Arte

Sandro Martini, vele al vento

Ricevo il “Catalogue raisonné” di tutta l’opera di Sandro Martini (1941), dai suoi inizi sul finire dei ’50 a tutt’oggi, molto ben fatto, il che mi induce a svolgere qualche riflessione su come l’artista è entrato, e anche in misura notevole, nel mio orizzonte critico. Nei suoi vent’anni d’età egli era ancora tributario della precedente stagione informale, visibile per un pittoricismo insistito, perfino oltranzista. In definitiva, i suoi “quadri”, che tali erano ancora per il momento, risultavano addirittura ingolfati di minute presenze policrome, come coriandoli accumulati, o interni di “poubelles” rovesciati in voluto disordine. O si pensi anche all’esito di quelle macchine tranciatrici con cui si riducono a striscioline dei fogli di carta considerati inutili. Ma proprio tanta compressione rendeva inevitabile la partenza di un processo di segno opposto, di fuoriuscita da quei recinti troppo stretti, a invadere lo spazio-ambiente. Infatti, dopo averlo già presentato in una mostra romana del ’73, doverosamente riportata nell’antologia critica in coda al volume, non ho esitato a convocarlo a una mostra che sembrava proprio fatta apposta per registrare il suo caso, assieme ad altri simili. E’ stata “Pittura ambiente”, che ho realizzato al Palazzo Reale di Milano nel ’79, con accanto Francesca Alinoivi, già piena di entusiasmo e di intuito. Di questa rassegna ho parlato poco fa ricordando un altro dei partecipanti di allora, Richard Tuttle, però molto diverso da Martini, anzi, addirittura opposto, dato che l’artista statunitense, allora come oggi, si caratterizza per un movimento centripeto, i suoi splendidi frammenti si raccolgono in se stessi, occupando uno spazio ben ridotto sulla parete, ma proprio per questo andando a brillarvi di luce intensa. Invece Martini è dedito a una incontenibile esplosione, determinata dall’eccesso di pienezza con cui si era concentrato nelle prove iniziali. Ovvero, da quella semenza, da quel vivaio, come di orto brulicante, era inevitabile che spuntassero fuori tralci, virgulti, pedicelli, pronti a invadere lo spazio circostante. Ma forse la similitudine vegetale non è molto adatta, al suo caso, meglio rivolgersi a una buona e solida artigianalità del tempo antico, quale si incontra nel mondo della navigazione. Quei suoi tralci in uscita erano piuttosto le corde, le sartie di qualche barca da pesca, con l’inevitabile corollario che si tendevano nello spazio per reggere vele. E risultano anche due corollari successivi, sempre nel rispetto della similitudine marinara. Quelle vele dovevano avere un carattere grezzo, di tela grossa, trattata con colori smaglianti ma nello stesso tempo tenaci. Nulla a che fare con una “pittura” concepita come un velo cromatico disteso in tutta purezza. In quel caso si celebrava l’unione del colore con la materia, come avviene davvero in tutto il mondo della navigazione, dove i colori devono essere resistenti alle intemperie, reggere all’usura del “fuori”, al contatto bruciante con l’atmosfera. Dall’ambito delle vele navali è poi facile venire a parlare di qualcosa di equivalente, ma legato alla terra, come sarebbero le tende da campo. Conta comunque insistere soprattutto sulla nozione di superfici tese per sbarrare, per sfidare le intemperie, per stabilire delle dighe contro il vento. Se si vuole, per questa strada si può giungere alle esperienze di Christo, anche se condotte, nel caso di Martini, in maniera volutamente più rozza e artigianale. E ci può anche essere un incontro con il movimento francese detto del Supports-Surface, che fu il modo più specifico con cui i nostri cugini d’oltralpe tentarono di collegarsi allo spirito del ’68. Del resto, l’intera rassegna “Pittura ambiente” voleva proprio celebrare la possibilità di una convivenza. Sembrava che il’68 avesse negato la possibilità di continuare a dipingere, incitando a buttare via il pennello, la tavolozza, per andare a occupare lo spazio con strumenti di pura tecnologia, tubi al neon, raggi laser. Si pensi a Merz, Zorio, Calzolari… Però anche loro, proprio a partire dalla metà dei ’70, avevano conosciuto un movimento di flessione, di ritorno alla pittura. E dunque, appariva del tutto legittimo che artisti come Martini, senza lasciar cadere la pittura, si cimentassero ugualmente nella conquista dell’ambiente. Del resto in quel momento il nostro Sandro non era solo, infatti la mostra poteva raccogliere le esperienze, tanto simili alle sue, di Marco Gastini, Luciano Bartolini, Enzo Esposito. E ci provò anche Claudio Olivieri, che sminuzzò le sue stesure monocrome ricavandone dei ritagli da appendere come a tante stampelle, al seguito dell’esempio fornito dai “Mobiles” di Calder, salvo poi a rientrare nella pratica di stesure compatte, bidimensionali. Invece Martini ha insistito nelle sue fuoriuscite sistematiche, sempre più invasive, e anche ingegnose nel montare aeree edicole, pronte a sfidare gli agenti atmosferici. Non per nulla una delle sue serie più recenti prende il titolo di “Cage”, si tratta infatti di gabbie esili, ma tenaci nelle giunture flessibili. Magari entrano in gioco anche complementi di specie sonora, forse quelle strutture agili, sottili, quelle arpe millimetriche ronzano, emettono qualche brusio, tanto da meritare il titolo di “Risonanze”. Inoltre, il tratto dominante di tutta questa ampia produzione, è la tenacia, l’ostinazione con cui Martini è venuto approntando le sue tante varianti, fino a portare il connotato della “quantità”, questo infatti il titolo di una numerosa famiglia di opere recenti, a prevalere sulla “qualità”. Ma in definitiva quello che conta è il perfetto incrocio tra le due tendenze, di una pittura che non rinuncia a intensità, smalto, brillantezza, e nello stesso tempo coniuga questi aspetto immateriali con un’invasione quanto mai materiale dello spazio.
Sandro Martini, Catalogue raisonné, a cura di Luigi Sansone, Postmedia books.

