritorniamo alla questione dell’Impressionismo, che i sostenitori della causa monettiana alla maniera di Goldin sarebbero pronti a unificare sotto alcuni precetti, come quello di evitare la componente umana in tutte le sue salse, se non fosse di inserire qualche apparizione civettuola di damine con l’ombrellino contro il sole. E dunque, se ne conclude, un impressionismo “comme il faut” evita il tema delle opere e i giorni. E beninteso si deve tenere ad accurata distanza ogni tentativo di imitazione che non rechi il timbro della Senna e dintorni. Non si profani quindi questa sacra parola pretendendo di applicarla a stanche imitazioni, come per esempio quelle provenienti dall’Italia, e dalle sue varie scuole regionali, Macchiaioli in testa. Io invece ho sempre protestato contro questi precetti, sostenendo che al contrario in quella tendenza c’era ampio posto per celebrare la presenza dell’uomo, e che, come tanti altri “ismi” dell’Occidente, si è trattato di un movimento comune ad ogni altro Paese della nostra cultura, compresi gli USA. Qualche anno fa il Musée d’Orsay ha osato fare una mostra, coraggiosa ma non troppo, ponendosi un interrogativo: “Les Macchiaioli: Impressionistes Italiens?”, ma appunto c’era l’interrogativo, e inoltre, ad accrescere un senso di prudente cautela, la mostra veniva spostata alla sede tutto sommato considerata “minore” dell’Orangerie. Io sono riuscito a farmi invitare nell’occasione a tenere una conferenza in merito, invitando a togliere senz’altro il punto interrogativo, ponendo inoltre un quesito, se cioè l’etichetta di Impressionismo debba comprendere in sé o no i casi eccelsi di Degas e di Manet. Se sì, come mi sembra ovvio, allora nella formula entra un massiccio impegno sul soggetto umano, nelle varie pose e situazioni, da affrontare a masse larghe, a silhouettes fortemente tracciate, senza cedere allo sbriciolio monettiano. E dunque, diviene legittimo porre sullo stesso piano i nostri Fattori e Lega e Cabianca, non solo, ma bisogna acquisire a questa eletta schiera, e forse addirittura con titolo di precedenza, alcuni statunitensi, come il grande Winslow Homer, e anche Thomas Eakins. Forse però, affermavo sempre in quella conferenza, si potrebbe intravedere una linea di divisione, da situare attorno al 1835: chi nasce “prima”, come appunto Degas, Manet e i nostri Macchiaioli sopra citati, è ancora attaccato al tema di figura e lo impagina magistralmente, mentre chi viene dopo ha la tendenza a sciogliere i corpi nell’acido atmosferico, il che vale anche dalle nostre parti, se si pensa a un Telemaco Signorini, nato proprio nel 1835, che si trascina dietro gli Abbati e Sernesi, riducendo le dimensioni delle opere e dipingendo “in piccolo”-
Ma Caillebotte, pur essendo nato in ritardo, contraddice a questa regola e rilancia il fare largo e robusto del duo Manet-Degas. Basti vedere i due capolavori con cui si presenta la rassegna madrilena, un “Barche a remi sul fiume Yerres”, 1877, dove spicca il guscio dei canotti, duro, coriaceo, anche se circondato dai riflessi dell’acqua, che però solca sicuro e determinato. Tutto il contrario della molle invasione cara a Monet, corrosiva, come se barche e persone fossero immerse in una piscina piena di acidi dissolventi. Qualcosa del genere vale anche per “Un balcone in Boulevard Hausmann”. Si sa che l’affacciarsi a una terrazza per contemplare la folla assiepata in un boulevard è pure un tema caro a Monet, ma nel suo caso siamo come colti da un senso di vertigine, tutto turbina davanti ai nostri occhi, la visione di sfilaccia in una serie infinita di piccole sensazioni. Nella tela di Caillebotte, invece, il personaggio affacciato mantiene una sua compattezza, ansi si sporge, come fosse un infisso, un tubo, una grondaia, ovvero non rinuncia a imporre una presenza, affidata anche a un contrasto luminoso, sul tipo di quelli che dominano i dipinti di Manet. Ma soprattutto, il capolavoro supremo di questo artista sta nel celebrare il lavoro anonimo degli artigiani che in un interno, e dunque respingendo sdegnosamente il canone del “plein air”, chini su un pavimento, procedono a rifarne il parquet, esigendo di vedersi riconosciuto un protagonismo addirittura eroico, altro che sottoscrivere un atto di abdicazione, di fuga da ogni responsabilità, di abbandono al deliquio di iridescenze e sfumature. Caillebotte amava scorrere sulle acque, ma appunto mirando ad aprirvi un solco, stabilendo con l’elemento mobile un fiero rapporto di colluttazione, sul tipo di quanto, di là dall’Atlantico, stavano pure facendo gli epici marinai di Winslow Homer.
Gustave Caillebotte, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza, fino al 30 ottobre.

