Arte

Sargentini, una felice scorribanda

Fabio Sargentini, tra tutti i galleristi che hanno gestito le più stimolanti vicende dell’arte italiana negli ultimi decenni, è rimasto il più attivo e continuo. Gian Enzo Sperone ha chiuso la sua presenza in Italia, anche se ne mantiene una assidua a New York. Franco Toselli va e viene, tra un aprirsi e chiudersi di varie sedi. Invece Fabio può approfittare di una nascita risalente al padre Bruno. Fu lui infatti a creare l’Attico, che in definitiva è ancor oggi la ragione sociale cui il figlio si richiama. E si trattava davvero di un attico in un palazzo borghese di Piazza di Spagna, a poca distanza dall’abitazione di Giorgio De Chirico. Vi si saliva con un ascensore traballante, per entrare in un appartamento tradizionale articolato in tante stanze alle cui pareti Bruno appendeva una selezione straordinaria di dipinti, che col tempo sono fortemente saliti di valore: alcuni classici stranieri come Permeke e Victor Brauner, alcuni campioni della Scuola romana, da Mafai a Stradone, che ora l’erede dedica come “fiori” alla memoria del genitore. Il quale peraltro riusciva anche a fare un bel salto del dopoguerra schierandone un campione assoluto come Fautrier, avvicinandosi anche a Francesco Arcangeli e al suo “Ultimo naturalismo”. Io stesso vi presentavo uno dei rappresentanti di quella schiera, Vasco Bendini. Tra quelle mura nacque un intenso sodalizio tra Bruno, assai dentro ai poteri politici del nostro Paese, e il grande Momi, riuscendo a fargli dare, alla Biennale di Venezia del 1972, la gestione della partecipazione italiana, allora felicemente posta nel padiglione centrale dei Giardini, da cui una sciagurata, masochistica decisione ora l’ha allontanata relegandola nella zona più remota e squallida delle Corderie. C’era perfetta solidarietà tra Sargentini senior e Arcangeli nella difesa della “buona pittura” di specie informale, quindi assai ricca di spessore materico, ma nello stesso tempo Sargentini Junior, Fabio, pur ancora nell’orbita paterna, aveva già iniziato a scalpitare nel vecchio Attico, staccando idealmente i dipinti dalle pareti e occupando lo spazio centrale, tanto da chiamarvi, per esempio, Jannis Kounellis, che vi introdusse la famosa comparsa di un pappagallo, con un becco tremendo pronto a colpire gli incauti visitatori. Io stesso, coetaneo di Fabio, avevo assistito a quella trasformazione, tanto forte da obbligarlo a uscir fuori, a scendere a terra, alla ricerca di più ampi spazi per ospitarvi i prodotti della grande rivoluzione del ’68. Anzi, meglio, si doveva andare sottoterra, come Fabio fece spostandosi in un enorme garage nei pressi di Piazza del Popolo, dove si potevano ammirare le evoluzioni dello stesso Kounellis, passato dalla ridotta presenza di un piumato a quella ben più iingombrante e invasiva di cavalli reali. Eliseo Mattiacci vi manovrava addirittura una asfaltatrice, Beuys vi compiva le sue passeggiate salmodianti, e ci stavano pure i duetti canori di Gilbert and George in versione di “Singing statues”. Io stesso vi vidi e ammirai, le prime, geniali installazioni di Gino De Dominicis, e ne trassi l’impulso per concepire, proprio in occasione della Biennale del ’72, una sezione intitolata al “comportamento”, sostenuta dall’ardore giovanile di Momi, e dunque, in qualche modo, col placet concesso pure da Bruno. Era una tipica fase di arte in espansione, volta a uscir fuori dai sacri confini, a invadere senza limiti lo spazio. Ma poi Fabio, e io stesso, capaci di fiutare i segni dei tempi, abbiamo compreso che, come succede nei gas, a quel processo di dilatazione doveva far seguito un inevitabile momento di segno opposto, di contrazione, che cioè l’arte doveva rientrare nei “vecchi parapetti”. Ed ecco una terza trasformazione dell’Attico, che Fabio andava a porre a poca distanza da Campo dei Fiori, ritornando, ancora una volta a valersi di un appartamento decoroso, di buone tradizioni borghesi. Felice, ance se forse fortuito, il fatto che questa nuova sede fosse posta in via del Paradiso, a simboleggiare un processo dell’arte di risalita verso l’alto, verso valori sublimanti. Senza però rinunciare di colpo ai vecchi ospiti del sotterraneo, infatti taluni protagonisti di quell’allargamento inaudito di tecniche e proposte, sul tipo di Kounellis, Mattiacci, Nagasawa, Pascali, Patella, continuarono ad esservi accolti, ma accanto a loro comparvero pure i campioni di una specie di nuovo “richiamo all’ordine”, già cari a Sargentini senior, come Leoncillo e Bendini. E trovavano posto pure anche i campioni di un ritorno alla pittura attraverso la rivisitazione del museo, come l’estroso e multiforme Ontani, e due capofila dell’Anacronismo, Di Stasio e Paola Gandolfi. Ma soprattutto, Sargentini vi tirò su una nuova squadra che non temeva di ripercorrere i vecchi sentieri della pittura, benché in forme selvagge, o pseudo-ingenue, comunque sempre ardite, insolite, spiazzanti, ed ecco allora i Pizzi Cannella, Corsini, Ragalzi, De Paolis, Limoni, Barzagli, Montani, alcuni già accettati anche al di fuori del Paradiso, altri comparsi qui per la prima volta, come “voci nuove” di un eterno Festival di Sanremo. Insomma, un percorso sempre vivace e imprevedibile, con sortite e rientri inopinati. E’ più che giusto che ora Fabio intitoli il tutto sotto il vocabolo molto significativo di una “scorribanda”, davvero libera, estrosa, saltellante. Ed è merito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, della GNAM, offrire a questa marcia sussultante il suo salone centrale, in cui Fabio, confermando la sua qualità di “artifex additus” a tanti artefici, ha adottato una sistemazione ingegnosa, portando i vari ospiti a darsi la mano, a porsi gomito a gomito in una striscia continua, da cui saltano fuori solo i pochi campioni della scultura. Ne viene proprio una fascia continua, ma animata da continui su e giù, in base ai diversi formati dei dipinti, alcuni lunghi e stretti, altri di vaste dimensioni. Un modo eccellente per visualizzare il senso di una scorribanda irresistibile.
Fabio Sargentini, Scorribanda, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, fino al 4 marzo.

