Arte

Jim Dine a Roma

L’Accademia di San Luca, a Roma, ha avuto negli ultimi tempi un bel risveglio da un sonno decoroso ma polveroso di un passato recente. Credo che il merito inziale vada dato a Nicola Carrino, quando ne è stato presidente nel biennio 2009-10, mettendo in campo molte iniziative, poi riprese dai presidenti successivi, fino all’attuale direzione di un ottimo pittore, Gianni Dessì. Buona l’idea di ridare all’Accademia un ruolo quasi istituzionale portandola a presentare mostre collegate con qualche evento ufficiale. Per esempio, la magnifica esposizione di Luigi Ontani, dell’anno scorso, era collegata al Premio a lui giunto dalla Presidenza della Repubblica. A dare ancor più lustro al rilancio della San Luca, Ontani ha avuto il merito di ricordarci che il suo secolare edificio, Palazzo Carpegna, ospita una straordinaria scala elicoidale del grande Borromini, eppure quasi dimenticata o negletta. Io stesso, membro dell’Accademia, ne ho salito tante volte la rampa principale di scale o mi sono valso dell’ascensore per accedere ai piani superiori ma ignorando quello straordinario percorso. Ora è il turno di Jim Dine, in quanto eletto accademico d’onore nella classe degli artisti stranieri. Dine si accontenta della normale suite di stanze al pianterreno della nobile sede dell’Accademia, ma ne prende l’occasione per ribadire come non mai che è sbagliato collocarlo tra i Pop, nonostante che l’anno di nascita, 1935, autorizzi in pieno quell’inclusione. Meglio legarlo al precedente duo dei neo-dadaisti Rauschenberg e Johns, nel nome di una violenza che lambisce gli stereotipi, li corrode, ma non se ne lascia dominare, come invece avviene nei Pop Artisti tradizionali. A riprova di ciò, Dine riempie le stanze del percorso con una scrittura manuale rabbiosa, volutamente “cacografica”, come le pagine ingrandite di un brogliaccio steso da qualche scolaro indisciplinato. Nulla da spartire con i sottili, eleganti, ma stereotipati tubi al neon con cui uno degli apostoli del ’68, Joseph Kosuth, traccia nello spazio le sue scritture. E non c’è neppure un qualche rapporto con i “Writers” capeggiati da Keith Haring, anche loro rispettosi degli stereotipi, anche se legati alle icone della pubblicità. Questa onda impetuosa del “fatto a mano” trova conferma, nella presente rassegna, anche in alcuni dipinti rutilanti di colori, informali, selvaggi, con cui l’artista inframmezza le sue scritture. A completare una presenza, appunto nel segno della violenza e dell’aggressione, ci sono le cinque sculture, quattro lignee e la più grande, un autoritratto, in gesso. Ovviamente non si può mancare di ricordare in proposito la monumentale attività plastica di Oldenburg, che però si è guardato bene dall’affrontare il volto umano, in quanto non è un prodotto, un oggetto massificato, ma al contrario il prototipo dell’individualismo. Naturalmente, nel darci quei mascheroni quasi carnevaleschi, Dine conferma la sua chiave espressionista, come se si trattasse di ispirarsi agli idoli pagani dell’Isola di Pasqua. O ancora una volta, l’affinità, il rapporto di parentela, devono andare non certo in direzione della Pop Art ma, semmai verso i “nuovi selvaggi” tedeschi. Siamo quasi a una sfida o a una risposta rispetto alle statue che un numero uno di quel fronte, Georg Baselitz, sbozza alla brava su ceppi lignei. Va da sé che questo linguaggio compiaciutamente barbarico e trasgressivo contrasta in pieno con l’eleganza squisita e neodecadente dell’inquilino precedente, Ontani.
Jim Dine, House of Words, Roma, Accademia di San Luca, fino al 3 febbraio.

