Arte

Evviva i Muralisti Messicani

Progetto molto saggio, quello di Genus Bononiae, di fornire nella sede prestigiosa di Palazzo Fava una buona sintesi dei tre celebri muralisti messicani, Rivera, Orozco e Siqueiros. Per un verso, si tratta di una mostra tra le più significative, delle molte che sul filo dei decenni sono state dedicate in tutte le parti del mondo a questo famoso trio. Infatti non per nulla essa è detta “sospesa”, in quanto venne interrotta, nel 1973, al momento di essere inaugurata a Santiago del Cile, appena un giorno prima del colpo di stato di Pinochet. Le opere vennero imbarcate in tutta fretta e restituite alla loro patria. Ma nello stesso tempo, accogliendo questa mostra, la Fondazione bolognese, risale ai padri protettori dell’operazione che ha condotto l’anno scorso, riallacciandosi ai nipotini di un simile massiccio intervento di arte urbana, ai graffitisti dei nostri giorni, recuperati in alcune loro prestazioni sui muri bolognesi.
Volendo parlare dei tre sommi protagonisti di quell’episodio, pieno di risonanze e imitazioni in tante altre parti del mondo, conviene forse seguire l’ordine nelle nascite, e dunque partire dal più anziano, Diego Rivera (1886-1957), il che lo indusse ad abbeverarsi alle fonti della sapienza europea. Visse a lungo a Parigi, frequentando il Cubismo, acchiappato nella fase tarda detta “sintetica”, che si colorava pure di risonanze decorative, alla maniera di un nostro grande protagonista di quella stagione, Gino Severini, e dello stesso Picasso, che ora trionfa nella mostra alle romane Scuderie del Quirinale, colto nel momento in cui si diede a un “richiamo all’ordine”. Non fu quello il caso di Rivera, che rientrato nel suo Paese, più che il richiamo a un classicismo europeo, sentì il bisogno di collegarsi ai miti della sua terra, ma trattandoli con uno stile calmo, quasi ieratico, con volti pieni, allineati con cura come in pazienti pallottolieri. Anche se viceversa gli fu al fianco una artista straordinaria, per inquietudine, per un procedere che si potrebbe dire anoressico, di figure magre, nevrotiche. Fu il caso di Frida Kahlo.con cui il più anziano Rivera ebbe la ben nota relazione, travagliata e colpevole.
Le date di nascita hanno il loro fato, quasi come i libelli del noto proverbio, e dunque i circa dieci anni con cui Orozco e Siqueiros fecero seguito al capofila impedirono loro di abbeverarsi alle fonti europee, essi cavalcarono direttamente e con furia selvaggia i miti insurrezionali della loro terra, abbracciarono la causa dei “campesinos”, in eterna rivolta contro un potere centrale che invariabilmente, dopo false partenze nel segno della democrazia, andava a schiacciarli. Tutto ciò esigeva il ricorso a uno stile tipicamente espressionista, quale del resto seguivano in Europa i loro equivalenti soprattutto nell’ambito tedesco, i Dix, i Grosz, che però non seppero raggiungere la dimensione epica e corale che i due messicani affidavano ai loro murali. O anche a dipinti da cavalletto, come sono quelli presenti in mostra, di José Clemente Orozco (1893-1949), dominati dal motivo folclorico dei sombreros, come pesanti coperchi che gettano nell’ombra quanto avviene sotto di essi. Si intravedono corpi tumefatti, forse sottoposti a tortura e ora offerti a tardi riti funebri. In alternativa ai sombreros che schiacciano e appianano, talvolta si levano invece lame taglienti, che sono di dirupi andini, ma anche di coltelli branditi per squarciare sia i corpi, sia paesaggi che pretendano di essere troppo pigri e statici. Un tema intermedio potrebbe essere quello dei cavalli, che avanzano con impeto esuberante, resi magri, solo pelle e ossa, lanciati alla riscossa da armate sotto la guida del leggendario Zapata. Il tutto potrebbe essere riassunto col binomio rumore e furia, “sound and fury”, che il loro quasi collega con la penna, Falukner, e dal non lontano territorio statunitense, riprendeva da Skaspeare facendone le parole-guida del suo universo ugualmente tragico.
Non è facile distinguere da quello di Orozco il linguaggio del tutto paritetico di David Alfard Siqueiros (1896-1974). Forse a caratterizzare quest’ultimo c’è un fare rotondeggiante, bombato, che viene anche in questo caso da un motivo terragno, di zucche gonfie, attorte, sinuose, pressoché equivalenti alle presenze umane, a nudi di donna, coi glutei protesi, i seni gonfi, o scarni per denutrizione. E anche Siqueiros ama l’immagine di un cavallo balzante in scena a riempirla, trascinandosi dietro un cavaliere i cui lineamenti si fanno indistinti per la spinta dinamica che lo muove. Siqueiros è anche quello che cura di più l’aspetto tecnico adottando un colore, la proxilina, che può essere visto come un anticipo dei nostri acrilici, o come una sostanza plastica, capace di rendere voluminose le figure, fino a farle balzare fuori dalla superficie. E’ notorio che questa loro aggressività, tematica e tecnica, non rimase confinata nel solo Messico ma invase largamente i vicini USA, dove li attendeva un Pollock desideroso anche lui di dare sfogo a energie incomprimibili. Del resto il valido uomo politico che di là dal confine si faceva davvero carico delle esigenze del popolo, il presidente Roosvelt, non esitò a concepire la Works Progress Administration, un intervento in aiuto degli artisti disoccupati, vittime della grande depressione del ’29. In definitiva, le proposte di arte pubblica provenienti dai Messicani erano quanto rispondeva di più a quell’ardito progetto. Forse anche oggi ci vorrebbe qualcosa di simile in appoggio ai vari tentativi di graffitismo e street art.
Orozco Rivera Siqueiros. La mostra sospesa. Bologna, Palazzo Fava, fino al 18 febbraio. Cat. Silvana.

