Arte

A Rimini una Biennale delle meraviglie

A Rimini si è rinnovato per la terza volta il miracolo della Biennale del disegno, l’evento che, tra tante Biennali sparse nel mondo, l’intelligenza critica e la capacità organizzativa di Massimo Pulini hanno saputo creare nella città romagnola dedicandola alla cenerentola delle arti, sottraendola a un destino minore, e giocandone invece molto bene le carte, sia nella larghezza con cui il tema viene affrontato, dai capolavori del Seicento fino alle prove di oggi, sia nella varietà degli spazi. Il punto centrale di partenza è senza dubbio il Museo della città, utilizzato sia negli spazi canonici, sia nel corpo aggiunto consistente nell’aver acquisito, ormai da decenni, ben tre piani di un ex-ospedale. Non meraviglia che Pulini inizi questo suo percorso nel sacro nome del Guercino, cui ha appena dedicato una monografia, illustrandola proprio con i disegni che l’autore di Cento ha disseminato con abbondanza lungo il suo percorso. Ma al solito Pulini non manca mai di estrarre carte impensate dalla manica, infatti dopo una giusta antologia di grafica del Maestro e suoi allievi, compare un fenomeno sorprendente e di difficile classificazione, quel falsario che, un secolo dopo, lo imitò in modo efficace, quasi da confonderlo con l’originale, in una specie di reviviscenza, di ricomparsa dall’altro mondo. Segue, sempre nelle stanze centrali del Museo, un omaggio a Stefano Della Bella, incisore-principe del ‘600, padrone assoluto di quella dimensione “micro” che ovviamente della grafica è il primo requisito, e che a lui ha permesso di coltivare tutti i generi, il ritratto, il paesaggio, la ricostruzione di eventi storici, di scene immaginarie, in un felice ibridismo da fare concorrenza a un Salvator Rosa, che quella stessa varietà di temi la sapeva coltivare in formato grande. Ma sempre a stare in quelle stanze, la grande sorpresa ci viene dalla rassegna dedicata a Fortunato Duranti, un marchigiano vissuto a cavallo tra fine ‘700 e buona parte dell’800, che appartiene alla razza di quegli autori quasi fuori classifica, come un Fuessli, un Blake, per i quali riesce impropria l’etichetta di Romanticismo, in quanto sapevano passeggiare in su e giù lungo i secoli, magari, come fa proprio Duranti, resuscitando i fantasmi del Manierismo, ma poi correndo in avanti fino ad anticipare soluzioni da dirsi quasi cubiste, con disegni in cui i corpi si smembrano, si “quadrettano” in modi audaci, tanto da prendere in contropiede i più “normali” neoclassici e puristi, che pure gli vengono accostatati, ma per misurare quanto egli appartenga a un’”altra” dimensione. Con passaggi interni, ma anche con l’aiuto di comodi ascensori, si giunge poi ai tre piani dell’ex-ospedale dove viene offerta una sfilata di artisti di oggi, dove il visitatore si sente bombardato da tante presenze, e magari si limita a prendere nota solo di qualche ospite particolarmente gradito, come potrebbero essere i tracciati raffinati di Alvise Bittente, o i trucioli di matita allineati da Stefano Ronci, o i tralci, pronti a scivolare nel regno degli insetti, annodati da Barbara Nicoli.
Ma l’abbondanza dello spettacolo incalza, e dunque conviene lasciare il porto centrale del Museo della città, rispondere all’invito della piazza grande e dell’Arengo, che al piano terra ospita un “macchiaolo” versato nella floricoltura quale Davide Benati, assieme ad acquerelli di Vanessa Beecroft, che però appartengono a un passato, ormai superato da fasi posteriori e più mature del suo lavoro. E rechiamoci pure, per un gran finale, a Castel Sismondo, altro cuore della rassegna, dove i pezzi forti sono forniti dal più illustre e noto dei figli di Rimini, Federico Fellini. Qui si attua un felice accorgimento, che è di proiettare in grande le opere più ridotte degli artisti, per una comoda contemplazione in un’ampia sala centrale. Ma diciamolo pure, Fellini appartiene alla categoria degli alti talenti in qualche arte, come la poesia per Montale e Pasolini, o la critica per Barthes, che però quando prendono in mano matita e pennelli appaiono meno convincenti, anche se nelle sue prove grafiche Fellini senza dubbio sperimenta i fantasmi barocchi cui poi riesce a dare uno sbocco più convincente nei film. Il guaio è che gli viene posto alle costole un genio dilagante, in tutte gli aspetti del visivo, quale Picasso, che potrebbe apparire come uno Stefano della Bella del nostro tempo, anche lui vario, poligrafo, qui poi proprio chiamato in scena per una serie di piccole incisioni concepite per illustrare la Célestine di Fernando de Rojas. Forse è indebito che i nidi densi, gremiti nel piccolo formato, del genio spagnolo vengano esposti in grande, facendoli uscire dalle nicchie protettive degli inchiostri, ma in tal modo lo spettacolo è davvero piacevole. Lo stesso non si può dire, tra le altre cose fornite da una selezione sempre varia e sorprendente, per una serie di disegni di Adolfo De Carolis, ma relativi agli anni tardi del maestro marchigiano, quando i palpiti del “ver sacrum” avevano dato luogo a forme neo-rinascimentali un po’ troppo pesanti. Non è ancora finita, ci attende un’ultima sorpresa, dal cilindro del prestigiatore Pulini, infatti un percorso invero alquanto tortuoso ci porta in un corpo laterale dove viene sciorinata la retrospettiva, credo la più completa mai fatta, dell’artista ceco Jiri Kolàr, dove di nuovo è il trionfo del “micro”, di un artista che ha come coltivato colonie di insetti, o colture di bacilli, di enzimi, portandoli poi a espandersi sui fogli, o ad andare a corrodere nei fianchi taluni recipienti, vasi, statue, con quell’azione diffusiva che in tempi posteriori è stata ripresa felicemente da Keith Haring e da altri graffitisti.
Biennale del Disegno 2018, a cura di Massimo Pulini con la collaborazione di Annamaria Bernucci e altri, Rimini, sedi varie, fino al 15 luglio.