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Letteratura

Ricordo di Valentino Vago

In questo tragico inizio d’anno sono a ricordare con commozione un altro scomparso eccellente, Valentino Vago, che si aggiunge nell’elenco in cui purtroppo già sono entrati Mauro Staccioli, Vittorio Fagone, Gualtiero Marchesi. Gli intensi rapporto che ho avuto per decenni con Valentino non erano incominciati molto bene. Mi devo rifare al 1979, quando realizzai, al secondo piano del milanese Palazzo Reale di Milano, la mostra “Pittura ambiente”, menzionata proprio nell’omaggio rivolto a Fagone, in quanto responsabile con me, in quel momento della programmazione mostre nel capoluogo lombardo. In quell’occasione ho dato la precedenza a un collega, a un “competitor” del nostro Vago, a Claudio Olivieri, forse perché mi sembrava che allora lui fosse maggiormente propenso a scostarsi dalla superficie e a invadere lo spazio. Infatti Olivieri, per quella mostra, concepì quasi un omaggio a Calder, appendendo dei lacerti cromatici, per una volta in libera uscita dalla tela, a delle specie di “stampelle” oscillanti nel vuoto, come se le svirgolature grafiche con cui negli anni ’60 infrangeva la monotonia della superficie per un momento prendessero corpo. In seguito Olivieri, con bella coerenza, si è tirato indietro da quella prova di forza, si è riadagiato nella superficie, ma movimentandola il più possibile al suo interno. In definitiva anche Vago rompeva la monotonia delle stesure compatte ricorrendo pure lui a delle frange, a delle screziature, ma forse le ho considerate non sufficienti a dare davvero un palpito spaziale alle stanze, mentre invece un altro che mi persuadeva, e che misi in mostra, fu il post-informale Marco Gastini. A dire il vero già allora Vago non si limitava a darci delle stesure compatte, ma le considerava come degli stagni per una pesca miracolosa. Infatti dal pelo di quell’acqua, di quella piscina magica emergevano come dei galleggianti a tinte vivaci, simili a quei minimi corpi che servono ai pescatori per segnalare che la preda ha abboccato. In seguito, mentre Olvieri rientrava completamente nel piano e vi si stringeva, Valentino ha compiuto un’operazione sempre più ambientale, e dunque quelle sue invasioni azzurrine o verdognole, più che essere delle distese acquatiche di laghi o stagni, sono divenute delle diffusioni aeree, dei cieli azzurrini, rarefatti ma di vasta espansione, caricati anche di intenzioni mistiche. Infatti Vago, buon credente, ha voluto dedicare la sua musa a un rilancio dei riti cristiani, si è comportato come un suonatore d’organo che fa diffondere la musica entro le absidi e navate di chiese, a conforto e sollecitazione di un culto sempre più tiepido. Beninteso, dall’ordine del sonoro nel nostro caso bisogna subito trasferire la similitudine in quello del visivo, ma il paragone è efficace proprio per designare l’espansione illimitata di cui Vago si è reso produttore, capace di superare le tradizionali divisioni architettoniche, di non lasciarsi ingabbiare da absidi, navate, cappelle, proprio come un gas nobile che si diffonde ovunque. L’artista era molto fiero di queste sue procedure, infatti anni fa mi ha invitato a compiere con lui un giro in macchina nei dintorni di Milano per andare ad ammirare alcuni tipici risultati di queste sue ampie e generose esalazioni, come di gas euforizzanti, tali da favorire l’afflato religioso dei partecipanti. Non aveva mancato di invitarmi anche ad ammirare un prodotto a distanza di questa sua “pittura ambientale” per eccellenza, in una chiesa del nostro culto eretta in un emirato arabo, ma confesso che non ebbi né il tempo né la determinazione per affrontare una visita così lontano da casa. Ora anche la sua esistenza terrena si è tramutata in una magica emissione, svanendo nell’aria come da una pira in cui secondo altre tradizioni si cremano le salme, illustri o meno. Forse ne dobbiamo intravedere una superstite presenza in qualche nuvola o nebbia o altro rarefatto effetto atmosferico.

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Attualità

Dom. 28-1-18 (dogane)

Chi legge con qualche costanza i miei solitari “domenicali” non può aver dubbi sull’avversità che nutro nei confronti di Trump. Fossi un cittadino statunitense, direi anch’io come milioni di altri “Trump, non sei il mio presidente”. Uno dei suoi reati più consistenti è stato quello di sostenere la “flat tax”, trovando pronta eco in tutti i destrorsi di casa nostra, ben lieti di fare gli interessi delle classi abbienti. Ma diverso è il peso della sua campagna a favore di una reintroduzione dei diritti doganali, Posso dire di averlo preceduto, su questa strada, in numerosi articoli stesi per una sede non dubbia come l’”Unità”, finché è uscita. E anzi, in quei miei interventi esortavo i sindacati di sinistra ad abbracciare quella causa, stabilendo in tale direzione un accordo con i loro corrispondenti degli altri Paesi europei. Si ragioni: predicare il libero commercio internazionale, l’abbattimento di dazi doganali e simili, sarebbe una causa giusta se il costo del lavoro fosse paritetico in ogni nazione del mondo, ma se da qualche parte è inferiore della metà o anche più rispetto ai nostri salari, portando a una produzione di merci con corrispondenti minori spese, cosa che succede per esempio in Cina o in India, come è possibile sostenere il diritto a un libero ingresso dalle nostre parti di una simile merce, suscettibile di fare una spietata concorrenza a quanto da noi prodotto? Purtroppo saremmo minacciati non solo dalla concorrenza di chi produce a costi enormemente più bassi in casa sua, ma ne viene anche la tendenza dei nostri industriali a trasferire all’estero le loro officine, proprio per sfruttare questo vantaggio. Si lasci pure che essi vadano a realizzare queste proficue combinazioni fuori dei nostri confini, purché le merci così ottenute restino su quei mercati, contribuendo utilmente ad accrescervi il livello di vita. Ma se compare la pretesa di importare quelle merci presso di noi, appare logica la necessità di introdurre proprio dei diritti doganali di compenso, così da porre quei prodotti in linea con i costi della fabbricazione quale è possibile presso di noi. Altrimenti la nostra classe operaia, altro che andare in paradiso, andrebbe risolutamente a picco. Il discorso mi sembra elementare, ineccepibile, e se anche viene dal diavolo Trump, non ne cancella la bontà intrinseca. Temo che i difensori a oltranza della libera circolazione delle merci strizzino l’occhio ai proventi che anche i nostri padroni del vapore potrebbero fare, o già fanno, andando a produrre in luoghi dove il costo del lavoro è decisamente basso. In sintesi, Trump è un diavolo perverso quando si fa capofila nel predicare la “flat tax,” ma diventa un buon diavolo quando difende il diritto degli Usa di mettere al riparo la propria classe operaia dall’invasione a prezzo inferiore dei prodotti altrui. Sarà possibile predicare un libero mercato, causa in sé più che giusta, solo quando i costi dei salari saranno pareggiati.

