Arte

Ghermandi: la leggerezza del gesto

Nella mostra a Palazzo Fava, “Bologna dopo Morandi”, tuttora in atto, non ho potuto dedicare molto spazio alla scultura, appena un’opera a testa per i due nostri maggiori rappresentanti in tutta la scorsa metà del secolo, Luciano Minguzzi (1911-2004) e Quinto Ghermandi (1916-1994), in sostanza due vite parallele, ma il primo ebbe il coraggio di lasciare Bologna per trasferirsi a Milano, dove ottenne un largo successo, fino a consentirgli di lasciare alle sue spalle una Fondazione, tuttora esistente in via Palermo. Il secondo, Ghermandi, ha dominato senza dubbio la scena petroniana, dove è stato il principale esecutore di opere monumentali, ma senza saltar fuori dai limiti della provincia. Ora l’Accademia di belle arti, nella sua aula magna, gli dedica una opportuna rassegna incentrata su un florilegio di alcuni capolavori essenziali, accompagnati da un buon apparato didattico, ma mal serviti da un catalogo che punta troppo su immagini dell’artista al lavoro, in fonderia, circondato da amici e maestranze, con immagini non nitide, e senza un accurato regesto. Siccome accanto a lui ci fu una moglie valida pittrice, Romana Spinelli, la brava figlia loro erede ed eccellente grafica, Francesca, potrebbe pensare a istituire una fondazione o associazione a loro nome, Tornando ai due scultori, come già detto, furono vite parallele, al di là della diversa fortuna, prodotta dal coraggio del primo e più anziano di emigrare altrove. Si potrebbe dire che valorizzarono entrambi al massimo le due virtù centrali di ogni impresa plastica, la malleabilità, il concentrare la materia in corpi consistenti, e la duttilità, il diramarne fibre sottili, a invadere lo spazio, ad avvolgerlo in sottili reticoli. Nel caso di Minguzzi la concentrazione materica fu più forte, il che gli consentì di affrontare il tema di figura, offrendola a blocchi, ma come strozzati a fasi alterne, traendo una eredità da un espressionismo anche di matrice naturalista, il che gli permise, ai suoi inizi, di modellare perfino le forti immagini di due partigiani, e poi di valersi di un robusto “schiacciato” adatto per esempio per una delle porte del Duomo di Milano. Origini espressioniste anche per Ghermandi, che per esempio ha composto il corpaccio contratto di un toro per la Galleria omonima della sua città, ma poi in lui ha prevalso la distensione delle masse in lamine sottili, espanse a catturare lo spazio, il che evidentemente non poteva essergli utile per effigiare figure antropomorfe, queste infatti mancano nel suo repertorio. Ma la capacità di distendere la materia in sottili spessori gli ha consentito di entrare in sintonia con l’Informale, nel momento in cui gli artisti di questo stile si ispiravano a motivi biomorfi. Felici sono senza dubbio le espansioni lamellari con cui Ghermandi ha promosso degli enormi bacini del nostro scheletro, estesi anche a simulare efflorescenze di fauna marina. Forse si può accennare perfino a un suo influsso sul collega milanese, quando quest’ultimo è stato chiamato a comporre uno dei suoi più felici monumenti ambrosiani, dedicato al Carabiniere, dove l’”aeroplano”, il tipico copricapo dei militanti in quell’arma, si sviluppa nello spazio in felici avvolgimenti e inanellamenti leggeri e nello stesso tempo tenaci, consistenti. In uno dei suoi capolavori Ghermandi ha diretto quella sua straordinaria capacità di procedere per sottili espansioni realizzando una fontana nello spiazzo antistante l’edificio delle Nuove patologie nel grande insediamento dell’Ospedale S. Orsola. Ma, raggiunto un limite estremo in quelle distensioni di minimo spessore come di ninfee fuse in bonzo, Ghermandi ha sentito in seguito il bisogno di ridurre il tiro, di accartocciare le sue forme troppo estese. Come un organismo vivente che, stuzzicato da un corpo estraneo che si insinua al suo interno, si chiude a riccio, magari per secernere a difesa il condensato prezioso di una perla. In realtà, quel momento di contrazione, che ha fatto seguito a uno di massima dilatazione, è stato anche il superamento di una soglia stilistica. Ghemandi, dopo la metà dei ’60, ha ben capito che l’Informale aveva esaurito la sua stagione, e che da un naturalismo, seppure “ultimo”, come prescriveva Arcangeli, e immerso nei mostri di una zoologia elementare, bisognava riguadagnare territori di artificialità, di industriosità umana, col connesso obbligo di ritrovare anche dei gradi di preziosità ornamentale. E dunque, sui vasti lobi biomorfi si sono iscritti motivi curvilinei, quasi di un ritrovato gusto neobarocco, o forse meglio neoliberty, in una precoce intuizione che stava per arrivare la stagione postmoderna della “citazione”, e dunque gli organismi plastici dovevano acquisire validi caratteri di eleganza, pur sempre nel rispetto di andamenti acuminati, di peduncoli emessi a saggiare lo spazio, e sempre nel rispetto di un ritmo costitutivo fatto di strozzature e rigonfiamenti alterni.
Quinto Ghermandi. “La leggerezza del segno”, in occasione del centenario della nascita. Bologna, Aula magna dell’Accademia di belle arti, fino al 18 novembre.

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Mazzucco: un rapporto ben risolto tra cronaca e romanzo

