Arte

Mengs e l'”andare in piccolo”

Mi intriga molto una mostra che si tiene attualmente a Firenze, Palazzo Pitti, sotto la multiforme guida del Direttore Schmidt, con un titolo modesto ma molto significativo, “ I nipoti del re di Spagna”, consistente in una serie di dipinti dedicati a questo tema, realizzati da Anton Raphael Mengs. Ma non è il noto teorico di un classicismo di ritorno a venirvi celebrato, in quanto il tema stesso porta a una serie di ritratti dedicati a bambini e bambine, pargoli delle grandi famiglie regnanti, tra Borboni di Spagna, di Napoli e di un ramo toscano. Si potrà dire che è il tema a dettare legge, a imporre quindi un universo di piccole creature, quasi per natura bamboleggianti. E contribuisce a questo festival del fare piccolo un enorme dato demografico dell’epoca, che cioè le donne erano costrette a partorire a catena, in una crudele lotta contro la mortalità infantile, un dramma che non guardava in faccia alle classi sociali. La Diva severa, per dirla con Carducci, bussava a soglie alte e basse con la stessa micidiale frequenza, e dunque anche le principesse più altolocate, poste in vicinanza dei troni, erano costrette a mettere al mondo figli quasi con ritmo industriale. Del resto fu quella una perversa regola che si prolungò nel tempo, ne seppe qualcosa anche il nostro Don Lisander, cui il ginecologo di famiglia aveva consigliato di darci un taglio, di non mettere più incinta annualmente la consorte, ma invece il Manzoni continuò imperterrito, spinto da una inarrestabile libidine sessuale o dall’obbedienza al dogma cristiano, fino a procurare la morte della moglie. Si potrà dunque osservare che quell’abbondanza di principini, coi loto volti ovali, le carni diafane, le vesti larghe, assorbenti, era solo il riflesso di un crudele costume dell’epoca, ma se ne può trarre anche una regola stilistica generale, fu un intero secolo pittorico a voler andare “in piccolo”, a voler praticare formati ridotti, quasi aderendo al precetto dei Viaggi di Gulliver fino a dar vita a un universo lillipuziano, Forse fu un modo comune di reagire alla magniloquenza della precedente età barocca e barocchetta, che del resto, coi Giaquinto e Gianmbattista Tiepolo, si era spinta fino alle soglie del regno di Spagna. Contro quella grandeur, dovuta al secolo precedente, bisognava reagire, invertire la marcia, rimpicciolire, era una delle condizioni poste dall’età dei Lumi, assai più che il raddrizzare le forme, come avrebbe voluto il Neoclassicismo venturo, di cui a torto proprio il Mengs viene riconosciuto come un campione legittimo. Si può parlare di una scelta stilistica generale perché questa medesima ansia di ridurre, di rimpicciolire la ritroviamo in tanti altri protagonisti dell’epoca, dalle nostre parti basti pensare a Pietro Longhi, che beninteso ci porta dritto dritto a un numero uno internazionale di questa tendenza, a William Hogarth, cui è inevitabile contrapporre subito un analogo spirito di piccoli eroi da bomboniera coltivato in Francia da Watteau, e subito supportato pure da Boucher, da Fragonard. E dove vogliamo mettere i bambocci avventurosi, intenti a emettere bolle di sapone o ad avvicinarsi trepidi a qualche industrioso balocco da tavolo, così bene illustrati da Chardin? E l’elenco potrebbe continuare, magari aggiungendo anche il vedutismo microscopico di Panini, o le vedute affollate da un popolo di turisti come alacri formichine espresso dal Canaletto. Del resto, quella medesima tematica dei piccolo rampolli di grandi famiglie si era imposta su altri colleghi di Mengs, come per esempio Johan Zoffany, toccando un vertice con un artista meno considerato di questi due, Martin Van Heytens, cui si deve un incredibile ritratto dell’imperatore d’Austria Francesco I con l’ape regina Maria Teresa, capace di mettere al mondo una nidiata di figli che la circondano, si infittiscono attorno a lei, come una visione di glandole, di intestini, di quelle stesse viscere risultate così altamente riproduttive. In fondo, questo vivaio di nuove esistenze, dei Borboni e Compagnia, è inversamente simmetrico rispetto alla visione da incubo della Cripta dei Capuccini, a Vienna, che rappresenta il terminale di quel pollaio ruspante, quando creature grandi e minuscole sono giunte alla tomba e ora se ne stanno racchiuse in bare di tutti i formati. Naturalmente, che il fenomeno andasse oltre gli spunti realistici, forniti dalle effettive età infantili dei soggetti ritratti, ce lo dice il fatto che anche quando il volto, di Mengs e compagni, si innalza verso i sovrani adulti, ne escono comunque forme magre, smunte, effigiate in economia. Modalità di cui ci fu un grande erede, Goya, chiamato dallo stesso Mengs ad assumere la carica di primo pittore della corte spagnola, e ancora oggi ci chiediamo se nei suoi ritratti della corte madrilena, concepiti appunto in forme così riduttive, quasi caricaturali, ci fosse un nascosto intento di satira, di critica in atto nei confronti dei poteri assoluti dell’ancien régime, o fosse solo un accedere ai dettami di una moda, che proprio nell’autorità del Mengs aveva trovato il suo principale cultore. L’intero primo tempo del grande Goya, come si sa, è intonato a quel rivolgersi a un mondo minore di ragazzi e ragazze di vita, dalle dubbie virtù, dai costumi tutt’altro che irreprensibili, o perduti, come i pargoli di Mengs, in una specie di eterno e sospeso kinderheim, forse meglio parlare di una “giovanottiera”. Ma per fortuna in Goya covava l’antidoto, la vendetta, quel fatuo mondo ridotto, fatto di spoglie aggraziate, avrebbe suscitato il sorgere di una corrente contraria, di un senso di morte, di negazione, di incubi notturni. Una componente che invece era del tutto estranea a questa popolazione serena, fino all’insulsaggine, di questi pupi preziosi dipinti da Mengs, già pronti per essere esposti in un museo delle cere.
I nipoti del Re di Spagna. Anton Raphael Mengs a Palazzo Pitti, a cura di Matteo Ceriana e Steffi Roetgen, fino al 7 gennaio. Cat. Sillabe.