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Arte

Salvatori e un nuovo “scudo di Achille”

Giuseppe Salvatori presenta la sua produzione recente alla galleria romana “La Nuova Pesa”, in cui anima fra l’altro una rassegna periodica, “Viva”, affidata a una originale forma di discussione orale, davvero dal vivo, di temi strettamente attuali. Ho avuto il piacere e l’onore di inserirlo fin dagli inizi, nell’ormai lontano 1980, nella pattuglia dei “Nuovi-nuovi”, da me sostenuta assieme agli indimenticabili Francesca Alinovi e Roberto Daolio. Quel gruppo, lo ammetto, ha sofferto sia di una certa genericità di etichetta, sia di un numero considerato eccessivo di componenti, una ventina, apparendo così meno valido rispetto ad altre formazioni più selettive e con etichette più specifiche (Anacronisti, Transavanguardia), ma credo che alla lunga stia emergendo, anche al seguito dei due che ne sono sempre stati i portabandiera, Luigi Ontani, oggi divenuto onnipresente, e Salvo, purtroppo da poco scomparso e in attesa di una retrospettiva che ne dimostri tutta l’importanza. Ma anche gli altri hanno fatto, e stanno facendo la loro parte, attraverso una formula che alla fine mi sembra vincente, posta in sapiente bilico tra passato, presente, futuro, ricca di aspetti della cosiddetta “citazione”, strizzando cioè l’occhio ai fasti della tradizione, ma nello stesso tempo dandone una versione stilizzata, di grande eleganza, in linea con gli esiti migliori dell’immagine elettronica quale si rivela nei cartoons, o anche negli spot pubblicitari, pronta pure a raccogliere la tradizione del decorativismo, come è avvenuto in alcuni momenti delle avanguardie, tra Art Nouveau e Art Déco. Tra i meriti pregressi dei Nuovi-nuovi, c’era stato anche quello di articolarsi in due branche, degli “iconici”, capaci cioè di elaborare icone in tutto degne della nostra attualità, e invece soluzioni aniconiche, da ricordare l’arabesco, il graffitismo, le scritture alternative di tante culture extra-occidentali che ora stanno trionfando, proprio sull’onda impetuosa e liberatoria dell’elettronica. Salvatori in questa comparsa romana si presenta con 27 tavole preziose, ispirate all’Iliade e al suo eroe principale, Achille, ma non si pensi a una “citazione” pesante, troppo leggibile, al modo degli Anacronisti. Si tratta invece di una scannerizzazione leggera, quasi impalpabile, che ricava dai gloriosi miti del passato una serie di brillanti soluzioni grafiche, e cromatiche nello stesso tempo. L’omaggio principale è reso allo Xanto, il fiume in cui Achille fu immerso per dargli una quasi totale immunità. Ma appunto il prelievo di tracce e suggerimenti, come linfa preziosa ricavata da una pianta del caucciù, viene raccolto in una specie di coppa, di abside, anche se offerta a noi capovolta, in estroflessione. Infatti in Salvatori c’è una vocazione architettonica, che potrebbe farne un eccellente decoratore di pareti e suggeritore di proposte monumentali, ma a una tentazione del genere, a fare grande, lo blocca un innato senso della misura, delle proporzioni, il che lo induce a privilegiare i supporti rotondeggianti, chiusi su se stessi, proprio come dei preziosi scudi di Achille, colmi, al loro interno, di quegli indecifrabili messaggi che sono venuti da una visitazione di oggetti e figure. C’è però un filtro, per cui i corpi, se troppo pieni, non passano la selezione, lo scanner invisibile cui mi sono già riferito si limita a ricavarne tracce, profili, nodi, stemmi. Quegli spazi rotondi diventano anche come dei caleidoscopi che l’artista agita, ricavandone combinazioni sempre rinnovate, con la preferenza di andare ad animare soprattutto i margini. Come un danzatore che sa ben dove stanno i confini della ribalta, ma li sfida, preferisce muoversi sempre al limite, a costo di uscir fuori dall’area protetta. Oppure è il logico effetto che si ha quando un volume tridimensionale viene costretto a schiacciarsi sul piano, e allora l’adipe, compressa, si raccoglie proprio ai margini, li movimenta, vi traccia una ridda di pieghe. Un artista meno inventivo di lui sarebbe inseguito dal rischio di cadere nella formula, di soluzioni troppo simmetriche a livello grafico, o troppo univoche a livello cromatico, dando luogo a un noioso monocromo. Ma invece il nostro Pino si libera ogni volta da questi pericoli, trova slancio, inventiva, estro per una curva in più, per una variante pur sempre al limite. Come un cercatore d’oro che agita nel setaccio quanto ha carpito dal reale, e ci fa ammirare le delicate orografie che si depositano sul fondo, che del resto corrispondono pure al materializzarsi delle linee di forza di un campo elettromagnetico.
Giuseppe Salvatori, Xanto, Roma, La Nuova Pesa, fino al 28 febbraio.