Ho ricevuto l’ultimo libro pubblicato da Melania Mazzucco, “Io sono con te”. Mi valgo di un’espressione del tutto vaga come “libro”, o potrei spingermi a far uso dell’ appena più specifico termine di narrazione, in quanto in una generosa dedica l’autrice mi avverte che questa sua ennesima prova è “senza genere”. In essa, il “vero” della storia, cioè di una realtà vista coi propri occhi , dalla radice greca “id”, propria di un responso oculare, interferisce in minima misura col verosimile, cioè con un ricostruzione fantastica quale dovrebbe spettare al romanzo, al poema, e renderli, secondo la lezione aristotelica, più “filosofici”, più di alto respiro rispetto al piccolo cabotaggio del riporto di cronaca. Ma la nostra Mazzucco è da sempre abituata a muoversi tra questi due stremi nel tentativo di conciliarli. Se ripasso in esame i miei giudizi sul suo percorso, li vedo a mia volta dominati da questo motivo fondante, il che per esempio mi ha obbligato a partire in tono negativo, a proposito di uno dei primi prodotti di Melania, “Vita”, 2003, forse perché la parte spettante alla “storia” era falsata, la vicenda partiva da uno scenario newyorkese anteguerra di cui ovviamente la scrittrice non era stata testimone diretta, dovendo quindi fare troppo affidamento su una ricostruzione che sfiorava la maniera, all’insegna di stereotipi acquisiti. Ma poi la Nostra ha presto rimediato a un simile inconveniente, ovvero i due continenti, il vero e il verosimile, nella sua opera si sono accostati fino quasi a combaciare, come è avvenuto con “Un giorno perfetto”, 2005, dove evidentemente lei non ha seguito passo passo l’angoscioso percorso che porta un bravo, in partenza, paterfamilias a compiere un’orrida strage dei familiari, ma una documentazione capillare aveva abbondantemente sopperito alla testimonianza diretta. Il che va ripetuto per “Limbo”, del 12, anche in quel caso Melania non ha indossato le divise e i giubbotti antiproiettile dei nostri soldati in Afganistan, ma era riuscita nel fine di conseguire una “total immersion”. Non solo, non basta infatti aderire a senso unico a un unico spaccato di realtà, oggi è destino comune di viverne varie facce, c’è un’andata e un ritorno, gli scenari da passare al setaccio fine sono almeno due, il fronte lontano e l’ambiente domestico vicino. Poi c’è stato un intermezzo, con “Sei come sei”, 2013, quasi che la Mazzucco avesse voluto concedersi una vicenda intonata al verosimile romanzesco allo stato puro, benché imbevuto di temi di stringente attualità etica e psicologia. Ma ora di nuovo, e come non mai prima, siamo alla “full immersion”, fornita dall’incontro fortuito con una delle tante povere esistenze di migranti, che si trovano per esempio alla Stazione Termini, a vivere di stenti, sottraendo un cibo guasto dai bidoni della spazzatura, a dormire sdraiati su cartoni, col rischio di subire aggressioni da qualche altro poveraccio ancor più malridotto, o anche di natura sessuale, su un corpo del resto già sottoposto ad ogni possibile stupro e violenza. La persona casualmente incontrata giganteggia, è Brigitte Zébé, una congolese che a spizzichi, a squarci, inframmezzati da fughe e scomparse, si fa strappare la sua storia, che comunque riempie tutto lo schermo, non lascia margini, cesure, spazi vuoti. E questa è la virtù della presente narrazione, che le fa vincere una specie di gara istituita su queste mie pagine. Mi è capitato di dire che molti dei concorrenti ai primi posti di una classifica dell’anno, l’Albinati dello Strega, la Vinci del Campiello, altri aspiranti potenziali come Doninelli, sono caduti nella sindrome Giamburrasca, ovvero hanno avuto il timore di non riuscire a riempire lo spazio del loro romanzo con la forza di motivi propri, e sono andati quindi a “rubare” storie altrui, concessioni a un romanzesco acquisito per procura. Invece, qui, tutto è autentico, vissuto o ricostruito in presa diretta, seppure con gli inevitabili accorgimenti che l’intera storia della narrativa ci ha insegnato ab origine. Ovvero, la tremenda vicenda di Brigitte ci viene proposta con giusti ritmi di avanti e indietro, ci sono i flash back che ci dicono come una brava infermiera del suo Paese, con marito e figli e posizione invidiabile, viene colpita da una persecuzione che la costringe a lasciare tutto, a giungere a Roma per vivervi di sotterfugi. L’odissea che attende questi immigrati è seguita passo passo, con piena nozione di causa, con fornitura di dettagli, indicazione di luoghi, di istituzioni che cercano di portare soccorso a questi disgraziati. Infatti il presente accurato resoconto “storico” evita la soluzione di maniera del”tutto nero”. In fin dei conti ci sono brave persone che, presso di noi, si prendono cura di questi derelitti, e tante volte la colpa è la loro, della loro impreparazione e ignoranza, se mancano a certe occasioni e ritornano periodicamente in strada. Ma la testimone non molla la presa, è sempre pronta a ricominciare, a ristabilire il filo diretto di una sorta di intervista, dove la parola fa a gara con l’evidenza dell’immagine e del suono affidati a una registrazione elettronica. Impossibile inseguire i mille risvolti attraverso cui procede, a ritmo fitto e ossessivo, questa anamnesi, talvolta anche a valenza medica, psichica, Forse però se si vuole indicare un argomento centrale, questo è il dramma della madre costretta a fuggire senza lasciare notizia di sé ai figli, ma in seguito ha inizio una impresa paziente, esasperante, sempre interrotta e sempre riallacciata, per farli raggiungere nella nostra Capitale la madre sventurata. Tanta è l’evidenza, la forza plastica conferita a questo avvenimento, che quando i due figli maschi, primi a essere recuperati, superano i controlli a Fiumicino e intravedono a distanza la madre che quasi non conoscono più, il comune lettore prova una forte emozione, fino alle lacrime.
Melania G. Mazzucco, Io sono con te. Storia di Brigitte. Einaudi, pp. 255, euro 17,50.

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Dom. 30-10-16 (Polito)

Credo di aver fatto riferimento più volte a Antonio Polito, uno degli autori di fondi sul “Corriere” che in genere danno prova di equilibrio e buon senso, come, accanto a lui, Paolo Mieli, Aldo Cazzullo e altri. Forse c’è del buon senso nel suo fondo comparso mercoledì scorso 26 ottobre, ma si può sperare che, almeno per il nostro Paese, le sue previsioni, per quanto, ripeto, sensate e probabili, non abbiano seguito. L’articolo muove dalla diagnosi, oggi prevalente, della crisi dei partiti storici, per cui quasi ovunque, nel nostro mondo occidentale, si vedono costretti a scendere a patti con i loro avversari, se si vuole rendere governabili i rispettivi Paesi. E’ di questi giorni la notizia che il Partito socialista spagnolo si sacrifica astenendosi per permettere ai rivali conservatori di formare finalmente un governo. La Germania è abituata da tempo a reggersi su “grosse koalitionen”, in Francia forse socialisti e conservatori dovranno unirsi per sbarrare il passo alla Le Pen, lo stesso si dica per l’Austria. Infine, anche da noi, una “kleine koalition”, non dimentichiamolo, è in atto, visto il risultato disastroso delle ultime elezioni politiche, con un senato che impedisce al Pd di governare da solo. E pensare che in tanti, per sbattere via Renzi, sono pronti a giurare che in fondo questo sistema del bipartitismo perfetto è innocuo, mentre è sotto gli occhi di tutti che al contrario costituisce l’anticamera dell’ingovernabilità, o costringe a eff imere alleanze, come quella nata tra la sinistra e berlusconiani, sottoposta ai capricci di quel leader, ai suoi umori e convenienze. Per fortuna che da quell’iceberg si sono staccati blocchi che permettono alla barca di tirare avanti, diversamente immaginiamoci quale trauma sarebbe andare a nuove elezioni, fra l’altro non si saprebbe con quale legge elettorale. Purtroppo Polito parla tenendo conto dei sondaggi che danno per vincente un responso negativo, alla consultazione del 4 dicembre, da cui seguirenbbe necessità di ricorrere di nuovo a coalizioni posticce, precarie al massimo. Si pensaa con orrore se un Pd, fatto fuori Renzi con l’aiuto del referendum, fosse costretto a rabberciare una qualche maggioranza con i Salvini e Brunetta, cose da pazzi. Per cui, ripetiamolo, evviva la saggezza di Renzi che ci ha detto che non si può andare avanti così, che bisogna scegliere altri sistemi elettorali capaci di conferire subito un mandato di governo a qualcuno, costi quel che costi, in barba al criterio percentuale e rappresentativo, che produrrebbe drammatici immobilismi e conflitti intrapartitici. Il sistema del ballottaggio appare il più sicuro e conveniente. Ora Renzi “finge” di essere disposto a mutarlo, ma sa bene che, proprio con “queste” due camere così eterogenee, non si caverebbe un ragno da un buco. Credo che mantenga in sé una intatta fiducia che quello da lui proposto resti il migliore dei sistemi concepibili. Da notare che non arretra neppure davanti al muro dei sondaggi, secondo cui, appunto a un ballottaggio, a prevalere sarebbero i Cinque stelle. Mi chiedo però con quali criteri vengano condotti questi sondaggi, a quali fasce di elettorato si rivolgano, se equamente distribuite tra le varie generazioni. Ha certamente ragione D’Alema quando dice che a votare sì saranno gli anziani, ma ritengo che si debba scendere molto, rispetto all’età di 65 anni di cui ci parla, conviene indietreggiare di almeno un ventennio, ai 45. Proprio non credo che i quarantenni e oltre, comprendente l’enorme maggioranza silenziosa di chi votava Dc e poi Fi, vadano a scegliere l’avventura, il rischio appoggiando i Cinque stelle, capaci solo di dire no a tutto, e di fornire pessime prove nel loro esercizio del potere. E dunque, ritengo che malgrado tutto si possa mantenere, con Renzi, una certa fiducia che alla fine saranno i sì a vincere, e che una volta superate le pretestuose querimonie della sinistra interna, egli non abbia ragioni per mutare la legge elettorale fondata sul ballottaggio, tanto più che, se vince il sì, vuol dire che sono pure sbagliate le previsioni che a una prova del genere darebbero come esito scontato la vittoria dei grillini. Qualche nostro talk show dovrebbe porsi il quesito di come si procede a questi sondaggi, cercando anche di rispondere all’interrogativo “cui produnt”.

