Arte

L’arte intrigante di Maria Lai

Sono stato un po’ lento nel riconoscere l’importanza di Maria Lai (1919-2013), ma ne divenni già pienamente convinto in occasione di una mostra al MART di Rovereto curata da Francesca Pasini e Giorgio Verzotti, dal titolo molto significativo, “Il racconto del filo”, di cui l’artista sarda era la principale animatrice. E poi l’ho rivista in congiunzione con l’opera di un illuminato stilista, anche lui isolano, come Antonio Marras, cui mia moglie Alessandra Borgogelli ha prestato molta attenzione. La comparsa della Lai al recente Documenta, di cui ha costituito uno dei pochi episodi notevoli, assieme alla coppia Gianikian-Ricci Lucchi, mi aveva già convinto a dedicarle un pieno riconoscimento. Ora interviene una sede di massimo prestigio quale il fiorentino Museo degli Uffizi, seppure in un luogo, se così si può dire, “minore”, una sala di Palazzo Pitti, a celebrarla ulteriormente in una esauriente retrospettiva. Dove a dominare è proprio il filo, con tutti i suoi derivati o omologhi, corda, cordone, laccio, fibra, elementi utili che hanno consentito all’artista di conseguire in un colpo solo numerosi vantaggi. Intanto, di procedere, per così dire, stando abbarbicata alla superficie ma nello stesso tempo balzandone fuori, con estroflessioni lievi quanto tenaci e inclusive, quasi procedendo fino al livello di vere e proprie installazioni. Nello stesso tempo quei lacci confermano pure un vincolo con la terra, con la tradizione, con robuste radici terragne, di vecchi riti, magari addirittura di migranti dalle poche risorse, di quelli che anche noi, decenni fa, abbiamo incontrato sui treni con enormi valige piene fino a scoppiare, ma assicurate da cinghie e da altri rozzi sistemi di legatura. Del resto, anche nelle famiglie si fa ricorso a quei sistemi di pronto impiego per tenere assieme fragili documenti, carte che altrimenti si sparpaglierebbero. Ma seguiamo pure le articolazioni della mostra, partendo dai “Telai”, da cui la Nostra ha preso le mosse per il suo fortunato esercizio, i quali in definitiva sono stati nei secoli i primi strumenti della tessitura, i produttori di quelle lunghe, sottili, elastiche emissioni, come di artificiali bachi da seta. Se poi i fili non uscivano con la necessaria lunghezza, bastava procedere a cucirli tra di loro, ed ecco una seconda sezione della mostra. Ci si potrebbe chiedere che cosa ci stia a fare in questo ambito di artigianalità primaria, e dunque di cultura materiale, un fenomeno più raffinato e intellettuale come la scrittura, ma Maria ha proceduto giocando sui due capi, lo si può ben dire, della fune, mostrando che quel “filo” primordiale, se opportunamente intrecciato, può dar luogo ai grafismi delle parole, ma con un possibile ritorno, in quanto quei nodi, quei gliommeri possono “sciogliere le sparse chiome” e spiovere in giù, ritrovare una natura primordiale di lunghi cordoni, come del resto succede proprio alla scrittura se ci piove sopra e se i suoi caratteri si liquefanno, mutandosi in informi strisce verticali, spioventi in basso, quasi come i rami di salici piangenti. Del resto, si aggiunge anche un altro effetto, grazie a quei filamenti, a quelle barbe. In definitiva. è come se la scrittura fiorisse, o invecchiasse un po’ troppo, fino ad ospitare, nella sua trama di occhielli e di gambe, la nidificazione di insetti, nocivi ma nello stesso tempo vitali. Il tutto insomma vale a ricordarci l’origine materiale della scrittura, e anche del suo accumularsi fino a produrre il libro, che come il suo antenato, il codice, rimanda pur sempre a qualcosa di vegetale, e dunque di organico, di vivente. Il tutto proprio nel nome della ricerca di esiti cumulativi: rendere animati i prodotti della cultura, fargli emettere barbe, getti, polloni, come succede alla vegetazione quando sopraggiunge la primavera, ma anche col rischio di mascherarli. In definitiva, la Lai riprende pure il gesto di Isgrò della cancellazione di parole e di frasi, ma in modi più gentili e parziali, mettendo in maschera le frasi, le sentenze, senza negare loro una leggibilità residua, ma accrescendola con “valori aggiunti”. Ovviamente, questa è anche una via sicura per arrivare all’esito oggi così presente ed esteso del “libro d’artista”, ma pochi operatori visivi lo sanno conseguire con la ricchezza, fertile ambiguità, misteriosa incertezza di cui la nostra “scrittrice” sa avvolgerlo.
Maria Lai, Il filo e l’infinito, a cura di Elena Pontiggia. Firenze, Pitti, fino al 3 giugno. Cat. Sillabe, euro 20.

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Letteratura

Costanza Savini e “quel ramo del lago di Garda”

