Arte

Un buon uso del “magico”

Il MART di Rovereto, nella conduzione di Gianfranco Maraniello, sta seguendo un doppio binario, da una parte mostre in linea con la vocazione rivolta soprattutto al secondo Novecento e oltre, nel cui nome infatti ora sono in atto mostre di Francesco Lo Savio e di Carlo Alfano, figure opposte tra loro, ma nel comune segno di una certa difficoltà per palati generici, come osservava Gregorio Botta in una recensione sulla “Repubblica” di domenica scorsa, il primo troppo coriaceo e monostilistico, anche per la sua breve esistenza, l’altro, di lunga navigazione, costretto inevjtabilmente a soluzioni ibride. Ma su un diverso binario ci accolgono ampie selezione storiche, che si valgono dell’abile politica di opere ottenute in comodato svolta dalla prima direttrice e fondatrice del MART, Gabriella Belli, che infatti conduce questo “Realismo Magico”, una rassegna che se non sbaglio applica per la prima volta all’ambito del visivo un termine nato soprattutto in campo letterario, come ha ricordato un recente numero monografico dell’”Illuminista”, la rivista diretta da Walter Pedullà, cui non ho mancato di collaborare nel nome del mio carattere ambidestro. Trasportrarto sul terreno del visivo, questo termine agisce utilmente per sintetizzare una ridda di etichette, tra cui in primo luogo quelle di Metafisica e di Nuova Oggettività, come indica un sottotitolo dato alla mostra. Accanto alla giusta curatela della Belli, interviene pure quella di Valerio Terraroli, che si trova il terreno ben coltivato da tanti interventi precedenti. Tra cui appunto anche i miei, a cominciare dal numero uno della Metafisica, Giorgio De Chirico, cui mi posso vantare di aver applicato una formula di lungo periodo, come di colui che non si è mai stancato di predicare il ritorno alle origini, a rivisitare il museo del passato, maestro quindi di “citazionismo”, dal momento “magico” del secondo decennio fino alla morte, che lo ha colto mentre, magari inconsapevolmente, raccoglieva attorno a sé le schiere del postmoderno. Accanto a lui, un numero due, Carlo Carrà, capostipite dei Futuristi convinti all’improvviso di dover invertire la rotta, e di non puntare più sul futuro, bensì sul passato. Qui Carrà è mostrato soprattutto in un capolavoro dei primi anni Venti, “Le figlie di Loth”, in cui l’artista riscopre un goticismo raffinato, esile, rampante. Ma forse il titolo di numero uno dei “ritornanti” spetta a Gino Severini, che nel tempo ha battuto, in questo processo revivalista, perfino il grande Picasso. In merito ricordo di aver avuto la frotuna di curarne , al Pitti di Firenze, la mostra commemorativa dai cento anni dalla nascita E tanto per giocare alle etichette, compaiono subito i due protagonisti dell’impresa collaterale dei “Valori plastici”, i due Broglio, Mario e Edita, bravi scolari nel dipingere con rigore adamantino, degno di un’alta oreficeria. Ma ci sta pure uno straordinario Felice Casorati, che negli anni Venti sente pure lui il richiamo dei valori plastici, e dunque dà volume alle sue deliziose sagome in precedenza schiacciate sotto il premere di sontuose vesti decorative. Per compiere questo passo, gli è servita da modello la forma dell’uovo, come dimostra lo straordinario dipinto posto nella copertina del catalogo, un gruppetto di giovani filtrati da uno specchio appunto ovoidale, bombato, che li strizza, ma con delicatezza, “per non fargli male”, si potrebbe dire col Pascoli.
Sempre nel nome di un’economia di cui l’etichetta del magico è capace, ecco subito la squadra del “Novecento” di Margherita Sarfatti, con le varie soluzioni di Achille Funi, Ubaldo Oppi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig. Manca il capofila Sironi, ma perché omaggiato in precedenza da una apparizione monografica nella stessa sede, e non so bene perché, sono esclusi pure Bucci e Dudreville. Poi il panorama si spiana nella nostra Nuova Oggettività, che infatti sempre negli anni Venti contrastò il passo a quella, in apparenza più autorizzata, dei Tedeschi, trovando stanza soprattutto a Roma, con uno straordinario Antonio Donghi, ben assistito da Carlo Socrate, da un Virgilio Guidi a lunga percorrenza, capace di muoversi da quella posizione di “magico” stallo per andare poi a diffondersi nello spazio. Anche in questo caso, perché dimenticarsi di Riccardo Francalancia, e magari pure di Francesco Trombadori? La polivalenza dell’etichetta assunta vale molto bene per dare un tetto alla presenza assolutamente dominante di Cagnaccio di San Pietro, forse il numero uno di una “Nuova oggettività” in salsa italiana, nei cui confronti devo rivendicare i meriti di una mostra da me e altri fatta a Bologna nel 1980, nel quadro di un’operazione generale promossa dalla Regione Emilia Romagna a favore di De Chirico. Noi, lasciando a Ferrara il compito di celebrare il Maestro (ma la città estense non riuscì a raccoglierne le tele, e. la cosa è nota, se la cavò rcorrendo a delle riproduzioni più o meno fedeli), avevamo capito bene come quello spirito metafisico, o diciamo pure magico, si era diffuso in tutto il decennio, quindi puntammo decisamente su quel periodo svolgendo proprio il tema “La Metafisica: gli Anni Venti”. Ricordo con quanto piacere discesi nei sotterranei della GNAM, della Galleria Nazionale d’arte moderna, per scoprirvi appunto i capolavori nascosti di Cagnaccio e compagni, di cui fin lì ci eravamo vergognati, considerandoli attardati nel culto di vecchi valori mimetici, superati, esclusi dai vari astrattismi del dopoguerra. Da quel momento invece essi sono stati riammessi nella corrente, divenendo un acquisto fisso della storiografia. Infine, l’etichetta “magicamente” stratigrafica comprende in sé anche la sezione cosiddetta degli Italiani di Parigi, capeggiata ovviamente da Gino Severini, in cui entra dignitosamente anche Mario Tozzi, qui ricordato, mentre è assente Campigli, e sarebbe ormai giusto includervi in permanenza anche René Paresce, ora ricordato, assieme ai compagni parigini, in una mostra a Bologna, in S. Maria della Vita. Notevole e in parte anche giustificata l’attenzione rivolta all’ambiente triestino, in cui spicca la presenza di Carlo Sbisà, e anche qui mi vanto di una retrospettiva che mi è stato possibile dedicargli nel 1995, nella sede appropriata del Museo Revoltella. Opportuno che si ricordi pure il segaligno, metallico Arturo Nathan, lascerei invece il giudizio sospeso per Cesare Sofianopulos, mentre forse si è ecceduto nel dare accoglienza ad altri triestini meno scattanti e aguzzi. Infine, non saprei concedere un’assoluzione ad alcune figure cui a lungo sono stato abituato a opporre il mio ostracismo per una pittura troppo corriva, troppo leccata e conforme, quali Gregorio Sciltian e Leonor Fini.
Realismo magico, a cura di Gabriella Belli e di Valerio Terraroli. Rovereto, MART, fino al 2 aprile. Catalogo Electa.