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Letteratura

De Giovanni, un delicato “Souvenir”

Credo di aver già detto altra volta che ritengo Maurizio De Giovanni il miglior giallista del momento, come conferma questo suo “Souvenir”, legato alla serie dei Bastardi di Pizzofalcone. Un’ottima e simpatica squadra di agenti, che ben riscattano la cattiva nomea da cui sono accompagnati, comportandosi invece con acume, prontezza di riflessi, simpatia dei loro casi umani. Proprio non si vede perché la nostra Rai abbia rinunciato a produrre nuovi episodi di questo filone, ma sembra proprio che un limite incancellabile delle nostre “fiction” televisive stia proprio nella fragilità e inconsistenza con cui si sfruttano anche le migliori combinazioni. Gli altri Paesi ci propinano infinite varianti dei loro Commissari Cordier e Comandanti Florent e Ispettori Barnaby, mentre noi non osiamo mai spingerci oltre pochi campioni, magari andando a rispolverare gli episodi di un Camilleri che però, proprio a causa di queste repliche, sta rivelando rughe, crepe, inverosimiglianze a catena. Mentre le storie che ci propina De Giovanni brillano proprio per un senso della misura e della credibilità delle vicende, niente di simile allo smaccato sfruttamento dell’orrido delittuoso cui si concede l’eroe nazionale Saviano, cui sembra che sia concessa una “licenza di uccidere”. Uno come lui che vive di accuse alla camorra ne può ricavare una sicura rendita di posizione, col diritto conquistato di calcare la mano fino all’eccesso. Mentre il nostro De Giovanni procede al contrario nel nome di una perfetta credibilità di casi. Come questo, di un italo-americano tornato a Sorrento, con la sorella, e soprattutto con la madre, grande diva del cinema del passato, mosso non si sa bene da quale scopo. Ma certo si infila in qualche triste storia che lo porta a recarsi con insistenza in una via malfamata di Napoli, a indagare, a fare ricerche, fino a suscitare il sospetto di due truci guardaspalle di un capo locale della camorra, che cercano di eliminarlo brutalmente. Come si vede, un “affaire” che in sé non ha nulla di eccezionale, ma viceversa eccezionale è la storia che la nostra brava squadra, con perfetto gioco combinato, riesce a ricostruire passo passo. A Sorrento, in altro tempo, si è consumata una romantica vicenda di amore e morte. La grande attrice statunitense, al colmo del suo successo, come una Ingrid Bergman che incontra un suo Rossellini, trova in realtà un modesto personaggio locale, ma tanto poetico nell’anima. I due concepiscono assieme un figlio, che è proprio il malcapitato che ora, messo sull’avviso da un epistolario fortunosamente ritrovato, muove alla ricerca del padre, o di una sorellastra, che costui ha avuto, essendo stato costretto ad abbandonare la tanto amata attrice, il cui produttore non le ha consentito di sputtanarsi facendo conoscere al mondo quel legame di basso conio, anche se condito con tanto sentimento. E dunque, lo statunitense, di nome Ethan, conduce una doppia “recherche”, di un padre, però già deceduto, e di una sorellastra che ancora esiste, ma che si deve nascondere dalla malavita, di cui è stata al servizio, e di cui conosce troppi segreti per poter essere lasciata in pace. Fin qui il dramma romantico, magari anche kitsch, svenevole, però condotto con mano delicata, non spiacevole, che fa versare qualche lacrima anche a un lettore smaliziato. Come sempre, accanto ai cattivi d’obbligo, ci sono pure i cattivi per procura, cioè le forze dell’ordine, anche loro alla ricerca della figliastra nascosta, quasi in una gara a chi la trova per primo. I nostri Bastardi si muovono con delicatezza, combattendo sui due fronti, e infine consentendo alla donna di riparare negli USA, dove il figlio che porta in seno e ne rallenta le mosse, potrà nascere con una cittadinanza che lo metterà al riparo dalla nostra delinquenza. La figura più riuscita del drammone è proprio l’anziana attrice americana, Charlotte Wood, ora divenuta una vecchietta svanita, fuori di senno, che proprio per questo ha cancellato il peso degli anni trascorsi e dialoga coi presenti come fossero i protagonisti di quel lontano tempo magico. I nostri Bastardi svolgono molto bene il loro compito di protettori dei guai, smarrimenti, sogni altrui, in cui del resto ritrovano qualche eco degli stessi problemi che assediano le loro esistenze personali.
Maurizio De Giovanni, Souvenir, Einaudi stile libero, pp, 328, euro 19.

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Dom. 17-12-17 (Gruber)

