Arte

Un giusto omaggo a Albrecht Duerer

Una mostra che nessuno potrà accusare di essere superflua o ripetitiva è quella ora offerta dal milanese Palazzo Reale e dedica a Albrecht Duerer (1471-1528), affidata oltretutto allo storico d’arte più adatto a curarla, l’olandese Bernard Aikema che ha assunto con massima autorevolezza il ruolo di “ponte” tra la pittura del Nord, Fiandre, Germania, Olanda stessa, e l’area mediterranea, col nostro Paese alla testa. A siglare un simile ruolo Aikema è stato pure insignito di una cattedra all’Università di Verona, cioè della città che nei secoli è stata la porta di passaggio dei vari scambi tra Nord e Sud. C’è anche da menzionare la perfetta “lezione magistrale” che Aikema fornisce proprio all’ingresso della mostra riassumendone i caratteri in un messaggio bilingue, e così fornendo uno strumento di comunicazione assai più valido di dotti cartelli a stampa. L’unico appunto che mi sentirei di fare alla mostra ne riguarda il titolo, con quell’ennesima etichetta di Rinascimento a immergervi anche il grande pittore tedesco. Penso che sia un termine inflazionato e inconcludente, meglio eliminarlo per fare chiarezza. O ammettere, come ha fatto il maggior interprete storico di tutti quei secoli, il nostro Vasari, che semmai ci si deve portare all’alba stessa del fenomeno, a Cimabue, sul finire del Duecento, quando l’artista fiorentino abbandonò la lingua “greca”, ovvero il mosaico bizantino, per tornare al “latino” dei padri, ritrovando il naturalismo-realismo della tradizione greco-romana, che poi si sarebbe sviluppato quasi ininterrottamente, fino all’Impressionismo. Molto meglio rifarsi alla griglia di stili, da lui detti “maniere”, che il Vasari con estrema perspicuità fissò nei proemi alle “Vite” in numero di tre, concludendo con una “maniera moderna”, propria di Leonardo, Raffaello, Giorgione, Tiziano. Ecco pronunciata la parola, che può apparire molto generica, ma che è l’unica conveniente: modernità. Solo che Vasari, magari, da quella sua modernità così felicemente individuata, pretendeva proprio di escludere Duerer, mentre noi ve lo dobbiamo includere a pari merito con i rivali italiani, pur introducendo una distinzione capitale. Tra gli attributi che con tanta proprietà l’Aretino assegnava ai “moderni”, vita, movimento, disinvoltura, al tedesco mancò un attributo decisivo, la morbidezza di un’immersione atmosferica. In altro luogo mi sono permesso di usare aggettivi molto banali, parlando, per i nostri, al seguito di Leonardo, di una modernità “bagnata”, mentre quella del tedesco è “asciutta”, non conosce cioè l’abbraccio atmosferico e la relativa corrosione dei lineamenti, questi restano “duri”, con un facile gioco di parole cui ricorreva lo stesso Vasari, pronto a redarguire i suoi colleghi toscani, come il Pontormo, che si facevano incantare da quel linearismo impeccabile. In effetti il Duerer è grande soprattutto nel disegno, affidato all’incisione, alla lito, alla xilografia, eppure, se si guarda bene, sa muovere ugualmente i contorni, dargli spessore, vibrazione, dinamismo, col che acquista del tutto un biglietto d’ingresso nella modernità. E ne risulta anche una linea divisoria rispetto a tanti suoi connazionali che invece restano dentro la “seconda maniera”, sempre per dirla col Vasari, e che qui giustamente Aikema invita al comune banchetto, dove però se ne stanno un po’ appartati, e sono i vari Cranach il Vecchio, Hans Baldung Grien, Albrecht Altdorfer. Del resto, non è affatto una questione di nazionalità, di DNA, che nella cultura ha poco da insegnare, bensì di fasi storiche, di generazioni. Infatti la medesima rigidità, di corpi inanimati, fatti di pelli “scorticate” (direbbe il Vasari), o di lamine metalliche, la troviamo pure nei Nostri, anch’essi qui convocati, sul tipo di Alvise Vivarini, Vittore Carpaccio, e perfino il pur grande Mantegna. La fatale scissione si insinua anche nella famiglia Bellini, tra un Gentile, che resta immobile al pari di ogni altro compagno di generazione, mentre il solo Giovanni sa spingersi oltre, e dialogare con i “moderni”, in una fertile partita di scambio. Del resto, in questa sua indubbia conquista del traguardo della modernità, Duerer non rimase certo isolato, ma si trascinò dietro alcuni seguaci anche al di qua delle Alpi- Non si comprendono il Lotto, il Savoldo, magari il Moretto da Brescia, se non si avverte quanto venissero influenzati dall’esondare, fuori dai confini germanici, di quel Tedesco del tutto centrale e propositivo, pronti a seguirlo nella pratica di una modernità, ma secca, anche la loro. In proposito si è avuto l’errore di Roberto Longhi, restio, quasi sulla scorta del Vasari, a riconoscere i meriti dell’artista tedesco, e a confabulare attorno a una inesistente linea padana, quando invece, in loro, si trattava di un evidente influsso proveniente dal magistero duereriano. La geografia ebbe il suo peso, ma non per influsso di una mitica Padania, simile a una misteriosa Atlantide, ma per tangibili ragioni di vicinanza territoriale. E beninteso la durezza stilistica transalpina si accompagnava anche a una analoga rigidità di costumi, ai limiti con la Riforma.
Certo, se si ammirano i pochi capolavori tradizionali del repertorio duereriano presenti in mostra (alcuni musei hanno rifiutato i prestiti), come la “Festa del Rosario”, o “Cristo fra i Dottori”, si potrà rilevare, sì, la secchezza dei contorni, come se il colore fosse intervenuto a posteriori, a riempire tracciati segnati col bulino, ma, come già si diceva, le figure vibrano, si agitano, acquistano un movimento, che c’è, seppure poco appariscente Del resto, se si vuole una conferma dell’indubitabile “modernità” del nostro artista, basterà ammirare i paesaggi che seppe impostare nei suoi viaggi proprio verso il nostro Paese, a fine ‘400 e ai primi del ‘500, quando venne a suonare il piffero non solo verso il Lotto, ma anche verso Giorgione affrettandone la maturazione, e forse battendolo sul tempo nella composizione di paesaggi miracolosamente sciolti, liberi, su sui il Longhi avrebbe dovuto fissare la sua attenzione per dargli un adeguato riconoscimento di prontezza di sensi. Ma certo gli era congeniale irrigidire il suo discorso nelle varie prove grafiche, che costituiscono il nerbo della mostra, in quanto, dato il loro carattere di arte moltiplicabile in parecchi esemplari, è più agevole averne il prestito Ma anche qui, non ci si lasci incantare dalla apparente fissità delle immagini, dalla loro ieraticità. Un’osservazione del genere vale perfino per la più nota delle opere incisorie di Duerer, la “Melanconia”. Smettiamola di versare dotti fiumi d’inchiostro sui significati reconditi dell’opera, seguiamo il Vasari, anche se restio ad ammirare quell’incisione, lasciamoci incantare dalla perfetta convivenza tra i “duri” corpi geometrici, quasi di anticipo sul Cubismo, e invece lo sfrangiarsi in mille pieghe dell’abito e della manica della figura pensosa. Non riusciamo a leggerne il pensiero, ma dobbiamo apprezzare il libero, ben chiaroscurato, in definitiva morbido gioco disegnato dalla veste, che dà verosimiglianza, credibilità perfino alle ali, come fossero le appendici di qualche indumento alla moda, di uso normale e quotidiano.
Duerer e il Rinascimento, a cura di Bernard Aikema. Milano, Palazzo Reale, fino al 24 giugno. Catalogo 24orecultura.

