Arte

Arman, o il trionfo della quantità

Nella Capitale, la Fondazione Roma, presieduta da F. M. E. Emmanuele, svolge una efficace concorrenza ai musei deputati gestiti tra Stato e Comune, avvalendosi di due sedi, Palazzo Cipolla e Palazzo Sciarra. Nella prima delle due ora si può vedere una mostra molto completa di un grande artista francese che non ha esitato ad arrotondare in Arman un nome e cognome di origine ispanica, Armand Fernandez (1928-2005), divenendo uno dei principali protagonisti del Nouveau Réalisme fondato nel 1960 da Pierre Restany, un movimento che forse è stato il canto del cigno, per la Francia, nell’esprimere una vocazione maggioritaria in Europa, detenuta fin dai tempi lontani delle avanguardie storiche, con relativo potere di attrazione su tanti esuli da vari Paesi del nostro continente. Così, in quel gruppo, accanto ai francesi autentici come lo stesso Arman, e César e altri, compariva il nostro Rotella assieme al bulgaro Christo e al rumeno Daniel Spoerri. Restany a sua volta è stato l’ultimo grande teorico e trascinatore dell’arte di ricerca, raccogliendo il testimone da Michel Tapié, il numero uno per tutti gli anni Cinquanta nel fissare i connotati dell’Informale, ovvero, detto a suo modo, dell’Art autre. Il più giovane Pierre gli aveva sottratto qualche briciola di quel banchetto, con l’Abstraction lyrique, e soprattutto con un colosso quale Jean Fautrier, portando subito a impiantare questi preziosi prodotti assieme nella Gallerista milanese Apollinaire, di Guido Le Noci. Ma al giro di boa dei Sessanta entrambi avevano condiviso la percezione della grande svolta, basta nutrirsi di rovine, risalire agli albori quasi cavernicoli dell’umanità, il ciclo dell’industrialismo era ripartito, e da quel momento la condizione umana doveva misurarsi su una simile nuova realtà, promuovendo una sfida enorme tra noi e gli organismi meccanici riemersi in proporzioni dilatate. Prendere atto del ritorno in forze della produzione industriale voleva dire accettare il carattere che essa si portava dietro, il numero, la quantità, sottoposti a un incremento, a una moltiplicazione senza pari. Questo infatti il tratto distintivo tra prime e seconde avanguardie, io stesso, nel mio piccolo, e come membro e testimone della neoavanguardia letteraria italiana, non ho fatto che ripeterlo, noi eravamo la generazione di Nettuno, per dirla con Eco, pronti cioè a quantificare, a estendere, a normalizzare le intuizioni dei padri storici, che invece si erano impegnati in una fatica erculea, con fragore officinale, come si conveniva ai figli di Vulcano, sempre secondo le fortunate etichette di Eco. Subito sulla soglia della mostra romana Arman proclama questo tratto distintivo, dichiarandosi appunto affezionato seguace del numero, della quantità, così come il collega Yves Klein lo era del vuoto spinto. Purtroppo, adottando una delle famigerate pratiche introdotte dai curators, la mostra in Palazzo Cipolla ha un unico inconveniente, di esporre le opere rivoltate come un calzino, dalle ultime, composte da un Arman sempre alacre e superattivo, alle prime, concepite al momento stesso della nascita del Nouveau Réalisme. Questa medesima mania di rovesciare i dati si applica anche al curriculum dell’artista preso in esame, con l’unica eccezione della biografia, ma presto anche qui partiremo dall’anno della morte risalendo fino ai giorni dei suoi primi vagiti.
Tutta l’arte di Arman si riassume appunto in due dati di fondo: il rispetto dell’oggetto fornito dalla produzione industriale, e l’offrirlo in massicce dosi quantitative, presentate, per di più, forse questo è un terzo connotato, in un pittoresco disordine, in una continua sfida al caso. In partenza questi canoni Arman li applica ai timbri, delle poste, di uffici burocratici, forse nel prudente intento di rimanere ancora abbarbicato alla superficie, ma ben presto egli capisce che rispettare la natura dell’oggetto artificiale voleva dire anche accettarne il carattere voluminoso, tridimensionale. Non c’era bisogno di cercare lontano, era sufficiente rivolgersi alle “poubelles”, ai bidoni del pattume, dove si gettavano allora, come anche oggi, tutti i prodotti “usati”, tappi di bottiglie, detriti di ogni specie e natura, duri o soffici che siano. E si aggiunga proprio il carattere del disordine, del “come viene viene”, quel medesimo carattere di accettazione di un caos seppur controllato che l’amico César otteneva attraverso le compressioni fatte subire alle carcasse delle auto pronte per la demolizione. In definitiva l’intera marcia progressiva di Arman è consistita nel rivolgersi a prodotti industriali, a merci sempre più voluminose, fossero strumenti musicali, o sedie di qualche salotto a buon mercato, o ferri da stiro, o caffettiere, e così via. Qualche volta questi oggetti tipici del nostro panorama industriale ci vengono serviti da lui per intero, confidando nel puro e semplice accumulo per dare loro una nuova visibilità. Altre volte Arman si comporta come un cuoco che squarta le sue vittime, le riduce a pezzi, poi magari tenta di ricomporle, ma con voluta goffaggine, per cui i vari frammenti si inseriscono gli uni negli altri attraverso tagli, spaccature vertiginose. Naturalmente ci sono tante consonanze, in ciascuno di questi gesti. Quando l’artista se la prende con gli strumenti musicali, si pensa al grande John Cage, e al suo allievo nostrano, Giuseppe Chiari, anche loro solleciti nel frantumare i pianoforti. Qualche frutto di queste ecatombe sistematiche lo si può cogliere nell’inglese Damien Hirst, nell’indiano Subodh Gupta, ovvero Arman indica vie redditizie per affrontare l’universo utensilistico dei nostri giorni e trarne ogni frutto possibile. Noto con qualche rammarico che i curatori di questa selezione, certamente chiamati a scegliere entro un’opera smisurata, hanno trascurato qualcuna di queste ingegnose “panachés”, quelle in cui Arman ha osato affrontare statue convenzionali rubate ai gessi delle accademie, ma subito inframmezzate, tranciate, farcite con materiali assunti dall’orrido nostro repertorio quotidiano. Con questi arditi spaventapasseri io avevo organizzato una sfilata trionfale quando, nel 2008, mi vanto di aver costretto una Milano quasi immemore a ricordare quanto doveva a Pierre Restany, e precisamente di averla resa la capitale in seconda, o addirittura in primo grado, della nascita del Nouveau Réalisme. E questo omaggio, tenutosi al Padiglione di Arte Contemporanea, non poteva essere compiuto se non nel nome di una capacità non cessata, da parte di Arman e compagni, di stupire ancora, di cogliere nel segno, di accompagnarci lungo la difficile navigazione nei nostri anni.
Arman, Roma, Palazzo Cipolla, a cura di Germano Celant e Chiara Spongaro, fino al 23 luglio. Cat. Silvana Editoriale.

