Arte

Hermann Nitsch e le sue orge salutari

L’ultimo venerdì di gennaio è ormai per me consacrato al richiamo in scena di uno dei protagonisti delle mie “Settimane internazionali della performance”, tenutesi dal 1977 al 1982 alla Galleria d’arte moderna di Bologna, quando era nel quartiere fieristico, e toccava proprio alle varie edizioni d Artefiera di allora fornire il necessario finanziamento, Anche oggi questi incontri si pongono nel quadro di Artcity, a sua volta collegata alle Artefiera dei nostri anni, mentre il limitato budget viene da Unibocultura. Non avrei mai potuto realizzare, allora, questi eventi, senza la piena collaborazione di Francesca Alinovi e Roberto Daolio, purtroppo in seguito scomparsi, e dunque è anche un modo di celebrarne la memoria. Il primo di tali incontri è stato dedicato a Marina Abramovic, che ponendosi nuda, assieme a Ulay, il compagno di allora, sulla porta d’ingresso della GAM aveva segnato la performance di maggior successo, ma al pari di un’altra di diversa natura, che aveva visto protagonista l’austriaco Hermann Nitsch, pronto a occupare Santa Lucia, allora una chiesa sconsacrata e allo stato di rudere, dove svolse una “azione” della durata di quattro ore. Negli anni precedenti non ero riuscito a riavere tra noi l’artista austraico per diverse ragioni, suo stato di salute, suoi precedenti impegni, fino al venerdì scorso 27 gennaio, sempre, come le altre volte, nell’Auditorium della Sala Borsa. Ad averlo finalmente con noi è intervenuto l’aiuto poderoso di chi da sempre gli è stato al fianco e lo ha gestito in ambito italiano, Peppe Morra, dalla sua Napoli che proprio con persone del suo calibro conferma di essere una capitale della cultura. Ma diciamo pure che la ragione principale per cui ho tardato a rivolgermi a questo numero uno, di allora e di oggi, era il timore della barriera linguistica, io non parlo tedesco, Nitsch, pur capendo l’italiano, non si sente in grado di usarlo in pubblico, la mediazione di un traduttore, che venerdì è stata fornita da un mio collega Roberto Rizzo, non ha funzionato nel modo migliore. E allora io mi sono sentito autorizzato a prendere in mano l’andamento del colloquio, ma sulla base di un prezioso materiale registrato che scorreva su maxischermo ripercorrendo i passi principali di una lunghissima carriera, iniziata fin dai primi anni ’60. Questa partenza dalle origini ci ha mostrato un Nitsch impegnato da subito in un ”action painting”, con l’inevitabile collegamento a Pollock e al suo camminare sulla tela collocata sul pavimento, facendovi sgocciolare il colore da un barattolo. Se si vuole, c’era subito una prima modifica, in quanto Nitsch preferiva porre la tela in verticale, per dare, ritengo, fin dall’inizio il senso di una implacabile caduta, o sgocciolio del sangue dal corpo di una vittima sacrificale appesa in alto. Infatti il suo rosso, più raramente alternato al giallo al verde al nero, non è affatto da intendersi nel senso di un monocromo. Niente in comune, per esempio, con il francese Klein, con Yves le monochrome, che col suo blu voleva suggerire un’atmosfera di estasi celestiale; e neppure col bianco di Manzoni, inteso a suggerire un atto di azzeramento. E a maggior ragione niente in comune con certi monocromi frivoli ed estetisti come quelli di Ettore Spalletti. Al contrario, dal repertorio dell’Informale classico, da cui il Nostro partiva, conviene ricordare subito Jean Dubuffet e la sua nozione di colore-materia. Questo il punto, il rosso nitschiano si riferisce al sangue, tanto che ben presto egli ha portato in scena corpi di pecore, quarti di bue, e grovigli di viscere, proprio per mostrare da dove venivano i suoi rossi malati, pronti poi a essiccarsi mutandosi in macchie spente. In altre parole, il “painting” è venuto meno, come lo stadio di un missile quando ha esaurito il suo compito, che è stato di mettere in orbita l’azione, da cui il vocabolo tipico per designare il movimento di cui Nitsch si è posto a capo, l’Azionismo, in definiva una variante o una diversa faccia del continente più vasto e generico della performance. Ma subito con qualche distinzione da fare. A differenza dei suoi colleghi di quel movimento, come in particolare Günter Brus e Rudolf Schwarzkogler, Nitsch non ha mai praticato l’autolesinismo, non ha mai fatto sgorgare sangue da se stesso, il che lo ha distinto anche dalle pratiche di molti autori della performance, come la stessa Abramovic. Più ancora, non ha mai ucciso animali in scena. Ovvero, la sua prassi è sospesa tra due estremi, per un verso, il sangue e gli altri elementi corporali sono usati come materiali “già pronti”, dotati quindi di una sospensione virtuale. Per esempio, se ci rifacciamo proprio all’Azione bolognese del ’77, l’artista ci aveva chiesto di procurargli cinquanta litri di sangue bovino e non so quanti chili di viscere animali, ma tutti presi dal pubblico macello, e non certo prodotti in loco. D’altra parte, è pur vero che egli vuole una tangibilità, una stretta materialità di queste componenti animali, vuole immergere le sue mani entro gli ammassi di budelle, allargare le ferite, gli squarci, pescarvi all’interno. Un’altra contraddizione è che egli si accinge a tutto ciò magari indossando una candida tunica, da sacerdote che si appresta a celebrare un rito. Naturalmente, bisogna subito rifarsi allo sfondo teorico di queste azioni, affidato a un testo chiave, l’”Orgien-misterien Theater”. Il tutto, infatti, mira a ricreare, qui e ora, un clima orgiastico, di festa dionisiaca della carne, che deve riportarci a Freud, forse, a mio avviso, il referente principale di questo universo. All’inizio di tutto, ci ricorda il grande Sigmund, c’è quella enorme centrale energetica che si può designare in tanti modi, ma in sostanza concordi: eros, libido, Es, principio del piacere, del resto prontamente ribaltabili nel loro contrario, in un principio di thanatos. Questa è l’orgia primaria cui le azioni nitschiane ci invitano, e che egli stesso celebra nella via più immediata e realistica, contro tutte le censure che il principio opposto, sempre secondo Freud, dell’Ego, delle autorità, del perbenismo, del senso comune della decenza e così via, sono sempre pronte a opporre. Tanto che in numerose occasioni queste Azioni devono essere messe al riparo dai rigori della legge e trasformate in eventi privati sottratti al controllo della polizia. Noi stessi, nel ’77, per evitare che quella enorme “messa nera” potesse configurarsi come un vilipendio alla religione di stato, poiché allora questo era lo status della religione cattolica, ci mettemmo sulla porta di Santa Lucia dando a ogni visitatore un tesserino di socio di un club privato.
Ma, venendo al nucleo centrale di questi problemi, le azioni di Nitsch sono una irrisione, o quanto meno un vilipendio del rito cattolico della messa? Non credo proprio, sono invece un porsi su quella stessa lunghezza d’onda, un combattere ad armi pari. Dobbiamo infatti ricordare che la “messa” altro non è che l’invio a Dio Padre di un’offerta di una vittima illustre, del Figlio, attraverso i suoi “veri” corpo e sangue, che compaiono sull’altare secondo un effettivo fenomeno di transustanziazione. Non si tratta di allusione simbolica o metaforica, ma di reale incarnazione, il pane, anche poi ingentilito nell’ostia, è proprio il corpo di Cristo, con invito a nutrircene, “prendete e mangiate”, e pure il vino, che il sacerdote è tenuto a bere, diventa davvero sangue. Curiosamente, seppure attraverso un dialogo non facile e scorrevole, Nitsch è sembrato non accogliere in pieno questo mio paragone, avanzato, sia ben chiaro, da ateo, però ammirato per la forza, la cogenza di quella identità proclamata. Al contrario, l’artista austriaco ha preferito dichiarare una sua discendenza dalla tragedia greca, che però, se non sbaglio, evitava di portare in scena i delitti, il sangue. Gli scannamenti avvenivano nel retroscena, per essere poi dichiarati al pubblico mediante lo strumento depurante della enunciazione linguistica. Ma Nitsch ha ragione quando pone l’accento sul concetto che è al centro della Poetica di Aristotele, e della tragedia che ne è il nocciolo portante, il concetto della catarsi, della purificazione che non si consegue allontanandoci timorosi e pudichi dagli eccessi, bensì affrontandoli, sperimentandoli, anche se attraverso quel livello virtuale pur sempre rispettato da Nitsch. Il tutto si può compendiare ripetendo la ben nota massima, “oportet ut scandala eveniant”. Mentre io aggiungevo queste mie riflessioni, il maxi-schermo continuava, fedele e ossessivo, a trasmettere le tante azioni del repertorio nitschiano, le tante crocefissioni, ovviamente anch’esse virtuali, e immersioni delle mani in ammassi di carne. Azioni anche accompagnate da opportuni complementi sonori, di laceranti fischietti, o di reboanti bande di ottoni, così da rispettare un altro dei massimi campioni della cultura di lingua tedesca, Wagner e la sua predicazione a favore di un’opera d’arte totale, di confluenza di tutte le arti.