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Letteratura

Marco Balzano, hic optime manebimus

Ricevo e commento ben volentieri il romanzo di Marco Balzano “Resto qui”. Con riferimento a questo autore, devo confessare la mia ignoranza, in riferimento ai suoi tre romanzi precedenti, e anche alla circostanza che uno di questi ha riportato nel 2015 il Premio Campiello. Dico subito, per un primo confronto, che a mio avviso avrebbe meritato assai più il Premio Strega rispetto al vincitore dell’anno scorso, Paolo Cognetti, per cui non vale certo l’affermazione di costanza e di adesione a un luogo geografico e culturale quale risulta fin dal titolo di quest’opera. Cognetti mi è sembrato colpevole di una incertezza di collocazione, tra un protagonista che si reca in montagna solo in vacanza, come avviene anche nelle sue puntate addirittura himalayane, e invece un solido montanaro, ma insidiato, aggirato proprio dal pendolarismo di quel visitatore nomadico. Qui invece si assiste a un pregevole radicamento in un territorio, che per di più è insolito, e oltretutto raggiunto in controtendenza. Si tratta infatti di un Sud Tirolo che magari siamo abituati a vedere dalla parte di qua, di nostri concittadini che, andati ad abitare da quelle parti, devono subire l’offensiva linguistica di una cittadinanza rimasta fedele al proprio tedesco. Qui invece è il contrario, la solida maggioranza di lingua germanica si vede insidiata, negli anni tra le due guerre, dalle manovre con cui il regime fascista tenta di imporre agli abitanti l’italiano come lingua d’obbligo, nel sistema scolastico e nei vari impieghi. In proposito si può ricordare il romanzo di Giorgio Falco, “La gemella H”, del 2014, in cui parte rilevante è la marcia forzata di un cittadino tedesco che cerca di raggiungere proprio l’Alto Adige per salvarsi dalla imminente persecuzione hitleriana. Ma poi l’opera, alla fine di quel viaggio forte e ben scandito, si smarrisce in successive tappe nel nostro suolo. Qui invece il baricentro resta ben fermo, solidamente impiantato in una piccola località, Curon, nei pressi di Merano, non so bene se davvero esistente o se inventata, ma certo provvista di tutti i requisiti di una completa attendibilità. La storia inizia con una emigrazione. Marica, adolescente, lascia i genitori, la madre Trina, il padre Erich, per accogliere il fascino della Germania hitleriana che chiama a sé i figli irredenti, e poi sparisce nel nulla. A merito di questa vicenda sta senza dubbio il fatto di disprezzare con stoica determinazione ogni “happy end”, infatti di quella figlia in fuga non si saprà più nulla, il che dà modo alla madre Trina di impostare un lungo lamento in prima persona, da ricordare l’accorato appello emesso dalla nonna del ben noto romanzo di Susanna Tamaro, “Va’ dove ti porta il cuore”. Magari, pur apprezzando le ferme linee di condotta imprestate dall’Autore ai suoi personaggi, diciamo pure che questa scomparsa appare abbastanza inverosimile. Anche se erano tempi di non facili comunicazioni, soprattutto per una famiglia di poco reddito, resta tuttavia un caso poco credibile che una fanciulla sparisca così, e per sempre. Da notare che un’altra sparizione di uguale natura minaccia di nuovo il povero nucleo familiare, nella persona del figlio. Michael, anche lui sensibile al richiamo della germanofonia, pronto ad accorrere nelle file della Gioventù di fede hitleriana, ma almeno questo secondo figlio resta vicino ai genitori e in più occasioni ne assicurerà la salvezza. Comunque i due coniugi restano solitari, a soffrire di una doppia persecuzione, dapprima quella del fascismo che diffida del prepotente vicino e difende coi denti l’italianità del Sud Tirolo. Poi avviene l’alleanza tra le due dittature, e di nuovo l’infelice coppia soffre di questa mutata situazione, lui parte per il fronte, dove Italiani e Tedeschi combattono fianco a fianco, i primi con la ben nota impreparazione cui gli alleati più forti tentano di porre rimedio. Ma poi, quando i nostri “tradiscono”, ecco che sono i fratelli di lingua tedesca a invadere quel lembo di terra e a perseguitarvi i resistenti, gli antifascisti, quali sono rimasti, con ferma fede, i due eroi della vicenda. Da qui una trama di ristrettezze, miserie, fughe, nascondigli in casolari abbandonati, in cui Balzano rievoca, abbastanza correttamente, l’epopea resistenziale di un Beppe Fenoglio. E non è ancora finita, infatti superata la bufera delle persecuzioni nazifasciste e dei rischi di una latitanza al fianco delle forze della resistenza, si presenta subito un nuovo ostacolo, una decisione, rimbalzante nei decenni, di allagare la vallata per ricavarne un bacino alimentatore di centrali idroelettriche. A questo punto la nostra storia, cadute le tentazioni resistenziali e antifasciste, deve imboccare un sentiero che conosciamo bene attraverso l’epopea dei no-TAV, di coloro che difendono, ma in altre zone del nostro Paese, la sopravvivenza di valli, monti, case contro lo spianamento, la distruzione avanzanti in nome del progresso. Io personalmente sono alquanto favorevole alla causa dell’apertura di nuove vie di comunicazione, e non condivido i moti protestatari dei no-TAV, ma devo ammettere che la nuova battaglia in cui i nostri due si impegnano, è molto convincente e porta a meditare, a nutrire qualche dubbio sulla buona causa del progresso. In ogni caso il “Resto qui” risulta confermato, ribadito sempre in misura convincente, e perfetta è l’immagine della copertina del libro, con quel campanile circondato dalla crescita di acque che ne minacciano la sopravvivenza.
Marco Balzano, Resto qui, Einaudi, pp.