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Letteratura

Brizzi: una riuscita “viandanza”

I miei rimbrotti alla “Felsina narratrix” conoscono alcune eccezioni, una delle quali riguarda Stefano Benni, come è risultato da una mia noterella apparsa su queste pagine due domeniche fa, accompagnata però dall’ammonizione che l’autore si sappia controllare e vada alla ricerca di nuove fonti più autentiche. Un’altra eccezione va ai prodotti di cui è sempre fertile Enrico Brizzi. Anche per lui mi ero espresso in termini molto positivi a proposito del “Matrimonio di mio fratello”, con cui è entrato in modo autorevole nell’attuale mercato di (finta) autonarrazione, o comunque di cronache molto verosimili stese sulle angustie e conflitti dei nostri giorni. Ma Brizzi si raccomanda per avere impostato due filoni molto redditizi, quello di una narrativa di fantapolitica, che in luogo di tentare di rimettere in piedi ambiziosi panorami del passato (l’impresa in cui si perdono regolarmente i Wu Ming in formazione completa e che regolarmente gli rimpovero), si avventura invece a immaginare un futuro sensazionale, come quello di un Mussolina tanto furbo dal rovesciare le alleanze abbandonando al suo destino Hitler e facendosi accogliere tra le braccia degli Alleati, con tante conseguenze per lui vantaggiose. Un filone di questo genere, invece che obbligare a ricostruire un passato poco conosciuto, consente di proiettare in là di qualche anno degli scenari abbastanza noti. E poi c’è l’altro filone, dei percorsi a piedi per raggiungere mete illustri. Su questo terreno lo ha raggiunto proprio uno dei Wu Ming, che si fregia del numero 2 e pare corrispondere a Giovanni Cattabriga, di cui, sempre in queste pagine solitarie, ho lodato il recente “Sentiero luminoso”, che fa seguito a prove precedenti della medesima matura, ma che non può pretendere di strappare a Brizzi un titolo prioritario in imprese del genere. Inoltre non ho mancato di rilevare due inconvenienti, nell’operazione di Cattabriga: la monotonia del percorso, da Bologna a Milano, e la tentazione connessa di rialzarlo con tuffi in un certo sinistrismo di maniera, come quello di aprire una polemica contro l’alta velocità e perfino contro l’Expo, che era l’evento dominante l’anno scorso, quando il Wu Ming 2 ha immaginato la sua lunga camminata. Ma gli ho pure dato atto di aver introdotto due nozione molto utili, quella generale di “viandanza”, sigla efficace per tutto questo genere di operazioni. E di considerarlo anche un “wikisentiero”, dove cioè il volonteroso viandante arricchisce i suoi passi con continui riferimenti a wikipedia, da cui trarre ogni genere di notizie, storiche, economiche, turistiche, sui luoghi attraversati. Brizzi, al confronto, in questo suo “Sogno del drago”, può vantare una “viandanza” più lunga, come indicato diligentemente dal sottotitolo, “Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre”. Col vantaggio, a mio avviso, di non incontrare o di evitare abilmente, gli spettri del sinistrismo, come sarebbero le ostilità dei “Notav”. Per il resto, siamo a un’applicazione se possibile ancor più integrale dei lumi provenienti da Wikipedia. Il progetto soffrirebbe di una sua sostanziale monotonia, dato che Brizzi in questo caso rinuncia a inserirvi un rischioso compagno di viaggio, ovvero un “Pellegrino dalle braccia d’inchiostro”, come avveniva in un’opera del 2007, in cui, molto ingegnosamente, sulla trama da “sendero luminoso”, allora consistente nel percorso francigeno verso Roma, veniva inserito uno spunto da “giallo” poliziesco. Qui Brizzi intende fare il puro, non aggiungere alla pulizia del pellegrinaggio elementi spuri, però sa fare ampio uso di ogni suggerimento laterale, e dunque è pronto a offrirci notizie a iosa sui luoghi attraversati, con diligente ricostruzione di mappe geologiche, indicazioni climatiche, digressioni nel passato. Impariamo come andarono le cose ai tempi degli Alibigesi, e si indietreggia pure fino al Re Sole, e al disgraziato Luigi XVI, di cui vengono evocati in diretta gli ultimi giorni. Inoltre il pellegrino è abile nel tenere aperti i canali con le figlie che lo attendono trepide, il cellulare oggi riesce a compiere miracoli di questo genere, e ci sono i rapporti con i compagni di viaggio, che lo lasciano a turno, ma sostituiti da tanti altri incontri con turisti o pellegrini di tutti i generi e provenienze e stati sociali. Un patito manzoniano come me, poi, non può che apprezzare il puntuale parallelo che il nostro viandante stabilisce con l’itinerario del Diacono Martino, un pezzo di bravura che da solo vale a riscattare l’altrimenti bistrattata tragedia dell’”Adelchi”. Brizzi ci induce a credere che Don Lisander lo avesse preceduto davvero nell’andare a esplorare come dal Piemonte, forse attraverso il Moncenisio o il Monginevro, si poteva andare a raggiungere il campo di Carlo Magno, e indicargli il sentiero, anche in quel caso luminoso, per calare in Italia e sorprendere alle spalle le truppe longobarde. Naturalmente nel nostro caso conta solo l’andata, ma la seguiamo, vi aderiamo, nelle mille difficoltà, di passare la notte in luoghi protetti, di trovare cibo e ogni altro elemento di necessaria sussistenza. Sono allegate anche le mappe di questo percorso, che sembra interminabile, si complica, si blocca, come quello di una formichina che trova ostacoli ovunque. E vale anche il classico detto secondo cui “motus in fine velocior”, cioè quando la mitica destinazione, Santiago de Compostela, giunge finalmente a tiro, sembra che l’Autore se la voglia cavare in fretta, chiudere una vicenda che è già stata troppo lunga. Da quale parte dell’orizzonte, dell’ampia mappa dei generi letterari, l’industrioso Brizzi ci colpirà la prossima volta?
Enrico Brizzi. Il sogno del drago. Ponte alle grazie, pp. 318, euro 14,90.