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Letteratura

Sermoni: una valida “bildungsnovelle”

Proseguo nel mio vanitoso esercizio di pronunciarmi a posteriori sulla cinquina dello Strega, in attesa di procedere allo stesso modo nei confronti dei selezionati al Campiello. La vittima della scorsa domenica è stata Elena Stancanelli, nel cui caso vale quasi il tipico “nomen omen”, opera stanca, scucita, non riscattata a sufficienza da qualche passo non privo di vigore. C’era di meglio, anche tra le voci femminili, da immettere nella cinquina, penso a Marina Mizzau e a una presenza ormai di lungo corso e di forte tenuta come Rossana Campo. Ora è la volta di Vittorio Sermonti e del suo “Se avessero”, Garzanti, e qui il gioco si fa impegnativo, mi chiedo infatti se addirittura non fosse stato il caso di dare a lui lo Strega di quest’anno, piuttosto che ad Albinati. Giudicando quest’ultimo in una recensione di prossima uscita sull’”Immaginazione”, mi sono lasciato travolgere, come tutti, dall’onda di piena delle sue più di mille pagine, senza dubbio scorrevoli e con pregi nel catturare da vicino l’attualità più incalzante e pruriginosa, ma non senza gravi scompensi interni, al fine di gonfiare in eccesso l’opera. Caso mai, il romanzo di Sermonti pecca per ragioni inverse, di una qualche monotonia, nel registrare quanto egli stesso definisce una “bildungsnovelle”, ovvero l’ opera di un “narrator narrato”, siamo cioè di fronte a un tipo di scrittura oggi dilagante, alla autonarrazione, che del resto molti riconoscimenti ha ottenuto, penso a Antonio Pennacchi e alla sua lunga epopea attorno alle paludi pontine e altro, che gli ha meritato lo Strega del 2010. E ci sono pure le smisurate cronistorie di Maurizio Maggiani, che si è addirittura auto-candidato a darci il “Romanzo della nazione”. In fondo, l’impresa di Sermonti non appare indegna di questi precedenti, e anzi possiede forse qualche marchingegno in più per evitare la monotonia del racconto piano e scorrevole. Come del resto è testimoniato dall’espressione ipotetica indicata dal titolo stesso, “se avessero”. Infatti, nel navigare tra le sue vicende personali, ma subito riportate anche in questo caso a un “romanzo della nazione”, Sermonti riesce a creare abili sospensioni, punti di svolta, cui ritorna più volte, senza lasciarseli alle spalle, e dunque la cronistoria dei nostri decenni, dalla liberazione in avanti, è percorsa di continuo, in su e in giù. La prima di queste sospensioni deriva dal fatto che, nei giorni successivi alla liberazione di Milano, tre partigiani si presentano alla casa del narratore con intenzioni ostili verso un suo fratello maggiore, sospettato, non a torto, di collusioni col passato regime. Infatti, militare nelle isole greche, aveva addirittura preferito aderire alle truppe tedesche per sdegnosa ripulsa verso il “tradimento” di Badoglio, ma poi, genio del doppio gioco, era pure riuscito negli ultimi giorni a farsi accogliere nelle file della resistenza. Questa è un po’ anche la strategia del narratore, che sembra sempre tenersi varie carte nella manica, pronto a giocarle in un senso o nell’altro, il che gli consente anche di acquisire apprezzabili doti di comicità, come quando, tanto tempo dopo, si ripresenta alla sua porta, di persona ormai adulta, una squadra di agenti della Digos che sospettano in lui il sovversivo, l’affiliato alle brigate rosse. Infatti si sono uditi suoni in lingua slava uscire dalla sua abitazione, ma era solo che stava ascoltando dischi di musica russa. E così via, la vita è tutta una serie di inganni, di equivoci, di dati contradditori, una tela ingarbugliata che con pazienza, o invece con impazienza, il Nostro tenta di districare. Magari gli manca la genialità di un Gadda, o anche solo di un Busi, però il tessuto, per merito di questi sapienti andirivieni, è pur sempre vivace, e non fa sconti a nessuno, per esempio esemplare è la cattiveria, la spietata inquisizione con cui il narratore indaga sui torti della madre nei suoi confronti, lei che non lo ha allattato, e forse neppure mai baciato o accarezzato. Naturalmente, non so se questo risponde a un dato reale, si sa che l’autonarrazione spesso è ingannevole. Fra l’altro, il narratore si concede parecchi tra fratelli e sorelle, a cominciare da quel genio di condotta ambigua che abbiamo conosciuto in apertura e al quale siamo sempre ricondotti. La tela insomma è complessa, fatta di tanti fili che la solcano, e che soprattutto appaiono sempre utilmente percorribili in avanti e indietro, secondo il proverbio per cui “fare e disfare è tutto un lavorare”.
Vittorio Sermonti, Se avessero, Garzanti, pp. 210, euro 18.