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Letteratura

Sempre valide le Nughette di Canella

Al RicercaBO del 2013 Leonardo Canella ha riportato un buon successo con le sue “Nughette”, tanto da sentirsi autorizzato a offrirne ora una nuova serie, insistendo sulla medesima formula. Che forse si colloca proprio nello spazio intermedio, tra prosa e poesia, che sembra essere la migliore nota dominante del Ricercare impiantato in territorio bolognese, dopo la felice stagione reggiana. La prosa, o diciamo più precisamente la narrativa, a questo modo viene esentata dall’obbligo di darsi laboriose trame, andando a cercarle o in più o meno trasposte autobiografie, o nell’armamentario dei gialli di cui assai miglior dispensatrice è la televisione. D’altro canto la poesia trova una garanzia di non cadere nel “poetichese”, in un facile lirismo, o in un errore di segno opposto, in uno sperimentalismo troppo astruso e asettico. In realtà questi componimenti leggeri, delicati, sfuggenti si collocano malgrado tutto in tradizioni prestigiose. Non per nulla due delle serie incluse sono intitolate “Inviti a cena” e “Caffè”, col che siamo a una riedizione in veste attuale dei deliziosi poemetti con cui Orazio e altri poeti latini esprimevano il desiderio di avere ospiti ai loro banchetti (“Cenabis bene, mi Fabulle, apud me…”), magari anche con autorizzazione di portarsi dietro qualche “umbra”, qualche altro commensale, ma non troppi, per evitare che l’orrido puzzo di capra, di ascelle non lavate, rendesse l’aria irrespirabile, dal che si comprende che i Romani non erano poi frequentatori assidui delle terme. Ma invito Leonardo a leggere una parte notevolissima dell’opera di Mallarmé, costituita appunto dai biglietti di invito a cena o ad altro che mandava ad amici, il fior fiore del Parnaso parigino, giocando abilmente su indirizzi, numeri civici, frasi contorte, piene di analessi e prolessi. In fondo, anche queste nughette sono come tanti inviti a cena, dove fra l’altro l’invitante si vanta della sua bravura nel cuocere un’anatra all’arancia o nell’impastare un puré. Ma teme anche che l’anguilla scivoli già dal buco del lavandino. La prosa più piatta e banale, al limite con la volgarità, è sempre pronta a insidiare, a giocare di contropiede, coi suoi miscugli, dove la lattina di coca cola si unisce alle rane e ai preservativi. Ci sono poi, a fare da contraccolpo, le invocazioni in onore di ospiti ambiti e propiziatori, quasi con innalzamento fino ai sonetti erotici di Shakespeare. Il dato basso e pedestre è sempre pronto a farsi da parte per puntare verso l’ alto: “se ti avessi scoperchiato il cranio avrei visto il cielo stellato”. Immagine troppo elevata e nobile, e dunque conviene subito accennare a un passo indietro, al ribasso: “E il purè era niente male”, salvo poi a riprendere alla prima occasione il moto di risalita verso climi degni della New Age: “tra uno yogurt e le melanzane, c’è Dio che mi ha aspettato”. Oltre al ritmo verticale dal basso all’alto, se ne coglie anche uno orizzontale, tra frenate, nel procedere a pazienti elenchi di cose e circostanze, e invece improvvise accelerazioni, tanto che le singole parole rinunciano alla loro autonomia e si stringono in composti improvvisi, sul tipo di “grigiocespuglio”, “occhioperlaceo”. Qualcosa del genere avviene anche a livello visivo, come rivela la copertina del libello. Vi compaiono infatti delle figurine, come ritagliate da qualche album, ma non messe al posto giusto nel raccoglitore che gli spetta, anzi, accorpate tra loro, sovrapposte in modi innaturali.
Leonardo Canella, Nuove nughette, Edizioni Prufrock, pp, 78, euro 12.

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Dom. 28-10-17 (referendum)

L’avvenimento del giorno è dato senza dubbio dai due referendum regionali, nel Veneto e in Lombardia, a proposito dei quali si devono pronunciare due sentenze opposte. O sono inutili, o dannosi. Inutili: è chiaro che, se servono solo per ottenere di pagare meno tasse allo stato centrale, anche gli abitanti delle altre regioni sarebbero d’accordo e chiederebbero di procedere a un analogo referendum. La stessa cosa vale se in particolare il fine viene detto consistere nella pretesa, del Veneto, di ottenere uno statuto speciale, come le vicine Bolzano e Trento. Se tutte le nostre regioni chiedessero di ottenere quel medesimo regime d’eccezione, nessuna lo sarebbe veramente. E non si considerano le ovvie ragioni che ci hanno indotto a fare quella concessione a Bolzano, per mantenere la pace con la comunità di lingua tedesca e alla Valle d’Aosta, in prevalenza francofona. Resta da chiedersi se motivi ugualmente cogenti siano esistiti anche nel caso della Sicilia. Mi meraviglio che, in tema di questa pretesa di versare meno imposte a Roma ladrona, nessuno abbia ricordato l’apologo di Menenio Agrippa. Queste regioni che pretendono di tenersi la maggior parte delle imposte ricordano proprio la rivolta delle membra contro lo stomaco che richiama tutto a sé, ma si deve pur riconoscere che poi esso redistribuisce le necessarie sostanze nutrienti. Forse, a correzione dell’apologo, si può obiettare che da noi il potere centrale si prende troppo e restituisce poco o malamente, d’altra parte non pare proprio che le amministrazioni regionali siano un modello di perfetta efficienza e si dimostrino capaci di evitare gli sprechi, la mala dissipazione di risorse.
Questo l’aspetto di inutilità dei referendum, ma quello del Veneto puntava più in alto, abbozzava un motivo di secessione. Dio non voglia che in altra occasione i Veneti chiedano di pronunciarsi sul rimanere o no nell’Unione Europea. Ritroviamo in merito per intero la diarchia tra Londra e il resto dell’Inghilterra. Milano in sostanza si è comportata come la capitale britannica, con bassa frequenza al voto (lasciamo perdere il flop del ricorso a un sistema elettronico, prima o poi ci si arriverà di regola). Solo le province lombarde, arretrate e bigotte, hanno tenuto alto il coefficiente di quella regione. Se invece il fatale quesito si ponesse ai vicini veneti, ne verrebbe di sicuro un Venexit, quindi, per carità, non aprite quella porta. Avventure quasi comiche di indipendentismo veneto sono già avvenute nel passato, e Zaia si vede abbastanza bene nei panni di un presidente della Generalitad catalana, forse per questa ragione non vuole distaccarsi dalla sua regione, sogna di portarla all’indipendenza. Ma il dialetto veneto non è una lingua, e la storia non concede al Veneto ragioni particolari per manovre separatiste, i fasti della Serenissima si sono estinti da tempo. Resta, al di sopra di tutto, la paziente opera di Gentiloni, che fa da spugna, non dà torto a nessuno, ma sa bene che non può concedere molto alle parti. Ci vorrebbe uno come lui a moderare lo scontro tra il governo spagnolo e Barcellona. Il pessimo Rajoy rischia di far precipitare la situazione e di apportare alla stessa causa unitaria della hispanidad un danno irrimediabile.