Mercoledì scorso 21 marzo, alla presentazione del mio ultimo saggio Mursia, l’amico Roiss mi ha fatto conoscere la giovane narratrice Costanza Savini che mi ha consegnato sia una sua opera precedente, “Morte nei boschi”, co-firmata con Giorgio Celli, sia un appena uscito “Il lago in soffitta”, tutto di sua mano, entrambi usciti presso il mio medesimo editore, Mursia. Quando mi giungono prodotti non previsti e non annunciati in alcun modo, sono alquanto restio a spendere quel tanto di attenzione che ogni lettura richiede, in questo caso però mi ci sono accinto, sia per la pressione gentile dell’amico, sia per la comunanza di casa editrice, e devo dire con consenso crescente. In definitiva, siamo davanti a un caso non molto diverso da quello costituito dal romanzo di Marco Balzano, “Resto qui”, salutato da un buon successo di critica, e accolto favorevolmente anche da me in questa sede. Altrettanto spero che possa capitare pure al “Lago” della Savini, se non ostasse un editore non di uguale capacità pubblicitaria. In fondo, siamo a una variante del ricorso alla categoria del “vero”, che costituisce pur sempre un buon punto di partenza per ogni “storia”, di cui non va mai dimenticata l’origine dalla categoria greca dell’”id”, del vedere coi proprio occhi. Occorre però che intervengano anche opportuni arricchimenti di trama, ovvero appropriati affondi nel verosimile, e che quindi dalla piatta presenza della “storia” si passi a un esito di “poesia”. Nel caso di Balzano, la singolarità di sapore documentario, di rispetto verso un “vero” storico, sta nell’intrattenerci su reazioni e sentimenti che provavano gli abitanti altoatesini del ceppo originario germanofono quando furono sottoposti alla violenza italianizzante del regime fascista. Anche qui in partenza c’è l’andare a sfruttare un singolare cantuccio della storia recente, quando la protagonista, Nina del Meis, più giovane rispetto ai personaggi di Balzano, trovandosi immersa nei disgraziati anni della seconda guerra mondiale, affronta, subito all’inizio, uno “sfollamento “ della famiglia bolognese fino a una località sul lago di Garda, Costermano, ritenuta più sicura, E intanto, già un vivace sapore del tempo ce lo rende il viaggio stesso di trasferta, compiuto in baroccio trainato da un cavallo, essendo ormai divenuto, nei primi ’40, assai difficile trovare come mezzo di trasporto un’auto o furgone. Singolare, e fonte di appezzabili conseguenze, il fatto che questa famiglia di sfollati sia costretta a dividere l’abitazione con un generale tronfio e pomposo al servizio della Repubblica di Salò, del resto propinqua sullo stesso Lago, nella ben nota e famigerata località di Salò, dove il Duce risiedeva in una villa Feltrinelli. Il generale, come del resto la famiglia Del Meis, possiede una abbondante serie di figli, detti con epiteto divertente Generalini. Se i genitori mantengono le distanze, le rispettive figliolanze si consorziano in gustose avventure adolescenziali che hanno un primo scopo nella costruzione di una rudimentale teleferica. Del resto pure il capofamiglia, il Generale in persona, medita di affidarsi a qualche marchingegno della stessa natura, intuendo che la fine della Repubblica di Salò è ormai imminente e bisogna pensare a vie di fuga. Uno dei motivi di fascino, nel nome del “vero”, di quanto ci viene narrato dalla Savini sta proprio nel descrivere il clima di tragedia, di impazzimento, di erotismo da ultimo colpo in canna, che si respira in quell’angolo sperduto d’Italia, dove a dominare ci sono proprio i due temi indicati nel titolo del romanzo, il Lago, misterioso, sfuggente, con le sue nebbie, le sue notti nel buio, ma anche la soffitta, che come in tanta letteratura classica diviene meta di perlustrazioni dei Generalini e di Nina, con una serie di avvincenti scoperte. Ci sono strani e misteriosi armadi, si scoprono cassapanche contenenti corpi mummificati di sacerdoti, forse vi si custodisce pure il favoloso tesoro di Dongo. Infatti si accenna alla possibilità che nottetempo quel luogo così caro alle fantasie infantili dei giovani abitanti venga pure visitato dal Duce in persona. Insomma, la nostra Savini gioca abilmente tra il “vero” e l’immaginario di esplorazioni e avventure fantastiche, forse perfino con ricchezza eccessiva, dimostrando di possedere troppe frecce al suo arco, troppi assi nella manica. Forse in una prossima occasione dovrebbe selezionare meglio tra tanta ricchezza di spunti, che alcune volte le scappano di mano e affondano in una eccessiva ambiguità. Ma il composto risultante, la torta finale appaiono succulenti, appetitosi.
Costanza Savini, Il lago in soffitta. Mursia, pp. 225, euro 17.

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Dom. 25-3-18 (presidenze)

La partita che si è giocata tra venerdì 23 e sabato 24 marzo per l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento è risultata controversa ma in definitiva di facile soluzione per il semplice fatto che di poltrone da spartirsi ce n’erano due, una per ciascuno dei gruppi vincitori delle recenti elezioni. Molti vi hanno scorto il delinearsi di un’alleanza anche per il governo, tra la Lega, che ha fortemente strattonato, fin quasi al limite di rottura, gli alleati di Forza Italia, e la controparte dei Cinque stelle. Ma la partita risulterà ben più difficile quando, per dirla col titolo di un film, ci sarà una solta “poltrona per due”, non vedo proprio come Salvini e Di Maio possano giungere a un accordo tra chi di loro sarà disposto a fare un passo indietro in vista del premierato. A questo scopo Salvini si deve trascinare dietro i riluttanti berlusconiani, diversamente gli resterebbe solo la prospettiva di fare il numero due del concorrente, più ricco di lui in parlamentari a proprio nome. Del resto, anche a pensare che al fine di quell’alleanza la componente berlusconiana si voglia tirare indietro, come si farà a distinguere tra gli eletti nei collegi nominali chi appartiene chi? Insomma, ci sarà uno scontro all’ultimo sangue Salvini-Di Maio, con un nulla di fatto. Continuo a ritenere che l’ipotesi più probabile resti ancora quella di un governo del Presidente per andare a nuove elezioni, con tutta calma, perché si è visto che i Paesi se la passano bene, e forse addirittura meglio, in assenza di governi formalmente istituiti. Inoltre, come ritoccare la legge elettorale per evitare il ripetersi di una situazione di stallo? Ci vorrebbe il ballottaggio, o qualcosa di simile, come un forte premio di maggioranza, ma a chi, a un singolo partito o a una coalizione? E sarebbe possibile ipotizzare, come nei giochi di borsa, un “rimbalzo” a favore del perdente Pd, o, come dicono in tanti, questo verrebbe del tutto “asfaltato”?
Intanto, come sempre ha ragione Renzi nel lamentare la insipienza del giudizio di Napolitano, che la colpa del Pd sarebbe stata di magnificare troppo i risultati del proprio operato. Ma può un governo in carica fare altro, se non mettere l’accento sui risultati conseguiti? Sono gli altri che possono promettere la luna, non dovendo rendere conto di quanto già fatto.
Ma certo resta da chiedersi dove il Pd abbia sbagliato nel suo modo di gestire il potere in questi pochi anni. Rimando a prossime puntate un’analisi più dettagliata, al momento mi limito a ricordare un motivo già da me accennato, il mancato rispetto del New deal roosveltiano, cioè un intervento massiccio con miliardi di euro per sostenere il lavoro giovanile. Si è data troppa fiducia ai pretesi “capitani coraggiosi” del privato, che hanno lucrato i tagli alle tasse ma poi si sono affrettati a licenziare, o a trasferire all’estero le attività o i soldi guadagnati. Da vecchio docente del DAMS, avevo varie volte predicato che si doveva procedere a massicce assunzioni di laureati per i vari centri civici, biblioteche di quartiere, cineteche e quant’altro. Franceschini ha impegnato soldi per una inutile riforma consumista. Il problema non era nominare dei direttori capaci di conquistare ai musei un maggior numero di visitatori, bensì di aprire concorsi per assumere in gran numero giovani addetti al sistema culturale del Paese. E anche sull’altro fronte che è risultato disastroso, degli immigrati, su cui ha giocato spudoratamente la Lega, non si è sbagliato nel sistema del salvataggio in mare, o di possibili, per quanto assai stentati, accordi con la Libia. Si è sbagliato nel permettere che gli immigrati evadessero facilmente dai centri di accoglienza andando a occupare le nostre strade. Oggi, come tutti sanno, ogni cinquanta metri incontriamo un extracomunitario col cappello in mano che chiede soldi per un caffè o un panino, Anche in questo caso ci vorrebbe una possibilità di larga assunzione, con adeguata retribuzione, per avviare questa mano d’opera a un servizio civile, quello cui i nostri giovani sono del tutto refrattari, sognando per sé solo lavori di alto profilo e di buone paghe, preferendo in alternativa di essere mantenuti da padri e da nonni usciti indenni dalla crisi.

