Arte

I mille stili di Armando Testa

Il MART di Rovereto presenta una più che opportuna retrospettiva dedicata al nostro maggiore grafico pubblicitario del secondo Novecento, Armando Testa (1917-1992). Il riportarlo a un genere specifico non deve sembrare riduttivo, dato che fin dai tempi di Toulouse Lautrec il cartellonismo per ditte e prodotti ha marciato al passo con i migliori contributi delle avanguardie, offrendo anche la possibilità di smarcarsi dall’obbligo della coerenza stilistica, capace di gravare molto di più sui candidati a un titolo di artista “puro”. Per questo verso funziona molto bene il titolo dato alla mostra, “Tutti gli ismi di Armando Testa”. Sta nelle migliori prerogative del grafico pubblicitario cogliere a volo i suggerimenti impliciti nei nomi stessi della merce o dell’evento da reclamizzare, in un gioco combinato tra sollecitazioni verbali e immagini che ne derivano, per cui tutta questa attività si pone nel segno dell’”ingegno” di marca barocca, o diciamo pure la parola, di un “concettismo” che naturalmente ci rimanda subito all’”arte concettuale”, collocando i coltivatori di queste forme d’arte nella schiera dello sperimentalismo più avanzato. Conviene forse partire da una proposta dell’80, molto semplice e sintetica, come del resto è sempre stato proprio del lungo esercizio di Testa. Vi si vede un suo ritratto fotografico, con una matita, ferro del mestiere, brandita a mo’ di pizzetto, da un ardito cavaliere di ventura, o di scimitarra pronta a entrare in azione e menare fendenti nell’aria. Retrocedendo alle prime prove, per esempio per la ditta ICI, 1937, Testa vi si allinea a un geometrismo razionale, sulle orme di Nizzoli, ma poi non lo farà più, per darsi a un eclettismo libero e mobile. Il manifesto per il Riccadonna, del ’48, gli suggerisce l’idea di un nobile compiaciuto che si presenta in frac, ma avvolto in una rete che lo vivacizza. Il Carpano, che si vantava di essere il re degli aperitivi, lo porta a frequentare immagini colte, di monarchi da favola, che per l’occasione negano la lontana partenza geometrica assumendo invece posticci e decorazioni come per una recita da operetta. Un altro aperitivo, il Punt e Mes, con quell’accenno a una unità che si divide in due, gli è fertile di idee, convincendolo anche a ritornare a un gioco di plastica gonfia ed essenziale, stabilendo un arguto alternarsi di forme piene con altre dimezzate. Una delle carte che Testa ha saputo mettere in tavola con arguzia geniale è stato il diverbio tra iconismo e no. Come si sa, egli non ha esitato a fare ricorso a figure ben riconoscibili, come del resto gli era imposto proprio dalla professione assunta, ma le figure si facevano perdonare la loro facile leggibilità assumendo lo stato di quei balocchi del tutto soffici che piacciono tanto ai bambini, a gara con la popolazione delle Barbies e simili. Così è stato per la scenetta ispirata a uno smaccato gusto sudamericano della Carmencita e del Caballero che tiene il baffo di conquista (esattamente come avrebbe fatto qualche anno dopo lo stesso autore, ma, per così dire, dal vero). Su questa strada incontriamo il trionfale Pippo, del ’66, l’ippopotamo, ma reso del tutto cordiale, amichevole, da accarezzare con affetto, che avanza trotterellando, ballonzolando, compiaciuto di sé, e nello stesso tempo quasi timido, consapevole di doversi insinuare con grazia e non certo col linguaggio della violenza. Dunque, nel codice di Testa ci sta il rilievo plastico, emergente addirittura dalla superficie per acquistare una giusta rotondità, e deambulazione, e invasione della scena. Ma poi il nostro grafico è pronto a ricordarsi di quali siano le virtù intrinseche alla sua arte, cioè del dover procedere nel piano, con forme schiacciate, oggi si direbbe rivolte a rispettare una necessaria “flatness”. In questo caso però quanto si perde in effetti reali concreti, tridimensionali, deve trovare un compenso proprio nel frastagliare le sagome, nel farne delle ombre cinesi, quasi degli indovinelli visivi, da riconoscere con qualche difficoltà e sorpresa. Così è nell’Elefante con mela, del ’71, in cui la massa dell’animale si apre, si sfalda, si dirama, per darci un equivalente della proboscide elastica, flessibile, al cui termine, quasi per effetto di prestidigitazione, compare una mela, evocata dalle viscere, come apparizione magica e impensata. Allo stesso mode un Cavallo che ride cinese, ’82, viene ottenuto semplicemente strappando in modo approssimativo dei fogli di carta, ricavandone delle sagome alla buona, che però non impediscono di leggere alla fine l’icona desiderata, pur con mezzi volutamente “poveri”. Qualche volta, agendo sempre a livello di “flatness”, Testa incalza da vicino qualche maestro che lo ha preceduto sulla stessa strada, osa perfino misurarsi con uno dei frutti più squisiti e oltranzisti in questo senso quale la “Danza” di Matisse, basterà prolungare un poco le braccia, le gambe del balletto sciolto, portarle a stringersi tra loro, a chiudere il groviglio in un nodo stretto. Ma non sia mai detto che il Nostro operi una scelta univoca verso un fare “piatto”, astratto. L’occasione, il dio da rispettare, talvolta preme in direzione opposta, verso un realismo crudo, però pur sempre accompagnato da validi indici di straniamento. Si deve fare pubblicità al breakfast mattutino, una delle cui portate classiche può essere l’uovo al tegamino? Basterà fare di questo cibo elementare una sorta di isola, di atollo sorgente dal mare. Quanto a un altro cibo, il comune wafer,
si potrà ricavarne le ali per il precario volo di un Icaro dei nostri tempi, a sua volta mutato, con tocco di bacchetta magica, in una corpulenta sardina. Potrebbe sembrare che in questo repertorio volutamente eclettico ci sia una predominanza di forme comunque, figurative o no, compatte e “chiuse” in contorni ben marcati. Non è certo così quando Testa ci spiattella, quasi all’atto di congedarsi da noi, una caduta di spaghetti in libertà, a costituire una folta selva, degna di quanto gli artisti di punta ci hanno offerto negli ultimi anni dandoci delle Installazioni, delle foreste artificiali, ottenute con materiali di sintesi, come del resto gli stessi spaghetti vengono dal regno dell’artificio più che della natura. Ma Testa ci ha abituato a imbrogliare continuamente i vari codici, stilistici e merceologici.
Tutti gli ismi di Armando Testa, a cura di Gianfranco Maraniello. Rovereto, MART, fino al 15 ottobre.