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Letteratura

Fois: un falso giallo per un falso rapimento

Non sono certo un sostenitore della “Felsina narratrix”, se penso alla lunga serie di bocciature o quanto meno di giudizi tiepidi che ho emesso nei confronti di vari esponenti più o meno acclamati dell’officina bolognese, a cominciare dalla premiata ditta Wu Ming, con doccia scozzese tra approvazioni e invece stroncature. Anche la Avallone è entrata in questo mio carosello a colpi alterni, e perfino l’ampiamente da tutti omaggiato Lucarelli talvolta dalla mia pagella è uscito riportando voti bassi. Mi tengo lontano dal bamboleggiamento primitivistico di Paolo Nori e seguaci. Perfino il mio costante riconoscimento verso i reduci da RicercaRE ha presentato qualche flessione, come nel caso dell’ultimo prodotto di Simona Vinci, mentre, passando ai pochi giudizi positivi, mantengo in genere un convinto approccio ai prodotti di Brizzi e della Verasani, e di recente ho pure scoperto e apprezzato gli apporti di un ousider come Guglielmo Forni Rosa. Ma la bestia nera di questi miei umori negativi è senza dubbio Marcello Fois, verso cui non mi ha certo riconciliato il recente “Del dirsi addio”. Anche se, almeno, un merito gli devo riconoscere in partenza, di essersi finalmente distaccato dalle ataviche radici della sua Sardegna, in cui invano tentava di trasferire i lieviti della nostra scena attuale. Ora ha invertito la rotta spingendosi verso Nord Est, dalle parti di Bolzano, ma patendo di una evidente mancanza di familiarità con quel nuovo ambiente. Forse quella localizzazione gli è stata suggerita dal ben noto sceneggiato televisivo “Quattro passi dal cielo”, diversamente non si spiega l’insolita e ingiustificata scelta geografica. Del resto, sappiamo bene quale effetto di trascinamento producano oggi i “serial” del piccolo schermo sui prodotti cartacei. Infatti uno dei nuclei di questo nuovo romanzo sta nella relazione omosessuale tra l’ispettore protagonista, Sergio Striggio, e un più giovane Leo, il che sembra ripreso, questa volta, dalla serie TV dei “Balordi di Pizzofalcone”, anche se la coppia omosessuale in quel caso è al femminile, ma per il resto le titubanze, le incertezze se far apparire alla luce del sole la relazione “scandalosa” ci sono tutte. Comunque, la prestazione dell’ispettore Striggio è quanto di più valido e accettabile troviamo nel romanzo, che ha al centro la misteriosa sparizione di un bambino, Michele, mentre padre e madre, Nicola e Gea Ludovisi, sostano con l’auto in una piazzola di servizio per permettere, a padre e figlio, di andare a orinare all’esterno. Ma in quella circostanza il ragazzo scompare, nel più fitto mistero, favorito dall’oscurità della notte. Qui scatta forse l’unica invenzione positiva della trama, il fatto che non ci sia stato nessun sequestro di minore, ma solo un trasferimento, il piccolo è stato accolto sull’auto di una figura ambigua di prete, che sarà il primo a dare l’allarme, senza con questo suscitare i sospetti degli inquirenti. Attorno al motivo dello pseudo-rapimento si colloca una trama imbrogliata, piena di inverosimiglianze. A cominciare dal padre, Nicola, che è un “macho”, portato a cornificare abbondantemente la moglie Gea, fiero di una sua poderosa massa muscolare, esibita allo specchio. Ma allora, come mai questo super-dotato ha una relazione con una donnetta modesta, in tutti i sensi, una insegnante del luogo, che giunge al suicidio in quanto abbandonata da un amante così inadeguato al suo standard? E come è possibile che la madre Gea possa sospettare il marito, non tanto di tradimenti coniugali, ma addirittura di avere propositi di pederastia ai danni del figlio? Anche se si allontana, almeno, l’infame accusa di un possibile incesto, in quanto la vicenda contorta ci fa scoprire che in realtà Michele è figlio di altri, ed è legato da complicata parentela col falso sacerdote, legato a sua volta a Gea. Da qui l’idea di mettere in salvo il bambino sottoposto a minaccia trasbordandolo su un’auto più sicura. Ma la matassa è davvero imbrogliata, più di quanto sia ammissibile anche in un “giallo”, cui in genere si concede di intricare le carte, purché alla fine i vari elementi vadano al loro posto, il che in questo caso avviene con molte difficoltà. Senza parlare di taluni inserti storici in cui compaiono il fiorentino Rucellai e il signore di Rimini Sigismondo Malatesta, con ben scarsa giustificazione rispetto a una vicenda che batte acque territoriali del tutto ambientate ai nostri giorni.
Marcello Fois, Del dirsi addio, Einaudi, pp. 296, euro 20.