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Letteratura

Lucarelli: un “Intrigo” non del tutto convincente

Da qualche tempo ho preso in esame l’enorme continente della para-letteratura affidato al profluvio di romanzi gialli e polizieschi, in genere estesi in ripetute uscite, e pronti a rimbalzare dalla carta stampata all’esito filmico o televisivo. Fenomeno di cui non c’è affatto da stupirsi, e anzi avvenuto quasi in ogni stagione della lunga storia della narrativa, accompagnato anche dall’esito non confortante per chi difende la causa del valore letterario: la pubblica audience preferisce questo tipo di prodotti, rispetto agli esiti di una scrittura di ricerca. Ma, data la presenza ineluttabile di questo macrocontinente, cerchiamo di salvare il salvabile, entriamoci dentro ed effettuiamo qualche distinguo. Così, per rifarmi proprio a quanto affidato a queste pagine clandestine, ho bocciato l’effettismo smaccato di Saviano e della sua “Paranza dei bambini”, in totale disaccordo con l’immagine che si è costruito di esemplare sostenitore di ogni causa nobile, mentre al contrario appare pronto a fare un uso smodato della camorra e dei suoi riti. Domenica scorsa ho pure redarguito l’effettismo ugualmente esasperato, ma almeno immune da fini “nobili”, di Sandrone Dazieri, mentre in precedenza ho lodato il modo di procedere cauto e circospetto di Gianrico Carofiglio. E in un’altra sede, più ufficiale, dei miei “pollici” affidati alla rivista “L’mmaginazione”, ho pure svolto un cauto elogio di De Giovanni e della nuova puntata dei suoi “Bastardi di Pizzofalcone”. Ora è il caso di occuparmi dell’ultimo Carlo Lucarelli appena uscito, “Intrigo italiano”, un autore verso cui le mie reazioni sono saltellanti, distribuire tra consenso e bocciatura. Sempre sull’”Immaginazione” ho bocciato senza appello un suo tentativo di romanzo storico, ispirato alla disfatta di Adua, “L’ottava vibrazione”, mentre ho approvato “Albergo Italia”, anche in questo caso rivolto a perlustrare l’Italia delle colonie, ma in modi misurati e attendibili, subito sciupati in un successivo “Il tempo delle iene”. Lucarelli produce troppo, appunto in modi contrastanti, con un’altalena tra il buono e l’insufficiente. Che dire di questo ennesimo prodotto? Certo, ci sono validi passi avanti, verso quella procedura oculata e abbastanza verosimile che fanno di lui forse il principale affiancatore di Camilleri. Ritorna in scena il commissario De Luca, ma preceduto da vicende arruffate, tanto da venire chiamato “Ingegnere”, con una collocazione sospesa: è membro riconosciuto di qualche forza dell’ordine, o outsider che lavora in proprio? Il che del resto rispetterebbe uno stereotipo di tutto questo clima, i buoni investigatori sono tra il dentro e il fuori, hanno sempre dei conti aperti con le legittime forze dell’ordine, pronte a sconfessarli, ma in genere colpevoli di condotte disoneste e sleali, contro cui prende risalto proprio l’integerrima statura di questi intrepidi combattenti. Chi insomma è il braccio sbagliato della legge, o invece il più giusto ed efficace? Ma anche in questo caso Lucarelli è preso dalla tentazione “rétro”, la vicenda è ambientata in una Bologna tra il dicembre e il gennaio 1953-54, chissà perché, sono date che, per la città felsinea, non corrispondono a stagioni di particolare interesse. Se proprio il Nostro si voleva tuffare nel passato, perché non rivolgersi, poniamo, al ’77, colmo di tanti fatti clamorosi? L’ambiguo commissario-ingegnere viene dotato di uno scudiero, tale Giannino, che anche qui secondo lo stereotipo è un godibile Sancio Panza, furbo e ingenuo nello stesso tempo. I due sono chiamati a indagare su una morte dubbia, di Stefania Cresca, trovata cadavere nello studio del marito, che a dire il vero se ne serviva come trappolone per amori clandestini, e che era deceduto in un oscuro incidente d’auto, in cui è inevitabile fiutare subito l’intervento di una macchinazione delittuosa. Poi, Lucarelli compie una prodezza, qualcosa di abbastanza insolito, cioè a loro volta i due investigatori restano vittime di un incidente d’auto, il più simpatico dei due, che è anche il malaccorto guidatore, non ne esce vivo, mentre De Luca rinasce dalle ceneri. Ma in realtà questo curioso inizio, che sarebbe anche una fine, è appena un pretesto, perché si ricomincia daccapo, i due sono seguiti mentre indagano prima del malaugurato scontro che solo provvisoriamente, o definitivamente per uno dei due, li ha tolti di scena. A dire il vero, questa seconda sciagura automobilistica vuole essere la conferma che c’è del torbido in tali scontri. Esiste un potere occulto che li prepara, come si verrà a sapere quando alla stazione di Bologna passerà di fretta un super-poliziotto. Egli confessa che la morte del Crusca è stata procurata perché si temeva che trasmigrasse all’estero con la sua intelligenza di super-scienziato, e poi lo stesso meccanismo repressivo è stato pure messo in atto contro De Luca e compagno perché si spingevano troppo avanti nell’indagine. Ma con ciò Lucarelli cade nell’anacronismo, appioppa a una Bologna timida e provinciale del dopoguerra le trame dei servizi deviati che ai addicono all’epica degli 007, dei James Bond. Lucarelli dovrebbe anche spiegarci come è possibile procurare i due disastri automobilistici di cui ci parla, infatti bisogna indurre il guidatore condannato alla morte a effettuare un sorpasso azzardato, e ci deve essere una perfetta intesa con un’auto alle spalle che sia pronta a stringere, a impedire che l’avventuroso tentatore del sorpasso riesca a rientrare in tempo. Insomma, manovra insostenibile, inverosimile. Poi, Lucarelli si porta dietro dell’altro materiale dai suoi racconti dedicati all’Africa coloniale. Infatti una super-protagonista della vicenda è Claudia, nata proprio in colonia, e dunque “faccetta nera”, ma che poi, venuta da noi, può vantare un curriculum anch’esso inverosimile per accumulo di prestazioni: staffetta partigiana, mondina, cantante di balera, e in definitiva generosa prodiga di amore senza riserve verso De Luca. Il quale, infine, risolve l’intrigo nel modo previsto dal genere, trovando cioè il colpevole nella persona meno sospetta. Forse era meglio se invece che al freddo, indisponente De Luca l’autore avesse affidato la vicenda a un’altra sua creatura, più simpatica e gradevole, all’ispettore Coliandro. Solo un buon pizzico di humour poteva salvare una storia così arruffata, e tanto simile a un patchwork, fatta cioè con l’assemblaggio di pezzi tra loro non ben assortiti.
Carlo Lucarelli, Intrigo italiano. Einaudi stile libero, pp. 206, euro 17.

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Attualità

Dom. 29-1-17 (60%)

Ho già stigmatizzato l’ipocrisia della Corte costituzionale che ha rimandato il giudizo sull’Italicun a dopo il referendum del 4 dicembre scorso. Se si fosse pronunciata prima, cone aveva il dovere di fare, dichiarando incostituzionale il ballottaggio, avrebbe tolto un’arma di cui si sono valsi i partigiani del no, con la scusa che il sì voleva dire ipso facto un’approvazione proprio della dubbia soluzione del ballottaggio. Chi ha assistito a un dibattito tra Renzi e Zagrebelsky, ricorderà come quest’ultimo si sia appellato con insistenza all’ a parer suo inevitabile abbinamento del sì a quella norma elettorale dubbia e pericolosa. Ma, come hanno visto i pochi che mi leggono, ho messo proprio quello pseudo-costìtituzionalista a uno dei primi posti della colonna dell’infamia, di quanti, partigiani del no, hanno condannato il nostro Paese in guai irresolubili. Infatti ora ci siamo dentro pù che mai, come è notorio La Corte costituzionale era tenuta a esprimersi solo sulla riforma prevista per la Camera, per la quale ha ammesso il limite del 40% come soglia per il premio di maggioranza. Ma c’è pure da fare i conti col Senato, rimasto intatto, e per esso al momento non è previsto nessun premio di maggioranza. Da qui la più che giusta predicazione del Presidentei Mattarella affinché le leggi per i due rami del Parlamento si avvicinino il più possibile, anche se alcuni fanno notare che anche per il passato una simile omogeneità non c’è mai stata. Ma almeno, prima di andare al voto, ci deve pur essere una vicinanza di regole, in modo da sperare che l’esito delle votazioni non crei troppe differenze di composizione tra i due rami, da cui deriverebbe una inevitabile ingovernabilità, come succede anche oggi.
Al momento, non si capisce la bramosia di andare subito al voto, da parte di Lega, Fratelli d’Italia e perfino Cinque stelle, nessuno dei quali può sperare di varcare appunto la soglia del 40%. Ma anche per Renzi quel limite potrebbe rivelarsi lontano e irraggiungibile, non è detto che lui riesca a riportare a casa proprio quel 40% che al referendum è riuscito a portare a casa. Se mancasse di varcare quel livello, sarebbe costretto alla solita politica delle alleanze dubbie e difficili. Insomma, davanti a noi si para lo spettro di un ricomparire dell’attuale situazione, di una “grosse” o “kliene” Koalition di forze politiche non omognere, tali da che frenarsi e bloccarsi tra loro. Brutte prospettive, effetti funesti della vittoria dei no al referendum (che avrebbe ristretto l’agone alla sola Camera).

