Arte

Il Racconto rosso di Matteo Montani

C’è senza dubbio un ritorno alla pittura, che si esprime in tanti modi, in genere fuori dalla vecchia disputa tra astratto e figurativo, partecipando piuttosto all’attuale clima di eclettismo, all’insegna, come amo dire, del concetto stabilito da Deleuze e Guattari di “plateau”, di una sorta di spazio intermedio sospeso tra tante correnti opposte che si bilanciano. Un valido protagonista di questa situazione enigmatica e polivalente è Matteo Montani, non per nulla già da me inserito in “Officina Italia 2”, del 2011, realizzata con gli amici Guido Bartorelli e Guido Molinari, e posta proprio all’insegna di questo oggi dominante “mittelglied”. Montani ha avuto altri validi garanti, come Gabriele Simongini, che ha pure avuto il merito di associarlo, in una mostra, a un vecchio leone di queste soluzioni di mezzo, tra il figurativo e l’astratto, qual è stato nel corso dei decenni Vasco Bendini. Ora nel ruolo di prezioso sostenitore di Montani interviene quell’eccellente talent scout che è Fabio Sargentini, pronto a fare della sua terza sede, della rinnovata incarnazione dell’Attico, un antro magico dove si conducono operazioni giustamente poste nel segno dell’ambiguità, fuori di ogni conformismo. E si aggiunge anche, nel catalogo della mostra, la testimonianza di un giovane critico, Marco Tonelli, che sta bruciando le tappe di una agguerrita entrata in campo. Montani si è specializzato in strane visitazioni di fenomeni cosmici, sul tipo di aurore boreali, di albe e tramonti sorpresi dal bordo di qualche astronave errante nello spazio, dentro o fuori della nostra atmosfera. Ora ci presenta un “Racconto rosso”, come se il nostro mondo fosse stato invaso da una palude di vernice appunto rossa, ma scossa da cadute di meteroriti, che sollevano dal liquido da loro percosso degli zampilli elastici. Si pensa, ma in una opposta scala cromatica di assoluto candore, alle gocce del latte, quando siano esaminate al rallentatore per studiare le leggi della gravità. Questo gioco al rimbalzo, all’innalzamento di guglie, di fragili campanili liquidi, l’artista lo protrae, lo moltiplica, ne ricava un paesaggio incantato, come di città turrite, di architetture arcane, che però evitano con cura ogni forma di solidificazione per insistere nel loro molle ritmo di rimbalzi. Come un deserto scosso da energie del sottosuolo che premono per venire a galla attraverso tante sorgenti, sottili, insinuanti, rampanti, pronte a dare una scalata al cielo, per parte sua invaso da tenebre propizie, assai utili nell’evidenziare per contrasto quelle invasioni ignee, sulfuree. Ma una volta venute a galla e salite ad altezze vertiginose quanto precarie, queste lingue dardeggianti cambiano stile, cessa il loro motivo di minuta aggressione verticale, come di tante agopunture praticate con siringhe dal minimo calibro, quasi per nascondere le ferite che malgrado tutto intendono infliggere. Salita in cielo, la materia liquida si raggruma, si rassoda in morbide masse, in nastri sontuosi, avvolgenti, rapinosi, che volendo potrebbero calarsi e smorzare tutto quel minuto dardeggiare di spilli che li minaccia dal basso. Il dipinto, insomma, si muta in un ampio scontro tra motivi verticali e altri invece maestosamente orizzontali, pur nella comune accettazione del “rosso” dominante, esteso a unificare questo animato balletto, a cui conviene un motto proverbiale, “e pluribus unum”, di cui si valeva un lontano progenitore di queste sinuose e intriganti calligrafie, Mark Tobey.
Montani, Racconto rosso. Roma, Galleria l’Attico di Fabio Sargentini, a cura di Marco Tonelli, fino al 20 gennaio. Cat. De Luca.

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Letteratura

Landolfi, una esasperata fisicità

Anche il tema di questa domenica (25-12-16) sta nella ricerca di materiali da far entrar nel mio contributo al numero sul Realismo magico, messo in cantiere dalla rivista “L’indipendente”. Nella scorsa domenica avevo accennato a un tema già da me saggiato, seppure di sfuggita. Infatti mi era già capitato di esprimere una piena adesione alla Morante per la sua “opera prima”, “Menzogna e sortilegio”, pur non arrivando certo a inserirla in una via maestra del contemporaneo e della relativa problematica. Si tratta infatti di una vicenda di amori estremi, disperati, patiti fino alla morte, da ricollegare caso mai a cupe vicende ottocentesche, ma riprese con lodevole energia. Invece non mi è mai capitato di parlare di Tommaso Landolfi, essendo stato messo in fuga, in qualche tentativo di leggerlo, da certi aspetti arcaicizzanti e cruschevoli del suo linguaggio, e anche dal dubbio che ci fosse in lui la forza di giungere alla lunga misura del romanzo. In effetti, il modo migliore per capire l’importanza di Landolfi sta nell’avvicinarlo tramite le sue “Più belle pagine”, scelte da Italo Calvino, in un denso volume BUR del 1989, con una valida postfazione in cui lo scrittore ligure si rivela assai più compreso del suo ruolo e competente rispetto a quando aveva affrontato, lui peso leggero, un peso massimo come il polacco Joseph Conrad. Giusto invece evocare sullo sfondo, per questo narratore, gli esempi “maledetti” di Barbey d’Aurevilly e di Villiers dell’isle-Adam. Ma mi chiedo se, risalendo per li rami di questa progenie infernale, non sarebbe il caso di pervenire a un apripista assoluto quale Edgar Allan Poe. Preciso ancora che, oltre ad apparirmi, una lettura per brani scelti, il modo migliore di approccio a Landolfi, sarei pure per lasciar perdere il tentativo del postfatore di procedere con articolazioni dall’incidenza dubbia, come la pretesa di distinguere tra racconti fantastici, ossessivi, dell’orrido, in quanto tutte queste sono categorie che si fondono e vengono a coincidere, nella fantasia esacerbata del loro ideatore. Infatti, al di là di preamboli o osservazioni di varia umanità, di cui Landolfi spesso è prodigo, quello che conta, in ogni suo racconto, è un nocciolo duro di qualche evento di orrida fisicità, sfuggente a ogni interpretazione accessoria, ma che vale invece proprio per la sua concretezza brutale, fino a provocare la nausea. Come succede subito in un primo racconto, detto “del lupo mannaro”, dove due amici dialoganti scoprono che dal caminetto è venuto fuori un corpo strano, di una materia che in sé sarebbe lucida, vitale, ma che un velo di fuliggine ha coperto e quasi spento. Ebbene, quello altro non è che uno spicchio di luna, e infatti il nostro satellite è scomparso dalla vista, chissà se riuscirà a risollevarsi, a liberarsi dalla scorza abbrutente e tornare a risplendere. Ugualmente orrida e raccapricciante è l’esperienza affidata a “Lettere dalla provincia”, dove il narrante riferisce di quanto gli è capitato di verificare di persona, che cioè in una comunità marginale o appunto di provincia gli esseri umani vanno in letargo, come gli animali delle scale biologiche inferiori. Capita di vederli imbozzolati in contenitori dall’aspetto dubbio e disgustoso, in attesa di un risveglio non del tutto probabile. In genere Landolfi ha una vivida capacità di provocare in noi le sensazioni allarmanti prodotte da incontri casuali con insetti, o animali comunque inferiori e tali da suscitare ribrezzo. Uno dei capolavori di quest’ordine è il racconto intitolato alle labrene, che però fungono solo da innesco alla vicenda. L’incontro con questi animaletti sfuggenti provoca una sorta di letargo nel protagonista, che viene addirittura creduto defunto, con l seguito di operazioni consuete in casi del genere. Questo è proprio il momento in cui Landolfi procede in totale parallelismo con Poe e col suo noto incubo di poter finire sepolto nella bara ancora vivente. Straordinari sono gli stati d‘animo del mancato defunto che si sente collocato nella bara, quindi racchiuso col coperchio, avvertendo pure le mosse di chi lo imbullona. Ci sentiamo solidali con lui in tutti gli sforzi per emettere qualche segnale di sopravvivenza. Accanto alle labrene, un analogo ruolo sconvolgente, allarmante è tenuto dai topi, con cui in varie occasioni i protagonisti di questi racconti intrattengono lotte a più riprese, magari con l’aiuto di qualche rappresentante della famiglia animale “più fedele all’uomo”, cioè di qualche cane, però suscettibile di avvertire insieme col padrone i medesimi sentimenti di orrore e di schifo estremo. Da notare che non ci sono diaframmi separanti, epidermidi di contenzione, tali da fornire uno schermo, ai contatti più rivoltanti. L’estremo materialismo cui Landolfi si concede prevede che le pelli di persone e animali si possano squarciare e che le interiora si affaccino all’esterno, magari in filamenti che solcano i pavimenti, lasciandovi tracce ambigue e indecifrabili. Si aggiunga che neppure la bellezza femminile è immune da rischi del genere. In “un petto di donna” un giovanotto galante, avendo salvato da un pericolo tranviario una giovane in apparenza avvenente, chiede come compenso il diritto di baciarle un capezzolo, ma questo si rivela ripugnante, come avvicinare le labbra a qualcuno di quegli animali importuni e rivoltanti di cui queste pagine sono sempre pronte a comunicarci l’orrore di contatti. Ma il record in questa scala di esperimenti orrorifici si raggiunge nel “Mar delle blatte”, quando un bastimento, su cui si svolgono eventi non proprio notevoli, e anzi improntati a quelle tecniche digressive e spiazzanti cui Landolfi troppo spesso cede, viene cinto d’assedio da una torma di scarafaggi, pronti a moltiplicarsi, a infittirsi, a far nereggiare la distesa delle onde, e del resto gli orripilanti insetti non rispettano i bordi della nave, ma la invadono, procedono inesorabili alla sua intera occupazione. Probabilmente in linea con queste invasioni aliene può essere posto anche l’incontenibile vizio del gioco da cui il nostro autore si dichiara oppresso, soffocato, fino a meditare la liberazione con l’atto del suicidio. Ma anche nell’immaginare l’attuazione di questo gesto estremo l’ideatore ci mette un bel quantitativo di fisicità repellente, scostante: si immagina caduto in una foiba, non morto sul colpo, ma rimasto ridotto a mal partito, a contatto con pareti coperte di muffa e percorse dallo zampettare dei temuti insetti, punizione di natura infernale, tanto da dissuadere il malcapitato dal procedere per quella strada. L’osservazione è generalizzante, nell’universo di questo autore tutti i percorsi portano a qualche contatto immondo, descritto con prolungata, estenuante efficacia.

