Arte

Il pieno gotico di Ambrogio Lorenzetti

Tra tante mostre inutili e ripetitive finalmente si è riusciti a dedicarne una a Ambrogio Lorenzetti, mai fatta prima, superando i tanti ostacoli, difficile trasportabilità delle tavole preziose, problemi di attribuzione ancora aperti, e poi, si sa, il bene della pittura del Trecento e oltre è affidato all’affresco, per natura intrasportabile, salvo a offrirne ampie riproduzioni su cataloghi e manuali. Ambrogio viene a salvare la prima metà del Trecento dall’occlusione compiuta da Giotto, implacabile, estrema, con le sue forme massicce. Dopo di lui il Trecento a Firenze boccheggia, segna il passo, avvalendosi del comodo giustificativo della Peste nera, venuta proprio alla metà del secolo a imporre una vistosa cesura, un blocco evidente. La stessa data infausta agisce anche a Siena, spegnendo fra gli altri proprio il nostro Ambrogio, che però negli anni precedenti aveva fatto in tempo a saltar fuori dall’eccesso di volumetria e di plasticità di Giotto e compagni, beninteso con l’aiuto dei maggiori di lui negli anni Simone Martini e il fratello Pietro. Vale senza dubbio lo stereotipo che attribuisce alla Scuola senese l’aver praticato un linearismo sciolto e zigzagante nello spazio. Diciamo la parola, i Senesi sono i veri gotici, mentre l’appellativo suona stonato proprio nel caso di Giotto, che transita dal romanico verso l’incipiente Rinascimento di Masaccio e compagni, L’architettura gotica, coi suoi fragili colonnini e baldacchini, ci sta male, per esempio in un capolavoro come la Pala d’Ognissanti, si vorrebbe quasi poterla espungere, togliere di scena. Mentre il goticismo dei Senesi è davvero intrinseco, anzi, si vorrebbe dichiarare che esso si proietta ormai verso la fase tarda del gotico fiorito. Se non ci fosse circa un mezzo secolo di mezzo, potremmo dire che Ambrogio anticipa già i Gentile da Fabriano e i Pisanello. Andiamo a vedere, per esempio le varie Madonna con Bambino. In quella conservata a Brera spicca la benda attorcigliata attorno al pargolo, quasi un simbolo dell’intera poetica dell’artista, volta ad assottigliare i corpi, a renderli affusolati, come dei salami ben stretti da un giro di lacci. Si sa poi quale capolavoro di avvolgimenti curvilinei sia la Madonna e Bambino conservata a Siena, Museo Diocesano, ma forse il capolavoro della serie è l’esemplare del Louvre, col Bambino che con gesto aggraziato, perfino lezioso, si porta a succhiarsi le dita della sinistra mentre con quelle della destra, divaricandole, si aggancia al manto della Vergine, campito con un compatto fondo scuro proprio per consentire a quei ditini di stagliarsi quasi come ombre cinesi. Passando ai polittici, è di nuovo una dichiarazione di poetica che uno di questi, delle Storie di San Michele conservate a Firenze, S. Procolo, si dica per tradizione composto “in figure piccole”. Questo è proprio il segreto dell’officina di Ambrogio, a totale contrasto