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I paesaggi incantati con figura di Pusole

La Galleria Art Forum Contemporary di Bologna presenta una personale di Pierluigi Pusole, cosa che mi fa molto piacere perché ho creduto molto in questo artista torinese, tanto da invitarlo all’”Aperto” della Biennale di Venezia del 1990, dove ero in commissione, assieme a “curatori” di prestigio come il francese Bernard Blistène e il tedesco Wenzel Jacob. Eravamo al termine della stagione dei citazionismi verso l’aprirsi di nuovi orizzonti. E le mie scelte si erano mosse in tale direzione, portandomi a invitare un ultimo esponente dei Nuovi-nuovi, Pino Salvatori, al limite della barriera dei “nati entro il 1955” che eravamo tenuti a rispettare, e poi invece qualche rappresentante dei nuovi indirizzi, come per esempio due esponenti dei Nuovi Futuristi, il trio dei Plumcake, allora uniti, e Gianantonio Abate, oltre al numero uno di chi presso di noi capeggiava questa svolta, Stefano Arienti. Ma soprattutto avevo insistito per l’inclusione di alcuni “fari” del cambiamento, come Jeff Koons e Wim Delvoye. Tra queste proposte che, anche viste a posteriori, mi sembra siano state molto giuste e opportune, c’era appunto Pusole, con il suo discorso difficile da collocare, sospeso tra astrazione e figurazione, ma in modo tale da evitare le secche e i guai che potevano venire da ciascuna di queste tendenze se praticata con troppo rigore. La sua astrazione era in realtà l’omaggio a una sorta di arabesco pronto a sdoppiarsi lungo un asse verticale di simmetria, così ne veniva fuori una sorta di “testo di Rorsach”, però raddrizzato, più simile al percorso per le palline di un bigliardino, queste ultime corrispondenti a delle specie di pomi, di arance pronte a saltellare entro quel circuito magico, dandogli una vivida nota di colore ma anche evitando di precisarsi troppo. In seguito Pusole, a mio avviso, ha rotto il suo bell’equilibrio dando troppo risalto alla componente figurativa, con profili antropici definiti in eccesso, forse perché caduto sotto l’influsso della Galleria milanese Cannaviello, sostenitrice ad oltranza dei vari figurativismi in chiave più o meno espressionista provenienti dal mondo tedesco, quello stesso che ha esercitato un’influenza, a mio avviso non benefica, anche sui nostri Transavanguardisti. E così pure Pusole ha ingrossato, appesantito il suo discorso. Per fortuna, a giudicare dai dipinti in cui si produce da qualche tempo, e che ora nell’esposizione bolognese danno di sé una prova convincente, i profili umani si sono come svuotati, sopravvivono, ma in definitiva si scavano nicchie di assenza, in un paesaggio che li circonda, affidato a sua volta al prevalere di tinte clorofilliane, verdeggianti, da bosco incantato, cinte a loro volta da tinte di cielo azzurrino. Il tutto, insomma, svolta verso un clima di fiaba. Per quanto riguarda le sagome antropiche, mi vengono in mente i vuoti che la fatale eruzione del Vesuvio, nel 79, consumando i corpi con ceneri infuocata, si è lasciata sul suo cammino, anche se poi si è provveduto a riempirli e a evidenziarli con colate di cemento. Qui per fortuna i vuoti resistono, e se ne stanno in saggio equilibrio con i pieni. Il che va ripetuto anche per un’altra serie di opere che arricchiscono la presente personale. Si tratta di profili di monti, anch’essi emergenti da un mare di nebbie, e del resto anch’essi affidati a tinte violacee che gli danno un carattere di sospensione magica, onirica. Tanto è vero che, mentre in alcuni casi queste catene montane si precisano alquanto, subito accanto permangono a uno stato di progetti affidati a tenui tracciati di disegno, come in un album che chiede la partecipazione del lettore, all’insegna di un “questo l’ho fatto io”, riempite i vuoti se vi fa piacere. Oppure sarà l’artista stesso a riempirli, nello sviluppo del suo lavoro, che quindi lascia aperte davanti a sé prospettive interessanti, anche se al momento indefinibili.
Pierluigi Pusole, “Phaenomenon”, a cura di Valerio Dehò. Bologna, Galleria Art Forum Contemporary. Fino al 25 febbraio.