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Dom. 22-10-17 (Visco)

L’Italia, si sa, è il Paese del Gattopardo. O in realtà, ancora peggio, dato che la celebre formula enunciata dal Principe di Salina era doppia, prevedeva che ci fosse qualche ostentato tentativo di innovazione, ma solo in superficie, volto a lasciare le cose come stanno. Noi abbiamo perso per strada la prima parte, la mossa fintamente innovativa, e ci atteniamo a uno schietto misoneismo: proibito innovare, bisogna rispettare le forme, i modi tradizionali di procedere. Mi ispira queste considerazioni l’ondata di quasi plebiscitaria protesta contro la mossa di Renzi, che viceversa sembra improntata a un normale, prevedibile, perfino ovvio buon senso. Ma come? Il nostro sistema bancario è stato sottoposto negli ultimi anni a tutte le possibili crisi, il suo riassestamento ha causato al contribuente miliardi di spesa, e vogliamo assolvere a priori uno dei possibili responsabili di tanto guaio, cioè il presidente della Banca d’Italia Visco? E questo senza neppure condurre quale indagine, ma solo per rispetto del bon ton, perché si usa fare così, solo quel guastafeste di Renzi si permette di volerci guardare dentro. Il bello è che tutti già da tempo avevamo chiaro che una eventuale rielezione di Visco sarebbe stata in ogni caso problematica e che non poteva andare da sé. E’ farisaico, ovvero un attaccarsi all’etichetta, al regolamento, il far osservare quanto sia irrituale che a intervenire sia una mozione parlamentare, come se il governo, cui secondo rito spetterebbe la conferma o meno dell’alta carica, fosse una variabile indipendente, estranea al parlamento, e questo a sua volta del tutto incomunicante con il partito che gode della maggioranza in uno almeno dei due rami, purtroppo sopravvissuti entrambi per il misoneismo con cui si è rifiutata la salutare riforma proposta dallo stesso Renzi. Fra l’altro, nessuno, mi pare, ha svolto una normale riflessione che il rinnovo di Visco toglierebbe una metà di efficacia alla commissione parlamentare di indagine appena nominata, quasi a conferma di quanto questa risponda a un rito inutile, come molti paventano. Evidentemente tra i compiti di Casini e compagni non c’è solo da indagare sulle malefatte dei banchieri, in combutta con le forze dei partiti, ma metà dei compiti deve rispondere all’interrogativio se il controllore, cioè appunto la Banca d’Italia, abbia svolto adeguatamente i suoi compiti. Il rinnovo di Visco toglie dal tavolo tutta questa parte del quesito. Sarebbe madornale se al termine dell’inquisitoria la commissione parlamentare dovesse constatare che ci sono stare davvero colpe o mancanze su quel versante, ma che fare, con un Visco ormai tranquillamente riconfermato per un lungo periodo?
Credo dunque che il Pd, attraverso il suo segretario, bene abbia fatto a porre in dubbio l’automatismo di una rinomina di Visco, mentre male ha fatto il suo collega spagnolo, leader del Psoe, a fare da sponda ai rigori post-franchisti di Rajoy. La scomunica degli organi della Catalogna inasprisce il conflitto, mentre si doveva aprire un tavolo di trattativa, magari per concludere al termine che alla provincia ribelle erano già stati accordati tutti i possibili margini di autonomia. Ma trattare si doveva. Ora che farà il governo di Madrid? Manderà la guardia civil ad arrestare i membri della Generalidad? E’ ovvio che la maggioranza dei catani non se ne resterà inerte e passiva al fioccare delle misure punitive. Invece che versare acqua sull’incendio vi si è dato esca. Che lo faccia una forza di destra e retriva, appare quasi inevitabile. Che però questo avvenga con un sostanziale appoggio del principale partito della sinistra, questo dispiace e aggrava il vulnus.

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Verasani: una prova comvincente a metà