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Letteratura

“The Post”, film deludente

Mi valgo ancora una volta della da me proclamata unificazione tra narrativa e cinema (teatro) secondo il valido insegnamento scaturente dalla “Poetica” di Aristotele, il che mi consente di affrontare in questa rubrica un film piuttosto che un’opera letteraria. Si tratta dell’ultimo Steven Spielberg, “The Post”, che sono accorso a vedere con molte speranze, avendo espresso, proprio su questo spazio clandestino un pieno gradimento alla penultima fatica del regista statunitense, “Il ponte delle spie”, opera dominata da un eccellente attore come Peter Handke, che è pure il protagonista di questo ultimo prodotto, affiancato oltretutto da un’altra straordinaria attrice come Meryl Streep. Ma il risultato mi è sembrato deludente, e per intenderne la ragione serve ancora una volta il vecchio Aristotele, che sempre dalla sua “Poetica” predica la differenza tra la “storia”, che viene dalla radice greca “id”, volendo indicare la fedeltà a una realtà “tale e quale”, e invece un rapporto di invenzione spettante al “fare” dell’arte poetica, anche se questo deve pur sempre ripromettersi un qualche grado di vero-somiglianza, ma sta proprio qui il fattore discriminante, il “poeta” (narratore, regista), senza smentire del tutto una qualche verità storica, deve decidere come, in quale misura tradirla, riscriverla. Qui purtroppo il regista è stato troppo vicino ai fatti, dandocene una cronaca fedele, ma senza scatti di autentica creatività, e portando anche i suoi due pur eccellenti attori a ingrigirsi, a opacizzarsi in parti troppo normalizzate, tradotte in presenze sempre riprese da lontano, in campo lungo, e dunque nascosti, confusi fra tanti altri comprimari. Per esempio, bisognava drammatizzare l’impresa eccezionale, e piena di rischi, attraverso cui quel certo ifunzionario, Daniel Ellsberg, era riuscito a fotografare di nascosto il voluminoso dossier detto dei “Pentagon Papers”, voluto dal ministro di Kennedy, McNamara, proprio con l’intento di porre fine al massacro della Guerra in Vietnam, nei cui confronti d’altra parte lo stesso Kennedy non è stato esente da colpe. Che diamine, un’incursione di questo genere non doveva essere stata di agile e tranquilla conduzione, o quanto meno, proprio in nome di una tensione drammatica, il regista ci poteva mettere del suo, come ha fatto nel precedente “Ponte delle spie”. Sarebbe stato del tutto ammissibile, anzi, raccomandabile ispirarsi a un filone di insidie e pericoli insiti in prove del genere. Troppo semplice e indolore è anche la via attraverso cui questo dossier ad alta tensione perviene sul tavolo di uno dei redattori del Post, inoltre forse conveniva anche mettere la sordina alla concorrenza tra questo quotidiano e il New York Times. La realtà ci dice di perplessità e incertezze che hanno tormentato entrambe le équipes, rendendo in definitiva non poi così solitaria ed eroica la decisione del quotidiano meno diffuso a uscire arditamente. Un po’ più di enfasi attorno alla decisione finale assunta dalla proprietaria, Katharina Graham, non avrebbe guastato, invece di dilungarsi in eccesso sulle sue tormentate vicende familiari. Infine, ultima occasione perduta, bisognava forse avere il coraggio di entrare nei segreti recessi dove la Corte suprema statunitense si era riunita per decidere se autorizzare la scabrosa pubblicazione, o invece vietarla, con relative conseguenze penali per i trasgressori. La “storia”, la cronaca non potevano entrare in quei segreti recessi, ma la fantasia poetica sì, lo ha pur fatto in una tradizione di giurie popolari, di cui ha inventato i travagli, le tensioni, le votazioni multiple e contrastanti. Invece qui, dopo una breve attesa, esce fuori il verdetto illuminante, la costituzione degli USA è salva, la libertà di stampa viene riconosciuta. Questo ci dice la cronaca, ma è mancato del tutto un effetto di drammatizzazione. Magari, a compenso, sul finale udiamo la voce di Nixon, da orco cattivo, quasi presa in prestito dal Dio malvagio del Signore degli anelli, ma è una comparsa tardiva, già sappiamo che quella minaccia di Nixon sarebbe caduta nel nulla, e anzi si sarebbe ritorta contro di lui, ben presto caduto nei lacci del Watergate. Se qualcuno vorrà portare al cinema anche questa vicenda, si ricordi di vivacizzarla adeguatamente, oltre quanto la storia e la cronaca ci hanno già detto.

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Attualità

Dom. 10-2-18 (Italo)