Cronaca di una ordinaria serata di antirenzismo nel salotto Gruber, lunedì 11 dicembre 2017. Interlocutori, Luciano Canfora e Ezio Mauro. Si comincia male, affermando che il Pd è, secondo i sondaggi, al 24%. Il bello è che proprio il telegiornale della stessa rete 7, appena venti minuti prima, gli ha attribuito invece il 25,5%. Ovvero, la Gruber sceglie la quotazione che viene assegnata da Pagnoncelli dalle pagine del concorrente “Corriere della sera”. Dico subito che nel nome di un comune spirito di sinistra apprezzo l’antiberlusconismo dichiarato da entrambi gli interlocutori. Ma Canfora, qualcuno avrebbe dovuto dirglielo, si presenta proprio come un gufo sinistro e iettatore. Inutile dire che per lui il Pd renziano rappresenta un “socialtradimento”, una formazione che ha annacquato la sinistra “dura e pura”. Per fortuna che a raddrizzarne le sorti è sceso in campo il Presidente del Senato Grasso. In realtà le stesse previsioni, accettate dai due interlocutori, gli assegnano non più di un 5%, cioè esattamente un quinto di quanto al momento porta a casa il famigerato e traditore corpo centrale del partito, e dunque non sono poi tanti gli elettori che si sentono indotti a votare nel segno della purezza. C’è inoltre una prospettiva di convergenza, nel segreto della cabina elettorale, in base al criterio del voto utile. Naturalmente Canfora respinge una simile ipotesi, in nome di un curioso ragionamento, che il voto, in base alla stessa costituzione, è libero, e quindi inutile sperare che i votanti, “duri e puri” come lui si lascino attrarre da questo specchietto delle allodole. Eppure, se appunto il voto è libero e dato in coscienza, ogni votante si comporterà come crederà meglio, e dunque non è detto che segua rigorosamente i consigli di Canfora-Grasso. Senza dubbio Mauro è più morbido e flessibile, ma anche lui non ha dubbi sul fatto che il renzismo rappresenti un cedimento destrorso, un annacquamento dei valori autentici della sinistra. Anche per lui non esiste la causa della socialdemocrazia, che ha trionfato tante volte nei Paesi d’Occidente, negli USA di Kennedy, Clinton, Obama, o nell’Inghilterrra di Blair, e anche, qualche volta, in Francia e in Germania. Naturalmente, a conclusione della sua nota indagine sui fatti dell’ottobre sovietico di un secolo fa, se ci si pone il quesito di che cosa abbia fatto seguito alle speranze e alle delusioni di allora, la risposta è che non c’è risposta, l’orizzonte è vuoto e grigio, Quel qualchecosa che si chiama socialdemocrazia non vale la pena di essere preso in considerazione, si tratta di robetta annacquata, anche se Mauro, per sua fortuna, e a differenza di Canfora, non crede troppo neppure in una possibile resurrezione di una sinistra di vecchio stampo. Accanto alla Gruber, aggiungo che ora, in questo spirito antirenziano, si impegna pure il pur eccellente vignettista Gianelli del “Corriere”, quasi emulando le stilettate inferte da Crozza, dalla sua nuova sede. Certo è che bisogna invocare gli interventi salvifici di Prodi o di Veltroni, per rimediare al disastro annunciato del renzismo, o forse un antidoto può essere trovato in Gentiloni, in Calenda. Purtroppo la speranza in Pisapia si è già eclissata.

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Il segno libero di Ejzenstein