Non ho mai lesinato il mio consenso ai narratori che hanno nel loro consuntivo il merito di essere intervenuti ai fortunati incontri di RicercaRE, tra cui Grazia Verasani, ma naturalmente questo non è un obbligo permanente, sono ammesse variazioni di consenso. In merito a quest’ultima uscita, “La vita com’è”, il mio giudizio si ferma a metà strada, un po’ sì e un po’ no, anche se bisogna pur apprezzare l’onestà, l’autolimitazione espresse dall’autrice già nel titolo, e ulteriormente precisate nel sottotitolo, da prendere alla lettera. Si tratta davvero di una “storia di bar, piccioni, cimiteri e giovani scrittori”, dove, dico subito, i primi termini della sfilata sono accettabili, costituiscono quanto c’è di buono nella narrazione, mentre qualche difficoltà nasce alla comparsa in scena di “giovani scrittori”, che poi in realtà sono da declinare al singolare. Nella fattispecie c’è un unico Giovane Scrittore il cui intervento in scena suona sempre alquanto falso. Come del resto lo è l’ìntera serie dedicata alle lettere. Non se la cavano meglio un antecedente Scrittore tout court, e anche uno Sceneggiatore. Diciamo insomma che le maiuscole fanno risuonare, nell’intera vicenda, tasti alquanto falsi, mentre sono i piccoli eventi con cui non è affatto il caso di sprecare delle maiuscole, quelli che davvero fanno presa e costituiscono un apprezzabile tessuto. Come per esempio i numerosi bar in cui il personaggio che parla in prima persona, e che certo adombra in larga parte l’autrice stessa, va a fare le piccole colazioni, o si prende momenti di pausa, o di incontri con amici. Per fortuna questi episodi minimi sono costellati dalla presenza di cani che leccano il pavimento per raccoglierne le briciole dei cornetti caduti dalle labbra dei consumatori. Ed è divertente anche la guerra di nervi con la cliente che si impossessa del quotidiano del giorno, con tanto di asticciola, e non lo molla. Non è poi sbagliato inserire nella sfilata la vicenda del piccione che blocca l’incedere della protagonista a bordo di un’auto, come del resto apprezziamo la gatta maestosa che allieta l’altrimenti triste abitazione della madre. Abbastanza divertente è la goffaggine del padre novantenne che ancora pretende di toccare il fondoschiena di qualche signora, sollevando le rimostranze della moglie. Come si capisce, siamo nel quadro dell’autonarrazione, oggi così diffusa tra i nostri autori, forse per sfiducia nelle loro doti inventive a livello di trama. Ma se si cercasse di trovare la soluzione pescando nelle vicende professionali, di un autore in cerca non già di personaggi bensì di promozione, editoriale, pubblicitaria, giornalistica, allora la fantasia è scarsa, soprattutto se questo capitolo viene affidato al Giovane Scrittore e alla sua petulanza. La narratrice ce lo rende insopportabile, con le sue telefonate a tutte le ore, la sua sicumera e baldanza, C’è però da chiedersi se questo modo di comportarsi del Giovane Scrittore non sia semplicemente la malacopia dell’iter che la stessa narratrice ci snocciola, Ovvero, lei c’è già passata, per quelle tappe, e dunque, inutile irritarsi se qualcuno pretende di adempiere ai medesimi riti. Del resto, la nostra scrittrice senza maiuscola in definitiva lo comprende, accetta le avances dell’autorello, giunge perfino a baciarlo, gli promette aiuto. In conclusione, e in sede di bilancio, visto che affrontare “la vita com’è” non è poi fonte di tante risorse, e le tappe dell’ascesa al Parnaso, anche quelle, non sembrano una valida via d’uscita, forse si può consigliare alla Verasani di rimettere in pista la sua detective, Giorgia Cantini, dove ad assicurare al racconto una spina dorsale ci sono i delitti e gli altri reati, mentre l’indagine porta ad applicare una lente d’ingrandimento su “la vita com’è”, dandole evidenza e sapore.
Grazia Verasani, La vita com’è, La nave di Teseo, pp. 219, euro 17.

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I due decenni inarrivabili di Picasso