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Letteratura

Dazieri: un Angelo della morte

Nell’intervento riservato alla casella letteraria di domenica scorsa, 15 gennaio 2017, ho parlato di un romanzo di Ann Radcliffe, tipico prodotto di un’area di para-letteratura, o di consumismo avanti lettera, quale si produsse in Inghilterra tra fine Settecento e primi dell’Ottocento attraverso il fenomeno del “romanzo gotico”, con grande successo di pubblico, tanto che per uscirne fu necessario reagire con l’arma della satira, cui provvide opportunamente la grande Jane Austen. Non ho avuto remore nel paragonare quella sua iniziativa all’intervento di Cervantes contro una precedente enorme bolla di para-letteratura, l’invasivo ciclo delle varie “chansons de geste”, distribuite nei due cicli, di Orlando e della Tavola Rotonda. E’ insomma ovvio e inevitabile che in certi periodi si impongano simili fenomeni di massa, è avvenuto perfino nel secolo forse di maggiore affermazione di una narrativa seria e impegnata, l’Ottocento, in cui il successo di Balzac è stato contrastato da quello di Sue, dando anche luogo a episodi di ibridazione, tra vena popolare e intenti di ricerca. Continuando nell’esame di questi casi, non sapremmo dove collocare, tra il consumo e l’originalità di propositi, le epopee di Verne e di Salgari. Ed eccoci, oggi, circondati da una dilagante diffusione del giallo, o del poliziesco, con una stretta osmosi tra il cartaceo, del libro che resiste proprio insistendo su prodotti del genere, e invece lo sfocio affidato al mezzo elettronico, si tratti di film o di televisione, che ormai sono tecnicamente omogenei. Mi è già capiato più volte, nelle varie possibilità di intervento che mi sono consentite, su giornali e riviste o su questi appunti, di entrare in merito, distribuendo titoli di consenso o di risoluto dissenso. Di recente, sul primo fronte, ho lodato le invenzioni pulite e molto verosimili di Gianrico Carofiglio, mentre ho bocciato severamente le prove effettistiche di un Saviano, tanto più colpevoli e condannabile quanto più ipocritamente intinte di buone intenzioni. Ora ho sul banco degli imputati Sandrone Dazieri con “l’Angelo”, cui, se fossi in sede di pollice “recto” o “verso” quale mi è concessa dall’”Immaginazione”, riserverei un “verso” risoluto, nonostante che Dazieri fosse entrato nella pattuglia da me sempre sostenuta dei partecipanti a RicercaRE, e pure nell’antologia che ne è stata il consuntivo, i “Narrative invaders”. Dazieri si schiera sul fronte degli inverosimili ed eccessivi aperto da Faletti, a cominciar da “Io uccido”, che però, in definitiva, anche nel coltivare l’orrore più spinto, manteneva una eleganza e nitidezza di soluzioni, mentre lo svolgimento di Dazieri è arruffato, confuso nei gangli portanti, preoccupato solo di seminare attorno a sé momenti di crudeltà ineffabile. Non manca la solita figura di investigatore intrepido e infaticabile, con relativo scontro con le autorità superiori, in genere tratteggiate come incapaci, preoccupate solo di bloccare le giuste intuizioni dei sottoposti, qui rappresentati da Colomba Caselli, in definitiva la figura più gradevole e accettabile nell’intera vicenda, e così si dica pure del suo partner, tale Dante Torre oppresso dall’educazione repressiva subita nell’infanzia. Il Torre è un’intelligenza di prim’ordine, a livello di capacità intuitive, ma risulta impedito da paure, da blocchi psichici che si porta dietro fin dalla nascita. Comunque, si deve ripetere, questo duo, e la loro azione congiunta, sono quanto di più gradevole si può ricavare dal romanzo fiume. E anche la prima scena del crimine si presenta in termini interessanti, nella sua violenza spropositata, di un eccidio di massa procurato immettendo una bombola di veleno nel sistema di ventilazione di una vettura Alta Velocità, in arrivo alla Stazione Termini, con soppressione di tutti i VIP assisi nel primo vagone. Da qui la caccia alle streghe, risalendo agli esecutori materiali del crimine, che naturalmente sono poveracci, subito repressi, in una specie di corsa a ostacoli, come se gli inseguitori avessero abbattuto un primo ostacolo, ma dovendo subito affrontarne altri successivi. Man mano che la corsa a ostacoli si dipana, passando da una casella all’altra del gioco dell’oca, la verosimiglianza si attenua, perde pezzi e rigore per strada, mentre si para, sempre più evidente, il nemico numero uno, che si presenta con un nome affascinante e carico di mistero, Giltiné. Finché può, l’autore lo lascia nel vago, a pesare come un pericolo senza nome e senza volto, e anche senza corpo. Infatti le apparizioni di questa figura satanica ce la mostrano intenta a sbendarsi, e subito dopo a ricoprire con garze e creme protettive un’epidermide