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Attualità

Domenicale 24-7-16

Di fronte ai vari episodi di terrorismo che si succedono in questi giorni l’unica reazione intelligente è di tenere i nervi a posto, di non cadere in balia di facili “idola tribus”. Occorre guardare dentro, distinguere. In fondo, è la realtà, da sempre, a essere dura, a portare con sé drammi, tragedie. Forse abbiamo già dimenticato i venti morti del disastro ferroviario pugliese, o le povere studentesse perite nell’incidente automobilistico spagnolo, dove evidentemente il terrorismo non c’entra per niente. Il che, però, non vuol dire che dobbiamo assolvere, cancellare. Dietro lo scontro dei treni in Puglia ci sono senza dubbio gravi responsabilità che bisogna accertare e punire. Ancora peggio nei confronti di chi ha permesso che giovani vite viaggiassero su un mezzo senza i necessari requisiti di sicurezza, e ora addirittura si cerca di evitare il pagamento di un giusto risarcimento assicurativo. Non parliamo poi dei reiterati, squallidi, abominevoli femminicidi di cui è costellata la cronaca quotidiana. E come pure dimenticare il capitolo del brigatismo rosso? Come si vede, la violenza non compare solo ora sulla scena mondiale, e non può essere riportata a una sola fonte.
Ma venendo agli attentati, appare evidente che questi corrispondono a matrici diverse, o addirittura opposte, e dunque non bisogna fare il favore all’Isis di regalargliene la responsabilità così da farla apparire onnipotente. Soprattutto, non si imbocchi il piagnisteo che siamo in guerra, che le polizie fanno poco, non ci difendono. Se pensiamo alla Francia, è uscita molto bene dal grande pericolo di un campionato che ha visto decine di squadre e milioni di spettatori. Se a Nizza ci sono state responsabilità, si individuino e puniscano, ma non si dia credito alla stupida versione secondo cui il pulman della morte sarebbe stato fatto entrare con tutti gli onori nell’area proibita, senza dubbio vi è penetrato per vie diverse e con la violenza. Anzi, forse invece che esigere un supplemento di vigilanza da parte delle forze dell’ordine, c’è da chiedere loro di dare anche prova di moderazione e di non andare oltre una giusta misura. La sospensione delle garanzie costituzionali da parte della Francia è subito stata ripresa come utile precedente da una Turchia in cui è in atto un contro-colpo, un passaggio all’assolutismo con cui anche quel Paese, allontanandosi dall’Occidente, si mette in linea con Egitto e Siria e con ogni altro modello dispotico-autoritario.
Ma venendo finalmente ai crimini davvero firmati o patrocinati dall’Isis, devo dire che mi è parsa singolare la tesi espressa ieri nella rubrica “In onda” della 7 da Federico Rampini, pur di solito preciso corrispondente da New York per “La Repubblica” secondo cui nei vari attentati la componente classista non entra per niente. Al confronto una volta tanto devo dare ragione a Freccero, di cui non sopporto in genere il tono saccente e ispirato, quando però nella menzionata occasione ha ricordato che molti giovani risultano pronti al martirio in nome dei patimenti che i nostri Paesi, Francia in testa, hanno fatto subire a genitori e fratelli, e a loro stessi, non trattandoli allo stesso modo dei cittadini di serie A. Purtroppo non è che, per evitare stragi, possiamo rimediare a decenni o secoli di torti di specie colonialista, dovremo cercare di porvi rimedio al presente e al futuro, certo è una lunga via, ma forse l’unica che potrà portare a una riduzione di episodi di protesta e vendetta. In fondo, anche nell’ultimo fenomeno di violenza scatenatosi a Monaco, per quanto sfilato via dal fronte Isis, e anzi riportato ad atti solitari di ispirazione destrorsa, è emerso uno sfondo di patimenti, quelli inflitti al povero immigrato di fresca data, che non è stato ben accolto dai compagni e invece fatto oggetto di bullismo. Evidentemente, non è che possiamo fare i pompieri universali intervenendo ovunque si verifichi qualche episodio di sopraffazione, ma cerchiamo comunque di far osservare il più possibile le buone regole di una convivenza equa ed estesa a tutti.