col giottismo: ridurre, affidarsi a sagome snelle, serpeggianti nello spazio, il che gli consente pure di acquisire una straordinaria capacità descrittiva, fisionomica. Al centro di tutto ci sta “La professione pubblica di S. Ludovico da Tolosa” (Siena, S. Francesco), con i cappelli del clero in primo piano che sembrano come tanti dischi lanciati a fendere lo spazio, mentre le figurine si accalcano sul retro, inserendo i loro volti negli interstizi. Il giottismo esclude qualsivoglia capacità ritrattistica, in quanto insegue invariabilmente un modello unitario, solenne, statuario dell’umanità. Ambrogio, invece, proprio in virtù di una fattura sempre agile, sottile, disincantata riesce mirabilmente a caratterizzare i singoli volti, a variarne all’infinito i modelli, le tipologie, cogliendo per strada anche l’aiuto che, verso un esito del genere, può essere dato da tanti complementi fisionomici quali le barbe o i costumi. C’è infatti in lui una curiosità a espatriare, a guardare fuori sede, una voglia di erranza, di nomadismo. Se Firenze, con Giotto, si sentiva caput mundi, non così la minore Siena, desiderosa di puntare all’esterno, di impadronirsi appunto di costumi, mode, abbigliamenti foresti. Il trionfo di tutto ciò sta proprio nelle già ricordate Storie di San Nicola, per antonomasia dipinte “in figure piccole”, dove la fragile architettura gotica, fatta di esili, filiformi colonnine, ci sta a meraviglia, nessuno la vorrebbe eliminare, a differenza dell’impulso suscitato dalle “false”, improprie strutture gotiche dei capolavori giotteschi. Ovviamente le “piccole figure” si iscrivono alla perfezione in questi scrigni magici, ben attente a rispettare misure leggere, a gesticolare in modi contenuti, che quasi non afferrano spazio, non hanno alcun desiderio di farsi ingombranti. Naturalmente tutte queste virtù hanno il loro approdo, la consacrazione definitiva nei grandi murali che si ammirano nel Palazzo Pubblico, dove il Buon Governo si raccomanda per la moltitudine di personaggi che sfilano in parata, ciascuno dotato di tratti fisionomici e abiti abbastanza dettagliati, mentre nel Mal Governo emerge la centrale figura satanica, coi due cornetti deliziosamente scontornati, da un artista pronto ad affidarsi al gioco delle “ombre cinesi”. Ma il clou, ben lo sappiamo, sta nella straordinaria visione panoramica di un paesaggio che si allarga, si estende. Non sarebbe mai stato possibile un esito del genere a qualche giottesco, costretto a trascinarsi dietro l’immane peso dei corpacci cui quell’insegnamento lo condannava. Invece il fare piccolo di Ambrogio, che trasforma gli esseri umani quasi in saltellanti cavallette, gli consente di andare ad abitare le vaste distese, è appunto, conviene dirlo di nuovo, il miracolo, la virtù di procedere con “figure piccole”.
Ambrogio Lorenzetti, a cura di A. Bagnoli, R. Bartalini, M. Seidel. Siena, S. Maria della Scala, fino al 21 gennaio. Cat Silvana.