orridamente piagata. Ma l’autore sa solo una cosa, che deve rendere questo spauracchio orripilante e temibile il più possibile, giocando alla rinfusa su ogni carta. E’ un morto vivente, che percepisce le “voci” di chi lo ha preceduto all’inferno? E’ un angelo vendicatore o sterminatore mosso dal proposito di vendicarsi di chi ha infierito nei suoi confronti? Quando si vede costretto a sollevare seppure parzialmente il velo dell’enigma, Dazieri si rifugia nel solito cataclisma di Chernobyl, succursale dell’inferno in terra, da cui, per tentare di salvarli, sarebbero stati sottratti alcuni infanti e messi al sicuro in una “scatola”, ma simile a una cella infernale, quasi per allevarvi insetti velenosi, gli stessi di cui la sopravvissuta si serve nel concepire le mille modalità di morte che semina attorno a sé. E il romanzo per intero non è che una ricerca esasperata di occasioni per permettere a questa incarnazione del Male di scoccare le sue insidie micidiali, che beninteso non hanno effetto sui pochi prediletti da Dio, la coppia degli investigatori, destinati a salvarsi.
Sandrone Dazieri. L’angelo. Mondadori, pp. 448, euro 19,50.

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Attualità

Dom. 22-1-17 (toilettes)

Di fronte alle catastrofi che stanno affliggendo il Centro Italia per l’azione combinata di terremoti e nevicate, sarebbe opportuno astenersi da ogni accusa o reprimenda, per evitare uno sciacallaggio sconsiderato e vilmente opportunista, come quello da cui si è guardato bene dall’esimersi il leader della Lega, Renzo Salvini, mentre curiosamente sembra che Grillo (mi riferisco al giovedì sera 25 gennaio) abbia fermato i suoi gregari su questa strada. E dunque, a maggior ragione dovrebbe tacere un fedele di Renzi come lo scrivente, che non ha alcuno stimolo a scagliare pietre contro di lui e le sue scelte. Però, è pur vero che se si vedono errori di condotta, qualche strale bisogna pur inviarlo, come del resto sta ormai facendo anche la stampa più neutrale e oggettiva. Per quanto mi riguarda, vorrei segnalare due mancanze apparse a uno come me, che se ne sta comodamente in poltrona a vedere quanto gli servono i vari notiziari video. Dopo le scosse dell’altro ieri, in una delle località più colpite è stata allestita prontamente una tenda abbastanza ampia e accogliente per ospitare i disastrati, e fin qui tutto bene. Ma è stata pure aggiunta, quasi incidentalmente, l’osservazione che questi ospitati non dispongono di toilettes. E dunque pare di capire che le persone di tutte le età, per fare i loro bisogni, con le relative ragioni di decenza, devono uscire al freddo esterno del sottozero. Eppure esistono le cabine mobili, basate sul ricorso a prodotti chimici, pronte per essere installate in occasione di festival musicali o di grandi riunioni. Quanto si fa per motivi di spettacolo non è disponibile davanti a queste sciagure? Non si doveva pensare di dotare i soccorsi di parecchie di queste cabine, che oltretutto si potrebbero agevolmente sistemare all’interno delle tende? Non dimentichiamo infatti che “toilette” deriva da “teletta”, era la tela che nei saloni del ‘500 isolava una ridotta porzione di spazio proprio per i bisogni fisiologici anche di un pubblico altolocato (gli appartenenti a ceti inferiori, già allora, la facevano in strada, come sono stati costretti gli attuali sinistrati). Seconda stridente assenza. Si sa che una delle note più angosciose del dramma in atto sta nella morte per assideramento del bestiame. Si vedono gli scheletri di contenitori-rifugio per i poveri animali, ma solo parzialmente ricoperti da teloni, per il resto rimasti nudi con le loro travature a vista. Era così difficile ricoprirli in tempo, e così evitare la perdita di buoi e di altri animali, fondamentali per salvare l’economia delle tante aziende agricole dell’area? Infine, veniamo al disastro peggiore e più macabro delle ultime ore, alla slavina che si è abbattuta sull’hotel a quattro stelle sotto il Gran Sasso. Non si tratta di recriminare eventuali ritardi nei soccorsi, sembra che in tal senso siano stati compiuti degli eroismi veri e propri. Ma, in presenza del rischio più che probabile di scosse sismiche, non toccava a qualcuno condurre attente esplorazioni sui dintorni di quell’hotel? Evidentemente una simile massa di neve non viene fuori dal nulla, vuol dire che gravava, incombeva in collocazione pericolosa, e che occorreva denunciarne per tempo la pericolosa presenza. E quella stessa costruzione, travolta come un castello di carte, rispondeva ai dovuti crismi, o era stata edificata chiudendo un occhio di fronte alle regole di sicurezza? Porsi degli interrogativi di questo genere non sembra cosa illecita, soprattutto nei primi due casi, su cui è ancora possibile intervenire.