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Letteratura

Patrignanelli: un mondo misterioso di adolescenti

Anche in questo agosto 2017 ho tenuto al Grand Hotel Savoia di Cortina d’Ampezzo una corta serie di incontri, rivolti più alla narrativa che all’arte, per rispetto a quanto quell’Hotel era stato negli anni ’80 e ’90, prima di una lunga interruzione che ha permesso ad altri di inserirsi, come, a lungo, i coniugi Cisnetto con una sorta di teatro-tenda, ora la “Montagna di libri”, gestita direttamente dal Comune. Ma questi continuatori in sostanza, a mio avviso, hanno dimenticato la nobile natura di piccola capitale culturale che Cortina era stata, avendo proprio nell’Hotel Savoia il prezioso salotto per quei riti, in cui officiavano Domenico Porzio, col suo mese Mondadori a Cortina, e Giancarlo Vigorelli, chiamato a presentare a turno gli aspiranti al Premio Campiello. Purtroppo ora Cortina ha sostituito al ricordo di quegli eventi molto significativi un facile ricorso ai divi della televisione, con un Bruno Vespa che domina sovrano, non capendo che poi il divo della Tv è chiamato da qualunque altro centro turistico, e dunque non conferma una tradizione ma anzi la nega alle radici. Io invece, intendendo proprio rispettare una simile tradizione, ho ricordato una serie di grandi narratori che in questo luogo hanno soggiornato, traendone anche spunti per la loro opera. L’elenco è stupefacente, comprende Hemingway, Moravia, Comisso, Parise, e, quest’anno, la squisita Gianna Manzini, la nostra migliore scrittrice del primo Novecento, assieme a Elsa Morante. Ma siccome non mi voglio certo ingessare nel culto del passato, ogni anno propongo anche baldi rappresentanti dell’attualità, come per esempio, quest’anno, Roberto Pazzi col suo “Lazzaro”, e Gabriele Pedullà con “Lame”, opere che hanno riportato il meritato successo sulla stampa migliore, ma mi spingo anche avanti, sfruttando le preziose indicazioni che vengono dal Premio Calvino, di cui si devono pure ricordare i legami con Cortina, visto che la fondatrice Delia Frigessi, nell’86, e il grande storico dell’arte Enrico Castelnuovo, suo marito, oltre a esserne stati in successione i presidenti, hanno soggiornato a lungo nella capitale delle Dolomiti, cosa di cui questa località, insensibile e incurante dei suoi titoli di merito, si è del tutto scordata. Si sa che il Calvino propone romanzi inediti di giovani autori, vi avevo già fatto ricorso presentando un vincitore del passato, Cazzaniga. Quest’anno ho rivolto l’invito a una scrittrice entrata nella terna finale, Serena Patrignanelli, autrice di un romanzo che a mio avviso ha titoli di merito superiori a tante opere entrate nelle due cinquine privilegiate dello Strega e del Campiello. Il titolo di questo voluminoso inedito, di circa 400 pagine, “La fine dell’estate”, può trarre in inganno, facendo pensare a un romanzo di iniziazione adolescenziale nel clima affettuoso di una vacanza nell’agio, nel conforto di genitori magari temuti ma comunque vigili e presenti. Qui invece siamo invitati a seguire le imprese di un gruppo di ragazzini che intendono fare da sé, protesi a concepire un’avventura decisamente impossibile, come quella di rimettere in moto un’auto sgangherata, ritrovandone i pezzi mancanti e cercando un insolito mezzo di locomozione, la legna. I capofila di questa impresa assurda sono Augusto e Pietro, ma subito attorniati da tanti compagni e compagne di vie, infatti il romanzo è decisamente corale. Fin qui, però, non è ancora comparso il tratto differenziale rispetto a comuni storie di adolescenza, questo sta nella decisione della banda di minorenni di “fare da sé”, prendendo le distanze dal mondo dei grandi, fino a costituire una consorteria autonoma, anarchica. Per agevolare un simile clima di straniamento l’autrice, molto opportunamente, rende irriconoscibili i dati cronologici e ambientali della vicenda. Dove siamo, e soprattutto che cosa succede, in quella borgata sperduta? Chi sono i militari che intervengono fino a fare retate degli adulti, e da quale armata provengono gli aerei che bombardano il borgo selvaggio? Da cui del resto la componente maschile dei padri se n’è andata, forse morta. Un tipico episodio per indicare questo clima di autosufficienza dei nostri ragazzini viene dalla principale protagonista al femminile, portatrice del nome pomposo di Semiramide, la quale riceve un telegramma annunciante la morte del padre, ma non ne dà comunicazione né alla madre né alla sorella. Perché quel silenzio, per risparmiare loro un dolore? Niente affatto, è per cancellare la presenza comunque inopportuna del genitore, vivo o morto che sia, e in modo simile si comportano tutti gli altri membri di questo sodalizio, orgoglioso di fare da sé, di spartire il poco cibo, le scarse risorse, ma affidandosi a una ferrea solidarietà schierata contro i “grandi”, di cui pare lecito, o addirittura doveroso, diffidare. A questo modo la nostra Patrignanelli si allontana da un piatto realismo per conferire a tutte queste vicende una tonalità “magica”, dove i fatti, gli oggetti, le circostanze, pur narrati con prosa nuda e di totale evidenza, assumono un carattere “autre”, di sottile straniamento. Crediamo di assistere a scene di comune prosaicità, ma invece scopriamo indici di irrealtà penetrante, siamo trasportati quasi in una dimensione onirica, che si espande a investire mille minuti fatterelli che si accumulano, soprattutto nelle stanze, case, casupole, baracche che i nostri “indiani” occupano, sempre attenti a fare a meno di aiuti esterni, quasi protesi a tessere una tela di ragni industriosi. E quando poi l’estate annuncia la sua fine, per loro non ci sarà un ritorno alla scuola, a incombenze normali, confortanti, bensì la fuga verso un destino che beninteso si annuncia più che mai alieno e misterioso.