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Attualità

Dom. 25-12-16 (elezioni)

A Matteo Renzi, che per me, e spero pure per molti altri, continua a essere l’”uomo della provvidenza”, l’unico ad avere statura e decisionismo per guidarci, consiglierei però molta prudenza, in questo momento, Bene ha fatto a rimandare alla scadenza naturale il congresso Pd, però, perché tanta fretta per andare a nuove elezioni? Chi gli dà la garanzia di vincerle, in un momento di ostilità palese dell’opinione pubblica nei suoi confronti? E non è affatto da trascurare la difficoltà di giungere a una legge elettorale sufficientemente condivisa. A proposito della quale, non sarebbe finalmente ora di uniformarci il più possibile ai sistemi elettorali degli altri Paesi europei più vicini a noi? Ho già osservato più volte che il peccato, speriamo non mortale, dell’Unione europea è stato di cominciare dalla fine, dall’unificazione monetaria, voluta da banche e industrie, mentre prima si dovevano unificare i tre pilastri, pensionistico, sanitario, scolastico. Perché non darci il compito di assimilare, o comunque di studiare da vicino e imitare il più possibile, pure i sistemi elettorali cui si ricorre altrove? Intanto, Renzi potrebbe dedicarsi a migliorare la sua immagine intervenendo a sanatoria di vari punti. A suo tempo, pur in un’approvazione quasi incondizionata di ogni suo atto, avevo manifestato perplessità sul Jobs Act, in quanto fondato su un’ipotesi errata, che in Italia esista una categoria di “capitani coraggiosi” da aiutare. I nostri grandi industriali sono pronti a portare i loro soldi all’estero, o a trasferire le aziende là dove il costo della mano d’opera è inferiore rispetto a noi. Perfino le privatizzazioni in genere sono finite male, Alitalia, Telecom, Ilva insegnano. E dunque, c’è molto lavoro da fare, con buna intesa tra un Pd rimasto saldamente nelle mani di Renzi, e il governo “amico” di Gentiloni, che però gli si potrebbe rivoltare contro se il nostrio leader mximo lo volesse licenziare troppo presto per andare a incerte e problematiche elezioni.

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La rivincita di Carlo Corsi

Da qualche tempo vengo aggiungendo delle integrazioni alla magra maglia con cui, nella mostra in Palazzo Fava, ho tracciato la storia della Bologna dopo Morandi. Così ad esempio a Carlo Corsi (1879-1966) sono toccati solo due dipinti, troppo poco per raccontare adeguatamente l’unico artista che si può opporre, in tutta l’epoca tra le due guerre, al dominio morandiano, diversamente incontrastato. Per fortuna ora è in atto la nutrita retrospettiva che l’Associazione Bologna per le arti gli dedica nella Sala d’Ercole, l’unica iniziativa, seppure condotta solo a lunghi intervalli, con cui Palazzo d’Accursio assaggia la sua funzione di grande contenitore della nostra storia dell’arte, che gli sarebbe tanto naturale svolgere ma cui invece si sottrae con pervicacia. Corsi ha operato il riscatto di una vicenda petroniana, fatta di intimismi sfatti e leziosi, messa in atto dai Protti e Romagnoli e Pizzirani, contro cui la reprimenda morandiana è scoccata, forte e inesorabile a giusta ragione. Contro quelle false opulenze il pittore delle nature morte rapprese e solitarie reagiva rinchiudendosi in un austero silenzio penitenziale, invece Corsi accettava di abbandonarsi a un discorso sensuale affondato nei piaceri del cromatismo, ma sapeva trattarlo a larghe masse, a pennellate sovrabbondanti, capaci di sagomare i corpi, di portarne via le bellurie, così come da un volto di donna si sottrae un belletto soffocante e importuno. O meglio, nei suoi volti femminili rimangono forti e invasive, le macchie riservate ai tratti fisionomici, o ai caschetti delle capigliature, ma riportati a misure larghe, non prevaricanti rispetto agli sfondi, ai muri vegetali di giardini, o di spiagge invase da calda luce estiva. A quel modo Corsi celebrava un suo efficace postimpressionismo, o forse sarebbe meglio parlare di una aggressiva attitudine fauve, però senza strappi acuti, anzi, sempre pronta a rituffarsi in un’accogliente sinfonia di toni, di pennellate distese, capaci di dare spessore, rilievo tridimensionale a stoffe, oggetti, carne umana, con l’aiuto di chiazze di luce, quasi pronta a rapprendersi, a impastarsi con l’epidermide delle persone o con la scorza ammorbidita delle nature morte, rialzate le une e le altre dalle magiche strisciate-scudisciate di colore. Si sa che talvolta il nostro artista, per renderle ancor più consistenti, nutrite di spessore, le aggiungeva sui vetri da cui erano cinti e protetti come in teche gli abbozzi sottostanti. Quasi che in lui si rinnovasse la procedura tradizionale della “vernice”, ovvero la facoltà consentita agli artisti di rialzare i toni, di conferire supplementi di luce, intervenendo sul posto, sui dipinti appesi alle pareti, intrattenendo con loro un rapporto quasi di scherma, di corpo a corpo scattante e reattivo. Oltretutto questi tocchi supplementari insistevano su una capacità di stringere i corpi, di sciabolarli, di catturarli entro fasce trasversali, anticipando certe mosse di particolare audacia cui Corsi si sarebbe dato nel dopoguerra, celebrando a modo suo l’avvento di soluzioni sperimentali. Non la sagomatura geometrica del postcubismo, con cui gli sarebbe sembrato di recare offesa alla libera dinamica dei corpi affidati al plein air, ma la magia di collages, di cartoncini, forse sottratti a scatole di dolciumi e di profumi, e dunque del tutto adatti a celebrare, a esaltare i sottostanti tesori di sensibilismo che venivano, non a coprire, ma a evidenziare, correndo in aiuto e in supplemento alla golosa densità dei colori.
Carlo Corsi, Palazzo d’Accursio, Sala d’Ercole, fino al 9 febbraio.