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Attualità

Lunediale 26-6-17

Ieri, al momento di stendere il mio solito Domenicale, avevo voluto giocare al buio, senza aspettare l’esito dei ballottaggi. Ma un blocco provvisorio nell’accesso al mio sito mi obbliga a intervenire, per la rubrica dell’opinione, con un Lunediale, quando i giochi sono fatti, e anche a un fan del renzismo e del Pd a marca sua come il sottoscritto non resta che prendere atto della sconfitta. Colpa evidentemente di sbagli da parte dei vari amministratori locali, e anche di un quadro nazionale segnato da liti continue dentro il nostro fronte, che non hanno certo spinto gli elettori potenzialmente favorevoli a fare uno sforzo. E ci sono anche le decisioni in sede nazionale, come la soluzione del rebus banche, con forte esborso pubblico, o le liti generate dallo ius soli. E dunque, ombre centrali vanno a colpire anche i più ridotti arenghi municipali. Ne viene un motivo generale di riflessione, non sarebbe ora di accorpare queste varie chiamate alle urne, che appunto rischiano di dare responsi diversi, secondo il premere di fattori nazionali, variabili da momento a momento? Sarebbe anche un utile provvedimento per interrompere la continua chiamata a scontri elettorali cui siamo costretti. Si può o no prolungare, o ridurre nella durata alcune amministrazioni locali, in modo da riportarle al passo con tutte le altre?
Quanto agli effetti politici generali di questi ballottaggi, ripeto quanto già detto, sia da me sia da ben più autorevoli commentatori, difficile trasferire in sede nazionale questi responsi locali. Difficile, per esempio, che Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, in elezioni parlamentari riescano ad andare uniti, c’è infatti a impedirlo la totale divergenza di programmi tra Salvini e Berlusconi, e anche la loro disputa per la leadership. O se tentassero di andare al governo insieme, si dividerebbero alla prima occasione. Quanto al fronte di sinistra, non è esatto dire che qui il renzismo, ai vari appuntamenti, si sia presentato da solo, in genere in ambito localista per un momento si è ricompattata un’unità più vasta, che però non ha scongiurato l’esito negativo. Quanto a una proiezione nazionale della situazione presente, non resta che confermare che l’unica soluzione per ricongiungere un fronte di sinistra sarebbe l’uscita di scena di Renzi, i suoi avversari vogliono la sua testa, Prodi se lo deve mettere in testa, a meno che anche lui, subdolamente, ben conoscendo questa dura realtà, non si stia muovendo proprio per attuarla, con l’aiuto altrettanto subdolo di Pisapia. L’unica possibilità è che essi usino le loro energie per far nascere gruppi di sinistra abbastanza coesi, così da strappare, alle elezioni, una pur risicata presenza in parlamento. Si vedrà poi se, al dunque, in loro prevarrà l’affezione alla nobile causa del centro sinistra o l’odio verso Renzi, ovvero se voteranno con lui o contro, costringendo così il presidente Mattarella, come già il suo predecessore Napolitano, a formare un governo di unità nazionale, cioè in sostanza un nuovo patto del Nazzareno, unica soluzione, piaccia o no, a me non piace, che si staglia nel nostro orizzonte.

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Un’Ytalia che non ci rappresenta