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Arte

Marras, uno stilista agli inferi

La Triennale di Milano ha commesso, parecchi anni fa, un errore che poteva esserle fatale. Ritenendo che fosse ormai impossibile rispettare la propria ragione istituzionale, di presentare ogni triennio un quadro internazionale dell’architettura e del design, ha preferito procedere con mostre parziali di più ridotta portata. Ma a questo modo ha lasciato un buco enorme di cui si è impadronita la Biennale di Venezia, dimostrando che invece un compito del genere non era affatto superato. La Biennale di architettura è ora uno dei maggiori successi di cui si può vantare l’istituzione veneziana. Però la Triennale, approfittando del magnifico spazio apprestato a suo tempo dal Muzio, e procedendo a sue varie ristrutturazioni, presenta di volta in volta una serie di mostre di vario genere e formato che rendono necessaria e piacevole una visita con frequenza periodica. Per esempio, in questo momento, al primo piano, si può vedere una mostra di progetti per New York immaginati da Francesco Somaini, e di sicuro, o sull’”Unità”, se sopravviverà all’attuale crisi, o su questo blog, in caso contrario, me ne occuperò come la mostra merita. Al pianterreno si ripropone Gillo Dorles, con la sua miracolosa sfida al peso degli anni, e con una serie di disegni emozionanti, soprattutto se si pensa alle condizioni attuali del grande vegliardo che li ha realizzati. Ma la “pièce de resistenzce” è la dilagante mostra dello stilista sardo Antonio Marras, che quasi ponendosi al seguito di Dorfles la intitola “Nulla dies sine linea”. Naturalmente, non si può non partire proprio dal famoso stilista della moda, che ha saputo trarre abile partito dalla sua Sardegna, ibridata con la cultura catalana, e con la “barbarie”, la “barbagia” che le sta alle spalle. Ma in definitiva quando lavora per la moda, Marras deve venire a patti, deve temperare e rendere accettabile appunto la barbarie, la cupa mitologia che ha alle spalle, qui invece si sente libero, può procedere “con la mano sinistra”, rispettare, se si vuole, le procedure e i riti della moda, ma abbassandoli, ovvero facendone un uso “perverso”, contrario alla inevitabile correttezza cui è costretto quando agisce professionalmente. E dunque, eccolo alla prova del disegno, punto di partenza di ogni creatore nel mondo della moda, ma in questo caso le sagome, i profili possono divenire aspri, scorretti, mostruosamente deliranti, come di un adepto dell’Art brut già coltivata da Dubuffet, o da qualunque altro praticante di forme espressioniste, soprattutto se condotte in stati di ingenuità, da naïf, istintivo o procurato, disceso cioè agli inferi per volontà programmatica, come è il caso di Marras. Peccato però che queste “linee” tracciate con esercizio quotidiano finiscono per rassomigliarsi pericolosamente tra loro, rendendo alquanto inutile il loro moltiplicarsi, come di chi ogni notte ripiomba nel medesimo incubo, rivede gli stessi fantasmi, ricade in preda alle medesime ossessioni. Un altro momento tipico del mestiere della moda è di accumulare gli abiti in fitti attaccapanni, è una modalità seguita anche nella mostra, ma con il solito rovesciamento perverso o perfino diabolico. Gli abiti proposti in questo caso hanno qualcosa di malato, o addirittura di tragico, sono pronti per le sfilate, ma di fantasmi, oppure sono quanto sopravvive di povere donne condannate alla soppressione, in campi di concentramento, o a enormi roghi espiatori. E la stessa condanna, oltre che colpire gli abiti interi e farli pendere dalle grucce come fantasmi, colpisce anche tutti gli accessori, i corpi aggiunti. Si sa poi che uno stilista di moda che si rispetti deve farsi carico anche di una sezione per l’infanzia, e dunque Marras risponde pure a questo compito, allestendo delle “classi”, ma con scolaretti che anch’essi discendono a stadi animaleschi, su di loro è intervenuto qualche colpo di bacchetta magica, ma per trasformarli in piccoli mostri. Continua insomma il sistematico gioco al massacro, che in definitiva diventa quanto meno la testimonianza di una indubbia originalità e coerenza di operato, avendo una tonalità unificante nella semioscurità in cui tutto questo universo di presenze “sinistre” e angoscianti si trova immerso. Anche le sfilate ufficiali possono essere immerse in tenebre sapienti, ma poi qualche raggio di luce viene a riscattarle. Qui non c’è invece nessun intervallo, un diffuso e uniforme “aere perso” avvolge l’intero spettacolo, così come il visitatore è tenuto ad avanzare barcollando nell’oscurità, attraversando le “mises”, che peraltro frappongono ben pochi ostacoli al procedere, confermando di essere fatte della sostanza aerea e impalpabile dei sogni, anzi, degli incubi.
Antonio Marras, “Nulla dies sine linea”, a cura di Francesca Alfano Miglietti. Milano, Triennale, fino al 21 gennaio. Cat. Skira.