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Letteratura

Morante: un nuovo “orgoglio e pregiudizio”

Sono sotto il fortissimo impatto esercitato su di me dalla rilettura dell’opera prima e capolavoro non più sorpassato di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”. A indurmi alla rilettura è un impegno preso con la rivista “l’indipendente”, auspice l’amico Francesco Muzzioli, di collaborare a un numero speciale dedicato alla narrativa del Realismo magico. Ma, a conti fatti, non so se la nozione di “menzogna”, con relativa parentela alla magia, pur dichiarata nel titolo dell’opera, sia davvero rispondente. Ci starebbe assai meglio il titolo del capolavoro di Jane Austen, “Orgoglio e pregiudizio”, ma con la variante che il romanzo della scrittrice inglese porta a un superamento dei due vizi mentali indicati nel titolo stesso. Non per nulla, trattando di quel segmento di storia della narrativa europea, ho collocato l’opera nella serie inaugurale di una sensibilità “contemporanea”, che insegna a superare quelle restrizioni mentali per accedere ad abiti di tolleranza e di apertura al prossimo. Caso mai, a voler insistere a pescare in un deposito di capolavori anglosassoni, per quello della nostra autrice ci starebbe bene un riferimento alle “Cime tempestose” di Emily Brontë, tante sono le cariche di odio inesorabile, nutrito fino alla morte, messe in atto dai vari protagonisti di quella vicenda. Lo sfondo sarebbe di realismo tout court, in una nostra città meridionale, in cui è facile ravvisare Napoli, dove si alternano, si oppongono il benessere delle case agiate e patrizie e la miseria del proletariato. Ma queste condizioni di fortuna, alta o bassa che sia, risultano cancellate dagli stati di “orgoglio” che porta certe famiglie, col pane scarso e a rischio di venir meno, a rinunciarvi però, per respingere con gesto di superbia se un qualche aiuto economico viene elargito a titolo caritatevole da rami di famiglia rimasti nell’agio, nel benessere, che a un tratto vogliono farsi generose verso parenti decaduti, ma senza gratificarli di un qualche riconoscimento. L’ampio romanzo è un balletto di tentativi d’amore respinto, proprio in nome di un orgoglio smisurato, che diviene fonte di pregiudizio. Vediamo i termini di questa catena, non certo della felicità, bensì del rifiuto, dell’abominio, di personaggi che si nutrono di rancori capaci di spingersi oltre gli stessi termini della vita. Siamo introdotti a queste tragiche vicende da Elisa, ultima vittima di tanti dolori e abbandoni. Attraverso le sue parole sfila una interminabile galleria di rinunce, di condanne, di autoaccuse. La protagonista ci parla in primo luogo della madre, Anna, che però l’ha odiata, in quanto il suo affetto è andato fin da un primo incontro al cugino Edoardo, del suo stesso ramo dei nobili Cerentano, da cui però lei stessa era stata espulsa. Sua colpa, aver amato alla follia il padre Teodoro, che da quella casta proveniva ma si era fatto ripudiare per mala condotta, per dissipazione, per una vita volubile, erratica, da finto gran signore, in realtà avendo sempre alle calcagna una folla di creditori. Ma questa mescolanza di grandeur e di miseria lo aveva avvolto in un fascino irresistibile agli occhi della figlia Anna, che dunque lo ama alla follia, e davvero strazianti sono le pagine in cui ce ne viene narrata la morte, vegliata come da un animale fedele della figlia, che in cambio ha solo disprezzo per una madre, Cesira, scialba, dimessa, eppure sempre all’opera per guadagnare il poco pane capace di sostenere il povero ménage. L’amore folle che Anna ha tributato al padre è pronto a rivolgersi, come già detto, verso il cugino Edoardo, in parte ricambiata, in parte schernita, respinta, in questa commedia degli errori e dei ripudi a catena. Inesauribile è la fantasia della Morante, nell’immettere sempre nuove figure per alimentare questo sacro fuoco degli orgogli e pregiudizi mal spesi. A un certo momento salta fuori un certo Francesco De Salvi che si stringe in forte quanto inspiegabile amicizia col nobile e presuntuoso Edoardo. Ma anche lui ha un segreto, è figlio di tale Nicola Monaco, che a suo tempo era stato l’onnipotente amministratore dei beni di fortuna dei Cerentano, ma poi licenziato avendone scoperto la disonestà a proprio favore. Questo Nicola aveva fatto a tempo a ingravidare un’onesta contadina della campagna, Alessandra, in definitiva l’unica figura positiva della vicenda, affezionata a colui che l’aveva messa incinta e di conseguenza al figlio. Il quale a sua volta ha la sventura di innamorarsi di Anna, il cui cuore però, come sappiamo, è rivolto in esclusiva alla mitica figura del Cugino, tanto più legata a lui quanto più questi la maltratta, la irride, la disprezza. Eppure il povero Francesco fa di tutto per ingraziarsi la coniuge, rinuncia agli studi, affronta un duro ruolo di impiegato nelle ferrovie, accettando di fare gravosi straordinari, e di affrontare estenuanti viaggi notturni di servizio postale, finché non resta vittima, proprio nell’esercizio di questo stremante dovere, di un banale incidente. Ma nessuno piange su di lui, dato che moglie e figlia hanno “il cuore altrove”, per dirla col titolo azzeccato di un film di Pupi Avati. E proprio come nei folli amori che percorrono le “Cime tempestose” della Brontë, anche qui i morti non escono di scena, forse questo è il sortilegio che dà ragione al titolo dell’opera. Ben presto si capisce che il balordo, pretenzioso Cugino, trascinato anche lui alla perdizione da una vita oziosa, muore di tubercolosi. La madre non accetta quella scomparsa, anzi, si crea il mito (la menzogna?) che l’adorato figlio sia solo in viaggio, e accetta la favola che dai luoghi favolosi in cui cura il suo male sia rimasto in rapporto epistolare con la cugina Anna. E’ dunque per questa l’ora del risarcimento, ora viene accolta dalla famiglia dei parenti, e in particolare dalla madre addolorata, con cui ha lunghi abboccamenti per leggerle le false lettere ricevute dal principino in esilio. Quindi anche Anna cede allo strazio, mentre dalle retrovie balza fuori un altro dei personaggi di cui è disseminata questa storia infinita, tale Rossana, donna di malaffare, ma dal cuore immenso, sempre pronta a farsi carico di Francesco, da lei amato alla follia, nonostante che costui si vergogni di trovarsi al fianco quel soggetto disprezzato da tutti. Ma sarà lei l’unica a saltar fuori dal dannato cerchio dell’orgoglio e pregiudizio, a superare quei cupi livori mortali e ad accedere a un’autentica carità cristiana accollandosi la sorte della smarrita, abbandonata, sopravvissuta a tanti lutti Elisa, con cui si chiude questa storia dannata, inesorabile, ma ricca di pagine tenute al più alto diapason di intensità sentimentale. Sono sotto il fortissimo impatto esercitato su di me dalla rilettura dell’opera prima e capolavoro non più sorpassato di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”. A indurmi alla rilettura è un impegno preso con la rivista “l’indipendente”, auspice l’amico Francesco Muzzioli, di collaborare a un numero speciale dedicato alla narrativa del Realismo magico. Ma, a conti fatti, non so se la nozione di “menzogna”, con relativa parentela alla magia, pur dichiarata nel titolo dell’opera, sia davvero rispondente. Ci starebbe assai meglio il titolo del capolavoro di Jane Austen, “Orgoglio e pregiudizio”, ma con la variante che il romanzo della scrittrice inglese porta a un superamento dei due vizi mentali indicati nel titolo stesso. Non per nulla, trattando di quel segmento di storia della narrativa europea, ho collocato l’opera nella serie inaugurale di una sensibilità “contemporanea”, che insegna a superare quelle restrizioni mentali per accedere ad abiti di tolleranza e di apertura al prossimo. Caso mai, a voler insistere a pescare in un deposito di capolavori anglosassoni, per quello della nostra autrice ci starebbe bene un riferimento alle “Cime tempestose” di Emily Brontë, tante sono le cariche di odio inesorabile, nutrito fino alla morte, messe in atto dai vari protagonisti di quella vicenda. Lo sfondo sarebbe di realismo tout court, in una nostra città meridionale, in cui è facile ravvisare Napoli, dove si alternano, si oppongono il benessere delle case agiate e patrizie e la miseria del proletariato. Ma queste condizioni di fortuna, alta o bassa che sia, risultano cancellate dagli stati di “orgoglio” che porta certe famiglie, col pane scarso e a rischio di venir meno, a rinunciarvi però, per respingere con gesto di superbia se un qualche aiuto economico viene elargito a titolo caritatevole da rami di famiglia rimasti nell’agio, nel benessere, che a un tratto vogliono farsi generose verso parenti decaduti, ma senza gratificarli di un qualche riconoscimento. L’ampio romanzo è un balletto di tentativi d’amore respinto, proprio in nome di un orgoglio smisurato, che diviene fonte di pregiudizio. Vediamo