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Letteratura

In memoria di Vittorio Fagone

Il 2018 è iniziato in modo disastroso per il mondo dell’arte. Ho già ricordato le scomparse di Gualtiero Marchesi, appartenente alla categoria dei grandi cuochi ma pure vicino al mondo dell’arte, e di Mauro Staccioli, presenza immancabile in ogni parco di sculture all’aperto. Ora è doveroso che io parli pure di un caro amico e collega come Vittorio Fagone, mentre già si profila l’ombra di un altro scomparso eccellente da ricordare, Valentino Vago. Sono stato legato a Vittorio da uno stretto rapporto in un’impresa di cui mi pare si sia perso il ricordo. Bisogna risalire alla fine degli anni ’70, quando sindaco di Milano era Carlo Tognoli, figura molto amata dai cittadini ambrosiani, che non lo hanno rinnegato nella triste ora degli scandali di Mani pulite e hanno continuato ad affidargli incarichi importanti. Come sindaco, aveva pensato a una soluzione ben articolata per il programma milanese nelle arti visive, non dando tutto il potere a una figura istituzionale quale Mercedes Garberi, direttrice delle raccolte civiche, ma affiancandole un comitato di esperti, anche se la soluzione, come a quei tempi appariva indispensabile, nasceva nel nome della partitocrazia. Io, allora molto vicino a Craxi tramite il suo braccio destro di quei tempi, Claudio Martelli, vi rappresentavo il PSI. C’erano pure Flavio Caroli, che allora batteva bandiera PCI, e Fagone, che si poneva all’estrema sinistra dell’arco politico. Non poteva mancare pure un rappresentante della Dc, nella persona dell’architetto Morello, che però esercitò il suo ruolo molto ai margini. E dunque, la maggiore responsabilità pesava sul nostro trio, cui si dovette il rilancio del secondo piano del Palazzo Reale, fin lì squallidamente avvilito per funzioni burocratiche. Noi lo rilanciammo con tre mostre di stringente attualità, io vi proposi “Pittura ambiente”, adatta alle molte stanze di quel luogo, ognuna delle quali poteva ospitare un “ambiente”, dove il ritorno alla pittura, allora nell’aria, si fondeva con una opportuna soluzione spaziale. Caroli puntò su una rassegna di poesia visiva e affini, Fagone vi dimostrò la sua vocazione per la videoarte e altre forme alternative, che anche in seguito sarebbero state tra i suoi interessi più rilevanti. Mi permetto di osservare che quel nostro rilancio non è affatto caduto nel vuoto. Quando, con la caduta del governo del Garofano, noi venimmo destituiti, la Garberi ne approfittò per collocare in quelle stanze l’abbondante raccolta di opere contemporanee del Comune, secondo una tendenza ora confermata dal Museo del Novecento, che dal corpo centrale dell’Arengario, in verità molto angusto, ha tentato un allargamento lanciando proprio una passerella verso quella provvida suite di sale, che però restano insufficienti, fermando la raccolta appena agli anni ‘70. Ma l’impresa più notevole condotta a termine dal nostro comitato è stata il concepimento e la realizzazione della mostra “Annitrenta”, che ha sdoganato tutta la produzione nata in quel decennio dell’era fascista, contribuendo in modo decisivo a scindere i meriti artistici di quella stagione da una sudditanza che erroneamente si credeva totale e soffocante alle imposizioni del regime. Credo che quella mostra resti uno dei più bei successi di tutta l’attività espositiva ambrosiana del dopoguerra.
Frattanto, a livello professionale, Fagone era entrato nella redazione della Casa editrice Feltrinelli, e anche su questo fronte molto stretti furono i nostri rapporti. Se non ci fosse stato il suo appoggio, unito a quello del suo collega Aldo Tagliaferri, io forse non sarei mai riuscito a far accettar il mio saggio “Arte contemporanea”, che ancora oggi tiene degnamente un posto in tutti gli scaffali delle Librerie Feltrinelli, Ma purtroppo venne una crisi finanziaria che mise a rischio la sopravvivenza di quella Casa, e causò comunque la fuoriuscita sia di Fagone che di Tagliaferri. Dopodiché Fagone ha preso la strada della curatela di istituzioni pubbliche, contando sia sulla sua solida conoscenza della nostra arte soprattutto del periodo “tra le due guerre”, sia sui nuovi media, il che fra l’altro gli ha meritato il prestigioso inserimento nel comitato direttivo della Documenta 1987, un riconoscimento che credo sia capitato a ben pochi altri studiosi di casa nostra. Come “curator” si devono ricordare i suoi incarichi successivi, dapprima a Bergamo, alla GAMEC, Galleria d’arte moderna e contemporanea, quindi alla Fondazione Ragghianti di Lucca. In entrambe quelle sue funzioni egli non ha mai mancato di invitarmi, sia per visitare e recensire le mostre ivi da lui organizzate, sia per tenervi conversazioni. In conclusione, con lui è una ulteriore quota parte della mia esistenza e carriera che se ne va.