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Attualità

Dom. 28-5-17 (renzusconi)

Il tema del giorno è il profilarsi del “renzusconismo” quale unica soluzione per far uscire un governo dalle prossime elezioni, quando, prima o poi, ci si dovrà andare. In proposito noto quanto segue:
1. Nel mio piccolo, nella mia insignificanza, avevo però pronosticato già il 5 dicembre, all’esito infausto del referendum costituzionale, l’inevitabilità che si tornasse a un “patto del Nazzareno”, del resto interrotto, non lo si dimentichi, solo per ragioni personali di Berlusconi, padre padrone del suo partito, unico esempio mai prima comparso nel nostro Paese, ma ora, ahimé, seguito dall’esempio ugualmente funesto offerto da Grillo. Berlusconi aveva mandato all’aria quel patto perché lo aveva ritenuto un salvacondotto per le sue pendenze giudiziarie, e un “buono” acquisito per con-determinare l’elezione del presidente della repubblica.
2. Questo destino, di coabitazione forzata tra schieramenti opposti, non è senza dubbio positivo, ma non è neppure da demonizzare, come fanno in modi patetici e sconsiderati i nostri esponenti di un sinistrismo radicale. In fondo, un’alleanza di questo genere è in atto da tempo in Germania, ed è prevedibile anche nella Francia di Macron, il quale, nel formare il suo governo, ha proceduto a un’abile politica dei “do’ forni”, pescando tra membri sia del gaullismo sia del socialismo. Una “entente cordiale” tra questi opposti rende pure possibile il governo in Spagna, mentre non c’è nessuna possibilità che qualcosa del genere possa capitare in Gran Bretagna, dato che il Labour è caduto preda di Corbyn, proprio uno di quei sinistri spinti che costituiscano una piaga, una minaccia costante per la causa della socialdemocrazia, come un numero uno di questo schieramento, Blair, si era affrettato a notificare ai compagni di fede, rimanendo però inascoltato.
3. Vale la pena di denunciare l’ipocrisia di Pisapia (fa anche rima), che ha rinunciato a un secondo mandato come sindaco di Milano non certo per uscire dalla politica, ma per sottrarsi all’influenza renziana, ben lieto se questa sua uscita di scena avesse prodotto la vittoria dell’anti-Renzi, del rappresentante della destra. Peraltro, ammettiamolo, che l’ombra protettiva di Renzi sia pesante da sopportare, lo dimostra il raffreddamento dell’attuale sindaco Sala, proprio nei confronti del segretario Pd, cui deve la sua elezione. Ma la pretesa di Pisapia di riunire attorno a sé una coalizione di sinistra, fuori dal Pd, è del tutto irreale. Purtroppo la storia dimostra che gli elementi di un sinistrismo spinto sono i peggiori ostacoli per una navigazione vincente della socialdemocrazia. Bertinotti ha fatto cadere il primo governo Prodi, altri membri di un sinistrismo spinto hanno causato la sua successiva caduta nel governo del 2006. Oggi i Bersani e D’Alema e Speranza sono i peggiori nemici del Pd, si farebbero evirare pur di dargli i propri voti.
3. E dunque, a sinistra, nulla da fare. A quanto pare la soluzione “renzusconiana” ci porterà all’adozione del sistema elettorale “alla tedesca”. Mi permetto di ripetere che anche su questo mi ero pronunciato, auspicando che l’Unione Europea cominciasse con il valersi di formule elettorali comuni. Se così è, addio a un premio di maggioranza, peraltro oggi irraggiungibile da nessun partito,. il Pd è in calo sia per l’uscita dell’ala sinistra, sia per gli scandali suscitati ad arte dai suoi nemici, contro la Boschi e il padre del leader. Spero però che si confermi il limite per l’ammissione in Parlamento ai partiti che raggiungono il 5%. Questo determinerà l’uscita dalla maggioranza di Alfano e compagni, che rifluiranno appunto nel berlusconismo, da cui però non potranno non staccarsi sia la Lega sia Fratelli d’Italia. Magari, queste formazioni riescono a reggere un’intesa con Forza Italia in sede di elezioni municipali, ma a livello nazionale ritengo che le opposte visioni sui fronti della moneta unica e degli emigranti non possano consentire il formarsi di un blocco unitario. E dunque, certo non è entusiasmante prevedere di essere ancora costretti, nel prossimo quinquennio, a una coesistenza degli opposti, ma nessuno è riuscito davvero a “smacchiare il giaguaro”, Bersani meno di tutti, e la sua ferrea opposizione alla ex-Ditta contribuirà validamente a gettarla nelle braccia di Berlusconi.