i termini di questa catena, non certo della felicità, bensì del rifiuto, dell’abominio, di personaggi che si nutrono di rancori capaci di spingersi oltre gli stessi termini della vita. Siamo introdotti a queste tragiche vicende da Elisa, ultima vittima di tanti dolori e abbandoni. Attraverso le sue parole sfila una interminabile galleria di rinunce, di condanne, di autoaccuse. La protagonista ci parla in primo luogo della madre, Anna, che però l’ha odiata, in quanto il suo affetto è andato fin da un primo incontro al cugino Edoardo, del suo stesso ramo dei nobili Cerentano, da cui però lei stessa era stata espulsa. Sua colpa, aver amato alla follia il padre Teodoro, che da quella casta proveniva ma si era fatto ripudiare per mala condotta, per dissipazione, per una vita volubile, erratica, da finto gran signore, in realtà avendo sempre alle calcagna una folla di creditori. Ma questa mescolanza di grandeur e di miseria lo aveva avvolto in un fascino irresistibile agli occhi della figlia Anna, che dunque lo ama alla follia, e davvero strazianti sono le pagine in cui ce ne viene narrata la morte, vegliata come da un animale fedele della figlia, che in cambio ha solo disprezzo per una madre, Cesira, scialba, dimessa, eppure sempre all’opera per guadagnare il poco pane capace di sostenere il povero ménage. L’amore folle che Anna ha tributato al padre è pronto a rivolgersi, come già detto, verso il cugino Edoardo, in parte ricambiata, in parte schernita, respinta, in questa commedia degli errori e dei ripudi a catena. Inesauribile è la fantasia della Morante, nell’immettere sempre nuove figure per alimentare questo sacro fuoco degli orgogli e pregiudizi mal spesi. A un certo momento salta fuori un certo Francesco De Salvi che si stringe in forte quanto inspiegabile amicizia col nobile e presuntuoso Edoardo. Ma anche lui ha un segreto, è figlio di tale Nicola Monaco, che a suo tempo era stato l’onnipotente amministratore dei beni di fortuna dei Cerentano, ma poi licenziato avendone scoperto la disonestà a proprio favore. Questo Nicola aveva fatto a tempo a ingravidare un’onesta contadina della campagna, Alessandra, in definitiva l’unica figura positiva della vicenda, affezionata a colui che l’aveva messa incinta e di conseguenza al figlio. Il quale a sua volta ha la sventura di innamorarsi di Anna, il cui cuore però, come sappiamo, è rivolto in esclusiva alla mitica figura del Cugino, tanto più legata a lui quanto più questi la maltratta, la irride, la disprezza. Eppure il povero Francesco fa di tutto per ingraziarsi la coniuge, rinuncia agli studi, affronta un duro ruolo di impiegato nelle ferrovie, accettando di fare gravosi straordinari, e di affrontare estenuanti viaggi notturni di servizio postale, finché non resta vittima, proprio nell’esercizio di questo stremante dovere, di un banale incidente. Ma nessuno piange su di lui, dato che moglie e figlia hanno “il cuore altrove”, per dirla col titolo azzeccato di un film di Pupi Avati. E proprio come nei folli amori che percorrono le “Cime tempestose” della Brontë, anche qui i morti non escono di scena, forse questo è il sortilegio che dà ragione al titolo dell’opera. Ben presto si capisce che il balordo, pretenzioso Cugino, trascinato anche lui alla perdizione da una vita oziosa, muore di tubercolosi. La madre non accetta quella scomparsa, anzi, si crea il mito (la menzogna?) che l’adorato figlio sia solo in viaggio, e accetta la favola che dai luoghi favolosi in cui cura il suo male sia rimasto in rapporto epistolare con la cugina Anna. E’ dunque per questa l’ora del risarcimento, ora viene accolta dalla famiglia dei parenti, e in particolare dalla madre addolorata, con cui ha lunghi abboccamenti per leggerle le false lettere ricevute dal principino in esilio. Quindi anche Anna cede allo strazio, mentre dalle retrovie balza fuori un altro dei personaggi di cui è disseminata questa storia infinita, tale Rossana, donna di malaffare, ma dal cuore immenso, sempre pronta a farsi carico di Francesco, da lei amato alla follia, nonostante che costui si vergogni di trovarsi al fianco quel soggetto disprezzato da tutti. Ma sarà lei l’unica a saltar fuori dal dannato cerchio dell’orgoglio e pregiudizio, a superare quei cupi livori mortali e ad accedere a un’autentica carità cristiana accollandosi la sorte della smarrita, abbandonata, sopravvissuta a tanti lutti Elisa, con cui si chiude questa storia dannata, inesorabile, ma ricca di pagine tenute al più alto diapason di intensità sentimentale. Sono sotto il fortissimo impatto esercitato su di me dalla rilettura dell’opera prima e capolavoro non più sorpassato di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”. A indurmi alla rilettura è un impegno preso con la rivista “l’indipendente”, auspice l’amico Francesco Muzzioli, di collaborare a un numero speciale dedicato alla narrativa del Realismo magico. Ma, a conti fatti, non so se la nozione di “menzogna”, con relativa parentela alla magia, pur dichiarata nel titolo dell’opera, sia davvero rispondente. Ci starebbe assai meglio il titolo del capolavoro di Jane Austen, “Orgoglio e pregiudizio”, ma con la variante che il romanzo della scrittrice inglese porta a un superamento dei due vizi mentali indicati nel titolo stesso. Non per nulla, trattando di quel segmento di storia della narrativa europea, ho collocato l’opera nella serie inaugurale di una sensibilità “contemporanea”, che insegna a superare quelle restrizioni mentali per accedere ad abiti di tolleranza e di apertura al prossimo. Caso mai, a voler insistere a pescare in un deposito di capolavori anglosassoni, per quello della nostra autrice ci starebbe bene un riferimento alle “Cime tempestose” di Emily Brontë, tante sono le cariche di odio inesorabile, nutrito fino alla morte, messe in atto dai vari protagonisti di quella vicenda. Lo sfondo sarebbe di realismo tout court, in una nostra città meridionale, in cui è facile ravvisare Napoli, dove si alternano, si oppongono il benessere delle case agiate e patrizie e la miseria del proletariato. Ma queste condizioni di fortuna, alta o bassa che sia, risultano cancellate dagli stati di “orgoglio” che porta certe famiglie, col pane scarso e a rischio di venir meno, a rinunciarvi però, per respingere con gesto di superbia se un qualche aiuto economico viene elargito a titolo caritatevole da rami di famiglia rimasti nell’agio, nel benessere, che a un tratto vogliono farsi generose verso parenti decaduti, ma senza gratificarli di un qualche riconoscimento. L’ampio romanzo è un balletto di tentativi d’amore respinto, proprio in nome di un orgoglio smisurato, che diviene fonte di pregiudizio. Vediamo i termini di questa catena, non certo della felicità, bensì del rifiuto, dell’abominio, di personaggi che si nutrono di rancori capaci di spingersi oltre gli stessi termini della vita. Siamo introdotti a queste tragiche vicende da Elisa, ultima vittima di tanti dolori e abbandoni. Attraverso le sue parole sfila una interminabile galleria di rinunce, di condanne, di autoaccuse. La protagonista ci parla in primo luogo della madre, Anna, che però l’ha odiata, in quanto il suo affetto è andato fin da un primo incontro al cugino Edoardo, del suo stesso ramo dei nobili Cerentano, da cui però lei stessa era stata espulsa. Sua colpa, aver amato alla follia il padre Teodoro, che da quella casta proveniva ma si era fatto ripudiare per mala condotta, per dissipazione, per una vita volubile, erratica, da finto gran signore, in realtà avendo sempre alle calcagna una folla di creditori. Ma questa mescolanza di grandeur e di miseria lo aveva avvolto in un fascino irresistibile agli occhi della figlia Anna, che dunque lo ama alla follia, e davvero strazianti sono le pagine in cui ce ne viene narrata la morte, vegliata come da un animale fedele della figlia, che in cambio ha solo disprezzo per una madre, Cesira, scialba, dimessa, eppure sempre all’opera per guadagnare il poco pane capace di sostenere il povero ménage. L’amore folle che Anna ha tributato al padre è pronto a rivolgersi, come già detto, verso il cugino Edoardo, in parte ricambiata, in parte schernita, respinta, in questa commedia degli errori e dei ripudi a catena. Inesauribile è la fantasia della Morante, nell’immettere sempre nuove figure per alimentare questo sacro fuoco degli orgogli e pregiudizi mal spesi. A un certo momento salta fuori un certo Francesco De Salvi che si stringe in forte quanto inspiegabile amicizia col nobile e presuntuoso Edoardo. Ma anche lui ha un segreto, è figlio di tale Nicola Monaco, che a suo tempo era stato l’onnipotente amministratore dei beni di fortuna dei Cerentano, ma poi licenziato avendone scoperto la disonestà a proprio favore. Questo Nicola aveva fatto a tempo a ingravidare un’onesta contadina della campagna, Alessandra, in definitiva l’unica figura positiva della vicenda, affezionata a colui che l’aveva messa incinta e di conseguenza