Le romane Scuderie del Quirinale ci danno una di quelle mostre essenziali che le pongono alla testa di una graduatoria nazionale, in imprese del genere, a gara solo col Palazzo reale di Milano. Questa volta si tratta della rivisitazione del decennio 1915-1925 del grande Picasso, giustamente collocato “Tra Cubismo e Classicismo”. Basterebbe rivolgesi al precedente decennio, magari con partenza un po’ ritardata dal 1906, per avere in compendio l’intero percorso dell’artista spagnolo. Poi ci sarebbe ancora uno scampolo di anni di grande creativià, fino al 1930, quindi il passaggio a una fase eclettica, di risulta, che si potrebbe anche mettere all’insegna di un gigantesco “Le roi s’amuse”, di un enorme talento che coglie le schegge, i residui della sua officina, seppure non intristendosi, come tanti suoi confratelli, in una manieristica riedizione dei propri capolavori.
E’ curioso notare che questa secondo decennio si annuncia quando il precedente sembra essere arrivato al suo esito estremo, attraverso il cosiddetto Cubismo sintetico, in cui spariscono le ultime tracce presenze di oggetti riconoscibili, sostituiti da una geometria ad alta voltaggio intellettuale, quasi si potrebbe dire “concettuale”. Ma quei nudi tralicci sentono il bisogno di sensibilizzarsi in qualche modo, e dunque assumono brandelli di carte da parati, o di tessuti in un modo o in un altro decorativi. Ci sono perfino dei punteggiati di spirito divisionista, e le travature, le ancora impeccabili geometrie pretendono di richiamarsi a maschere della commedia dell’arte, per esempio a degli Arlecchini, anche se per il momento assenti, fuori stanza, in attesa di essere chiamati davvero in scena. Si dà da questo momento un parallelismo col nostro artista che da tempo avevamo trasferito d’ufficio sulle rive della Senna, Gino Severini. Anche lui, negli stessi anni, ricorre a un uso combinatorio di motivi cubisti e futuristi, ma trattandolo come enormi collage di carte colorate, quasi di impacchettatura elegante di leccornie per il palato, sono opere, insomma, già decise a marciare verso il clima confortevole degli Arts Déco. E forse è proprio il nostro artista a rompere gli indugi, a capire come quell’occhieggiare a perdute eleganze non è più sufficiente, bisogna fare un passo più risoluto verso l’antico. Nasce così forse il prototipo dell’intera stagione del richiamo all’ordine o della riscoperta del museo, il Ritratto che Severini dedica alla Moglie Jeanne, come una ritrovata Madonna che tiene in braccio il figlioletto, purtroppo deceduto nella realtà della coppia. Picasso ha bisogno di un incentivo, un viaggio a Roma, dove anche lui insegue la sua Madonna di quegli anni, Olga Koklova, impegnata nei Balletti russi di Diaghilev. In Italia lo Spagnolo scopre il fascino del nostro folclore, quasi in un anticipo di Pop Art, col tripudio delle maschere, delle vesti coloratissime, di copricapi ancor più favolosi. In quel momento decisamente “popolare” Picasso non disdegna neppure di rendersi utile nel concepire scene e arredi per quelle prestazioni teatrali, ma il meglio viene pur sempre quando agisce per sé, per la propria officina più esclusiva. Se si vuole, in quella fase delicata e coraggiosa l’artista adotta due soluzione opposte: o sgonfiare la “macchina” cubista, con tutti i suoi ingombri plastici, e affidarsi a un tracciato lineare esile, filante, vedi i ritratti di Diaghilev stesso, o di Stravinsky, in cui però sopravvive qualche residuo ricordo delle scheggiature cubiste, come rivelano certe durezze e spigolosità inserite a inceppare la fluidità del tracciato lineare. Se no, la soluzione opposta, un gonfiore eccessivo, quasi per avvisare lo spettatore, stupito di quei giri di valzer, che capisca, proprio per l’eccesso della volumetria, che l’autore non fa del tutto sul serio, strizza l’occhio, avverte per primo che sta effettuando un pompaggio estremo dei corpi, fino al limite di rottura. Tutto questo, in mostra, risponde alla sezione “La reinvenzione del classico”, che si raccomanda proprio per l’eccesso smodato, volutamente esagerato con cui il recupero viene condotto, con quei volti tumefatti, dove gli occhi risultano quasi schiacciato dal gonfiore delle gote, e le braccia si fanno gigantesche, dilatate in eccesso. Infine, il capolavoro assoluto, in questa direzione, è dato dalle “Due donne che corrono sulla spiaggia”, dove non si capisce davvero come riescano a muovere nella corsa i loro corpaccioni immani, tanto è vero che, nella figura a sinistra, la testa non regge a quella spinta in avanti, sembra spezzarsi e ricadere indietro. Al confronto, le figure maschili (“Il flauto di Pan”) non riescono a gonfiarsi fino a quel punto, ma si ergono monumentali, pesanti, stanti come colonne. A quel modo, Picasso schiaccia tutti i Nostri, Carrà, Sironi eccetera, impegnati anch’essi, ma in misura più timida, su quella medesima via di richiamo ai “valori plastici”. Ma non è finita, dato che tra i due estremi, della riduzione in pianta e di una compiaciuta, ostentata volumetria, il divino Picasso sa fermarsi anche a una soluzione intermedia, di offrirci i corpi a una specie di grado zero, di realismo para-fotografico. L’eroe tipico di questa soluzione è il figlio Pablo, sorpreso al naturale, ma subito impacchettato in una confezione in cui l’artista ritrova tutte le eleganze decorative degli imballaggi già sperimentati poco prima del Cubismo sintetico. In questo caso l’artista scala in giù le marce, si vuol far perdonare le puntate tridimensionali andando a rifugiarsi nelle planimetrie, suggerite dagli abiti del fanciullo, ligi alle cifre delle maschere, di Arlecchino, di Pierrot. Questa dialettica tra innovazione e ritorno al museo sarà poi altre volte sperimentata, dall’arte del Novecento e oltre, ma nessuno lo saprà fare con tanta inarrivabile maestria.
Picasso tra Cubismo e Classicismo, 1915-1925, a cura di Olivier Berggruen, Roma, Scuderie del Quirinale, fino al 21 gennaio. Cat. Skira.

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Cuoghi e Corsello, Marisaldi: un'”officina bolognese” che continua sicura