Ritorno per una terza volta sulla questione se si debbano o no introdurre barriere doganali tra i vari Paesi. Uno dei sostenitori oltranzisti di un assoluto liberismo in tale materia è stato il nostro Ministro Carlo Calenda, però, intervistato dalla Berlinguer nel suo talk show, Cartabianca, ha ammesso qualche giorno fa che, in effetti, anche alcuni Paesi dell’Unione europea, come la Polonia e la Romania, sono molto lontani da noi nel costo del lavoro operaio, e dunque rischiano di farci una pericolosa concorrenza, se appunto, come del resto è prescritto dallo statuto dell’Unione, più che mai nei loro confronti è vietato porre ostacoli alla libera circolazione delle merci. La conclusione del Ministro è stata del tutto simile alla mia, che si doveva essere più cauti nell’ammetterli a pari grado tra di noi. Ma la cosa è già avvenuta, d’altra parte, proprio avvalendosi di questa stessa ammissione, si può ritenere che ben presto, quasi per il principio di un’ampia circolazione delle masse d’aria se non impedite da catene montane, anche quei Paesi si rimetteranno in linea coi nostri parametri. Ma credo che perché questo avvenga pure per la Cinindia, occorreranno numerosi decenni, e quindi nei loro confronti conviene adottare misure di contenimento.
Un fatto che si colloca in questa area di eventi economici è la scandalosa vendita di Italo da parte di un gruppo di privati a una società straniera, In proposito in un articolo odierno sul “Corriere della sera” Dario di Vico parla di una malaugurata “fatalità”, che cioè i nostri privati non ce la facciano a reggere il peso di aziende di vaste proporzioni. Io credo invece che sia il male insito in una conduzione privatistica, sta qui la ia eterna polemica con Francesco Giavazzi, accanito sostenitore della tesi secondo cui il privato è sempre meglio del pubblico. Questo può essere vero quando si tratta di medio-piccole industrie, dove senza dubbio i nostri operatori del privato si dimostrano capaci, come dimostra anche il buon esito dello export, quando invece si tratta di aziende di vaste dimenioni, non ce la fanno, ovvero non sopportano i rischi connessi, e alle prime difficoltà fuggono a gambe levate vendendo a chi capita capita, mossi solo dal proposito di ricavare dall’operazione lauti guadagni. Ovvero i nostri capitani non sono per nulla coraggiosi, ed è stato un errore immetterli, per sacrificare al mito della libera concorrenza, nel sistema nazionale del traffico ferroviario. A suo tempo mi sono chiesto in quale misura i soci di Italo abbiano pagato questo diritto di sfruttare una rete costruita con forte spesa di noi cittadini italiani. È ridicola ora la pretesa, avanzata nell’articolo del già menzionato Di Vico, di ricevere una qualche quota di compenso, da parte di chi, dei furbi venditori o dal subentrante straniero? Il bel risultato ora è appunto che in un ganglio vitale per il nostro sistema Pese è appunto entrato lo straniero, il che si viene a partecipare a industrie del latte o dei cosmetici, assai meno se si tratta della rete ferroviaria, o di quella delle comunicazioni, o di quella aerea. Si sanno i guai che questo principio secondo cui privatizzare è bello ha inflitto alla Telecom, al’Ilva, all’Alitalia. Ho già detto più volte che la differenza tra destra e sinistra passa proprio per questa frontiera: i grandi servizi nazionali non si privatizzano, la comunità deve assumersene gli oneri, certo evitando, se possibile, le ruberie, le lungaggini burocratiche, Ma l’inserire nell’organismo i privati porta senza dubbio a esiti peggiori.

