Arte

Hiroshige, quel che è mancato ai Giapponesi

La presenza presso i nostri musei dei tre grandi stampatori giapponesi tra fine ‘700 e ‘800, nell’ordine, Utamaro (1753-1806), Hokusai (1760-1849) e Hiroshige (1797-1858) è ormai ricorrente e profusa in abbondanza. In questo momento, per esempio, l’ultimo dei tre, che era anche il più giovane, è presente in misura perfino eccessiva con centinaia di opere, alle romane Scuderie del Quirinale, mentre sul secondo, Hokusai, Einaudi traduce e pubblica una vasta monografia. L’Occidente ebbe un primo campanello d’allarme dell’esistenza di questa sfida ai presupposti del nostro realismo mimetico già sul finire del ‘700, quando si aprì una faglia, una crepa minacciosa, al confine tra il moderno e il contemporaneo, per dirla con i manuali, quando cioè si ebbe qualche sentore della rivoluzione fondata sull’elettromagnetismo, ma poi noi tirammo dritto fino all’Impressionismo. Fu allora che le minacce estremo-orientali sembrarono ritornare alla carica e ottenere maggiore credito. Da quel momento è divenuto consueto dire che finalmente la nostra arte era influenzata dai lontani rivali del Sol Levante, come faceva fede il famoso ritratto di Zola steso da Manet, con alle spalle un ampio dispiegamento di stampe giapponesi. Ma è ora di correggere un errore storiografico, di fatto gli Impressionisti proseguivano lungo la strada nostrana, che si distingueva da quella dei lontani parenti in quanto, fin dai tempi di Leon Battista Alberti, avevamo abbracciato la prospettiva dotata del punto di fuga, che del resto stava per ottenere una conferma proprio dalla macchina fotografica. Non è affatto casuale che la prima mostra ufficiale degli Impressionisti avvenisse nello studio fotografico di Nadar, in quel momento il “fatto a mano” e con la sola forza dell’occhio trovava una conferma dall’impiego di uno strumento tecnologico, tanto più sicuro, così da indurre i pittori a lasciare al concorrente il compito di fornire un’immagine fedele del reale, andando a battere le diverse vie dell’astrazione. Ebbene, la grande differenza sta nel fatto che gli estremo-orientali non conobbero mai quel piccolo ma rivoluzionario stratagemma di dotare la rappresentazione della convergenza delle linee verso un unico punto. Proprio l’ampia rassegna di Hiroshige ci dimostra che i suoi paesaggi, pur eccellenti nella precisione dei dettagli con cui compaiono case, giardini, coltivazioni, vedute di marine o di monti, mantenevano un sistema che noi diremmo assonometrico. Ovvero le linee di fuga, pur obliquando per suggerire la distanza spaziale, restano parallele tra loro, e dunque non “stringono” i dati visivi, sarebbe come usare un compasso allentato che non afferra, non precisa. Invece il sistema ideato dall’Alberti infilza i dati, ne consente una trascrizione di alta precisione. Altra differenza: dopo l’Alberti è venuto Leonardo con la sua prospettiva aerea, ha scoperto cioè che il mondo è immerso nell’atmosfera, la quale procede ulteriormente a graduare i corpi, a far entrare in gioco il fattore distanza. Invece i paesaggi di Hiroshige e compagni, pur pieni di dettagli, non sanno affrontare il fattore distanza, ci danno una specie di eterno presente, le immagini stazionano in un immobile primo piano. La conseguenza è del massimo rilievo. Dotati di quegli accorgimenti per apprestare una mappatura dei territori ad alta fedeltà, i nostri artisti nei secoli hanno consegnato a condottieri di eserciti e a squadre di mercanti una cartografia chiara, di alta precisione, che invece è mancata ai loro concorrenti di altre parti del pianeta. Forse questa è una delle ragioni che hanno consentito a noi Occidentali di andare alla conquista della Terra, il che non è avvenuto in pari grado da parte di altre culture pur altamente sviluppate, come quella della Cina, cui poi è subentrato il Giappone. Ovvero, il realismo mimetico, retaggio solo di noi Occidentali in due fasi storiche, quella classica greco-romana, e poi la successiva diciamo così rinascimentale, proprio fino all’Impressionismo, sconosciuto invece alle altre culture del mondo, ci ha aperto le porte alla conquista dei continenti. E dunque, a ben vedere, l’interessamento nutrito allora per le soluzioni giapponesi, è stato un “fin de non recevoir”, in definitiva gli Impressionisti, con Monet alla testa, allora dissero, un “grazie no, noi continuiamo per la nostra strada, applicando il buon realismo della tradizione”, tanto più che ormai risultava suffragato dall’arrivo della fotografia. E allora, per avere un effettivo impatto dello stile “giapponese”, bisogna attendere il momento in cui l’”impressione” sia pittorica che fotografica entra in crisi. Il che, presso di noi, avviene solo attorno al 1888, quando Paul Gauguin, davvero rivoluzionario, fonda la Scuola di Pont Aven, basata sull’intuizione che l’universo prospettico albertiano ormai sta morendo, sostituito dall’impatto delle nuove energie dell’elettromagnetismo, con quella enorme velocità della luce che schiaccia ogni rilievo, e dunque le soluzioni frontali, immote, tutte tramate in superficie, di Hiroshige e compagni, diventano davvero istruttive.
Mi è stato necessario svolgere questa lunga premessa, che il più delle volte resta incognita ai nostri studiosi, per sgombrare il campo da falsi fantasmi, dopodiché è possibile andare ad apprezzare lo snocciolarsi di queste deliziose visoni panoramiche dell’artista giapponese, non molto diverse dagli altri due che lo hanno preceduto. Questo è il linguaggio che si conviene alla nostra età dominata dal mosaico elettronico, che appiattisce, che ama procedere per ampie campiture, di cui in definitiva il miglior frutto sta nei cartoni amati, di cui non per nulla proprio gli artisti giapponesi sono i migliori produttori. Se insomma a fine Ottocento essere “japonard”, come si diceva per il Nabi Pierre Bonnard, era una avventura apripista, oggi si tratta di una via maestra, aperta a tutti, su cui noi Occidentali dobbiamo metterci in coda dimenticando la spocchia nutrita in altre epoche. Oggi insomma dobbiamo essere tutti “japonards”, ma perché la tecnologia ha subito una svolta liquidando il vecchio sistema fotografico-rappresentativo. Oppure no, dobbiamo riconoscere che esso è ancora con noi, affidato agli infiniti scatti che si prendono col telefonino, ma tanto vale allora lasciar cadere l’inutile mediazione del “fatto a mano”. Oggi l’arte visiva o pratica l’astrazione, o si affida al “tale e quale” della ripresa fotografica diretta.
Hiroshige, a cura di Rossella Menegazzo. Roma, Scuderie del Quirinale, fino al 29 luglio. Cat. Skira. Hokusai, Oltre la grande onda, a cura di Timothy Clark, Einaudi, pp. 351, euro 75.