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Attualità

Dom. 27-8-17 (elezioni)

I fatti micidiali della settimana inviterebbero a parlare dello sgombero di edifici occupati abusivamente, con relative procedure da adottare. O dell’eterna questione dei migranti, o della lotta contro l’abusivismo e delle case mal costruite, facili vittime delle immancabili scosse sismiche. Ma fin troppo, qualche volta con toni accettabili, si è discusso di questi rompicapi. Preferisco rimetterne in campo uno diverso, che però risulta cruciale per i prossimi tempi, fondamentale in particolare se si vuole lasciare aperta la possibilità che Renzi ritorni a essere il nostro premier, eventualità a me cara. Purtroppo però le prospettive non sono affatto rosee in questa direzione, soprattutto se la legge elettorale sarà di stampo proporzionale. Renzi non avrà mai una maggioranza disposta a nominarlo alla premiership. Diventa più probabile che, a capo di una inevitabile “grosse coalition” di casa nostra, venga confermato Gentiloni, o promosso Minniti, che sta mietendo consensi, mentre Renzi dovrebbe accontentarsi di esercitare un duopolio da segretario del Pd. A permettergli di ritornare in pole position ci starebbe solo un premio di maggioranza, che se non sbaglio la pronuncia della Consulta consente per il partito o per la coalizione che raggiungano il 35% dei voti. Naturalmente non si parli di coalizione, che per la sinistra ha già dato per ben due volte una pessima performance mandando a casa Romano Prodi. Del resto i Cinque Stelle non la vogliono, tanto meno Renzi, che saprebbe di dover andare a primarie con qualche alleato-oppositore, per esempio con Pisapia. E non la vorrebbe neppure Berlusconi, che allo stesso modo dovrebbe giocarsi la guida di quella carica con l’insidioso Salvini. Ma forse ci sarebbero forze in Parlamento per strappare un premio di maggioranza al 35%, però col rischio che nessun partito riesca a superare quella soglia. Renzi potrebbe lasciarsi tentare e fare la scommessa, contando sul 40% che ha riportato nel referendum costituzionale, e nella stessa somma di consensi ottenuta nelle ormai mitiche elezioni europee. Però dall’attuale cifra inferiore al 30% il passo sembra davvero lungo per raggiungere quel traguardo, e beninteso uguali speranze le potrebbe nutrire pure l’avverso fronte pentastellato. Ma se si va alla soluzione cosiddetta tedesca, nulla da fare, l’asticella per ottenere seggi potrebbe essere portata, per entrambe le camere, al 5%, nel quale caso sia i moderati di centro, sia una sinistra non scalmanata a conduzione Pisapia potrebbero passare, ma anche così sommando i rispettivi voti e seggi al certamente consistente esito del Pd non si riuscirebbe ad avere una maggioranza parlamentare, e di governo. Niente da fare, o l’azzardo di un premio di maggioranza, o un futuro di coalizione obbligata, affidata a un moderato, capace di ottenere suffragi da una parte e dall’altra, ma così costretto a dare vita a una navigazione timida e immobilista.

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Arte

Paladino: sculture troppo immobili

Una mostra a Brescia mi permette di riaprire un dossier sull’arte di Mimmo Paladino, già tante altre volte e occasioni da me affrontato. La modalità è intelligente, infatti l’artista colloca la sua produzione, soprattutto in scultura, secondo la formula del “site specific”, andando a occupare piazze, interni di chiese e altri luoghi della città lombarda. In genere io di Paladino ho detto bene, riconoscendogli una capacità cromatica degna di un Matisse, che non è elogio da poco, come del resto mi sono espresso in termini positivi anche nei confronti dei suoi quattro colleghi della Transavanguardia. Ma ogni volta ho pure recriminato che la fame di potere dell’abominevole ABO abbia voluto introdurre una nociva selezione, pretendono di fare di quei cinque come dei primi della classe, separati da tanti altri colleghi del tutto degni, e anche anteriori nell’imboccare un sentiero per gran parte comune. Purtroppo questa sua decisione è stata accolta e premiata dalla maggior parte dei critici della generazione di mezzo, supini e gregari nell’accogliere quella sua proposta, così come, ancora prima, avevano accolto la precedente proposta emessa da Germano Celant relativa all’Arte povera. E’ nato così il fenomeno che chiamo Germanabo, del tutto dannoso per chi voglia fare la storia autentica di un momento davvero positivo della nostra arte recente, simile, mezzo secolo dopo, a quanto era avvenuto negli anni Venti, ma allora, se non sbaglio, tra Novecentisti e seguaci di “Valori plastici” e altro, non ci fu l’assurdo gioco al massacro divampato invece alcuni decenni dopo per le colpe sopra denunciate.
Ma venendo alla mostra bresciana di Paladino, purtroppo essa è incentrata sull’aspetto peggiore della sua arte. Infatti è vero che in essa è quasi sempre presente la figura umana, però funzionante, e ancora una volta si può fare riferimento a Matisse, come un “repoussoir”, come una barriera di contenimento, o come un aiuola per dare un limite ai fazzoletti frementi di sensibilità cromatica. E dunque le icone sono parti integranti dell’opera, questa è la fisiologia della pittura di Paladino. Quando invece quei corpi vengono estratti quasi con le pinze e costretti a esistere in sé e per sé, quando cioè diventano statue, monoliti, allora le cose non vanno, Paladino retrocede davvero alla scultura del passato, roba da ricordare gli anni Trenta di un Marino, come si evince da un cavallo rigido, schematico, seppure opposto a un eccellente sfondo monumentale. E quando compaiono davvero esseri umani, essi se ne stanno impalati, come capita di incontrare nei fenomeni dell’arcaismo, ai tempi del “kouroi” dell’arte greca. L’ostinazione di Mimmo nel volersi scultore viene punita, menomata proprio dalla mancanza di articolazioni conferite alle membra, incollate ai corpi. Forse in un esercizio del genere lo superano i compagni di cordata, Enzo Cucchi, non certo portato a premiare nel suo repertorio gli esiti plastici, però sa dare anche ad essi quel senso di aggressione aguzza, tagliente, aggressiva che promana soprattutto dai suoi dipinti, ben lungi dal quietismo soporifero da cui sono attinti i corpi di Paladino. Perfino Chia, la cui tavolozza risulta pesante, sfacciata, stonata, niente a che vedere con le preziose stesure di Paladino, ritrova negli esiti scultorei una capacità di aprirsi in anfratti di denso gusto barocco. Per non parlare dei miei amati Nuovi-nuovi, con un Mainolfi in pole position nell’uso di materiali soffici, a un passo da fini trine e merletti di superficie. E ci sono anche le ceramiche di Ontani, anch’esse pronte a fondere intensità cromatica e gonfiore volumetrico. Del resto, se lo stesso Paladino dimentica la pretesa di darci corpi a sé stanti, immobili come spaventapasseri, se riduce le sue figure a stecche incrociate e deposte su un pavimento, riesce a ridivenire sferzante, stimolante, come avviene soprattutto negli “Specchi ustori”, che hanno il pregio di rinunciare al blocco unico e di animare la superficie con tanti micro-eventi. Per non parlare di un “Velario” in cui riemerge la virtù principale del nostro artista, che è di animare la superficie, di istoriarla con interventi abilmente disseminati nello spazio. Un’arte, insomma, centrifuga, e non centripeta.
Mimmo Paladino, Ouverture, vari luoghi di Brescia, fino al 7 gennaio. Studio Esseci.