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Attualità

Ricordo di Domenico Colantoni

Intervengo fuori dallo spazio canonico domenicale per compiere un nuovo commosso omaggio. Purtroppo in questo funesto inizio del 2018 abbiamo da lamentare un’altra grave scomparsa, si tratta di Domenico Colantoni (1938), un pittore a me molto caro e su cui ho steso testi impegnativi in varie occasioni. Lo si può collocare in un ambito di iper-realismo, una tendenza che a volte irrita, quando sia rappresentata da artisti solo pedanti e diligenti, ma può anche sollevarsi ad alti livelli, basti dire che due tra le più notevoli presenze del mondo anglo-americano si segnalano proprio per questo stile, penso ad Alex Katz e a David Hockney, con cui il nostro Colantoni gareggiava soprattutto nella perizia ritrattistica. Posso aggiungere che nella mia attuale ripresa di attività pittorica io stesso tendo a collocarmi in quest’area, anche se le imprimo una svolta espressionista, il che non era certo nelle intenzioni del cristallino, “angelico” Domenico. Va anche aggiunto che egli trova una continuazione, ma nello stesso tempo un rovesciamento, una opposizione da parte del figlio, un “diabolico” David che si immerge nel fango e negli orrori degli stereotipi di massa, del fumetto, dei film dello horror. Proprio l’eccellenza di Domenico nell’arte del ritratto è stata l’occasione che me lo ha fatto incontrare. Il merito va ascritto a Enzo Golino, redattore dell’”Espresso” a cui allora collaboravo, avendo l’onore di avere al mio fianco Alberto Moravia, titolare della rubrica cinematografica presso quel settimanale, allora di grande prestigio. E proprio l’autore degli “Indifferenti” fu vittima di un ricovero in casa di cura per non so quale infermità, per cui Golino spedì me al suo letto incaricandomi di ricavarne una qualche testimonianza, assieme a Colantoni come possibile estensore di un’immagine ad alta fedeltà dell’Alberto nazionale. Io ero dei pochi, tra i membri del Gruppo 63, che non avessero dichiarato guerra contro di lui, col conforto di avere accanto a me in una medesima professione di stima il numero uno del nostro movimento, Edoardo Sanguineti. Trovai un Moravia più stizzito e aspro del solito, che con voce stridula gridava “sono stanco di vivere!”, dichiarando però nello stesso tempo che in quella camera anonima si trovava benissimo, avendo sempre disprezzato l’intimità dei siti domestici. Del resto, quel momento di disarmo, di abbandono al male di vivere, risultò solo provvisorio, dato che in seguito egli giungeva addirittura a sposare Carmen LLera, la terza donna ufficiale, se non sbaglio, della sua vita, dopo Elsa Morante e Dacia Maraini. E’ incerto stabilire quali siano stati davvero i rapporti con queste donne incontrate sulla sua strada, ma posso testimoniare, nel caso delle prime due, che rimase sempre pronto a svolgere il ruolo di sostenitore della loro arte. Quando andai conoscerlo, nel ’64, fresco autore dell’unico successo della mia carriera letteraria, “La barriera del naturalismo”, oltre a ringraziarmi per la parte notevole che gli assicuravo nella mia analisi mi rimproverò per non aver concesso nessuno spazio a Elsa Morante. Avevo ragione io, in quanto il suo capolavoro, “Menzogna e sortilegio”, non balza certo fuori dal naturalismo, ma vi si immerge in modo acre, accanito, estremista. Quanto alla Maraini, siccome la neo-avanguardia fu per qualche anno alla moda, lei stessa in “A memoria” tentò di assumerne le mosse, e Moravia, da saggio padre-amante, chiese proprio a me, come persona a lui vicina, di stendere una introduzione, cosa di cui credo la Maraini si è poi vergognata, sia di aver scritto quell’opera, sia di essersi rivolta a me per una prefazione.
Ma tornando all’eccellenza ritrattistica di Domenico, ci sta che io ricordi un altro aneddoto. In quel momento, anni fine ’70-primi ’80, io ero molto vicino a Craxi e alla sua gente. Claudio Martelli mi aveva addirittura fatto entrare nell’Assemblea nazionale, ed ero pure in buoni rapporti con Ugo Intini. Io non tradisco mai vecchi amori, infatti, come forse sa qualche sparuto lettore di queste mie noterelle, ora ho adottato il culto di Renzi come naturale e storico erede del craxismo. Intini aveva avuto un doloroso lutto in famiglia, la scomparsa di un figlio ancora in giovane età, e voleva che un pittore lo facesse rivivere in un dipinto fedele. Io gli indicai senza esitare la personalità di Domenico, che eseguì troppo bene un tale compito. Infatti il padre addolorato mi disse in seguito che aveva dovuto nascondere quel ritratto troppo perfetto perché faceva soffrire una sorellina superstite, evocandole con troppo realismo la figura dello scomparso. Ma il culmine della mia vicinanza a Colantoni si è avuto quando ha ottenuto il grande privilegio di tenere una mostra personale in una sala posta nell’enorme coacervo del Palazzo Ducale di Mantova, il che fu per me la preziosa occasione di risiedere per qualche giorno nella città dei Gonzaga e di ricavarne un ricordo imperituro. In quella sua personale, Colantoni dava sfoggio a superbe nature morte, che pur affidate alla piattezza della pittura rivaleggiavano con esiti di uguale estremismo ottenuti, poniamo, da Gilardi con i suoi poliuretani, e dal duo Bertozzi-Casoni con le loro ceramiche “più vere del vero”. E beninteso si aggiungeva una bella sventagliata di capolavori ritrattistici, come nel caso di un Dorian Grey redivivo, senza il doppio esito previsto nel romanzo di Oscar Wilde, nel senso che quei capolavori non sono mai invecchiati, Domenico non ci teneva molto a se stesso, anzi, infieriva, scoraggiato da traversie sopportate quando era vissuto a Roma, che lo avevano indotto a ritirarsi corrucciato tra i monti dell’Abruzzo, pronto anche lui, come papa Celestino, a compiere un gran rifiuto. E così, i suoi ritratti non hanno mai patito offesa, se ne stanno ancora nel loro olimpo di perfezione cristallina.