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Letteratura

Petrella, fragile non è solo la notte

Insisto anche questa volta a parlare di un prodotto dell’enorme “coiné” che si è impadronita del mondo intero, sfornando opere narrative improntate a trame gialle o pioliziesche, sfornate in cartaceo o ben più spesso in formato elettronico, per cinema e televisione. E’ un fenomeno, come, già detto, paragonabile ad altre fasi di narrativa popolare di vasto consumo, si pensi ai medievali poemi cavallereschi, o all’ondata di romanzo “nero” o gotico in Inghilterra sul finire del Settecento, o alla serie dei segreti di Parigi stesi da Eugène Sue nel cuore dell’Ottocento. Oggi parlo di una cosa a dire il vero molto povera e provvisoria di uno scrittore, Angelo Petrella, che però avrebbe i numeri per far molto meglio, mentre qui si è dato a fornire un prodotto facile, di pronto uso, pur manifestando qualche eco di una qualità superiore: per esempio, lascia ben pensare il titolo, “Fragile è la notte”, una felice accoppiata che naturalmente ci fa pensare a un classico come Scott Fitzgerald, e in definitiva non del tutto spregevole è il protagonista, Denis Carbone, portatore di un’angoscia, di un’ansia autodistruttiva che lo spinge a tuffarsi nell’alcol, con interminabili bevute di una marca specifica di wisky, Macallan, e uso di sigarette Rothmans. Il tutto con nausee, crampi allo stomaco, vomiti. Insomma la scheda dei “dolori del giovane Denis” è quanto di meglio ci offre la vicenda, e qualcosa del genere si potrebbe ripetere anche per il personaggio ideato da uno scrittore ben più quotato del nostro Petrella, il Lucarelli ideatore dell’ispettore Coliandro, a dire il vero apparso solo in un sequel televisivo, affidato a un eccellente attore, Giampaolo Morelli. Nell’uno e nell’altro caso riusciamo a simpatizzare, a provare solidarietà, umana partecipazione per le vicende personali dei due tristi eroi, nel caso di Coliandro anche per l’abbondante accompagnamento di buone cariche di umorismo involontario in cui affonda, mentre i dati di trama risultano di disarmante stereotipia. I due vengono degradati, ma trovano modo di far valere le loro buone attitudini portando a soluzione i rispettivi casi. Questi in genere sono di smaccato sensazionalismo, qui la vittima è una signora, tale Ester Fornario, che via via ci appare come una incredibile megera dedita alla pratica del sesso estremo. Naturalmente c’è di mezzo, a un certo punto, un dischetto su cui sono registrati segreti quasi di stato, rivolte, congiure, il che provoca l’uccisione della donna, sfortunata detentrice di questo tesoretto elettronico. I sospetti cadono su un poco di buono, che però in questa circostanza risulta innocente, e anzi sarà tra le vittime a ripetizione che la storia richiede. Si sa bene che questo genere narrativo ampiamente codificato chiede sangue a profusione, il rituale della morte di qualcuno si ripete a ogni pie’ sospinto. Si aggiunga l’immancabile corruzione dei superiori, che qui tocca anche l’alto grado di un questore, orditore di intrighi, con una accolita di funzionari e poliziotti che lo seguono anche sulle vie del malaffare e del delitto. Ci sono sparatorie, scontri, anche all’arma bianca, descritti con passabile icasticità e irruenza. Fra l’altro Petrella non esita a sottoporre il suo eroe a prove estreme, gli vengono iniettate sostanze narcotizzanti, resta vittina di spettacolari incidenti d’auto, da cui si salva miracolosamente per tirare avanti, fino alla immancabile conclusione positiva. E’ però merito di Petrella, e indice di sue buone doti, che il finale non sia trionfalistico ma echeggi un esistenziale e pessimista “viaggio al termine della notte”. Così come, tra tante imprese prevedibili, conformi a miti e riti del filone seguito, il protagonista, tra una bevuta e l’altra, un crampo allo stomaco, un qualche avvoltoio fisico e metafisico che gli rode il fegato, riesce pure ad avere qualche visione felice del Golfo di Napoli, seppure ü passant, di chi non ha tempo di soffermarvisi ma deve tirare diritto per la rotta obbligata.
Angelo Petrella, Fragile è la notte, Marsilio, pp. 159, euro 16,50

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Attualità

Dom. 22-4-18 (sindacati)