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Letteratura

Le nughette di Bajani

Attualmente la nostra narrativa è ostruita dal predominare di due filoni, il giallismo, dove è difficile stabilire se gli autori del cartaceo siano a rimorchio dei prodotti video o viceversa; e in alternativa assistiamo a un dilagare di autonarrazioni, di autobiografie più o meno trasposte, a mascherare una mancanza di capacità inventive. Forse il meglio ora è dato da agili formazioni intermedie tra prosa e poesia, approdanti alla ben nota misura del poemetto in prosa, anche senza dover invocare la formula estrema, ironica, consapevole del proprio estremismo, che Govenale e compagni hanno definito della prosa in prosa. Proprio su queste pagine ho lodato poco fa una serie bis di “Nughette” stese da Leonardo Canella, un corsaro libero che colpisce dalla periferia, con celeri incursioni, ritraendo subito la mano che ha scagliato i suoi dardi aguzzi. Gli può essere affiancato un personaggio ben più autorevole e centrale, Andrea Bajani, di cui ho avuto l’occasione di lodare la sua precedente “La vita non è in ordine alfabetico”, dove già si affidava al caso mediante una astuta formula di un docente illuminato, che invitava i suoi allievi a estrarre una lettera e a farne il fulcro di un racconto. Ora è come se Bajani avesse saltato una inutile cornice agendo direttamente, in proprio, e con un titolo scoperto “Promemoria”, divenendo lui stesso lo sfruttatore di tante “occasioni”, magari in accezione montaliana, o si potrebbe parlare anche delle epifanie joyciane, o con riferimento all’attuale civiltà elettronica potremmo anche riferirci ai twit. Si tratta infatti invariabilmente di brevi componimenti, anche se la misura non ne è fissa e stabile, l’autore procede “secondo quantità”, o “quanto basta”, per valerci di espressioni che compaiono in quei fogli di uso spicciolo che sono i menu dei ristoranti, o i ricettari di cucina. Potrei trasferire a Bajani tutte le consonanze di genere, anche nobilmente letterario, che già ho affibbiato alla produzione degli haiku di Canella. Si possono ricordare gli inviti a cena stesi da Orazio, o addirittura gli straordinari poemetti in prosa che Mallarmé ha composto in gran numero per convocare gli amici, letterati e artisti, a pranzi, merende, altri incontri conviviali. In un mio saggio di prossima uscita presso Mursia, “Il Simboilismo nella letteratura europea dell’Ottocento”, ho un capitolo dedicato al grande poeta francese in cui oso dire che forse il meglio della sua produzione sta proprio in questa ampia serie di documenti in apparenza “minori” e marginali. La virtù principale di questo vero e proprio genere sta nel saper mescolare sapientemente qualche tono elevato, sentenzioso, a immediate cadute nel prosaico più vile e banale. Non c’è bisogno di guardare lontano, basta analizzare il poemetto in prosa, lo haiku, o diciamo pure la nughetta stampata sulla copertina di questo aureo libretto, dove si parte con l’eterna questione di un amore da ritrovare, il che significa, appunto in accezione volgare, che la partner ce lo debba restituire “riparato”, come si farebbe per qualsiasi utensile domestico. Seguono di nuovo consigli di bassa routine, come l’invito a “non dimenticarla accesa”, quella fiamma ritrovata, equiparata alla luce emessa da una lampadina. Si sa che è utile spegnere una lampadina perché non si consumi troppo, e anche “per non farla fulminare”, con il consiglio aggiunto di “non guardarla fissa”. Delizioso è il gioco di sponda tra la futilità di certe circostanze materiali e invece le implicazioni d’ordine psicologico. E così via, ognuno di questi twit o haiku o nughette ci consegna una sfilza di note di tranquilla navigazione quotidiana, ma con improvvisi sussulti emotivi. Ognuno di noi tiene in casa una “lavagnetta”, o uno scartafaccio, in cui segna le incombenze della giornata cui adempiere: “sale grosso multa carta da regalo”. Una tranquilla routine, però rialzata da un sussulto finale: “andare Verano per la cremazione” dove la piccola navigazione quotidiana va a toccare una sfera di sentimenti, preferendo però non renderli espliciti. In conclusione, potrà essere questa via di “fare piccolo” una possibilità di salvezza per la narrativa dei nostri giorni?
Andrea Bajani, Promemoria, Einaudi, pp. 62, euro 10.