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Bertozzi e Casoni: la duplicazione del mondo

La visita virtuale di oggi si spinge non lontano da casa mia, a Modena, Galleria Antonio Verolino, Via Farini 76, che ospita fino a domani la mostra “Il capitale umano. Tra consolazione e desolazione” della coppia Bertozzi & Casoni. Niente paura per il breve termine della visibilità di questa esposizione, anch’io non ci sono andato, ora si viaggia bene attraverso Google. Del resto, è già in arrivo un’altra mostra del fertile binomio, questa volta alla Galleria civica di Ascoli Piceno, e con un titolo più in linea con il modus operandi della coppia, “Minimi avanzi”, apertura il 26 novembre. Dalla loro attività si ricavano due temi generali. Il primo è il tentativo affrontato da più parti di sfidare la natura, la realtà andando a costituirne un doppio assolutamente conforme, grazie a materiali vecchi e nuovi che non si limitano a copiarla con l’inganno visivo dell’immagine piatta, bensì con tutta l’efficacia della terza dimensione, offrendoci corpi tangibili. Sono già molti i protagonisti di questa vicenda, che in genere è stata risolta col ricorso alle nuove risorse fornite dalla tecnologia avanzata. Ed ecco allora le gommepiume di Piero Gilardi, con i suoi “tappeti natura”, ottimi e geniali nel restituirci ortaggi, brani di humus con relative coltivazioni, magari imbiancate da qualche spruzzo di neve. Però Gilardi non ha osato affrontare la sacra immagine dell’uomo, come invece ha fatto con esiti stupefacenti un artista statunitense, Dwane Hanson, ricorrendo alle fibre sintetiche, e dandoci dei duplicati perfetti di visitatori a una mostra. Un tratto differenziale è che invece Bertozzi & Casoni ricorrono a uno dei materiali più vecchi nella storia del mondo, la ceramica, ma questa nobile pasta si rivela perfettamente in grado di gareggiare con le nuove tecnologie, è duttile e plastica come loro, e soprattutto necessita dell’intervento del colore, non si concepisce una ceramica che si presenti acroma, sbiancata. Questa invece è la punizione che grava sul marmo, passato di moda, anche per i suoi costi di estrazione e trasporto. Peggio ancora il bronzo, con quel suo manto bruno assolutamente negatore di ogni piacere dell’occhio. Però, proprio in virtù di questi tanti pregi, la ceramica consente un discorso che va oltre la coppia Bertozzi & Casoni, anzi, sono soltanto loro a cercare di farne un simile uso iper-mimetico. Più esteso il numero di quanti invece ne sfruttano il potenziale originario, di essere cioè una materia magmatica, primordiale, adatta quindi alle tematiche legate all’Informale. Nell’estate 2015 a Spoleto abbiamo celebrato la gloria dello splendido artefice di terrecotte che è stato Leoncillo, a cui bisogna subito aggiungere il caso del Fontana “barocco”, come lo ha chiamato Crispolti, con le sue ceramiche frante, dardeggianti, diramate, che controbilanciano l’eccesso di rigore dell’infinita ripetizione dei “tagli”, privi delle capacità di variazione di cui la ceramica per sua natura è produttrice. Di questa vigorosa presenza di un simile materiale in una temperie informale si è fatto attento testimone attraverso alcune rassegne un critico che va ormai per la maggiore, Marco Tonelli. Ma non si può neppure dimenticare un diverso uso di questa materia quale viene praticato incessantemente da Luigi Ontani, che la restituisce a certe forme celebrative, erme, statue, mezzi busti. Si tratta di una pratica che si pone a metà strada, lontana dal brutalismo di specie informale, ma anche dalla vertigine del “tale e quale” promossa da Bertozzi & Casoni,
Venendo a loro, forse devono guardarsi da un eccesso di virtuosismo, dal compiacimento di sentirsi quasi delegati da Dio a rifare l’intera creazione. Non so per esempio se l’orso polare, clou della mostra modenese, immenso come l’animale selvaggio prigioniero in qualche gabbia di zoo, sia uno sforzo remunerativo. Forse meglio quando si danno a celebrare le minutaglie della nostra vita, per esempio, come spiega e descrive il catalogo della mostra modenese, quando il loro talento mimetico si dedica a rifare “cestini stracolmi di cartacce e lumache, pile di piatti sporchi, tubature”. E’ l’esaltazione del quotidiano, sul solco di quanto troviamo sia nel Joyce cultore delle epifanie, sia in un eroe della beat generation come Kerouac che dichiarava di avvertire l’esistenza di Dio perfino in una scatola di fagioli. I Nostri conducono la loro ricerca rendendo un omaggio integrale a tutti i prodotti di scarto, e nel modo più tangibile e reale.