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Arte

Minguzzi, duttile e malleabile

Una mostra di Luciano Minguzzi alla Rocca di Cento, che mi sembra quasi consistere in un trasferimento in blocco delle opere dell’artista bolognese dalla Fondazione di cui dispone a Milano, mi induce a dedicargli qualche parola, cosa che colpevolmente non ho fatto in passato, nonostante alcune occasioni d’incontro con lui, e soprattutto col figlio, cui si deve la creazione della Fondazione. E anche la persona che più se ne è occupata, Alessandra Zanchi, mi è stata vicina in qualità di laureanda, con specializzazione nel capofila del nostro Neoclassicismo in pittura, Andrea Appiani, cui, sotto la mia guida, ha dedicato una monografia molto ben fatta. Per parlare di Minguzzi (1911-2004), bisogna ricordare che anche a Bologna, dove si è formato, è esistito un espressionismo anni Trenta, sul tipo di quanto avvenuto nelle nostre tre città maggiori, Roma, Milano, Torino, già pronto a manifestare inquietudini e tumulti d’animo, ma estenuando il figurativo, senza alcun sospetto dei movimenti più avanzati esistenti al di là delle Alpi. Solo nel dopoguerra su quelle ansie andarono a innestarsi gli schemi più arditi del postcubismo. Una situazione, questa, di vigilia alquanto impotente, che oltre a Minguzzi è stata pure partecipata da Pompilio Mandelli, Ilario Rossi e altri ancora, riluttanti a porsi agli ordini del plasticismo robusto ma troppo prudente di un Morandi. Minguzzi, detto in sintesi, si può considerare uno dei migliori campioni delle due virtù principali che devono arridere a un valido scultore: la malleabilità, cioè la capacità di distendere le forme sul piano, pur lasciando a loro un buon margine di aggetto; e la duttilità, cioè la capacita opposta di distendere le masse in filamenti sottili, avvolgenti. Il primo aspetto ha consentito a Minguzzi di diventare il principale modellatore per porte di chiese di grande livello, come il Duomo di Milano, San Pietro a Roma, S. Fermo Maggiore a Verona. Ma certo la dote che lo ha distinto meglio è stata l’altra possibilità, quella di estendere, estenuare, prolungare in strutture filiformi, un pregio che ha avuto in comune con altri nostri scultori emersi nel dopoguerra, come Mirko, Consagra, Franchina, e che è servito a distinguerlo profondamente dagli scultori della generazione precedente, i quali, seguendo le orme di Arturo Martini, e con Marino in testa, preferivano ammassare, concentrare le forme, soprattutto se si trattava di teste e di corpi umani. Questo moto centripeto sarà sempre avverso al nostro artista, che per esempio, se si darà a offrici figure umane a grandezza naturale, aprirà in loro un solco lungo la colonna vertebrale, come fossero animali da macello squartati e appesi. Questa possibilità morfologica lo ha reso disponibile a farsi epico cantore dei campi di sterminio, una corda tematica cui evidentemente erano esclusi i suoi predecessori, chiamati invece a fornire blocchi compatti. Ma in definitiva questa possibilità di “aprire”, di lacerare le presenze umane è apparsa a Minguzzi insufficiente, da qui la nascita del suo bestiario, dei galli in primo luogo, dato che le loro piume, le teste aguzze, gli artigli gli offrivano un soggetto eccellente proprio per andare ad “artigliare” lo spazio, per aggredirlo con sventagliate, dove l’estenuazione malleabile del poco di carne sopravvivente veniva smossa, inquietata dal suo protendersi a occupare spazio, ma in forme leggere, poco ingombranti. Forse a Minguzzi si è fatto rimprovero che nell’eseguire una pulsione di questo tipo, pur in perfetta linea con le prestazioni di artisti internazionali emersi anche loro nel dopoguerra, si pensi agli inglesi Chadwick e Armitage, non fosse però deciso come loro a lasciarsi alle spalle il “caput mortuum” del figuratviismo per slanciarsi verso una pratica totale dell’astrazione, questo anche a differenza di colleghi a lui preferiti da un certo gusto “internazionalizzante”, come i già ricordati Mirko e Conssagra. In fondo, Minguzzi non ha mai cessato di portarsi dietro i vividi motivi espressionisti della ormai lontana stagione prebellica, come dire che non ha mai mollato gli ormeggi da un residuo figurativismo. Ma si dovrebbe lodare la sua capacità di prolungarlo, di impiantargli addosso un reticolo di traballanti edicole aeree. Quanto rimane di solida presenza antropomorfa si muta subito nei corpi di acrobati, capaci di reggere gabbie spaziose, di movimentare il vuoto dell’aria con lacci sottili. Quelle sottili superfici di ridotto spessore giungono perfino a prendere il volo, ed ecco così entrare in questo efficace repertorio il motivo degli aquiloni, perfetto matrimonio proprio tra le due facoltà dominanti, la malleabilità di membrane ridotte all’osso, e la duttilità di estenderle, quasi col mattarello con cui si fa la sfoglia. Una virtù, questa, in cui lo ha seguito un collega concittadino, Quinto Ghermandi, che ha trovato soluzioni molto simili nelle foglie dei vegetali o negli ossi sacri del nostro scheletro, con il foro di innesto del femore occhieggiante nel vuoto. Tante sono le felici commistioni che Minguzzi ci ha dato, tra un protagonista umano mai del tutto abbandonato, e il suo reggere un volume di effetti virtuali assai più vistoso e ingombrante, trovato o in alto, in aria, o anche nell’intrico di canneti e cespugli. Rientra in questa felice tipologia perfino la serie delle figure femminili intente a saltare la corda, che potrebbe proprio essere l’immagine riassuntiva dell’intera attività di questo artista, magari con l’aggiunta di un altro motivo assai simile, della donna sdraiata su una chaise longue, perfetto abbinamento tra una residua consistenza plastica, di membra rotondeggianti, e invece tralicci, tubi, spalliere offerti dal mobile di sostegno, perfetto equilibrio tra pieni e vuoti.
Minguzzi. Sculture e disegni. Rocca di Cento, fino al 20 agosto.