Ho trascorso una settimana in Tunisia, a Sfax, penso che dirò qualcosa in merito ma con maggior tempo di riflessione. Questo rinvio non è certo per ospitare una qualche puntata sull’eterno tormentone della nostra difficoltà a formare un governo, vedo che Mattarella prosegue con indefessa determinazione sulla strada di perdere tempo con incarichi esplorativi, ritengo votati al nulla. Ma posso sfruttare in via diretta quel mio soggiorno tunisino in quanto ho avuto occasione di riprendere in mano dei quotidiani francesi, gli unici diffusi in quel Paese,in particolare il “Figaro”, che giovedì scorso 20 aprile commentava la confitta della CGT, partita lancia in resta contro le riforme proposte dal presidente Macron, ma abbandonata dalle altre confederazioni, e soprattutto dagli iscritti di un tempo. Il che come è noto succede anche per la consorella italiana, la CGIL, cui non è stato propizio abbandonare l’odiato PD di Renzi per fare causa comune con l’ancor più fallimentare LEU, cioè con i rappresentanti in apparenza legittimi di un autentico sinistrismo. Ovviamente il giornale francese, organo di destra, è ben lieto nel dover constatare la crisi del sindacato più importante di casa sua, io certo non condivido un senso di sfiducia nell’arma del sindacalismo, grande fattore generale, dall’Ottocento in poi, a difesa dei diritti del quarto stato, contro la supremazia del terzo stato borghese. Se oggi, diversamente da quanto dicono in tanti, non è legittimo dichiarare che siamo semore in regime borghese-capitalista, lo si deve proprio alla presenza della preziosa opera di tutela della controparte esercitata dai sindacati. Ciò non toglie che si debba pour denunciare, anche da noi, una evidente inadeguatezza della CGIL portata a ragionare ancora in termini di industrialismo classico, come se la classe operaia fosse ancora rappresenta dagli appartenenti alle grandi officine. Da qui la difesa arrabbiata dell’articolo 18, come se di fronte alle imprese che licenziano e chiudono non fosse ormai il governo a esercitare una quale tutela. E’ poi stato un mio chiodo fisso, da quando negli anni scorsi scrivevo sull’”Unità”, di dover esortare i sindacati a opporsi alla possibilità delle aziende di trasferire la loro attività all’estero, nei Paesi in cui la mano d’opera costa assai meno che da noi. Verso quei Paesi, del terzo mondo, è necessari frapporre dei diritti doganali in modo che le loro merci, rientrando da noi, equiparino nei costi quanto prodotto presso i nostri “vecchi parapetti”. Ma soprattutto mi pare che la CGIL, troppo presa difendere il lavoro operaio nelle sue modalità classiche, come si svolge presso le grandi imprese, si è fatta assai poco carico della difesa dei lavori saltuari, per esempio dei poveri addetti alla consegna di pizze, o di acquisti fatti in rete, che dalla centrale Amazon vicino a Piacenza devono poi essere recapitati ai domicili privati. E non mi risulta che i sindacati siano intervenuti a difesa del lavoro in nero dei poveri extra-comunitari pagati scandalosamente solo pochi euro all’ora, o nel corso di un’intera giornata. E anche contro il guaio delle morti sul lavoro, perché gli ispettori sindacali non si fanno carico di un controllo capillare delle norme di sicurezza, reagendo sia all’incuria dei padroni, sollecitati dalla prospettiva di risparmiare, sia degli stessi operai, che magari per facilitare la propria assunzione o il favore dei padroni chiudono per primi un occhio sulle garanzie loro offerte? Insomma, la CGIL, come in Francia la CGT, non pare che si siano aggiornate sulle diverse modalità che il lavoro ha assunto nelle attuali condizioni tecnologiche.

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Arte

Una mostra su Italia 1918-1943, dove storia e politica vengono prima dell’arte

Confesso di essermi recato a visitare l’enorme mostra realizzata da Germano Celant per la Fondazione Prada, “Post Zang Tumb Tuuum” con il timore che fosse venuta addosso a una vasta impesa condotta da me e da altri per il Comune di Milano nel 1982, “Annitrenta”, che forse della città ambrosiana è stato anche il maggiore evento espositivo in assoluto. Sospetto subito fugato per varie ragioni, in quanto il nostro intento di allora fu di concentrarci su un solo decennio, appunto gli anni Trenta, in cui si perfezionò la dittatura fascista, col sospetto che ogni realizzazione nata in quel tempo fosse inficiata da quelle specie di piaga dilagante. Invece noi dimostrammo che l’arte italiana, seppure il più delle volte scevra da intenti polemici verso il regime, e anzi assai spesso consenziente e anche pronta a trarne vantaggi, marciò per la sua strada con grandi esiti innegabili. Cominciamo invece a vedere i tratti distintivi dell’attuale rassegna. Intanto, colpisce l’adozione dell’inglese come lingua ufficiale nel catalogo, quasi troncando il dibattito in corso presso di noi. No, se si vuole un prodotto da esportare, come pretende essere la presente mostra, l’unica è conformarsi alle esigenze di mercato, lasciando alla nostra lingua una particina minore, relegata in appendice. Del resto, non per nulla Celant è detto scherzosamente l’AmeriKano. Utili indicazioni vengono anche dal sottotitolo, che intanto segnala il periodo assai più vasto abbracciato, 1918-1943, e poi i tre termini che vi compaiono, “Art Life Politics Italia”. Purtroppo l’ordine di queste tre componenti è da invertire, il curatore ha premiato i due secondi aspetti, questo è un grande affresco della vita e della politica in Italia nell’intero periodo, dove l’arte viene a rimorchio. Gli artisti e i relativi movimenti sono chiamati in campo, ma solo quando la storia, o la cronaca dà loro la battuta, prima devono attendere pazientemente nel retroscena. Succede così che non si rispettano i tempi reali, almeno secondo l’orologio degli stili per farli apparire, non solo, ma la loro presenza viene spezzettata in tante comparse alla spicciolata, alcuni ritornano quasi ad ogni passo, come per esempio Wildt, Sironi, Casorati, avendo però il loro percorso smembrato in tante tappe. Si potrebbe anche usare una metafora presa dal campo ciclistico, questo è un modo per “spezzare i cambi”, non si speri di vedere un decorso organico dei vari “ismi” succedutisi in quegli anni, poniamo, “richiamo all’ordine”, Novecento italiano, Artisti di Parigi, i Sei di Torino, le varie Scuole romane. Un capofila fa appena a tempo a comparire, che subito la sua presenza è “spezzata” dal comparire di un qualche avversario, o semplicemente diverso da lui, dato che a comandare è l’asse storiografico, o cronachistico, degli eventi esterni, a cominciare da mostre, premi, concorsi pubblici, che ovviamente quasi sempre mescolano le carte, pescano a destra e a sinistra, elaborano dei menu stuzzichevoli. Certamente il rispetto di un contesto storico è importante, ma nella nostra mostra le varie tendenze comparivano ben distinte, forse anche per il vantaggio di pescare entro un unico decennio che quindi procurava di per sé il compattamento delle presenze, consentendo a ciascuna di esse di dipanare un proprio autonomo svolgimento. Qui c’è un effetto paradossale, l’enorme catalogo funziona meglio della mostra, in quanto esso è affidato a una schiera di collaboratori, spesso molto validi, i quali ricostituiscono i loro orticelli, riuniscono le vicende che invece in mostra sono interrotte per la dittatura degli eventi esterni. Che dominano anche nella selva dei documenti da cui è allagata la mostra, quasi più da leggere, magari grazie ad enormi proiezioni, come del resto oggi avviene per effetto della sostituzione del cartaceo con l’elettronico. Infatti al termine del primo tratto espositivo entriamo nella semioscurità di un salone animato da enormi tatzebao elettronici, cangianti per accrescere la propria capienza. E sui tavoli, ad ogni angolo, c’è pure una selva di cataloghi, riviste, monografie, bravo chi avrà il tempo di esaminarli tutti. Si aggiunga che lo spazio Prada risulta inadatto a tanto sciorinamento di fatti e aspetti, non basta certo l’unico edificio eretto ex-novo, bisogna ricorrere ai lunghi bracci delle cascine preesistenti, percorrerle, ritornare sui propri passi, infilarsi di qua e di là, infine raggiungere la scatola centrale attraverso una passerella, procedendo dal primo piano al pianterreno. In conclusione, senza dubbio uno sforzo ingente, meritevole per tanti aspetti, ma da non avvicinare da chi, come me, viene della fenomenologia degli stili, ottimo invece per chi sia un cultore di interessi storico-politici per il ventennio, qui ricostruito in toto. Un’ultima osservazione: non so se sia stato opportuno porre il tutto all’insegna del fremente urlo futurista dello Zang Tumb Tuuum marinettiano, il Futurismo fece presto a sparire dalla scena, o dovette affidarsi a deviazioni aneddotiche, scenografiche, decorative, da Balla a Depero a tutto l’Aerofuturismo, che presto presero in gran dispitto le imprese contigue. Se ci fosse ancora qualche superstite di quel movimento, temo che si recherebbe in loco armato di pomodori per contestare tanti ritorni alla normalità, al figurativismo, che in effetti finirono per vincere, in quell’arco di tempo, qui ancora più ossessivamente presenti per la moltiplicazione dei pani e dei pesci, in quanto i vari protagonisti di qualche ritorno all’ordine ricompaiono a ogni pie’ sospinto.
Post Zang Tumb Tuuum, a cura di Germano Celant. Milano, Fondazione Prada, fino al 25 giugno. Cat. autoedito.