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Letteratura

Selvaggia Lucarelli: una piacevole freschezza

Confesso di aver affrontato con molti sospetti la raccolta “Dieci piccoli infami” di Selvaggia Lucarelli, nota come presentatrice televisiva, cioè per prestazioni extra-letterarie, al pari di tanti altri giornalisti, attori, uomini politici, che un tempo magari ricercavano una promozione letteraria pubblicando una esile raccolta di versi, ora invece la meta appetibile è il prodotto narrativo, l’unico riconosciuto nell’Olimpo dei valori contemporanei. Questa decina di racconti sono davvero esili, ma quanto meno freschi, spontanei, soprattutto la nostra Lucarelli non cade nella fallacia che io denomino all’insegna di Giamburrasca, che non avendo troppa fiducia nelle sue capacità inventive per condurre il suo Giornalino, all’inizio va a rubare le pagine dai diari delle sorelle. Se penso a narratrici più in carriera rispetto alla Nostra, per esempio a due protagoniste del Campiello come Donatella di Pietrantonio e Laura Pugno, ognuna di loro, “ruba” da vecchi repertori per consolidare i rispettivi prodotti, la prima va a pescare nel logoro scenario della napoletudine con connesse miserie e sofferenze, l’altra si affida addirittura a vecchie leggende legate ai destini incrociati di due gemelle. Invece la Lucarelli accetta ben volentieri di muoversi su una leggera scena quotidiana fatta di piccoli incidenti senza particolare importanza, ammette cioè che si tratta di qualche “evento microcosmico”, ma in definitiva di questi è tramata la nostra esistenza, e dunque non vale la pena andare a cercare argomenti più profondi. Potremmo parlare quasi di una narrazione effettuata con l’aiuto del cellulare, volta a sorprendere scenette sul filo dell’attualità, minime in sé, ma suscettibili di creare traumi, di incidere sui nostri umori, fino addirittura a causare svolte sentimentali, mutamenti di comportamento. E’ il caso del primo di questi mini-racconti che documento di una delusione patita dall’autrice nell’infanzia, in cui era affezionata a un’amichetta del cuore, tale Susanna di Lello, così da spartire con lei lo stesso banco di scuola. Ma alla ripresa, un anno dopo, si compie il tradimento, la compagna non la guarda più in faccia, ritenendo di averne trovato un’altra più alla moda e promettente. C’è l’avventura notturna, di un’impresa in auto. L’autrice che si confessa, in modo franco e scoperto, viene a trovarsi in panne nelle tenebre di un bosco. C’è il piccolo trauma di un “parrucchiere anarchico”, creatore velleitario, che le tinge i capelli con un colore impossibile. Non mancano momenti di impensato riscatto, quando la nostra autrice-protagonista, senza mai porre una distinzione tra i due piani, da adolescente concorre a un premio di bellezza in un borgo selvaggio dove si trova a passare l’estate, e le riesce, incredibilmente, di battere una rivale che è già attricetta, salutata da successi, ma per tale ragione divenuta insopportabilmente spocchiosa, quindi punita dal pubblico. C’è soprattutto una tenace difesa dei propri diritti, della propria libertà, assieme a quelli di un figlioletto che la protagonista si trascina dietro, frutto di una relazione sbagliata. Con la conseguente ricerca di un’anima gemella, che questa finalmente è stata trovata, ma purtroppo si tratta di “Mister Amuchina”, cioè di un essere prigioniero di un culto maniacale dell’ordine, dei riti della pulizia e dell’igiene, tanto da rendere una magnifica residenza a più livelli, largamente accessoriata con ogni più avanzato ritrovato, in realtà molto simile a una prigione, a un gabbia asettica, dove non è possibile vivere, sia alla giovane madre sia al suo bambino, inducendoli a una fuga riparatrice. Sempre in questo capitolo della faticosa ricerca di un’anima gemella, capita alla Nostra un altro incidente sconcertante, una persona affabile e disponibile, che sembrerebbe pronta a uno scambio di amorosi sensi, interpreta un tale rapporto nel modo più grossolano mandandole l’immagine del proprio pene. E’ anche brillante e piacevole l’andare in su e in giù nel tempo, come scorrere una serie di foto non ben ordinate, per cui si retrocede all’improvviso ai tempi di un’infanzia e adolescenza rattristate dalla dura egemonia di suore, conduttrici di scuole private, prive di ogni senso di comprensione e di affetto come è nel caso di una inflessibile, ferrigna Suor Clelia. Il panorama, insomma, è piacevolmente variegato, pur sempre nella sua voluta leggerezza e frammentarietà.
Selvaggia Lucarelli, Dieci piccoli infami, Rizzoli, pp. 216, euro 17.