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Attualità

Dom. 12-11-17 (ancora Sicilia)

E’ incredibile e vergognosa la gazzarra seguita all’esito delle elezioni in Sicilia, esito scontatissimo che io stesso, l’ultimo e meno titolato dei commentatori, nel mio domenicale del mattino del giorno elettorale avevo potuto prevedere. Del resto, fin dai primi exit poll, alle ore 22 di quella domenica, le previsioni date dal TG7 di Mentana erano vicine al risultato finale, e mai il pur bravo direttore della Sette ha condotto una trasmissione più inutile e priva di motivi di interesse. Meglio avrebbe fatto a non rinunciare, il lunedì dopo, a darci il solito sondaggio sulle intenzioni di voto, ma a livello nazionale, nei cui confronti i risultati siciliani sono quasi del tutto irrilevanti, mai hanno costituito un attendibile prologo a esiti successivi di più vasta scala, E quando saremo di fronte a questi, si deve sperare che la quota dei votanti si innalzi, mentre si sa che in Sicilia questa è stata scandalosamente bassa, inoltre chiaramente inquinata da collusioni di mafia o di clientelismo. Insomma, è veramente stupida, o malintenzionata, la protervia con cui i commentatori si sono affrettati a trarre sinistri auspici nei confronti del futuro politico di Renzi. Neanche male se questi venissero dai partiti avversi al Pd, ma la vera vergogna della sinistra è quella di maggiorenti che non accettano mai i verdetti interni, sempre pronti a metterne in discussione gli effetti, nel caso specifico, sempre pronti, dall’interno, a mettere Renzi sulla graticola. Al momento, nulla può porre a rischio la leadership renziana, ma certo questo vale fino all’esito delle elezioni nazionali. Quando questo ci sarà, se gli dovesse essere sfavorevole, allora sì che la sua supremazia entrerebbe in discussione. In merito, come mi è già avvenuto di dire, è stolto fare i conti come se i capetti delle varie frazioni della sinistra, compreso l’ultimo arrivato Grasso, fossero capaci di trascinarsi dietro nel voto le sparute schiere dei loro aderenti. Nel segreto delle urne potranno compiersi aggregazioni, attrazioni verso il principio di dare un voto utile. Il popolo della sinistra sa ragionare meglio delle teste d’uovo dei commentatori patentati.
Da notare quanto sia stato stupido, supino il conformismo che ha portato a rieleggere Visco alla Banca d’Italia, così tagliando le gambe alla commissione parlamentare guidata da Casini, che pure sta mettendo in luce le magagne di controllori che non hanno controllato. Non era proprio possibile prorogare la conferma di Visco, non era saggia la mozione renziana volta a non assolverlo prima del tempo?