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Arte

Pistoletto: una creatività inesauribile

Ritorno sui temi toccati domenica scorsa a proposito del volume relativo all’arte di Piero Gilardi e allo sfocio nella biopolitica con cui egli ha tentato di porre rimedio a un certo bloccarsi della sua vena creativa. Fino a un certo punto la vicenda di Piero è stata del tutto parallela a quella di Michelangelo Pistoletto: entrambi figli prediletti della Pop Art in versione italiana, e nella forma più autorizzata, con avallo venuto da Ileana Sonnabend, grande tutrice dei valori statunitensi su quel fronte, e pronta a mettere i due torinesi in squadra assieme ai colossi yankee della stessa famiglia, preferendoli rispetto ai più deboli esempi della Pop Romana. Entrambi artefici di soluzioni standard fin troppo felici, e anche premiate dal mercato, con la tentazione di non allontanarsene proprio per non recare danno a un’immagine di sé fin troppo affermata, Gilardi con i suoi lavori in gommapiuma ad alta fedeltà, Pistoletto con le sue superfici riflettenti che recano incorporati, all’interno, quasi come scalpi, o mosche imprigionate in un cristallo, le foto di ogni tipo di soggetti. Ma poi i due percorsi si sono differenziati, Gilardi, finito il momento di massimo consenso, suo proprio e del pubblico, ai tanto fortunati rifacimenti in gommapiuma, non è più stato in grado di rinnovarsi, se non a livello di prediche concettuali, o di volonterosi tuffi, appunto, nella biopolitica. Invece Pistoletto si è rimboccato le maniche, e, pur non cessando dal tornare a frequentare la sua soluzione ottimale delle superfici riflettenti, ha saputo rinnovarsi attraverso uno sperimentalismo sempre pronto a scattare, che addirittura non conosce un uguale in ambito nostrano. Se qui di seguito dovessi dar conto delle tante sue invenzioni, non la finirei più, ma posso partire proprio dalla fine, dalla grande Mela servita in tante confezioni, ultima e più persuasiva quella che si pone di fronte alla Stazione Centrale di Milano. Anche lui, in definitiva, parte da un omaggio alla natura, pronto però a offrircela riversata in qualche nuovo materiale di discendenza tecnologica, ma capace di variare nelle dimensioni, come invece riesce più difficile al concorrente, obbligato a trascinarsi dietro le più pesanti e ingombranti gommepiume. Qui la mela si gonfia, riesce ad essere davvero monumentale, nello stesso tempo mostra orgogliosamente l’affronto, il morso virtuale che ha subito, a simboleggiare l’eternamente ricorrente peccato di Adamo, che però la tecnologia tenta di rabberciare al suo meglio, con i segni di una volonterosa cucitura, da cui anche il titolo di “Mela reintegrata” Ma tante sono le tappe efficaci, prima di giungere a questo esito ultimo. Pistoletto, fra l’altro, è stato pronto a balzare nel carro vincente dell’Arte povera, come invece non è riuscito a fare Gilardi, magari, ammettiamolo, per coerenza col suo precedente operato di segno contrario. La “Venere degli stracci” di Michelangelo è un capolavoro esemplare che entra nella storia, con la doppia capacità di celebrare il trash quotidiano, attraverso il cumulo di stracci, da cui però svetta una Venere che dunque strizza l’occhio alla soluzione alternativa, al passaggio dal celebrare il più squallido “qui e ora” all’andare invece a recuperare il museo, dandosi così alla coltivazione dell’essere “altrove”, come nello stesso momento stava facendo, tra i membri DOC del poverismo, Giulio Paolini, effettuando un tipico rovesciamento dal povero al ricco, dall’attualità al recupero di valori auratici e mitici, il che presto sarebbe divenuto il contrassegno degli anni Settanta, in nome del postmoderno, del citazionismo, ovvero, per dirla secondo una mia etichetta, della “ripetizione differente”. Un clima cui Pistoletto ha partecipato pure con le sue sculture, sospese tra il recupero di forme michelangiolesche e invece una redazione in termini di brutalismo, in linea con i Nuovi Selvaggi Tedeschi. Del resto, Michelangelo non ha abbandonato neppure l’amato tema dello specchio, ma lo ha saputo rinnovare potentemente nella Biennale di Venezia del 2009, quando all’ingresso delle Corderie eravamo accolti da una schiera di specchi che a intervalli regolari di tempo l’artista veniva a infrangere, sfruttando le belle ragnatele, le “craquelures” che così si formavano, in delizioso omaggio al caso, come del resto aveva scoperto a suo tempo Duchamp, accettando che una frattura casuale solcasse il suo Gran Vetro. E che dire delle mappe geografiche, o delle tavole con invito ad assiderci e a contemplare certi diagrammi serviti quasi come cibi commestibili? E l’abile sfruttamento del simbolo di infinito, portato a serpeggiare liberamente nello spazio?. Magari, non sempre queste ciambelle sfornate senza sosta dalla premiata ditta Pistoletto sono saltate fuori con un buco perfetto, ma la cosa succede anche alle perle, quando nascono con bitorzoli e ammaccature. Nulla di male, si sa che in questo caso un vocabolo spagnolo le chiama “barocche”, e dunque in definitiva si casca sempre in piedi.