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Arte

Cucullu, Monterastelli, il vincolo che li unisce

Oggi intendo collegare tra loro le mostre di due artisti in apparenza, e forse anche in realtà, molto diversi tra loro, che però mi sembrano collegati da un filo di vicinanza, e che comunque sono molto interessanti. Il primo di questi è Luca Monterastelli (1983), emerso nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2015, curato da Vincenzo Trione, e ora ripreso in un’ampia monografia, distribuita sui tre piani espositivi del palazzetto di Lia Rumma a Milano, una istituzione privata che contende orgogliosamente lo spazio ai maggiori musei ambrosiani dediti al contemporaneo. Monterastelli intende materializzare i vincoli che allacciano tra loro i membri di una comunità umana. A dire il vero sembra che non ami la componente organica, carnale, dei nostri corpi, preferendo evidenziarne gli scheletri, nudi, spolpati, oppure mettendo a nudo il reticolo dei nostri gesti. Ma se il fine è unitario, l’artista ricorre a materiali piacevolmente diversi. Così, a pianterreno, questo tessuto di gesti potenziali è reso con tubature metalliche, rigide ma anche contorte, come se più che di esseri umani si trattasse ormai di robot, obbligati a movimenti angolosi e spezzati. Invece in un altro piano permane lo spolpamento delle nostre componenti organiche, ma per mettere a nudo degli scheletri silicei, come se fossimo diventati dei molluschi, le cui membra col tempo spariscono e ne resta solo una trama arida, calcinata, quasi come una serie di “ossi di seppia”. Se comunque entrambe queste apparizioni sono improntate a un plasticismo, robusto, ben tramato, c’è pure una terza modalità di apparizione in cui invece queste formazioni antropologiche vengono schiacciate contro la parete, e si pensa allora a qualche reperto archeologico, a tavolette mesopotamiche, che però dalla notte del passato potrebbero risvegliarsi a nuova attualità andando ad animare le pareti di edifici, in uno dei molti aspetti che l’”arte pubblica” potrebbe utilmente assumere, dando luogo a una serie di bassorilievi, di poca sporgenza ma pieni di animazione al loro interno.
Molto lontana per tante ragioni la mostra di Santiago Cucullu, nato quasi vent’anni prima del suo giovane corrispondente (1983), in Argentina, poi trasferitosi negli USA, e dunque a grande distanza dalla Romagna dove Monterastelli ha visto la luce, così come ben distante dalla Lia Rumma di Milano è la napoletana Galleria Umberto di Martino dove ora questo artista espone. Che però mi è stato molto vicino, avendolo io invitato nel 2002 a Officina America, piazzata a Bologna e in altre sedi emiliane, dove Cucullu aveva già dato valide dimostrazioni di “wall painting”, come va ripetuto per questa sua prestazione napoletana. Il tratto in comune con Monterastelli è nel fatto che lui pure traccia sulla parete il gomitolo di rapporti con cui si può manifestare la presenza di un essere vivente nello spazio, quasi che il “dripping” pollockiano si fosse raddrizzato, e invece che piovere sul pavimento, venisse proiettato sui muri. Anche in questo caso l’arruffato rotolo dei legamenti appare spolpato, sennonché tra i lacci, come di una piovra che si sia impadronita di una preda, sopravvivono le icone ben riconoscibili delle vittime. E se Monterastelli sa variare abilmente la sua presa attraverso il ricorso a materiali diversi, il suo socio lontano (e forse solo abusivamente da me chiamato in causa) gioca invece la carta delle dimensioni. Infatti talvolta queste soffici matasse si allargano, spaziose, elastiche, in un vasto tratto di parete, in altri casi vengono raccolte su piatti, su stoviglie, come se quella abbondante e fertile pioggia meritasse di essere raccolta su superfici e contenitori più minuti, come se una abbondante sorgente di liquido vitale, invece di sprecarsi per intero nel vuoto, venisse raccolta e conservata. Si pensa magari alle preziose secrezioni del caucciù estratte da tronchi altrimenti contorti, esagitati, improntati a un generoso spreco di sé.
Luca Monterastelli, Milano, Galleria Lia Rumma, fino al 13 gennaio. Santiago Cucullu, Napoli, Galleria Umberto Di Martino, fino al 12 marzo.