Ho visitato nei giorni scorsi Ytalia, la mostra molto ambiziosa curata da Sergio Risaliti in luoghi magnifici di Firenze, il Forte di Belvedere, sale interne e ampie terrazze affacciate su uno dei più bei panorami del mondo, e in altre tra le sedi più rappresentative della Città del Giglio. Un mio commento sintetico potrebbe valersi di una frase oggi molto diffusa tra il popolo statunitense nei confronti del nuovo capo di Stato: Trump non è il mio presidente. Allo stesso modo, ovviamente “si licet parva componere magnis”, io posso dichiarare che questa non è la mia Italia, con la ipsilon o no, essa non mi rappresenta, non ci sono molti degli artisti per cui io mi sono battuto in lunghi anni della mia carriera. Il suo titolo esatto dovrebbe essere “Celantabo”, infatti si tratta di un cocktail costituito al 70% di immancabili protagonisti dell’Arte povera, e per il resto da scelte operate da ABO. Il lato triste della vicenda è che Risaliti di suo non ci ha messo proprio nulla, ma questo sembra essere il destino fallimentare di critici e curators venuti un’abbondante generazione dopo di noi, rimasti soggiogati dal fascino del duo Celant-ABO e intenti a leccargli il fondoschiena, come se solo quei due fossero i depositari della saggezza. E gli altri, a cominciare da me, ma ricordando anche qualcuno più di me, Calvesi, Menna, Boatto, Crispolti ecc.? Roba da nulla, da qualificare, dantescamente, con un “non ti curar di lor ma guarda e passa”, persone che non esistono, fuori dal listino internazionale, e quindi da rottamare, beninteso assieme alle infelici opzioni che hanno preteso di sostenere.
Per carità, se si va a vedere i prescelti, i “primi della classe” di questa selezione presuntuosa e aristocratica, che semmai sarebbe il caso di chiamare “Risalitia”, non ho nessuno, nel mio piccolo, da bocciare, anzi, a ciascuno di loro ho dedicato analisi articolate e positive, senza certo aspettare che fosse Risaliti a indicarmi la strada, in qualche caso mi è capitato pure di esporre le medesime opere, che infatti, in genere, godono del privilegio di essere già state viste molte volte, ma la cosa non conta nulla per chi, come Risaliti, opera per l’eternità, pretende di costituire un museo delle glorie italiche valido per sempre. E dunque, che conta se il magnifico scheletro di De Dominicis è già stato esposto tante volte, perfino dal reazionario Sgarbi, e quasi al fianco del Duomo di Milano? I candidi fantasmi di Fabro affacciati sul parapetto, in estatica visione del panorama più bello del mondo, io li avevo esposti a Belluno, in sede certo più volgare e meschina. Il doloroso autoritratto di Boetti, che quasi per raffreddare il male interno si annaffia copiosamente, è stato esposto per mesi al Beaubourg. E così via, ognuno di questi capolavori, che di questo certo si tratta, un generico popolo di amanti dell’arte ha già avuto modo di ammirarli tante volte. Ma quello che sconcerta, è la sicumera di chi fa la lista, di chi stabilisce il canone cui attenersi, procedendo anche al negativo, con bocciature ingiustificate. Succede come quando in una lista elettorale si concede al votante di cancellare i nomi che non contano. E così, se si tratta dell’Arte povera, vengono cancellati, chissà perché Calzolari, Zorio, la stessa Marisa Merz, evidentemente ritenuti indegni di sorpassare la magica soglia. Ancora più esosa la selezione ai danni della Transavanguardia, di cui passa il solo Paladino, esclusi invece Chia, Clemente Cucchi, De Maria, colpevoli di quali reati? Naturalmente non si parla dei Nuovi-nuovi, roba da chiodi, si sa bene che sono espulsi da ogni pubblico simposio, a cominciare dai capofila, da Salvo e da quell’Ontani che oggi, a quanto pare, sta trionfando perfino troppo, ma i loro nomi non entrano nell’albo d’oro che conta, non vi si trovano, sarebbe quindi di cattivo gusto venir meno alla consegna, fare uno strappo al galateo. In definitiva, dove si può rinvenire qualche sprazzo di novità? Nella comparsa, devo dire copiosa e con pezzi significativi, di due toscani come Marco Bagnoli e Remo Salvadori, ma per carità, non si pensi a una volgare applicazione di uno “ius soli”, il fatto è che il magno Celant, ben deciso a chiudere la stalla del poverismo, a non farci entrare più nessuno, ha fatto solo un’eccezione per questi due, e per pochi altri. Ma si vedono con piacere le piastrelle decorative, dei mandala, degli azulejos monocromi, con cui Salvadori ha costellato e animato la facciata dell’austera fortezza, e si vede pure con piacere la spaziosa panchina in cui Bagnoli ha prodotto un abile mix, un omaggio a Fabro, e ai cenci in cui ha avvolto il suo “spirato”, con accanto le dame, gli scacchieri tracciati da qualche rozzo emigrante seduto per un momento a contemplare il magnifico paesaggio circostante, che è la moneta che compensa tutte le insufficiente e gli arbitri di questa antologia, da cui l’Italia, con la sua molteplice e ben sfaccettata realtà artistica, è ben lontana.
Ytalia, a cura di Sergio Risaliti, Firenze, Forte di Belvedere e altre sedi, fino al 1° ottobre. Catalogo in preparazione.

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Letteratura

Albinati: un adulterio del tutto normale

L’anno scorso in queste mie pagine del tutto private avevo dato un pieno assenso al conferimento del Premio Strega a Edoardo Albinati con la sua “Scuola cattolica”, dichiarandolo il miglior rappresentante di quello che Spinazzola chiamerebbe un New Italian Realism, e io più prosaicamente un neo-neorealismo, volto a fare il ritratto della vita comune come si svolge ai nostri giorni, in una società malgrado tutto opulenta e affluente. Caso mai, in quell’opera bulimica l’errore dell’autore stava proprio nel voler uscite da una media statistica, che era capace di frequentare così bene, per inserire un fattaccio, quale il delitto del Circeo, i cui protagonisti con tutta evidenza si inoltravano in un cammino eccessivo e perverso. Ora a breve distanza, è come se Albinati avesse effettuato il prelievo di un campione di tessuto, da quella sua prova così vasta, andando a cavarne fuori “un adulterio”, ovvero un episodio del tutto normale e statisticamente frequente, presentandolo nei modi più ligi a come un qualcosa del genere si può ben supporre che si possa consumare nei nostri tempi. E dunque, incontro fortuito tra i due, entrambi inseriti nella buona società, come attesterebbero i nomi fastosi, Clementina lei, Eraldo lui, ma subito “abbassati” in abbreviazioni più correnti, Clem, Erri. Entrambi tutto sommato stanchi del ménage coniugale, con tanto di figli, ma non al punto di avere il coraggio di romperlo, decisi tutt’al più a prendersi una vacanza sessuale, ma nel rispetto di certi confini. Così per esempio “lui”, prima di ogni accoppiamento, si raccomanda che “lei” non gli lasci segni, graffi, altre tracce del trasporto erotico, che sarebbe difficile giustificare rientrando nella vita normale di coppia. Inoltre, altro segno dei tempi, entrambi restano collegati attraverso i rispettivi cellulari ai legittimi consorti, avendo tutt’al più attenzione a non far filtrare rumori, voci, altri indizi che rivelino la presenza del partner, Anche questo è tipico dei nostri tempi, e della narrativa che intende esserne copia conforme, il fermo proposito di evitare drammi sentimentali, legami affettivi nutriti in profondità. E c’è anche il tacito impegno, del narratore con se stesso, di evitare l’incidente, il caso, il fato, con inserimenti crudeli e spietati. Molte circostanze ci fanno stare con il fiato sospeso, temendo, o augurandoci ad ogni passo che scatti qualche sciagura. I due consumano, tra mille sotterfugi, la loro evasione sentimentale ovviamente su un’isola, con immersioni in un mare magnifico, in cui Clem si esibisce con maggiore scioltezza e capacità natatoria, ma creando un leggero clima di suspense. Forse si allontana troppo dal battello noleggiato, forse non riesce a rientrare a bordo? Sarebbe decisamente fuori luogo supporre l’intervento di uno squalo. E quando i due, felici come scolaretti in vacanza, se ne vanno in motorino, con guida maldestra, rasentando gli orli di un precipizio, non è che ci cadono, che ci scappa il morto? Ma no, il tutto, come già detto, rispetta un andamento medio che non prevede catastrofi. E così pure in albergo non ci sono spiacevoli incontri, comparse di terzi che magari conoscono uno dei due amanti e smascherano la loro tresca. Tutto insomma si svolge nella norma, ma con pienezza di dati sensoriali, atmosferici, natatori, e beninteso e prima di tutto erotici, con i due che applicano il manuale di tutte le pose corporali possibili. Ma il racconto non spinge mai i pedali in qualche direzione irreversibile, tiene le carte in sospeso, finché non c’è il ritorno all’ovile, che proprio la pausa intervenuta, la piacevole e distensiva parentesi, fanno apparire più accettabile. I due si lasciano con vaghe promesse di mantenere il rapporto, ma tutto ciò se ne sta “fuori quadro”, il bozzetto, il cartone ha esaurito il suo compito.
Edoardo Albinati, Un adulterio, Rizzoli, pp. 126, euro 16.