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Attualità

De Cataldo, quattro passi nel caos

Ho preso atto più volte che la produzione di una narrativa “gialla” di carattere popolare sta dilagando, fenomeno non insolito negli annali del romanzo, basti pensare alla voga estrema dei poemi cavallereschi nel medioevo, fino a produrre la follia di Don Chisciotte, capace per ciò stesso di affrettarne anche l’inevitabile fine. Questo evento apotropaico non si è ancora compiuto nel nostro tempo, quindi non ci resta che andare a vedere chi, in tanto diluvio, si salvi o no. E’ quanto sto facendo sia in queste noticine private sia nelle poche apparizioni “in chiaro”, cioè in cartaceo, che mi sono concesse dalla rivista ”L’ Immaginazione”. Così, ho avuto un giudizio oscillante sul mio concittadino Lucarelli, tra consensi e dissensi, ho denunciato l’ambiguità di Saviano, tra il volto del santone ufficiale e invece lo spietato sfruttatore di una materia purulenta. Mi hanno convinto le scritture pulite e i buoni ingranaggi di Gianrico Carofiglio e di Maurizio De Giovanni, assieme alle prove appartate del duo bolognese Ida & Zap. Invece non avevo mai avuto occasione di misurarmi su uno degli autori di grido di questa ondata, Giancarlo De Cataldo, me ne dà il pretesto l’uscita di un suo “L’agente del Caos”, ma devo dichiarare subito la mia delusione, non lo metterei certo in una squadra di promossi assieme ai Carofiglio e De Giovanni, con cui peraltro risulta che abbia collaborato a più riprese. Fossi in sede di “Immaginazione”, si tratterebbe di un pollice verso. Parafrasando il titolo, possiamo dire che siamo di fronte non a un “agente”, bensì a un “autore del Caos”. Il che potrebbe anche essere un bene, se un narratore il caos riesce ad amministrarlo, ma questo non avviene nel prodotto del Nostro, che nel caos precipita in misura incontrollata. Tutt’al più, gli si potrebbe attribuire la categoria dello hellzapoppin, di una rapida sfilata di comparse mobili e cangianti, come del resto rivelano gli smilzi capitoletti di questa narrazione. C’è uno scrittore in prima persona che ha misteriosi incontri romani con un a sua volta misterioso avvocato, tale Alwin Flint, che vorrebbe convincerlo a scrivere la biografia di un suo cliente, anche lui personaggio misterioso e cangiante, fin nei nomi da attribuirgli, e nei natali da riconoscergli, con tante variazioni sul motivo, in una impazzita pallina di roulette che alla fine si arresta nella casella dove troviamo un Jay Dark. Che dire di questo protagonista? Gli si può attribuire ogni capacità e qualità, è un bricconcello che vive di furti, no, è un giovane forte e furbo, padrone di se stesso, a cominciare dal fisico che gli permette di guadagnare qualche soldo sottoponendosi a test su droghe varie, ingurgita zollette di zucchero intinte di succhi fatali, lsd o prodotti analoghi, che però sopporta con disinvoltura, o invece no, cade nel delirio, sprofonda in incubi, e noi con lui. Il tutto nell’ambito di un ugualmente misterioso progetto escogitato dalla CIA o comunque dai poteri forti, che sarebbe di sconfiggere i giovani hippies statunitensi, allergici alla guerra del Vietnam, rovinandoli sotto un diluvio di droga riversata a piene mani. Uno dei tratti positivi del romanzo sarebbe di portarci a rivivere gli anni ’60 dei Figli dei Fiori, o ancor prima della beat generation, con i suoi riti fastosi, in un San Francisco dei tempi d’oro, e relativi santoni, come per esempio l’apostolo appunto dei viaggi favoriti dall’acido lisergico, Timothy Leary. In fondo, la scapigliatura di De Cataldo vorrebbe far rinascere la scrittura libera e disinvolta di un William Burroughs, ma senza la capacità di darsi un ordine, una regia, vivendo di espedienti, di trovate momentanee, come avviene al suo eroe principale Jay Dark, un momento sull’altare, ma il momento dopo sprofondato nella polvere, nella disgrazia, da cui però sa sempre riscuotersi riuscendo a farsi finanziare, e a vivere alla grande zampettando da New York a Los Angeles a Londra. Però in definitiva gli unici momenti per noi lettori apprezzabili e a misura d’uomo sono gli incontri in trattorie romane, tra il narratore autorizzato e lo strano figuro che pretende di ingaggiarlo. E ci sono tanti altri personaggi che passano in rapida successione, il lettore non fa quasi a tempo a memorizzarli, è consigliabile che si procuri un taccuino per prendere nota dei nomi, se no, a un passaggio successivo, non si ricorda di chi si tratta, che cosa ha fatto, da dove viene. Del resto in genere si tratta di comparse di poca durata, di puri flatus vocis, come fuochi d’artificio che sfrigolano nel buio e nel vuoto. E come si sa, può anche succedere che taluni di questi ordigni non riescano ad accendersi, restino a pesare inerti sulla pagina.
Giancarlo De Cataldo, L’agente del caos, Einaudi stile libero, pp. 321, euro 19.