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Attualità

Dom. 25-2-18 (freddo)

C’è preoccupazione in giro per i molti tumulti e risse che si accendono di qua e di là in Italia in vista delle elezioni del 4 marzo. Il “Corriere della sera” di giovedì scorso titolava giustamente “Violenza sul voto. Allarme piazze”. E ci si chiede a che cosa sia dovuta questa ondata di agitazioni. Qualcuno si suppone con preoccupazione che si ritorni al clima anni 70 del brigatismo, o addirittura a quello degli anni 20, tra fascismo e antifascismo: Io credo che ci si debba rifare a un connotato di cultura materiale, magari sulla scorta di quel grande mentore che resta Marshall McLuhan, anche se dai più snobbato, inascoltato. Il fatto è che lo scontro politico da una base fondata sulla scrittura si è trasferito a una sfera dell’oralità, accompagnata da gestualità, sonorità eccetera. E’ anche una sconfitta del visivo a favore di reazioni sensoriali più immediate. Ovvero, per dirla proprio con McLuhan, i mezzi “caldi”, concentrati su mezzi specializzati, cedono al “freddo” di mezzi più diffusi e di pronto intervento. Si potrebbe notare, in concomitanza, che la propaganda elettorale, nella presente tornata, evita ugualmente il visivo dei manifesti. Lo indicava una eloquente vignetta di Gianelli, di nuovo sul “Corriere” di qualche giorno fa, dove apparivai una parete dedicata all’affissione dei manifesti, dove ne campeggiava soltanto uno, isolato, spiccante nel vuoto. Il dibattito si è trasferito nei talk show, dove i vari contendenti si misurano con diretta aggressione verbale, o se c’è un rimando, questo viene affidato ai “social”, ugualmente di pronto impatto. Si dirà che i vari twitter, sms, facebooks non evitano certo la scrittura, ma si sa bene che si tratta di scrittura veloce, fatta di brevi appunti, di segni convenzionali, di una sorta di stenografia riveduta e corretta, anticamera di un pronunciamento immediato e appunto di natura orale. Accanto a McLuhan, e facendo un passo più indietro, si potrebbe risalire a un padre ancor più fondativo, a Filippo Tommaso Marinetti, apostolo già agli inizi del secolo scorso di una scrittura che sapesse farsi sempre più veloce e sintetica, sempre a un passo dalla traduzione in emissione acustica. Quando nel 2009 si sono condotte le celebrazioni del centenario dal celebre Manifesto di lancio marinettiano dell’intero movimento, ho lamentato che l’attenzione commemorativa si rivolgesse, al solito, agli aspetti delle arti visive, trascurando il ruolo imponente affidato, dal caposcuola e compagni, a una letteratura abbreviata e pronta a lasciare la pagina e a immettersi nell’audiosfera. In un mio articolo rivolto a commentare questo decisivo mutamento, apparso su “Tuttolibri”, un ignoto redattore titolava “Marinetti al giorno d’oggi si esprimerebbe con sms”. Questo credo che sia il succo di quanto avviene ai nostri giorni, o diciamo meglio, ritornando alla terminologia mcluhaniana, la propaganda politica ha lasciato il caldo posato e riflessivo della pagina scritta per trasferirsi nel freddo tumultuoso di azioni affidate al pieno esercizio di tutti i sensi, purtroppo ciò implica anche episodi di violenza.