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Attualità

Dom. 18-6-17 (Prodi)

Il presente domenicale, evidentemente, è rivolto a commentare gli esiti del primo turno elettorale in molti comuni, in attesa del ballottaggio di domenica prossima. C’è un dato su cui tutti concordano, la constatazione del flop subito da Pentastellati, incapaci appunto di arrivare, se non in pochi casi, al ballottaggio. Ma nessuno si meraviglia, si sa bene che questa formazione, proprio per il fatto di essere recente e senza radici, si trova a disagio nelle consultazioni locali. Si aggiunga un fatto, mi sembra meno segnalato, che il pubblico elettorale in cui i Cinque Stelle pescano, fatto di giovani arrabbiati contro il sistema, risulta insensibile alle problematiche più circostanziate su cui si dibatte nelle elezioni locali. Del nostro elettorato giovanile, insomma, come del pretore della nota sentenza, si può ben dire che “non curat de minimis”. E quindi hanno ragione i commentatori che ammoniscono a non vedere in questo relativo insuccesso del fronte di Grillo l’inizio di un declino del movimento, nelle occasioni che contano in sede nazionale esso purtroppo apparirà “più forte che pria”.
Ma proprio per il carattere specifico da riconoscere alle consultazioni locali sbaglia chi ne trae la conseguenza che bipsgna trasportare la medesima logica anche in sede nazionale, puntare cioè agli apparentamenti. Si è visto che Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia riescono davvero a coesistere, se si tratta di far vincere un sindaco o una lista unitaria, e si deve aggiungere che una regola del genere vale anche a sinistra, ovvero in sede locale il PD riesce a unirsi con i suoi vari fuoriusciti, non ci sono i fantasmi del personalismi a erigere veti incrociati. Ma questi riemergerebbero fatalmente in sede nazionale, quindi vani sono i consigli di chi insiste su una politica del ricongiungimento, o quanto meno della federazione. Ora perfino Renzi finge di crederci, tirato per la gabbana da tanti, suoi fan compresi, che gli rimproverano una politica troppo altezzosa e personalistica. Da qui gli incontri con Prodi e Pisapia. Ma suppongo che da parte di Renzi queste siano solo operazioni di facciata, che lui sappia bene che attualmente Pisapia è il suo principale avversario, magari con l’aiuto di quell’ “Italo Amleto” in cui si è trasformato Prodi, che mi pare stia sfogliano quotidianamente la margherita chiedendosi: rientro in gioco o no, mi ci butto o faccio il padre nobile? Siamo sempre lì, pe riaprire a certi versanti della sinistra Renzi dovrebbe scomparire, darsi davvero a vita privata. Finché resta in campo lui, il matrimonio “non s’ha da fare”. E poi perché gli oppositori non hanno scelto la via regia, di entrare cioè formalmente nelle file del Pd e di candidarsi alla segreteria del partito? Tutte le altre sono operazioni subdole e di corto respiro.