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Attualità

Dom. 20-8-17 (Regeni)

L’argomento del giorno potrebbe essere il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo, su cui sono piovute reprimende, accuse di debolezza del nostro Stato, o addirittura di condotta vergognosa e rinunciataria. In questo senso si è pronunciato un fondo di Franco Venturini sul “Corriere” di giovedì 17 agosto, ma mi sembra che una reazione del genere sia esagerata e ingiustificata. La cosa, ahimé, va ripetuta anche nei confronti dei genitori di Giulio Regeni, i quali, invece di inveire a posteriori sulla condotta troppo debole dei nostri organi governativi, avrebbero dovuto vegliare di più sul figlio, scoraggiarlo dall’intraprendere un viaggio pericoloso, in preda a eccessi di ambizione, a bramosia di distinguersi per qualche operazione brillante e meritevoli di encomio. Molte responsabilità si devono attribuire anche ai docenti universitari che pure loro non hanno dissuaso l’allievo dall’andare a compiere indagini così pericolose. Si sa anche quanto sia stato grave il loro silenzio, la loro reticenza su questo caso, tanto da giustificare i sospetti che in effetti fosse stata data al povero Regni qualche missione occulta, al di là delle motivazioni ufficiali. Si fa luce il sospetto che a indurre le ignote forze di polizia segreta egiziana a infierire in misura così selvaggia e abnorme sul povero ragazzo non ci siano stati per nulla i suoi rapporti con sindacati messi al bando, bensì appunto il sospetto che egli fosse legato a una rete di spie britanniche, da qui la tortura, la crudeltà inaudita messe in atto nei suoi confronti. Comunque, dopo il gesto puramente simbolico di richiamare per qualche tempo il nostro ambasciatore, il nostro governo non poteva fare altrimenti, non poteva perseverare nel fare “la faccia feroce”. In definitiva, Regeni non era stato mandato in missione da noi, era in Egitto per ragioni private e anche abbastanza oscure, o tutt’al più per un incauto donchisciottismo, che genitori e autorità accademiche avrebbero douto frenare. Che si voleva da noi, che dichiarassimo guerra all’Egitto, che lo invadessimo? Mentre sono evidenti gli interessi che ci impongono di ristabilire, pur con un dittatore spietato come Al Sisi. un modus vivendi. Non è vero forse che oggi si usa rimproverare l’Occidente di aver sterminato Gheddaffi, o forse addirittura Saddam Hussein, così destabilizzando quelle regioni? Si sa bene qual è la posta in gioco, lubrificare i rapporti con Al Sisi perché lui a sua volta si faccia mediatore tra noi e Haftar, il dittatore di Bengasi con cui dobbiamo fare i conti in Libia. E dunque, gesto corretto, dovuto, quello di ristabilire normali relazioni diplomatiche con l’Egitto. Semmai, in tutta questa vicenda emergono i torti della nostra “intelligence”, toccava ai nostri servizi segreti cercare di appurare il vero motivo dell’accanimento contro il povero Regeni, e soprattutto capire a quale livello erano poste le forze del male intervenute su di lui. Se addirittura queste risalivano al dittatore Al Sisi, nulla da fare se non abbozzare, tacere, mandar già. Ma la cosa è molto improbabile. Per quanto incauto sia stato Regeni, difficile pensare che le sue minacce fossero giunte a colpire in così alto loco, e dunque è intervenuto contro di lui qualche organismo intermedio, Toccava alla nostra “intelligence” indicare al governo di quale livello di quali responsabili si è trattato, nel quale caso forse le alte autorità egiziane avrebbero potuto far cadere qualche testa intermedia per ristabilire una normalità di rapporti con noi. Purtroppo il silenzio totale che i nostri servizi segreti non sono riusciti a dissipare porta a una molto probabile cancellazione dell’intero caso.