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Arte

Lassnig e Kippenberger a Bolzano

Lassnig e Kippenberger: il ritorno della pittura
Bolzano è una città bella, piena di fascino, per i fiumi che la cingono, per il microclima che regna sulle sue alture dove coesistono in modo miracoloso la vigna, il castagneto e le piantagioni di mele. E ha pure un museo d’arte contemporanea, un Museion per antonomasia, un cubo trasparente affacciato sulle acque di uno di quei fiumi, il (la?) Talavera, con pareti su cui, nelle notti estive, vengono proiettati in dimensione macroscopica dei video d’artista, come le enormi vetrate di una chiesa gotica rinata ai nostri giorni. In questo momento il Museion festeggia un decennio dalla sua inaugurazione, sotto la guida di Letizia Ragaglia, una “emergente”, fra l’altro chiamata, in una recente Biennale di Venezia, a far parte del comitato incaricato di assegnare i Leoni d’oro. Per celebrare nel modo giusto la ricorrenza decennale Museion presenta due artisti provenienti dal mondo tedesco, legati entrambi, ma per vie diverse, al rilancio della pittura cui si assiste in questi anni. Si tratta di Maria Lassnig, austriaca (1919-2014) e dell’assai più giovane, ma di ben più breve esistenza, Martin Kippenberg, tedesco (1953-1997). La prima ha costituito quasi un ponte di passaggio tra il grande Espressionismo storico, quasi un retaggio, un DNA del mondo austro-tedesco, da Kokoschka agli esponenti del “Ponte”, in attesa che arrivassero, un mezzo secolo dopo, i “Nuovi selvaggi”, sul tipo di Baselitz, Immendorf e altri. Si usa anche collegare questa artista al Surrealismo, ma credo che non sia una pista valida. La Lassnig lavora direttamente sul corpo umano, e in particolare sul volto, a cui sembra applicare un “doppio” di gomma, elastico, mobile, onde poterlo tirare, indurlo ad assumere maschere, di stupore, o di terrore, tutto un repertorio di smorfie, perfino di caricature, si potrebbe dire. Questo impegno deformante è d’altra parte alleggerito da una predilezione a favore di tinte chiare, gioiose e giocose, come per una festa di carnevale, magari anche con la possibilità di indietreggiare fino a ricordare le mascher ingegnose del belga Ensor. Da lei si potrebbe fare un pass, non indietro, ma in avanti, ricordando quanto ci stanno proponendo certi artisti inglesi, non il plumbeo, troppo muscoloso e affaticato Lucian Freud, e neppure il misterioso e profondo Bacon, ma la più mobile, irrequieta e in definitiva “superficiale” Chantal Joffe, anche lei intenta a sostituire ai lineamenti carnali dei volti delle contraffazioni plastiche pronte a subire strappi, tensioni, spostamenti. Esattamente come la Lassnig ha condotto con estremo virtuosismo lungo tutta la sua carriera.
Se lei ha costituito un preludio ai “Neuen Wilden”, Martin Kippenberger ne è stato un continuatore, allo stesso modo di una squadra di suoi coetanei, anch’essi intenti a rilanciare soluzioni di specie espressionista, penso a nomi magari al momento un po’ entrati in un fascio d’ombra , come Adamski, Middendorf, i due Ohelen. In qualche misura Kippenberger ha cercato di non lasciarsi incastrare da una ortodossia, seppure tutta nel segno della protesta e della violenza, tipica dell’Espressionismo vecchio e nuovo. Infatti ha “rotto le dighe”, ha sconquassato la figura umana, scomponendola, facendola a pezzetti, sciabolandola con fendenti che talora assumono anche un andamento di ordine astratto. Oppure è passato a una violenza esplicita, atroce, sottoponendo le sembianze umane a crudeli metamorfosi, trasformandole in animali, topi e rane, e andando a crocifiggerli, il che tempo fa fece scandalo, in una Bolzano troppo timorata e conservatrice, fino alla immediata destituzione della direttrice di allora. Oggi i tempi sono più maturi, e dunque a Kippenberger si può permettere di fare sfoggio di tutto il repertorio di atrocità, di scomposizioni, di prove di forza cui assoggetta la figura umana, fino quasi a cancellarla, salvo subito a farla riapparire, come un prestigiatore che cancella la presenza di cose e persone, ma poi le richiama subito in scena, con maggiore vivacità e incombenza di prima, in un teatro sempre vario e imprevedibile.
Martin Kippenberger e Maria Lassnig, Body Check, a cura di Veit Loers, Bolzano, Museion, fino al 6 maggio.
(18-2-18)

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Letteratura

Palazzeschi: da Perelà a Remo

Palazzeschi, da Perelà a Remo
L’altro giorno sono andato a vedere, al Teatro Duse di Bologna, una replica delle “Sorelle Materassi”, spettacolo tratto dal ben noto romanzo di Aldo Palazzeschi, con adattamento, molto fedele al testo, di Ugo Chiti, regia, anch’essa rispondente ed efficace di Geppi Gleijeses, e recita calzante delle tre protagoniste, Lucia Poli, che nel fisico ricorda il fratello e sa ben assumere la durezza di Teresa, mentre Milena Vukotic dà una nuova prova della sua versatilità che la rende capace di indossare una vasta gamma di stati psicologici, in questo caso, come dice lo stesso Autore, “di una femminilità… rarefatta, fino a diventare languore o smanceria”. Molto brava anche la terza sorella, Giselda, che deve rappresentare la figura uscita fuori dal guscio per tentare di “vivre sa vie”, ma poi fallita, e rientrata all’ombra delle due maggiori, che le fanno pagare il fio del coraggio cui ad esse è mancato. E’ anche nel complesso un lavoro perfido in cui Palazzeschi riscatta una trama che potrebbe sembrare improntata a un naturalismo ottocentesco, della famiglia che va a finire male, immettendovi invece i sottili e beffardi tormenti del sesso. Le due brave sorelle credono di averne esorcizzato la tentazione con una esistenza “tutta casa e chiesa”, e soprattutto dedita al lavoro di cucito fine, quello che gli ha consentito di rifare le fortune domestiche, gravemente compromesse da un padre immerso negli stravizi. Fin qui l’andamento della pièce costeggerebbe le sorti tante volte viste nelle storie di decadenza familiare tipiche dell’Ottocento, ma appunto a riscattare il tutto c’è la sottile insinuazione del sesso, tanto cara al grande Aldo. Respinto dalla porta, esso rientra dalla finestra, quando in quella casa arriva un maschio conquistatore, nella persona di un nipote, Remo, che fa ballare le due zitelle al suono della sua velata, ma neanche tanto, seduzione erotica, da pifferaio che spinge le sue vittime alla rovina.
Tutto bene, dunque, comprese le scene di Roberto Crea, che sfruttano abilmente quanto del resto era già implicito nel romanzo palazzeschiano, cioè una sorta di scena fissa, il regno che con tanta fatica le sorelle Materassi hanno ricostituito, ma lambito, minacciato dai marosi esterni scatenati da Remo, che però rumoreggiano all’esterno dell’oasi protetta senza penetrarvi.
Mi si permetta però di fare un passio indietro, di cui l’opinione pubblica sembra aver perso il ricordo. Questa pièce è la conversione secondo gli stimoli del “richiamo all’ordine” di un’opera precedente dello stesso Palazzeschi, “Il codice di Perelà”, che si può considerare il capolavoro assoluto della stagione sperimentale del Futurismo, nel settore della letteratura, ritenuto a torto il meno fertile di successi. L’opera era stata concepita addirittura nel 1911. Un ventennio dopo l’Autore l’ha”voltata” in chiave di ritrovato realismo o verismo, o come altro si voglia dire, sulla scorta del suo grande amico Marino Moretti, che futurista non era mai stato. Mai forse si è assistito a una trasformazione così totale. Il protagonista di quell’opera è figlio di tre creature spirituali, Pena, Rete e Lama, tre Muse, o Parche, da cui salta fuori il protagonista, designato con l’acrostico Perelà, nato non da donna, non uscito da una pancia, bensì da un camino, il che ne fa un “uomo di fumo”, con la consapevolezza aggiunta di essere “leggero”, come non si stanca di ripetere. Anche le Sorelle Materassi, in definitiva, non partoriscono Remo, che giunge a loro già da ragazzino, orfano di una quarta, infelice sorella morta prematuramente. Loro stesse sono figure con schedine biografiche del tutto “naturalizzate”, e anche Perelà subisce una uguale trasformazione, da essere “leggero” che era, ora arriva ad assumere la pesante, provocante carnalità dimostrata da Remo. Ma a ben vedere c’è un fine simile, nei due lavori. Perelà viene sulla terra per far toccare agli esseri umani delle mete superiori, quale evidente figura assimilata a un Cristo redentore. Remo sembrerebbe il contrario, un bieco, un cinico profittatore, pronto a fare strame delle povere zitelle, ma in definitiva anche lui ha il compito di far provare loro un palpito di erotismo, di amore, di avventura, anche se dovranno pagare questo momento magico col duro scotto di andare in rovina.
(18-2-18)