al figlio. Il quale a sua volta ha la sventura di innamorarsi di Anna, il cui cuore però, come sappiamo, è rivolto in esclusiva alla mitica figura del Cugino, tanto più legata a lui quanto più questi la maltratta, la irride, la disprezza. Eppure il povero Francesco fa di tutto per ingraziarsi la coniuge, rinuncia agli studi, affronta un duro ruolo di impiegato nelle ferrovie, accettando di fare gravosi straordinari, e di affrontare estenuanti viaggi notturni di servizio postale, finché non resta vittima, proprio nell’esercizio di questo stremante dovere, di un banale incidente. Ma nessuno piange su di lui, dato che moglie e figlia hanno “il cuore altrove”, per dirla col titolo azzeccato di un film di Pupi Avati. E proprio come nei folli amori che percorrono le “Cime tempestose” della Brontë, anche qui i morti non escono di scena, forse questo è il sortilegio che dà ragione al titolo dell’opera. Ben presto si capisce che il balordo, pretenzioso Cugino, trascinato anche lui alla perdizione da una vita oziosa, muore di tubercolosi. La madre non accetta quella scomparsa, anzi, si crea il mito (la menzogna?) che l’adorato figlio sia solo in viaggio, e accetta la favola che dai luoghi favolosi in cui cura il suo male sia rimasto in rapporto epistolare con la cugina Anna. E’ dunque per questa l’ora del risarcimento, ora viene accolta dalla famiglia dei parenti, e in particolare dalla madre addolorata, con cui ha lunghi abboccamenti per leggerle le false lettere ricevute dal principino in esilio. Quindi anche Anna cede allo strazio, mentre dalle retrovie balza fuori un altro dei personaggi di cui è disseminata questa storia infinita, tale Rossana, donna di malaffare, ma dal cuore immenso, sempre pronta a farsi carico di Francesco, da lei amato alla follia, nonostante che costui si vergogni di trovarsi al fianco quel soggetto disprezzato da tutti. Ma sarà lei l’unica a saltar fuori dal dannato cerchio dell’orgoglio e pregiudizio, a superare quei cupi livori mortali e ad accedere a un’autentica carità cristiana accollandosi la sorte della smarrita, abbandonata, sopravvissuta a tanti lutti Elisa, con cui si chiude questa storia dannata, inesorabile, ma ricca di pagine tenute al più alto diapason di intensità sentimentale. Sono sotto il fortissimo impatto esercitato su di me dalla rilettura dell’opera prima e capolavoro non più sorpassato di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”. A indurmi alla rilettura è un impegno preso con la rivista “l’indipendente”, auspice l’amico Francesco Muzzioli, di collaborare a un numero speciale dedicato alla narrativa del Realismo magico. Ma, a conti fatti, non so se la nozione di “menzogna”, con relativa parentela alla magia, pur dichiarata nel titolo dell’opera, sia davvero rispondente. Ci starebbe assai meglio il titolo del capolavoro di Jane Austen, “Orgoglio e pregiudizio”, ma con la variante che il romanzo della scrittrice inglese porta a un superamento dei due vizi mentali indicati nel titolo stesso. Non per nulla, trattando di quel segmento di storia della narrativa europea, ho collocato l’opera nella serie inaugurale di una sensibilità “contemporanea”, che insegna a superare quelle restrizioni mentali per accedere ad abiti di tolleranza e di apertura al prossimo. Caso mai, a voler insistere a pescare in un deposito di capolavori anglosassoni, per quello della nostra autrice ci starebbe bene un riferimento alle “Cime tempestose” di Emily Brontë, tante sono le cariche di odio inesorabile, nutrito fino alla morte, messe in atto dai vari protagonisti di quella vicenda. Lo sfondo sarebbe di realismo tout court, in una nostra città meridionale, in cui è facile ravvisare Napoli, dove si alternano, si oppongono il benessere delle case agiate e patrizie e la miseria del proletariato. Ma queste condizioni di fortuna, alta o bassa che sia, risultano cancellate dagli stati di “orgoglio” che porta certe famiglie, col pane scarso e a rischio di venir meno, a rinunciarvi però, per respingere con gesto di superbia se un qualche aiuto economico viene elargito a titolo caritatevole da rami di famiglia rimasti nell’agio, nel benessere, che a un tratto vogliono farsi generose verso parenti decaduti, ma senza gratificarli di un qualche riconoscimento. L’ampio romanzo è un balletto di tentativi d’amore respinto, proprio in nome di un orgoglio smisurato, che diviene fonte di pregiudizio. Vediamo i termini di questa catena, non certo della felicità, bensì del rifiuto, dell’abominio, di personaggi che si nutrono di rancori capaci di spingersi oltre gli stessi termini della vita. Siamo introdotti a queste tragiche vicende da Elisa, ultima vittima di tanti dolori e abbandoni. Attraverso le sue parole sfila una interminabile galleria di rinunce, di condanne, di autoaccuse. La protagonista ci parla in primo luogo della madre, Anna, che però l’ha odiata, in quanto il suo affetto è andato fin da un primo incontro al cugino Edoardo, del suo stesso ramo dei nobili Cerentano, da cui però lei stessa era stata espulsa. Sua colpa, aver amato alla follia il padre Teodoro, che da quella casta proveniva ma si era fatto ripudiare per mala condotta, per dissipazione, per una vita volubile, erratica, da finto gran signore, in realtà avendo sempre alle calcagna una folla di creditori. Ma questa mescolanza di grandeur e di miseria lo aveva avvolto in un fascino irresistibile agli occhi della figlia Anna, che dunque lo ama alla follia, e davvero strazianti sono le pagine in cui ce ne viene narrata la morte, vegliata come da un animale fedele della figlia, che in cambio ha solo disprezzo per una madre, Cesira, scialba, dimessa, eppure sempre all’opera per guadagnare il poco pane capace di sostenere il povero ménage. L’amore folle che Anna ha tributato al padre è pronto a rivolgersi, come già detto, verso il cugino Edoardo, in parte ricambiata, in parte schernita, respinta, in questa commedia degli errori e dei ripudi a catena. Inesauribile è la fantasia della Morante, nell’immettere sempre nuove figure per alimentare questo sacro fuoco degli orgogli e pregiudizi mal spesi. A un certo momento salta fuori un certo Francesco De Salvi che si stringe in forte quanto inspiegabile amicizia col nobile e presuntuoso Edoardo. Ma anche lui ha un segreto, è figlio di tale Nicola Monaco, che a suo tempo era stato l’onnipotente amministratore dei beni di fortuna dei Cerentano, ma poi licenziato avendone scoperto la disonestà a proprio favore. Questo Nicola aveva fatto a tempo a ingravidare un’onesta contadina della campagna, Alessandra, in definitiva l’unica figura positiva della vicenda, affezionata a colui che l’aveva messa incinta e di conseguenza al figlio. Il quale a sua volta ha la sventura di innamorarsi di Anna, il cui cuore però, come sappiamo, è rivolto in esclusiva alla mitica figura del Cugino, tanto più legata a lui quanto più questi la maltratta, la irride, la disprezza. Eppure il povero Francesco fa di tutto per ingraziarsi la coniuge, rinuncia agli studi, affronta un duro ruolo di impiegato nelle ferrovie, accettando di fare gravosi straordinari, e di affrontare estenuanti viaggi notturni di servizio postale, finché non resta vittima, proprio nell’esercizio di questo stremante dovere, di un banale incidente. Ma nessuno piange su di lui, dato che moglie e figlia hanno “il cuore altrove”, per dirla col titolo azzeccato di un film di Pupi Avati. E proprio come nei folli amori che percorrono le “Cime tempestose” della Brontë, anche qui i morti non escono di scena, forse questo è il sortilegio che dà ragione al titolo dell’opera. Ben presto si capisce che il balordo, pretenzioso Cugino, trascinato anche lui alla perdizione da una vita oziosa, muore di tubercolosi. La madre non accetta quella scomparsa, anzi, si crea il mito (la menzogna?) che l’adorato figlio sia solo in viaggio, e accetta la favola che dai luoghi favolosi in cui cura il suo male sia rimasto in rapporto epistolare con la cugina Anna. E’ dunque per questa l’ora del risarcimento, ora viene accolta dalla famiglia dei parenti, e in particolare dalla madre addolorata, con cui ha lunghi abboccamenti per leggerle le false lettere ricevute dal principino in esilio. Quindi anche Anna cede allo strazio, mentre dalle retrovie balza fuori un altro dei personaggi di cui è disseminata questa storia infinita, tale Rossana, donna di malaffare, ma dal cuore immenso, sempre pronta a farsi carico di Francesco, da lei amato alla follia, nonostante che costui si vergogni di trovarsi al fianco quel soggetto disprezzato da tutti. Ma sarà lei l’unica a saltar fuori dal dannato cerchio dell’orgoglio e pregiudizio, a superare quei cupi livori mortali e ad accedere a un’autentica carità cristiana accollandosi la sorte della smarrita, abbandonata, sopravvissuta a tanti lutti Elisa, con cui si chiude questa storia dannata, inesorabile, ma ricca di pagine tenute al più alto diapason di intensità sentimentale.