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Attualità

Andrea Colombo giudica i Maledetti

Piuttosto che cincischiare una volta di più nell’asfittico dibattito nostrano in vista delle prossime elezioni, vale la pena di sollevarsi in “più spirabil aere” parlando del saggio di Andrea Colombo (1954) dedicato ai “Maledetti”, ovvero, come spiega il sottotitolo, a quegli intellettuali che sul finire degli anni Trenta si posero “Dalla parte sbagliata della storia”, militando a favore del nazifascismo e delle persecuzioni antisemite. Colombo ha indagato con puntuale precisione filologica su una ventina di presenze del genere, mantenendo un giusto equilibrio, non di condanna aprioristica, ma certamente neanche di assoluzione. Parecchi di questi casi erano già noti, io stesso credo di aver avuto modo di intervenire in merito, il mio pensiero va ai filosofi Gentile e Heidegger, agli scrittori Céline e Pound, agli artisti Marinetti e Sironi. Ma si stupisce e l’interesse si accende quando la lista si allarga a casi su cui non si aveva, o io almeno non avevo, chiara conoscenza. In un elenco del genere ci stanno Hamsun, Benn, Lorenz, Cioran, Eliade, perfino Eliot. Diciamo che le cose non sono poi andate molto male, in definitiva coloro che hanno pagato con la vita questo loro essersi posti “dalla parte sbagliata” sono stati soltanto due, il francese Brasilliach, che, come apprendiamo dall’accurata ricostruzione di Colombo, proprio nulla ha fatto per scagionarsi dalle sue colpe, quasi ricercando l’esecuzione capitale come una forma di suicidio. Noi Italiani dobbiamo lamentare la sorte del filosofo Gentile, la cui fine però è avvolta nel mistero, pare che avvenisse senza ordine esplicito dell’Associazione Nazionale Partigiani, si trattò di un delitto oscuro e trasversale. Forse fu un bene ringraziare che Marinetti morisse sul finire del ’44, così risparmiando a lui una uccisione violenta, e a noi il conseguente rimorso. E ancora, certo è deprecabile che Pound venisse esposto in una gabbia al pubblico ludibrio dei suoi connazionali, per essere poi relegato in una clinica psichiatrica, ma in definitiva così salvò la vita, sottostando, come gli altri, a una punizione soprattutto di ordine morale, peraltro giustificata e inevitabile. In definitiva, il comportamento di coloro che in quegli anni furono “dalla parte corretta” della storia fu abbastanza equanime. Tra tutti, i filosofi hanno ottenuto il trattamento migliore. Heidegger è tornato di moda, nonostante il suo indubbio parteggiamento per il nazismo, anche da parte di filosofi di ultra-sinistra, come Vattimo. In merito ricordo che io sono sempre stato, da buon fenomenologo, a favore di Husserl e contro l’autore di “Sein und zeit”, secondo gli umori dominanti nell’immediato dopoguerra. Ricordo che Umberio Eco, nell’invitarmi a collaborare a una rassegna del pensiero contemporaneo prevista da Bompiani, mi scrisse che “naturalmente” ci saremmo occupati più di Husserl che di Heidegger, tanto allora le azioni di quest’ultimo erano in ribasso, salvo poi a rialzarsi in modo a mio avviso eccessivo. Quanto a Gentile, a riscontro della sua fine tragica e del trionfo del rivale Croce, ricordo che il mio professore di filosofia al liceo ci diceva della sorpresa di aver assistito a un rilancio del pensiero gentiliano, su tutte le sponde, anche della sinistra, da Spirito a Calogero a Della Volpe, mentre Croce, nonostante la “parte giusta” da lui battuta, è stato lodato e seguito solo da mediocri letterati, e le sue azioni da filosofo sono crollate del tutto. Doloroso per me il caso dell’ammirato Céline, cui ho fatto dedicare e curato un numero monografico del “Verri” negli anni Settanta, tentando io stesso di giustificare il suo antisemitismo come difesa del mondo dei poveri, da bravo medico dei sobborghi quale lui sempre si sentì, e quindi avverso agli ebrei che vedeva soprattutto nelle vesti di affamatori del popolo, di rappresentanti dell’alta borghesia affaristica. E anche Pound inseguiva il suo sogno neo-medievale di una società libera dall’usura, dalla mentalità del profitto ad ogni costo. Ma certo queste impostazioni, pur comprensibili, in entrambi i casi hanno portato a esiti inaccettabili. Qualcosa del genere vale per il nostro Marinetti, mentre per un artista come Sironi, un’assoluzione è più facile, in definitiva un pittore vale per la qualità della sua opera, al di là del quadro teorico cui si ispira. Del resto tra pochi giorni andrò a lodare i grandi muralisti messicani, di cui sono note le affinità proprio coi nostri muralisti del calibro di Sironi, assieme ad altri non compromessi sul piano ideologico. E ci sono pure ben note corrispondenze con quanto stava avvenendo anche negli USA nel quadro del New deal roosveltiano. In definitiva, e riassumendo, fu giusto allora, e lo sarà in ogni momento, colpire chi ha commesso reati contro le persone, mentre il dibattito sulle idee dovrà sempre essere soppesato con cura, nei vari pro e contro.