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Letteratura

Magrelli tra tradizione e innovazione

Ricevo da Valerio Magrelli un suo recente prodotto, una esile raccolta di versi, “Guida allo smarrimento dei perplessi”, e mi sembra giusto gratificarlo dedicandogli qualche parola, anche se questo mi porta ad affrontare il territorio a me non particolarmente familiare della poesia. Ma credo di avere le idee abbastanza chiare per quanto concerne tutto questo settore di lavori, anche se forse improntate a un certo dogmatismo. Per un coerente membro della neoavanguardia come il sottoscritto, prima di tutto, nel secondo dopoguerra, vengono i Novissimi, che hanno dominato la scena fino al ’68, quando c’è stato il disperdersi del Gruppo 63, ma beninteso ciascuno degli autori che vi si erano riconosciuti ha continuato nel proprio cammino. Fino agli anni ’90, quando sulla scena è ricomparso un successivo orizzonte di ricerca, tanto che per la poesia Alfredo Giuliani, già teorico e introduttore dei Novissimi, ha potuto scorgere la nascita di eredi, di un Gruppo 93, dando modo, a me e a Balestrini, di lanciare la serie degli incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. In mezzo c’è stata un’onda depressiva, al rientro, come del resto è nella fisiologia di tutti i fenomeni, organici e inanimati. Questo avallamento è stato contrassegnato dall’uscita dell’antologia “La parola innamorata”, 1978, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, volta a raccogliere per strada quanti avevano combattuto proprio l’estremismo dei Novissimi, o che per anno di nascita, come Magrelli (1957), non avevano fatto a tempo a sintonizzarsi su quel passo. Era una situazione di “entre les deux”, per un verso occhieggiante verso la tradizione, magari non proprio dell’ermetismo prebellico, ormai defunto, ma almeno verso soluzioni di recupero di un certo crepuscolarismo, di una elegia sospesa tra buoni sentimenti “d’antan” e cauti inserimenti di una prosaicità aggiornata sui nuvi dti ambientali. Questa scialuppadi salvataggio aveva preso a bordo anche un protagonista come Cesare Viviani, che invece, circa nei medesimi anni, aveva intrapreso una via nuova, andando oltre lo spirito collagista tipico dei Novissimi, forte soprattutto nell’aggregare un materiale semantico, mentre l’audacia di Viviani stava nel praticare una scissione della parola, frammentandola e ricomponendone gli spezzoni fino a ricavare altrettanti neologismi. Ma in seguito anche lui è rientrato nel gruppo. Che però, almeno nei membri più interessanti, continua a chiaroscurare certi toni fin troppo affabili con improvvisi inserimenti di volute banalità e citazioni dal quotidiano. Tra i più fini cultori di questo “entre les deux” c’è proprio il nostro Magrelli. Notiamo “en passant” che già il titolo della raccolta tematizza una simile situazione di sospensione, insistendo sui concetti di “smarrimento” e di “perplessità”. Se affrontiamo la prima lirica della raccolta, la troviamo aprirsi con “Questa è la mia preghiera del mattino”, un verso che non potrebbe aver scritto né un membro dei Novissimi né dei successivi e ancor più arrembanti membri del Gruppo 93, dato che esso sfuma nel passato, lo potremmo trovare in Saba, in Montale. Ma poi, a contrasto con questo tono tranquillo, che sarebbe condannabile, troviamo nel verso successivo una più vivace dichiarazione del poeta a voler controllare il suo “cc”, cruda inserzione di un elemento ripreso “tale e quale”, completato da un accenno successivo a una “password”. Dunque, c’è un aggiornamento da dirsi genericamente futurista. Poi, di nuovo il rientro in una tonalità più sentimentalmente tranquilla, “ogni volta ritrovo la tua data / di nascita”. Pensosa bonarietà pure in un seguente “Penso l’intero giorno senza pensarti mai, / eppure non c’è alba in cui dolente / tu non mi vieni incontro”, ma poi ecco l’opportuna nota stridente, ovvero l’aggressione di una attualità incalzante: “mentre effettuo un bonifico”. E molto buono mi sembra anche un riferimento mitico, “come un Lazzaro uscito dalla tomba”, la pratica dei novissimi, detto in accezione liturgica e non come riferimento ai cinque della neoavanguardia, è sempre una valida mossa. E felice, per accoppiamento tra un concetto secolare e una improvvisa attualizzazione risulta un ancora successivo “Ti levi dal sepolcro del computer”. Una opportuna aggressione semantica è anche in chiusura della lirica “Dopo una visita in clinica a Zeichen”, dove il ricordo di un autore spregiudicato e sperimentale trascina anche Magrelli a porsi sul medesimo livello, attribuendo al poeta una funzione definita in termini di arido specialismo medico, secondo cui il poeta sarebbe un “logopedista”, e dunque il trattamento del materiale verbale a lui adatto non seguirebbe le armonie, le malinconie di un vecchio repertorio, ma farebbe di lui, su questa strada finalmente avventurosa, “il profeta, l’esteta, l’atleta”. E mi piace molto che nella decima, e ultima, di queste liriche entrino in scena “I brutti gabinetti / di certi ristoranti di paese”. Insomma, è bene che la tentazione a retrocedere verso un empireo altrimenti abbastanza convenzionale, sia interrotta da sussulti, da brutture, da improvvise concessioni verso “il male di vivere”, senza piangerci sopra.
Valerio Magrelli, Guida allo smarrimento dei perplessi. Carteggi letterari, pp. 37, senza prezzo.

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Attualità

Dom. 21-5-17(telefonate)