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Arte

Kassel e Atene: un matrimonio sbagliato

Ho visitato tutte le Documenta di Kassel fin dal lontano 1972, ebbene, ritengo di poter dire con assoluta sicurezza che la 14ma edizione, da me abbandonata ieri dopo una tre giorni di vernice, è decisamente la più brutta fra tutte, compromessa da una serie di incredibili errori, primo fra tutti quello di aver scelto un semisconosciuto curator, il polacco Adam Szymczyk. Ma pazienza, puntare su nomi nuovi potrebbe anche essere una virtù. Solo che la persona in questione con rara pervicacia ha voluto stringere un matrimonio di ferro tra la mostra tedesca e l’Atene del Partenone, non si sa bene se per decisione sua o suggerita da qualche potere occulto. Sembra quasi che abbia scambiato la rassegna di Kassel con un’olimpiade. Scherzando in altra sede, mi ero permesso di suggerirgli di reclutare una schiera di baldi artisti in qualità di “artofori” per accendere il sacro fuoco in Grecia e portarlo a tappe forzate fino a Kassel. Questa incombente presenza della Grecia ha continuato a imperversare su tanti altri aspetti dell’attuale manifestazione. Se si vanno a leggere le insolitamente numerose pagine che il direttore generale ha steso per il catalogo, si scopre che vi ha toccato un record. Ho già lamentato più volte che questi onnipotenti curators, divenuti ormai signori assoluti delle grandi mostre, non si occupano molto del tema principale, di dirci cioè dove va l’arte dei nostri giorni, ma qui invano si cercherebbe anche un misero accenno a una simile problematica capitale. Invece il testo è pieno di argomentazioni ideologiche, dove si scopre che in definitiva questo cordone ombelicale con la Grecia non viene stabilito nel nome di ragioni legate all’arte, ma solo perché quel Paese è visto come vittima delle bieche plutocrazie, con la Germania in testa. Quella Germania che d’altra parte ha pagato lautamente per assicurare l’ ennesima replica di Documenta. Quanto alla Grecia, giusto commemorare le pene del popoplo ellenico, costretto ai vari tagli brutali di risorse, ma senza dimenticare le colpe dei suoi governi che hanno consentito nel tempo una quasi totale evasione dalle tasse da parte dei ricchi, e tanti altri allentamenti dei pur necessari freni alla borsa.
Non è ancora finita, questo inoppotuno matrimonio tra Kassel e Atene prende forma attraverso un altro errore cruciale, l’aver occupato lo spazio principale di cui la mostra tedesca dispone, il maestoso Fridericianum, coi suoi tre piani, trasportandovi di pari peso le opere di un museo ateniese d’arte contemporanea di prossima apertura, un museo che a mio avviso parte male, attenendosi a uno sciovinismo del tutto inadeguato ai nostri tempi, esponendo cioè solo artisti che all’anagrafe potessero dimostrare di essere nati sul sacro suolo ellenico. Per cui, fra tanti noiosi replicanti di tendenze dei nostri tempi, se compaiono casi notevoli, del nostro Kounellis, di Lucas Samaras, di Lynda Benglis, risulta invariabilmente che i loro titoli di eccellenza se li sono conquistati fuggendo via dalla madrepatria per andare a produrre in Paesi più promettenti.
Si dirà che alla fine qualcosa di buono lo ha dato, questo curioso matrimonio, se si pensa al Partenone rifatto con tubi metallici e posto a dominare la piazza antistante il Fridericianum. Quest’opera dell’argentina Marta Minujn a suo tempo, quando l’ha eretta a Buenos Aires contro la dittatura dei militari, aveva mille ragioni da vendere, anche nella decisione di farcirla di libri vietati dai dittatori e dati alle fiamme. Ora invece, in un Paese che, questo almeno lo deve ammettere il curator pur nei suoi furori ideologici, i libri non li brucia, la costruzione prende il sapore di una immagine pubblicitaria ingigantita, frivola ed evanescente.
Ma intanto l’aver occupato indebitamente l’unica sede ampia a sufficienza in dotazione della mostra tedesca ha aggravato il suo ben noto problema di dover andare alla disperata ricerca di spazi utili per alloggiare le centinaia di creature convocate. Visitarle tutte, e ancor prima rintracciarle, con l’aiuto di mappe molto mal abbozzate, è una dura fatica, aumentata nei giorni scorsi dall’inclemenza del tempo, freddo e piovoso (evidentemente questo non lo si può addebitare al curator). Anche i cataloghi poco aiutano, parlo al plurale perché ce ne sono due, entrambi parziali e sofferenti per difetto. Un mattone pesante reca solo i numerosi testi, a cominciare in apertura col già deplorato compitino ideologico del leader maximo. Ce n’è invece uno con i soli artisti, ma come sempre, questo succede anche nella nostra Biennale, le foto, consegnate per tempo, non corrispondono alle opere in mostra, i nomi sono in un curioso ordine non alfabetico, per cui male ha fatto chi non ha preso diligenti appunti in visita, contando di ritrovare le opere in catalogo.
Ma infine, qualcosa di buono ci sarà pure. Molto poco, anche perché, unico riconoscimento, questa volta la mastodontica rassegna non soffre del difetto consueto alle sue pari grado, cioè di far sfilare i “soliti noti”, ma al contrario ha il merito di aver cercato voci nuove, però offerte alla rinfusa, senza nessun tentativo di accorparle per filoni, tendenze, tecniche. E dire che proprio la molteplicità delle sedi avrebbe reso possibile una articolazione di questo genere. Che fare? Mi limiterò a segnalare pochi casi emergenti, visti nelle sedi più consistenti di numero e di spazio. Partiamo dalla Neue Galerie, che poi è un vecchio museo rimesso in uso, come del resto era già avvenuto in quasi tutte le precedenti occasioni. Qui ammettiamolo, spiccano due “soliti noti”, che oltretutto battono bandiera italiana. C’è un omaggio a Maria Lai, che replica quello di cui ha goduto nella nostra Biennale, e dunque l’artista sarda gode ora di un pieno risarcimento dall’oblio in cui era stata lasciata in vita. In un salone sotterraneo spicca la coppia Gianikian-Ricci Lucchi, con una parete occupata da una decina di schermi in cui i due sciorinano i loro film rifatti, ridipinti, in bilico tra la crudezza della denuncia documentaria e invece un fare naif, da cartone animato, il che trova rispondenza nei disegnini di una sciolta e scattante manualità. In un padiglione confinante spicca la ben nota guatemalteca Regina Galindo, cui spetterebbe il premio per il miglior video, in cui, ancora una volta, l’artista spezza la sua lancia a favore dell’oppressa condizione femminile, mettendo in scena una povera giovane ansimante in fuga davanti alla minaccia di un carro armato che la insegue protervo puntandole contro la canna di un cannone. Un vecchio edificio postale, enorme, angoscioso per lo stato di abbandono dei suoi stanzoni, ospita quella che, con raddoppio, viene detta la Neue Neue Galerie, qui ci sono almeno tre cose notevoli. La finlandese Maret Anne Sara sfrutta molto bene l’orrore dei teschi di renne massacrate componendo con questi orride pire, o invece collane, in cui la natura lugubre del materiale raggiunge invece un fascino decorativo. I vari piani di questa cupa costruzione sono riscattati da una serie di performer che sotto la guida della cipriota Maria Hassabi invertono una tendenza illustre dei nostri tempi, che sarebbe di immobilizzare la natura, umana o vegetale, ricorrendo a dei facsimile fatti di cera, di ceramica, di polistirolo, sappiamo bene a chi mi riferisco. Qui invece sono i corpi viventi, con tanto di abiti, che si immobilizzano in pose rigide. Infine ci sono pure dei video, gli unici che potrebbero contrastare il primato della Galindo, dovuti al polacco Artur Zmijewki, che presenta un balletto, se si osa usare questa parola, di soggetti focomelici, con moncherini e tronconi di gambe agitati nel vuoto.
I miei scarsi appunti sono quasi alla fine. Un altro spazio immancabile è la Documenta Halle, dove si agitano le vivaci liane di un rosso fuoco ordite dalla cilena Cecilia Vicugna, mentre con qualche sforzo, se si volesse cogliere una tendenza oggi in netta ripresa, riportabile alla vecchia pittura, una segnalazione potrebbe andare al greco Apostolos Georgiou, a voler resistere alla lecita conclusione che di roba greca qui se ne vede già troppa. Sede nobile è anche il Museo Ottoneum, dove compare un raffinatissimo mongolo, Nomin Bold. Come antidoto alle opere fracassone, chiassose, inutilmente complicate, forse ci potrebbe salvare un ritorno alla veccia arte delle miniature, della iscrizioni su pergamena, della compilazione di mappe per la scoperta di qualche tesoro immaginario.