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Arte

“Stati d’animo” tra il positivo e il negativo

Confesso di essere stato alquanto incerto se collocare la mostra “Stati d’animo”, ora al ferrarese Palazzo dei Diamanti, tra quei prodotti inutili e ripetitivi contro cui il duo Trione-Montanari ha tuonato in un pamphlet molto discusso, o se invece assolverla. A livello di contenuti stilistici, questa rassegna sfonda porte aperte, sia il Simbolismo sia il Futurismo, e soprattutto i rapporti dall’uno all’altro, sono stati studiati in tutti i sensi, esiste in proposito una imponente bibliografia, cui credo di aver recato qualche contributo io stesso. Però bisogna ammettere che a livello di spettacolo la presente rassegna risponde adeguatamente, a cominciare da un’ingegnosa invenzione per quanto concerne il corredo didattico, non affidato in esclusiva alla solita serie di pannelli a parete, ma anche a proiezioni sul pavimento che sfogliano, ad uso di visitatori pazienti, le pagine dei trattati di psicopatologia dell’epoca, addirittura in misura eccessiva, in quanto il problema principale degli artisti di allora fu di trovare le giuste vie per dare visibilità agli “stati d’animo” piuttosto che di affondare nella loro analisi. Ma è giusto e piacevole che a dominare le pareti sia, per così dire, il padrone di casa, Gaetano Previati, anche se la sua “ferraresità” non andò molto più in là del puro dato biografico, ed egli si recò a sviluppare il suo discorso innovativo a Milano. Ma certo è gradevole percorrere le tappe di un percorso per un verso molto coerente, per un altro caratterizzato da un dilatarsi, da un gonfiarsi successivo, come si gonfia una bolla d’aria, o quasi di sapone, che si ha paura di andare a toccare col rischio di vederla esplodere. C’è una sostanziale continuità, da quando Previati si fa erede degli Scapigliati, nel tracciare a tinte spumeggianti il dramma di Paolo e Francesca, alle incursioni così profetiche nei paradisi artificiali delle “Fumatrici di hascich”, accasciate, fantomatiche nel loro abbandonarsi con voluttà al vizio, fino alla manifestazione piena della “Maternità”, vasto telero che si espande gioioso sull’intera parete. Un altro bel vedere della mostra è pure dato dalla presenza di capolavori di Giovanni Segantini, anche se questi, in fondo, si chiudono in una loro preziosa, smaltata policromia, non aprendo a sviluppi successivi. Ci sono, seppure per rapidi cenni, tante altre presenze dovute. Forse non risulta abbastanza omaggiato il terzo grande della nostra pittura simbolista. Pellizza da Volpedo, che pure ha avuto il pregio di essere posto nella copertina del catalogo, con un dipinto, “Ricordi di un dolore”, senza dubbio delizioso e di grande sottigliezza, ma manchevole per almeno due versi ai fini stessi della mostra, in quanto dimostra come gli “stati d’animo” in oggetto fossero in definitiva molto domestici e sotto tono, e fosse ancora assente la componente sperimentale del divisionismo. Che è poi un difetto che si comunica alla discendenza futurista, su cui la mostra calca assai poco la mano, limitandola alle due salette che della suite di stanze dei Diamanti sono come una aggiunta minore e laterale, collegata attraverso un lungo corridoio. Vi domina Umberto Boccioni, proprio con l’eredità da Previati, manifestata attraverso il suo “Paolo e Francesca” che indica come, col primo Novecento, lo stile stia mutando, e la copia degli amanti ormai venga sciabolata, sagomata a colpi d’accetta. Del resto, è proprio con lui che “gli stati d’animo” trionfano, nei tre dipinti suggeriti dalla pur limitata occasione di una stazione ferroviaria, ma è anche un momento di somma audacia intuitiva, da parte del numero uno del Futurismo, nel fatale anno 1911, prima che il cammino suo e dei soci fosse attratto della lezione cubista, così poco confacente al loro procedere, mentre quei tre preziosi dipinti indicano quasi un salto con l’asta, la capacità misteriosa di andare a sintonizzarsi con l’Espressionismo astratto di Pollock, che arriverà solo nella seconda metà del Novecento. Invece l’asse Balla risulta poco sviluppto, per la ragione stessa che ridotto già in partenza era lo spazio assegnato al suo motore primo, a Pellizza e al suo divisionismo. E dunque Balla si deve accontentare di un dipinto, “Affetti” del 1910, alquanto tardivo, in cui l’artista dichiara però ancora una volta la sua partenza dal bianco e nero fotografico, ragione fondamentale del dualismo che lo ha reso sempre combattuto tra astrazione e iper-realismo. A conferma del ruolo privilegiato assegnato a Boccioni sta anche l’aver ottenuto dal MOMA un altro dipinto per intero dedicato a far esplodere uno stato d’animo, la “Risata”. Colpevole invece l’assenza, da questa sezione della mostra, di un proto-futurista come Romolo Romani, che di stati psichici si era nutrito davvero nelle caricature giovanili.
Stati d’animo, a cura di Chiara Vorrasi, Fernando Mazzocca e Maria Grazia Messina, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 10 giugno. Cat. Ferrara Arte.