Anche il tema del domenicale di oggi non può non essere dato dal “psticciaccio brutto”, del dialogo tra Renzi padre e figlio, venuto allo scoperto attraverso la solita fuoriuscita di una intercettazione telefonica. In proposito credo che si possano svolgere le seguenti osservazioni:
1. E’ incredibile che ci siano ancora persone in vista disposte a servirsi di conversazioni telefoniche, come se non sapessero del rischio che queste possano essere sottoposte a intercettazioni. Che cosa ci vorrebbe a fare ricorso, semmai, al cellulare di una persona di servizio o di un piantone? L’avvenuto è tanto assurdo, da aver alimentato l’ipotesi diabolica che i due sapessero bene di essere ascoltati e che dunque recitassero a soggetto.
2. Comunque, già oggi è proibito che le registrazioni avvenute per ordine della magistratura escano fuori, la cosa costituisce reato perseguibile, la libertà di opinione e di stampa non c’entra nulla in materia, Queste fughe avvengono solo per tre vie: corruzione, dei giornali che pagano un congruo prezzo per comprare le notizie a qualche povero travet burocratico con misero mensile, o per concussione, che è poi solo il rovescio della medaglia, se è lo stesso burocrate a chiedere un lauto compenso per cedere la ghiotta informazione. Era ributtante l’omertà avvertita in un recente salotto Gruber con cui i convocati assolvevano da ogni colpa il presidente del “Fatto quotidiano”, Padellaro, il quale molto probabilmente in cuor suo si congratulava dei soldi bene spesi per procurarsi la sensazionale registrazione. In questi casi c’è ampia possibilità di intervenire con severe multe da affibbiare al giornale o rete o altro strumento di comunicazione che abbiano divulgato il materiale uscito indebitamente. I giornalisti non dicano che se lo sono trovati fortuitamente nella buca delle lettere, o tra i piedi. Quasi sempre in casi del genere hanno agito in barba alla legge per procurarsi il corpo del reato, traendone un ottimo riscontro a livello di vendite e di successo di pubblico.
3. Ma c’è anche una terza possibilità, che la registrazione sia stata diffusa proprio da un magistrato politicizzato, deciso a recare danno alla parte avversa. Questo è il caso del procuratore di Napoli Woodcock, notorio avversario del centro-sinistra moderato e partigiano di un sinistrismo più spinto. E’ stato lui a ordinare di tenere sotto ascolto Tiziano Renzi, anche se il reato che gli si poteva imputare non era tale da consentire quel provvedimento. Ed è stato lui a diffondere la telefonata, se non vi hanno provveduto i crimini di corruzione e concussione, come detto sopra. Del resto egli è pure colpevole di aver imposto a un agente al suo servizio di travisare un altro verbale di ascolto e di montare ad arte il sospetto che Renzi si servisse di un potere parallelo per impedire indagini attorno a sé e al padre.
4. Finalmente, aggiungiamo pure che in tutta questa vicenda si può stigmatizzare un comportamento quanto meno incauto di Renzi padre. Come è stato detto da più parti, uno stretto parente di un uomo in vista dovrebbe limitare di più i suoi atti, saperli tenere a freno.

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Arte

Paola Pezzi, tra contrazioni e distensioni

La Galleria del Milione, a Milano, nella sede che occupa ormai da parecchi anni, in fuga dai quartieri alti di via Bigli ma nella zona vitale di Porta Garibaldi, mette in onda un catalogo completo dell’opera di Paola Pezzi (1963), artista robusta e solida che avrebbe meritato un’inclusione tra i pochi italiani ammessi alla attuale Biennale, in luogo dei corretti ma un po’ insipidi prescelti, se si eccettua il caso straordinario di Maria Lai. Credo di aver contribuito alla scoperta della Pezzi, quando nei primi anni ’90 l’ho vista alla Galleria di Franco Toselli, che, non dimentichiamolo, fa parte della sacra triade, assieme a Sperone e a Sargentini, cui si deve il lancio di tante nuove proposte, solo che Franco, al confronto con gli altri due, è più instabile e precario per ragioni finanziarie, destinato a scomparire di tanto in tanto ma poi a riemergere. In quel momento la nostra Pezzi proponeva oggetti forse casalinghi, ma avvolti in bende, come mummie egizie, come quelle bambole che si scoprono nelle tombe dei faraoni o dei loro dignitari. Era era una sinfonia di colori spenti, terrosi, austeri. In seguito l’artista ha voluto reagire a quel clima smorto e funereo, dandosi invece a una vivace policromia, ma mantenendo pur sempre la tendenza a stringere, ad accorpare i suoi volumi. Diciamo che dalla mummificazione di oggetti di casa, siamo passati agli zainetti di una classe di scolaretti, pronti a inalberare le multiformi insegne delle varie bandiere nazionali, o delle affiches pubblicitarie. Quasi una sfida a Boetti, ma col criterio di addensare quelle manifestazioni colorate, portandole a fare muro, proprio come se una scolaresca fosse stata invitata ad accumulare gli zainetti, a costituirne una pira nel più pittoresco disordine. Fino a quel momento, però, trovava conferma il rispetto per formazioni quadrangolari, compatte, raccolte su se stesse. In seguito la nostra Pezzi ha sentito il bisogno di mutare la morfologia di base, passando a forme circolari, o tubolari, o appuntite, come se si tuffasse in mari caldi per sottrarvi alghe, colonie di coralli, di anemoni. O è anche come se da una fase centripeta, l’artista si fosse data invece a un movimento centrifugo, aggressivo verso il visitatore, protendendo contro di lui una barriera di aculei, magari anche solo attraverso matite appuntite. Di tanto in tanto, poi, durante le varie fasi, la nostra artista ha sentito il bisogno come di riposarsi, di schiacciare le sue forme sul piano, mutandole in terreni screziati, ondulati. Assistiamo comunque a un accattivante spettacolo sempre reattivo, sempre in marcia, a determinare un profilo mosso e vivace, degno della migliore accoglienza.