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Letteratura

Stancanelli, una femmina molto indecisa

Non essendo giurato di alcun premio letterario per la mia nota condizione di critico “non esistente”, assiso in non so quale poltrona del cosmo, posso divertirmi a spendere giudizi sui concorrenti entrati nelle cinquine finali dei due nostri premi più importanti, lo Strega e il Campiello. Nel caso del primo, mi sono già pronunciato a proposito del vincitore, Edoardo Albinati e della sua “Scuola cattolica”, sull’unica sede cartacea che ancora mi resta, l’”immaginazione” di Anna Grazia D’Oria, che ha però l’inconveniente, proprio delle riviste, di uscire a qualche distanza dall’immediata attualità. Nel complesso, credo che ancora una volta il nostro maggiore premio letterario abbia saputo scegliere bene, quel romanzo spicca per doti sorprendenti di efficacia nel trascrivere l’oggi, l’afflusso di una narrazione in diretta, anche se soffre di qualche scompenso, di salti di dimensione, forse provocati dalla sua stessa volontà bulimica di fare grande. Passando agli altri, dico subito che non parlerò di Eraldo Affinati, in quanto non interessato a una narrativa magari utile ma che scivola in un compito biografico–documentario. E dunque restano gli altri tre. Comincio dall’ultimo in graduatoria, “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, che in effetti mi sembra cosa molto debole, combattuta tra varie istanze, incapace di comprendere quali avrebbero potuto essere le carte migliori da giocare. Al centro ci sta una storia d’amore vacua, leggera, come ce ne hanno ammannite tante, tra la protagonista che ha nome Anna e il suo partner Davide, che gliene combina di ogni colore, tanto da farle dichiarare che no, così non si può continuare. Non si contano le abiure a quella passione insana, che però rispunta, forse più in risposta a una deficienza dell’autrice, a una sua incapacità di cambiare pedale una volta per tutte, un po’ come succede al pugile in difficoltà quando abbraccia il rivale per riprendere le forze. Naturalmente all’origine delle rotture periodiche con Davide ci stanno i tradimenti di costui, e si deve ammettere che questa potrebbe essere la parte più interessante, in quanto Anna, per smascherare l’impenitente fedifrago, si vale delle possibilità fornite dal progresso tecnologico, come il cellulare, il telefonino con trasmissione via internet, il che la porta alle costole della principale rivale, personaggio volgare in possesso di un nome curioso, Cane, che in effetti sembra fare tutt’uno proprio con un cagnuzzo sempre al suo seguito, pronto a mordere con denti acuminati. Attorno a questo personaggio scatta la migliore invenzione del romanzo, in quanto, con iniziativa degna della sua bassezza, Cane si fa riprendere appunto al cellulare la sua vagina e la invia all’amante, a scopo di eccitazione, di vigile richiamo all’erotismo. Sennonché, miracolo dell’elettronica, quell’autoritratto dal basso perviene anche alla concorrente, a inquietarla, a recarle una sfida continua. Rimanendo ancora per un momento alla condizione di donna tradita incombente sulla protagonista, in fondo questa poteva essere l’occasione per inseguire il Boccaccio in uno dei suoi capolavori, se si pensa all’”Elegia di Madonna Fiammetta” e alla sua lamentela continua per un fidanzato andato a Nord e sparito dall’orizzonte. Ma la Nostra non sa bene come svolgere una propria elegia in merito, e si comporta come Giamburrasca, quando, al momento di iniziare il suo Giornalino senza sapere bene che cosa mettervi, decide di andare a copiare quanto vi scrivevano le sorelle maggiori di anni. Questo per dire che Anna, per dare consistenza alla sua elegia dell’abbandono, va a svolgere una specie di antologia di tutti i sintomi di chi, per pene d’amore, diviene anoressico, e magari la sfilata delle diete feroci che un simile stato psicosomatico impone risulta abbastanza efficace. O all’opposto Anna passa alla controffensiva, si dà a un erotismo sfacciato, offrendoci un diligente campionario di prestazioni buccali, il che però risulta del tutto sconveniente rispetto al profilo mediamente prevalente di Anna, personaggio stinto e con velleità intellettuali. Il meglio si ha quando la protagonista, affascinata dal brutalismo della rivale Cane, come una falena attirata dalla lampada fino a farsene ustionare, la avvicina, va a pranzo con lei, assiste alle sue abbuffate, particolarmente di ostriche, seguite da incontenibili crisi di vomito. La scrittrice fa dire ad Anna che tutto ciò è avvilente, abbrutente, ma noi lettori, invece, le vorremmo suggerire di insistere su quella chiave, lasciando perdere gli smunti, inconsistenti patemi d’animo della protagonista.
Elena Stancanelli, La femmina nuda, La nave di Teseo, pp. 156, euro 17.