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Arte

Come agisce, bene, la coppia Gianikian-Ricci Lucchi

Ho ricevuto un tipico prodotto della coppia Yervant Gianikian-Angela Ricci Lucchi intitolato, traduco dall’inglese, “La freccia del tempo. Note da un viaggio in Russia 1989-1990” (Humbold Books), ma soprattutto mi spinge a parlare di loro il grandioso allestimento che gli è stato consentito dall’attuale Documenta, nella sede della Neue Galerie, tra le cose più forti di una edizione non particolarmente felice, come mi è avvenuto di dire in una delle ultime uscite sull’”Unità”. Del resto, quel riconoscimento è stato appena l’apice di una serie impressionante di presenze in tutte le maggiori manifestazioni internazionali, con qualche vuoto e assenza, semmai, proprio nel nostro Paese. E anch’io non è che sia stato assiduo nel seguirli, anche se avevo preso contatto con Angela subito nei primi Settanta, quando già aveva deciso di sorprendere la realtà “alla seconda”, attraverso immagini di riporto, come allora era consueto a seguito della Pop Art. Credo di avere nella mia collezione personale proprio una rosa stampata su lastra di plexiglas, come traccia dell’operato di Angela, ancor prima che incontrasse Yervant e facesse con lui coppia fissa nella vita e nell’arte. Il rivolgersi alla rosa metteva subito in gioco l’odore, il profumo di un fiore, e infatti ho avuto il piacere di invitare i due proprio alla prima delle “Settimane internazionali della performance” (catalogo ora riedito in facsimile dal MAMbo), quando, insistendo sull’immagine riprodotta, però la volevano già dotare di un tratto fisico, cioè di profumi, di odori, con molto coraggio, in quanto i responsi dell’olfatto, come del gusto, fin qui sono sfuggiti alla macchina riproduttiva fornita dai mezzi tecnologici. Ma era già l’assunzione di un atteggiamento di fondo, che poi sarebbe stato confermato da una lunga carriera, coronata da successi via via crescenti. Affrontare, sì, i reperti cinematografici presi da altri, ma non arrestarsi davanti a quelle riprese conformi, spesso ipocrite, intonate a valori retorici, bensì fare uno scavo in quei materiali, così ritrovando un rapporto “performativo”. Non per nulla in un’altra pubblicazione, dedicata loro dal Beaubourg in un’ampia rassegna del 2015, hanno definito “analitica” la loro “camera”, ma nel senso che la parola assume nella pscicoanalisi. Insomma, mai prendere per il giusto verso tutto quel materiale di archivio, ma al contrario fargli il contropelo, andando a scavare in esso, a strizzarlo, fino a mettere in luce di che sangue e lacrime esso sia gravido. Il che significa anche ristabilire un rapporto fisico con la pellicola, andare a toccarla, trattarla come una superficie da rispettare con tutti i segni del tempo da cui è gravata, macchie, vuoti, lacerazioni, conducendo un’operazione che dunque è l’esatto inverso del “cinema ritrovato”: non salvare, non ricondurre quei fantasmi al pristino splendore, ma al contrario accentuarne il processo di corruzione, come fossero dei supporti cartacei cui recare una violenza ulteriore, oltre quella naturale del tempo. Da qui, anche, l’altra procedura messa in atto dalla coppia, proprio a conferma di un rapporto fisico, corporale con quelle immagini, per salvarle dal conformismo che le minaccia. E’ questo l’intento di cavar fuori, come con le pinze, certe immagini, fiere di una manualità ostentata, di disegni, abbozzi, tracce sfuggenti, ma fortemente colorate, proprio per sottolinearne la presa fisica. Sto per presentare, qui a Cortina dove mi trovo ora, e ci sono anche i due qui celebrati, un romanzo di Roberto Pazzi, “Lazzaro”, che ha l’abitudine di spingere i propri personaggi, tuffati in imprese temerarie, ad affrettare i tempi nel protendersi verso le mete inseguite, fino a mutarsi in insetti, in mosche, in uccelli. Ebbene, ritengo che anche i nostri trasformino i loro occhi in quelli di insetti importuni che sorprendono le immagini standard, i sonni pacifici dei personaggi che vi figurano. Forse questi provano qualche fastidio nel sentirsi osservati a quel modo, forse abbozzano un gesto per allontanare da sé dei testimoni avvertiti come scomodi, ma non ce la fanno. Penso in particolare all’opera “analizzata”, ovvero scavata dalla nostra coppia, “Images d’Orient”, che poi corriponde anche a un “Tourisme vandale”. Questa è un’altra etichetta valida in genere per il loro lavoro, che affronta aspetti conformi, come sono tutti i viaggi turistici, ma con l’intento di condurli in modi vandalici, di procedere a un sottile e “perfido” boicottaggio. Per esempio, in quel film i nostri due hanno recuperato un viaggio di Edda Ciano in India, dove ogni scena è trionfalistica, improntata al più crasso colonialismo, con gli Occidentale che stanno in posa, fieri, sorridenti, beati dell’essere serviti da una schiera di gente del luogo compunta e devota. Forse non hanno percepito lo sguardo di testimoni spiacevoli, proprio come di insetti fastidiosi. Mi viene da ricordare altre imprese anticolonialiste della medesima forza, anche se condotte in modi apparentemente diversissimi. L’anglo-africano Yinka Shonibare costruisce dei manichini di dominatori occidentali rivestiti dai costumi dei popoli sottomessi, di cui si gloriano come di trofei di caccia, ma poi interviene il gesto spietato del decapitarli. Per altro verso qualcosa di simile fa pure William Kentridge, che come i nostri due si affida alla manualità ritraendo i poveri sudafricani sottraendoli alla miseria della schiavitù coloniale e avviandoli a trionfali parate. Nel complesso, non è il dato visivo a dominare le operazioni di Gianikian-Ricci Lucchi, bensì un ritorno di fiamma degli altri organi, il tatto soprattutto, o il visivo ma attraverso trattamenti elementari, colorazioni violente, viraggi, o al contrario cancellazioni. Certo, resta assente l’apporto dell’organo olfattivo, ma questo viene surrogato attraverso la fisicità incalzante degli altri responsi. E insomma, su tutto domina un carattere performativo, il che giustifica il mio proponimento di inserire anche loro nella serie annuale con cui ricordo i protagonisti delle ormai lontane “Settimane della performance”. Appuntamento quindi, almeno spero, per fine gennaio 2018, quando potrò condurre con loro un esame ragionato e “analitico” della loro straordinaria carriera.