Una fortunata occasione mi permette di parlare contemporaneamente della coppia Monica Cuoghi-Claudio Corsello e di Eva Marisaldi, che furono tra i più importanti protagonisti di “Nuova Officina bolognese”, principale fatica critica del mai abbastanza compiano Roberto Daolio, con la collaborazione di altri talenti critici della città petroniana. Quella rassegna avvenne alla fine del ’91 e metteva in pista giovani artisti che, pur succhiando il latte dai sacri principi del ’68, con la cassazione dell’atto del dipingere e la promozione di tante altre modalità operative, rilanciavano però quelle pratiche con un estro e una fantasia mai venuti meno, nel lungo tempo che ormai ci allontana da quegli inizi. Un loro tratto comune potrebbe essere di aver ripreso, di recente, un qualche rapporto con vecchie tecniche del dipingere e del “fare quadro”. La coppia dei due ora non disdegna affatto di darci minuti dipinti, quasi tradizionali, o di trasferire su tela i loro arditi graffiti murali, che in definitiva sono il nocciolo duro di tutta la loro presenza. Ma, chiamati ad allestire alcune sale al MACRO di Roma, hanno fatto prendere a questo ritorno alla pittura delle vie del tutto insolite, o meglio, c’è stato in loro un ritorno alle origini, in quanto la ricomparsa della pittura è avvenuta per delega. I due hanno condotto una razzia di dipinti tradizionali contenuti nel museo, pare in numero di 239, collocandoli a parete, come a costituire una quadreria del tutto convenzionale, o appunto museale, ma poi hanno scatenato su quella quieta e pacifica parata una serie di fulmini, come inserire delle graffe spaziali per dare unità a una visione altrimenti multipla e spezzettata, o immettervi con violenza una circolazione sanguigna, o sottoporla a un elettrochoc. Il che è avvenuto ricorrendo ai tubi al neon, e ritrovando con questo mezzo folgorante ed energetico al massimo i percorsi sottili, incisivi cui ricorrevano nel loro esercizio di graffitisti, dove accanto alle icone vergate con bombolette il neon faceva già di frequente la sua comparsa. Ma in definitiva qui c’è un avvicinamento tra i due corni del problema, in quanto i gas nobili e rarefatti scorrono entro tubicini con pareti colorate, e dunque c’è una sorta di pittura tecnologica, rarefatta ma penetrante e diffusa che accompagna, o fa il controcanto, al coro sommesso dei dipinti che se ne stanno dal canto loro quieti e immobili nelle loro collocazioni risapute. Ma certo questa è solo una tappa provvisoria nel percorso sempre vario e imprevedibile della nostra coppia ultra-sperimentale.
Eva Marisaldi espone in una Galleria privata, la De’ Foscherari di Bologna, che però, data la storia alle sue spalle, funziona già come una istituzione in loco. Se si vuole, anche Eva in questa occasione sente il richiamo della pittura, ma amministrandolo a modo suo. In fondo, ogni volta che ho affrontato sul piano critico il suo percorso, ho sempre detto che in lei c’è un quasi morboso attaccamento a una orizzontalità, sia essa data da una superficie o da una linea. Forse il suo lavoro più spettacolare Eva lo ha fatto in una sede di Neon, la galleria massimamente sperimentale della nostra città, quando riempì un sottoscala di una melma tecnologica, come fossero pericolose sabbie mobili pronte a inghiottire chi avesse osato immergervisi. In questo caso le pareti della galleria sono tappezzate da una serie di fogli in cui si sviluppa una linea d’orizzonte, il confine di visioni marine di blu intenso, disposte in fila come per una “graphic novel”, o come se fossero pronte per essere fotografate una a una onde ricavarne un video, secondo la prassi manuale, artigianale cui si affida il videoartista Kentridge. Ma qui appunto la strip, la lunga, paziente strisciata è stesa proprio per far trionfare un orizzonte basso, tipico del mare, su cui si protendono anche dei moli, o si colgono le sagome di bastimenti, che però sanno bene di dover “volare basso”, come se la dimensione in alto fosse loro negata, o ci fosse un colpo di rasoio a reciderla inesorabilmente. Pare che Eva si sia ispirata proprio alle vedute marine del capolavoro giovanile del regista Polanski, “The Big Knife”, ma ci sta un riferimento anche ai grandi navigatori del mistero, con Joseph Conrad in prima linea, senza dimenticare lo Stevenson dell’Isola del tesoro. Infatti, accanto a questa orizzontalità tesa, oltranzista, l’artista usa altre carte, il lato esotico e avventuroso di questi panorami marini si esprime con la comparsa di uccelli esotici dalle piume variopinte, a ricordarci che dall’officina Marisaldi escono dei video “phantasy”, o, rimanendo alla sua piattezza di base, tante fiches, bidimensionali ma coloratissime. Del resto, l’artista non disdegna di coltivare, in contrappunto a tanta orizzontalità, anche la verticale, di scatole che drizzano le loro pareti inanimate, inorganiche, a contrasto coi palpiti marini. E in alto ci sono anche come delle passerelle, o delle gomene che si asciugano all’aria, tese magari per ospitare la marcia di qualche scimmia acrobatica, o di quegli acrobati mentali in cui Eva ci invita a tramutarci. Non è finita qui, infatti, ritornando al senso di un’avventura marina alla scoperta di nuove terre, sappiamo bene che la presenza di queste, come nel viaggio favoloso di Colombo, è annunciata quando, sul pelo dell’acqua, compaiono ammassi di alghe o di altra vegetazione. Ebbene, con ricorso a disegni dal segno sottile, anche qui compaiono dei fogli che si gonfiano per il compenetrarsi di sagome, di tracciati, di scorie, come se fossero i residui di quanto non è ruscito a filtrare attraverso l’inflessibile processo di riduzione all’orizzontalità, alla “flatness”, a minacciarne il dominio.
Monica Cuoghi-Claudio Corsello, “Rolando”, Roma, MACRO, fino al 26 dicembre
Eva Marisaldi, “Surround”, Bologna, Galleria De’ Foscherari, fino al 31 dicembre.