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Il capolavoro di Arturo Schwarz

E’ certamente un bene per la vita artistica di Bologna aver acquisito, pare ormai in forma stabile, Palazzo Albergati, nobile edificio rinascimentale, come sede di mostre, gestite, almeno per il momento, dal gruppo Artemisia. A dire il vero alcune puntate precedenti non erano state esaltanti, perché volte ad assicurare una tappa petroniana a cose già viste tante altre volte, come le personali dedicate a Escher, Mirò, Frida Kahlo. Ma questa volta è approdata in quel luogo una mostra assolutamente superba, di serie A, che qualsiasi altro museo tra i più altolocati del mondo, dal MOMA al Beaubourg, potrebbero desiderare (e forse ne è previsto il trasferimento). Il merito di tutto ciò spetta al Gran Vegliardo numero due del nostro universo artistico, di cui il numero uno, ovviamente, è l’ormai leggendario Gillo Dorfles coi suoi 107 anni, ma lo segue a ruota Arturo Schwarz, età 93, che con lunghi decenni di attività bene spesa nel collezionare capolavori di Dada e del Surrealismo, accompagnandoli con saggi e antologie sempre puntuali e aderenti, ha costituito in tali ambiti un patrimonio invidiabile, direi privo di concorrenti nell’intero pianeta. Ascoltando la voce del sangue e della sua storia personale, Schwarz ha deciso di donare questo enorme patrimonio al Museo di Gerusalemme, e non so se si debbano lodare o rampognare le competenti autorità del nostro Paese per aver concesso la fuoriuscita di tanti capolavori. Spero che il pubblico bolognese si renda conto di quale incredibile Ufo è atterrato a casa sua e sappia rendere il giusto onore a questo ben di Dio. C’è prima di tutto Marcel Duchamp al gran completo, naturalmente attraverso varianti, rifacimenti, facsimile. Infatti tra i meriti, o le colpe, di Duchamp c’è stato quello di distruggere la nozione di opera unica. L’artista è fonte di “concetti” e invenzioni che si possono incarnare in tanti modi, qui ci sono alcune delle apparizioni più celebri dell’operazione “ready made”, ma anche delle tante altre esperienze attraverso cui il maggiore protagonista del Dadaismo ha scorrazzato lungo tutte le vie, tra il materialismo e l’ìmmaterialismo più spinti. E ci sono anche i rifacimenti delle installazioni da lui realizzate in occasioni di due festival del Surrealismo, il soffitto tappezzato di sacchi, lo spazio di una galleria solcato da un reticolo di corde, che sono stati il viatico del dominatore della prima metà del secolo fornito ad aprire pure le strade della seconda metà e oltre. L’infinita varietà di installazioni “site specific” che oggi ci assedia trae da qui la prima origine. E attorno al Gran Padre di ogni innovazione c’è la schiera degli scudieri e accompagnatori, a cominciare dal fedelissimo, e anche lui estroso precorritore di ogni via innovativa, Man Ray, nonché un Francio Picabia con un piede già rivolto anche a invertire la marcia verso un ritorno a forme più tradizionali. Se il Dada in versione duchampiana fu soprattutto “cosa mentale”, non mancano qui i testimoni di altre “colonie” di quel movimento che invece furono affascinati dai residui, dai detriti, dal trash della vita quotidiana, e con questi combinarono degli assemblages arditi, profanatori, come fu nel caso del tedesco Kurt Schwitters, che nei primi anni Dieci rubò la battuta a Duchamp divenendo il suggeritore sia del New Dada di Rauschenberg e Johns, sia del Nouveau Réalisme dei francesi. Dopo la perfetta campionatura del Dadaismo nelle sue varie facce, Schwarz ha accumulato tesori del movimento successivo, il Surrealismo, che cambia le carte in tavola, sfruttando la musa che il fondatore André Breton, ne poneva alla base, cioè il lavoro onirico, Noi nel sogno godiamo come della proiezione di un museo privato, aberrante, ma pieno di forme e colori, e così, pur attraverso un percorso che resta ardito e innovatore, sua maestà la pittura ritorna in scena. Magari non era questo il fine del severo caposcuola Breton, che infatti non amò i giri di valzer di due seguaci in definitiva ribelli, come René Magriitte e Salvador Dalì, con cui, per la gioia di un pubblico magari voglioso di soluzioni tradizionali, si ritorna proprio a dipinti leccati, ben dettagliati, a gara con il nostro De Chirico e la sua Metafisica. Ma l’effetto, come confermano anche le opere di Yves Tanguy, Max Ernst, Victor Brauner, Wilfredo Lam, Sebastian Massa, è pur sempre perverso, deviante, e dunque del tutto equipollente agli effetti “stranianti” che il gran padre Dalì sapeva raggiungere senza ricorrere al pennello, ma avvalendosi degli oggetti già esistenti, procedendo solo a spostarli, a ribaltarli, oppure agendo solo in forza di “pensieri”, mettendo più che altro al lavoro le sue cellule grigie.
Duchamp, Magritte, Dalì. Capolavori dall’Israel Museum di Gerusalemme, a cura di Adina Kamien-Kazdahn, Bologna, Palazzo Albergati, fino all’11 febbraio. Cat. Skira.