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Letteratura

Il Gruppo 63 alla Spezia, 1966-2016

Si è concluso ieri sera, sabato 22 ottobre, un convegno svoltosi alla Spezia, nell’ampio spazio del Centro d’Arte Moderna e Contemporanea, CAMEC, volto a ricordare l’incontro che nella città ligure tenne, esattamente mezzo secolo fa, nel 1966, il Gruppo 63. L’evento è stato molto ben organizzato dall’Assessore alla cultura Luca Basile e dalla direttrice dei musei Marzia Ratti, che hanno convocato i protagonisti di allora ancora in vita, provvedendo anche a ideare i giusti sistemi per ricordare altri, presenti in quei giorni ma purtroppo in seguito scomparsi. Un primo interrogativo è stato di chiedersi perché mai la carovana del Gruppo avesse fatto tappa proprio alla Spezia. Io mi riconosco il merito di aver funzionato da “trait d’union” tra l’ieri e l’oggi, avendo collaborato con Basile e Ratti nel ricordare la prestigiosa rivista “L’eroica” che proprio in quel luogo ha avuto i suoi natali nel 1911. Ho partecipato sia alle manifestazioni per ricordare quell’evento importante, sia certi effetti derivati, come il concepimento di una mostra dedicata alle xilografie uscite da quel clima. Però ho dovuto confessare di non saper rispondere all’altro quesito. Ma niente paura, ho assicurato, il Gruppo 63 ha sempre avuto uno straordinario AD, amministratore delegato, nella persona di Nanni Balestrini, e dunque era a lui che, nel pomeriggio del venerdì, all’inizio di una sfilata di testimoni di quel momento, sarebbe toccato il compito di sciogliere l’enigma. Ma il nostro Nanni dichiarava onestamente che anche lui non si ricordava più chi e che cosa ci avevano portato in quel luogo. La risposta è venuta dal poeta visivo locale Franesco Vaccarone, che ha messo bene in risalto come fosse stato proprio l’eccellente clima di ricerche sperimentali verbo-visive esistente nel Golfo del Tigullio a propiziare quel raduno, anche con la benedizione della diffusa e onnipotente presenza di Edoardo Sanguineti, dalla sua cattedra e abitazione genovesi. Va detto “en passant” che il culto per questo loro grande concittadino da quelle parti si avverte ancora in pieno.
Quanto poi fosse accaduto in quei giorni, che cosa si fosse letto con relative discussioni, ricordarlo non è stato un problema, perché disponiamo da una dettagliata relazione stesa da Elio Pagliarani sull’Almanacco Bompiani dell’anno dopo, 1967. Nel che si ravvisa pure la modalità per far rientrare nell’intento celebrativo l’unico dei Novissimi che altrimenti non avrebbe tracce di presenza. Dunque, prima di tutto è venuta l’eterna questione della narrativa, l’eterno cruccio del Gruppo, o più in generale di ogni fronte sperimentale, incerto se concedere per questo genere letterario qualcosa ai diritti del pubblico e della leggibilità, o invece insistere su aspetti “illeggibili”, seminati di ostacoli. Qui si inserisce l’apporto di Francesco Muzzioli, che ha avuto delega da Gaetano Testa, impossibilitato a muoversi, e dalla vedova dello scomparso Roberto Di Marco, di leggere brani dei romanzi cui allora stavano lavorando. E’ risultato che i due membri della cosiddetta Scuola di Palermo non marciavano esattamente sulla stessa linea. Testa, in “Cinque”, che stava elaborando, fornisce brani rientranti in un “main stream”, ovvero in una “corrente di coscienza” che afferra in voluto disordine frammenti di percezione, stati d’animo, incontri occasionali. Di Marco invece, in “Fughe”, come dice il titolo stesso della sua opera, “fuggiva” dal quotidiano per affrontare una sorta di romanzo di avventure, volto a rivisitare temi e situazioni di una narrativa tradizionale, ma debitamente riveduta e corretta. Ovvero, egli praticava il “metatesto”, caro in particolare e sostenuto a spada tratta dallo stesso Sanguineti. Come dire che la narrazione gioca con se stessa, si propone in termini problematici, un indirizzo poi confermato magnificamente da un ultimo suo contributo prima di andarsene, “La donna che non c’è”. Ma a questo modo riesce possibile menzionare altre due presenze significative di quel raduno, Rossana Ombres, che in “Principessa Giacinta” propone anche lei lunghe sequenze di una figura femminile rivolta a indagare su se stessa, inanellare ricordi vicini e lontani, in questo caso identificandosi addirittura con la moglie di Martin Lutero. Comunque, cose da “daseinanalise”, da psicopatologia della vita quotidiana. Invece l’altra presenza femminile, Alice Ceresa, con la sua “Figlia prodiga”, giocava evidentemente la carta “concettuale” di una narrazione paradossale che mette in tavola un ragionamento volutamente cavilloso, ovvero, il racconto si fa da se stesso, e siamo davvero nell’ambito del “meta”, della narrazione al quadrato. Insomma, un testo che sarebbe da rilanciare, da mettere in correlazione con certi tentativi di narrazione “concettuale”, ipotetica, paradossale, sperimentati da un Baricco o da un Pincio. Da notare poi, l’opportunità che in quell’incontro si desse voce a due donne (ottima lettura dei loro brani condotta da Roberto Alinghieri) in un momento in cui la quota riservata ai colletti rosa risultava del tutto esigua e deficitaria. Certo è che il trend, il “main stream” allora dominante statisticamente era a favore dell’analisi coscienziale, ovvero di un racconto “fatto di niente”. Conferme sono venute da altre letture, Rosemary Liedl, moglie ed esecutrice testamentaria di Antonio Porta, ha letto un brano del romanzo, “Partita” cui allora l’autore stava attendendo, e anche qui, minuzie, registrazioni psicosomatiche, al confine con esperienze oniriche. Che era il clima pure di un saggio in prosa di Vincenzo Accame, riletto dal fratello Felice. Ma si è sperimentali, come allora lo erano tutti gli aderenti al gruppo, se si crede all’incrocio dei generi, e dunque da Porta ad Accame la stesura di brani “lunghi” in prosa veniva alternata da un’occupazione della pagina con segni in libertà, con lettere sciolte dal contesto, sciamanti in maniera caotica nel foglio, magari pure affidate alla chirografia, alla scrittura a mano. Infatti una delle peculiarità di quell’incontro è stata di prestare molta attenzione a queste intersezioni, al punto da procurare il matrimonio con gli aderenti dell’altra formazione, che proprio per distinguersi dalla concorrente si era data un obiettivo più lungo, chiamandosi Gruppo 70. Infatti alla Spezia comparvero in forze Lamberto Pignotti e Lucia Marcucci. Il primo ha parlato per sé e per la collega, impossibilitata a venire dallo stato di salute. Ma le parole non coprono l’aspetto visivo, e dunque si è sentita la necessità che la rievocazione fosse pure appoggiata a una mostra, dal titolo ambizioso “Da un’avanguardia all’altra”, proprio per significare un simile incontro tra prove verbo-visive di membri del Gruppo 63 ed altre più specializzate degli adepti del 70, del resto gli uni e gli altri procedenti verso traguardi sempre più sciolti, verso una prospettiva che a un certo punto ha preso pure il nome di poesia simbiotica, basata su una coesistenza di lettere e grafismi più informi, arricchiti anche da macchie, chiazze cromatiche, come testimoniato anche dal caso del genovese Luigi Tola. Il che del resto è avvenuto di recente nelle prove sempre più convinte stese da Nanni Balestrini, che a lungo ha operato incroci tra immagini rubate al museo e brevi, incalzanti cartigli. Poi anche lui ha fatto sgocciolare su un tappeto di scrittura larghe macchie di inchiostro tipografico.
Se senza dubbio è stato interessante questo convergere da vari fronti verso il comune territorio del verbo-visivo, forse però l’aspetto più innovativo di quel convegno è stato che molti avvertissero come le soluzioni cartacee erano ormai insufficienti. L’elettronica stava facendo passi da gigante, e dunque anche le fonazioni e le relative performance gestuali potevano “restare”, affidate a nastri capaci di raccogliere in sé tutti i possibili dati visivi e sonori. Da qui, l’espansione gioiosa delle sonorità, delle urla incalzanti di Patrizia Vicinelli, mentre anche Amelia Rosselli, pur non rinunciando a una orchestrazione di parole e immagini ben calcolata, rendeva più incisivo il prodotto risultante affidandolo alla recita. Adriano Spatola stava meditando il grande balzo in avanti che tra poco avrebbe affidato al saggio “Verso una poesia totale”, stabilendo un geniale tandem innovatore con il talento beffardo, dissacrante di Corrado Costa, Tutto questo germinare di nuove vie è confluito negli anni in una serie di documenti raccolti in un ricco archivio da Daniele Rossi, che infatti, nella sera del venerdì 21, ha potuto proiettare lunghi brani di questo materiale di svolta. Infatti, sia nel resoconto di Pagliarani, sia in quello fornito da un partecipante d’eccezione, Umberto Eco, compare la percezione che fossimo in presenza di una frontiera, di un salto generazionale. Era in arrivo una avanguardia “terza”, che fuggiva in avanti, a preannunciare che stava terminando l’età dell’oggetto, della merce, del consumismo frutto della civiltà industriale. Stava arrivando il ’68 dove alla fabbricazione industriale si sarebbe sostituita la onnipresente e diffusa onda elettronica, sarebbe nato il “villaggio globale”, tutti ci saremmo sentiti coinvolti in una stessa rete. Ricordo che tra i meriti di Eco c’è stato quello di aver definito la prima avanguardia come la generazione dei Figli di Vulcano, poderosi, titanici. Noi, di una seconda generazione, eravamo invece i figli di Nettuno, freddi, compassati, in linea con l’asciutto, asettico universo oggettuale. Poi, e questa è definizione mia, sarebbero venuti i figli di Eolo, del Dio dei venti, la produzione letteraria sarebbe divenuta fluttuante, sganciata dal supporto cartaceo. In questo senso il coronamento della riunione è consistito nella possibilità di riportare in scena chi allora era stato salutato come l’ospite più sconvolgente e innovatore, da accogliere con entusiasmo o invece con riti di scongiuro e di condanna, Gian Pio Torricelli, che del resto aveva provveduto da solo ad andare oltre il limite, a passare il segno, a uscire del tutto da un ambito di normalità per affondare in uno stato di disagio mentale che lo obbliga tuttora a vivere in casa di cura. Un parente è riuscito a riportarcelo, e in definitiva dalla sua bocca è uscito un rivolo di creazione verbale, quasi come un baco da seta riesce a metter fuori un esile filo. C’è stato dell’altro, in quei due giorni, ne potrò riparlare una prossima volta, sperando che gli eccellenti organizzatori possano concentrare in un volumetto i vari discorsi, compresa una tavola rotonda finale diretta da Antonio Gnoli, che ci ha fatto tutti “straparlare”. Sarebbe però necessario che il corpo saggistico a stampa fosse integrato con un dischetto riportante le testimonianze di poesia orale. Quanto alle immagini verbo-visive, per queste c’è un catalogo, e la visibilità ne è garantita per alcuni mesi, negli ampi spazi del CAMEC.