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Attualità

Domenicale 17-7-16 (Ignazi)

Sono tentato di stabilire in questa sede una graduatoria tra chi è più “gufo”, cioè più assiduo e ripetitivo nell’emettere predicozzi sui vari temi di attualità intonandoli a pessimismo e catastrofismo. Nel settore antirenziano, forse il primo posto potrebbe spettare a Piero Ignazi, che nel suo fondo sull’ultimo “Espresso”, uscito venerdì 15 luglio, si frega le mani soddisfatto decretando che le azioni di Renzi, se Dio vuole, stanno scendendo, e dunque forse ritorneremo alla bella calma piatta dei governi che “slittano” davanti alle difficoltà, come succedeva prima che arrivasse il suo ciclone. Certo, qualche scossa c’è stata, le elezioni amministrative non sono andate nel migliore dei modi, ma neanche però nel modo catastrofico che proprio la coorte dei gufi ha fatto apparire, decretando un successo senza pari dei Cinque stelle, che invece c’è stato, ma a mosaico variabile, e del resto il Pd ha sofferto del calo fisiologico che per ogni partito al potere proviene da elezioni di “midterm”. Poi c’è stato l’attacco a Alfano, che certo non è di condotta limpida e irreprensibile, da buon politico nostrano ha concesso al “familismo”, ma sembra che dalla burrasca sia uscito immune, e anche la minaccia dei suoi compagni di parte politica, di ritornare a casa dalla madre berlusconiana, sembra al momento tamponata, la barca del governo procede, con una maggioranza che fin dall’inizio non è di puro e adamantino centro-sinistra, come pretendono i vari gufi della sinistra, bensì di “kleine-koalition”, alla tedesca in tono minore, e dunque non si vede proprio perché non dovrebbero starci anche i verdiniani. Ma soprattutto, contro il gufismo, è da apprezzare la determinazione di Renzi a tirare diritto, a non lasciarsi frastornare da predicazioni alla cautela e alla moderazione, come quelle che sono venute dalla inverosimile pretesa di spacchettare i quesiti referendari. Detto tra parentesi, perché il leader del Psi, Nenicini, ci si mette anche lui a frenare, a frapporre ostacoli? Perché non si decide a sciogliere il suo stesso partito, non ha capito che ora il miglior difensore della causa della socialdemocrazia è proprio il Pd in versione renziana, che dunque ogni sincero socialdemocratico dovrebbe difendere dai rigurgiti del paleomarxismo, degli orfani inconsolabili del bei tempi quando il Pci schiacciava sotto il suo tallone i poveri tentativi del parente povero di una sinistra aborrita e svalutata?
Un “gufo” in altro settore è un opinionista di rango del “Corriere”, Ernesto Galli della Loggia, perfetto erede di Giovanni Sartori, che ora tace forse perché ormai ultra-novantenne, nel predicare che la nostra cultura è inconciliabile con quella di matrice islamica. E dunque, che cosa si dovrebbe fare? Seguire le ricette di Trump o Le Pen o Salvini, erigere barricate, impedire l’accesso ai nostri sacri lidi di persone di fede mussulmana, e magari espellerle, se già presso di noi, o ghettizzarle, come si è fatto per secoli con gli ebrei, o obbligarli a portare un segno distintivo, come appunto si imponeva in stagioni sciagurate agli ebrei, o nel medioevo ai lebbrosi? Come non capire che il novanta per cento degli aderenti alla fede mussulmana vogliono vivere in pace con noi, e adottare il più possibile i nostri costumi? Non lo fanno ancora del tutto, ma è sorprendente che in questa cruciale materia non si seguano i sani insegnamenti del materialismo culturale. Noi occidentali abbiamo conseguito faticosamente i canoni della democrazia, e in particolar modo dell’uguaglianza tra i sessi, e la parità di diritti da concedersi alle donne, dopo secolari travagli, lotte che non si sono ancora concluse. Ma questo è stato possibile perché abbiamo avuto alle spalle la grande forza della rivoluzione industriale, con gli esiti connessi. Essa ha premiato i Paesi che l’hanno avuta per primi, Inghilterra, Francia, Stati Uniti, poi, a distanza, non senza rigurgiti di segno contrario, Germania, Italia, Spagna. Da noi poi è esistita la spaccatura tra un Nord di pronta adesione a quella grande rivoluzione, e un Sud rimasto ancora legato a una civiltà contadina, da cui solo di recente sta faticosamente uscendo. Ebbene, non è un fattore religioso, a creare la spaccatura tra l’Occidente e i Paesi arabi, bensì il fatto che questi hanno alle spalle una economia agricola e pastorale. Bisogna sperare che anche presso di loro l’industrialismo faccia progressi, e vedremo allora che anche il costume cambierà, si avvicinerà progressivamente al nostro.