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Attualità

Dom. 15-4-18 (Lega e M5S)

Si scopre che tra i commentatori politici c’è una schiera di indefettibili vedovi o orfani del duo Salvini-Di Maio. Non bastano le proclamazioni che almeno il primo dei due ha fatto a favore dell’unità della coalizione di destra, Berlusconi compreso, molti continuano a non crederci, a pensare che sia solo una finta. Lasciate che i due bravi ragazzi si ritrovino lontani dagli occhi del cattivaccio Berlu e vedrete come sanno filare d’amore e d’accordo. E’ già indicata l’occasione, quando i due berranno un calice della pace al festival del vino a Verona, non lontana dal Ponte di Bassano che come si sa bene concilia le unioni. Naturalmente se Salvini non molla il partner, non è certo per lealtà, o perché si senta legato a lui alla follia, ma lo fa per convenienza, per calcolo aritmetico, perché se si presentasse al connubio auspicato da tanti col suo solo 17%, l’altro, che ha il 32%, farebbe di lui un solo boccone. Così invece può rivendicare che l’incarico al premierato tocchi, se non proprio a lui, comunque a un esponente della Lega. Salvini sì che è bravo e un passo indietro è pronto a farlo, eppure non si dica che supera di slancio i veti, si sa che ne ha emesso uno severo contro il Pd, che non speri di entrare nelì’ipotizzato governo a trazione leghista. Non è poi molto diverso dal veto dei Pentastellati nei confronti di Berlusconi. Il quale per conto suo ci ha messo un fermino, con quella dichiarazione estemporanea contro l’assenza di spirito democratico in Di Maio e compagni, cosa verissima, tanto è vero che solo qualche tempo fa ne era convinto perfino Eugenio Scalfari, con quella sua asserzione che fece scandalo secondo cui, tra Berlusconi e l’altro, egli non avrebbe esitato a scegliere il primo, e ha ragione, per quanti torti si debbano riconoscere al fondatore di FI, affidarsi a lui comporta meno rischi che affidarsi i amembri volubili, non sperimentati, pronti a tutto del M5S.
Correttamente il Presidente ha detto che non c’è più spazio per nuove consultazioni, che bisogna fare in fretta, ma in contraddizione con ciò si è preso qualche altro giorno di pausa, e speriamo bene che non proceda al rito inutile di mandare qualcuno a esplorare, quando ormai la situazione appare bloccata, e non può certo essere una figura di secondo piano a riaprirla. Che fare allora? Io nel mio piccolo, nella mia inesistenza, l’ho detto fin dal primo momento, non resta che un governo del Presidente affidato a una personalità super partes, al che certamente la coalizione di destra ci starebbe, e anche il Pd, con l’ostilità frenetica solo dei Cinque Stelle, che certo griderebbero al tradimento inaudito, al golpe. Compito di questo governo di tutti? Fare una legge elettorale decente, fondata su un consistente premio di maggioranza, il massimo che l’esosa e tremebonda Consulta riesca a concedere, magari anche al 40%, cui del resto il gruppo di centro-destra è già molto vicino. Meglio elezioni a breve termine, con la speranza di uscire dalla morta gora, piuttosto che vivacchiare malamente, attendendo che i due “si parlino”, e che uno di loro accetti di cedere all’altro il bastone del comando. Purtroppo da elezioni di questo tipo quasi di sicuro uscirebbe vincitore proprio il Centro-Destra. Pazienza, il berlusconismo ci ha governato, più male che bene, per un ventennio, dopo forse potrebbe riaffacciarsi una sinistra in regola, democratica, coi conti in ordine col suo passato, quale continua a essere espressa dal Pd, e non dalla banda abnorme, dall’armata Brancaleone dei seguaci di Di Maio. Chissà, perfino l’ottuso popolo italiano potrebbe avere qualche pentimento e ritornare sulla retta via.
Aggiungo che per porre rimedio alla fiera resistenza con cui gli appena eletti in Parlamento si opporrebbero a rimettere in gioco la carica appena ottenuta si potrebbe concedere una conferma automatica a molti di loro, con qualche meccanismo aritmetico non impossibile da trovare.

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Cesare Tacchi, buon protagonista della Pop romana