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Letteratura

Michel Serres e le valide ragioni di Pollicina

Concordo pienamente con Umberto Eco quando dichiara che “Michel Serres è la mente filosofica più fine che esista oggi in Francia”. Questa frase compare nel retro di un delizioso libriccino dell’autore francese, tra i tanti da lui scritti, pubblicato presso di noi col titolo “Contro i bei tempi andati”, e che è una opportuna dichiarazione di guerra a ogni tentazione di far risuonare qualche “laudatio temporis acti”. Io sono solito dire che quando una simile giaculatoria dovesse uscir fuori dalle mie labbra, vorrebbe dire che sono ormai fuori gioco e del tutto degno della pensione. Si tratta di un delizioso dialogo tra un Brontolone, bolso sostenitore dei vantaggi appunto dei “bei tempi andati”, e una Pollicina, che invece è l’arguta sostenitrice dei tanti vantaggi che la tecnologia è venuta elargendoci nei decenni trascorsi. Non so bene quali siano i vocaboli francesi, tradotti con questi due termini da una mia ex-collega dei “bei tempi andati”, quelli sì, quando ero docente al DAMS, Chiara Tartarini. Nel libello Serres passa in ordinata rassegna tutti i possibili temi. Capitolo dittatori? Per fortuna non ci sono ombre di Mussolini o Hitler o Caudillo ritornanti, almeno nei nostri Paesi, se riusciamo a esorcizzare Salvini, come i Francesi ce l’hanno fatta con la Le Pen. Ma se allunghiamo lo sguardo, quanti dittatori vediamo all’opera in altri Paesi, e neppure molto lontani da noi, se si pensa a Putin o a Erdogan, o allo stesso Trump. Questo forse un limite, alla salutare iniezione di ottimismo che ci viene impressa dal nostro filosofo. Quello che vale per l’Occidente, in cui si può tracciare un bilancio dei “tempi moderni” del tutto in positivo, lascerebbe invece molto a desiderare per altre parti del mondo, in cui davvero c’è ancora parecchio da fare. Malattie? In questo campo l’igiene, la profilassi, e più in genere la medicina e la chirurgia hanno fatto passi da gigante, Donne? Certo è ancora lungo il cammino perché la condizione femminile acquisisca una completa parità, di sbocchi professionali, retribuzioni, inserimento nella società, al pari dei maschi, ma anche qui si sono fatti progressi notevoli. Lavori domestici? Oggi questi beneficiano di lavatrici, frigoriferi e tanti altri strumenti proprio a vantaggio delle donne. Non parliamo poi quando si giunge al tema delle comunicazioni, col diffondersi della onnipervasiva ondata elettronica, e lo stabilirsi del mcluhaniano villaggio globale, col relativo status di “tutti in rete” che questo ci assicura. E così via, il bilancio continua, sempre al positivo. Ma proprio perché siamo in sede filosofica, ci sta pure un’osservazione finale, ovvero non concediamo troppo a un diverso stereotipo, contestiamo pure quello secondo cui “si stava meglio prima”, però senza approdare necessariamente a un elogio a senso unico rivolto alle “magnifiche sorti e progressive”. Questi bilanci di vantaggi e perdite non si risolvono mai, in sede storica, a senso unico, molto si guadagna, ma alcune capacità e possibilità si perdono. Occorre ingegno, senso di responsabilità per porre rimedio agli squilibri che proprio il progresso tecnologico rischia di produrre, per esempio causando una forte perdita di posti di lavoro. Era già avvenuto proprio al compiersi di uno dei grandi rivolgimenti tecnologici del passato, l’avvento della tipografia di Gutenberg, che aveva reso disoccupati i poveri amanuensi dei conventi, addetti a copiare a mano i vari testi, tanto che la pur avanzata e progressiva Università di Bologna fu una fiera avversaria di quella innovazione. Ma niente da fare, non si resiste, non si frappongono barriere ai nuovi ritrovati della tecnologia, bisogna però correre ai ripari. Forse dovremo ridurre gli orari di lavoro, senza però abbassare le retribuzioni, altrimenti addio consumismo. O la nostra mano d’opera ormai eccedente dovrà andare ad aiutare i Paesi arretrati permettendogli di raggiungere un livello di vita e di economia accettabili. Insomma, una qualche attenzione alle lamentele di Brontolone bisogna pure concederla.
Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, pp. 73, euro 8.

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Attualità

Dom. 24-6-18 (blocco porti)

Naturalmente siamo pieni di sdegno per le bordate populiste di Salvini e Di Maio, ma il PD dovrebbe essere prudente, non limitarsi a protestare, a contestare. Ci si chiede come mai nel giro di pochi mesi si siano persi circa dieci punti di elettorato, ma le mosse del duo al governo ce lo spiegano in punteggiato. C’era nel popolo una grande preoccupazione per il fenomeno migratorio, e soprattutto per la redistribuzione nel territorio di questi salvati dalle acque, nei cui confronti si è chiuso un occhio, li si è lasciati sciamare fuori dai luoghi di concentrazione, consentendogli di venire a mendicare nelle nostre strade, ne troviamo ormai uno ogni dieci passi che ci tende il berretto. E dunque, c’è nell’aria un sentito bisogno di mettere un freno a questa invasione. Purtroppo gli interventi di Minniti, per quanto intelligenti, non sono sembrati sufficienti. Io stesso avevo anticipato la decisione presa da Salvini contro quella strana fauna di misteriosi e ambigui benefattori dell’umanità, cioè delle navi onlus e di altre istituzioni autonome, che pietosamente vanno a raccogliere i naufraghi. Mi sembra giusto imporre che completino l’opera, che si portino a casa questi salvati in mare. Troppo comodo cavarsela pretendendo di sbarcarli nei nostri porti. Naturalmente per ragioni umanitarie noi dovremmo rifornire queste navi di ogni assistenza, cibo, soccorso medico, nell’affrontare le lunghe rotte per arrivare ai loro porti, ma è giusto che questa clausola del provvedere allo sbarco dei salvati debba entrare nelle regole d’ingaggio. In alternativa, visto che l’esodo di sicuro continuerà, e raggiungerà punte alte proprio in questi mesi, con le condizioni di mare favorevoli, da un lato ci dovrebbe essere un sistema vigile, di droni e altro, per chiamare al recupero di questi gommoni o imbarcazioni precarie le unità della marina libica. L’obiezione è che, ove il recupero sia effettuato da loro, seguirebbe un internamento dei ripescati in centri d’accoglienza simili a spaventosi lager. Ma l’ONU in proposito dovrebbe essere in grado di assicurare una possibilità di controllo. Un buon esempio è quello fornito dalla Turchia, che a fronte di un congruo finanziamento dell’UE blocca i migranti dall’Est. Lo stesso si dovrebbe fare in Libia, senza andare a pensare a soluzioni bizzarre, come sarebbe l’ipotesi di creare questi “hotspot” in Tunisia, o in Egitto, o in Albania. Oppure diano un robusto finanziamento a noi, che potremmo comportarci al modo della Turchia, incrementando i nostri centri di accoglienza, e facendone pure dei centri di integrazione. Cioè gli ospiti, per i quali è vano pensare a un rientro nei loro Paesi di provenienza, che non li vogliono, ne escano ma solo quando ci sia la possibilità di assegnare loro un lavoro, e allora vadano a vivere secondo i requisiti simili ai nostri lavoratori. I sindacati si dovrebbero dare da fare in questo senso, senza accanirsi unicamente nella difesa del lavoro nella grande industria, lasciando invece abbandonati a loro stessi i poveri migranti taglieggiati dai “caporali” nelle campagne del Sud. Una operazione fallita è la pretesa che le varie nazioni dell’UE si prendano una quota di questi rifugiati, ma lasciandoli in questo loro stato ambiguo e incerto. Diversa invece è la cosa se si consegnano a loro quote di lavoratori di cui facciano regolare richiesta. Dappertutto c’è il fenomeno che nei Paesi agiati, come lo sono i nostri, i cittadini non vogliono più fare i lavori umili, manuali, di basso profilo, e dunque si amministri questa mano d’opera, sicuramente a basso prezzo, ma da trattare secondo i crismi della legalità, alla luce del sole. Così si eviterebbero i fenomeni spaventosi dell’ammassarsi di poveri disgraziati a Ventimiglia, o a Bardonecchia, a Chiasso, al Brennero, o sulle rive della Manica, nel tentativo di riuscire a compiere un transito clandestino, Di questo ci viene fatta colpa, di permettere questa emorragia che porta i migranti a premere selvaggiamente ai confini, che è il nostro modo di lavarcene le mani. Se invece diventiamo un centro di redistribuzione programmata, la cosa cambia aspetto, assume ordine, razionalità.
Ma qui siamo all’altra ragione della sconfitta del PD, la latenza dei sindacati, tanto è vero che la sinistra “dura e pura” del LEU non ha ricavato nessun vantaggio dalla nostra debacle, Che cosa hanno fatto i sindacati, a cominciare dalla CGIL, per tutelare il lavoro in nero dei poveri schiavi del Sud, o le attività sottopagate dei giovani portatori di pizze, o impiegati nei call center? Anche qui, il fatto che Di Maio sia intervenuto in primis a loro favore ci mostra in punteggiato un’altra delle ragioni della sconfitta, non aver accolto il grido di dolore proveniente da questa massa giovanile, inducendola così a votare compatta per i Cinque Stelle.