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Arte

Gilardi: un contrasto insanabile tra arte e biopolitica

Ho sul tavolo il grosso volume di Piero Gilardi, “La mia biopolitica”, col sottotitolo “Arte e lotta del vivente. Scritti 1963-2014”. Invano vi si cercherebbe qualche traccia di una mia presenza, che pure c’è stata, e molto attiva, al fianco di questo artista, ma non certo a favore di quella metà del suo impegno che, per me malauguratamente, ha preso la via delle lotte per nuovi orizzonti della psichiatria e comunque per mete di ordine sociale. Detto brutalmente, tutta quella metà del suo curriculum è sorta nell’esatta misura in cui Gilardi ha capito di non riuscire a mutare il volto e il copione dei suoi primi anni, in cui aveva recitato alla perfezione una strada che più “disimpegnata” di così non si poteva immaginare. Infatti, nella prima metà dei Sessanta, egli è stato un eccellente campione della Pop Art, cioè di un’arte volta a celebrare il consumismo, uno stato di società affluente, che credeva nel miraggio di una tecnologia adulta capace di sfidare la natura sul suo stesso terreno e di ricavarne prodotti migliori, più attraenti, per i salotti della buona borghesia, e non certo per le classi popolari. Siamo agli anni in cui in tutto il mondo occidentale si affermano appunto i riti della Pop Art a prevalente conduzione statunitense. Qui da noi cercano ci contrastarla, ma anche sbirciandone taluni esiti, i Pop di rito romano, ma gli episodi più forti si hanno a Torino, e proprio col duo rappresentato da Gilardi e da Michelangelo Pistoletto, che per nettezza e rigore di scelte distaccano compagni di via quali Ugo Nepolo e Aldo Mondino, pur validi anch’essi, capaci di soluzioni addirittura più personali. Ma solo loro due hanno diritto di accesso nell’olimpo in cui siedono e dominano gli Oldenburg, Lichtenstein, Warhol eccetera, come attestò, nel ’67, una perfetta mostra al Palazzo Grassi di Venezia, allora a conduzione Paolo Marinotti, quale erede della paterna Snia Viscosa, poi caduta nelle mani della Fiat, da cui il suo uso per alcuni anni di quella sede, prima che subentrasse Pinault. Gilardi era l’assoluto, sicuro, produttore dei facsimile di piante e frutti della terra, rifatti con i nuovi materiali sintetici, ed era appunto la celebrazione dell’artificio, che in quel momento si sentiva sovrano, pronto a fare dell’arte un convincente oggetto merceologico, ottimo per entrare nei salotti bene. Al suo fianco, in una molto diversa ma in sostanza equipollente impresa, stavano le limpide superfici specchianti di Pistoletto, che incorporavano, come un insetto in un blocco di cristallo, le immagini di persone anche in quel caso della buona società. Non si entrava in quegli specchi se non si era “qualcuno”. Tanta è la forza delle mode che in quel momento anche Gian Enzo Sperone appariva del tutto dedito a quella impresa, cosicché fu ben felice quando io, già del tutto convinto dell’eccellenza di quelle formazioni gilardiane, ne procurai una mostra in una Galleria bolognese, La Nuova Loggia, di buona routine commerciale, tanto che Sperone mi pregò di tentare di strappare ai padroni di casa, in quell’occasione, qualche acquisto di “tappeti di natura” per rimpinguare le magre casse sue e