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Attualità

Domenicale 23-10-16 (Bersani)

Mi piacerebbe in questo e nei prossimi Domenicali passare al setaccio alcuni dei più tipici esponenti del fronte del no. Cominciò dalla figura forse più dubbiosa e amletica di Pier Luigi Bersani, un leader politico nel complesso simpatico e generoso, anche per l’attaccamento che continua a dichiarare alla “ditta”, così che il suo no si stempera, come maliziosamente gli ha obiettato Crozza, in un “ni”. Questa sua indubbia generosità si è vista quando, sul finire del 2011, aveva la palla a suo favore. Se si fosse andati al voto allora, i sondaggi davano il Pd per vincente, e duqnue lo proiettavano alla testa del governo, ma lui capi che far entrare l’Italia in una accesa campagna elettorale, in quel momento di crisi economica alle stelle, forse avrebbe provocato il tanto temuto “default”, e dunque accolse volentieri, con sacrificio personale, la soluzione interlocutoria proposta da Napolitano, col governo Monti. Successivamente, quando fummo davvero di fronte ad elezioni politiche, ancora una volta aveva il boccino in mano, dato che lo statuto del Pd prevede che il segretario nazionale sia anche il candidato naturale al governo, e invece egli volle affermare la precedenza del metodo democratico delle primarie, anche se sapeva bene che gli esiti di quelle pre-elezioni gli sarebbero stati favorevoli, come infatti fu. Ma poi ha cominciato a sbagliare, ha lasciato la romana Piazza S. Giovanni, tipica delle riunioni di massa della sinistra, a disposizione per la chiusrua della campagna elettorale alla forza antagonista dei Cinque Stelle. Una sua sconfitta è stata la proposta della candidatura Prodi per la presidenza del Consiglio, non indagando a fondo su chi erano i cento franchi tiratori. E soprattutto, senza arrendersi al primo colpo, poteva far votare scheda bianca a un successivo passaggio e intanto contattare i singoli votanti per capirne a fondo le ragioni e chi c’era alle loro spalle. Poi ancora c’è stata l’ostinazione nel voler andare a un dialogo con i Cinque Stelle, quasi con risoluzione masochistica a farsi male da solo. Renzi a sua volta è stato corretto, non ha giocato allo sconquasso, una volta sconfitto alle iniziali primarie, non se n’è andato dal partito sbattendo la porta, è rimasto nelle file degli aderenti attendendo il suo turno, che poi è venuto con le conseguenze che tutti sanno. E’ vero che anche Bersani, come dicevo in apertura, non manca mai di predicare la sua determinazione a rimanere nella “ditta”, ma questo a poco serve se poi ne rende insostenibile l’esistenza, come sarebbe nel votare contro una decisione presa a maggioranza. Se non gli piace l’attuale maggioranza, non se ne può chiamare fuori a suo piacimento, deve attendere la prossima “conta” e certo, può manovrare a proprio favore, ma al momento votare per il no sarebbe proprio l’atto più distruttivo nei confronti della ditta cui predica di essere così affezionato, e gli si può credere, ma allora deve agire di conseguenza.