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Letteratura

Laura Pugno: una logora vicenda di gemelle

Concludo l’analisi, e valutazione, della cinquina in corsa per il Campiello esaminando “La ragazza selvaggia” di Laura Pugno. Sarei ben lieto di trovare in quest’opera un outsider meritevole di un adeguato riconoscimento, pur sempre dopo Covacich, assolutamente degno se non altro per tutta la sua storia alle spalle, e Massini, per la laboriosità della “macchina” narrativa con cui si presenta. La Pugno ha senza dubbio il merito di porsi fuori dall’”usato sicuro”, ovvero da una ennesima riedizione del vecchio neorealismo nostrano, in cui cade in definitiva Donatella Di Pietrantonio col suo “Arminuta”. A Lei dobbiamo un’opera superba come “Le sirene” del 2007, sicura, ben congegnata nel percorrere le vie di una fantascienza non troppo lontana da temi di attualità, da porre nello scaffale assieme agli esiti più prestigiosi di Pincio, come per esempio “Cinacittà”. Però, dopo quell’esito riuscito, la nostra narratrice mi sembra essere entrata in una parabola discendente, allontanandosi da quel livello. Qualche residua taccia di quei sentieri della malattia, della deroga da una normalità troppo tranquilla, si poteva trovare in “Quando verrai”, poi confusi, annacquati nel successivo “Antartide”, che ci ha presentato un quadro in bilico tra comune verosimiglianza e inquietanti comparse del “diverso”, ma solo perché il protagonista si mette sulle tracce di una associazione diabolica intenta a garantire a persone anziane la “buona morte”. In questa ultima prova l’indice di alienazione, che nella Pugno, per sua e nostra fortuna non manca mai, è affidato a un motivo davvero frusto e perfino banale, trattandosi di due gemelle, di cui c’è già stata tanta presenza in tutta la produzione narrativa, sia nel cartaceo che nel filmico. Si riaffaccia la sindrome ben nota per cui le gemelle sono legate da un cordone ombelicale di simpatia, nel senso letterale della parola, ma anche di opposizione, per cui l’una, che in questo caso si chiama Nina, è piena di doti, quasi sottratte alla sorella Sasha, che stenta a crescere, a parlare, a dare segni di normale intelligenza. Le due si dividono anche sul piano etico, in quanto Nina, orgogliosa delle sue capacità, si comporta con spietato cinismo e crudeltà verso la congiunta portatrice di handicap. Per mettere in campo le due protagoniste l’autrice inventa storie aggrovigliate, di coppie unite e poi divise, di adozioni cui si giunge attraverso peripezie astruse e dispersive, che però fungono solo da collanti, in quanto l’attenzione si concentra sulle due vere protagoniste della vicenda. Per complicate circostanze inutili da chiarire le due vengono a trovarsi in una dimora estiva attigua a un bosco, che diviene la meta di una tragica passeggiata. Infatti in quell’occasione Nina dà prova di una cattiveria inaudita, distruggendo a bella posta i segni che avrebbero permesso alla sorella di ritrovare la strada verso casa, così abbandonandola a se stessa, a lungo, per molti anni, e così costringendola a regredire a uno stato di natura. Finché una delle varie presenze non troppo decisive nel romanzo vede ricomparire la “ragazza selvaggia”, divenuta simile a una bestia, con quasi totale perdita di una condizione umana. Inutile stare a ricordare la folla di riferimenti che possono accompagnare un tema così abusato, dal Mowgli di Kipling al “buon selvaggio” di tanta letteratura filosofica. Col solito problema: che fare, di fronte a questo caso difficile, avviare un procedimento di rieducazione della “selvaggia”, o invece rinunciarvi? Il tutto complicato dall’obbligo di mantenere i due fronti. Nina nel frattempo sconta i suoi peccati, la sua troppa intelligenza, ma accompagnata a perfidia, entrando in un coma irreversibile, assistita dalla sorella totalmente devota, per nulla vendicativa, come fosse un animale fedele. Nulla da fare, la giovane fin troppo dotata se ne va all’altro mondo, e l’anima gemella in definitiva fa la stessa fine, ovvero i genitori adottivi, assieme a tutte le altre comparse, convinti della loro impotenza, restituiscono la “ragazza selvaggia” all’esistenza animalesca e boschiva. E’ quasi una dichiarazione di impotenza, l’autrice non sa come amministrare la situazione che ha messo in piedi, a quale esito condurla. Come aprire una porta, e subito dopo chiuderla per impotenza a procedere in qualche direzione.
La ragazza selvaggia, Marsilio, pp. 174, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 13-8-17 (Haftar)

Il problema dei problemi continua a essere quello dei migranti dalla Libia. Appena si intravede uno sprazzo di lice, un’ombra minacciosa viene a contrastarlo. La sacrosanta pretesa che le OGM firmino un impegno di rispetto di certe regole col nostro governo, e che sta avendo un quasi pieno successo, ha d’altra parte un lato negativo, dato che in questo modo saremo obbligati ad accogliere le persone salvate da loro. Un nostro intervento a fianco delle forze regolari della Libia non si sa se è accettato o no, da un lato a quanto pare una nostra nave-laboratorio è in piena azione a Tripoli per rimettere in funzione le loro navi costiere danneggiate dagli attacchi anti-Gheddafi, ma salta fuori la volce di un rancoroso Haftar che dichiara che comunque un qualche intervento nelle loro acque sarebbe un atto di ostilità, aggiungendo anche, cosa incredibile se vera, che nessuno da parte nostra l’avrebbe consultato, puntando in esclusiva sul debole Serraj, mal servito perfino da altre autorità tripolitane. Sarebbe di grande aiuto che sulle coste libiche si creassero degli “hub” per accogliere i respinti, o i recuperati dalle nostre navi, ma giungono voci tremende, quei luoghi sono delle carceri invivibili. Ci vorrebbe un intervento massiccio dell’ONU, o dell’EU. Giustamente si invoca un trattamento paritario rispetto alla Turchia, che con soldi della Comunità è riuscita davvero a creare una zona per trattenere l’emigrazione attraverso i Balcani. Ma là c’è un dittatore che ha il controllo totale del Paese, cosa che non sussiste minimamente in Libia. Suggestiva è pure la tesi di Haftar che la vera barriera di contenimento va posta a Sud, alla frontiera tra la Libia e i Paesi subsahariani da cui proviene il maggior numero di migranti, ma ci vorrebbe un piano faraonico di posti di contenimento della lunghezza di migliaia di chilometri. Sarebbe davvero una bella impresa se Macron riuscisse davvero a dare a Haftar i mezzi per costruire questa Maginot di nuovo genere, ma ormai la credibilità del napoleonide francese è messa a dura prova. E anche da noi le cose non funzionano, i nostri “hub” sono luoghi carcerari invivibili, del resto, proprio per un tale infimo trattamento emettono un invito implicito ai poveri confinati ad andarsene, a sgattaiolare fuori invadendo le nostre contrade e più ancora premendo alle frontiere con i Paesi del Nord, che li temono come una invasione di cavallette. Anche qui, più che una distribuzione di questi ospiti inattesi a piccoli spezzoni, sarebbe più opportuno migliorare i centri di accoglienza e di farli funzionare da filtri, da erogatori di persone nella misura che ci sia una richiesta ufficiale di questa forza-lavoro. Sempre meglio che dei migranti entrati nella clandestinità cadano vittime del caporalato e si vedano costretti a lavorare in condizioni bestiali. Ho già detto che sarebbe un sacrosanto compito dei nostri sindacati vegliare su tutta questa partita, invece che incattivirsi nella contesa con Renzi per recuperare il vecchio collateralismo col PCI cui erano tanto affezionati. L’accusa che questi migranti, una volta inquadrati e avviati a un lavoro, rubino il posto ai nostri giovani è solo una leggenda metropolitana, in quanto i nostri giovani si rifiutano ai lavori umili, preferiscono farsi mantenere da padri e nonni, se non trovano posti di buon livello. E’ da parte loro una richiesta legittima, ma allora non si dica che l’impiego dei migranti gli sottrae posti che non vogliono, e dunque si profila la possibilità di un impiego funzionale di questa enorme forza-lavoro, che potrebbe anche passare la frontiera, essere richiesta in forme esplicite da altri Paesi del benessere che si trovano di fronte al nostro medesimo problema, cioè a un rifiuto dei loro giovani a essere impiegati per lavori ritenuti bassi e sconvenienti.