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Attualità

Dom. 18-12-16 (Colonna)

Mi viene voglia di erigere una “colonna infame” di manzoniana memoria, ma senza assoluzione dei condannati, che nella fattispecie furono i poveri untorelli ritenuti colpevoli della rovinosa epidemia di quegli anni. In questo caso i nomi, da condannare davvero a loro perpetua ignominia, sarebbero i fautori del no al referendum del 4 dicembre, persone perfettamente in grado di intendere quanto quella riforma fosse davvero funzionale e utile per far uscire il nostro Paese da certe insopportabili strettoie, eppure hanno finto di trovarvi inesistenti limiti e pericoli, mascherando il loro vero fine che era di avversare Renzi, di mandarlo a casa. Nell’elaborare questa lista metterei al primo posto il mentito costituzionalista Zagrebelsky, seguito dalla sinistra Pd dei D’Alema e Bersani e Speranza, con l’aggiunta dei giornalisti del “Fatto quotidiano” Travaglio e Padellaro, e tanti altri a seguire. Il bel risultato è stato, sì, di recare un grave colpo all’odiato Renzi, ma non tale da portarlo a scomparire, mentre il danno fatto all’Italia è grave, irreparabile, ci terremo chissà fino a quando il pessimo sistema bicamerale, palla al piede, inutile avanzo di vecchi tempi e pregiudizi, non condiviso da nessun altro Paese al mondo. Quanto a Renzi, è eccessivo prenderlo alla lettera, come ieri ha preteso l’ex-sindaco di Roma Marino e oggi, sul “Corriere”, Ernesto Galli della Loggia. In fondo, Renzi ha adempiuto a un atto corretto dimettendosi da capo del governo, mentre si leverebbe un coro di inviti a non condurre la seconda parte della promessa, cioè a non abbandonare per sempre l’attività politica. C’è bisogno di lui, l’unico uomo nuovo emerso da qualche anno a questa parte, Caso mai, gli va rivolto l’invito a non avere fretta, a ponderare bene le sue mosse future. Forse gli conviene abbandonarsi a un “queta non movere”, accontentasi di mantenere la segreteria del Pd, dando corda al governo amico di Gentiloni, lasciandogli la dura incombenza della riforma della legge elettorale, senza fretta di andare al voto, e neppure a nuove primarie entro il partito. In fondo, era proprio Renzi a predicare una normalità di esercizio dell’attuale legislatura, a rispettarne i termini naturali, Forse non è avvenuto niente di così irreparabile da dover anticipare scadenze e provvedimenti.