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Letteratura

Andrea Inglese, una perfetta continuità tra poesia e prosa

Ricevo e commento ben volentieri “Un’autoantologia” compilata da Andrea Inglese, che è stato tra i protagonisti dell’edizione 2011 di RicercaBO. Molto interessante che un pre-titolo ne dichiari il contenuto, “Poesie e prose 1998-2016”. In genere, essendo stato promotore dei “laboratori di nuova scrittura” condotti sul finire del secolo scorso a Reggio Emilia (RicercaRE), poi reimpiantati proprio nella mia citta, Bologna, a partire dal 2006 in avanti (RicercaBO), mi sento in obbligo di valorizzarne le varie presenze. Cosa molto facile per le edizioni reggiane, in cui ci fu una straordinaria invasione della narrativa, fino a costituire il decennio che considero più ricco nell’intero panorama italiano del Novecento. Più incerti gli esiti del nostro ritorno in scena nel nuovo secolo, dove a livello di narrativa mi sembra che non si sia ancora coagulata una situazione netta. Ma la poesia, come del resto è quasi sempre avvenuto presso di noi, continua a dettare legge. Se, in RicercaBO, c’è stato un fenomeno chiaramente visibile, lo si deve a “Prosa in prosa”, anche se l’etichetta sembrerebbe indicare un passo indietro della poesia, fino a indossare i panni della rivale. Ma è una sottile mossa tattica, di sfida sorniona. Sta di fatto che Inglese, allora, era comparso indossando proprio i panni del prosatore, ma io avevo reperito in lui i tratti classici di una prosa che già in passato aveva adottato una navigazione intermedia, tra una poesia dichiarata e manifesta e una narrativa riposta invece sulle misure lunghe, magari dotata di trama. In sostanza, come conferma questa “autoantologia”, nel nostro Inglese c’è un percorso unico, dalla poesia alla prosa, che ignora tutte le possibili staccionate divisive, mentre si cimenta “sul serio” in entrambe le direzioni, a differenza dei colleghi, Giovenale e compagni, che quando visitano i lidi della prosa, lo fanno per finta, rivolgendole in sostanza uno sberleffo, menando i lettori in una trappola, ovvero abbandonandoli a metà, lasciandoli privi di qualche esito circostanziato. Il tratto fondamentale da riconoscere in Inglese è quello di una straordinaria densità semantica, basta dare un’occhiata alle sue poesie, composte di versi tutti più o meno della stessa lunghezza, tetragoni, compatti, sia nei confini esterni, sia soprattutto nei contenuti, che spaziano da un vocabolario di completa, ostentata materialità, corporalità, gestualità, in cui sono compresi tutti gli stati psichici e fisici riguardanti il sesso, la malattia, la sofferenza, ma sempre contrastati da riferimenti dotti, perfino burocratici. Qualche verifica ad apertura di pagina, come si usa dire in questi casi. Compare un dato tranquillo come un tramonto, che però risulta adagiato su “creste sedimentarie”. Uno sfarinarsi di “tronchi di ghiaia”, dato quanto mai materiale, viene però riportato a “segnaletiche”, e beninteso non mancano gli oggetti della civiltà urbana, indicati però con una “callida iunctura , venendo definiti “balene di quindici piani”. Forse il nostro poeta non si sente del tutto estraneo a “un funzionario in divisa” che porge “fogli da controfirmare”. E si sente anche “Come un astrologo azteco / coartato da incompiuta / nascita a lunga / deviazione cosmologica”. Questo procedere per chiasmi, tra volgarità e raffinatezza intellettuale, trova forse una delle sue più piene affermazioni nel proclamare il culto di “chirurgie angelicanti”.
Una simile pienezza e alta densità semantica riscontrabile già nei componimenti che si presentano come poesia consente un passaggio del tutto naturale alle prose, che in lui non corrispondono affatto alla pratica di un “pis aller”, diversamente rispetto ai suoi colleghi. In fondo, Inglese intende riallacciarsi al padre più autorizzato di questo genere, al Baudelaire dei “Petits poèmes en prose”, che nel sommo Charles non volevano certo indicare un mutamento di pedale, ma un proseguimento nella stessa tematica, solo affidandola ad altri mezzi, in definitiva più liberi, più sciolti, ma evitando con cura il nemico, ovvero la trama, il senso compiuto, intendendo invece fermarsi un momento prima, a cogliere, a infilzare nello spiedo stati di disagio, di sofferenza, di inquietudine. Baudelaire iscriveva tutte le sue prove nella categoria dello “spleen”, termine quasi intraducibile, o comunque dai mille significati cangianti, tanto che proprio per evitare di doverlo definire il poeta francese ricorreva a un vocabolo inglese, sia perché era alla moda, sia perché gli permetteva di non risolvere l’enigma. In definitiva, anche gli stati d’animo saggiati da Inglese potrebbero essere posti all’insegna di uno “spleen”, ugualmente sfuggente ed enigmatico, posto all’altezza dei nostri tempi.
Questo suo “fare sul serio”, nel coltivare il poema in prosa, lo distanzia risolutamente dalle pratiche dei colleghi, che invece procedono “per scherzo”, con spirito post-dadaista, o da Oulipo, alla maniera di Queneau e di Perec. Invece a Inglese bisogna attribuire la discendenza giusta e appropriata di questa forma d’arte, a partire dal gran padre Baudelaire e passando per un suo continuatore del Novecento come Francis Ponge, senza dimenticare qualche affinità, rimanendo sempre in terra di Francia, con l’”école du regard”. Non per nulla uno di questi poemetti si intitola “Quello che si vede”, e che ci sia un atteggiamento di primo grado, attaccato proprio alle possibilità del visivo-percettivo, lo dicono anche i sottotitoli di queste prose, che chiamano in aiuto tutta una nomenclatura presa in prestito proprio dalle arti visive: puntasecca, olio su tela, rotoli di feltro e tubi al neon, con la consapevolezza che nell’ambito stesso dell’arte ora si è pronti ad abbandonare una visività stretta per accogliere altre dimensioni e tecniche di registrazione. Compare quindi pure una prova affidata al magnetofono e alla proiezione super otto. Però, non è che Inglese venga meno del tutto a un compito sperimentale-eversivo, che non starà nel prendersi gioco di quanto enunciato in apparenza, ma nel condurre l’impresa con assorto, totalizzante impegno, così da darci reperti fitti, di grande peso specifico.
Andrea Inglese. Un’autoantologia autoriale”, Edizioni Dot Com Press, pp. 175, euro 15.