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Arte

Il mondo satanico di Roberto Cuoghi

Un grosso volume accompagna la mostra che il Madre di Napoli dedica a Roberto Cuoghi (1973), perfetta rassegna di vent’anni della sua produzione (1996-2016), svoltasi nel segno di una piena coerenza nel picchiare su tutti i tasti di un espressionismo violento, tenace, implacabile. Ma forse dire espressionismo è insufficiente, bisogna chiedere aiuto ai generi romanzeschi, come ha proposto il critico più vivace del “Corriere della sera”, Vincenzo Trione, e dunque parlare di “noir”, di “horror”, di satanismo, il che vale a differenziare il nostro artista dai Neuen Wilden tedeschi, come per esempio Georg Baselitz, che in definitiva si attengono a moduli più consueti di deformazione delle figure. Mentre nel nostro autore si avverte appunto qualcosa di perverso, come del resto risulta dai titoli stessi dei saggi critici in catalogo, di Andrea Bellini, curatore della mostra, assieme al direttore del Madre, Villani. Vi si parla di dismisura, di perdita delle proporzioni, mentre Andrea Corlellessa, ben noto critico letterario che ora visita sempre più spesso anche le sponde del visivo, per parte sua parla di “asincronie”, ribadendo la presenza di una dismisura e di altri “misconcetti”. In sostanza, Cuoghi scende in campo per dare anche a noi un equivalente degli esiti feroci, disumani di cui sono prodighe certe vedettes attuali come Jan Fabre e Urs Fischer, per non parlare di Damien Hirst, dominatore dell’attuale scena veneziana con le due mostre a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi. E il nostro Cuoghi, in particolare con lo straordinario allestimento nel Padiglione Italia della Biennale veneziana, ne è lo sfidante ufficiale. Tratto comune a questi cultori della perversità sta nel batterne le strade in tutti i modi possibili. Cominciamo a sfogliare le pagine del libro-catalogo, o a visitare le stanze della mostra, magari cercando di attenerci a una perlustrazione procedente dal meno verso il più. Si può cominciare con certe pagine di scrittura, ma piene di macchie, di cancellazioni, non alla maniera sistematica e fin troppo precisa di isgrò, bensì con una grafia selvaggia che ne fa qualcosa di simile a un documento trovato nella bottiglia. Poi magari c’è la visitazione del mondo incantato dei fumetti, ma i personaggi sono distolti dal loro tradizionale buonismo, dal candore infantile, nei volti compaiono delle smorfie minacciose, gli occhi in particolare sono stravolti, come se i vari personaggi portassero lenti deformanti. La lebbra, la corruzione si estende poi alle pelli, rugose, colpite da qualche infezione incontenibile. O se a prima vista resistono immagini conformi, fotografiche, ben presto sulle epidermidi si aprono ferite che rivelano lo sfacelo degli organi interni. I quali del resto stentano a mantenere una conformazione normale, venendo presi più che altro a frammenti, come fossero i resti dell’intervento di un Jack lo Squartatore, e dunque vendiamo mani ormai colpite da un processo di putrefazione, proprio come succede nei “gialli”, con invito ad aprire un’indagine nel tentativo di scoprire a chi appartengono quei poveri lacerti. Del resto, a farci capire che siamo nel regno del male, Cuoghi non manca di modellare immagini appunto sataniche, capaci di evocare davvero il Maligno. Mi viene in mente il film-capolavoro del resista Polanski, “Rosemary’s Baby”, che poi sarebbe il parto orrido di un figlio del Diavolo, tanto da meritare il sottotitolo “Nastro nero a Manhattan”. Infatti le aste, i pennoni del nostro artista inalberano orride apparizioni del demonio. E forse è per ordine suo, orditore di disastri atomici, che dal mare emergono solo pesci asfissiati, o comunque corpi mozzi, relitti di una catastrofe ambientale. Il che del resto trova conferma nell’emersione di rocce contorte, residui di terremoti, di sconvolgimenti tellurici, una via che porta il Nostro a gareggiare con le plastiche attorte di Tony Cragg, ma lo scultore inglese, in definitiva, è troppo serio e pulito, nel suo imitare le contorsioni geologiche, mentre gli stessi processi, nel caso di Cuoghi, volgono pur sempre verso il nero, il macabro, l’infernale. Del resto, la solidità delle rocce non tarda a liquefarsi. Aderendo a un repertorio del dissolversi, del degradarsi insanabile, l’artista si dà a praticare gli stati liquidi della materia, o diciamo meglio gli stati schiumosi, dove questa si trasforma in una broda infernale, simile a quella alimentata dalle streghe del Macbeth shakespeariano, a conferma che è sempre in agguato un transito verso esiti letterari. Questo statuto incerto, vischioso, magmatico si impadronisce anche degli utensili in partenza più tranquilli e consueti, per esempio delle forbici, che si sciolgono anch’esse, o con lame che diventano simili alle chele delle aragoste. Siamo in presenza di un passaggio continuo tra i diversi stati della materia, e anche tra le varie ere geologiche. Il calderone è sempre in piena ebollizione, non si sa che cosa ne potrà saltar fuori, il che ci riporta all’esito finale di tutte queste dismisure e asincronie, per dirla ancora una volta con gli esegeti di questo processo sempre aperto, ovvero alla installazione della Biennale, risultato perfetto, punto d’arrivo finale di tutte queste mosse. Resta solo da esprimere un dubbio, da parte di un commentatore, pur stupito e ammirato di fronte a tanta consapevole irruenza: che ce ne facciamo in definitiva di tutte queste violenze e trasgressioni? Non sarebbe meglio che queste colate di lava rientrassero in alvei più accettabili? Non per nulla, poco fa, proprio su queste pagine in libertà. ho espresso il mio consenso alla galleria di ritratti, fin troppo “normali”, abozzati da David Hockney.
Roberto Cuoghi, Perlapollina 1996-2016, a cura di Andrea Bellini e Andrea Villani, Napoli, MADRE, fino al 18 settembre.

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