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Letteratura

Un consiglio per Benni: proceda “con juicio”

Le mie invettive contro la “Felsina narratrix”, nei suoi esponenti più acclamati, non si rivolgono certo a Stefano Benni, che resta ben alto nella mia stima. Ma anche lui si deve guardare da un esercizio delle sue virtù eccessivamente ripetitivo, e soprattutto deve evitare di allargarlo troppo, di ritenere che tutto gli sia consentito. Mi consiglia a formulare un simile invito, a procedere “con juicio”, l’appena uscito “Prendiluna”, anche se, per coerenza con me stesso, mi devo compiacere del fatto che egli abbia rimesso addosso la maschera carnevalesca con cui ha ottenuto i suoi successi. Se l’era tolta, in qualche misura, accedendo a un cauto “ Amarcord”, nel semi-autobiografico “Di tutte le ricchezze”, che mi aveva fatto temere il compiersi in lui di una svolta irreversibile. Invece ora merita, con questa ennesima prova, un “bentornato”, con indosso la solita maschera, purchè faccia attenzione, come dicevo sopra, agli allargamenti eccessivi. Già il titolo del nuovo libro è un po’ rischioso, intitolato com’è a Prendiluna, un nome che implica un connotato magico, favolistico. Ma per fortuna Prendiluna, in sostanza, è una vecchia coi piedi per terra. Certo, le è piovuta addosso una missione salvifica, ma affidata alla banalità e prosaicità di andare a regalare a personaggi di buona e salda umanità alcuni mici, per la precisione Diecimici, che la vecchia trasporta con sé in un misero sacco, da cui le bestiole lasciano emanare puzze, afrori, che sono anche loro del tutto terrestri. Accanto a lei, ci sono altri due eroi, Dolcino e Michele, dai profili anch’essi terra-terra, sono individui non proprio normali per salute psichica, tanto che devono evadere dalla casa di cura in cui sono racchiusi, e scatta una caccia nei loro confronti. E’ evidente che Benni si ispira a certi miti dei nostri giorni, affidati soprattutto al cinema. I due sono molto vicini ai Blue Brothers, anch’essi pronti a mescolare il sacro col profano, mossi da un lontano intento benefico e umanitario, ma proprio nel suo nome pronti a commettere tutte le possibili infrazioni e colpi bassi. Oppure si può anche intravedere qualche eco della Compagnia dell’Anello di Tolkien, con la consegna dei gatti, incaricati di salvare il mondo, in sostituzione del sacro compito di precipitare l’anello fatale nel vulcano redentore. Ma che Benni, nella sue scorpacciate insaziabili, vada a rubare anche motivi da “romance”, beninteso all’altezza della nostra attuale sensibilità, non è indebito e criticabile. Lo può diventare se decide di insistere un po’ troppo in questa direzione, come succede in tutta la parte del libro in cui viene tratteggiato un regno del male, Maxonia, affidato a una setta di criminali in guanti bianchi, sotto mentite sembianze professorali, detti gli Annibaliani. O in altre parole, quando Benni insegue da vicino certi miti dei nostri giorni, si lascia un po’ prendere dal gioco, non lo riscatta andando a pizzicare al momento buono la corda del basso. Questa invece ritrova i suoi effetti esilaranti quando fa i conti da vicino con i difetti e limiti e rituali della nostra comune umanità, che oggi si risolve in una moltitudine di persone poste tutte in contemplazione dei rispettivi telefonini, equiparati a pozzanghere, perfetta contaminazione tra l’alto e il il basso. E poi ci sono le deliziose osservazioni riguardanti i diversi modi di consumare la pizza, con la divisione dell’umanità secondo tipologie precise, di chi mangia solo il centro del prodotto e chi invece preferisce l’orlo esterno, e c’è poi chi osserva con sospetto il vicino di tavolo temendo di vederlo servito in anticipo. Un nome arcano, presumibile parola d’ordine di un intrigo spionistico, 4P, si risolve in null’altro che nella sigla di un Poderoso Panino al Pecorino Piccante. Anche i gatti hanno diritto alla parola, e tra loro il più eloquente è quello chiamato Prufrock, sopravvissuto a una sequenza interminabile di ben nove catastrofi, tra cui l’investimento da parte di un camion, l’avvelenamenti da cocktail di cocaina e veleno per topi, un’abbuffata con ben sei chili di baccalà, un combattimento acquatico con una nutria, e così via. Ma forse il fulcro dell’intera narrazione è una visita dei comuni avventori al Centro Commerciale Butterman, che è il vero tempio dei nostri giorni, il luogo che custodisce segreti, amori, passioni, ben più che i vani fantasmi insediati in Maxonia e coltivati dal bieco schieramento degli Annibaliani. Finché il gatto Prufrock riesce a conservare un qualche residuo delle sue nove vite, ci possiamo salvare da ogni sciagura immanente, e anche Benni riesce a reggere la sua navigazione mantenendola in una rotta accettabile, senza sforare troppo.
Stefano Benni, Prendiluna, Feltrinelli, pp.212, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 11-6-17 (Boldrini)