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Arte

Nespolo, l’arte di scannerizzare il mondo intero

Questa volta l’ormai tradizionale visita virtuale della domenica va a Catania, Fondazione Puglisi Cosentino, dove è esposta una sfilata di opere di Ugo Nespolo (1941), artista che peraltro seguo con amicizia e consenso da ormai mezzo secolo, da quando alla metà dei Sessanta, in una Torino quanto mai vivace e piena di presentimenti, che si preparava ad aprirsi allo spirito Pop, o addirittura al “concettuale”, preparando così un humus in cui tra breve sarebbe sorta l’Arte povera. Gli erano al fianco Pistoletto, Gilardi, Mondino, tra i quali solo il primo sarebbe stato pronto a cavalcare il poverismo, mentre gli altri se ne ritrassero. Nespolo in quel momento marciava con grande ardore sperimentale. Mentre pigio sui tasti del computer ho davanti agli occhi una sua opera di quegli anni che sta a indicare la sua adesione al duchampismo, ma è anche un preludio delle opzioni future. Infatti sono tre blocchetti lignei coperti di scrittura, in cui è l’annuncio dello spirito combinatorio-associativo destinato a divenire la cifra dominante adottata in seguito da Nespolo e mai smentita, ma quei dadi sono tenuti insieme da un rozzo e brutale morsetto metallico, secondo la nudità propria del ready-made, In seguito Nespolo ha avuto una evoluzione in senso contrario al poverismo che si sarebbe insediato nella città sabauda, imbracciando invece una tendenza oppositiva, e contribuendo a farmi accarezzare l’idea di contrapporre al “povero” in via di affermazione il suo esatto contrario, una oscillazione pendolare verso il “ricco”, secondo la fiducia nell’inevitabilità dei ritmi alterni che mi ha sempre caratterizzato. Credo che proprio in dialogo con lui sia nata l’idea di abbracciare il concetto della “Ripetizione differente”, ovvero del culto, della “ripetizione” del passato, pur di nutrire la consapevolezza che non si può mai riprendere il passato secondo la modalità del “tale e quale”, ma occorre introdurre un indice di straniamento, di distacco dalla copia pura e semplice. Poco dopo, 1974, veniva la mostra proprio intitolata a quel modo, “La ripetizione differente”, che Giorgio Marconi ospitava nella sua galleria milanese, accettando poi, appena due anni fa, la mia richiesta di riproporla. E beninteso Nespolo fu presente, in quella iniziativa, con la soluzione cui era ormai giunto in misura stabile. Il suo recupero dal passato andava alla tecnica musiva, cioè all’idea che l’immagine potesse nascere dall’incastro di tanti pezzi staccati, così da dover parlare, più propriamente, di un rilancio delle tarsie lignee, o in alabastro, o in tanti altri materiali pregiati, Naturalmente doveva pur inserirsi, anche nel caso di Nespolo, il connotato della differenza, e dunque la sua pratica prevedeva che le “tessere” fossero fatte di materiali in linea con la tecnologia dei nostri giorni, e che le forme risultanti si ispirassero a stereotipi, miti, figure dell’attualità. Ma soprattutto, quello che contava era il rinunciare alla profondità spaziale, l’allineare le piastrelle, celebrando il ritorno alla “flatness” proprio di tutte le procedure dell’arte di specie “primitiva”, o pre-moderna. Nespolo insomma portava un contributo decisivo al grande arco storico che si stava disegnando dal pre- al post-moderno, anche sotto gli autorevoli auspici del da me sempre amato McLuhan, cui si deve la geniale intuizione che i pixel del linguaggio televisivo, o dell’elettronica in genere, sono appunto consustanziali rispetto alle tessere musive, e ci sta pure in mezzo il passaggio attraverso il divisionismo di Seurat. Il mosaico medievale risorge insomma, prima, nel retino fotolitografico, poi nella danza dei pixel tipici del nostro universo, Starà poi agli artisti decidere se celebrare il “puntino”, alla maniera di Lichtenstein, o dare invece una qualche estensione all’unità spezzata, secondo la modalità cara a Nespolo. Ma il principio è lo stesso, e tanto peggio per i critici che magari celebrano l’artista statunitense e gettano pietre contro il suo equivalente nostrano, Ma in definitiva uguale in entrambi i casi è l’abbondanza con cui hanno fatto ricorso a un simile accorgimento, che gli ha concesso di valersi come di uno scannerizzatore, con cui andare a scomporre, a sbocconcellare tutta la realtà circostante. Nespolo in particolare ha dimostrato una bramosia incontenibile, dando il via a un processo di traduzione universale. Non c’è oggetto, logo, immagine pubblicitaria del nostri giorni che si sia salvato da questa aggressione parcellizzante. Per realizzarla, Nespolo ha impiantato una “factory”, col che viene suggerito il rinvio a un altro campione della Pop statunitense, Warhol, nei cui confronti si è assai più indulgenti rispetto al suo emulo di casa nostra. Allo statunitense si perdonano le infinite riprese e varianti operate sulle foto di personaggi illustri, al Nostro, invece, si è implacabili nel declassarne le “ripetizioni differenti”, nel condannarle considerandole costituenti una merce fin troppo facile, buona per le aste, per i palati accomodanti. La critica che conta ama la sterilità, l’artista, poniamo un Castellani, uno Spalletti, che per tutta la vita non fa che ridarci una medesima soluzione, con rare e asfittiche variazioni. Mentre l’accanirsi a mutare, a ingurgitare sempre nuovo cibo, a trarre nuove battute di spettacolo, questo sembra filisteismo allo stato puro. Un simile atteggiamento sprezzante e liquidatorio ha colpito altri artisti venuti dopo Nespolo, penso ai casi di Marco Lodola e di Fabrizio Plessi, cui invece non è mai mancato il mio appoggio. Anche se, certo, una qualche moderazione nel fornire una profusione di copie è pur consigliabile, anche per le leggi del mercato, non è opportuno che questo sia invaso da un eccesso di prodotti simili. Ma sempre a stare al confronto con i grandi eventi della Pop statunitense, non si vede perché si debba celebrare la “factory” di Warhol, e invece ignorare l’altra di pari vastità realizzata dal nostro artista, che del resto anche in questo ambito si è affidato al suo sistema associativo, assemblagista. E’ partito da un solo appartamento, in uno stabile ben collocato, a lato di una delle entrate della Stazione di Porta Susa, poi, poco alla volta, ha acquistato gli appartamenti contigui, a fianco, di sopra, di sotto, e ora dispone di una suite di innumerevoli stanze, saggiamente ripartite tra l’atelier vero e proprio, il salone espositivo per i clienti, salette di proiezione, biblioteca, museo delle proprie glorie. Insomma, anche su questo versante ritroviamo l’idea del mosaico, del procedimento per felici giustapposizioni.
Ugo Nespolo, “That’s Life”, Catania, Fondazione Puglisi Casentino, fino al 15 gennaio.
giustapposizioni.
Ugo Nespolo, “That’s Life”, Catania, Fondazione Puglisi Casentino, fino al 15 gennaio.