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Arte

“Revolutjia”, una mostra reazionaria

Male ha fatto il MAMbo (Museo d’Arte Moderna di Bologna) ad accogliere una brutta mostra che avrebbe dovuto ricordare la Rivoluzione d’ottobre, nella ricorrenza del centenario, ma ordita da burocrati russi, con uno spirito da dirsi stalinista, o magari, con aggiornamento, putiniano, tale da beffare e tradire i grandi valori che in quel momento miracoloso videro procedere a braccetto i portati di una rivoluzione politica con quelli dell’innovazione estetica. Il torto non è di partire da lontano, dato che Ilya Repin e Valentin Serov hanno ben rappresentato in Russia il grande asse del realismo-impressionismo e oltre. Ma il difetto sta nella penuria con cui sono presenti i riconosciuti campioni delle avanguardie. Di Larionov, se non sbaglio, c’è un solo dipinto, un po’ meglio trattata la Gonciarova. Appena un dipinto di Tatlin, e del resto tra più noti, mentre si tace di tutta la sua opera successiva rivolta all’innovazione in architettura. Assente El Lissitkij, mentre anche del suo omologo Rodcenko ci sono appena due lavori. Sembra quasi che i reazionari curatori della mostra abbiano voluto escluderne per principio tutte le manifestazioni che non passassero per la tela dipinta, con l’unica eccezione del lavoro teatrale “Vittoria sul sole”, di cui vengono offerti manichini recanti i costumi dei scena di quell’opera, inaugurale della grande stagione del Futurismo in versione russa. Appena un’opera di Chagall, oltretutto delle più viste, forse si arriva a due con Kandinsky, mentre l’unico grande protagonista di quegli anni ad avere una buona documentato è Malevich, seguito nelle varie tappe della sua animata carriera, fino a darcene una specie di retrospettiva a sé stante, del tutto sproporzionata rispetto alle dosi parsimoniose con cui ci vengono serviti altri capolavori dell’epoca. E non ce n’era neppure bisogno, dato che Malevich è stato varie volte presente dalle nostre parti. Rispetto a questa prudente “politica della lesina” nei confronti degli autentici protagonisti di quella fortunata stagione, si sono volute inserire altre presenze, tanto per ammonirci che noi occidentali sbagliamo a leggere quel periodo con gli occhi dello sperimentalismo. In fondo c’erano pure i Kustodiev, i Lentulov, e soprattutto i Filonov, che magari qualche sussulto d’avanguardia l’hanno avuto, negli anni buoni, ma poi sono rientrati nelle righe, docili alla parola d’ordine della reazione. Di Filonov non ci si trattene neppure dal mostrare un ritratto di Stalin, che, ahimé, potrebbe essere sbandierato come vera essenza di questa rassegna mediocre, o peggio, reazionaria. C’è addirittura un’ala, di sinistra lungo la visita, che ricorda una mostra di qualche tempo fa al Palaexpo di Roma, però sinceramente dedicata ai Realismi della stagione staliniana, dove si tentava di salvare qualche esponente dal disastro generale, ma in quel caso tutto era posto in chiaro, non si gabellava il prodotto nel santo nome di una rivoluzione ormai lontana, anzi, negata.
Questa triste apparizione è tanto più penosa in quanto contribuisce a far dimenticare al pubblico bolognese un ben diverso evento, risalente ai primi anni ’70. Lo ricordo con nostalgia perché vi ebbi una qualche parte, avevo saputo di una straordinaria mostra organizzata dalla Hayward Gallery di Londra, “Art in revolution”, con titolo volutamente ambiguo, in quanto si voleva significare lo stato dell’arte sotto la rivoluzione, ma quando essa stessa aveva inalberato una coraggiosa vocazione rivoluzionaria. Ed era perfetta, con piena attenzione proprio verso quegli aspetti architettonici che nel triste prodotto attuale sono stati esclusi, assieme al ricorso ad altri mezzi alternativi al pennello. In quel momento ero assistente alla cattedra di estetica di Luciano Ancesci, nominato presidente dell’ Ente bolognese manifestazioni artistiche, preposto sia a realizzare le famose biennali di Cesare Gnudi e compagni, sia le imprese non altrettanto significative che Franco Solmi conduceva quale direttore della nostra, non ancora esistente, Galleria d’arte moderna (infatti l’esposizione fu ospitata dal Museo civico). Ci si era schiodati dal realismo alla Guttuso, ma per approdare al cosiddetto nazional-surrealismo di Leonardo Cremonini e compagni. Fu incredibile che Anceschi riuscisse a convincere un PCI allora molto arretato a mandar giù il rospo, ad accettare quella mostra sconvolgente. Ora è triste notare che in tempi tanto diversi quel rospo i bravi burocrati russi sono riusciti a ricacciarcelo in bocca.
Revolutija, a cura di Eugenia Petrova e Joseph Kibilitsky, Bologna, MAMbo, fino al 13 maggio.