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Arte

Mattiacci: un gong che risuona felice e poderoso

Sono ben lieto che a Eliseo Mattiacci (1940) sia andato il massimo onore da decretare a uno, non diciamo scultore, termine ormai improprio, ma piuttosto, artista plastico tridimensionale, di disporre una bella rassegna di sue opere sul luogo più maestoso del mondo, la terrazza del Forte del Belvedere, da dove si domina l’intero panorama di Firenze e dei colli circostanti. Eliseo mi aveva conquistato fin da quando lo avevo visto la prima volta, credo che questo avvenisse alla mostra “Lo spazio dell’immagine”, Foligno 1967, dove si affermava il principio che da quel momento in poi l’avventura plastica avrebbe dovuto andare alla conquista dell’ambiente, ma sussisteva il dubbio se quest’impresa fosse da condurre con le forme del vecchio repertorio euclideo, a base di linee ortogonali e di parallelepipedi, o se invece si dovesse già riconoscere il nuovo soggetto messo in luce dalla scienza e dalla tecnologia dei nostri giorni, lo spazio percorso dalle onde elettromagnetiche. Mattiacci presentava un volgare tubo di plastica, di quelli fatti per ospitare al loro interno lo scorrere di fluidi, o di altri cavi. La provenienza dell’oggetto era di un banale carattere merceologico, si trattava di un prodotto commerciale come tanti altri, ma di natura elastica, così da potersi muovere secondo un ritmo sinuoso, originando occhielli, volute, quasi inverando quella che era stata una intuizione di Boccioni quando ci aveva dato il suo migliore dipinto, intitolato proprio “Elasticità”. In fondo, quella intuizione originaria del numero uno del Futurismo aveva già trovato un seguito nel ricorso ai tubi di neon, se usati anch’essi nei modi attorti come, un decennio prima, la genialità di Lucio Fontana aveva osato mettere in atto. Eliseo, oltre a raccogliere quella eredità, dava luogo anche alla variante tipica del secondo Novecento, quella di procedere a un ingrossamento, a una materializzazione delle intuizioni di partenza. Il che consente anche di legarlo, oltre che a Fontana, a quel suo gemello che era stato Fausto Melotti anche lui intento a sollecitare, anzi a solleticare lo spazio con aguzze punte metalliche. Il riferimento a Melotti, nel caso di Mattiacci, funziona anche a proposito della sonorità, una dimensione mancante nel repertorio di Fontana, mentre invece del tutto caro agli altri due, ma con la solita differenza che contraddistingue la prima dalla seconda metà del secolo, che quanto in Fausto è leggero, minuto, aereo, nel suo successore diventa grave, per non dire greve, reso monumentale. In definitiva, è azzeccato che la mostra intera si intitoli a un sonoro “Gong”, anche se questo suono a dire il vero echeggia solo in modo sommesso, in una delle stanze interne del Forte, accanto al dispiegarsi di un tubo maestoso, intrigante, come un serpente calato dallo spazio cosmico. Accanto, c’è proprio una batteria di strumenti a percussione, a eseguire il compito assunto. Attorno a questi due pezzi dominanti c’è una serie dei bei disegni in cui Eliseo usa depositare gli avanzi della sua laboriosa officina: cumuli di segatura metallica, di sfridi, di avanzi sfuggiti al laboratorio di un dio Vulcano dei nostri giorni. Dal cuore della visione del nostro artista, esposto nei sacelli interni, ci si può poi espandere nei giardini, spalti, terrazzamenti esterni, che sembrano ospitare una pioggia di meteoriti, di corpi astrali calati dalle stelle, inevitabilmente caratterizzati da un andamento circolare, risultante dall’attrito incontrato nel cadere dall’alto, che leviga, arrotonda, determinando anche qualche vuoto centrale. Questo vuoto, questo buco sembra anche il punto in cui introdurre un dito enorme per far ruotare quei cerchi al fine di creare uno spettacolo acrobatico gigantesco, come è tutto quanto si addice a questo artista, venuto dal regno gulliveriano di Brobdignanc. A dire il vero, se la sua preferenza, in accordo con la tecnologia dominante dei nostri anni è improntata al curvo e al flesso, Mattiacci non manca anche di valersi di lunghe sbarre metalliche, ma intendendole come bracci di una bilancia, anche in questo caso per effettuare pesate cosmiche, o per tentare equilibri precari. Nelle prime manifestazioni che conduceva nello stanzone apprestato da Fabio Sargentini nel Piazzale Flaminio, il Nostro osava avventurarsi su quegli oscillanti binari a bordo di una pesante motocicletta. Un’altra tipologia a lui cara è quella di vaste superfici sferiche che funzionano da collettori dell’energia solare per poi diffonderla attorno a sé. Siamo insomma a una partita arrischiata, ma anche tenuta in attento equilibro tra forze centrifughe e centripete, in un balletto che si consuma in tanti episodi, quasi si potrebbe dirli cespugli di un giardino delle meraviglie, o di un museo astronomico, da andare a scoprire un poco alla volta.
Eliseo Mattiacci, Gong, a cura di Sergio Risaliti. Firenze, Forte di Belvedere, fino al 14 ottobre.

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Letteratura

Brizzi, un regresso o un progresso?