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Letteratura

D’Orazio: un romanzo a tre stadi

Mi è già capitato più volte di osservare che la generica categoria degli “intellettuali” dei nostri giorni, si tratti di critici di ogni genere, di uomini politici, di giornalisti, mentre un tempo tentavano di acquisire qualche titolo di nobiltà pubblicando un libretto di poesia, ora invece puntano piuttosto alla forma più coinvolgente e popolare del romanzo. Non fa eccezione Costantino D’Orazio, ottimo operatore nelle arti visive, tra contributi informativi, comparse televisive, studi critici. Ora anche lui ci dà il suo inevitabile romanzo, “Ma liberaci dal male”, con esito tutt’altro che malvagio, anche perché nel romanzo si lasciano intravedere tre componenti con diverso grado di interesse e attendibilità, cosicché il lettore può scegliere tra una parte e l’altra. La protagonista si chiama Virginia, abbreviata in Vivì, e ci narra in prima persona il suo dramma familiare, affidandolo a caratteri in corpo piccolo, quasi per farsi perdonare il fatto che lo scriva in prima persona, mentre quando poi passa a una più corretta terza persona i caratteri crescono di corpo, a significare un andamento più oggettivo. Vivì ha alle spalle un triste dramma familiare, di una madre nevrotica che giunge al suicidio, e di un padre premuroso ma incapace di condurla nell’esistenza, tanto da spingerla a un passo estremo, di farsi novizia in un convento di clausura, presso la chiesa romana dei Santi Quattro Coronati, che diventerà ben presto l’ombelico attorno a cui ruoterà il seguito della vicenda. Ci potremmo arrestare un momento a un primo commento. Non è troppo credibile che Vivì, di buon livello sociale e di studi, ricca di interessi, del tutto inserita nel mondo attiuale, voglia autopunirsi nella forma grave della clausura. Ma scatta in proposito il secondo segmento della vicenda, e davvero c’è da chiedersi chi abbia fornito a D’Orazio l’eccellente documentazione di cui si vale, quasi che fosse stato ammesso con salvacondotto a sperimentare lui stesso la vita monacale. Certo è che ce ne offre in modo esaustivo e credibile un diario perfetto, di come le monache passano la giornata, tra preghiere, refezioni, indicate analiticamente, e tante altre cure quotidiane che in definitiva riempiono il loro tempo. E ci sono pure le reazioni psicologiche nei confronti della novizia, alcune sorelle sono dure e aggressive verso di lei, come in particolare, oltre a una inevitabile Madre Superiora, un’altra figura autoritaria, una Implacabile Suor Elisabetta. Questo introdurci a vivere ora per ora quanto succede in quello strano e insolito alveare è la parte migliore del romanzo, quella che lo distingue nel numero dei tanti altri che io sono solito iscrivere nella categoria di un neo-neorealismo, e infatti che cosa ci può essere di più insolito quanto l’andare a sperimentarlo, piuttosto che in un mondo di drogati o di assatanati del sesso, nei silenzi austeri della clausura, rivelatasi però anch’essa piena di sussurri e grida?
Scatta infine la terza componente, forse la più prevedibile, ricordando che la vicenda è narrata da un critico d’arte chiamato anche a un ruolo di guida ai monumenti romani. Qui francamente non so che cosa ci sia di vero o di inventato, da questo punto in avanti, e riconosciamo anche che il Nostro, forse senza saperlo, si muove al seguito della grande Jane Austen, quando immagina che una fanciulla, ospite di un baronetto inglese, nasconda nel solaio un segreto di famiglia. Forse il nostro Costantino si mette nei panni di un suo personaggio, tale Andrea Rizzuto, posto spasmodicamente alla ricerca di un segreto artistico che si dovrebbe celare in quel monastero e nella chiesa attigua, una misteriosa Aula Gotica di cui nei secoli si sarebbe persa la memoria. Rizzuto sfrutta le armi della seduzione sulla novizia per riuscire a penetrare nel luogo misterioso, di cui le suore custodiscono con tenacia il segreto. E’ un luogo dell’orrore, dove le nostre brave sorelle si riuniscono per inique cerimonie sanguinarie, magari seppellendovi i frutti di amori illeciti? No, in proposito si ha la migliore invenzione romanzesca del nostro autore, in quelle stanze negate ai comuni mortali le sorelle si ritirano per prendere una boccata di normalità, per rientrare nei loro panni “borghesi”, dandosi a lavare e stirare gli indumenti intìmi, Ma è vero che allo sguardo ammirato del perlustratore si rivelano affreschi portentosi che permetterebbero addirittura di anticipare l’inizio del Rinascimento, togliendolo a Cimabue e dandolo a ignoti pittori di ambiente romano, così da smentire la “leggenda” del primato toscano, nella storia della rinascita della nostra arte. Da collega di D’Orazio, dissento da questa tesi, ma da narratologo trovo che questo motivo è ben giocato, anche se egli trova sulla sua strada non solo l’ingombrante ricordo della Austen, ma le manovre ben più vicine e incalzanti di un Dan Brown. Che poi Vivì se ne vada dal convento, è una decisione che sicuramente incontra il plauso di ogni lettore.
Costantino D’Orazio, Ma liberaci dal male, Sperling & Kupfer, pp. 3°1, euro 16,90.

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Attualità

Dom.14-5-17 (De Bortoli)