Mostra molto curiosa e insolita, quella che ci viene offerta dagli Uffizi, al primo piano, Sale di Levante, dedicata al grande regista russo Ejzenstein. L’aspetto di novità non sta tanto nel fatto che ci si rivolga a un artista dell’arte del movimento, a un massimo regista cinematografico. Infatti il Direttore dell’intero complesso degli Uffizi, Eike Schmidt, nello scritto introduttivo ci ricorda che tra quelle ampie mura erano esistiti almeno due teatri in piena attività, ai tempi dei Medici, e dunque si tratterebbe di un sacrosanto ritorno, oltretutto propiziato dal clima di celebrazione di fatti e personaggi russi legati alla Rivoluzione d’ottobre, in una serie di eventi programmati in tanti musei di ogni Paese. Giusto anche che i visitatori possano assistere a spezzoni dell’opera cinematografica del grande regista russo. Ma la sorpresa sta nel modo imprevisto con cui Ejzenstein affronta questa sua vocazione di fondo. Infatti si potrebbe pensare che un interprete coinvolto nel massimo realismo delle immagini di celluloide, anche a livello di bozzetti e appunti grafici, non possa dimenticare questo suo impegno, ci si aspetterebbe cioè qualche immagine attentamente definita, perfino con mano pesante. Invece scopriamo una produzione “leggera”, eseguita con tracciato filante, nel segno di una libera astrazione, dove il termine va preso alla lettera, come di un disegnatore che cava fuori dalle varie situazioni affrontate un riassunto quanto mai sintetico. Del resto, è una produzione concentrata negli anni Trenta del regista, forse da vedere strettamente legata al periodo messicano, quando dialoga da vicino con i grandi esempi dei muralisti Orozco e Siqueiros, e sono forse proprio loro a imporgli quella regressione a un linearismo forzato, che deve essergli sembrata la via più diretta ed eloquente per svolgere un mondo di sagome essenziali, portatrici di un senso di pena, di angoscia, di afflizione, o al contrario di festa popolare, quasi di carattere etnico, folclorico. E’ insomma un Ejzenstein che retrocede alle soluzioni iniziali del grande periodo delle avanguardie russe, fino a contendere a Larionov e alla Gonciarova il segreto di affidarsi a tracciati schematici, magari addirittura in anticipo rispetto alle linee arricciate e gonfie dell’Art Déco. Bene hanno fatto Marzia Faietti e Pierluca Nardoni a ricordare, nei loro saggi in catalogo, il clima di un Espressionismo ritornante nei decenni, dagli anni Dieci ai Venti ai Trenta, o forse ancor prima, come del resto fanno i due studiosi, che ci parlano di primitivismo, di discesa verso soglie quasi di sapore ritualistico, come celebrare delle cerimonie sacre, adempiere a dei balletti iniziatici. In una situazione del genere, conta poco menzionare i mirabili capolavori contenuti nel museo fiorentino, forse quelle sacre immagini hanno davvero alimentato l’estro creativo del regista su pellicola, ma l’artista, il grafico, ha voluto dimenticare quei riferimenti troppo dotti e sapienti, ha voluto ritrovare una specie di docta ignorantia di specie popolare, potremmo addirittura osare parlare di un