Tra tutti i miei amatissimi narratori emersi negli anni ’90 e consacrati dagli appuntamenti reggiani di RicercaRE, Enrico Brizzi è forse in assoluto il più prolifico, con addirittura migliaia di pagine fatte uscire nelle varie caselle di un laboratorio narrativo che riesce a trovare via via nuove risorse. Può valere per lui l’immagine dell’ammalato, ma in realtà bene in salute, che decide di rivoltarsi nel letto scoprendo sempre nuove posizioni. C’è stata la partenza nel segno delle tenere ma un po’ esangui vicende adolescenziali, il “Jack frusciante è uscito dal gruppo”, ormai una “cult novel” al pari dei primi romanzi di Silvia Ballestra. Poi, con attenta regia, ha pensato di dover calcare la mano immettendo in quelle trame qualche carica di violenza, ed è venuta un’opera a mio avviso sbagliata, “Bastogne”. suggestionata da film hollywoodiani intonati alla brutalità più spinta. Poi, la scoperta di nuovi fertili orizzonti, come i resoconti di viaggi a piedi, lungo la via francigena o di un pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e poi ancora una invenzione di cui gli va dato tutto il merito, una specie di fantapolitica, consistente, non già nel rivisitare il passato tentando la carta del romanzo storico, bensì ipotizzando un futuro ipotetico di un Mussolini capace di cambiare fronte e di schierarsi con le sue milizie dalla parte dei vincitori, degli Alleati, risalendo addirittura la nostra Penisola con le loro truppe. Più di recente, un’opera diciamo di grado zero, collocata ai nostri giorni, di un bravo giovane mandato dai genitori ansiosi a indagare sulla comparsa di un fratello, titolare di un “Matrimonio” corrispondente al titolo del romanzo relativo. In tutte queste prove Brizzi si è mostrato in possesso di sottile spirito analitico, alleggerito da un pregevole senso del comico, capace di trarre profitto da ogni vicenda, anche se minore o minuscola, con visuale ad ampio raggio, pronta a far luce su mille dettagli marginali. Una corda che invece non mi pare che gli convenga è quella della violenza, della ferocia, come far penetrare un elefante in un negozio di vasellame, di casalinghi comodi e confortevoli. Ora, temendo di aver esaurito tutte le posizioni da assumere nel letto proverbiale, sembra quasi che il Nostro abbia deciso di ricominciare daccapo, ritornando al romanzo di avvio, tale almeno è stato visto dai commentatori, in base a una sua stessa presentazione, il recente “Tu che sei di me la miglior parte”. E’ dunque un narratore che a distanza di un trentennio ritorna, non certo sul luogo del delitto, ma anzi in un paradiso perduto di deliziose vicende adolescenziali, di ragazzini solerti, ingegnosi, curiosi di conoscere le vie del sesso, rotti a mille sotterfugi, in un rapporto di competizione con genitori, maestri, autorità di ogni specie. Per giustificare la ripresa Brizzi si tuffa in una moltiplicazione di effetti, come se quanto nella prova giovanile era dato tutto d’un pezzo ora venisse sbocconcellato, rifratto come da uno specchio smerigliato, da un caleidoscopio. Col rischio, evidente nel porre la questione proprio in questi termini, di non riuscire a evitare una certa ripetizione, un sorta di “piétiner sur place”, e questo proprio a cominciare dai personaggi di più risoluta presenza plastica di cui una narrazione non può fare a meno. E dunque, siamo assediati da tutti i minuti accadimenti gravanti sul protagonista che ci parla in prima persona, Tommy Bandiera: malattie, disgrazie, primi amori infelici. Qualcosa del genere si deve ripetere per il deuteragonista, che si chiama Raul, e che diviene come un asso pigliatutto, un mito, cui attribuire ogni virtù, anzi, ogni vizio, una guida spirituale in ogni mancanza, in ogni oltraggio da commettere contro il mondo dei “grandi”. E beninteso, si crea un rapporto di subordinazione, tra questa sorta di “grande amico”, alla maniera dell’indimenticabile “Grand Maulnes” del francese Fournier, e l’umile narratore, pronto a sottostare perfino ai giochi sessuali dall’altro, ad accettare che gli porti via i favori della terza protagonista, Ester, che diviene la posta in gioco tra i due. Ma soprattutto, l’essersi messo sulla via del remake comprende pure il ritorno alla chiave della violenza. Questi ragazzini, in linea di massima deliziosi nella loro inesperienza, o nei loro “peccadillos” senza troppo peso, a un certo momento diventano degli arrabbiati, approfittando delle tensioni tra opposte tifoserie. Sembra quasi che il narratore bolognese abbia deciso di fare concorrenza al Gazzaniga vincitore di un Premio Calvino del 2012 e del suo “A viso coperto”, ma in quel caso ci si parlava davvero degli scontri tra le forze dell’ordine e gruppi d’assalto pronti a ogni violenza, invece le scorrerie dei nostri giovanotti non hanno avuto cittadinanza nel mondo felsineo. Caso mai, Brizzi avrebbe dovuto indietreggiare al drammatico ’77, ma non ha inteso farlo, si sarebbe sentito troppo condizionato da un dato effettivo di cronaca o di storia. Però, quella barbarie messa in scena da lui in quest’occasione è davvero eccessiva, stona con l’epica leggera per lo più dominante. E c’è anche un gran finale, ma anche in questo caso alquanto esorbitante dal tono prevalente, e felicemente dispiegato nella maggior parte di queste pagine. Alla fine i tre protagonisti, il narratore, Ester e Raul si trovano per un rendiconto, un duello giocati su ogni tasto, da eroi decisi ad assumere un rilievo gigante. Ma è troppo tardi, o quanto meno è una svolta che stride, stona con la tela intessuta fino a quel momento, quasi che Brizzi avesse deciso che era già l’ora di trovare un’altra posizione nel letto.
Enrico Brizzi, Tu che sei di me la miglior parte, Mondadori, pp. 543, euro 20.