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Letteratura

King: un capolavoro per metà.

Confesso che nella mia carriera ho mancato di rendere il dovuto omaggio alla grande presenza di Stephen King, il colosso nei generi horror e phantasy, ma forse proprio questa eccellenza conseguita in rami particolari gli ha impedito di cogliere i successi critici che meriterebbe, fino all’assegnazione di un Premio Nobel. Temo di non aver mai scritto su una sua opera, per varie ragioni mi sono arrestato ogni volta nella lettura di qualcuno dei suoi prodotti. Forse il maggioro grado di attenzione continua lo avevo rivolto al romanzo del 2011 che reca nel titolo la data fatidica dell’assassinio di Kennedy, “11/22/63”. Ma ora tento di rimediare parlando del suo ultimo nato, “Sleeping Beauties”, anche se dovuto in parte alla collaborazione col figlio Owen. Diciamo subito però che si tratta di un lavoro riuscito solo per metà, si può riconoscere la salda mano del maestro nel concepimento di meccanismi diabolici solo per una pur vasta parte del romanzo, capace di mettere in atto una trappola tragica, inesorabile, da cui però i due autori stentano a uscire. Ma forse questo è un effetto inevitabile del genere assunto, quasi come chi compie un volo nello spazio da cui è pur necessario rientrare sulla terra, ridiscendere a quote normali. Siamo in una cittadina della Virginia, non saprei dire se esistente o se frutto di invenzione, e nel cuore di un luogo abietto, di un carcere femminile. Già qui si incontra una prima delle virtù del nostro scrittore, la capacità di muoversi sulla scena del quotidiano, con tutte le sue nequizie, malvagità, ma anche abilità dei viventi nell’adattarsi alla scena di un Paese avanzato, pieno di risorse, di marchingegni, come ovviamente sono gli USA. Cibo, droga, sesso, tutto come viene consumato giorno per giorno, con l’accentuazione malefica che può spettare a una comunità di carcerate, vittime di delitti variamente scaglionati nel grado di efferatezza, alle prese con custodi e guardiani che le ripagano di uguale moneta. Insomma, quando io attribuisco ai nostri attuali romanzieri, dai “Cannibali in su, una pratica di neo-neorealismo, dovrei invitarli a nutrirsi della scioltezza, compiacenza, indifferenza di King nell’affrontare e nutrirsi della più incombente, pressante realtà dei nostri giorni.
Ma accanto a questo abile, consumato, perfetto stato di normale degrado e abbrutimento, subentra ben presto un motivo alienante, misterioso, imprevedibile, sotto forma di un’epidemia che colpisce solo le donne e si manifesta col fatto che sui loro volti e sulle loro epidermidi compaiono delle appendici, dei tubercoli, delle bave filiformi con la minaccia di avvolgerle a poco a poco, come di impacchettarle in quelle sostanze che magari oggi si usano per la conservazione dei cibi. Le povere donne insomma quasi spariscono alla vista, sotto quell’orrido vello spuntato sulle loro carni, fino a nasconderle, e guai se si tenta di liberarle, di pulirne i volti, l’effetto è letale. Nello stesso tempo, a completare l’insidia le donne sono prese da una sonnolenza cui invano tentano di resistere. Se vi si abbandonano, per loro è la fine, quel rivestimento si impadronisce dei loro corpi causandone la morte. I tentativi di resistere andando nelle farmacie a svaligiarle di prodotti capaci di vincere quella nefasta sonnolenza, rasentano la comicità, e sono comunque tra le componenti dell’azione esagitata e drammatica presente in queste pagine.
Le modalità con cui si annubcia questa epidemia sono impressionanti, ma alla lunga, col ripetersi degli stessi sintomi ed effetti, generano pure, ammettiamolo, una certa noia, per quanto la fantasia dei due narratori si sforzi di inventare delle varianti, di presentare il fenomeno con modalità il più possibile diversificate. Ma soprattutto, come già detto, i due autori, padre e figlio, non sanno come balzar fuori da quell’infernale contatore fatto partire, che se seguito fino in fondo porterebbe appunto alla morte, nel romanzo, di tutta la componente femminile. Come uscirne? La regia King tenta due vie. All’improvviso nel cuore del carcere, e proprio da parte di una donna colpevole di orridi delitti, si manifesta una resistenza al male, lei riesce a non cedere al sonno, e non le compaiono sul corpo le schifose appendici. Come si spiega questo miracolo? Ovviamente i comportamenti di questa persona privilegiata, scampata dalla peste, vengono studiati, ma nulla si scopre che possa essere valido e applicabile in altri casi. Che fare allora, forse la narrazione deve ricorrere a qualche deus ex machina, all’intervento di qualche potere superiore salvifico, che ha fatto dono della salute a un essere pur in apparenza tra i più perfidi e meritevoli di dannazione? Ma le ragioni di questo miracolo non vengono dette, gli autori. alla lettera. non sanno a che santo votarsi. Ben più ampio è lo sbocco proprio sul fronte dei destini femminili, che infatti non sfociano nella morte, questo sarebbe come portare il romanzo a una fine automatica, per la perdita irrimediabile di una metà del genere umano. In realtà, quando le protagoniste al femminile sono ben imbozzolate e cadute nel sonno, avviene il loro passaggio in un’altra dimensione in cui riprendono a vivere. Qui King ritrova l’idea del pertugio, del buco che dà accesso a un altro mondo, come avveniva nel romanzo sopra citato, dove il protagonista, pur installato nei nostri giorni, trova una via misteriosa per tuffarsi nel passato in cui tenta disperatamente di evitare il delitto di Dallas, l’uccisione del presidente Kennedy. Anche in questo caso funziona un meccanismo analogo, di accesso a un altro universo, ma senza che le due metà si possano ricomporre, e dunque a dominare resta la prima parte, quel lento, implacabile manifestarsi dell’epidemia, da cui in definitiva non c’è riscatto.
Stephen e Owen King, Sleepiung Beauties, Sperling & Kupfer, pp. 649, euro 21,90.