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Letteratura

Maraini, ci starebbe bene un aborto

Forse ho maltrattato in eccesso, proprio su questo blog, Dacia Maraini e il suo penultimo romanzo, molto, troppo impegnativo, “La bambina e il sognatore”, risultato un affaticato centone di tutti i casi di maltrattamenti e abusi anche sessuali di cui, stando a tanti fatti di cronaca, soffre ai nostri giorni l’infanzia. Ora da lei ci viene un più agile “Tre donne”, che rientra nell’ambito oggi molto diffuso di una perfetta assuefazione dei nostri narratori a navigare nelle acque dell’attualità, con vicende perfettamente inquadrate nella vita dei nostri giorni, come si svolge in una grande città, distribuendo le parti giuste tra quanto è dovuto agli affetti, al sesso, alla lotta per ottenere un posto al sole, a quanto ci vuole per partecipare al comune banchetto degli usi e consumi quotidiani. E’ quell’enorme spazio oggi visitato di comune accordo da tutti i praticanti del settore narratologico, sia in veste cartacea sia filmica, che poi vuol dire elettronica, televisiva, con perfetta reversibilità da un capo all’altro. Infatti leggendo queste vicende al femminile, sembra di avere davanti un copione già pronto per tramutarsi in una puntata di qualche programma televisivo, o viceversa, di esserne il frutto a posteriori, in una assoluta equivalenza e permutabilità, di cui non sarò certo io a lamentarmi. Sono infatti un convinto sostenitore di quanto sia stato nel giusto Aristotele nel teorizzare a suo tempo la piena omogeneità tra l’epica, ovvero la narrativa in terza persona, e la tragedia e commedia, ovvero la vita umana recitata in scena. Aggiungiamo che in questa permutabilità ci sta pure il ruolo dei sessi, è più che giusto che una scrittrice rivendichi un protagonismo al femminile, riducendo la parte dei maschi. Qui infatti le tre donne, nei rispettivi ruoli di nonna, Gesuina, figlia, Maria, e nipote, Lori, sono praticamente sole, con maschi di cui sentono la necessità, per ragioni sia affettive sia fisiologiche, ma senza farsi troppe illusioni. O meglio, forse la nonna e la nipote avrebbero questa capacità, non invece la figlia, che appare come la creatura più debole. La brava Gesuina, che si guadagna la vita facendo punture, nobile tradizione già incontrata, temporibus illis, nella madre del protagonista di “Conversazione in Sicilia”, il capolavoro giovanile di Vittoprini, sa farsi gioco abilmente degli amori insostenibili di un fornaio, preso abilmente a gabbo. Della nipote, che in definitiva è il vero motore di questa tenue vicenda, dirò tra poco, mentre la creatura di mezzo, Maria, risulta essere la più debole, vittima senza difesa delle insidie di un maschio traditore, di un tale François insignito di tutti i caratteri di cui il punto di vista al femminile può gravare e accusare la controparte: falso intellettuale, egoista all’ultimo stadio, sempre pronto a fuggite, a tirarsi indietro. Il guaio è che non lo fa quando, in una di quelle rare visite periodiche che rende a Maria, non si trattiene dall’avere un rapporto, toccata e fuga, con l’avvenente figlia di lei, al punto tale da lasciarla incinta. E qui appunto si ha una prova in più di quanto Maria sia il lato debole di questo triangolo, essa non regge al colpo nell’apprendere che l’amato partner non solo è evasivo, sfuggente, ma che addirittura ha fatto una avance molto concreta verso la figlia. Il mondo le crolla addosso, fino a tentare il suicidio con la solita dose massiccia di tranquillanti, espediente le mille volte agitato e messo in atto, quasi sempre consentendo un salvataggio in extremis. E dunque, triste situazione delle nostre “donne sole”, una anziana e ormai fuori gioco, una di mezzo, priva di ogni illusione, il che del resto si può dire anche della giovane. A questo punto, però, mi chiedo se non sia lecito saltar fuori da una dimensione narratologica, che si fermerebbe a una simile triste constatazione di fatto, per imbracciarne invece una etico-psicologica. Del resto, forse che la Maraini non è una autorevole opinionista proprio su quest’ultimo piano e dalle colonne del “Corriere”? Possibile che non le venga spontaneo di suggerire alla sua eroina di fare la cosa più naturale e funzionale, data questa gravidanza assolutamente impropria e sbagliata: ricorrere a una pratica abortiva. In fondo, le nostre protagoniste vivono in una grande città, non sono legate a valori religiosi, il mondo rurale o di tradizioni ottocentesche è remoto. E dunque, la scrittrice sia coerente con la sua stessa piena adozione di una “way of life” all’altezza dei nostri giorni, imponga d’ufficio alla sua giovane creatura di sbarazzarsi di quella scomoda soma, unica mossa per rientrare nella normalità.
Dacia Maraini, Tre donne, Rizzoli, pp. 207, euro 18.

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Attualità

Dom. 14-1-18 (Maroni)

Il caso di Roberto Maroni è evidentemente analogo all’altro già visto di Alessandro Di Battista: nessuno crede alle ragioni private che li avrebbero indotti a un passo indietro nei rispettivi percorsi, si tratta di mosse tattiche per andare alla ricerca di nuove e più fruttuose possibilità. Di Battista, visto che al momento in pole position c’è il concorrente Di Maio, aspetta il suo turno per proporsi a sua volta come leader dei Cinque stelle. Anche per Maroni nessuno ha dubitato che la sua mossa sia volta a rimettersi sulla piazza per qualche incarico più prestigioso rispetto a quello di governatore della Lombardia. Divenire quel candidato premier di cui Berlusconi è alla disperata ricerca? O ottenere un posto nel caso di un governo della destra? Ma beninteso in entrambe le piste Maroni si trova sulla sua strada, forte come un macigno, l’ostilità di Matteo Salvini. Cose ben comprese e denunciate da tutti, per cui questa mia noterella risulterebbe del tutto superflua. Non mi pare però che in merito l’opinione pubblica sia risalita alle radici di questa disputa. Quando la stella di Bossi è tramontataa, sia per il cattivo stato della sua salute sia per i guai finanziari di famiglia, toccava appunto a Maroni prenderne il posto, ma in quel momento lui non ha creduto nelle potenzialità della Lega, l’ha ritenuta incapace di superare un dieci per cento di voti, e allora ha puntato sull’uovo sicuro del momento, rinunciando all’ipotetica gallina del domani, ovvero si è preso il lucroso incarico nella Regione Lombardia, lasciando al disprezzato rivale Salvini un osso che credeva spolpato, la segreteria del partito. Invece, come si è visto, Salvini, con ricorso a un becero populismo di bassa lega, è proprio il caso di dirlo, ha rilanciato, rimpolpato quell’osso, fino a renderlo di nuovo appetibile, ed ecco allora che Maroni ora rivendica una sorta di diritto di primogenitura, abbandonato allora, col vantaggio di essere più moderato rispetto al rivale, e dunque più in linea col moderatismo berlusconiano. Ma, come si diceva, a ostacolare questo furbo percorso sta il macgno Salvini, e non si vede come Maroni riesca a eluderlo, sarà un affascinante duello da seguire nei prossimi tempi.