Che dire del pasticciaccio brutto compiutosi in questi giorni? Il sottoscritto, umile grillo parlante osserverebbe quanto segue:
1. Un esito positivo è che cade ormai del tutto l’ipotesi di un anticipo delle elezioni nel prossimo settembre. Gli anticipi sono scommesse molte volte perdenti, come insegna quanto capitato alla May in Inghilterra. Se invece si attendono le scadenze di legge, nessuno potrà poi mordersi le dita;
2. Tutto è dipeso dal voto segreto su un emendamento minore e di natura tecnica. Mai possibile che si conceda ai deputati un simile ingiustificato diritto? Il voto segreto dovrebbe essere concesso solo di fronte a questioni di carattere etico e religioso. Che cosa ha permesso di accordarlo in questa minima occasione? Si sa che nel segreto del pulsante compaiono, per miserabili ragioni, i franchi tiratori. C’è stato arbitrio da parte della Boldrini nel concederlo? Si deve supporre una qualche malizia in lei, la segreta volontà di far naufragare una fragile intesa?
3. Ma al di là delle accuse tra le varie parti non si vede alternativa a un possibile attendere il calmarsi delle acque e il ritornare all’accordo già raggiunto, Se i Cinque stelle non ci stanno, si può sperare in una maggioranza con Forza Italia. Sono inutili le ramanzine, questa volta ci si è messo perfino Napolitano, pronte a o biettare che per questa via si sarà obbligati a governi di coalizione. Non si vede proprio, nell’attuale quadro, come si possa arrivare a un governo di sinistra. Si sta acclamando il caso di Macron, ma le elezioni che avvengono proprio oggi, daranno vincente proprio una fusione tra i due fronti, un cocktail tra destra e sinistra moderate, purtroppo con più parti della prima rispetto alla seconda, null’altro. Perfino la May ha rischiato di dover accedere al compromesso, evitato solo con ricorso a una sparuta decina di deputati traditori delle pofonde ragioni indipendendiste dell’Irlanda del Nord;
4. Renzi si guardi bene da Pisapia, subdolo, ipocrita personaggio che ha manovrato abilmente per sottrarsi al controllo renziano e ora è il suo principale sfidante, nel tentativo di allestire un fronte capace di mettere assieme i cocci delle varie sinistre, pscando anche dentro al Pd, con un incerto e titbante Prodi che sta facendo pari o dispari se balzare in quel carro smontando decisamente la tenda al fianco del Pd. O meglio, come già dicevo domenica scorsa, condizione primaria per il progetto fusionista di Pisapia è che Renzi si suicidi, si ritiri davvero a vita privata;
5. Tra i pregi della legge elettorale messa assieme con tanta fatica, e che dunque non può cadere al primo incespicamento, resta da confermare lo sbarramento al 5%. Sarebbe deleterio abbassarlo al 3%, facendo rinascere i famigerati cespugli. L’unica cosa onesta e meritevole che Pisapia possa fare, invece di falciare l’erba sotto i piedi di Renzi, sarebbe di portare al superamento di quel limite un fronte unitario di sinistra antirenziana, così come Alfano a sua volta dovrebbe tentare di superare lo sbarramento riunendo le varie forze di centro.

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Arte

Tobey, la grande voce del Pacifico

Purtroppo, dopo mesi di travagliata sopravvivenza a singhiozzo, ora l’”Unità” ha cessato definitivamente la sua pubblicazione, e dunque giro al mio blog la presente recensione che avrebbe dovuto uscire oggi stesso sulle colonne di quel giornale. Da ora in poi per esprimere una voce in arte, una voce che emetto da più di sessant’anni, dal 1956 in cui uscii sul primo numero del “Verri” per recensire la Biennale di Venezia di quell’anno, non mi resta che questa sede flebile, quasi autistica, con l’unico vantaggio che non dovrò più rispettare i limiti in battute che qualsiasi collaborazione giornalistica impone.
Tra i vari eventi collaterali alla Biennale 2017, a dire il vero eccessivi di numero, spicca quello fornito dalla Collezione Peggy Guggenheim, che al solito adempie al ruolo utilissimo di portarci i maggiori protagonisti dell’arte statunitense, sfruttando lo stretto rapporto esistente col ramo maggiore del Guggenheim di New York. Questa volta possiamo ammirare Mark Tobey (1890-1976), che può essere considerato il rivale, l’antistrofe rispetto al numero uno della Scuola di New York, Jackson Pollock. Abbiamo la tendenza a premiare questo volto dell’ avanguardia nordamericana, assieme ai suoi numerosi, eccellenti confratelli, dimenticando, perdendo di vista il parente lontano, che ha militato sull’altra Costa degli USA, a Ovest, sulla frontiera californiana, da cui era, ed è tuttora facile guardare ancora più a Ovest, dialogare col Giappone. Ma a voler ricostruire l’intero percorso di Tobey, come è permesso da questa ampia antologia, bisogna riconoscere che in un certo senso egli era nato troppo presto, doveva “perdere” una ventina d’anni di troppo, nella sua carriera, per portarsi in prossimità dello scoppiare del secondo conflitto mondiale, foriero di sconvolgenti tempeste in tutti i sensi. Infatti Tobey era partito da onesto pittore dedito al regionalismo, cioè a cantare il paesaggio americano, forte di solenni e massicci caseggiati, sulle orme di Edward Hopper. Ma poi, proprio una delle tante presenze che non mancava di fare a New York gli rivelò le “mille luci” di cui la capitale dell’Est va fiera, e da quel momento il nostro artista capovolse forme e colori, fu conquistato dalla sottile, diramata, scoppiettante architettura dei neon, volle farsene l’inesauribile, instancabile cantore. E dunque, i suoi dipinti divennero un ricamo di “luci filanti”, come, una volta tanto, indica giustamente il sottotitolo della mostra. Si potrebbe anche passare dal macro al micro, parlare cioè di un artista che si ispira alle infinite volute emananti dal fumo di una sigaretta, se queste stampano i loro ghirigori nel vuoto, nelle tenebre, tracciando maglie tremule. Si trattò insomma di una marcia di segno opposto rispetto a quella dei colleghi dell’Est. Questi guardavano al Surrealismo europeo, di Mirò e di Masson, e preferivano procedere “nero su bianco”. Invece Tobey, residente a lungo a Seattle, preferiva ispirarsi agli esercizi calligrafici di cui si vantava la cultura giapponese, nel quadro di una filosofia e religione di specie Zen, per cui il segno diveniva un motivo di meditazione. Potremmo mettere in conto anche la ben nota predisposizione alle scosse telluriche gravante sulla California, sempre in attesa del “big one”, della scossa ultima per violenza. E dunque, appaiono davvero legittimi, felici certi titoli che la produzione di Tobey ci offre, come “Fuga dalla staticità”, “Andirivieni”, “Momenti in movimento”. Con effetti anche di ordine cromatico, infatti nella tavolozza del nostro artista prevale senza dubbio l’”andare in bianco”, come per offrire un negativo di lastre fotografiche, ma egli era consapevole dei rischi di una certa monotonia di risultati, quindi tentava delle varianti, per esempio inondando di giallo le sue visioni, o praticando delle “Incrinature rosse”, come se appunto a uno squarcio sismico della terra ne saltassero fuori gli interni umori maligni. Ma era sempre pronto a intervenire il rimedio, il tuffo nella contemplazione mistica, di sapore Zen, il rifugiarsi in una sottile trama di scrittura arcana, come un infinito esercizio di pazienza, come compilare a mano una stuoia, un merletto, un ricamo dagli infiniti risvolti.
Mark Tobey, Luce filante, a cura di Debra Bricker Balken. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, fino al 17 settembre. Cat. Skira.

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