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Attualità

Dom. 31-12-17 (Marchesi)

E’ opportuno che anch’io partecipi agli omaggi che da tante parti si sono svolti per la scomparsa di Gualtiero Marchesi, e non solo da parte di colleghi o allievi nello stesso mestiere di una gastronomia di eccellenza. Sono ben noti e riconosciuti da tutti gli agganci che egli sapeva impostare con le arti visive, e proprio sotto questo aspetto ora è possibile anche a me dedicargli un modesto riscontro, anche se non mi è affatto indifferente l’ambito in cui primeggiava. La cucina costituisce un prezioso terreno per esplorazioni “estetiche”, ricordando che il termine, stante l’origine etimologica, riguarda prima di tutto le reazioni di ordine sensoriale, e queste non possono limitarsi solo a una dimensione teorica, ovvero, la cucina la si deve pure sperimentare, un po’ di ghiottoneria è indispensabile. La prima occasione di incontro tra me e Marchesi avvenne proprio sul filo dell’arte, il gallerista Giorgio Marconi, dopo aver ospitato agli inizi dei ’70 la presentazione di saggi miei e del compianto Menna ci portò nella sede primaria di Gualtiero, in via Bonvesin della Riva, dove ebbi il mio battesimo sui prodotti della “nouvelle cuisine”, mi pare di ricordare con qualche meraviglia, e anche disappunto, data l’esiguità delle razioni, a fronte di un appetito allora sano e robusto. Poi, una seconda tappa, a molta distanza di tempo, e agli inizi del nuovo millennio, avvenne in una sede dell’esercizio di Marchesi che non mi pare sia stata adeguatamente ricordata, mentre fu forse la più estesa nel tempo. Chiuso il locale di Milano, era emigrato, ospite di facoltosi proprietari, in una bella villa a Erbusco, in vicinanza di Brescia e del Lago d’Iseo, dove raffinati cultori della migliore cucina gli rendevano visita. In quegli anni si era stabilito per me un felice sodalizio con Tino Bino, allora dominatore di quelle contrade e alla testa di un ben funzionante Ente bresciano di manifestazioni artistiche, in cui si realizzava un miracoloso incontro tra la destra, dominatrice nella Provincia di Brescia, e Comune, in cui appunto Bino aveva voce in capitolo. Poi, le due componenti si misero a litigare e quel ben lubrificato meccanismo si interruppe. Ma nei pochi anni in cui funzionò io riuscii, con l’aiuto di Bino, a farvi mostre di grande soddisfazione, come “Impressionismi in Europa”, seguendo un mio chiodo fisso che non ho certo cessato di coltivare, che cioè quell’”ismo”, con cui si conclude la parabola secolare dell’arte moderna, non sia stato di pertinenza esclusiva della sola Francia, ma comune a tutti i Paesi dell’Occidente. Tanto è vero che poco dopo feci seguito puntando su un “Impressionismo italiano”. Ed ebbi anche modo di rivisitare il mio amore costante per Jean Dubuffet ricordando i suoi ultimi anni dediti al graffitismo, e così ponendosi, forse involontariamente, alla testa dei Writers statunitensi e di altre mosse del genere. Ebbene, era rituale che per festeggiare le “vernici” di queste mostre ce ne andassimo, in gruppo scelto, alla mensa di Erbusco dove Marchesi ci accoglieva in bianco camice, da addetto a un laboratorio scientifico, e ricordo anche che ci mostrava curiosi strumenti, come per esempio un apparecchio per schiacciare le anatre dividendone le carni dal sangue. Erano cene molto impegnative, dato che vi si svolgeva il rito di abbinare ad ognuno dei numerosi piatti un vino adatto, dall’aperitivo all’amaro finale. In una di quelle occasioni non ressi del tutto alle eccessive bevute, feci fatica a riguadagnare la stanza dell’albergo bresciano che ci attendeva, il maestoso Vittoria, tanto che mia moglie fu costretta a ricorrere all’aiuto del portiere di notte per farmi issare nel letto che ci attendeva. Ma forse l’occasione di incontro più bella, e più generosa da parte di Marchesi, fu, in anni a noi vicini, quando volli festeggiare un artista a me molto caro, Aldo Spoldi, che usava collocare i suoi dipinti sui fianchi e all’interno di un camper, così trasferendo la sua opera in varie gallerie della Penisola. Immaginai che quel comune camper fosse un equivalente del Carroccio caro ai fasti del Comune di Milano, e gli spettasse pertanto una benedizione ecclesiastica, magari impartita in luogo sacro all’arte, come l’ex-chiesa di S. Carpoforo, estensione dell’Accademia di Brera. E un docente di Brera, oggi in pensione, Francesco Correggia, si prestò molto bene a quell’impresa tra il serio e il faceto, rivestendo in modi appropriati una tonaca pretesca e borbottando qualche maccheronica giaculatoria. E Marchesi si degnò di presenziare alla pur dubbia cerimonia, assieme a Marconi, grande protettore di Spoldi e mentore di ogni approccio all’arte del re dei nostri chef. Sull’onda di quel felice incontro concepii anche l’idea di far organizzare da Marchesi cene favolose costruite attorno a qualche artista di grido, con la partecipazione di invitati ben scelti cui far pagare un giusto prezzo. E il fatto che, abbandonata la sede in definitiva scomoda di Erbusco. il grande cuoco avesse rimesso piede nella sua Milano, fondandovi l’ancora esistente e a lui sopravvissuto Marchesino nel sacro edificio della Scala, mi sembrava rendere abbastanza facile l’operazione. Ma lui mi rispose che era ormai malandato e non se la sentiva di assumere gli oneri di questa impresa. Fu la fine del nostro, rapporto, mentre io rimanevo in attesa di tempi migliori nella speranza di riuscire a riproporlo, un’attesa ormai sfumata per sempre.