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Letteratura

Un felice RicercaBO (2017)

Venerdi 3 novembre pomeriggio e sabato 4 mattina si è svolto il RicercaBO 2017, decimo della serie bolognese. Com’è andata? Mi sembra che i presenti ne abbiano riportato un’impressione positiva, condivisa da me. Intanto, partiamo da un dato esterno ma significativo. Per la prima volta si è raggiunta una piena parità tra colletti rosa e azzurri, sei per parte, a riprova che le donne si stanno conquistando il diritto all’eguaglianza, per lo meno in attività leggere e sovrastrutturali come la letteratura e le arti, mentre lunga e dura resta la lotta per la penetrazione nei poteri forti, politica ed economia. Venendo alle indicazioni stilistiche, questa edizione si è caratterizzata per una supremazia della narrativa, o diciamo, per non comprometterci troppo, della prosa. Nelle edizioni precedenti i narratori vagavano incerti, tra realismo magico, clima favolistico, metafisico e simili. Quest’anno c’è stato un ritorno alla testimonianza diretta, ai drammi del presente, a un incalzante “qui e ora”, aperto, se si vuole dalle pagine di autoanalisi offerte da Paola Silvia Dolci, con un tono freddo e davvero clinico, ma affondante nei remoti recessi della vita psichica, a fornirci una attenta e puntuale “Daseinanalyse”. Che, si badi, è cosa assai diversa dalla autonarrazione, compiaciuta e tutto rovesciata sui dati sociali, in cui oggi incorrono tanti narratori “maggiori” che magari affollano i premi ufficiali. Anche quest’anno la un buon numero di testi è venuto dai partecipanti al Premio Calvino, che ovviamente restano inediti a pochi mesi dalla loro comparsa in quella sfilata, e quindi, con il consenso del Presidente di quel Premio, Mario Ugo Marchetti, RicercaBO è in grado di metterli alla prova, fornendo utili indicazioni agli editori, nel caso che le vogliano raccogliere. Ebbene, i quattro testi provenienti da quella sorgente confermano un tono aggressivo, seppure con ritmi e velocità, anche di lettura, molto diversi tra loro. Nicolò Cavallaro e Andrea Esposito vanno alla carica con brutalismo martellante, tanto che mi sono sentito autorizzato a fare un richiamo alla Gioventù cannibale, indimenticabile stagione anni Novanta e delle sessioni di RicercaRE, utili da menzionare anche in ricordo dello scomparso Severino Cesari, che col socio Repetti aveva diretto quella carica travolgente. Ho pure ricordato il giudizio che Edoardo Sanguineti, intervenuto a Reggio in una di quelle parate di nipotini, li aveva incoraggiati al suono do un celebre titolo di uno degli Spaghetti western: bravi, continuate così, a essere brutti, sporchi e cattivi. E’ una formula che conviene perfettamente ai due reduci dal Calvino sopra menzionati, trovandosi d’accordo con altri di provenienza autonoma, come Luca Bernardi, Simone Burratti e Luciano Mazziotta, quest’ultimo capace anche di portarci un altro fenomeno vivo e intrigante di questa edizione, l’ibridazione dei generi. Infatti il suo testo ha pure valenze teatrali, ovvero il dramma esistenziale si accampa nel chiuso di stanze protette, divampando al loro interno. Ritornando ai reduci dal Calvino, le due voci femminili rallentano, come hanno sottolineato le autrici con letture forse fin troppo pacate, e dunque nel loro caso da una scrittura nera, violenta, tempestosa si passa a toni bianchi, asettici in apparenza. Come il duo di adolescenti che, nel brano letto da Emanuela Canepa. sperimentano in modi prudenti e circospetti il dramma di una omosessualità latente, quasi mettendo in atto una delle autoanalisi promosse dalla Dolci. Dell’enorme romanzo steso da Serena Patrignanelli avevo conoscenza completa, avendolo presentato nel mini-festival che tengo ogni anno al Grand Hotel Savoia di Cortina, e dunque so bene quanto difficile sia poterlo apprezzare appieno alla lettura di un brano ridotto, dove compaiono solo pochi dei personaggi che lo animano, così numerosi, che nella pubblicazione che certo non mancherà consiglierei all’autrice di premettere la lista completa delle dramatis personae. Comunque, è un mondo di ragazzini abbandonati a loro stessi, senza padri né madri, intenti a raccapezzarsi in un paesaggio desolato di rovine, a montare con un industrioso quanto povero bricolage dei pezzi superstiti di un universo industriale naufragato. Questa potrebbe essere anche l’indicazione metaforica per l’intero destino di questa ondata di nuovi narratori, decisi appunto a fare da sé, a ritornare ai primordi del genere, pronti del resto a farne dei poemetti in prosa, quasi delle prose liriche, come sono quelle fornite da Piero Tallarico.
Di fronte a questa offensiva della narrativa, ma pronta a farsi carico di battute lirico-esistenziali, la poesia quest’anno ha fatto marcia indietro, lasciando alla sola Eva Macali il compito di testimoniare a favore di uno sperimentalismo pronto a disseminarsi sulla pagina, invece che raccogliersi e concentrarsi come nei testi in prosa. Il caso più esemplare è stato quello di Marica Larocchi, peraltro già assai nota, perfetta nel conciliare una quasi classicità metrica, di sfruttamento di esatti e corretti endecasillabi, che però compattano al loro interno una multiforme semantica volta ad appropriarsi di ogni possibile materia di esperienza. In fondo, anche i prosatori sopra ricordati avrebbero potuto tentare di far entrare le loro esperienze nel contenitore stretto dei versi, così come la Larocchi, a sua volta, potrebbe spargere le chiome e dare in soluzione continua i suoi arditi “cadaveri squisiti”. Le è risultata al fianco la più giovane Marilina Ciaco, anche lei intenta a far entrare un multiforme materiale di vita in forme eleganti e con qualche accento tradizionale.