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Letteratura

Dittico per Camilleri

Andrea Camilleri è consapevole del rischio che il suo enorme successo, tale da porlo quasi in permanenza al primo posto tra i romanzi italiani più venduti, resti affidato alle gloriose imprese di Montalbano, col loro carattere nazional-popolare. E dunque, tenta assaggi e incursioni in altri campi, in cui forse è da cercarsi il meglio della sua industriosa officina. Per esempio, nella “Scomparsa di Patò” sa montare un’abilissima inchiesta, senza cadavere, attorno all’ingegnosa fuga dell’eroe di quella storia per saltar fuori da una situazione che gli potrebbe diventare assai pericolosa. In calce a quanto vado a scrivere tra poco incollerò un caso analogo, una felice incursione che Camilleri compie nel passato della sua amata Sicilia, richiamandone una vicenda tra la storia e la leggenda, oltretutto quasi per intero affidata al dialetto che si parlava, e si parla tuttora da quelle parti. Questo mio convinto elogio, che magari sarei più cauto a riservargli per le vicende poliziesche pur premiate da un consenso unanime, vuole essere anche un piccolo risarcimento a un gesto magnanimo che Camilleri mi ha rivolto. Infatti, issato al più altro grado degli autori chiamati a rappresentare la sicilitudine, e dunque incaricato dal “Corriere della sera” di introdurre una serie di commedie pirandelliane date in allegato, ha rivolto a un piccolo e dimenticato personaggio come lo scrivente una menzione d’onore per un mio lontano titolo di benemerenza, l’aver ricordato che l’autore di Agrigento fu tra i primi a superare la “barriera del naturalismo”. Questa prova eccellente, “La rivoluzione della luna”, era stata da me lodata alla sua uscita, ma il brano positivo era rimasto tra le mie carte, e dunque ora sono ben lieto di proporlo. Mentre, ahimé, mi ero pronunciato duramente a proposito di “Il tutto mio”, uno dei più infelici tentativi del Nostro di prodursi in storie d’altra natura. Ora egli torna alla carica con “Noli me tangere” (Mondadori), dove a dire il vero non mancano di comparire le valide armi del giallista di razza, ma subordinate ad altri scopi, attente fra l’altro a evitare il passaggio obbligatorio per la presenza di un cadavere. Si conferma senza dubbio in lui il fine indagatore sulla psicologia umana, ma esentata, questa volta, dall’obbligo di giungere a un colpevole. O meglio, la “colpevole”, Laura Garaudo, in realtà è persona del tutto pregevole ed encomiabile in quanto si muove pro domo sua, inseguendo un ideale di perfezione finale. Anche in questo caso al centro della vicenda c’è una scomparsa, come quella di Patò, seppure in ben diverso ambiente. Là, eravamo immersi in uno sfondo campagnolo e provinciale, lo stesso in cui si muoveva l’eroe della vicenda. Laura invece viaggia ad alto livello, è sposata a tale Mattia Todini, dichiarato scrittore di chiara fama, ma debole, incapace di domare la compagna, cavalla pazza, donna disuguale, ad alti e bassi, per un verso ardente di vita, pronta a mille avventure sessuali, con una lunga serie di amori per lo più provvisori e di breve durata, che però non le impediscono di mantenere un certo affetto per il marito. Comunque, è lei il punto di riferimento centrale, il caso clinico da sottoporre ad analisi, per le sue discontinuità, per il fatto che talora ci appare fin troppo piena di vita, ma poi subentrano strani vuoti, cadute in uno stato di abulia, di disaffezione totale. In quei casi lei stessa si dice affetta da una sorta di ghibli. E poi la protagonista sparisce, il che consente a Camilleri di rientrare nel suoi panni soliti, affidando a un bravo e solerte commissario Maurizi il compito di calcare le orme di Montalbano. Ma questa volta non c’è perspicacia del detective che tenga, dovunque ci si ritrova davanti all’enigma. Laura se n’è andata con la sua auto, ma poi questa si ritrova sprofondata in un dirupo, senza il cadavere a bordo, e pare che sia stata la stessa guidatrice a spingervela. Quindi ancora salta fuori la sua borsa, ma in mare, sulla sponda dell’Adriatico, eppure neanche qui emerge un cadavere. Un’ indagine sul suo passato, di allieva modello in storia dell’arte all’Università di Bologna, porta a scoprire che nella tesi di laurea ha rivolto la sua attenzione in modo magistrale a un dipinto del Beato Angelico, il “Noli me tangere” che Cristo, appena risorto, intima alla Maddalena, desiderosa di ristabilire un contatto corporale con lui. Resta dubbio il significato da dare a quel motto riportato dal Vangelo di S. Giovanni, ma nel nostro caso esso vale a indicare alla perfezione uno dei due volti di Laura, per un verso pronta a darsi, anzi, a “sdarsi”, senza ritegno, ma per un altro presa da subitaneo disgusto verso il prossimo, chiusa in una corazza di estraneità. La soluzione è di carattere mistico, e dunque del tutto aliena rispetto alla facile e obbligatoria china del giallista patentato. Questo bisogno di purezza, di solitudine da parte dell’eroina la porta a seguire un santone, tale Wilson Seixto: come prendere i voti, entrare in convento. Per sua espressa ammissione Camilleri si dice influenzato dalla commedia più nota di Eliot, “Cocktail party”, però, in questa fase di buonismo, non lo segue nell’esito estremo, dato che là la protagonista, anche lei nauseata dai vili commerci con una Londra “á la page”, cerca il ritiro mistico, ma trovando la morte ad opera di una irruzione di selvaggi, qui invece non resta che lasciare la protagonista al paradiso terrestre che si è voluta concedere. Ma in definitiva il romanzo vive nella trama, pur esangue e intermittente, delle ricerche che muovono a ventaglio nel tentativo di dare una risposta alla misteriosa scomparsa. Forse era meglio che non ci fosse una conclusione e che la vicenda si perdesse nel nulla. Insomma, siamo in presenza di un’opera alquanto scucita, incerta, che non costituirebbe una valida alternativa al Camilleri più noto e popolare. E’ dunque opportuno da parte mia accludere qui di seguito un resoconto molto più positivio dell’altra storia.
Devo compiere un atto di riparazione nei confronti di Andrea Camilleri, che su un numero dell’”L’immaginazione” ho gratificato di un !pollice verso” approfittando di un suo momento di défaillance, fornito da una prova insolita e decisamente infelice quale Il tuttomio. Non mi pare di averla vista recensita da altri, più indulgenti di me verso un autore che resta comunque un eccellente campione nel filone della paraletteratura. Filone di grande importanza, anche se non gli si possono assegnare del tutto i galloni della serie A. Ma vi si trovano figure di grande peso come i giallisti di cui Camilleri è degno erede nel nostro Paese, tra cui, per esempio, Georges Simenon, pure lui, come il Nostro, capace di fare valide sortite fuori dalla comoda casella del poliziesco. Su questo fronte suscettibile di una buona accoglienza ora Camilleri ci ha dato un’operina perfetta, nei suoi limiti di favola ben costruita, dove tutti i dati, presenti altrove con qualche scompenso, vanno a posto, funzionano a meraviglia. Mi riferisco a La rivoluzione della luna (Sellerio), che potrebbe classificarsi come romanzo storico, ma anche qui conviene anteporre un “para” pronto a far deviare il tutto verso una dimensione di favola. Storia sì, ma estratta da un episodio oscuro di un Seicento siciliano, già di per sé epoca dai lineamenti cupi e malcerti. Pare, ma non se ne ha sicura testimonianza filologica, che tra un vicerè e l’altro inviato dal Re di Spagna si sia inserita la moglie del defunto Angel de Guzmàn, tale Donna Eleonora de Mora. La incerta esistenza del personaggio permette all’Autore di farne appunto un miracolo di bellezza, saggezza, giustizia, come vogliono le favole o le utopie, tanto, chi potrà intervenire a smentire? E’ proprio come un raggio di luna che si inserisce in una notte di grevi vicende, a illuminare una sicilitudine oppressa da ogni vizio e sopruso esercitato dai potenti ai danni dei deboli. Il fatto che la vicenda si iscriva in un ambito di atrocità e nequizie giustifica perfettamente il ricorso al dialetto. E’ giusto che i loschi figuri, che qui si agitano e ne fanno di tutti i colori, pur appartenendo in genere alla classe elevata, si esprimano in dialetto dalla prima parola all’ultima, col solo intervallo del perfetto castigliano messo in bocca a Donna Eleonora. In tutto questo c’è un vantaggio, rispetto alla dimensione linguistica delle inchieste del commissario Montalbano, dove il dialetto risulta come una enclave insinuata più che altro per farci divertire, ai danni dei soggetti inferiori che popolano le vicende. Qui il buio, anche linguistico, dei pupi che recitano spietatamente la loro storia domina sovrano, come una maschera che nessuno si toglie, né lo fa l’Autore per venire in aiuto alla nostra incompetenza. Il primo segno di questo microcosmo privo della luce della ragione viene proprio dal vicerè, che arriva a Palermo alto e smunto, ma poi si contagia per i veleni sprizzanti tutto attorno a lui, divenendo grasso e malaticcio oltremodo, fino a morire di pinguedine. I furbi membri del Sacro Regio Consiglio ne approfittano per continuare a inanellare provvedimenti, come se nulla fosse successo. Ma poi hanno la doccia fredda di apprendere che il viceré per testamento ha tramandato i poteri a quel virgulto di probità rappresentato dalla moglie, pronta a sostenere la lotta contro i reprobi e corrotti di ogni specie. Purtroppo, come succede nelle favole, le trame dei malfattori risultano attraenti e gustose, pur nella loro ignominia, come quella di trasformare un ospizio per fanciulle orfane e innocenti in un raffinato bordello cui i nobili accedono liberamente, e se per caso una di quelle fanciulle resta incinta, meglio sopprimerla, secondo le collaudate ricette delle storie conventuali. Infatti Camilleri, en passant, farcisce la sua vicenda con tutti i capitoli provenienti dalla tradizione del romanzo “nero”. Siamo a una rivisitazione del gotico inglese di fine Settecento, come risulta dal capofila dei malfattori e malversatori, il vescovo Turro de Mendoza, capace di ogni crimine, pedofilo incallito, astuto e indefesso accumulatore di denari. Quando poi viene ricattato da una sua vittima, finge di sottostare al ricatto ma, con un accolito, mette in atto una trappola sanguinosa che prevede la soppressione di colui che ha osato andargli contro. Il quale però si è cautelato rilasciando un atto di accusa a priori, nel caso che fosse scomparso e non rientrato a domicilio.
Tra le forze del bene e della luce, Donna Eleonora, e quelle del male, il vescovo di Palermo, si ingaggia una lotta a oltranza, con colpi di ingegno o di forza da una parte e dall’altra. Nella storia, ahimé, certamente prevalevano i cattivi, qui, in regime di favola, vince la forse mai esistita Donna Eleonora, che però viene richiamata in patria. Il tenue raggio di luna è di breve durata.