dell’allora eroe preferito della sua squadra. Ma i tempi cambiano in fretta, di lì a poco il pendolo della ricerca si sarebbe totalmente invertito abbandonando l’oggetto a favore del concetto, dell’installazione, della performance e simili, Sperone sarebbe diventato il trascinatore della nascente Arte povera, con a fianco Germano Celant, non mancando di sostare, per qualche tempo, in una ambigua situazione di geometrismo minimalista. In quel momento si consuma il dramma di Piero, che non riesce a fare il salto, a balzare agilmente entro il nuovo fronte, a differenza del compagno di via Pistoletto, che invece, quanto a mutamenti tattici, la sa lunga, e infatti da quel momento dà inizio a una successione di cambi di pelle stupefacenti, molti dei quali, sia ben chiaro, risultano del tutto efficaci e accettabili. Ma Piero no, guarda quella carovana che si allontana, non è da lui disciogliere la presenza ossessiva dell’oggetto nella vaghezza di un Informale di ritorno. Oppure no, egli ebbe allora una fase del massimo interesse, da artista fin troppo legato al precisionismo avvertì a sua volta come l’Arte povera, ai suoi inizi, peccasse ancora di rigidità di mosse, e dunque fu il più rapido nell’intuire l’avvento dell’Anti-Form, sulla scia del mutamento radicale compiuto da Bob Morris. Proprio il suo successo come Pop autorizzato, di rito americano, consentiva al Nostro di visitare gli USA, da cui ritornò con poderosi cahiers colmi di foto di questi nuovi prodotti di sapore “aperto”, neo-informale, e con molta determinazione ne andò a reperire i casi più stimolanti anche in Europa. Ci fu dunque una seconda fase del mio attaccamento verso di lui, e della mia volonterosa mediazione per farlo accettare alla bolognese Nuova Loggia, che anche lei si era acconciata al cambio di pedale prendendo un sotterraneo assai adatto a quelle che oggi si chiamerebbero installazioni “site specific”, e là, sotto l’incalzante suggestione di Piero, mettemmo alla prova due olandesi, Boezem e Van Elk, che poi hanno vivacchiato ai margini del “main stream”. Ma Piero, se a livello teorico era risoluto nell’indicare questa nuova via, all’atto pratico risultava però inibito a seguirla, quasi paralizzato. Per questo oso dire che l’opzione verso la “biopolitica” fu allora, per lui, un compromesso, un modo per essere libero e sciolto in un settore alternativo, non potendo esserlo nel suo ambito primario dell’arte. Del resto, passati i momenti dell’abiura totale, a quell’abile mestiere di consumata perfezione artigianale Gilardi è tornato, tentando tutt’al più di avvicinarla al dinamismo dei praticanti l’Anti-Form in modi esteriori e meccanici. I rami dei suoi alberi, con l’aiuto di qualche motorino, si sono dati alle danze, ma appunto in modi rigidi, del tutto inorganici. E ha tentato pure vari innesti elettronici, ma niente da fare, egli resta pur sempre legato allo “hardware”, nel senso etimologico della parola, il “soft” gli è sconosciuto, le sue mani gravi e impacciate non riescono a praticarlo. Capisco quindi molto bene quanto sia legittimo da parte sua radiarmi dall’albo dei suoi estimatori.
Piero Gilardi, La mia biopolitica, a cura di Tommaso Trini. Prearo Editore, pp. 346, euro 30.

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