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Arte

Per Mauro Mazzali

Ho avuto un eccellente rapporto di collaborazione con Mauro Mazzali nei molti anni in cui è stato direttore dell’Accademia di belle arti di Bologna, del resto proseguito tuttora col suo successore Enrico Fornaroli. Nei locali dell’Accademia Mazzali mi ha consentito di fare almeno tre edizioni della Biennale Giovani, e a turno con la sede universitaria di S. Cristina ha pure ospitato il Premio Alinovi, cui poi si è dovuto aggiungere anche il nome di Daolio. Ma questa serie di impegni di carattere organizzativo mi ha impedito di dare all’artista amico l’attenzione critica che gli era dovuta. Mi piace rimediare ora in occasione della mostra di opere sue che Mazzali ci offre nel foyer del Teatro Duse. Egli appartiene a una categoria che certo al giorno d’oggi ha molti seguaci, si può parlare di un iper-realismo, ovvero di un rifare la natura “più vera del vero”. Penso ai casi clamorosi di Piero Gilardi, che grazie al poliuretano nei suoi vari ortaggi preserva il carattere morbido. soffice al tatto degli oggetti rifatti, assieme alla loro pelle cromatica, provvedendo anzi ad accentuarne il colori a sfida del kitsch. Abbiamo la variante di segno opposto dovuta al duo Bertozzi e Casoni, che sfruttano a meraviglia le virtù della ceramica, sostanza dura, tagliente, ma perfettamente capace di strappare il vello cromatico delle cose, come fosse lo scalpo sottratto dagli Indiani alle loro vittime. Mazzali, tra questi opposti, tiene una navigazione intermedia, come lo è il materiale di cui si serve, la gomma siliconica, che sta proprio tra il morbido e il solido. Ma soprattutto conta nel suo caso la soluzione cromatica, che in realtà consiste in uno zero assoluto, in una acromia radicale, come se i suoi corpi fossero stati infarinati, o rimasti vittime di un crollo di macerie, di detriti, o appena riportati alla luce attraverso pazienti scavi archeologici. Forse, accanto allo zero cromatico, è da prendere in considerazione pure uno zero acustico e di ogni altra proprietà organolettica, il che fa dire all’artista che questi suoi fantasmi sono da definire “vite silenziose”, traduzione del termine che si usa nelle lingue germaniche, mentre le nostre “nature morte” rischiano di essere troppo fragorose, o adatte alla mimesi spinta che troviamo nelle opere di Gilardi e di Bertozzi e Casoni. Sugli oggetti di Mazzali c’è stata una lenta caduta di polvere, o magari di neve, di quella che fiocca lenta, non so per quante volte, in una famosa poesia del Pascoli. Altro carattere originale della modalità creativa di Mazzali è il fatto che queste sue vedute planimetriche prese su una distesa di oggetti espansi, distesi in bassorilievo, risulta per lo più rialzata dal suolo con delle basi che ne costituiscono una componente organica e imprescindibile, come se l’artista avesse trovato queste sue “vite silenziose” non già a un livello di grado zero, ma le avesse estratte dal suolo ricorrendo a quello che si chiama un carotaggio, ovvero, oltre alla visione di superficie, c’è un ampio tratto di terreno, o di terriccio colto in verticale, quasi per innalzare la veduta panoramica oggettuale e darle quel rilievo monumentale che diversamente le mancherebbe. A questo modo Mazzali rimedia anche a una certa reticenza a ricorrere, tra le varie soluzioni consentite dalla scultura, a quelle che si dicono “stanti”. Alcune opere svettano verso l’alto, prendendo decisamente la forma di arbusti o alberelli, ma in genere l’artista preferisce una sorta di afflosciamento, di ricaduta su se stessi, quasi che la terra madre volesse riprendersi quelle esili offerte che protende solo per un momento verso l’alto, pronta però a recuperarle, a inghiottirle, a farle sparire, quasi vittime di qualche movimento del suolo, terremoto o forse meglio, bradisismo, cioè movimento lento, quasi sfuggente allo sguardo. O è anche come quando un elevatore meccanico innalza a una giusta altezza qualche prodotto, ma poi gradualmente lo riporta a giacere a livello zero. Si pensa anche ai colonnini cosiddetti “dissuasori” che oggi si alzano e si abbassano, erigendosi d’improvviso o scomparendo, riassorbiti dal piano terra. E intanto le “cose”, nella loro ferma definizione, galleggiano su un mare di grigiore biancastro, pronte a essere infornate per una cottura, che però sarebbe un modo di fare loro violenza, e che pertanto esula dal codice di questa modalità operativa, di cui il silenzio è dote primaria.
Mauro Mazzali, Vite silenziose. Bologna, foyer del Teatro Duse, fino al 31 dicembre.