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Dom. 18-3-18 (governo)

Naturalmente siamo in quella situazione di stallo, quanto a prospettive di giungere ad avere un governo, che del resto tutti si attendevano. E’ insopportabile la iattanza con cui i due vincitori, Di Maio e Salvini, reclamano il loro presunto diritto di essere incaricati della costituzione del governo, ben sapendo che non hanno una maggioranza disponibile. Si vorrebbe quasi che riuscissero a fare tra loro due il governo, per dimostrare al popolo italiano quanto false e inconsistenti fossero proprio quelle promesse che pure gli hanno consentito di fare il pieno di voti. Peccato che forse l’unità di questi due eccessi costerebbe cara proprio al medesimo popolo caduto nel tranello. Un dato curioso dello stato attuale è che si riconferma l’odio mortale nutrito da molti contro Renzi, è bastato che lui, prima di dimettersi, invitasse il suo partito ad andare all’opposizione, che ora vediamo tutti i suoi nemici, da a Pasquino a Errani a Ignazi, fare il fervorino al Pd ammonendolo che non deve arroccarsi sull’Aventino, ma andare, cappello in mano, a farsi sbeffeggiare dai Cinque stelle. La soluzione più probabile è che alla fine si faccia un governo del Presidente, con tutti dentro, tranne Di Maio e compagni, che strillerebbero come galline spennacchiate denunciando il tradimento del voto popolare. Purtroppo questo governo di tutti sarebbe solo la premessa, a tempi più o meno lumghi, dell’andare a nuove elezioni, col rischio, se appunto non ci fosse stato modo di verificare l’inanità delle promesse dei due vincitori, che questi aumentassero i loro voti. O ci potrebbe essere un rimbalzo, come succede in borsa, dove dopo una giornata di perdite i titoli soccombenti risalgono la china? Si potrebbe verificare un pentimento dei PD transfughi, accorsi a ingrossare le file o della Lega o dei Pentastellati, inducendoli a ritornare a casa loro? Qualche segno in tal senso si può riscontrare, io stesso intendo correre a iscrivermi formalmente al Pd, dopo anni di fiancheggiamento. Qualche sondaggio in merito sarebbe utile. Si parla di una modifica della legge elettorale, volta per esempio ad assegnare un consistente premio di maggioranza, ma mi pare che la corte costituzionale abbia indicato un limite insuperabile in questa direzione, e poi si rasenterebbe in tal modo l’esito del ballottaggio, che si è avuto il torto di impedire. Di sicuro si dovrebbe cancellare il Rosatellum, l’unico vero errore politico da imputare al renzismo, in quanto ha cementato in blocco unitario Lega e FI, mentre se ne fossero usciti sciolti, sarebbe più agevole scinderne le rispettive rotte.