Il Palaexpo di Roma dedica una opportuna retrospettiva a Cesare Tacchi (1940-2014) che della grande stagione della Pop Art nella nostra capitale è stato uno dei numerosi protagonisti, forse non proprio di prima fila ma comunque valido, degno di attenzione. Conducendo scelte sicure subito ai suoi inizi, quando, primi anni ’60, appena ventenne, partecipava al clima tipico nella Capitale di quanti praticavano una specie di minimalismo avanti lettera, lasciandosi alle spalle i residui della stagione informale e andando con sicurezza verso una stagione di rinnovato meccanomorfismo, in sintonia col pieno rilancio dell’industrialismo, dopo la crisi da cui era stato colpito proprio ai tempi dell’Informale. Penso ai Lo Savio e Uncini e Carrino, che oltretutto ben capivano come quel ritorno a un geometrismo netto e scandito dovesse accompagnarsi alla fuoriuscita dalla superficie della pittura e all’impiego di materiali costruttivi, come i metalli e gli intonaci. Tacchi, con scelta responsabile, si inserì in quel clima, ma praticando una variante significativa. Infatti usava un materiale tale da accettare, anzi, da sollecitare una squillante policromia, certi gialli, certi ocra densi e compatti, come del resto stava pure facendo il numero uno di quella situazione, Schifano. Ma ben presto il nostro artista ha lasciato cadere le sagome esatte e rigorose a favore di icone, ovviamente ispirate a temi “popolari”, di pronta presenza, a gara con le sigle pubblicitarie. Icone di figure, tracciate con solco rapido, con attenzione esclusiva ai profili, come se si trattasse di ombre cinesi. Del resto, si può parlare proprio di una stagione di rinnovato interesse verso i grandi stampatori asiatici, credo che la domenica prossima parlerò di un ospite alle Scuderie del Quirinale, di uno dei tre famosi litografi, nella fattispecie Hiroshige. Ebbene, i Pop romani, come già era avvenuto nelle lontane stagioni del Simbolismo, in quel momento hanno fatto di nuovo tesoro di quei suggerimenti. Ma nello stesso tempo il nostro Tacchi ha pure adottato una diversa eccellente soluzione. Infatti il carattere vuoto e aereo, filante, al risparmio proprio dei suoi profili lasciava tanto spazio libero sullo sfondo, e dunque come riempirlo? Ecco allora l’idea efficace di stendervi carte da parato, anch’esse con un piede nella banalità, nel kitsch o “cattivo gusto”, compagni inevitabili di esiti di Pop Art, che però nello stesso tempo già fanno l’occhialino a soluzioni di specie “citazionista”, di quelle che arriveranno circa due decenni dopo. Insomma, quei festoni decorativi si pongono abilmente tra il banale e il prezioso, il che poi trova conferma definitiva nell’imbottitura di poltrone o di divani che l’artista colloca nei suoi dipinti, ancora una volta con l’intento di riempire, di occupare nel modo giusto. Si aggiunga che si tratta di una occupazione tenuta in sospeso, tra uno schiacciamento di superficie, in modo da adattarsi alla superficialità sia dei profili iconici sia delle carte da parato, ma anche da aggettare di qualche pollice, strizzando l’occhio alle soluzioni plastiche decisamente tridimensionali di Ceroli, Marotta, Pascali, anche se su quella strada Tacchi preferisce fermarsi, non procedere oltre un certo limite. Vedo con piacere che per questo ricorso a imbottite, coperte, cuscini ed altri apparati domestici viene fatto un corretto riferimento a quanto stava producendo in quei medesimi anni Domenico Gnoli, invitandoci così ad allargare il panorama delle soluzioni da considerarsi unicamente legittime, come a dire il vero esigevano i critici allora al comando proprio nella capitale, penso a Boatto e Menna. Si pretendeva che la Pop Art di rito capitolino si barricasse in una sua pretesa purezza, di soluzioni limpide ed essenziali, guardandosi da possibili contaminazioni, quali in definitiva venivano considerate le proposte provenienti da Gnoli. Io allora fui il solo, assieme a Luigi Carluccio, che fossi disponibile ad appoggiare le sperimentazioni eteroclite di Gnoli, al punto da convincere un grande protagonista di quegli anni, Marcello Rumma, pur da una sede appartata come Salerno, ad acquistare uno di quei dipinti intimisti e para-surrealisti di Gnoli, venendo però subito sconsigliato da amici critici conterranei, e indotto a disfarsi di quell’opera ritenuta spuria, sconveniente. Per fortuna il medesimo interdetto non agiva su Tacchi, che riconosceva ben volentieri quella comunanza di soluzioni. Proprio in nome di un allargamento di panorama, e su invito di Rumma, io tenni in una sede da lui controllata, i vecchi Cantieri navali di Amalfi, una mostra intitolata “Ritorno alle cose stesse”, dove secondo il mio usuale modo di procedere non mi bloccavo entro un solo “ismo”, ma cercavo di raccogliere un mazzo di procedure simili, emergenti da vari centri, maggiori o minori della nostra penisola, tra Milano, Torino, Pistoia. Apprendo con piacere che ora sono in programma varie iniziative per ricordare proprio l’attività pionieristica e altamente meritoria di Marcello Rumma, da cui è scaturita l’attività anch’essa prodigiosa della moglie Lia. Del resto, è pure nella mia prassi essere convinto che la marcia degli stili non si ferma, che questi mutano, si rinnovano, conoscono svolte improvvise. Come fu proprio quella che a cavallo del ’68 pose fine all’iconismo della Pop Art, in tutte le sue ramificazioni, aprendo le porte a soluzioni del tutto aniconiche come quelle raccolte sotto la sigla dell’Arte povera di Celant. Infatti, fu mio il suggerimento dato all’amico Marcello di fare seguito alla ricognizione plenaria sull’arte oggettuale da me effettuata incaricando invece proprio Celant di offrire un primo spaccato del suo poverismo, cui io mi astenni dal partecipare per rispetto della dinamica alterna degli stili.
Il ’68 segnò anche l’inevitabile crisi nel lavoro di Tacchi, proprio perché ben difficilmente si può essere testimoni di ogni stagione. Egli ha continuato a lavorare quasi per un quarantennio, ma costretto a inseguire i nuovi fermenti, a tentare di adeguarvisi, e la presente retrospettiva fa bene a documentare questa lunga fase, in cui non mancano certo talune pensate intelligenti, in tono con le nuove soluzioni, che, detto in sintesi, hanno comportato l’abbandono totale delle soluzioni statiche, iconiche, per adottarne altre in movimento, nello spazio fisico o concettuale. Ecco che allora l’artista presenta se stesso, ma non certo in effigie, bensì con l’intero corpo, tentando di cancellarlo, di nasconderlo alla vista. E la campitura affidata al pennello non serve più a far risaltare i contorni, bensì a occludere la presenza. Oppure c’è l’invito al dialogo, con due basi su cui gli interlocutori sono invitati ad appoggiare i gomiti per discutere tra loro. Insomma, si va verso l’azione, la performance, con soluzioni senza dubbio ingegnose, ma che si allontanano via via dal porto sicuro raggiunto negli anni buoni di un esercizio ottimale, compiuto con totale rispondenza alle esigenze di quel tempo.
Cesare Tacchi. Una retrospettiva, a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi. Roma, Palaexpo, fino al 6 maggio. Cat. autoedito.