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Letteratura

Per Francesco Leonetti

E’ giusto che io intervenga senza indugio a ricordare in morte Francesco Leonetti (1924-2017), anche per sottrarlo a una lettura a senso unico cui mi pare siano ricorse le commemorazioni ufficiali sui quotidiani, tutte intente a mostrarcelo inserito nella squadra di “Officina”, a fare rispettosa corona a Pierpaolo Pasolini, avendo accanto tra gli altri mRoberto Roversi e Paolo Volponi. Quando ci libereremo della presenza fuorviante di Pasolini, questo corruttore di tutti i lieviti e valide iniziative della nostra letteratura del secondo Novecento? La sua presenza è tanto amata, tra l’altro, perché consente di partire con la lancia in resta contro Edoardo Sanguineti e compagni, contro la neoavanguardia verso cui si vuole perpetuare nei decenni la “damnatio memoriae”. Leonetti per qualche anno fu senza dubbio un convinto membro del gruppo “officinale”, ma fin dall’inizio si notava in lui una irrequietezza mobile e “aperta” che lo distingueva dal troppo “chiuso”, statico, neoclassico Pasolini, che tale sarebbe rimasto fino a quando, anche lui, verso la fine dei suoi anni, si decise ad “aprire”, ma in quel modo insensato e sbracato che si constata in “Petrolio”. Invece Leonetti, sensibile lumaca, aveva già messo fuori il capo e le antenne quando, pur nel quadro “officinale”, ci aveva dato la sua opera prima, “Fumo, fuoco e dispetto”, dove la stessa molteplicità delle parole tematiche inserite nel titolo era segno di una piena “apertura” e disponibilità verso la rugosa realtà dei nostri giorni. E un eccellente valore propedeutico lo aveva pure il successivo “Conoscenza per errore”, quell’errore che i suoi compagni officinali erano alquanto restii ad ammettere, confidando un po’ troppo nelle loro scelte “dure e pure” di carattere ideologico, abbinate a una ferma fede nei valori della tradizione, della terra, di una natura che bisognava mantenere irrorata della sana presenza delle lucciole. Di queste Leonetti invece non è mai stato un difensore, come del resto non lo era un altro membro valido di quel gruppo, Paolo Volponi, anche se in definitiva la sua narrativa ha documentato una battaglia continua tra i valori di un’esistenza sana, contadina, e invece l’invasione delle fabbriche, della civiltà industriale. Leonetti fu presto convinto che la difesa a oltranza di uno stato di natura, caro al suo compagno di quegli anni Roberto Roversi, era una trincea precaria e insicura, e fu pronto a chiedere il “doppio tesseramento” partecipando anche al Gruppo 63, fin dalla sua nascita in quell’anno a Palermo, senza più abbandonarne la frequentazione. Tra gli esiti migliori di quella fase intermedia ci fu “L’incompleto”, un titolo che era un segnale, uno stendardo, da issare in preparazione del successivo “Campo di battaglia”. Il torto del Pasolini poeta è stato di chiudere i suoi discorsi in una metrica barricata, impeccabile, mentre Leonetti sceglieva un terreno di mezzo, tra prosa e poesia, optando per le soluzioni informali, in libera uscita da qualsivoglia blindatura. Tanti sono i titoli di merito di questa sua militanza a favore dell’”aperto” su ogni fronte. Basterà ricordare il sodalizio raggiunto con Antonio Porta, quando su di loro ricadde la responsabilità di mandare avanti la difficile navigazione di “Alfabeta”, una volta che il fondatore Balestrini, accusato di connivenza con i movimenti eversivi degli anni ’70, aveva dovuto rifugiarsi a Parigi. Frattanto il Gruppo 63 riacquistava fiducia in se stesso, ricredeva nelle buone ragioni che lo avevano fatto nascere, tanto che, sempre al seguito dell’azione trascinante di Balestrini, ci fu una nostra prima auto-commemorazione tenuta addirittura a Praga, a colloquio con gli scrittori che si stavano liberando dalle pastoie del realismo sovietico, e ricordo bene che Francesco era là, combattivo, pugnace. Ma quella prima emersione fu ben poca cosa, rispetto all’altra che ci siamo concessi dieci anni dopo dando inizio agli incontri di RicercaRE a Reggio Emilia, anche se opportunamente noi della vecchia guardia avevamo deciso di fare un passo indietro per propiziare l’avvento di figli e nipoti. In quel momento Leonetti decise che proprio per distinguere tra la neo-avanguardia e l’altra successiva, magari da indicare con due “neo”, noi reduci da Palermo dovevamo chiamarci gli “antichi”, e ricordo con entusiasmo e dolore le gare che facevo con lui per stabilire chi dovesse prendere la parola per primo, a commento dei testi che i giovani nostri eredi avevano appena finito di leggere. Ricordo quella sfida tra noi due quasi alla stregua di quanto avveniva nel famoso Musichiere condotto da Mario Riva, quando i concorrenti facevano a gara nel suonare il campanello per acquisire il diritto di prima battuta. Ma poi la splendida operazione di RicercaRE dopo un decennio ha avuto fine, io con la mia testardaggine l’ho ripresa proprio nella città natale di entrambi, Bologna, da cui peraltro Francesco già tanti anni prima se ne era andato optando per una più “aperta” e stimolante Milano. Speravo che nell’occasione rinascessero i duetti tra noi sempre più “antichi”, purtroppo lui non era più in grado fisicamente di partecipare, ma quanto leggevo in uscita dal suo laboratorio mi confermava sul suo viaggio sempre mobile, inquieto, prensile, a costo di sacrificare la forma per i contenuti, catturati come da una superficie moschicida, reattiva, incalzante.

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Attualità

Dom. 23-12-17 (liberal)

Sul “Corriere della sera” sono usciti di seguito tre fondi di opinionisti dei più reputati, Francesco Giavazzi, Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco, che in sostanza, al di là di minime sfumature, sono risultati concordi nel sostenere una tesi del tutto logica, che cioè nel nostro Paese le classi popolari sono “illiberali”, mentre dimostrano troppa fiducia nello statalismo. Ma è perfettamente giusti che sia così. Questa è anche la linea di divisione tra destra e sinistra, che pure tanti mettono in dubbio, mentre invece continua a esistere, e proprio i commenti del terzetto di cui sopra la ribadiscono. Forse i nostri sostenitori del “liberal” non si sono accorti di essere del tutto in linea col famigerato Donald Trump. Anche loro ritengono che le tasse siano da abbassare per permettere alle aziende private di fare buoni affari. Che importa se un minore introito dell’erario mette in crisi il sistema del welfare? Siamo giusti, le persone a posto, che si sanno muovere negli affari, non hanno bisogno della mutua, di tasse basse nelle scuole di ogni grado, eccetera. Sono perfettamente in grado di pagare pesanti canoni assicurativi come paracadute verso le malattie, e altrettante tasse consistenti per mettere i figli nelle scuole giuste, a conquistare titoli di studio come si conviene. A ben vedere, l’intero sistema “liberal” viene dallo spirito calvinista, i bravi industriali sanno svolgere una vita di sacrifici, in attesa dell’immancabile premio. Forse gli austeri eurocrati dei Paesi del Nord hanno ragione di dire che nei Paesi mediterranei si pensa troppo alle donne e al vino, a danno del lavoro e dello spirito d’iniziativa, per cui, forse, sarebbe eccessivo arrivare al livello di Trump che ha intrapreso la sua lotta per la soppressione dell’Obamacare, ma certo la tutela del welfare è roba per esseri inferiori, diversi dai bravi borghesi. I quali però, nella loro naturale furberia sono pronti a difendersi evadendo le tasse, e così toccando redditi che li abilitano a percepire pure i vantaggi sia della mutua sia del sistema scolastico, alla stregua dei disprezzati poveracci. Inoltre, si sa bene che appena le cose vanno male, i privati sono pronti a disfarsi delle aziende trasferendo i soldi all’estero. E allora, tocca al famigerato intervento statale cercare di salvare la baracca, di intervenire, alzando il debito pubblico. I nostri “liberal” sono pronti a deprecare l’IRI, che pure fu uno dei pochi interventi in cui il regime fascista si ricordò di avere una lontana matrice socialista, trovando perfino una qualche affinità col new deal di Roosvelt. E poi, beninteso, l’IRI ha continuato anche nel dopoguerra nella sua tenace perversione, cercando di impedire il fallimento di aziende con relativo licenziamento di dipendenti. Errore funesto, quando una baracca va male, meglio lasciarla affondare, tanto i bravi borghesi sanno bene come salvarsi, vedi sopra l’elenco dei classici rimedi possibili. Che cosa strana, dover constatare che tutti gli strati sociali di lavoratori dipendenti non apprezzino questa geniale concezione del “laissez faire”, mentre con totale spirito illiberale insistono in una fiducia immotivata nell’intervento pubblico.