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Attualità

Domenicale 16-10-16 (Corriere)

Naturalmente il tema del giorno non può non continuare ad essere l’incombente referendum. A proposito del quale peccano di ipocrisia o di inutile buonismo coloro che invitano a sottovalutarlo, a tenere il senso della misura, a non creare inutilmente un clima di tensione e di scontro. tra questi c’è stato addirittura Fontana, il direttore del “Corriere”, e anche un suo fondista di riguardo come Polito. Di fatto, non ci si batte per nulla attorno alla questione referendaria. Se così fosse, se si potesse mantenere un clima pacifico e collaborativo, sarebbero giuste e pertinenti le osservazioni che mettono in luce talune difficoltà della legge, e la necessità di formulare meglio certi passaggi. Ma inutile far finta di niente, la vera posta in gioco è la sopravvivenza o meno di Renzi, in cui si individua la carta che è venuta a scombussolare i giochi quali si sono tenuti nel nostro Paese lungo interi decenni, per cui è ridicola l’accusa, magari avanzata anche a fin di bene, dallo stesso Napolitano, circa l’errore tattico che il capo del governo avrebbe commesso nel porsi al centro del dibattito, Del tutto inutile che ora tenti di fare un passo indietro, è lui la vera posta, e appunto chi finge di non capirlo commette quanto meno un errore di ingenuità. Siamo di fronte a un evento che si potrebbe definire addirittura rivoluzionario, come di simili se ne sono verificati pochi nella nostra storia precedente. Ci sono due battaglie in corso, entrambe per cercare di sbalzare di sella quel cavallo dinamico corrispondente all’avvento di Renzi. Una di queste battaglie avviene in casa al Pd, e si combatte tra gli eredi del postcomunismo, i vari D’Alema, Cuperlo, Bersani, lasciamo perdere le sfumature che li distinguono, ma sono tutti accomunati dalla consapevolezza di essere gli eredi di una situazione che ha dominato dal dopoguerra la sinistra, e che ha schiacciato sotto il suo pesante tallone la socialdemocrazia, tenendola tutt’al più in posizione di inferiorità. Il che ha impedito di conseguenza alla sinistra di andare al governo, da noi, come invece formazioni più o meno socialdemocratiche hanno potuto farlo nel maggiori Paesi dell’Occidente, USA, Inghilterra, Francia, Germania. Anche da noi la sinistra è riuscita ad andare al governo, ma con leader balzati fuori non dall’ortodossia postcomunista, come Prodi e ora Renzi. E c’era riuscito pure Craxi, seppure impedito di fare blocco col Pci per l’ostilità preconcetta che questo nutriva contro la rivolta di quell’infimo sottoposto che osava ribellarsi contro il padrone, obbligando di conseguenza Craxi a rifugiarsi nelle braccia stritolanti della Dc. Ora trovo che siano del tutto insensati i figli di Bettino a non capire che il fronte del sì è il vendicatore del loro padre. Dall’altra parte, la reazione è in gran parte simile, ovvero il blocco di centro-destra, erede della DC, assiste stupito, irato, sconvolto nel vedere che gli si leva contro una formazione non più facilmente contenibile, come avveniva col fronte postcomunista, cui bastava gettare nelle fauci qualche contentino, qualche consociativismo, ma non tale da scalfire il predominio della conservazione. Ora la sinistra, avendo imboccato il giusto sentiero della moderazione, fa sul serio, corrode ai fianchi il blocco abituato a una propria comoda egemonia, e dunque bisogna stroncare sul nascere quella insidia, Renzi deve cadere, dopodichè c’è speranza di tornare ai tempi di prima.

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Arte

Laurina Paperina e i suoi provocanti cartoons

La visita virtuale di questa domenica si spinge non molto lontano, a Trento, e precisamente allo Studio Raffaelli, dove espone una giovane artista, Laurina Paperina (1980), multiforme ma nello stesso tempo solidamente incentrata su un nucleo di evidente originalità. Io, con i colleghi del gruppo di “videoartyearbook”, l’ho già inserita molte volte nelle nostre rassegne, e con grande successo. Vi rappresenta il versante delle creazioni in studio, con l’aiuto della computer graphic, a sfida dei cartoons. In patcolar modo, Laurina ci dà l’antistrofe della stucchevole serie di Peppa Pig. Quanto quelle immagini sono stancanti per il loro ostentato buonismo, adatte a un kinderheim, effettivo o di adulti regrediti all’infanzia, altrettanto le elaborazioni di Laurina, pur valendosi di una medesima scioltezza, sinteticità ed essenziale policromia, sono perverse, feroci, provocatorie, basti pensare al ciclo del “Caccolaman”, oppure all’altro dove risuona di continuo una sferzante bestemmia, “Ziopork”. Ma il pregio della Nostra è di non lasciarsi incastrare in una sola versione. Intanto, queste immagini così bene scandite potrebbero venire vergate su pareti di edifici, in una street art che eviterebbe gli stucchevoli figurativismi di molti dei suoi adepti, o anche il troppo austero bianco e nero di Bansky. Ma Laurina non disdegna di approdare su superfici più convenzionali, brevi fogli cartacei che catturano i suoi mostriciattoli, e compensano il loro ridotto formato con l’avvertenza di addensarsi in folti stuoli, a grappolo, quasi con un fenomeno di cariocinesi, di moltiplicazione, che oltretutto lascia alla disponibilità degli allestitori se decidere di stringere quella fitta popolazione o di allargarla amacchia diffusa. Accanto al supporto cartaceo, qualche volta ne entra in scena uno più solido, ma trovato anch’esso in una materia congeniale a versioni “popolari”. Si tratta di brevi superfici di ceramica, quasi cocci, simili a degli ex-voto, da appendere religiosamente alle pareti. O no, dato che il loro contenuto è sempre malizioso-perverso, il risultato è di distendere sui muri una protesta laica, un repertorio di smorfie, di caricature, di manifestazioni del tralignamento, dell’irregolarità come regola assoluta. Ultima virtù da rilevare, il fatto che questa famiglia di volti minacciosi o accattivanti talvolta si sgrana in una sfilza di presenze solitarie, anche se raccolte a costituire come degli arcipelaghi, talaltra invece decide di praticare una regia di insieme, e allora, se vogliamo, siamo in presenza di un omaggio ai geni di assembramenti di questa natura, concepiti nel segno della follia più spinta. Si pensa a Bosch, a Brueghel, con la differenza, “ça va sans dire”, che la loro sacralità qui viene voltata del tutto in chiave Pop, corsiva, dissacrante.
Trento, Studio Raffaelli, fino al 10 dicembre

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