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Dom. 17-6-18 (attracchi)

Quei due o tre lettori che leggono le mie cronachette sanno bene quanto io sia contrario all’attuale governo giallo-verde, ma nella specifica questione del negare l’attracco nei nostri porti alle navi non battenti bandiera italiana mi pare che Salvini abbia ragione, io stesso nel mio piccolo avevo già ipotizzato qualcosa del genere. Bisogna distinguere. Se i migranti sono salvati da navi nostre, o che si siano trovate sul posto per caso, è d’obbligo concedere che sbarchino nei nostri porti le persone così salvate dal mare. Ma è giusto mettere un freno per quanto riguarda le navi delle onlus o comunque di organizzazioni private. Non è infondato il sospetto che ci siano collusioni tra loro e gli scafisti, se non di fatto, almeno in senso virtuale, infatti i mercanti di carne umana ora la affidano a gommoni già in partenza a rischio, ben sapendo che dopo poche miglia ci sono i provvidi salvatori ad attendere i naufraghi, e che quindi questi funzionino quasi, per dirla proprio con Salvini, come un servizio di taxi. Bene, se lo vogliono, lo facciano pure, quali ne siano i motivi, se davvero umanitari, o invece appartenenti a una specie di sport di nuovo conio, o per ragioni di interesse, però completino l’opera prevedendo da subito che toccherà a loro portare i salvati in porti sicuri, togliendosi dalla testa la comoda possibilità di sbarcarli a casa nostra. Questo sarebbe anche un modo per cominciare a spartire l’arrivo dei profughi non facendone carico solo al nostro Paese, da cui poi non riescono ad andarsene. Infatti, come ben si sa, è del tutto fallito il criterio di una redistribuzione, a ciascun Paese una quota di immigrati, e anche la pretesa di Salvini di rimandarne la più parte ai Paesi di provenienza è al momento una sparata a vuoto. Mi sembra che si delinei un’impostazione giusta, da recenti dichiarazioni di Macron e Merkel, secondo cui il problema degli sbarchi deve essere assunto in toto dall’Unione europea. In fondo, abbiamo un modello che funziona, dato dal finanziamento accordato alla Turchia, che a quanto pare ha saputo creare dei campi di soggiorno per chi arriva dalla Siria o da altre zone dell’Est. E’ vero che la Turchia può funzionare in questo senso avendo un governo dittatoriale capace di assicurare la realizzazione di questo genere di operazioni. Lo stesso si dovrebbe fare in Libia, ma purtroppo qui non ci sono autorità sicure, vale comunque la pena di tentare, secondo la strada già imboccata da Minniti. Oppure, l’intera Italia potrebbe assume le funzioni che l’UE affida alla Turchia, ricevere cioè un adeguato finanziamento per potenziare la tenuta di centri di accoglienza come si deve, al riparo dalla nostra corruzione, e che non siano dei colabrodo da cui i prigionieri, simili a carcerati, sciamano via per poi andare a premere alle frontiere di Svizzera, Austria, Francia soprattutto, che in definitiva qualche ragione ce l’hanno, a tenere la porta chiusa. Ancora peggio succede da noi, dove i fuggitivi da questi centri assolutamente non accoglienti errano come zombies nelle nostre strade, ne incontriamo uno che chiede l’elemosina ogni cinquanta metri. Di centri di questo tipo, in definitiva, già ne abbiamo, si tratta di organizzarli meglio, e di porre ai loro internati una alternativa, o il rimpatrio, ma sapendo che questa è una soluzione a tempi lunghi, o invece l’assunzione per lavori adeguatamente compensati. In fondo, ci sono tanti lavori che gli Italiani non vogliono più fare, si pensi alla raccolta di pomodori e di frutti nelle campagne del Sud, o alla richiesta di domestiche e di badanti nelle nostre case. Suppongo che uguali esigenze si avvertano in ogni altro Paese d’Europa, e dunque potrebbe partire, dai nostri centri, una emigrazione mirata, con posti di lavoro garantiti. Di fronte a queste prospettive, male fa il mio partito, il PD, a irrigidirsi nella politica dell’accoglienza ad ogni costo, che probabilmente è tra le ragioni principali della caduta di consensi a nostro favore. E c’è da denunciare l’assoluta assenza dei sindacati, che si dovrebbero fare difensori di queste nuove possibilità di lavoro, sottraendo i migranti dalle vergognose condizioni di quasi-schiavismo in cui sono tenuti nel Sud. Tutti ammettono che l’Occidente, in piena crisi di natalità, ha bisogno di nuove forze-lavoro, eccole arrivare sulle nostre sponde, basta organizzarne l’accesso e la redistribuzione.

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Arte

Il cervello di Matt Mullican messo a nudo

Raramente l’enorme spazio dello Hangar Bicocca, a Milano, è stato occupato in modo così totale, e felice, come avviene ora nell’ospitare la rassegna di Matt Mullican (1951), “The Feeling of Things”. E’ come se lo slancio verticale delle Sette Torri di Anselm Kiefer fosse crollato su se stesso per espandersi in orizzontale. C’è solo una sezione dell’intera superficie dedicata a un prologo, dovuto a un’artista ceca, Eva Kot’Atkovà, con un onesto bricolage di pezzi vari. Ma poi, si entra, in che cosa? Mi viene fatto di ricordare il detto baudelairiano, “mon coeur mis á nu”, e parlare invece di “mon cerveau mis á nu”. Ecco la risposta, Mullican sciorina l’intera sua massa cerebrale estraendola dalla minuscola scatola cranica che la contiene e sviluppandola in una maestosa, illimitata espansione. Ci si può riferire ai tempi in cui il computer, anch’esso, non era ristretto in un minuscolo apparecchio quasi portatile, ma si estendeva in lunghi corridoi e pareti, allora infatti si parlava di “processori” che quasi mostravano a nudo la laboriosa ruminazione cui procedevano, con tempi lunghi. Oppure ricorriamo a similitudini più consuete, diciamo che Mullican ci offre un labirinto dalle mille giravolte, in effetti i vari scomparti in cui si addensano tutto il suo sapere, la sua memoria ed esperienza sono cinti da muretti ricurvi, e spesso si deve ritornare sui propri passi per trovare l’uscita e passare all’isola successiva. Oppure siamo messi al cospetto di un’Atlantide, non si sa bene se si tratti di un continente perduto o invece di un pianeta da raggiungere con audace navigazione spaziale. Ad aiutarci nella visita c’è una segnaletica, essenziale, fondata sui cinque colori del pantone, giallo-rosso-verde-blu, e il nero a mettere ogni tanto una pausa, una cesura, ma per ricominciare subito dopo daccapo. Che questo sia un continente a se stante, lo rivelano gli enormi drappi che garriscono in alto annunciando l’esistenza della Terra promessa, ma dopo quell’avvistamento bisogna guardare in basso, perché è in quella dimensione quasi raso terra che si svolge lo spettacolo illimitato di pannelli in cui sono suddivise le varie materie, le prove di scrittura, minuziose, come in un codice leonardesco, o l’infinita serie di disegnini, talvolta astratti, talaltra pronti a delineare delle icone, ma sottili, sfuggenti, come per delle vignette illustrative o dei “comics”. Per un verso, è il trionfo della manualità, di quanto risulta da manifestazioni dirette del segno, della grafia, per un altro verso non manca la comparsa proprio dei video di ultima generazione, che ci propongono la visione di città utopiche, dove forse l’artista vorrebbe andare a riporre quel suo immenso tesoro privato, oppure aprirlo a pubbliche frequentazioni. Infatti in questo universo la dimensione del privato, del soggettivo, quasi dell’autistico, del delirio personale, si muta prontamente in suggerimento per un destino collettivo, tutti potremmo migrare verso quelle città perfette, utopiche. Non senza però portarci dietro qualche reperto, senza dimenticare anche una selezione di esistenze animali, quasi che fossero fatte salire su una specie di Arca di Noé, in modo da portare in salvo tutto quanto è appartenuto al nostro mondo. Fra l’altro, tra questi reperti museali, ci stanno pure gli avanzi dei robot di cui ci siamo serviti per organizzare un’evasione di massa. Ma soprattutto, ci guida, ci alletta, ci incuriosisce il senso di uno spettacolo che si rinnova di continuo, oltre i muretti di cinta, sempre ricco, vario, generoso, fino ad approdare all’ultima stazione in cui le pareti sono fasciate per intero da una rigogliosa campionatura di quanto abbiamo già ammirato nelle circonvoluzioni precedenti, come fossimo arrivati a una sorta di passerella finale, dove oltretutto l’artista si rialza dalla piattezza da lui frequentata fino a quel momento, e quasi tende la mano all’ospite fisso, a Kiefer, dandosi pure lui a un incontenibile slancio verticale.
Matt Mullican, The Feeling of Things, a cura di Roberta Tenconi, Milano, Hangar Bicocca, fino al 16 settembre