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Letteratura

Montefoschi: una narrativa fatta di “non-luoghi”

Circa vent’anni fa opponevo un risoluto “pollice verso” sulla rivista ”L’immaginazione” a un romanzo di Giorgio Montefoschi, uscito allora, “Il volo”, lo potrei ripetere quasi con le stesse parole a proposito del suo recente “Il corpo”, se non fosse che in genere non replico mai le mie sentenze di morte nella medesima sede, un ritorno di condanna sta bene in una sede minore, forse sfuggente, come questa del mio blog solitario. Naturalmente, se il giudizio di qualità è lo stesso, mutano di volta in volta i motivi di trama adottati dallo scrittore. Montefoschi, si potrebbe dire, è un frequentatore di quelli che in ambito architettonico Marc Augé ci ha abituato a chiamare i “non-lieux”, luoghi anonimi, banali, fatti in serie, come aeroporti, supermarket eccetera. Nei quali a dire il vero ci potrebbe anche essere del buono, del resto è pur necessario abituarsi a ciò che ci si presenta come inevitabile, chiamandoci a “far buon viso a cattivo gioco”. C’è in effetti un fascino insito nel banale, non per nulla proprio nel tentativo di giustificare il viaggio del nostro autore in luoghi frusti e anonimi si sono invocati nomi grossi, da Joyce a Robbe-Grillet. Solo che in lui la piattezza risulta definitiva, inappellabile, senza riscatto. Si sa invece quale partito utile ne sapeva trarre proprio Robbe-Grillet, cui venne commissionato a un certo punto di scrivere un romanzo tale da presentare con volto piacevole gli aspetti didattici della grammatica francese, coniugazioni, tempi dei verbi e così via, ne venne un gioiello. “Djinn”. Allo stesso modo nel caso del romanzo del Nostro si potrebbe dire che gli è stato commissionato o dal sindaco di Roma per illustrare la toponomastica della Capitale, come ci si muove da una via o piazza all’altra, oppure dall’associazione ristoratori per presentarci una sfilata di trattorie con relativi menu, e devo dire che in definitiva questo è l’aspetto più gradevole ed accettabile del racconto, per chi come me si picca di avere anche una piccola componente di gourmet. A consentire queste diligenti perlustrazioni c’è ovviamente la trama del romanzo, tipica dei nostri giorni, di matrimoni, ménage, consuetudini coniugali, accoppiamenti sessuali che si sciolgono. Qui sono di scena due fratelli, Giovanni e Andrea, con relative mogli, Serena e Ilaria, e figli, nipoti e così via, infatti è opportuno che il panorama sia gremito per poter abbozzare una specie di calcolo combinatorio tra i vari possibili accoppiamenti. In questo caso Giovanni, che dei due fratelli è il più vispo, bravo negli affari, dispotico nei confronti della moglie Serena, e anche con buone attitudini sessuali, a rompere le consegne, a invaghirsi della cognata Ilaria, fino a intessere con lei una vicenda di incontri, abboccamenti, accoppiamenti consumati in assenza dei rispettivi legittimi consorti. Il corpo del titolo c’entra molto poco, se non nella misura che quello dei vari attori viene trasportato da un quartiere della Capitale all’altro, come si diceva, e più che sui vari rapporti sessuali veniamo edotti sugli spuntini, pasti rapidi o raffinati, in casa o fuori che i diversi attori consumano, nelle varie combinazioni previste. Tanta piattezza e superficialità si guarda bene dall’incorrere in esiti catastrofici, da tragedia, in definitiva i fratelli riescono a non rompere del tutto tra loro, anche perché Ilaria, che potrebbe essere il pomo della discordia nella famiglia, a un tratto si dichiara sazia della relazione col cognato, non gli apre la porta, non si capisce bene perché. E anche la malattia da cui questi è colpito, che potrebbe essere una utile manifestazione delle componenti corporali, non incide più di tanto. Il troppo presuntuoso Giovanni viene colpito da una crisi, subisce un ricovero ospedaliero, da cui però si riscuote per andare subito a rituffarsi nel girotondo di incontri previsti dalla vicenda. La logica dei “non-lieux”, che è anche il trionfo dei non-eventi, riprende subito ad affermare il suo dominio.
Giorgio Montefoschi, Il corpo, Mondadori, pp. 220, euro 19.

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Attualità

Dom. 8-4-2018 (governo del Presidente)

Ho già deprecato, in passati domenicali, l’insipienza del popolo italiano che ha creduto ai “fake programs” elettorali, di Salvini con relativo impegno a rimandare a casa 600.000 immigrati, e di Di Maio, di dare a tutti un reddito di cittadinanza. Dopo l’esito disastroso delle elezioni mi sembra che i nostri politici si barcamenino come possono, vittime semmai delle loro false promesse e degli scopi divergenti che queste esprimevano. Una categoria di cui si può dire tutto il male possibile è quella dei commentatori politici, che ci assediano sia dalle colonne dei quotidiani, sia soprattutto dalle vane chiacchiere dei salotti televisivi. Fino a pochi giorni fa questa mala genia era quasi unanime nel prevedere l’intesa Lega-Cinque stelle, senza essere capace di fare un piccolo calcolo numerico. Salvini, per quanta fregola possa avere di andare al governo, sa bene che se si separa da FI, col suo 17% ha circa la metà dei voti della controparte, e dunque dovrebbe rinunciare all’ambizione di essere lui il presidente del consiglio. Come dicevo, non esiste una poltrona per due. La sua situazione è quella della tartaruga, che magari può avere in gran dispitto la corazza cui è costretta, ma sa bene che se vi rinuncia resta scoperta e indifesa. E dunque, Salvini ha bisogno, seppure obtorto collo, di avere in suo appoggio le altre due componenti della coalizione. L’annuncio che andranno tutti e tre assieme alle prossime consultazioni al Quirinale ha interrotto per sempre i sogni dei Pentastellati di andare al matrimonio con un compagno disposto a essere succube e minoritario. E allora Di Maio si è prontamente rivolto all’altro fronte, dimenticando la infinita serie di “vaffan” pronunciata contro i Pd, rinunciando perfino al veto opposto alla eventuale presenza di Renzi. Naturalmente questo suo spudorato voltafaccia fa del male, dato che tutti gli anti-renziani, così numerosi dentro il Pd, sono già pronti a rispondere a questo specchietto delle allodole, ad andare a leccare il deretano al vincitore accontentandosi di qualche posticino minore nella compagine del governo, pare però che il grosso del partito per il momento resiste. E allora? Credo sia facile previsione dire che Mattarella sarà costretto a fare il governo del Presidente, tutti dentro, resterebbero fuori solo i Pentastellati, a strillare come aquile spennate gridando all’inciucio, al tradimento del voto e così via. Naturalmente questo “tutti dentro”, anche col Pd, potrebbe avvenire solo con un capo del governo neutro, al di sopra delle parti, e con un programma minimo, mosso in definitiva dal proposito di preparare nuove elezioni formulando una legge capace di portarci fuori dalle secche, che si confermerebbero se si rimanesse al sistema attuale, magari rivisto in proporzionale puro. Ci vuole cioè un robusto premio di maggioranza, non so bene in quale misura la nostra pavida e indecisa a tutto corte costituzionale sarebbe disposta a concederlo. Basterebbe raggiungere il 35%, o ci vorrebbe un 40%? Naturalmente, una soluzione del genere null’altro sarebbe se non il ballottaggio previsto dalla riforma Renzi, che i politici, sobillati dall’iniquo popolo, hanno così dannosamente bocciato. Credo che l’intero Parlamento, Cinque Stelle comprese, sarebbe propenso a votare una riforma del genere, con la speranza che esca vincitore, o il blocco di centrodestra, o il solitario fronte pentastellato. Purtroppo per il mio Pd al momento anche così non ci sarebbero speranze, bisogna attendere che l’uno o l’altro di questi pretendenti al momento più titolati possa dimostrare quanto vane e inutili fossero, e saranno anche in una prossima campagna elettirale, le loro “fake” promesse. Insomma, il Pd, spero sempre col dinamico Renzi alla testa, si deve accingere a una lunga traversata del deserto se vuole sperare di risorgere a nuova vita.