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Letteratura

Sopravvivenza di Marinetti

Devo essere molto grato a una casa editrice spagnola, dal curioso nome di Casimiro, che ha edito in buona traduzione due cose mie, un lontano (1967) “mensile” della allora benemerita Fratelli Fabbri, da me dedicato al fenomeno, mai ben studiato qui in Italia, dei Preraffaelliti. Di recente, in esile plaquette, ha pure offerto sempre al pubblico iberico il mio saggio del 1971 su De Chirico, quello oserei dire famoso in cui ho proposto una interpretazione globale del nostro artista, superando la solita spaccatura gravante su di lui tra una sua fase “buona” e invece una successiva da condannare. Ma non è tutto, Casimiro esce anche con testi italiani, proponendo per esempio una “chicca” straordinaria, un’operina di Filippo Tommaso Marinetti, “Spagna veloce e toro futurista”, il che mi consente, ma dovrebbe pure consentire all’intera opinione critica nazionale, di riaprire ed estendere il discorso su questa grande figura, come del resto era già stato possibile all’apparire di una sua opera estrema, rimasta inedita, “Venezianella e studentaccio”, uscita con attenta cura di Paolo Valesio, un mio concittadino, ma di vasta apertura internazionale, con cui avevamo concepito il progetto generoso di una edizione nazionale dell’opera omnia del padre del Futurismo. Insisteremo nella speranza di giungere prima o poi a questa meta. Su di lui pesa l’assurda pretesa di restringerlo alle pur meravigliosa e fondamentale stagione dei manifesti con cui ha rivelato e imposto al mondo intero le coordinate del Futurismo. Come se poi, per un trentennio, fino alla morte, nel 1944, avesse vissuto di rendita, oltretutto con la macchia della compromissione mortale col regime fascista. Buon per lui, e per noi, che se ne andasse prima della caduta di Mussolini, diversamente qualche sciagurata pallottola avrebbe potuto abbatterlo, come è avvenuto nel caso del filosofo Gentile. Ma appunto tra la stagione senza dubbio magica ed eccezionale dei “manifesti” e la morte ci sta un laborioso cammino disseminato di buoni esiti. Come questo del 1928, che nasce all’insegna di un diario di viaggio, quando Marinetti era ancora universalmente celebrato come inventore di uno dei movimenti più rivoluzionari del secolo. In quell’anno lo chiamano per conferenze a Madrid e a Barcellona, dove lui si reca con mezzi “veloci” e in linea con la tecnologia del momento, aereo, auto, stendendo appunti di viaggio, del tutto coerenti con la sua forma mentis. E il titolo ne è la diligente denuncia. Magari conviene partire dal fondo, dall’esaltazione del “toro futurista”, in cui si potrebbe cogliere il banale ossequio a un luogo comune turistico, il che porterebbe a insinuare già qui una nota di disapprovazione. Elogiare quello stupido sacrificio di una bestia votata all’uccisione certa è in totale contrasto rispetto alla nostra attuale sensibilità “animalista”, e magari vi si può cogliere l’aspetto funesto di un Marinetti rivolto a inneggiare alla guerra. Senza dubbio è così, ma almeno va notato al positivo che quella lotta, a suo avviso, si deve svolgere ad armi pari. Nel libello infatti si fa parlare il toro, che si prende beffe dei suoi competitori e delle loro paure, e invoca addirittura per sé una specie di pensione dorata, nel caso di sopravvivenza. Proprio in questi giorni il problema si è riaperto, a proposito dei cavalli da corsa, infatti ci siamo chiesti che fine fanno, e se non sia possibile evitare che vengano portati al macello.