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Mengs e l'”andare in piccolo”

Mi intriga molto una mostra che si tiene attualmente a Firenze, Palazzo Pitti, sotto la multiforme guida del Direttore Schmidt, con un titolo modesto ma molto significativo, “ I nipoti del re di Spagna”, consistente in una serie di dipinti dedicati a questo tema, realizzati da Anton Raphael Mengs. Ma non è il noto teorico di un classicismo di ritorno a venirvi celebrato, in quanto il tema stesso porta a una serie di ritratti dedicati a bambini e bambine, pargoli delle grandi famiglie regnanti, tra Borboni di Spagna, di Napoli e di un ramo toscano. Si potrà dire che è il tema a dettare legge, a imporre quindi un universo di piccole creature, quasi per natura bamboleggianti. E contribuisce a questo festival del fare piccolo un enorme dato demografico dell’epoca, che cioè le donne erano costrette a partorire a catena, in una crudele lotta contro la mortalità infantile, un dramma che non guardava in faccia alle classi sociali. La Diva severa, per dirla con Carducci, bussava a soglie alte e basse con la stessa micidiale frequenza, e dunque anche le principesse più altolocate, poste in vicinanza dei troni, erano costrette a mettere al mondo figli quasi con ritmo industriale. Del resto fu quella una perversa regola che si prolungò nel tempo, ne seppe qualcosa anche il nostro Don Lisander, cui il ginecologo di famiglia aveva consigliato di darci un taglio, di non mettere più incinta annualmente la consorte, ma invece il Manzoni continuò imperterrito, spinto da una inarrestabile libidine sessuale o dall’obbedienza al dogma cristiano, fino a procurare la morte della moglie. Si potrà dunque osservare che quell’abbondanza di principini, coi loto volti ovali, le carni diafane, le vesti larghe, assorbenti, era solo il riflesso di un crudele costume dell’epoca, ma se ne può trarre anche una regola stilistica generale, fu un intero secolo pittorico a voler andare “in piccolo”, a voler praticare formati ridotti, quasi aderendo al precetto dei Viaggi di Gulliver fino a dar vita a un universo lillipuziano, Forse fu un modo comune di reagire alla magniloquenza della precedente età barocca e barocchetta, che del resto, coi Giaquinto e Gianmbattista Tiepolo, si era spinta fino alle soglie del regno di Spagna. Contro quella grandeur, dovuta al secolo precedente, bisognava reagire, invertire la marcia, rimpicciolire, era una delle condizioni poste dall’età dei Lumi, assai più che il raddrizzare le forme, come avrebbe voluto il Neoclassicismo venturo, di cui a torto proprio il Mengs viene riconosciuto come un campione legittimo. Si può parlare di una scelta stilistica generale perché questa medesima ansia di ridurre, di rimpicciolire la ritroviamo in tanti altri protagonisti dell’epoca, dalle nostre parti basti pensare a Pietro Longhi, che beninteso ci porta dritto dritto a un numero uno internazionale di questa tendenza, a William Hogarth, cui è inevitabile contrapporre subito un analogo spirito di piccoli eroi da bomboniera coltivato in Francia da Watteau, e subito supportato pure da Boucher, da Fragonard. E dove vogliamo mettere i bambocci avventurosi, intenti a emettere bolle di sapone o ad avvicinarsi trepidi a qualche industrioso balocco da tavolo, così bene illustrati da Chardin? E l’elenco potrebbe continuare, magari aggiungendo anche il vedutismo microscopico di Panini, o le vedute affollate da un popolo di turisti come alacri formichine espresso dal Canaletto. Del resto, quella medesima tematica dei piccolo rampolli di grandi famiglie si era imposta su altri colleghi di Mengs, come per esempio Johan Zoffany, toccando un vertice con un artista meno considerato di questi due, Martin Van Heytens, cui si deve un incredibile ritratto dell’imperatore d’Austria Francesco I con l’ape regina Maria Teresa, capace di mettere al mondo una nidiata di figli che la circondano, si infittiscono attorno a lei, come una visione di glandole, di intestini, di quelle stesse viscere risultate così altamente riproduttive. In fondo, questo vivaio di nuove esistenze, dei Borboni e Compagnia, è inversamente simmetrico rispetto alla visione da incubo della Cripta dei Capuccini, a Vienna, che rappresenta il terminale di quel pollaio ruspante, quando creature grandi e minuscole sono giunte alla tomba e ora se ne stanno racchiuse in bare di tutti i formati. Naturalmente, che il fenomeno andasse oltre gli spunti realistici, forniti dalle effettive età infantili dei soggetti ritratti, ce lo dice il fatto che anche quando il volto, di Mengs e compagni, si innalza verso i sovrani adulti, ne escono comunque forme magre, smunte, effigiate in economia. Modalità di cui ci fu un grande erede, Goya, chiamato dallo stesso Mengs ad assumere la carica di primo pittore della corte spagnola, e ancora oggi ci chiediamo se nei suoi ritratti della corte madrilena, concepiti appunto in forme così riduttive, quasi caricaturali, ci fosse un nascosto intento di satira, di critica in atto nei confronti dei poteri assoluti dell’ancien régime, o fosse solo un accedere ai dettami di una moda, che proprio nell’autorità del Mengs aveva trovato il suo principale cultore. L’intero primo tempo del grande Goya, come si sa, è intonato a quel rivolgersi a un mondo minore di ragazzi e ragazze di vita, dalle dubbie virtù, dai costumi tutt’altro che irreprensibili, o perduti, come i pargoli di Mengs, in una specie di eterno e sospeso kinderheim, forse meglio parlare di una “giovanottiera”. Ma per fortuna in Goya covava l’antidoto, la vendetta, quel fatuo mondo ridotto, fatto di spoglie aggraziate, avrebbe suscitato il sorgere di una corrente contraria, di un senso di morte, di negazione, di incubi notturni. Una componente che invece era del tutto estranea a questa popolazione serena, fino all’insulsaggine, di questi pupi preziosi dipinti da Mengs, già pronti per essere esposti in un museo delle cere.
I nipoti del Re di Spagna. Anton Raphael Mengs a Palazzo Pitti, a cura di Matteo Ceriana e Steffi Roetgen, fino al 7 gennaio. Cat. Sillabe.