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Letteratura

Dan Brown: un buon prodotto di para-letteratura

La presenza dei romanzi di Dan Brown, con relativo successo, sta a dimostrare che esiste senza dubbio quanto viene detto para-letteratura, cioè la confezione di prodotti narrativi che si raccomandano per la scorrevolezza di trama, spingendo il lettore fino a trangugiare le centinaia di pagine e a non aver pace prima di giungere alla soluzione finale. Ma poi, il libro si accantona, e difficilmente si va a rileggerlo, se non sia per decifrare qualche passaggio rimasto oscuro. E beninteso nelle produzioni del Nostro di queste zone grigie, di questi reati contro la verosimiglianza, ce ne sono tanti. Ma poi ci sono gli aspetti accattivanti, tra cui la ricomparsa in scena di personaggi che abbiamo già apprezzato, con l’accorgimento di ripeterne i tratti, pur di inserire anche qualche opportuna variante. Questo identikit vale per una costellazione di prodotti, i “gialli”, ma anche i “phantasy”, o i “quattro passi nel delirio”, modalità che il narratore statunitense sa frequentare molto bene e amalgamare tra loro, ponendosi alla testa di una vasta schiera di concorrenti. Fenomeno non certo nuovo, basti pensare che opere del genere, legate al filone cavalleresco, erano riuscite a togliere il senno a Don Chisciotte. Noi, più fortunati, cediamo soltanto a un ricatto momentaneo, a una sbornia temporale, per poi rientrare nei panni normali,
E dunque, mi ero già divorato “Il Codice da Vinci” e il successivo “Inferno”, cui ora fa seguito “Origin”, ma con la persistenza del medesimo protagonista, Robert Langdon. E’ infatti imperativo che a condurre il gioco ci sia un personaggio dai tratti simpatici, alla mano, con qualche piccola e perdonabile limitazione, ma per il resto pieno di buon senso, di riflessi pronti. Si aggiunga che la specialità di Langdon sta nella decifrazione di simboli o acronimi e simili, facoltà molto adatta a condurre come delle tortuose cacce al tesoro, alla ricerca di qualche verità occulta. Dall’altra parte ci deve essere una figura volta a rappresentare il genio del male, colui che sta tramando una minaccia letale per il genere umano. In “Inferno” era un “cattivo” assoluto, Bertrand Zobrist, che però, ammettiamolo, aveva diagnosticato una minaccia reale per il genere umano, la sovrappopolazione, fino a escogitare una epidemia letale, la cui diffusione avrebbe fatto strage dei nostri simili, fino farli discendere a un numero sopportabile. In questo caso non c’è un “cattivo”, anzi, un essere dotato di ogni virtù, intelligenza, abilità affaristica, perfino simpatico nei suoi tratti, Edmond Kirsch, e in definitiva la sua minaccia è più accettabile, in quanto volta a darci risposte sui massimi quesiti, da dove veniamo e dove stiamo andando. Questi geni del male o del bene, è opportuno che scompaiano presto, facendosi essi stessi vittine di suicidio, per lasciare libero l’uomo “come noi”, cioè Langdon, con la sua corte dei “buoni”, a sbrigarsela in mezzo a un mare di guai, anche se il genere pretende che si giunga a un lieto fine. Una componente piacevole nei romanzi di Brown è che queste enormi, labirintiche cacce al tesoro si svolgano in genere in luoghi altamente deputati alla cultura, e in particolare alle arti visive, o almeno questo, per un frequentatore di quest’area come me, è motivo di soddisfazione, e bisogna anche ammettere che il nostro autore si informa coscienziosamente in materia, consulta a fondo le guide turistiche. In precedenza ci aveva portato con estrema competenza al Louvre, o agli Uffizi, a San Marco, qui si parte dal Museo Guggenhein di Bilbao, la maestosa costruzione di Frank Gehry. E diciamo pure che la ricognizione nelle sale di quell’edificio è condotta in modi del tutto soddisfacenti. Poi ci si porterà a Barcellona, con perfetto sfruttamento dei monumenti che vi si trovano realizzati dal genio di Gaudì, dalla Pedrera alla Sagrada Familia. Entrano sempre in scena dei poveri esseri che sono preda di lusinghe, di plagi mentali, indotti quindi ad attentare ai rappresentanti del bene, e naturalmente l’abilità del narratore suscita una ridda di sospetti. Chi sono i maligni che vogliono impedire a Kirsch di enunciare la sua tesi, tale da smentire di colpo tutte le religioni più difuse, che cioè non ci sia stato un Dio creatore, che l’evoluzione della vita sulla terra si sia svolta per forze proprie? C’è la monarchia spagnola, con un re moribondo, in cui non si ravvisano affatto i lineamenti decisionisti di Juan Carlos, mentre il principe in attesa di successione sembra davvero una copia conforme dell’attuale regnante Felipe. Ma la sua fidanzata, anche in questo caso distaccandosi dalla realtà, è una intraprendente donna in carriera, capace di porsi fattivamente a fianco dell’eroe Langdon. E ci sono alti prelati, non si sa se intenti a tramare, magari anche contro il Papa di Roma, fino a contrapporgli un antipapa. Tra le presenze più simpatiche c’è pure quella di un robot, di nome Winston, perfetto servitore del Kirsch conduttore dei giochi, perfino troppo bravo nell’eseguire alla perfezione qualsiasi incarico gli venga affidato, e questa non è certo una novità, siamo assediati, oltre che in narrativa, al cinema e alla televisione da una folla di umanoidi di questo tipo. Qui comincia anche a manifestarsi l’inferiorità di queste creazioni di para-letteratura rispetto ai campioni di una autentica creazione letteraria. Winston, con tutta la sua perfezione di servitore efficiente, è solo una stinta malacopia di una autentica progenitrice, messa in campo dal narratoe frnces Villiers de l’Isle-Adam un secolo e mezzo fa, nella sua “Eva futura”.
Ma avviamoci verso il fondo, quando alla fine l’autore è costretto a dare delle risposte, a sciogliere l’enigma. A proposito della nostra “origine”, è da apprezzare la sua difesa di una soluzione laica, aconfessionale, secondo cui la vita sarebbe nata da sé. Se non si è riusciti a riprodurre in laboratorio il passaggio da una chimica dell’inorganico alla comparsa di sostanze organiche, ciò sarebbe dovuto alla nostra incapacità di spingere l’indagine indietro nel tempo a sufficienza, ma quando avremo la possibilità di velocizzare all’estremo questa indagine, riusciremo finalmente ad assistere al miracolo, non più miracolo, di veder apparire il vivente, il biologico dall’inorganico. E dall’altra parte? Su questo punto Brown fa apparire i limiti di chi naviga nel facile continente della paraletteratura rispetto agli autentici creatori che pure si muovono entro questi filoni. La stessa velocità di proiezione che ci permetterebbe di ricostruire il passato ci consentirebbe di prevedere anche il futuro, Qui Brown ha una eccellente carta in mano, quando dichiara che si vedrebbe una macchia nera crescere a dismisura, significando la comparsa di un alieno tra noi, fino a ingigantirsi, a schiacciarci. Qui ci stava una ingegnosa una soluzione alla maniera di Lovecraft, di un’insidia, di un insetto crescente a dismisura, di un mostro gigantesco pronto a inghiottirci. Ma la soluzione di Brown si limita a vaticinare che questa minaccia altro non sarebbe se non la crescita illimitata dei robot, dell’intelligenza artificlale, del resto pronta a stringere un patto d’alleanza con noi poveri umani. Soluzione ovvia, buonista, conciliante, che ci manda a letto sereni e tranquillizzati, Ma forse non è questa la risposta che ci attendiamo da una letteratura che conti davvero.
Dan Brown, Origin, Mondadori, pp. 559. Euro 25.