Ma non a caso il capitolo della corrida è posto al secondo posto, il corpo principale dell’opuscolo è dedicato proprio ad annotazioni “veloci” dedicate alla Spagna, che stanno tra la prosa e la lirica, come del resto sarà per l’ultimo prodotto sopra ricordato. E proprio parlando di questo, mi ero sentito in dovere di fare un parallelo con l’opera del Joyce posteriore all’”Ulisse” e rivolto al laborioso incrocio semantico affidato al “Finnegans Wake”. Anche Marinetti, per dare segno di una rapida stenografia, non rinuncia alle onomatopee, cercando che la parola catturi il suono e che la pagina diventi uno spartito. Ognuno di questi capitoletti si conclude proprio con una di queste trascrizioni: Muumuugolaare, Avvvento, Agoniia”, ecc. Naturalmente compaiono i dati di una Spagna pigra, attardata, prigioniera di una vecchia civiltà contadina, dominata per esempio da “lentissime mule”, cui tenta di porre rimedio proprio l’automobile che trasporta il nostro condottiero nel rapido passaggio da Madrid a Barcellona. La macchina infatti “sobbalzando strizza rapidamente la strada che furente si risolleva globulosamente bianca”. Da notare in particolare il valore di quell’avverbio coniato per l’occasione. Più avanti compare un’altra vivida registrazione sonor: “cruc crac cruc crac /di un pezzo di pane duro in bocca”, ma non mancano certi gratificanti compensi di specie lirica, che ancora una volta possono rimandare al Joyce delle epifanie: “Come trema quel filo d’erba!”, anche a dimostrazione che siamo in presenza di un vero poeta e non di un esecutore programmatico di effetti preordinati. Del resto segue poco dopo un’altra annotazione dello stesso genere: “Il fresco infinito mi bacia le guance”. In fondo, una simile duplicità di componenti è espressa al meglio nella dichiarazione di voler mirare a una “solidarietà di carne +acciaio”. C’è insomma, malgrado tutto, una massa di dati reali che resistono, anche se indubbiamente l’autore intende registrarli, renderli “quadrati”, farli entrare a forza in una scatola, che al momento è l’auto veloce su cui viaggia, ma che oggi potrebbe essere l’apparecchio registratore, o magari il telefonino, il cui obiettivo, di impadronirsi di quella realtà ruspante e resistente, non è però del tutto facile. Infatti “ostinatamente si rifiuta d’entrare nella scatola quel dorso di cammello o sierra”. Naturalmente, pur dovendo riconoscere la sopravvivenza di una Spagna antica, immemoriale, il proposito marinettiano non può che essere di convertirla a una dimensione innovativa di progresso tecnologico, per effetto del quale “Le nuove lune elettriche di Barcellona e di Bilbao vietano all’antica fuliggine dei roghi cattolici di risporcare l’orizzonte spagnolo”.
F.T. Marinetti, Spagna veloce e toro futurista”, a cura di Daniele Corsi, Madrid, Casimiro, 2017.