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Attualità

Dom. 18-2-18 (ancora il ballottaggio)

Le previsioni sul voto del 4 marzo non lasciano sperare nulla di buono. Anche ammesso che nel segreto dell’urna la sinistra si ricompatti e che molti di LEU votino alla fine per il PD, ciò consentirebbe di raggranellare un 30%, poco per fare da soli un governo. Antonio Polito ha mandato proprio ieri, dalle colonne del “Corriere”, un messaggio, non si sa se incoraggiante o scoraggiante. Ricordando il trasformismo, vecchio fantasma e incubo della vita parlamentare italiana, ha osservato che di sicuro, pur di mandare avanti la legislatura e non interromperla subito, con perdita di emolumenti e altri benefici, molti deputati saranno pronti a fare il salto della quaglia, andando a ingrossare i numeri che rendano possibile il fare un governo. Ma ne viene una prospettiva di assai basso profilo, del resto del tutto simile a quella da cui usciamo, costretta al “patto del Nazzareno”, sottoposto ai capricci di Berlusconi, e salvato proprio quando Alfano e compagni hanno saltato il fosso, ma molti di loro sono poi stati pronti a ritornare dall’altra parte, in un andirivieni perfino grottesco. Che fare? Credo che si debba costituire un movimento di opinione pubblica per rilanciare l’ipotesi del ballottaggio, l’unica formula che in quasi tutti i Paesi d’Europa potrebbe scongiurare il male del tri- o quadri-partitismo ormai imperante. Se ne salva solo la Francia, per la lontana saggezza di De Gaulle che in una riforma costituzionale aveva proprio imposto l’elezione a ballottaggio del presidente della repubblica, e il ballottaggio in definitiva regola la vita politica degli USA, sia dentro i due partiti, sia nel loro scontro, con tutti i mali che da questa formula senza dubbio possono venir fuori, ma superiori ai difetti di governi deboli per il troppo rispetto delle forze in campo. Si sa che da noi c’è stato il parere avverso a questa soluzione pervenuto dalla Consulta, ma chi dice che non si possa ritornare alla carica? In definitiva, proprio il ballottaggio regola le elezioni dei sindaci, e tutti riconoscono che a livello di Comuni questa formula regge benissimo, e anzi è stato lanciato lo slogan che il presidente del consiglio dovrebbe essere equiparato a una specie di sindaco d’Italia. Qualcosa vorrà pur dire che appunto in Francia e in USA il ricorso a questa soluzione risulti dominante. Del resto, proprio il largo movimento d’opinione qui proposto dovrebbe mirare a stabilire nei Paesi dell’ UE una medesima legge elettorale, così come dovremmo unificare i tre pilastri della vita pubblica, i sistemi pensionistico, assistenziale e scolastico, Si doveva partire da lì, prima di arrivare all’unità monetaria, ma se si manifestasse una forte volontà popolare, ci si potrebbe ancora muovere in questa direzione.