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Arte

Zandomeneghi, impresssionista di complemento

Ci sono dei luoghi espositivi che mettono tristezza, solo a pensarci, per la certezza di vedervi cose inutili, retrive, già esposte tante altre volte in precedenza. Uno di questi è il Palazzo Zabarella di Padova, in gara con il San Domenico di Forlì, a chi ci faccia vedere spettacoli di cui faremmo a meno ben volentieri. Di questo genere è “L’impressionismo di Zandomeneghi”, ora propostoci dal museo padovano, sotto la guida dell’inevitabile Fernando Mazzocca, sempre fuori luogo e competenza, se ci si allontani dall’unica area in cui si muove con pieno agio, Francesco Hayez, mentre al di là di quella soglia egli agisce a ruota libera, venendo meno a ogni corretta dotazione critica. Purtroppo Zandomeneghi fa parte dei “tre di Parigi”, accanto a Giovanni Boldini e a Giuseppe De Nittis, ma come il peggiore dei tre, quello che può essere tacciato dell’accusa di aver tradito di più le ragioni di partenza, di un’Italia tutt’altro che matrigna, anzi, piena di validi umori, da mettere alla prova, e talvolta con vantaggio, sul fronte parigino. Ho appena finito, proprio in questi miei appunti solitari, di lodare il caso efficacissimo di Antonio Mancini. Quando lo Zabarella deciderà di riscattare le sue scialbe prestazioni mettendo in campo un vero talento nostrano, come appunto Mancini, capace di portare la guerra sulla Senna, invece che andarvi a fare le fuse come un buon gattone castrato, alla maniera di Federico? Non è che questa valutazione al ribasso debba valere per l’intero terzetto. Boldini, a Parigi, era andato a far scoccare le sue stoccate travolgenti, libere e sciolte, capaci di non lasciarsi irretire entro una livrea di conformismo. Più a rischio De Nittis, che in effetti si comportò come Zandomeneghi, almeno a livello di figure, dipingendo le sue damine, o le prime colazioni annegate nell’affetto sdolcinato di madre e figlio, ammorbidendo, aggraziando i tratti ben più duri e coraggiosi di un Degas. Ma l’artista pugliese-napoletano si sapeva svincolare da questo appuntamento con le scenette di genere, con i fasti della moda e del bon ton, quando si riservava certe spianate libere e informali, fossero giardinetti laterali, tratti di suolo vasto e incontaminato, insomma, luoghi da potervi compiere quattro passi nel disimpegno, quasi che anche nei Bois e nei boulevards parigini si potessero ritrovare le asperità non levigate delle pendici del Vesuvio. Invece no, Zandomeneghi non sbaglia un colpo, è sempre pronto a piazzare un musetto lezioso, una boccuccia spalancata quanto basta per esprimere soddisfazione di sé, o per canticchiare con tono appropriato qualche ben regolato motivetto, maneggiando con cauta eleganza le chicchere del servizio buono. A comandare le mosse c’è sempre qualche modista che dà i giusti consigli su come issare un copricapo ricco di fiori e frutti, e quindi rimirarsi allo specchio, con gesti misurati, e sempre con la consapevolezza che c’è un fotografo in scena, con cui si deve fare i conti, prendere le pose convenienti. Niente che esca dal seminato, che sorprenda, che renda omaggio a una realtà rugosa, capace di insinuare un po’ di disordine nella ripresa. Non ci sono rughe, in quella realtà, e neanche spine nelle rose. Del resto, a levigare, a pettinare, ci pensa il pastello col suo tratteggio fitto, sistematico, senza cesure, come una trebbiatrice metodica che si impadronisce di ogni soggetto e lo tritura quanto basta, per renderlo facile, assimilabile, digeribile. Purtroppo è come compiere un atto continuo di prosternazione, di omaggio servile, ai grandi, pulsanti, irrequieti modelli forniti da Degas e Renoir, così da fornire la eloquente prova del nove, se mai ce ne fosse bisogno, che noi poveri provinciali venuti dal di qua delle Alpi siamo serie B, incapaci di fare sul serio, costretti a una ripetizione che evita accuratamente si essere “differente”, ma che anzi si fa dell’ossequio trepido e servile un punto d’onore, un obbligo professionale.
L’impressionismo di Zandomeneghi, a cura di Francesca Dini e Fernando Mazzocca. Padova, Palazzo Zabarella, fino al 29 gennaio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

I mille volti della prosa

Francamente temevo che l’attuale edizione di RicercaBO fosse in minore, quasi preludio a una fine imminente, invece ha avuto uno svolgimento che ritengo molto positivo e degno di interesse. Ragione di fondo, una preponderanza della narrativa, ben nove sui dodici selezionati si sono presentati con testi in prosa, sovvertendo un criterio distributivo che in altre edizioni era stato a favore della poesia, libera da impegni col mercato, e dunque capace di sfruttare in pieno, con soluzioni ardite, la sua stessa leggerezza e inconsistenza, come di trepida farfalla. Si dice invece, soprattutto negli ambiti sperimentali che sono il nostro naturale terreno di cultura, che la causa della narrativa è dannata, in quanto sottoposta alla dura legge degli editori che impongono ai poveri autori di sollevarsi alla misura del romanzo, e di renderlo appetibile, pronto per una traduzione nei registri del cinema o del serial televisivo. In fondo, l’esempio che ci aduggia ci viene da quel falso santone laico che è Roberto Saviano, con la sua “Paranza dei bambini”, orrido concentrato di false brutalità e crimini assurdi, gabellati come un pensoso tributo alla denuncia, mentre è proprio l’arrendersi alle necessità del prodotto facile e manierato. Ma se i giovani si sottraessero al falso miraggio del “romanzo”? Ho già detto in queste riflessioni che l’unico punto di consenso tra me e Alfonso Berardinelli sta proprio nel respingere la stupida pretesa che nel DNA della narrativa stia impresso l’obbligo di pervenire al “romanzo”. Purtroppo è triste sentire premettere, da questi bravi giovani, quando prendono la parola, che vanno a leggere un brano da un inevitabile e necessario romanzo. Per fortuna forse non lo termineranno mai, o se anche lo facessero, non troverebbero un editore. Ma intanto le buone virtù della prosa, nelle sue molte possibilità, si manifestano. E proprio ascoltando i brani dell’attuale selezione si trovano tante maniere efficaci che non richiedono prolungamento, brillano, si difendono già per se stesse, magari sarebbe bello ricavarne un’antologia in cartaceo.
Forse il testo più acclamato, salutato da un applauso convinto, è stato quello di Turi Totore, anzi, mettiamola subito al plurale, in quanto egli si esprime attraverso una “galassia”, tanti casi di turbe psichiche, di sessualità perversa, pronta a manifestarsi in mille modi, strampalati, eccessivi, esilaranti, come per esempio la dendrofilia, che sta nell’inserire il proprio organo negli alvei delle piante, o o nell’accostarlo a ruvide scorze d’albero. Si raggiunge così l’intensità beffarda e dissacrante di un Manganelli, autore che non ha mai preteso elevarsi alla continuità del famigerato romanzo, meglio brillare in queste avventure di una sessualità libera, irridente, funambolica.
Tutt’altro partito segue Giuseppe Imbrogno, emerso nel recente Premio Calvino. Qui siamo nell’ambito serioso e stereotipato della narrativa aziendale, che segue i suoi ritmi obbligati, come il richiamo del dipendente che non ha rigato diritto e che viene minacciato con l’arma del licenziamento, Ma se l’umile travet è uno “straniero” che sfida le regole, e prende l’iniziativa, esigendo di essere licenziato sui due piedi per andare a rifugiarsi in una sua orgogliosa solitudine, fino all’autoestinzione? Qualcosa del genere può valere anche nel caso di Cinzia Dezi, col suo lungo percorso di rivolta contro le umili attività che sembrano essere le sole consentite ai giovani d’oggi, ma a anche in questo caso abbiamo il profilarsi e via via l’accentuarsi della rivolta, che la scrittrice, nella lettura del sto testo, accompagna molto bene con un aumento progressivo sia della velocità sia del tono sferzante, sibilante con cui pronuncia la sua protesta contro tutti i poteri forti. Non c’è invece protesta, nell’universo tratteggiato da Valentina Maini, siamo rinchiusi in una strana comunità di adulti e bambini, prigionieri di certi riti. Verrebbe da pensare alla classica forma dell’allegoria, sennonché riesce molto difficile stabilire quali siano i valori da leggere dietro questo assurdo rispetto di norme imperscrutabili. Conta il procedere collettivo, comunitario, in un clima di freddo terrore e conformismo che si stende uguale, compatto, senza smagliature. Molto interessante anche l’indagine che promuove Daniele Muriano, con un suo personaggio che conduce una improbabile inchiesta votata al nulla circa la figura di un padre, nell’atto stesso che se ne celebra il funerale. Nell’indagine viene scomodato perfino il nome di Dio, dato che in questo misterioso apologo non vige certo il divieto di non nominarlo, come atto blasfemo, ma al contrario abbiamo un Dio che va e che viene, chiamato in causa ma per essere subito dopo revocato, così come del resto è nella strategia di questo interrogante, sempre pronto a fare un passo avanti e uno indietro. Infine, Gessica Franco Carlevero è venuta a rimpolpare una tendenza già saldamente iscritta negli annali di RicercaBO, attraverso copiose testimonianze che ne sono già state portate. È una linea di minimalismo, abbinata a una desolata paratassi, di piccole annotazioni quotidiane che si susseguono monotone, minuti atomi di esistenza, micro-emozioni, sempre pronte a svaporare e a perdersi nel nulla. E dunque, anche in questo caso, non è possibile immaginare che si proceda verso un esito globale, verso un qualche finale, la prosa vale in sé, deve essere consumata, apprezzata proprio nella sua occasionalità. E dunque, cari autori, sia detto ancora una volta, consideratevi fieri di quanto avete fatto nelle pagine sciolte, nell’efficacia così raggiunta, non preoccupatevi di sollevarvi a tutti i costi alla dimensione pretestuosa e falsificante del romanzo, lasciate questo esito ai professionisti del successo affidato ai media, ai salotti televisivi, di cui Saviano è il leader incontrastato.