La vicenda scatenata dalla frase ormai fin troppo nota inserita nel libro di memorie di Ferruccio De Bortoli è scandalosa, e vale a dimostrare quanto è omertoso e conformista il mondo del giornalismo nostrano. In essa c’è un solo evidente e manifesto colpevole, il De Bortoli stesso, che si è comportato da giornalista di terzo ordine commettendo non so quante infrazioni contro la deontologia professionale. Non si pubblica una notizia così pericolosa ben sapendo che, se richiesti, non si sarebbe in grado di dichiararne la fonte. Non c’è dubbio che qualcuno abbia sussurrato all’orecchio dell’ex-direttore del “Corriere” la notizia fatidica, ma accompagnandola evidentemente dalla richiesta di tacerne la fonte, di non esserne coinvolto. In genere un giornalista “serio” deve accogliere questo patto, altrimenti fa solo della diffamazione, sparge zizzania. In fondo, i nostri giornalisti, questa volta non trattandosi di un cane della loro stessa razza, sono insorti contro il procuratore di Catania che ha insinuato, ma anche in quel caso dichiarandosi impossibilitato a indicare fonti precise, l’esistenza di un accordo tra alcuni degli interventi umanitari e gli scafisti, al largo delle coste libiche. Pazienza se la notizia riportata, in modo così precario e senza garanzia, fosse stata di carattere innocuo o marginale, ma De Bortoli sapeva bene che così lanciava un siluro contro la Boschi, e il passato e presente governo, di Renzi e di Gentiloni, che a turno le hanno confermato la loro fiducia. E dunque, a ragion veduta, De Bortoli ha voluto inguaiare il nemico, sì, perché Renzi ha ragioni da vendere, nel ravvisare in quell’ex-autorevole giornalista un suo avversario giurato, come lo sono stati tutti colori che hanno esortato a votare no al referendum costituzionale. Inoltre De Bortoli è fissato sull’accusa che il “cerchio magico” fiorentino renda odore di massoneria, lo aveva già detto in un fondo quando era ancora in sella alla testa del “Corriere”, anche in quel caso nascondendo subito la mano dopo aver scagliato il sasso. Ad avvalorare l’infelice uscita di De Bortoli potrebbe essere l’ex direttore generale di Unicredit, Ghizzoni, ma chi lo conosce assicura che lui è un muro di silenzio e di riservatezza, e dunque non parlerà mai, o altrimenti lo avrebbe già fatto. Quanto alla Boschi, la ministra può essere colpevole solo di spergiuro, avendo dichiarato, ora e in passato, di non essersi mai occupata di Banca Etruria, e certo la cosa sarebbe grave, passibile davvero di richiesta di dimissioni. Si sa che gli USA, più sensibili di noi in questa materia, non perdonano ai loro Presidenti di avere mentito. Invece, sembrerebbe del tutto legittimo che un membro del governo, in quel momento di crisi, avesse ritenuto utile o forse obbligatorio sondare i nostri istituti di credito “sani” chiedendogli se mai avessero potuto accollarsi i debiti dei confratelli malsani. Sondaggi di questo genere sono stati fatti da un ente superiore e neutro come la Banca d’Italia, e da un ministro in carica, allora come oggi, Del Rio. Ed era doveroso farlo, ne sarebbe venuto il salvataggio delle quattro Banche in crisi, e non solo dell’Etruria, senza danni per l’erario e col completo salvataggio dei creditori. Naturalmente, sondaggi di questa natura sono da considerarsi legittimi, se condotti al di fuori di minacce e di ricatti. Il che del resto non pare esserci stato, visto che le banche interpellate hanno risposto tutte negativamente. E dunque, riassumendo, l’esito dell’intero affaire dovrebbe essere una mozione di censura verso De Bortoli per mancato rispetto dell’etica professionale, e un controllo sulla Boschi se dovesse risultare mendace la sua dichiarazione di non essersi mai occupata della Banca Etruria.

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Arte

Mattioli: troppa pasta informe

Ricevo una lussuosa monografia dedicata a Carlo Mattioli dal prestigioso editore Franco Maria Ricci, il noto autore delle splendide riviste uscite per anni sotto la magica sigla FMR di cui ancora rimpiangiamo la cessazione. Nel testo ci sono pure firme di rilievo, come Vittorio Sgarbi, Marco Vallora, Marzio Dall’Acqua, invano però si cercherebbe nell’ampia bibliografia il mio nome, pure in genere diffuso in elenchi del genere quasi come il prezzemolo. Infatti non credo di aver mai dedicato a Mattioli una sola riga, pur nella mia accanita presenza di critico militante, il che non è un segno di indifferenza o di distrazione, bensì di implicito giudizio negativo, o quanto meno di non gradito coinvolgimento. La sua pittura non mi persuade, a mezza strada com’è tra un Informale, che ovviamente avrebbe il mio pieno gradimento, e un figurativismo tutto sommato abbastanza tradizionale. In merito mi viene fatto di ricorrere a due similitudini, una delle quali alquanto volgare. Questi dipinti mi fanno venire in mente una aberrazione culinaria, tipica delle nostre parti, quando la “bechamelle”, ovvero la famigerata “panna” inonda la pasta asciutta, portandola a una sorta di naufragio, da cui si salva solo qualche residuo di maccherone o spaghetto, capace di districarsi ed emergere da quella palude. Da lì arrivo a una similitudine magari un po’ più accettabile, e in linea col paesaggismo di cui Mattioli è stato indefesso cultore. Parliamo allora di uno strato di densa nebbia da cui, come già detto, fuopriescono alcuni picchi, alcune vette, che sono alberi, oggetti, o infine figure, mezzi busti, volti, ma trattati in modi fin troppo convenzionali e riconoscibili. Come dire che la materia informale è usata a piene mani, ma in modi indistinti, senza un qualche trattamento dall’interno. Ci potrebbe stare un paragone, finalmente di natura artistica, con Nicolas De Staël, dopotutto anche lui non certo tra i miei preferiti, ma almeno questo pittore sapeva introdurre delle distinzioni tra i vari strati di materia, articolandoli, scandendoli in appezzamenti, magri troppo rettilinei, da giardiniere con non molto estro, tuttavia lo strato materico veniva “agito”, lavorato al suo interno, mentre nel caso di Mattioli manca proprio questo “trattamento”. Il forte spessore della massa cromatica ottura, ricopre, in modo alquanto meccanico, non riuscendo a stabilire un corpo a corpo con i profili figurativi. Invano cercheremmo quella sottile dialettica di cui è stato campione Antoni Tàpies. Si aggiunga anche che questi strati di pasta stesi con troppa monotonia sono intonati a colori a loro volta troppo naturali, troppo vicini a tappeti di erbe verdeggiani, a aiuole e siepi stucchevolmente fiorite, mentre le piante da frutto, sbucando fuori dalle nebbie e ostentando pomi anch’essi marcati in eccesso, individuati uno a uno, fanno pensare a degli alberi della cuccagna, che si possono raggiungere solo che si abbia il coraggio di affrancarsi dalle leggi dell’Informale. Così come il cliente imbarazzato dall’eccesso di panna gravante sui suoi maccheroni la scrolla cercando di liberarne l’oggetto ambito e di ritrovarne l’esatto perimetro, invano “messo in maschera”.

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