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Arte

Sargentini, una felice scorribanda

Fabio Sargentini, tra tutti i galleristi che hanno gestito le più stimolanti vicende dell’arte italiana negli ultimi decenni, è rimasto il più attivo e continuo. Gian Enzo Sperone ha chiuso la sua presenza in Italia, anche se ne mantiene una assidua a New York. Franco Toselli va e viene, tra un aprirsi e chiudersi di varie sedi. Invece Fabio può approfittare di una nascita risalente al padre Bruno. Fu lui infatti a creare l’Attico, che in definitiva è ancor oggi la ragione sociale cui il figlio si richiama. E si trattava davvero di un attico in un palazzo borghese di Piazza di Spagna, a poca distanza dall’abitazione di Giorgio De Chirico. Vi si saliva con un ascensore traballante, per entrare in un appartamento tradizionale articolato in tante stanze alle cui pareti Bruno appendeva una selezione straordinaria di dipinti, che col tempo sono fortemente saliti di valore: alcuni classici stranieri come Permeke e Victor Brauner, alcuni campioni della Scuola romana, da Mafai a Stradone, che ora l’erede dedica come “fiori” alla memoria del genitore. Il quale peraltro riusciva anche a fare un bel salto del dopoguerra schierandone un campione assoluto come Fautrier, avvicinandosi anche a Francesco Arcangeli e al suo “Ultimo naturalismo”. Io stesso vi presentavo uno dei rappresentanti di quella schiera, Vasco Bendini. Tra quelle mura nacque un intenso sodalizio tra Bruno, assai dentro ai poteri politici del nostro Paese, e il grande Momi, riuscendo a fargli dare, alla Biennale di Venezia del 1972, la gestione della partecipazione italiana, allora felicemente posta nel padiglione centrale dei Giardini, da cui una sciagurata, masochistica decisione ora l’ha allontanata relegandola nella zona più remota e squallida delle Corderie. C’era perfetta solidarietà tra Sargentini senior e Arcangeli nella difesa della “buona pittura” di specie informale, quindi assai ricca di spessore materico, ma nello stesso tempo Sargentini Junior, Fabio, pur ancora nell’orbita paterna, aveva già iniziato a scalpitare nel vecchio Attico, staccando idealmente i dipinti dalle pareti e occupando lo spazio centrale, tanto da chiamarvi, per esempio, Jannis Kounellis, che vi introdusse la famosa comparsa di un pappagallo, con un becco tremendo pronto a colpire gli incauti visitatori. Io stesso, coetaneo di Fabio, avevo assistito a quella trasformazione, tanto forte da obbligarlo a uscir fuori, a scendere a terra, alla ricerca di più ampi spazi per ospitarvi i prodotti della grande rivoluzione del ’68. Anzi, meglio, si doveva andare sottoterra, come Fabio fece spostandosi in un enorme garage nei pressi di Piazza del Popolo, dove si potevano ammirare le evoluzioni dello stesso Kounellis, passato dalla ridotta presenza di un piumato a quella ben più iingombrante e invasiva di cavalli reali. Eliseo Mattiacci vi manovrava addirittura una asfaltatrice, Beuys vi compiva le sue passeggiate salmodianti, e ci stavano pure i duetti canori di Gilbert and George in versione di “Singing statues”. Io stesso vi vidi e ammirai, le prime, geniali installazioni di Gino De Dominicis, e ne trassi l’impulso per concepire, proprio in occasione della Biennale del ’72, una sezione intitolata al “comportamento”, sostenuta dall’ardore giovanile di Momi, e dunque, in qualche modo, col placet concesso pure da Bruno. Era una tipica fase di arte in espansione, volta a uscir fuori dai sacri confini, a invadere senza limiti lo spazio. Ma poi Fabio, e io stesso, capaci di fiutare i segni dei tempi, abbiamo compreso che, come succede nei gas, a quel processo di dilatazione doveva far seguito un inevitabile momento di segno opposto, di contrazione, che cioè l’arte doveva rientrare nei “vecchi parapetti”. Ed ecco una terza trasformazione dell’Attico, che Fabio andava a porre a poca distanza da Campo dei Fiori, ritornando, ancora una volta a valersi di un appartamento decoroso, di buone tradizioni borghesi. Felice, ance se forse fortuito, il fatto che questa nuova sede fosse posta in via del Paradiso, a simboleggiare un processo dell’arte di risalita verso l’alto, verso valori sublimanti. Senza però rinunciare di colpo ai vecchi ospiti del sotterraneo, infatti taluni protagonisti di quell’allargamento inaudito di tecniche e proposte, sul tipo di Kounellis, Mattiacci, Nagasawa, Pascali, Patella, continuarono ad esservi accolti, ma accanto a loro comparvero pure i campioni di una specie di nuovo “richiamo all’ordine”, già cari a Sargentini senior, come Leoncillo e Bendini. E trovavano posto pure anche i campioni di un ritorno alla pittura attraverso la rivisitazione del museo, come l’estroso e multiforme Ontani, e due capofila dell’Anacronismo, Di Stasio e Paola Gandolfi. Ma soprattutto, Sargentini vi tirò su una nuova squadra che non temeva di ripercorrere i vecchi sentieri della pittura, benché in forme selvagge, o pseudo-ingenue, comunque sempre ardite, insolite, spiazzanti, ed ecco allora i Pizzi Cannella, Corsini, Ragalzi, De Paolis, Limoni, Barzagli, Montani, alcuni già accettati anche al di fuori del Paradiso, altri comparsi qui per la prima volta, come “voci nuove” di un eterno Festival di Sanremo. Insomma, un percorso sempre vivace e imprevedibile, con sortite e rientri inopinati. E’ più che giusto che ora Fabio intitoli il tutto sotto il vocabolo molto significativo di una “scorribanda”, davvero libera, estrosa, saltellante. Ed è merito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, della GNAM, offrire a questa marcia sussultante il suo salone centrale, in cui Fabio, confermando la sua qualità di “artifex additus” a tanti artefici, ha adottato una sistemazione ingegnosa, portando i vari ospiti a darsi la mano, a porsi gomito a gomito in una striscia continua, da cui saltano fuori solo i pochi campioni della scultura. Ne viene proprio una fascia continua, ma animata da continui su e giù, in base ai diversi formati dei dipinti, alcuni lunghi e stretti, altri di vaste dimensioni. Un modo eccellente per visualizzare il senso di una scorribanda irresistibile.
Fabio Sargentini, Scorribanda, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, fino al 4 marzo.