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Letteratura

“Dogman”, un Davide contro Golia

Mi valgo ancora una volta della da me più volte proclamata equipollenza tra prodotti di narrativa cartacea e opere cinematografiche per parlare di nuovo di un film. Domenica scorsa mi ero occupato della fresca pellicola di Pupi Avati, con la rivelazione di una magnifica attrice fanciulla, che si inoltra senza esitazione nell’universo del delirio. Questa volta la scena cambia, infatti vado a parlare dell’ultimo film di Matteo Garrone, “Dogman”, che è autore che ama darci storie di brutalismo, di ferocia, contrapponendo alla “bellezza” estenuata di cui il regista bolognese talora è capace, l’orrida aggressione di una “bestia” trionfante. Infatti proprio per la forte recitazione di Marcello Fonte questo film si è imposto a Cannes, riportando il premio per il miglior attore. E così Cannes ha rimediato al torto che allo stesso Garrone aveva inflitto nel 2015, quando il suo “Racconto dei racconti”, pur invitato nella selezione principale, non aveva ricevuto dalla giuria alcun riconoscimento. Eppure già là si manifestava la mostruosità latente nella poetica di questo autore. Mi aveva impressionato un episodio marginale di quel film, ma rivelatore, quando un principe aveva indetto una gara a chi riconoscesse quale fosse l’animale di cui si mostrava un ingrandimenti spinto. E solo uno tra i partecipanti vi aveva intravisto la presenza gonfiata oltremisura di una pulce. Col che possiamo entrare subito nel film di cui intendo parlare, ispirato da un vero fatto di cronaca, avvenuto nel 1988 in uno dei quartieri più desolati di Roma, la Magliana, dove un “canaro”, un addetto alla tolettatura dei cani, si era vendicato di un minaccioso prepotente. Non per nulla il “canaro” che qui compare si misura con cagnoni enormi, che però si prestano docili alle sue cure, quando ne ritaglia gli unghioni o ne pettina l’irto pelo, del resto traendone anche la sua stessa immagine, quasi in base al proverbio di “chi va con lo zoppo”, con quel che segue. L’attore Fonte non si tira indietro, impresta alla vicenda la sua faccia, contratta quasi un continuo spasmo, in un ghigno rigido, tanto da fare proprio di lui la mitica “bestia”, l’orrido Quasimodo di una cattedrale victorhughiana dei nostri giorni, beninteso sommersa, franata al suolo, anzi, sospesa a bagno Maria, minacciata da pozzanghere, da un’invasione di acque limacciose. Come vuole pur sempre il mito, la “bestia” ha un cuor d’oro, a cominciare dall’amore per una figlioletta, così intenso da trasportare l’intera scena in una dimensione utopica. Infatti non si capisce come un soggetto così basso e degradato, costretto a guadagnarsi la vita con un mestiere volgare, anche se irrobustito da traffici con la droga e da compromessi con la piccola delinquenza locale, si possa concedere di tanto in tanto delle magnifiche vacanze in paradisi tropicali, dove lo vediamo compiere serene battute di pesca subacquea, con tutti gli attrezzi che ci vogliono, in compagnia della ragazzina amata. Sono intervalli “fuori scena”, quasi onirici, che interrompono una vita di stenti, dove fra l’altro il nostro cuor d’oro, ma debole, vittima della sua bassa statura, deve fare i conti con un prepotente che pretende di dominarlo e di trascinarlo sulla via del crimine. Infatti lo obbliga ad aprire un buco nel suo misero negozio per accedere a quello di un vicino e andarvi a compiere una rapina. Ne verranno guai, il nostro sarà arrestato come complice, dovrà scontare un anno intero di carcere, e all’uscita, il prepotente sarà subito pronto a riannodare la sequela di minacce per spingerlo di nuovo a delinquere. Da qui un impulso vendicativo del “canaro”, che prende a mazzate la moto del rivale, provocando in lui una pronta ritorsione, fino quasi a causarne il decesso per un carico di botte in cui il violento scatena tutta la sua ira. Ma il canaro è aguzzo d’ingegno, riesce a catturare il bestione, a farlo entrare in una gabbia. Ne segue una sequenza selvaggia in cui i due fanno a gara a chi ci mette più di sadismo, di crudeltà, fino a limiti estremi. Qui, diciamolo pure, Garrone arieggia le violenze efferate di cui è capace Tarantino, ma d’altra parte riconosciamo che lui stesso quasi per natura è abituato a camminare su quella strada. Il piccolo, debole, imbelle canaro con la forza dell’astuzia vince il Golia sfrontato, e non gli resta che affrontare il problema di come disfarsi del cadavere della vittima. Se lo addossa alle spalle, lo infila nel proprio furgoncino, pensando poi di far scomparire ogni traccia del delitto dando fuoco all’auto. Ma no, ecco un guizzo di orgoglio, il canaro cambia idea, torna a caricarsi dell’ingombro del cadavere e lo trasporta al centro dello spiazzo in cui gli abitanti di quella colonia diseredata conducono la loro stentata vita comunitaria. Lì lo piazza, in attesa di esporlo all’ammirazione dei vicini, e intanto impone al suo volto un fiero cipiglio che quasi ne abbellisce i tratti, li rende sublimi. Il regista capisce che siamo al clou dell’intera storia, e dunque si sofferma su quel momento, induce l’attore a rivolgere un’occhiata trionfale a tutto tondo verso tutti i punti dell’orizzonte. Forse proprio in quel momento Fonte conquista il diritto a essere premiato. In fondo fin lì la sua era stata solo una abbastanza consueta vicenda di brutalità, di arretratezza, cose da quartieri bassi, ma quello sguardo diviene davvero intrepido, intenso, dominatore.