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Arte

Ricordo di Mauro Staccioli

Il 2018 è cominciato male portando la morte di Mauro Staccioli (nato nel 1937), figura generosa e sempre pronta a entrare in azione. Anch’io non posso mancare di dedicargli un commosso ricordo, insistendo sulle occasioni, sempre felici, di incontro con lui. E’ stato un artista particolarmente adatto a realizzare sculture all’aperto, fidando su una agile struttura metallica di cui le dotava, e di un rivestimento con intonaco per lo più di un colore terroso, sanguigno. Agevolava senza dubbio questa sua prontezza di intervento una certa limitatezza nelle soluzioni formali, consistenti soprattutto in solidi essenziali, primo fra tutto il cerchio, che tendeva libero e gioioso nello spazio, come un ragazzo che gioca appunto al cerchio e lo fa scorrere di balza in balza. Per questa sua prontezza a occupare lo spazio aperto mi sono permesso di dedicargli una battuta, quando tra esperti si usa discutere di come definire l’entità, sempre più diffusa, che si usa dire di un parco di sculture all’aperto. Io mi sono permesso di osservare che la soluzione è semplice, basta riferirsi a un qualche spazio dove ci sia almeno un’opera del nostro Staccioli, tanto il suo modo di agire si identifica con una simile finalità. Fughiamo subito un sospetto, che questa sua essenzialità di figure geometriche, per lo più riferite a solidi regolari, fosse inevitabile vederla come una conseguenza del Minimalismo statunitense. Chi gli attribuisce una simile discendenza ignora un glorioso capitolo di figure solide nello spazio che qui in Italia abbiamo avuto proprio agli injzi degli anni ’60, soprattutto a Roma, con artisti come Lo Savio, Carrino, Uncini. E forse proprio con quest’ultimo è più evidente un nesso di affinità, che contribuisce ulteriormente ad allontanare il sospetto di una derivazione minimalista, in quanto gli statunitensi usavano più che altro un materiale metallico lasciato scoperto, mentre nel caso di Staccioli interviene quasi sempre un rivestimento, come detto sopra, che rimanda a un sentore di buona terracotta, quasi a voler ristabilire un rapporto di discendenza dall’arte etrusca di cui, lui nato a Volterra, si è sempre considerato un orgoglioso discendente. Quando nel ’93, d’accordo con l’amico Fabio Cavallucci, abbiamo pensato di far nascere a Santa Sofia, in Provincia di Forlì e ai piedi della diga di Ridracoli, sulle rive del Bidente, un parco di sculture all’aperto, stante la definizione di cui sopra, abbiamo ritenuto di dover cominciare appunto nel nome di Staccioli, magari, per scarsità di budget, non facendogli creare una struttura ad hoc ma acquistandola bell’e fatta da un precedente collezionista. Ed ecco arrivarci tre bellissimi dischi, quasi gigantesche forme di caciotta, provvisti di una sapiente stagionatura, bloccati in una ruzzola travolgente lungo i fianchi di un parco pubblico di quella città. Grato di quel nostro segno di apprezzamento, Staccioli ci ha poi invitato, pochi anni dopo, ad assistere a quello che forse è stato il suo massimo exploit, quando è riuscito a far nascere, in pochi giorni, nella cittadina sarda di Tortolì, ma più nota per il bellissimo porto, Arbatax, e i suoi marmi rosati, una intera selva di queste sue costruzioni, pronte a moltiplicarsi, e a variarsi quasi consultando un albo di pronta e accogliente geometria. Ricordo quanto fu simpatico atterrare. pur con un volo regolare di linea, in quella minuscola località, dove gli amici dei viaggiatori venivano ad accoglierli al bordo della pista in costume da bagno. Naturalmente, nel vasto territorio dell’Ogliastra, dove Tortolì è situata, quei suoi cerchi e spuntoni erano appena dei brufoli, dei bitorzoli, ma arditi, significativi. Una ulteriore occasione di rivolgermi a lui fu quando il Dipartimento delle arti visive dell’Università di Bologna ha occupato un ex-convento, il S. Cristina dove tuttora è stabilito, dotato anche di un ampio parco. Io, più volte direttore di quell’istituto, ho invitato gli amici artisti a ornarne le pareti, e fin qui tutto bene, ma non potevo certo dimenticare di fare appello al genio così ad hoc del nostro Staccioli, che infatti, con l’aiuto di una galleria padovana, mi fece avere un consistente concentrato di un’altra sua tipologia, una serie di cippi, di parallelepipedi mozzi, quasi una piccola Stone Henge da far sorgere in luogo appropriato. Pare incredibile a dirsi, ma anche in un momento in cui la sua fama era ormai saldamente stabilita ci fu una collega che si sentì offesa e fece crescere un roseto per nascondere alla vista quella serie di corpi provocanti nel loro francescano rigore. Ma purtroppo a bloccare l’operazione intervenne la ragione del vile quattrino, infatti l’Ateneo di Bologna gode di un’assicurazione automaticamente estesa a tutte le opere che si trovino all’interno delle sue stanze, mentre si deve pagare per quelle esterne, nessuno si assunse l’onere di quel balzello, e dunque i monoliti del Nostro tornarono a casa. Ma questa è stata appena una increspatura, tutta a torto dell’Alma mater, in quanto Staccioli trionfa ovunque qualcuno abbia osato puntare sulla formula del parco di sculture all’aperto.

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