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Letteratura

“The Post”, film deludente

Mi valgo ancora una volta della da me proclamata unificazione tra narrativa e cinema (teatro) secondo il valido insegnamento scaturente dalla “Poetica” di Aristotele, il che mi consente di affrontare in questa rubrica un film piuttosto che un’opera letteraria. Si tratta dell’ultimo Steven Spielberg, “The Post”, che sono accorso a vedere con molte speranze, avendo espresso, proprio su questo spazio clandestino un pieno gradimento alla penultima fatica del regista statunitense, “Il ponte delle spie”, opera dominata da un eccellente attore come Peter Handke, che è pure il protagonista di questo ultimo prodotto, affiancato oltretutto da un’altra straordinaria attrice come Meryl Streep. Ma il risultato mi è sembrato deludente, e per intenderne la ragione serve ancora una volta il vecchio Aristotele, che sempre dalla sua “Poetica” predica la differenza tra la “storia”, che viene dalla radice greca “id”, volendo indicare la fedeltà a una realtà “tale e quale”, e invece un rapporto di invenzione spettante al “fare” dell’arte poetica, anche se questo deve pur sempre ripromettersi un qualche grado di vero-somiglianza, ma sta proprio qui il fattore discriminante, il “poeta” (narratore, regista), senza smentire del tutto una qualche verità storica, deve decidere come, in quale misura tradirla, riscriverla. Qui purtroppo il regista è stato troppo vicino ai fatti, dandocene una cronaca fedele, ma senza scatti di autentica creatività, e portando anche i suoi due pur eccellenti attori a ingrigirsi, a opacizzarsi in parti troppo normalizzate, tradotte in presenze sempre riprese da lontano, in campo lungo, e dunque nascosti, confusi fra tanti altri comprimari. Per esempio, bisognava drammatizzare l’impresa eccezionale, e piena di rischi, attraverso cui quel certo ifunzionario, Daniel Ellsberg, era riuscito a fotografare di nascosto il voluminoso dossier detto dei “Pentagon Papers”, voluto dal ministro di Kennedy, McNamara, proprio con l’intento di porre fine al massacro della Guerra in Vietnam, nei cui confronti d’altra parte lo stesso Kennedy non è stato esente da colpe. Che diamine, un’incursione di questo genere non doveva essere stata di agile e tranquilla conduzione, o quanto meno, proprio in nome di una tensione drammatica, il regista ci poteva mettere del suo, come ha fatto nel precedente “Ponte delle spie”. Sarebbe stato del tutto ammissibile, anzi, raccomandabile ispirarsi a un filone di insidie e pericoli insiti in prove del genere. Troppo semplice e indolore è anche la via attraverso cui questo dossier ad alta tensione perviene sul tavolo di uno dei redattori del Post, inoltre forse conveniva anche mettere la sordina alla concorrenza tra questo quotidiano e il New York Times. La realtà ci dice di perplessità e incertezze che hanno tormentato entrambe le équipes, rendendo in definitiva non poi così solitaria ed eroica la decisione del quotidiano meno diffuso a uscire arditamente. Un po’ più di enfasi attorno alla decisione finale assunta dalla proprietaria, Katharina Graham, non avrebbe guastato, invece di dilungarsi in eccesso sulle sue tormentate vicende familiari. Infine, ultima occasione perduta, bisognava forse avere il coraggio di entrare nei segreti recessi dove la Corte suprema statunitense si era riunita per decidere se autorizzare la scabrosa pubblicazione, o invece vietarla, con relative conseguenze penali per i trasgressori. La “storia”, la cronaca non potevano entrare in quei segreti recessi, ma la fantasia poetica sì, lo ha pur fatto in una tradizione di giurie popolari, di cui ha inventato i travagli, le tensioni, le votazioni multiple e contrastanti. Invece qui, dopo una breve attesa, esce fuori il verdetto illuminante, la costituzione degli USA è salva, la libertà di stampa viene riconosciuta. Questo ci dice la cronaca, ma è mancato del tutto un effetto di drammatizzazione. Magari, a compenso, sul finale udiamo la voce di Nixon, da orco cattivo, quasi presa in prestito dal Dio malvagio del Signore degli anelli, ma è una comparsa tardiva, già sappiamo che quella minaccia di Nixon sarebbe caduta nel nulla, e anzi si sarebbe ritorta contro di lui, ben presto caduto nei lacci del Watergate. Se qualcuno vorrà portare al cinema anche questa vicenda, si ricordi di vivacizzarla adeguatamente, oltre quanto la storia e la cronaca ci hanno già detto.

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Attualità

Dom. 10-2-18 (Italo)

Ritorno per una terza volta sulla questione se si debbano o no introdurre barriere doganali tra i vari Paesi. Uno dei sostenitori oltranzisti di un assoluto liberismo in tale materia è stato il nostro Ministro Carlo Calenda, però, intervistato dalla Berlinguer nel suo talk show, Cartabianca, ha ammesso qualche giorno fa che, in effetti, anche alcuni Paesi dell’Unione europea, come la Polonia e la Romania, sono molto lontani da noi nel costo del lavoro operaio, e dunque rischiano di farci una pericolosa concorrenza, se appunto, come del resto è prescritto dallo statuto dell’Unione, più che mai nei loro confronti è vietato porre ostacoli alla libera circolazione delle merci. La conclusione del Ministro è stata del tutto simile alla mia, che si doveva essere più cauti nell’ammetterli a pari grado tra di noi. Ma la cosa è già avvenuta, d’altra parte, proprio avvalendosi di questa stessa ammissione, si può ritenere che ben presto, quasi per il principio di un’ampia circolazione delle masse d’aria se non impedite da catene montane, anche quei Paesi si rimetteranno in linea coi nostri parametri. Ma credo che perché questo avvenga pure per la Cinindia, occorreranno numerosi decenni, e quindi nei loro confronti conviene adottare misure di contenimento.
Un fatto che si colloca in questa area di eventi economici è la scandalosa vendita di Italo da parte di un gruppo di privati a una società straniera, In proposito in un articolo odierno sul “Corriere della sera” Dario di Vico parla di una malaugurata “fatalità”, che cioè i nostri privati non ce la facciano a reggere il peso di aziende di vaste proporzioni. Io credo invece che sia il male insito in una conduzione privatistica, sta qui la ia eterna polemica con Francesco Giavazzi, accanito sostenitore della tesi secondo cui il privato è sempre meglio del pubblico. Questo può essere vero quando si tratta di medio-piccole industrie, dove senza dubbio i nostri operatori del privato si dimostrano capaci, come dimostra anche il buon esito dello export, quando invece si tratta di aziende di vaste dimenioni, non ce la fanno, ovvero non sopportano i rischi connessi, e alle prime difficoltà fuggono a gambe levate vendendo a chi capita capita, mossi solo dal proposito di ricavare dall’operazione lauti guadagni. Ovvero i nostri capitani non sono per nulla coraggiosi, ed è stato un errore immetterli, per sacrificare al mito della libera concorrenza, nel sistema nazionale del traffico ferroviario. A suo tempo mi sono chiesto in quale misura i soci di Italo abbiano pagato questo diritto di sfruttare una rete costruita con forte spesa di noi cittadini italiani. È ridicola ora la pretesa, avanzata nell’articolo del già menzionato Di Vico, di ricevere una qualche quota di compenso, da parte di chi, dei furbi venditori o dal subentrante straniero? Il bel risultato ora è appunto che in un ganglio vitale per il nostro sistema Pese è appunto entrato lo straniero, il che si viene a partecipare a industrie del latte o dei cosmetici, assai meno se si tratta della rete ferroviaria, o di quella delle comunicazioni, o di quella aerea. Si sanno i guai che questo principio secondo cui privatizzare è bello ha inflitto alla Telecom, al’Ilva, all’Alitalia. Ho già detto più volte che la differenza tra destra e sinistra passa proprio per questa frontiera: i grandi servizi nazionali non si privatizzano, la comunità deve assumersene gli oneri, certo evitando, se possibile, le ruberie, le lungaggini burocratiche, Ma l’inserire nell’organismo i privati porta senza dubbio a esiti peggiori.