clima Pop, da santini dimessi, per un culto immediato, di facile comprensione e adesione, ma nello stesso tempo neppure privo di grazie, di eleganze, come rivelano le bombature, i moti inarcati dei corpi. Insomma, si potrebbe parlare di un Ejzenstein che ha voluto combattere ad armi pari con l’universo ultra-popolare cui stavano dando sangue e corpo i colleghi messicani, porsi sulla loro stessa lunghezza d’onda, anzi, se possibile, un poco più avanti, quanto meno in audacie stilizzanti. La matita vola sul foglio, si inanella, libera, capricciosa, quasi nel tentativo di dimenticare, di lasciarsi alle spalle la presenza cupa, greve, imponente dei fotogrammi in bianco e nero.
Ejzenstein. La rivoluzione delle immagini, a cura di Marzia Faietti, Pierluca Nardoni e Eike Schmidt. Firenze, Uffizi, Sale di Levante, fino al 7 gennaio. Catalogo Giunti.

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Letteratura

Larocchi tra rugiada e cristalli

Nell’ultimo RicercaBO (3-4 novembre 2017) è comparsa una poetessa, Marica Larocchi, che ha rappresentato la sua arte nel modo migliore e più essenziale. A dire il vero, non è comparsa per niente, per ragioni di salute, ma c’è stato chi, molto bene, ha letto per lei alcuni poemetti inediti della raccolta “Nel paese dei totem”, che del resto ha fatto seguito a un volumetto, “Di rugiada e cristalli” in cui si sono manifestate le stesse virtù. Che consistono in una efficace congiunzione tra espressioni di cruda materialità, anche corporale, e invece squisiti riferimenti all’area nobile della parola. Una mirabile congiunzione di questa natura si incontra subito in due versetti di apertura: “Poca spuma di sangue si è rappresa /agli angoli dell’ultima parola”, dove i due riferimenti si alleggeriscono a vicenda, ma anche si danno concretezza, tangibilità. E la navigazione continua sempre su questa rotta bipartita, un colpo al cerchio, uno alla botte, come quando si parla di un risveglio “…di metafore estinte”. Buone le annotazioni di paesaggio, quando si parla della “…cute metallica dei laghi” (il freddo è nota costante di questi versi), su cui peraltro scorrono “tristi scafi grevi d’esiliati”, con un immediata crescita che ne fa delle “… fragili carcasse abbandonate / sulla battigia tra la morte e il sonno”. Insomma, è tutto un gioco sapiente tra la concretezza di sensazioni e impressioni immediate, e invece l’innalzamento a quote metaforiche. Eccellente per esempio questo verso: “Liquida come fiume è la mia voce”. Poi questo stesso senso di liquido scorrimento fa comparire degli “affluenti”, subito trascesi nella loro consistenza naturale in quanto fatti divenire delle parole “che un tuono iroso stempera nel mare”. Non ci meraviglieremo di apprendere che “Ci sono cavità nella memoria”, il dato materiale-esistenziale sempre presente, cui fa subito seguito un innalzamento lirico: “abitate da fluidi sortilegi”. Infine un’altra visione di comune esperienza, “A galla tra meduse e bacche marce” che viene immediatamente inquietata, sconvolta, messa in stato d’allarme, in quanto vi “…oscillano rottami di galassie”.