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Arte

Frida Kahlo, un’artista che resiste al mito

La bella e ampia mostra che il MUDEC di Milano dedica a Frida Kahlo (1907-1954) si propone di andare “oltre il mito”, come promette il sottotitolo, e ci riesce davvero, per lo scrupoloso saggio che le dedica il curatore, Diego Sileo, ad oggi uno dei migliori contributi stesi per la conoscenza dell’artista messicana. Ma il mito di Frida resiste, essendo forse il più consistente nell’intero panorama dell’arte femminile del secolo scorso, non saprei vedere quale altra presenza tra le donne potrebbe esserle contrapposta con speranza di successo. E lo dimostra la folla, che si assiepa davanti ad ogni opera presente nella rassegna, rendendo difficile la lettura delle relative didascalie, il che è sempre il segno eloquente del buon successo di una esposizione. Le ragioni di un simile mito sono tante, tutte da ricercare nel fatto che Frida ostenta, come trofei, tutti gli aspetti che pure avrebbero potuto costituire per lei un insopportabile handicap, a cominciare dal fatto stesso della sua femminilità, che in tutto il Novecento non era certo un fattore di successo. Si aggiunga la malattia, la poliomielite che la colpisce a pochi anni di vita facendone, si direbbe oggi, una “diversamente abile”, portata però a non nascondere questa sua menomazione, ma anzi ad ostentarla, quasi a farsene vanto, incitamento a ergersi rigida come una stele, come un fittone, al centro del quadro, facendo ruotare attorno a sé l’intero universo degli affetti, delle memorie, private e collettive. Si aggiunga la femminilità stessa, vissuta fino in fondo, attraverso l’amore nutrito per Diego Rivera, nonostante e forse proprio per la loro opposta natura, tanto da rinverdire il mito della “bella e la bestia”: lei, affetta da una anoressia costitutiva, divenuta arma di combattimento, di provocazione. Lui invece obeso, come una rana gonfiata, come un bue, come un ciclope con strati di carne ammassati attorno agli occhi. Straziante è la storia d’amore tra i due, anche perché, come ben noto, lui l’ha tradita a più riprese, ma anche per questo verso compare un connotato in linea con le nostre esigenze, che non accetterebbero una donna succube e prona, in eterna attesa che il maschio ritorni a lei. Frida seppe rendergli pan per focaccia, ebbe le sue avventure sentimentali, anche se l’immagine di lui era incorporata in lei, ficcata quasi nel suo DNA. Giusto anche il ruolo, perfino stilistico, che seppe tenere nei confronti del marito e dei suoi compagni di via, gli altri due muralisti messicani, Orozco e Siqueiros, tutti loro violenti nelle forme, massicci, esasperati, in preda a un machismo seppure di buona lega, nutrito dei giusti lieviti di una sinistra protestataria. Cui neppure lei rinuncia, ma forgiandone appunto una legittima versione al femminile, fatta di eleganza, sottigliezza, incisività, a cominciare dal quel suo raccogliersi su un’esile verticale. Giusto anche il rapporto con la fotografia, di cui comprese a fondo la centralità a venire, quasi anticipando i nostri tempi in cui l’arte si sarebbe affidata più all’obiettivo fotografico che al pennello. Ma lei seppe amministrare con sapienza il ricorso a entrambi gli strumenti. Tuttavia, al centro di tutto domina la sua auto-rappresentazione, come di essere arcano, disceso dal cielo, o sputato fuori dalle tenebre dell’inconscio, a indossare tutti i panni possibili, come per una sfilata di moda, da modella di se stessa, senza peraltro disprezzare i lati che potevano rendere sgradevole quella manifestazione di sé, a cominciare dalla leggera peluria tra naso e labbra, da mettere in conto a tutte le tracce della menomazione fisica. Ma accanto a una apparizione volutamente dimessa e prosaica, ecco subito le superbe assunzioni, come a chiamare attorno a sé oggetti, indumenti, esseri, umani e animali, degni di entrare in quella superba parata. Mantiglie favolose, abiti da sposa, o invece presenze animali, anche questo come valida intuizione anticipatrice, al giorno d’oggi è partita una crociata messianica a favore dei nostri compagni minori nell’universo delle esistenze organiche, Oppure feticci del passato, a riscattare le tradizioni, le radici del suo popolo. Come assistere a una scena fissa, dominata da un personaggio mutante, pronto ad assumere mille sembianze, ma anche a rientrare sempre nella propria pelle, padrone di sé, della propria esistenza.
Frida Kahlo. Oltre il mito, a cura di Diego Sileo. Milano, MUDEC, fino al 3 giugno, cat. 24ore cultura

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Letteratura

Pupi Avati, affascinante viaggio nelle tenebre

Per fortuna Pupi Avati ha risposto prontamente all’auspicio con cui chiudevo una recensione del tutto positiva della sua prima prova narrativa in prosa, “Il ragazzo in soffitta”, auspicio che ne venisse una nuova opera, come accade ora con “Il signor diavolo”. Come si sa bene, siamo in un periodo in cui i narratori tradizionali sembrano scrivere storie pronte a essere riversate su pellicola cinematografica, o in “serial” televisivi. Pupi Avati, signore della regia con decine di capolavori a suo merito, segue invece un percorso a ritroso, abbandona cioè i mari da lui dominati del cinema per risalire i torrenti oggi minoritari della scrittura, quasi come fanno i salmoni. Non solo, ma non si limita a ripetere quanto da lui già intrapreso nella prima uscita, e a bordeggiare i successi cinematografici, come in definitiva succedeva nel romanzo precedente. Anche là, come in tante sue pellicole, si partiva da una Bologna ben assestata in confortanti salotti borghesi, anche se nella soffitta di una casa bene erano andate a vivere in modo periglioso delle esistenze poste fuori da quell’area di sicurezza, inquietanti, ma in definitiva non sfuggenti del tutto al controllo dei “normali”. Qui invece Pupi Avati decide di dare un calcio ad ogni sgabello confortante, ad ogni margine di certezza, per avventurarsi nelle acque infide già da lui esplorate nei primi film della sua carriera. Basti pensare ad opere come “La mazurca del barone, della santa e del fico fiorone”, del ’75, o meglio ancora a “La casa delle finestre che ridono”, ’78. Chissà che questo ritorno alle origini, oltre all’esito cartaceo, non ne conosca anche uno filmico, starà all’autore decidere. Qui, intanto, avviene subito il tuffo nella corrente, o meglio, nella palude. L’”opera prima” cartacea rimaneva ancora dominata da una presenza ragionevole, “come noi”, con delega ricevuta dall’autore, pur chiamata a sperimentare vicende contrassegnate da fatti orrorifici. Qui siamo a una “full immersion”, in quanto il protagonista che dice io nella vicenda, tale Furio Momenté, è personaggio di dubbia moralità. Si tratta di un piccolo funzionario della burocrazia romana che vuole emergere, quindi accetta di farsi spedire nella provincia veneta a seguire un caso giudiziario dai connotati incerti, che rischiano proprio di avere risvolti diabolici, di entrare nel territorio proibito dei malefici, delle comparse in scena del “signor diavolo”, come promette il titolo. Siamo in regime democristiano, quindi Momenté sa bene che suo primo compito è di mettere a tacere le strane voci che avvolgono un crimine dai lineamenti molto confusi, restaurando la pubblica quiete, eliminando ogni lato oscuro. Del resto, fin dall’inizio questo modesto travet ci appare improntato a dubbia moralità, basti dire che per far quadrare il bilancio domestico accetta addirittura che la moglie si prostituisca. Nel corso della sua missione Momenté viene in contatto con un giudice istruttore, Marino Melchionda, che vorrebbe attenersi a una limpida razionalità, ma si trova di fronte a fatti oscuri e controversi. Imputato è un giovanotto, Carlo Mongiorgi, che avrebbe ucciso un suo coetaneo perverso e molto chiacchierato, tale Emilio Vestri Musi, ma in modi non chiaramente accertati. Sarebbe entrato nella scatola cranica attraverso il bulbo oculare colpito da un sasso tirato con una fionda, ma non sembra che l’accusato, figura gracile, abbia in sé tanta forza, e dunque già qui subentra il sospetto di essere stato aiutato, al gesto improbabile di un Davide dell’innocenza contro un Golia delle tenebre, da un suo compagno già deceduto, Paolo Osti. Ma il lato più misterioso, terrifico, diabolico sta nella vittima stessa, nel Vestri, forse davvero una incarnazione del Diavolo, o quanto meno di un lupo mannaro, dotato di canini affilati con cui, si dice, avrebbe sbranato una povera fanciulla. Del resto da questo regno inquieto e perverso balza fuori una realtà incontestabile, infatti il nostro funzionario chiamato a spegnere, a far rientrare la vicenda in una tranquilla normalità, si vede recapitare un pacchetto che contiene proprio i denti laceranti dell’accusato, della figura satanica che in definitiva muove i fili di tutta la storia, anche se l’opinione pubblica cerca di rimuovere questa inquietante realtà. Siamo insomma ben lontana dalla logica accomodante dell’intera ondata di “gialli” o polizieschi che oggi ci vengono ammanniti, non c’è il bravo poliziotto, il Montalbano, il Cogliandro che pur attraverso tormentate peripezie risolve gli intrighi facendo ritornare il sereno. Pupi Avati rinuncia a queste accomodanti soluzioni, fa pesare sull’intera vicenda un clima ossessivo, di visioni e fenomeni perturbanti, gli stessi che del resto visitano molto spesso le sue trame, anche quando sembrano seguire un verso giusto. Penso a una storia come l’”Avventura scolastica”, dove al gruppo di ragazzini condotti a compiere un normale e salutare trekking sull’appennino compaiono appunto visioni macabre, come quella dei due coniugi defunti trainati su un improvvisato carro funebre.
Pupi Avati. Il signor diavolo, Ugo Guanda, pp. 202, euro 16.