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Arte

Cucullu, Monterastelli, il vincolo che li unisce

Oggi intendo collegare tra loro le mostre di due artisti in apparenza, e forse anche in realtà, molto diversi tra loro, che però mi sembrano collegati da un filo di vicinanza, e che comunque sono molto interessanti. Il primo di questi è Luca Monterastelli (1983), emerso nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2015, curato da Vincenzo Trione, e ora ripreso in un’ampia monografia, distribuita sui tre piani espositivi del palazzetto di Lia Rumma a Milano, una istituzione privata che contende orgogliosamente lo spazio ai maggiori musei ambrosiani dediti al contemporaneo. Monterastelli intende materializzare i vincoli che allacciano tra loro i membri di una comunità umana. A dire il vero sembra che non ami la componente organica, carnale, dei nostri corpi, preferendo evidenziarne gli scheletri, nudi, spolpati, oppure mettendo a nudo il reticolo dei nostri gesti. Ma se il fine è unitario, l’artista ricorre a materiali piacevolmente diversi. Così, a pianterreno, questo tessuto di gesti potenziali è reso con tubature metalliche, rigide ma anche contorte, come se più che di esseri umani si trattasse ormai di robot, obbligati a movimenti angolosi e spezzati. Invece in un altro piano permane lo spolpamento delle nostre componenti organiche, ma per mettere a nudo degli scheletri silicei, come se fossimo diventati dei molluschi, le cui membra col tempo spariscono e ne resta solo una trama arida, calcinata, quasi come una serie di “ossi di seppia”. Se comunque entrambe queste apparizioni sono improntate a un plasticismo, robusto, ben tramato, c’è pure una terza modalità di apparizione in cui invece queste formazioni antropologiche vengono schiacciate contro la parete, e si pensa allora a qualche reperto archeologico, a tavolette mesopotamiche, che però dalla notte del passato potrebbero risvegliarsi a nuova attualità andando ad animare le pareti di edifici, in uno dei molti aspetti che l’”arte pubblica” potrebbe utilmente assumere, dando luogo a una serie di bassorilievi, di poca sporgenza ma pieni di animazione al loro interno.
Molto lontana per tante ragioni la mostra di Santiago Cucullu, nato quasi vent’anni prima del suo giovane corrispondente (1983), in Argentina, poi trasferitosi negli USA, e dunque a grande distanza dalla Romagna dove Monterastelli ha visto la luce, così come ben distante dalla Lia Rumma di Milano è la napoletana Galleria Umberto di Martino dove ora questo artista espone. Che però mi è stato molto vicino, avendolo io invitato nel 2002 a Officina America, piazzata a Bologna e in altre sedi emiliane, dove Cucullu aveva già dato valide dimostrazioni di “wall painting”, come va ripetuto per questa sua prestazione napoletana. Il tratto in comune con Monterastelli è nel fatto che lui pure traccia sulla parete il gomitolo di rapporti con cui si può manifestare la presenza di un essere vivente nello spazio, quasi che il “dripping” pollockiano si fosse raddrizzato, e invece che piovere sul pavimento, venisse proiettato sui muri. Anche in questo caso l’arruffato rotolo dei legamenti appare spolpato, sennonché tra i lacci, come di una piovra che si sia impadronita di una preda, sopravvivono le icone ben riconoscibili delle vittime. E se Monterastelli sa variare abilmente la sua presa attraverso il ricorso a materiali diversi, il suo socio lontano (e forse solo abusivamente da me chiamato in causa) gioca invece la carta delle dimensioni. Infatti talvolta queste soffici matasse si allargano, spaziose, elastiche, in un vasto tratto di parete, in altri casi vengono raccolte su piatti, su stoviglie, come se quella abbondante e fertile pioggia meritasse di essere raccolta su superfici e contenitori più minuti, come se una abbondante sorgente di liquido vitale, invece di sprecarsi per intero nel vuoto, venisse raccolta e conservata. Si pensa magari alle preziose secrezioni del caucciù estratte da tronchi altrimenti contorti, esagitati, improntati a un generoso spreco di sé.
Luca Monterastelli, Milano, Galleria Lia Rumma, fino al 13 gennaio. Santiago Cucullu, Napoli, Galleria Umberto Di Martino, fino al 12 marzo.

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