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Dom. 10-12-17 (Giavazzi)

Il solito liberista a oltranza del “Corriere della sera”, Francesco Giavazzi, ha colpito ancora, svolgendo la solita tiritera di condanna di tutti gli interventi statali. Per esempio, il ministro Calenda male ha fatto a richiamarsi al golden share di difesa di una azienda strategica come Telecom dall’aggressione francese. Se si tratta di aziende private, si accomodino, vengano a fare la loro spesa dalle nostre parti, noi abbiamo sempre e solo da guadagnarci, tutto pur di non far intervenire i dannati carrozzoni statali. Non importa elencare le aziende che abbiamo privatizzato, e che in genere hanno avuto tutte esiti negativi, si pensi appunto a Telecom, e a Ilva, e Alitalia ecc. Non si vede perché ci teniamo ancora Trenitalia, anche se pare che la concorrente Italo non se la passi troppo bene, ma in questi casi scatta la formula: si dia tempo al tempo. Non si vede perché ci teniamo ancora le Poste, invece di farne uno spezzatino da vendere sul mercato, e quale obbrobrio è l’esistenza della Cassa Depositi e Prestiti, forse che non rende un sapore simile alla famigerata IRI, di cui ci siamo liberati con tanta fatica, e con tanti guai conseguenti?. Anche nei salvataggi che il governo ha ordito a favore delle banche quanto di sbagliato c’è stato. Un liberista è guidato da una stella polare, ha per certo che il sistema privato, alla fine, vince sempre, basta ispirarsi all’immortale “laissez faire”, il mercato privato sa rimediare a se stesso, basta dargli tempo. Solo gli interventi della mano pubblica sono disastrosi, bloccano i processi, e naturalmente scaricano poi le tasse sui cittadini. Non si vede perché ci teniamo ancora il rammollito sistema universitario, non c’è forse la Bocconi a offrire un luminoso esempio al positivo? Le sue rette sono assai superiori a quelle richieste dalle università pubbliche? Ma è proprio questa la selezione che i vuole, largo al censo. Per i poveracci si potrà pur sempre istituire qualche borsa di studio, tanto per non dare l’impressione che intere classi sociali siano escluse a priori.