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Attualità

Dom. 4-2-18 (ancora dogane)

Nel manifestare, domenica scorsa, una rara, e spero del tutto momentanea sintonia col Donald Trump che propone l’introduzione di barriere doganali nel commercio internazionale allo scopo di proteggere gli operai statunitensi, mi sono viceversa trovato in disaccordo con personalità politiche cui di solito va la mia adesione. Mi riferisco in particolare al ministro Calenda, che ha definito l’affermazione di Trump, prontamente ripresa dalla Lega di Salvini, una “totale stupidità”, frutto di disinfomazione. Si sa bene che Calenda attualmente gode di vasto credito, anche se non è ben chiaro a che cosa stia mirando. Ritengo che, al pari di altri, la rinuncia a candidarsi nelle prossime elezioni sia solo un prudente gesto di attesa, in vista di una possibile chiamata al ruolo di premier, come mediatore tra forze partitiche costrette a qualche piccola o grande coalizione. E certo, se le barriere doganali italiche dovessero rivolgersi ad altri Paesi dell’UE la pretesa sarebbe insensata, o addirittura vietata dalle regole dell’Unione. La sostanza di quanto almeno riguarda la mia presa di posizione è che non ci può essere libero mercato con Paesi in cui la retribuzione del lavoro operaio sia troppo inferiore rispetto ai nostri parametri, per tale ragione ho sempre invocato un intervento massiccio dei sindacati, che su un simile argomento potrebbero tentare di raggiungere un’unificazione europea. Per quanto, non possiamo ignorare che proprio all’interno della nostra comunità esistono spareggi del genere. Per esempio, in Polonia i salari sono senza dubbio inferiori rispetto ai nostri, il che avrebbe dovuto essere motivo di riflessione prima di ammettere quel Paese nell’Unione, o potrebbe far scattare l’ipotesi, altrimenti insensata, di un’Europa a due velocità. Ma la Polonia, e suppongo anche la Romania, sono in rapida crescita, e non tarderanno a entrare in sintonia con i nostri valori. Mentre ritengo che molto tempo debba trascorrere prima che un simile adeguamento avvenga in Cina, India, Brasile, per cui barriere doganali in quelle direzioni mi sembrano necessarie, soprattutto per bloccare la tentazione dei nostri industriali di andare a produrre là, poi reintroducendo le merci a più basso costo. E’ insomma una questione di regolamentazione dei flussi, quasi come avviene anche in ambito meteorologico. Quando due aree si trovano a un diverso stato di pressione atmosferica, dall’una all’altra avvengono rovinosi spostamenti di masse d’aria, mentre quando i valori meteorologici sono a un medesimo livello, la circolazione avviene in modi più corretti e accettabili.

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