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Attualità

Dom. 10-6-18 (Sfax)

Nell’aprile scorso, da lunedì 16 a venerdì 20, 2018, ho tenuto un ciclo di lezioni alla Faculté des lettres et des sciences humaines dell’Università di Sfax, seconda città della Tunisia per importanza economica, su invito di un caro amico, Souflane Chaari, ottimo conoscitore della lingua e letteratura italiana per lunghi soggiorni nel nostro Paese. Confesso di aver commesso un errore di presunzione, da vecchio quale sono, abituato, fin dai tempi ormai lontani dei miei studi universitari, a praticare una sola lingua straniera, il francese, masticando invece con difficoltà l’inglese, esperanto dei nostri giorni. In un precedente invito, sempre da parte di Chaari, ma quella volta in altra località tunisina, Hammamet, avevo potuto constatare che la Tunisia aveva mantenuto proprio il francese come lingua ufficiale, e dunque non mi pareva vero di poter andare a manifestare la mia padronanza di quella lingua nel seminario previsto. Anche il programma, per la parte relativa a uno dei miei interessi, la narrativa, si ispirava all’esame di grandi romanzieri europei, tra Sette e Ottocento, escludendo stupidamente i nostri autori. Avevo invece trascurato il fatto che, proprio sotto la guida illuminata dell’amico Chaari e dei suoi bravi collaboratori, mi sarei rivolto a studenti di letteratura italiana, passabilmente capaci di intendere la nostra lingua, in cui infatti sono stato invitato a esprimermi, cosa senza dubbio più facile, ma anche punitiva delle mie ambizioni, e del resto i pochi docenti di quell’ Università che hanno avuto il coraggio di mettere il naso alle mie lezioni, credo che siano stati scoraggiati proprio dall’uso di una lingua per loro poco familiare.
Ma non è di questo che qui intendo parlare, intendo svolgere piuttosto qualche riflessione generale, pur sempre suscitata da una simile occasione. La generosità di Chaari prevedeva che venisse all’aeroporto di Tunisi per caricarmi sulla sua auto e affrontare i 300 km circa di autostrada per arrivare nella sua città di residenza. Lasciata Tripoli e dintorni, con la vista di qualche montagna, il paesaggio si è appiattito, scorrendo in mezzo a un’infinita distesa di ulivi, sorgenti da un terriccio ocraceo. A una mia domanda se alla scarsa ombra di quelle piante ci fosse qualche coltura, la risposta è stata negativa, la scarsità di acqua obbliga a concentrarla tutta per far crescere gli ulivi, e dunque siamo a una rigida monocultura, interrotta solo da greggi, e dalla vista di villaggi biancheggianti in lontananza. Confesso che tanta monotonia mi ha indotto a celebrare dentro di me i vantaggi della nostra Italia, posta all’insegna del “piccolo è bello” e di una estrema varietà di assetti geologici e di panorami. Ma di recente ho fatto un viaggio in treno lungo la Puglia, ebbene, da dopo Foggia fino a Lecce il paesaggio è uguale identico a quello tunisino, anche là domina l’ulivo quasi in misura esclusiva. Quanto poi alle varie località, forse anche qui ci sono delle affinità. In Tunisia si hanno macchie enormi di costruzioni basse, tutte in bianco, cinte da muri che non permettono allo sguardo di entrare. La monotonia delle cinture, o di quanto si innalza sopra di esse, è rotta da tocchi squisiti, finestrelle, motivi decorativi in cui si esprime l’eleganza di una cultura che ha rifiutato l’iconismo e che si esprime mediante ciò che si usa definire “arabesco” per antonomasia. Altro tratto costante: tante costruzioni sono rimaste bloccate, con pareti grezze, pronte per essere allungate, innalzate, estese a futura memoria. E’ l’effetto di un abusivismo che viene bloccato da qualche intervento di legge, o una prudente e saggia misura, quasi di architettura organica alla maniera di Lloyd Wrght, di flessibilità, tanto da permettere alle famiglie di allargarsi via via che i figli crescono e mettono su famiglia a loro volta? Naturalmente l’amico Chaari, alla domenica del mio arrivo, mi ha invitato a casa sua, che avrei faticato a trovare, in un reticolo infinito di strade tutte uguali, se non fosse stato lui stesso a portarmi, e beninteso anche la sua dimora si trova in quello stato di sospensione e di attesa di possibili estensioni future. Una situazione del genere, se non in Puglia, si trova sicuramente in Sicilia, come mi è capitato di constatare nell’agrigentino, quando vi andavo per incontri pirandelliani, ma là è il frutto di abusivismo, di edificazioni fatte con la mano sinistra, sfidando appunto i regolamenti civici.
Deludente è dunque aggirarsi in un infinito labirinto di stradine tutte uguali che vanno a perdersi nei campi, con lo sguardo sbarrato da arcigni muretti protettivi. Però a questa piattezza c’è un antidoto, se ci si reca nel centro città. Dove ovviamente esiste un’area di modernità, al passo coi tempi, ma è soprattutto spettacolare la Medina, la zona vecchia e tradizionale, che è un’area di mercati, negozi di cibi e di ogni altro tipo di merci, che si estendono a labirinto, roba da perdersi dentro, da smarrire l’orientamento, con montagne di ortaggi, tagli di carni, pesci di tutti i generi e formati. Non ricordo di aver visto nulla di simile, per estensione e abbondanza di offerta, in qualsivoglia mercato da me visitato nel nostro Paese. Notevole anche il rito di certi ristoranti dove ti mostrano in un piatto le diverse combinazioni di pesce da cuocere su tua ordinazione, in base a quanto vuoi spendere. Nell’attesa che il cibo sia pronto, ti arrivano antipasti con salse piccanti che è assai pericoloso assaggiare.
Ma veniamo al motivo fondamentale della mia presenza, alle lezioni che ho impartito. Già ho detto dell’errore di aver sottovalutato l’interesse del mio pubblico per la letteratura italiana. Però sono molto orgoglioso del messaggio generale che ho portato, e che sarei ben lieto di andare a ripetere in ogni altro luogo del mondo. Il fatto è che oggi per la prima volta da secoli o da millenni l’jntero pianeta si trova a valersi di una tecnologia unificata. E naturalmente è stato il mio solito McLuhan a fornire le coordinate di questo comune destino, a predicare l’avvento del “villaggio globale”, del “tutti in rete”, tutti chini sul cellulare come fonte infinita di notizie, di servizi utili, al seguito del dato dominante dell’immensa velocità del segnale elettronico, e della capacità di accumularlo in quantità enormi in una piastrella di silicio.
E’ stato, questo mio messaggio, questa “buona novella” che sono venuto a portare, qualcosa di inadeguato, rispetto al livello dei miei ascoltatori, e ascoltatrici? Si potrebbe obiettare che molte tra loro portano il chador, ma con eleganza e leggerezza, e non è più un obbligo, tante altre ne fanno a meno senza subire alcun interdetto. Ma tutte, comunque siano vestite, sono pronte a chinarsi sui cellulari, il dato che oggi unifica davvero tutti gli abitanti della Terra, e ne traggono alimento, di sicuro con più abilità di me. Infatti l’accedervi non si differenzia più per aree geografiche e culturali, ma piuttosto per fasce d’età, per generazioni. Da loro mi sono sentito muovere l’obiezione che però il Paese in cui vivono è ai margini del mondo, in un’area periferica, lontana dai centri avanzati di elaborazione tecnologica. Ma gli esiti che ne escono arrivano dappertutto, come sta proprio a dimostrare lo sfruttamenti dei cellulari da parte di quelle ragazzine che pure portano il chador. Del resto, chi può dire, magari qualche innovazione viene introdotta dovunque, in fondo uno dei dogmi della nuova età ci dice che il centro è dappertutto.