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Letteratura

De Giovanni, un delicato “Souvenir”

Credo di aver già detto altra volta che ritengo Maurizio De Giovanni il miglior giallista del momento, come conferma questo suo “Souvenir”, legato alla serie dei Bastardi di Pizzofalcone. Un’ottima e simpatica squadra di agenti, che ben riscattano la cattiva nomea da cui sono accompagnati, comportandosi invece con acume, prontezza di riflessi, simpatia dei loro casi umani. Proprio non si vede perché la nostra Rai abbia rinunciato a produrre nuovi episodi di questo filone, ma sembra proprio che un limite incancellabile delle nostre “fiction” televisive stia proprio nella fragilità e inconsistenza con cui si sfruttano anche le migliori combinazioni. Gli altri Paesi ci propinano infinite varianti dei loro Commissari Cordier e Comandanti Florent e Ispettori Barnaby, mentre noi non osiamo mai spingerci oltre pochi campioni, magari andando a rispolverare gli episodi di un Camilleri che però, proprio a causa di queste repliche, sta rivelando rughe, crepe, inverosimiglianze a catena. Mentre le storie che ci propina De Giovanni brillano proprio per un senso della misura e della credibilità delle vicende, niente di simile allo smaccato sfruttamento dell’orrido delittuoso cui si concede l’eroe nazionale Saviano, cui sembra che sia concessa una “licenza di uccidere”. Uno come lui che vive di accuse alla camorra ne può ricavare una sicura rendita di posizione, col diritto conquistato di calcare la mano fino all’eccesso. Mentre il nostro De Giovanni procede al contrario nel nome di una perfetta credibilità di casi. Come questo, di un italo-americano tornato a Sorrento, con la sorella, e soprattutto con la madre, grande diva del cinema del passato, mosso non si sa bene da quale scopo. Ma certo si infila in qualche triste storia che lo porta a recarsi con insistenza in una via malfamata di Napoli, a indagare, a fare ricerche, fino a suscitare il sospetto di due truci guardaspalle di un capo locale della camorra, che cercano di eliminarlo brutalmente. Come si vede, un “affaire” che in sé non ha nulla di eccezionale, ma viceversa eccezionale è la storia che la nostra brava squadra, con perfetto gioco combinato, riesce a ricostruire passo passo. A Sorrento, in altro tempo, si è consumata una romantica vicenda di amore e morte. La grande attrice statunitense, al colmo del suo successo, come una Ingrid Bergman che incontra un suo Rossellini, trova in realtà un modesto personaggio locale, ma tanto poetico nell’anima. I due concepiscono assieme un figlio, che è proprio il malcapitato che ora, messo sull’avviso da un epistolario fortunosamente ritrovato, muove alla ricerca del padre, o di una sorellastra, che costui ha avuto, essendo stato costretto ad abbandonare la tanto amata attrice, il cui produttore non le ha consentito di sputtanarsi facendo conoscere al mondo quel legame di basso conio, anche se condito con tanto sentimento. E dunque, lo statunitense, di nome Ethan, conduce una doppia “recherche”, di un padre, però già deceduto, e di una sorellastra che ancora esiste, ma che si deve nascondere dalla malavita, di cui è stata al servizio, e di cui conosce troppi segreti per poter essere lasciata in pace. Fin qui il dramma romantico, magari anche kitsch, svenevole, però condotto con mano delicata, non spiacevole, che fa versare qualche lacrima anche a un lettore smaliziato. Come sempre, accanto ai cattivi d’obbligo, ci sono pure i cattivi per procura, cioè le forze dell’ordine, anche loro alla ricerca della figliastra nascosta, quasi in una gara a chi la trova per primo. I nostri Bastardi si muovono con delicatezza, combattendo sui due fronti, e infine consentendo alla donna di riparare negli USA, dove il figlio che porta in seno e ne rallenta le mosse, potrà nascere con una cittadinanza che lo metterà al riparo dalla nostra delinquenza. La figura più riuscita del drammone è proprio l’anziana attrice americana, Charlotte Wood, ora divenuta una vecchietta svanita, fuori di senno, che proprio per questo ha cancellato il peso degli anni trascorsi e dialoga coi presenti come fossero i protagonisti di quel lontano tempo magico. I nostri Bastardi svolgono molto bene il loro compito di protettori dei guai, smarrimenti, sogni altrui, in cui del resto ritrovano qualche eco degli stessi problemi che assediano le loro esistenze personali.
Maurizio De Giovanni, Souvenir, Einaudi stile libero, pp, 328, euro 19.

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Attualità

Dom. 17-12-17 (Gruber)