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Attualità

Dom. 11-3-18 (che fare?)

Da qualche anno ci sentiamo sentiti dire che la nostra classe politica è indegna, deplorevole, una specie di “vil razza dannata”, come se fosse una casta intangibile, e non una serie di eletti a prezzo di fatiche e spese. Dopo l’esito delle elezioni di domenica scorsa mi sentirei di dire che quello che non va, è il popolo italiano tutto, pronto ad ascoltare vane sirene senza ponderazione e uso di ragione. I tanti che hanno votato Lega, hanno creduto davvero che Salvini riesca a rimandare a casa 600.000 immigrati, o a convincere a chiudere un occhio e a lasciare che i prossimi immigrati vengano lasciati annegare. Dall’altra parte l’infinita caterva di giovani disoccupati hanno creduto davvero che Di Maio e la sua gente gli procurasse il reddito di cittadinanza, cioè un buon mensile senza dover lavorare. C’è la circostanza risibile che molti di questi giovani si sono presentati per chiedere il modulo di iscrizione a questo bengodi. Ora che fare? I due vincitori sono inconciliabili tra loro. Se non ci fosse stata la nefanda bocciatura del referendum, avremmo la soluzione del ballottaggio, cioè il popolo bue sarebbe chiamato a decidere quale dei due mali, o dei due beni, preferirebbe, Salvini o Di Maio, e dunque avremmo potuto mettere alla prova l’uno o l’altro fronte. Così invece sarà quasi inevitabile fare uno scolorito governo del Presidente e andare prima o poi a nuove elezioni. E’ inutile che Mattarella ora predichi a favore di un senso di responsabilità, doveva intervenire prima a censurare le false e vane promesse di Salvini e Di Maio, che invece tanto seguito hanno avuto nell’elettorato. Ora mi auguro che il Pd si tenga fermo nella sua giusta decisione di stare all’opposizione, speriamo che lo sgretolamento della autorità di Renzi non consenta l’aprirsi di falle, alla maniera di chi, come il volubile Scalfari, scopre ora che i Cinque stelle sono la nuova sinistra, una tesi ripetuta ieri sera anche da un pessimo politologo, non so perché tenuto in tanta stima, come Pietro Ignazi, nel salotto Gruber, che tanto ha contribuito a destabilizzare Renzi, a picconarlo, come del resto la quasi intera intellettualità italiana, il che del resto era stato fatto a suo tempo nei confronti di Craxi. Nulla da fare, noi non vogliamo chi davvero minacci di cambiare le cose, siamo il Paese del gattopardo dove in tanti fingono di voler cambiare, ma poi preferiscono che si ricada in vecchie soluzioni. Anche Renzi potrebbe far suo il triste motto pronunciato a suo tempo da Giuseppe Saragat, quando aveva denunciato il destino “cinico e baro” che si era accanito contro di lui, nonostante che egli avesse fatto le scelte giuste a favore della socialdemocrazia, contro il PCI asservito a Stalin e ai burocrati successivi, quando purtroppo anche Nenni si era lasciato fagocitare da quel mito, riscattandosi poi a favore della soluzione Craxi.
E’ anche ora di finirla nel paventare nuove elezioni, forse ha sbagliato Bersani quando nel ’12 avrebbe stravinto, accettando di entrare nell’ombra sotto lo scudo protettivo di Monti. E Renzi, a posteriori, ha ragioni da vendere quando proclama che bisognava permettergli di andare ad elezioni nella primavera o estate dell’anno scorso, dove certo le quote del PD non sarebbero scese così in basso. Paesi come la Spagna e la Grecia non hanno avuto paura di andare a nuove elezioni, senza per questo cadere nella rovina. E’ vero che se ci si va senza aver messo alla prova Lega o Cinque Stelle, c’è il rischio che i due schieramenti confermino o accrescano i rispettivi consensi. Per prima cosa si dovrà abolire il rovinoso Rosatellum, l’unica vera colpa da imputare al renzismo, che ha compiuto un gesto masochista consentendo alla destra di ricompattarsi. Forse sarebbe il caso di studiare possibili soluzioni che rilancino l’ipotesi del ballottaggio, mettendo sotto accusa una insulsa Consulta.

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