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Attualità

Dom. 11-12-16 (Gentiloni)

Mi sembra che la scaletta da me emessa lunedì scorso 5 dicembre, appena conosciuto l’esito del referendum costituzionale, regga abbastanza bene. Che a venire designato premier sia Gentiloni invece di Padovan o Del Rio o Franceschini è appena una variante prevista nello schema. Si potrà dire che a fare la differenza c’è pure il rifiuto di Belusconi di entrare in un governo, però mi chiedo come riuscirà a mettere il becco nella riforma della legge elettorale, senza pagare dazio assicurando un qualche grado di partecipazione. Diversamente, solo che la maggioranza risulti autosufficiente, sarà costretto a subire la legge che salterà fuori. C’è poi la stupida sconsideratezza di Leghisti e Pentastellati con la loro querula pretesa di andare subito al voto, senza che prima ci si sia provvisti del giusto strumento elettorale. Quanto a Renzi, la scaletta che lo riguarda sembra abbastanza fausta: al più presto, questo sì, non c’è da attendere nessuna riforma elettorale, Il Pd andrà alla sua assemblea, da cui Renzi dovrebbe essere rieletto leader del partito, non si vede chi dalla sinistra possa sbarrargli la strada, e neanche come si possa restringere il criterio dell’accesso al voto, riportandolo nello spazio protetto e asfittico dei soli iscritti ufficiali al Partito, che sono sempre meno e di numero insignificante. Per cui, alla fine, risulterà che il vero danno all’Italia lo hanno prodotto i milioni di votanti del no, che sono riusciti a mandare a casa l’odiato Renzi solo per alcuni mesi, mentre hanno inflitto al nostro Paese un danno che si propagherà per decenni. Bel risultato di cui essere fieri.

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Attualità

Il giorno dopo

Mi piace giocare d’anticipo e tentare di prevedere, il giorno seguente, che cosa potrebbe accadere dopo il rovinoso esito del referendum, che ha riempito di dolore e angoscia ogni sostenitore, come lo scrivente, del fronte del sì. Vediamo.
– Senza dubbio Renzi si deve dimettere da premier, ma ritengo che la scelta del successore, da parte di un Mattarella memore dell’aiuto da lui ricevuto nella scalata al colle, non possa cadere su persone a lui avverse. Penso quindi che egli si debba rivolgere a una terna di fedeli al renzismo, che del resto trovo già largamente menzionati: Padovan, Franceschini, Del Rio, con opzione tra l’uno o l’altro abbastanza indifferente.
– Quale formula di governo? A questo proposito si deve ricorrere al gioco dell’oca, ovvero tornare alla casella di partenza, quando era nata una “grosse koalition” all’italiana, ovvero il patto del Nazzareno, geniale intuizione di Matteo. Ricordiamo che quell’accordo, obbligato, privo di soluzioni alternative, è stato infranto da uno dei due sottoscrittori, da Berlusconi, che aveva preteso che in esso fosse inclusa anche una clausola di salvaguardia per lui dai rigori del fisco, e pure un ulteriore tacito accordo nel reperimento del candidato al Colle. Renzi ha dimostrato che non aveva affatto siglato questi pretesi codicilli segreti, ha lasciato che Berlusconi venisse condannato, eludendo anche le sue preferenze per il Quirinale. Da qui l’ira di Achille, ovvero l’uscita del leader di FI dal governo, salvato da frange minoritarie, come Alfano, Verdini and company, che però non hanno nessuna ragione di sottrarsi all’intesa con il PD e altri centristi, potendo anzi costituire un opportuno ponte per un ricongiungimento a destra;
– Berlusconi ha tutto l’interesse di smarcarsi da Salvini, abbraccio mortale, e pure di delegittimare, dal primo all’ultimo, i suoi pretesi eredi, e allora quale soluzione migliore del rimettersi in squadra con l’avversario, per riprendere una leadership gestita in proprio, seppure a mezzadria con gli esponenti del fronte opposto, che però sarebbero pur sempre nell’orbita del renzismo?
– A questo “embrassons nous” non ci sono alternative, si sa bene che la vittoria della sinistra interna al PD, di Bersani e compagni, è del tutto sterile, nessuno li potrebbe candidare a un governo spostato a sinistra, ritornerebbe a galla la vecchia ipotesi di un accordo coi Grillini, ma Bersani ha già constatato sulla propria pelle come sia uscito sbeffeggiato e disilluso da un tentativo del genere. I Cinquestellati, nel loro stolto orgoglio e presunzione, non sono disponibili a nessuna alleanza, attendono, speriamo all’infinto, l’arrivo di Godot, auguriamoci che prima siano colpiti da dissoluzione e scomparsa. Lo stesso si dica, all’altro estremo, di Salvini e Meloni. Insomma, non c’è altra via che una riedizione, riveduta e corretta, del patto del Nazzareno, con l’incarico urgente di procedere a rabberciare una legge elettorale. Tra poco una Corte costituzionale vile e rinunciataria oserà dire che l’Italicum non è valido, senza aprire alcuna strada alla soluzione del problema.
– Tornando alla formula dell’”uno contro tutti”, ovvero di un progetto sensato e razionale sottoposto agli attacchi di una accozzaglia disorganica, questa è una formula che non funziona, lo dobbiamo ammettere, ma si noti che qualche volta una simile procedura può anche fare il gioco della causa della democrazia. Così è stato in Austria, in Spagna, così assai probabilmente sarà in Francia, dove la Le Pen si deve scordare di andare al governo, l’”accozzaglia” di destre e sinistre, ma per fortuna nel solco degli antichi valori della democrazia, le sbarrerà la strada, come succederebbe anche da noi se a tentare fossero Pentastellati e Leghisti. Insomma, in Occidente ci sono ancora margini per pronunciare contro le forze della reazione, un risoluto “no pasaran”.

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