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Arte

Al San Domenico di Forlì mostra alquanto inutile

Qualche domenica fa, parlando della mostra ora visibile al ferrarese Palazzo dei Diamanti, mi chiedevo se era da relegare tra le esposizioni inutili, da condannare al braccio secolare del libello steso da Montanari e Trione, ma infine la salvavo per l’intenso amore che porto nei confronti di Gaetano Previati, ospite abbondante a quel banchetto, e per il fondamentale vincolo che lo lega a Boccioni, anche lui ben presente in quell’occasione. Non ho invece dubbi nel condannare “L’eterno e il tempo”, ora in atto ai Musei di San Domenico di Forlì. Peccato, perché quel Comune ha fatto senza dubbio uno sforzo ingente e lodevole nel mettere a disposizione una serie di sale e spazi, questa volta poi ha il merito di far partire la mostra dalla maestosa navata della ex.chiesa che dà il nome al complesso. Anche se poi le opere risultano, qui, e negli altri spazi, alquanto raccogliticce, mosse più che altro dall’obbligo di “fare qualcosa”, costi quel che costi, anche senza la presenza di motivi cogenti. Il San Domenico aveva ospitato mostre giuste e corrette per segnalare artisti della tradizione locale, penso al Palmezzano, a Melozzo da Forlì. Era già apparso in affanno nella pretesa di celebrare un grande come Piero della Francesca, rientrando in limiti più ragionevoli con puntate dedicate a un passato recente, come il Liberty e l’Art Déco, peccato che soprattutto nel primo caso, si fosse messa nelle mani di non-specialisti, assunti come tutto-fare. Ora i nomi dei curatori sono di alto bordo, a cominciare da Antonio Paolucci, ma è mancato un sicuro filo conduttore, come risulta già dal titolo dell’intera manifestazione, dove si scomoda “L’eterno”, soggetto opposto al “Tempo”, che compare subito dopo, sempre nel titolo, e che è il vero amministratore delle vicende stilistiche, qui però disperse in mille rivoli, anche se i due terminali dichiarati sempre nell’etichetta del prodotto, Michelangelo e Caravaggio, ci sono davvero. Alcune sculture del Buonarroti sorgono nell’immensa navata, ma circondate da dipinti non sempre all’altezza. Di Raffaello c’è solo un arazzo, dei grandi protagonisti del Manierismo come il Pontormo e il Rosso solo dipinti minori, spalleggiati dai mediocri Daniele da Volterra e, dispiace dirlo, Giorgio Vasari, che col pennello, inutile insisterci, non ha mai eguagliato l’acutezza del critico, dello storico dell’arte (del fenomenologo degli stili, preferisco dire io). Si sale poi al primo piano, dove senza dubbio qualche perla c’è, come addirittura lo straordinario Tiziano che dedica un famoso ritratto a Paolo III e ai suoi congiunti. Ma avendo accanto solo la triste, accademica sfilata dei Manieristi di seconda o terza ondata, che aduggiavano la Roma di fine Cinquecento, i vari Muziano, Nebbia, Pomarancio, i fratelli Zuccari, roba da lasciare a Federico Zeri che solo su di essi ha esercitato le sue dubbie doti di storico dell’arte. Ma è anche vero che ci sono le eccezioni, i colpi d’ala improvvisi, come addirittura un gioiello del Greco, un manierista autentica come Lello Orsi, infine l’ampio, morbido Barocci, in quel suo ruolo di ponte tra i due secoli. Un difetto del San Domenico è di non riuscire ad assicurare un percorso razionale ai visitatori, infatti dopo le ampie sale al primo piano si è fatti deviare lungo un corridoio che, rubando un termine in uso al nostro Parlamento, si vorrebbe definire “dei passi perduti”. Lo sanno bene i curatori, che infatti ci mettono dipinti e disegni decisamente minori, di quelli che servono a fare il pieno a a dare una opportuna quantità di opere a chi ha pagato il biglietto, sottoponendolo però a marce forzate, e a salite. infatti dopo quella lunga e stretta galleria ne segue un’altra a un livello innalzato, anch’essa in genere costellata di cose minori, dove beninteso, anche in questo caso, si trovano ghiotti reperti, per esempio i ritratti e le nature morte di un bolognese, Bartolomeo Passerotti, rappresentante di quella cultura petroniana che sarebbe da indagare da vicino, prima dell’arrivo dei Carracci. E c’è perfino, davvero, un Caravaggio splendido, dalla collezione di Roberto Longhi, il “Ragazzo morso dal ramarro”. Poi si plana in un’ultima sala, che si sarebbe potuto raggiungere in via diretta, senza sottostare a quegli obbligatori giri depistanti che ricordano un po’ le digressioni consumistiche imposte dai motel. Questo è davvero un “sancta sanctorum”, che però viene in ritardo, e presenta capolavori già visti mille volte, come talune gemme di Ludovico e Annibale, e due Caravaggio da favola, “Il sacrificio di Isacco” e “La Madonna dei Pellegrini”, e c’è perfino una straordinaria, estesa, diramata “Adorazione dei Magi” di Rubens. A lato, in una specie di cripta separata, sorge la statua che è poi la ninfa pronuba, protettrice, giustificatrice di queste varie esposizioni, una “Ebe”, capolavoro di Antonio Canova.
L’eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio, a cura di Antonio Paolucci e molti altri. Forlì, Musei di San Domenico, fino al 17 giugno. Cat. Silvana editrice.

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