Cronaca di una ordinaria serata di antirenzismo nel salotto Gruber, lunedì 11 dicembre 2017. Interlocutori, Luciano Canfora e Ezio Mauro. Si comincia male, affermando che il Pd è, secondo i sondaggi, al 24%. Il bello è che proprio il telegiornale della stessa rete 7, appena venti minuti prima, gli ha attribuito invece il 25,5%. Ovvero, la Gruber sceglie la quotazione che viene assegnata da Pagnoncelli dalle pagine del concorrente “Corriere della sera”. Dico subito che nel nome di un comune spirito di sinistra apprezzo l’antiberlusconismo dichiarato da entrambi gli interlocutori. Ma Canfora, qualcuno avrebbe dovuto dirglielo, si presenta proprio come un gufo sinistro e iettatore. Inutile dire che per lui il Pd renziano rappresenta un “socialtradimento”, una formazione che ha annacquato la sinistra “dura e pura”. Per fortuna che a raddrizzarne le sorti è sceso in campo il Presidente del Senato Grasso. In realtà le stesse previsioni, accettate dai due interlocutori, gli assegnano non più di un 5%, cioè esattamente un quinto di quanto al momento porta a casa il famigerato e traditore corpo centrale del partito, e dunque non sono poi tanti gli elettori che si sentono indotti a votare nel segno della purezza. C’è inoltre una prospettiva di convergenza, nel segreto della cabina elettorale, in base al criterio del voto utile. Naturalmente Canfora respinge una simile ipotesi, in nome di un curioso ragionamento, che il voto, in base alla stessa costituzione, è libero, e quindi inutile sperare che i votanti, “duri e puri” come lui si lascino attrarre da questo specchietto delle allodole. Eppure, se appunto il voto è libero e dato in coscienza, ogni votante si comporterà come crederà meglio, e dunque non è detto che segua rigorosamente i consigli di Canfora-Grasso. Senza dubbio Mauro è più morbido e flessibile, ma anche lui non ha dubbi sul fatto che il renzismo rappresenti un cedimento destrorso, un annacquamento dei valori autentici della sinistra. Anche per lui non esiste la causa della socialdemocrazia, che ha trionfato tante volte nei Paesi d’Occidente, negli USA di Kennedy, Clinton, Obama, o nell’Inghilterrra di Blair, e anche, qualche volta, in Francia e in Germania. Naturalmente, a conclusione della sua nota indagine sui fatti dell’ottobre sovietico di un secolo fa, se ci si pone il quesito di che cosa abbia fatto seguito alle speranze e alle delusioni di allora, la risposta è che non c’è risposta, l’orizzonte è vuoto e grigio, Quel qualchecosa che si chiama socialdemocrazia non vale la pena di essere preso in considerazione, si tratta di robetta annacquata, anche se Mauro, per sua fortuna, e a differenza di Canfora, non crede troppo neppure in una possibile resurrezione di una sinistra di vecchio stampo. Accanto alla Gruber, aggiungo che ora, in questo spirito antirenziano, si impegna pure il pur eccellente vignettista Gianelli del “Corriere”, quasi emulando le stilettate inferte da Crozza, dalla sua nuova sede. Certo è che bisogna invocare gli interventi salvifici di Prodi o di Veltroni, per rimediare al disastro annunciato del renzismo, o forse un antidoto può essere trovato in Gentiloni, in Calenda. Purtroppo la speranza in Pisapia si è già eclissata.

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Arte

Il segno libero di Ejzenstein

Mostra molto curiosa e insolita, quella che ci viene offerta dagli Uffizi, al primo piano, Sale di Levante, dedicata al grande regista russo Ejzenstein. L’aspetto di novità non sta tanto nel fatto che ci si rivolga a un artista dell’arte del movimento, a un massimo regista cinematografico. Infatti il Direttore dell’intero complesso degli Uffizi, Eike Schmidt, nello scritto introduttivo ci ricorda che tra quelle ampie mura erano esistiti almeno due teatri in piena attività, ai tempi dei Medici, e dunque si tratterebbe di un sacrosanto ritorno, oltretutto propiziato dal clima di celebrazione di fatti e personaggi russi legati alla Rivoluzione d’ottobre, in una serie di eventi programmati in tanti musei di ogni Paese. Giusto anche che i visitatori possano assistere a spezzoni dell’opera cinematografica del grande regista russo. Ma la sorpresa sta nel modo imprevisto con cui Ejzenstein affronta questa sua vocazione di fondo. Infatti si potrebbe pensare che un interprete coinvolto nel massimo realismo delle immagini di celluloide, anche a livello di bozzetti e appunti grafici, non possa dimenticare questo suo impegno, ci si aspetterebbe cioè qualche immagine attentamente definita, perfino con mano pesante. Invece scopriamo una produzione “leggera”, eseguita con tracciato filante, nel segno di una libera astrazione, dove il termine va preso alla lettera, come di un disegnatore che cava fuori dalle varie situazioni affrontate un riassunto quanto mai sintetico. Del resto, è una produzione concentrata negli anni Trenta del regista, forse da vedere strettamente legata al periodo messicano, quando dialoga da vicino con i grandi esempi dei muralisti Orozco e Siqueiros, e sono forse proprio loro a imporgli quella regressione a un linearismo forzato, che deve essergli sembrata la via più diretta ed eloquente per svolgere un mondo di sagome essenziali, portatrici di un senso di pena, di angoscia, di afflizione, o al contrario di festa popolare, quasi di carattere etnico, folclorico. E’ insomma un Ejzenstein che retrocede alle soluzioni iniziali del grande periodo delle avanguardie russe, fino a contendere a Larionov e alla Gonciarova il segreto di affidarsi a tracciati schematici, magari addirittura in anticipo rispetto alle linee arricciate e gonfie dell’Art Déco. Bene hanno fatto Marzia Faietti e Pierluca Nardoni a ricordare, nei loro saggi in catalogo, il clima di un Espressionismo ritornante nei decenni, dagli anni Dieci ai Venti ai Trenta, o forse ancor prima, come del resto fanno i due studiosi, che ci parlano di primitivismo, di discesa verso soglie quasi di sapore ritualistico, come celebrare delle cerimonie sacre, adempiere a dei balletti iniziatici. In una situazione del genere, conta poco menzionare i mirabili capolavori contenuti nel museo fiorentino, forse quelle sacre immagini hanno davvero alimentato l’estro creativo del regista su pellicola, ma l’artista, il grafico, ha voluto dimenticare quei riferimenti troppo dotti e sapienti, ha voluto ritrovare una specie di docta ignorantia di specie popolare, potremmo addirittura osare parlare di un clima Pop, da santini dimessi, per un culto immediato, di facile comprensione e adesione, ma nello stesso tempo neppure privo di grazie, di eleganze, come rivelano le bombature, i moti inarcati dei corpi. Insomma, si potrebbe parlare di un Ejzenstein che ha voluto combattere ad armi pari con l’universo ultra-popolare cui stavano dando sangue e corpo i colleghi messicani, porsi sulla loro stessa lunghezza d’onda, anzi, se possibile, un poco più avanti, quanto meno in audacie stilizzanti. La matita vola sul foglio, si inanella, libera, capricciosa, quasi nel tentativo di dimenticare, di lasciarsi alle spalle la presenza cupa, greve, imponente dei fotogrammi in bianco e nero.
Ejzenstein. La rivoluzione delle immagini, a cura di Marzia Faietti, Pierluca Nardoni e Eike Schmidt. Firenze, Uffizi, Sale di Levante, fino al 7 gennaio. Catalogo Giunti.

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