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Attualità

Dom. 15-10-17 (Rosatellum)

Naturalmente l’argomento del giorno è l’avvenuta approvazione alla Camera della legge elettorale nota come Rosatellum bis. In proposito è ridicola la protesta delle forze parlamentari non consenziente circa il ricorso alla fiducia, da parte del governo proponente. Questa è necessaria per evitare il boicottaggio con cui gli oppositori tentano di impedire il manifestarsi della maggioranza, quindi i veri anidemocratici sono loro. E’ come se dei bambini bizzosi preparassero una trappola ai danni dei passanti e poi protestassero se qualcuno manda all’aria il loro gioco, svelandolo ed evitando che si cada nella buca. Il boicottaggio di emendamenti avanzati in numero eccessivo, solo per fare da ostacolo, senza fondate motivazioni, si collega su un fatto che sembra del tutto opinabile, insostenibile. Perché in una materia eminentemente politica come il votare su una legge elettorale ci deve essere il voto segreto? Questo dovrebbe essere ammesso solo quando siano in gioco questioni di portata morale o religiosa o personale. Fra l’altro, è assurdo il fatto che il voto segreto su taluni argomenti sia previsto alla Camera e non al Senato. Questo è un altro degli inconvenienti provocati dalla bocciatura della riforma costituzionale volta a cassare il secondo ramo del Parlamento. Ma almeno non si potrebbe procedere a una unificazione dei rispettivi regolamenti? Non creo che questi siano protetti da qualche veto costituzionale. Nella speranza che il Rosatellum passi anche attraverso l’inutile rito del passaggio in Senato, con o senza la prova della fiducia, resta da chiedersi se esso valga a consentire qualche prospettiva di governabilità dopo le prossime elezioni. Resto del parere che ci voglia una poderosa campagna, non solo italiana ma europea in genere, per addivenire in ogni Paese al criterio del ballottaggio, come felicemente esiste in Francia, l’unica possibilità di guarigione dal male della ingovernabilità, oggi così diffuso in quasi tutti i Paesi occidentali.

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Arte

I coniugi Poirier: una continua presenza tra passato e futuro

Sono ben lieto che la Galleria di Stefano Fumagalli si sia trasferita di recente da Bergamo, dove ha svolto il suo ruolo di grande peso, in un sede milanese facilmente accessibile, non lontano dalla Permanente, rimanendo sotto la guida della moglie del fondatore, Annamaria Maggi. Posso dare la stura ai ricordi rammentando che Annamaria si è laureata con me, al DAMS, ormai tempo fa con una tesi su Castellani, artista-simbolo della Galleria condotta dai due coniugi, anche se a me non particolarmente caro. Un altro ricordo mi balza al cuore, quando nel 2005, nell’ultima edizione del Premio Belluno-Cortina artista dell’anno (in seguito soppresso quando a Belluno ha vinto la destra, come sempre anti-culturale), questo era andato ad Agostino Bonalumi, già allora sofferente, ma in una fase “movimentista” della sua attività, dimostrandosi capace di schiodarsi dalle forzate simmetrie del gemello Castellani per tentare più estrose fuoriuscite dalla tela. Allora Fumagalli appariva in piena forma fisica, mentre forse una malattia incurabile lo stava già logorando. Questa fase milanese ospita oltretutto una coppia a me carissima, dei coniugi Anne e Patrick Poirier, cui ho associato sul filo dei decenni il mio percorso “citazionista”, fin dagli inizi, quando mi recai a Genova, alla Galleria Masnata, per ammirare una delle loro prime opere, un calco di sagome tombali ottenuto con carte preziose, che poi feci trasferire nella mostra “La ripetizione differente”, ospitata allo Studio Marconi nell’autunnoi 1974. Sono felice di aver riproposto circa quarant’anni dopo quella rassegna, nella medesima sede, e beninteso i Poirier erano là, coi loro austeri-leggeri sarcofagi. Poi li ho ammirati quando, alla corte di Giuliano Gori, a Celle, primo e più importante museo a cielo aperto nel nostro Paese, hanno infossato un occhio macroscopico di un gigante ellenico, Efialte, trafiggendolo con un dardo acuminato. Ne avevo tratto lo spunto per invitarli in un altro luogo di sculture all’aperto, gestito assieme all’amico Fabio Cavallucci a Santa Sofia, in provincia di Forlì, lungo il corso del Bidente. E proprio nel letto di quel fiume, nel pieno centro della piccola ma industriosa città, i Poirier hanno impiantato una delle loro più ampie realizzazioni, supponendo che un errabondo ulisside vi fosse approdato, trasportandovi i propri Penati. Tante altre sono le occasioni di incontro con questa magica coppia, nelle loro multiformi apparizioni, che ora trovo concentrate in una perfetta antologia proprio alla Galleria Fumagalli. Ci sono gli erbari che essi hanno raccolto, comprendendo come le foglie carnose, policrome di certi vegetali corrispondessero da vicino alle carte con cui usano sagomare i corpi di illustri estinti. Ci sono le mappe di città morte, reali, nella storia, o nella leggenda, nel mito, nella futurologia, come vedevo offerte in ricostruzioni ingegnose presso la Galleria Ropac di Parigi. Ricordo anche una mia visita avventurosa in una delle Ville medicee, a Quarrata, per presenziare a una di queste loro animate presenze, pronte a rimbalzare dalle due alle tre dimensioni, dal passato al presente al futuro. Tra le opere inedite, almeno per me, in questa rassegna milanese c’è un tappeto che entra in gara con le mirabili imprese tessili che ci offre Boetti, solo che quanto ci offre l’artista torinese si pone nell’ambito di un gioioso colorismo, qui invece la visione è cupa, come di una pianura azzerata da un incendio o da qualche altro malanno, sorvolata da un drone, di quelli che ahimé, al giorno d’oggi registrano le tante distruzioni provocate dai conflitti in corso nelle varie parti del mondo. Del resto, non per nulla questa mostra si pone all’insegna della Dystopia, ovvero, i “topoi” esistenti non sono presi per il verso giusto, ma sempre in contropelo, in controtendenza, il che conferisce loro un peso di alto potenziale drammatico.
Anne e Patrick Poirier, Dystopia, a cura di Lorand Hegy e Angela Madesani. Milano, Galleria Fumagalli, fino al 20 dicembre.

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