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Letteratura

A Savinio è vietato l’accesso al “magico”

Essendo stato invitato da Francesco Muzzioli a partecipare con un saggio a un numero della rivista “L’illuminista” dedicato al Realismo magico, ho anticipato su queste pagine due abbozzi relativi ad autori che ho ritenuto necessario far entrare nella mia scelta di rappresentanti di un simile filone, Tommaso Landolfi e Elsa Morante, dichiarando pure che un caposaldo di questa linea resta per me il Giorgio De Chirico di “Ebdomeros”. Ci si può meravigliare che invece in questo ambito io non ne collochi il fratello Andrea, noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio. Non è una dimenticanza, bensì una esclusione consapevole, che ora vado a motivare, seppure in breve. Si sa che Andrea era il secondogenito, esposto ai guai che usualmente investono chi in famiglia viene a trovarsi in una situazione del genere. Perso presto il padre, i due fratelli si trovarono assoggettati a una madre autoritaria, che scommise, ripose tutta la sua fiducia su Giorgio, condannando quindi il minore a una situazione di inferiorità, escludendolo da quella sorta di paradiso di eccellenza, di rigore stilistico in cui il primogenito poteva collocare le sue creazioni, in pittura e le altre molto più rare in prosa, ma con totale omogeneità tra le une e le altre. O in altre parole Giorgio poté superare lo specchio di Alice, penetrare in un regno “altro”, di perfezione asfittica, magari pure trasportandovi oggetti di assoluta banalità, ma purché anch’essi subissero un bagno nobilitante. Il fratello Andrea-Alberto fu invece abbandonato su questa terra, magari a inseguire le orme del maggiore, ma col divieto di sollevarsi in alto. Se insomma al primo erano concesse le evasioni in verticale, il secondo doveva crogiolarsi nelle impurità, nei vizi ed errori della nostra comune umanità, ma in questa dimensione egli poteva saccheggiare ogni tesoro, attingere ad ogni risorsa. L’esito di questa diagnosi è che il Savinio prosatore non ha accesso al “magico”, ma è libero di darci delle cronache, delle testimonianze di vita piene di nutrimento, ricche di ogni possibile nota di sapore sensoriale, di pronta cattura di odori, di piaceri della tavola, di referti meteorologici e paesistici, senza naturalmente dimenticare le avventure erotiche. Naturalmente, in questo ampio repertorio ci sta pure la possibilità di allegare di volta in volta qualche dotto riferimento alla mitologia, o a dati storici, di cui la cultura di Savinio era perfettamente dotata. Ma questi sconfinamenti non intendono, o non riescono mai a dilatarsi appunto in una dimensione “altra” o “magica”, restano come affascinanti complementi, allo stato quasi di aggettivi, o meglio, di “apposizioni”, per rendere più colorata la prosa, però tenacemente radicata ai dati esistenziali, pronta a fornire riscontri toccabili con mano, anzi, respirabili, apprezzabile perfino col palato. Tutto ciò trova conferma fin dalla prova di esordio, l’”Hermafrodito” pubblicato nel ’18, cui tante altre prove avrebbero fatto seguito. In queste pagine siamo introdotti a null’altro che a un viaggio avventuroso, narrato in prima persona, di un giovanotto che nell’ultimo anno della Grande Guerra viene trasferito da Ferrara verso la Grecia, con ampie cronache, colme appunto di fragranti e flagranti dati sensoriali, accumulati nelle lunghe e sonnolente tappe compiute in treno, con soste, incontri fortuiti, passeggiate di terra, imbarchi su navi, storie di brevi amori, di giacigli di fortuna. Uno smagliante abito di Arlecchino che fa di Savinio il capostipite, o comunque, al di là degli anni, forse il rappresentante più tipico di tutta una serie di viaggiatori da riportare al suo esempio, di protagonisti della “prosa d’arte”, dei “capitoli”, perfino del rondismo. Ci stanno, in questa ricca serie di comprimari, che ovviamente meriterebbe un numero a sé stante dell’”Illuminista”, nomi notevoli come Giovanni Comisso, Bruno Barilli, il Cecchi dei “Pesci rossi!, e si potrebbe perfino varcare la linea divisoria tra le due metà del secolo, aggiungere alla lista un prosatore capace di agitare una ampia tastiera come Aldo Busi. E dunque, si aprono per Savinio molte possibilità di compenso, anche dopo avergli vietato l’accesso al “magico

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Attualità

Dom. 15-1-17 (ambasciata)