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Arte

Ketty La Rocca tra corpo e mente

Sono stato a visitare la mostra di Ketty La Rocca, al PAC di Ferrara, solo a pochi giorni dalla chiusura, per quella reticenza, o diciamo pure paura che ci prende a riaprire dei casi che ci sono stati molto vicini, come lo è stata Ketty a me per tante occasioni che ora vado a ricordare. I primi incontri con lei risalgono agli anni ’60, quando fu mia cura stabilire una alleanza tra il Gruppo 63, ormai nato e affermato, e il fiorentino Gruppo 70, che aveva posto il suo traguardo più in là, ma in sostanza navigavamo con buona sinergia nella seconda metà dei ’60, e nacque pure la modalità del “doppio tesseramento”, cioè la possibilità di militare nell’uno e nell’altro fronte, di cui aveva già usufruito il numero uno della poesia visiva, Lamberto Pignotti, partecipe dei nostri incontri palermitani, mentre io partecipavo a quelli dei cugini d’oltre Appennino, assicurati da ben congegnati convegni al Forte del Belvedere, anche attorno alla rivista “Techne”, che raccoglievano il fior fiore di tutte le neoavanguardie. Fu in quel fertile terreno che incontravo Ketty, però già pronta a seguire un proprio cammino che la portava a sdegnare le icone della pubblicità, del rotocalco, come era nella pratica di Pignotti e compagni. Lei militava piuttosto in quella che si dovrebbe dire poesia concreta, o lettrista, dove le icone erano quasi assenti, o intervenivano “quanto basta” per sostenere messaggi già di specie “concettuale”, massime, apologhi pieni anche di finalità impegnate sul sociale. In fondo, il suo punto di riferimento si poteva scorgere in Giuseppe Chiari e nel suo coraggio di fare uso di frasi nude e crude. Si aggiunga che queste finalità “concettuali” in Ketty erano pronte anche a materializzarsi, per esempio le lettere si ingrandivano, davano luogo a delle “i” monumentali, come steli, con tanto di sfera in luogo del puntino. Ho ancora nella mia collezione uno di questi reperti, fatti di fragili assicelle. Ma in sostanza Ketty mi aveva colpito e convinto, tanto che la invitai in una mostra a Ferrara, assieme ad altri tre artisti su cui avevo ugualmente scommesso, uno dei quali, Luigi Ontani, è poi risultato, come lei, un cavallo sicuramente vincente, mentre gli altri due, Carlo Bonfà e Giuseppe Del Franco, quest’ultimo come Ketty scomparso, hanno avuto una navigazione più incerta. A permettermi di esibirli era stato un personaggio straordinario, che ci ha lasciato proprio in questi giorni, e dunque lo associo nel ricordo. Si tratta di Franco Farina, che nella città estense aveva creato un’isola felice, una specie di flotta di contenitori vari e di tutte le dimensioni, avendo nel Palazzo dei Diamanti la nave regina, ma a fianco c’erano pure degli ampi stanzoni dove i quattro esposero. Fra l’altro, c’era anche la Palazzina di Parco Massari dove è allestita la mostra di cui sto parlando. Farina era un miracolo vivente, dato che con i pochi soldi che riceveva dal Comune di Ferrara riusciva ad alimentare quella multiforme schiera di spazi, forse troppi, ma così dando luogo a un caos fertile e vitale. Il 1972 fu per me un anno importante in quanto mi si presentò la possibilità di celebrare il “comportamento” in una nota rassegna nel padiglione centrale della Biennale di Venezia di quell’anno, su invito di Francesco Arcangeli e in una dialettica spartizione di responsabilità con lui. Devo ammettere che Ketty me ne volle, assieme a Ontani perché non osai invitare loro stessi, nella peraltro sparuta selezione che mi fu possibile offrire. preferii puntare su nomi più consolidati, ma fornii ai due un compenso procurandogli la possibilità di realizzare ciascuno un video con il grande Gerry Schum, fondatore ufficiale della videoarte, che ritenni indispensabile far intervenire in quell’occasione. Intanto il linguaggio di Ketty andava maturando, stabilizzandosi si può dire in una polarizzazione agli estremi, per un verso la corporalità, affidata soprattutto alle mani, come punta d’attacco della nostra espressività. Il passaggio attraverso il concretismo le serviva per un abile ricorso al bianco e nero, con quelle mani emergenti da uno sfondo di tenebre a protendere e divaricare le loro dita. Ma accanto alla manifestazione diretta delle nostre membra Ketty, sempre fedele alla sua partenza, ci teneva anche a svolgere manifestazioni di scrittura, che andavano a sovrapporsi al linguaggio muto di mani e dita, quasi sorreggendosi, o incrementandosi, a vicenda. Infatti la più bella delle sue invenzioni è stata quella di creare un sistema di trascrizioni, di codifiche o decodifiche, in parallelo con quanto stava avvenendo grazie alla diffusione del linguaggio elettronico digitale. Infatti negli ultimi anni, ahimé molto pochi, di vita, l’artista fiorentina ha proceduto a condurre questi passaggi da un codice a un altro, come oggi è molto facile fare semplicemente cliccando su qualche tasto. Allora invece la conversione doveva essere fatta a mano, e fu proprio questa l’impresa cui lei si diede, con rigore, tenacia, perseveranza, fino forse a deludere i partigiani dell’una o dell’altra forma espressiva, Chi amava le manifestazioni corporee poteva rimanere deluso nel vederle come sfregiate da quelle scritte, quasi da scolaretto che fissa la lezione sul dritto o sul rovescio della mano, per averla pronta all’uso. Gli amanti di soluzioni “mentali” potevano avvertire quella commistione come una sorta di tradimento, ma tale era la volontà di Ketty, procedere impavida nell’incrociare i due linguaggi, nel passare prontamente dall’uno all’altro. Fui ben lieto di fare di lei il fulcro di una mostra, “Parlare e scrivere” che Plinio De Martiis, il mitico direttore della Tartaruga di Piazza del Popolo a Roma, mi permise di tenere, nel 1975, in una sua nuova sede in via Pompeo Magno. E Ketty vi era presente grazie al suo video “totale”, interamente affidato all’eloquenza di braccia e dita protese in una intensa volontà di significare in tutti i modi possibili.
Ketty La Rocca, Gesture, speech and word. Ferrara, a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna. Ferrara. PAC, fino al 3 giugno.

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