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Attualità

Dom. 5-11-17 (anti.renziani)

Continua l’operazione anti-Renzi di tutto il culturame italico, con un epicentro nel salotto della Gruber dell’Otto e mezzo, dove non si tenta ormai più di mantenere un qualche equilibrio convocando anche un renziano d’ufficio, ma dominano i Padellaro e Travaglio e Scansi, tutti concordi nel dire che Renzi è il traditore della sinistra. Va in scena ogni sera la tradizione nostrana ferma nell’identificare la sinistra con il post-comunismo al cui confroto ogni apparizione di socialdemocrazia può essere sen’altro tacciata di social-tradimento. Per fortuna i sondaggi negano tutto questo clima di terrorismo, il Pd saldamente in mano a Renzi resta alto nelle percentuali, in competizione coi Cinque stelle, anche se inevitabilmente decurtato dalla fuoriuscita dei “veri” testimoni della sinistra. Però, guarda casa, questi autentici tutori di una sinistra che conta restano accantonati al 3%. Si pensi che autentico disastro per la causa della sinistra nel nostro Paese sarebbe stato se i Bersani e D’Alema fossero riusciti a spaccare in due quell’intero fronte. A quanto pare i veri rappresentanti dei lavoratori ragionano bene e non seguono quei suonatori di piffero. Naturalmente la cricca anti-renziana pregusta già il piacere della prossima sconfitta che il segretario riporterà nelle elezioni siciliane. Ebbene sì, non sto neppure ad attenderne l’esito, quasi sicuramente il blocco a guida Pd, con relativo candidato alla presidenza, arriverà solo terzo, vittima della scissione a sinistra, che certo, come già a Genova e in altri casi, un risultato lo riporterà, quello di impedire comunque che vinca la vile, ignobile causa socialdemocratica. Ma resta da chiederci se le elezioni siciliane siano davvero così anticipatrici del voto nazionale del prossimo marzo. Nulla sta a indicarlo, e dunque è ridicolo che, nel caso di una sconfitta renziana, già si predichi la necessitò di un suo passo indietro. Purtroppo questa minaccia risuona anche all’interno del partito, che è come una cipolla che si sfoglia di continuo, i perdenti nella corsa alla segreteria del partito, vedi il caso di Orlando, continuano a non accettare il responso delle elezioni interne, a minacciarne l’esito, a tendere trappole e insidie a chi ha legittimamente conseguito la carica di segretario. Ci si deve mettere in testa che le regioni a statuto speciale lo sono davvero, e dunque l’esito elettorale conseguito nel loro territorio poco indica agli effetti nazionali, questo va detto della Sicilia come dell’Alto Adige e della Val d’aosta, è ridicolo volerne trarre pronostici di portata generale. Fra l’altro, sarebbe il caso di unificare le varie scadenze elettorali per evitare la condizione perversa di un Paese che si trova in perenne campagna elettorale.
Sempre i soloni della sinistra oscillano tra contenutismo e formalismo. Se per un verso si collegano ai dati duri della società, per un altro verso sono difensori del formalismo più impeccabile, per cui è stato un reato, da parte del solito Renzi, mettere in discussione il rinnovo della carica di Visco, con intervento indebito, impertinente, fuori regola. Perché allora non fare direttamente una legge per cui il direttore della Banca d’Italia ha comunque diritto al rinnovo, qualunque cosa abbia fatto, magari con pene da comminarsi a chi pretenda la cosa assurda di mettere in dubbio proprio un rinnovo che deve andare da sé? Casini è avvertito, non pretenda che la sua commissione ponga in dubbio la specchiata condotta di Visco, sarebbe un reato inaccettabile, un giudizio positivo sul suo operato va da sé, si deve considerare dato a priori, guai a chi lo voglia sindacare.
Sempre i nostri anti-renziani, mentre pregustano la sconfitta che lo colpirà con l’esito delle elezioni siciliane, sono già pronti a fare i conti in base al sistema elettorale appena approvato dalle camere, il Rosatellum bis. Naturalmente. è stato obbrobrioso che se ne sia ottenuto il passaggio con ricorso a ripetuti voti di fiducia. Ma come, i nostri bravi sinistri e destri scavano delle buche per farci cascare la maggioranza di governo, per impedirle di legiferare, e quei disgraziati studiano dei percorsi per evitare le insidie, i tranelli, pretendono proprio che passi il volere della maggioranza? Quale inaudita prova di furberia. Ci si è messo anche Grasso, a dichiarare di essere rimasto turbato, da quegli infausti giochi di prestigio. In realtà abbiamo un Pisapia numero due, uno che si sfila dalla compagine renziana per tentare di mettersi a capo della “vera” sinistra. Che naturalmente non avrà alcuno sbocco in base al Rosatellum, su cui però molti calcoli sono sbagliati. Ovvero, i sondaggisti commettono un errore, ritengono che le minoranze sparute al seguito delle varie sirene della “vera” sinistra vadano compatte al voto, trascinandosi dietro le loro misere percentuali, con l’effetto auspicato di impedire, in ogni collegio, che vinca un esponente renziano. Ma se invece succedesse che nel segreto della cabina ciascuno votasse con la sua testa, e in base alla logica del voto utile, che si accorpa e fa massa, decidendo così di non confermare l’adesione ai gruppuscoli sparpagliati della sinistra e confluendo nella lista che sola può dare un esito positivo? Sarebbe un modo indiretto e certo debole di andare a una sorta di ballottaggio. Forse gli stessi seguaci di Pisapia, e ora anche di Grasso, sapendo di non essere visti nel segreto delle cabine dai rispettivi capetti, confluirebbero sul Pd, come di sicuro faranno anche alfaniani e verdiniani, che sanno bene che la destra ha già il braccio armato per farli a pezzi.

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