Nel mio Domenicale scorso, dell’8 gennaio, denunciavo lo strano silenzio sceso all’improvviso attorno al fronte caldissimo della Libia, ora ho il piacere di vedere che nei giorni successivi questo si è riacceso, sulla nostra stampa nazionale, dando conto di fatti di grande importanza. Credo che sia stato un gesto giusto quello di riaprire la nostra ambasciata a Tripoli, precedendo quelle di ogni altro Paese. E’ stato un modo corretto di affermare il nostro diritto a interessarci per primi di quanto succede in quel Paese. Ma ciò comporta che dobbiamo inviare delle forze militari a presidiare quel nostro avamposto, sarebbe tragico se esso venisse preso di mira da bande irregolari, fino alla sua distruzione. Siccome siamo in buona armonia con il governo Serraj, che tale è con il timbro di garanzia dell’ONU, dovremmo avere da esso una piena approvazione a una misura dl genere, che anzi dovrebbe venire estesa. Visto che si è fatta quella scelta, nonostante l’evidente debolezza di Serraj sul piano militare, non resta che dargli forza, ancora una volta con l’invio di contingenti militari sotto la benedizione dell’Onu per tutelarne la sopravvivenza. Sarebbe un disastro se Serraj dovesse soccombere dietro qualche attentato o insurrezione, cosa invece assai probabile se appunto non intervengono forze adeguate a sostenerlo.
Ma resta il grave problema dell’altro governo, diretto da Haftar, che oltretutto si è pronunciato pesantemente proprio contro la nostra decisione di riaprire l’ambasciata a Tripoli. Qui credo che ci sia poco da fare, non si può scalzare questa autorità, che gode della protezione dell’Egitto e della Russia di Putin. Forse la soluzione migliore è di accogliere il suggerimento a suo tempo avanzato da Paolo Scaroni, ex-ad dell’Eni, che dunque della Libia è stato tenuto a occuparsi in profondità per i forti interessi del suo Ente in quella regione. Meglio cioè praticare una divisione consensuale tra le due Libie, quella attorno a Bengasi e Tobruk, a Est, e l’altra della Tripolitania. E’ ingiusto e prevaricante sostenere una divisione di quello Stato? Ma se i suoi cittadini sono i primi a metterne a repentaglio l’unità, come possono gli stranieri farsene paladini? Non sarebbe, questa pretesa di difendere un’unità in cui non credono gli abitanti stessi, un gesto donchisciottesco, e soprattutto insostenibile? Evidentemente, non è possibile alcuna politica in Libia volta fermare le partenze dalle sue rive dei poveri trasmigranti verso le nostre coste, se non otteniamo il consenso e la collaborazione di entrambe le entità politiche oggi esistenti.

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Arte

Urs Luethi, l’uomo grigio

La Galleria bolognese Otto di Giuseppe Lufrano mi fa ritrovare una mia vecchia conoscenza, l’artista svizzero-tedesco Urs Lüthi (1947) che avevo già esposto nel 1974 in una mostra a me particolarmente cara, “La ripetizione differente”, presso la Galleria Marconi, con cui mi è stato in genere riconosciuto il merito di aver anticipato molti temi dell’in seguito dilagante postmoderno, tanto da ritenerla meritevole di un remake, che Marconi, nel frattempo divenuto Fondazione, mi ha concesso due anni fa. Quella mostra si valeva di tutti i quattro livelli di cui allora, come ora, dispone quello strategico spazio milanese. Nell’interrato avevo previsto le opere, diciamo così, più pesanti o ingombranti, come una installazione famosa di Jannis Kounellis, tutta rivolta a richiamare in vita motivi storici e leggendari, la maschera greca, un flauto magico, un corvo saltato fuori dalle sacre strofe di Edgar Allan Poe. Accanto, e in contrapposizione con tanta statica maestosità, ci stava invece la performance volutamente frivola, o addirittura Kitsch, concepita proprio da Lüthi, un omaggio al fiore a sua volta più stordente nella sua magnificenza quale la rosa, in accordo alla quale l’artista stesso assumeva un aspetto androgino, per poter entrare in tanta manifesta gratuità. Le signore in particolare gradirono, e infatti si allontanavano dal luogo portandosi appresso qualche rosa “reale”, l’organizzazione non aveva badato a spese. In seguito e a lungo l’artista ha giocato attorno a quella sua invenzione con serie litografiche e opere derivate, finché almeno per lui è durato un “tempo delle rose”. Ma evidentemente, mezzo secolo dopo le cose sono cambiate, e per l’artista è venuta la stagione di essere “un uomo in grigio”, deciso a condurre una attenta esplorazione su se stesso, fino a concepire quello che, con libera parafrasi dal capolavoro fine-Settecento del francese De Maistre, potremmo intitolare un “Voyage autour”, non “de sa chambre”, ma “de sa personnalité”. In alcune maxi-foto lo vediamo infatti presentarsi nel suo stato attuale di triste pensionato, cui quindi davvero si conviene il grigio, e anche una certa sfiducia che valga la pena di mostrarsi di faccia, meglio allora girarsi indietro, ostentando però un nipotino tenuto in braccio, tenue filo di speranza e di apertura sul futuro, mentre una austera cartella completa la “mise” del burocrate fuori esercizio. E per ribadire che si tratta proprio di una “sinfonia in grigio”, accanto agli autoritratti a parete compaiono dei pannelli compatti, ricoperti di quella medesima tonalità di grigio che unifica e livella, chiudendo volontariamente ad ogni palpito di vita. Ci sono altre indovinate modalità, per completare questi quattro passi attorno al proprio attuale stato di esistenza. In alcuni ritratti l’artista ci si mostra come è attualmente, ma con gli occhiali fuori posto, come se fosse stato vittima di un’aggressione, o avesse ricevuto un manrovescio da parte di un malintenzionato, col che l’immagine grigia assume un tratto di goffaggine, di disordine. Un qualche indizio di allarme, misto però all’intento di condurre su di sé un’indagine meticolosa, ce lo dà la serie “Ex Voto-One Week” in cui sono mostrate le pillole che l’uomo ormai attempato deve prendere ogni giorno, offerte come in una mini-costellazione che sgrana in pittoresco disordine i corpuscoli delle medicine, con le loro tinte sobrie e contenute. E’ chiaro che ciascuna di quelle pastiglie è chiamata a rimediare a qualche menomazione fisica del soggetto, che però potrebbe non essere visibile. E allora il nostro arista ricorre a un mezzo eloquente, ci dà una serie di fantocci in alluminio che rendono visibili, eloquenti i malanni da cui il protagonista, o qualche suo “ipocrita visitatore, suo simile, suo fratello”, per dirla parafrasando Baudelaire, potrebbe essere afflitto. Spariscono cioè taluni pezzi del corpo, quasi a dichiarare che gli interventi curativi non hanno avuto effetto, o sono arrivati troppo tardi. E c’è pure la ricostruzione di un percorso anatomico, con gli organi resi trasparenti, in modo da poter valutare a occhio nudo le aggressioni del male e gli interventi curativi, in un modello lucidamente didattico che però si ferma a rispettare la testa, sede troppo complessa di organi per poterla esporre a sguardi indiscreti. Ma che anch’essa possa essere afferrata da un senso di disordine, l’hanno già detto quegli occhiali fastidiosamente spostati rispetto a una posizione corretta.
Urs Lüthi, Art is the Better Life, a cura di Elena Forin, Bologna, Otto Gallery, fino al 13 marzo.

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