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Una passeggiata a Chelsea

Più che nella visita ai musei deputati, il rito di un breve soggiorno nella Grande Mela, per gli amanti dell’arte, si deve consumare recandosi nel blocco di strade di Chelsea, grosso moto dalla 20ma alla 25ma street, e nel tratto terminale quasi affacciato sullo Hudson River. Si può mettere piede in decine di gallerie, fuori da una dentro all’altra, con la scoperta di tanti artisti vecchi e nuovi. Nella settimana scorsa di cui ho già detto ho iniziato questo sacro percorso alla 22ma, presso la Galleria DC Moore, che ospita, non in mostra ma nel retro, un’opera di una mia vecchia amicizia, Bob Kushner, il numero uno del Pattern Painting tanto caro a Holly Solomon, e pure uno dei pochi eventi che gli USA hanno potuto contrapporre al “richiamo all’ordine” che nei medesimi anni ’70 ha contrassegnato, in misura più significativa, il nostro Vecchio Continente. A riscoprire le immagini clorofilliane, i felici erbari di Kushner è stata oltretutto un’amica di quei tempi, Anna Canepa, allora prezioso trait-d’union tra noi, intendo anche Alinovi e Daolio, e la cara Holly, convincendomi anche a inserire Bob nelle performances di quella primissima Internazionale del ’77, ora ritornata in edizione facsimile. Quante memorie, e quanta voglia di rilanciare quelle vecchie imprese| Naturalmente nessuna visita è singola, in quel mare magnum. E infatti, lì accanto, ecco Matthews Marks, che presenta il freddo e compassato artista inglese Gary Hume, visto anche in una Biennale di Venezia a dominare il suo padiglione. Ma ci sono pure una serie di “disegnini” carichi di umore e di invenzione realizzati da Nayland Blake, che fu ospite d’onore nei miei “Anninovanta”, nell’ormai lontano 1991. Magari, da Lehmann Maupin, ci sta pure una scappellata di tutto rispetto alla coppia Gilbert & George, che continuano ad amministrare con eleganza e decoro una fase post-comportamentale, mascherando le loro sagome dietro barbe gigantesche, intrecciate come pesanti velli d’oro, come fastose tappezzerie.
Da quella street abbastanza centrale si può decidere di fare marcia indietro o in avanti. Retrocedendo sulla 21ma, incontriamo da Barbara Gladstone una delle imprese più significative e audaci, dovute a un artista a noi ben noto, lo svizzero Thomas Hirschorn, votato all’eccesso, come ha dimostrato, in una Biennale di qualche anno fa, stipando il padiglione del suo Paese di ogni specie di trash, fino all’inverosimile. Ora in definitiva cerca di uscire da tanto ingolfamento con una misura singolare, ovvero trasferisce quei materiali su una piattaforma informatica, traducendoli in una ridda di pixel, ma poi applicando ad alcuni di loro un ingrandimento che ne fa come delle mattonelle. Applica cioè un procedimento di “de-pixelation”, che ridà fiato, distensione, allentamento, a quel “tutto pieno” altrimenti fin troppo ingolfato. Paula Cooper ci presenta Cecil Brown che al momento non nutre affatto preoccupazioni del genere, anzi si dedica a coltivare proprio un “tutto pieno” degno della vecchia stagione dell’Espressionismo astratto, avvertendolo come l’obbligo di redigere un diario incalzante, parossistico: “A Day! Help! Help! Another Day!”.
Da lì si può avanzare sulla 24ma (la 23 mi risulta sterile), dove Luhring Augustine ci offre una visione, se non sbaglio, inedita del nostro Pistoletto, che ritorna alle sue origini, di quando incollava sagome fotografiche su superfici specchianti. Solo che a lungo ci ha abituato ad appendere a quei suoi muri trasparenti poche immagini per volta, qui invece ci prospetta lunghi scaffali oberati di oggetti, quasi a sfida delle sfilate di “buone cose di cattivo gusto” che sono care allo statunitense Haim Steinbach, o ai pallottolieri di medicine elaborati da Damian Hirst. Ma compiamo uno sforzo ancora, fino alla 25ma, dove alla Flag Art Foundation (obbligo di salire fino al nono piano), ritroviamo tutta la magia di Ashley Bickerton, uno dei protagonisti della mostra-rivelazione tenutasi da Ileana Sonnabend nel 1886, con l’apparizione dei “novissimi” di un’intera stagione, i Koons, e Steinbach, e Halley, e il giovanissmo Wim Delvoye, e appunto Bickerton, che allora presentava le sue boe, i suoi gavitelli, cui ancora si attacca, ma rendendoli festosi, addobbati come per una processione sacra. E tra le molte frecce al suo arco c’è pure il ricorso a un iperrealismo minuzioso, esasperato, nel nome di un polistilismo pieno di risorse. Statico, ma nell’eleganza di raffinate soluzioni grafiche, è l’iconismo di Donald Baecler, esposto da Cheim & Read, sempre nella 25ma. Forse non vale la pena andare oltre.

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Il poemetto in prosa di Voltolini

Da qualche tempo vengo denunciando i rischi di un indulgere in eccesso alla cosiddetta autonarrazione, il che porta i nostri narratori a stendere lunghi brogliacci pieni delle vicende proprie e altrui, di genitori, fratelli, amici, e affollati curricula sovraccarichi di mille prove, disgrazie, patimenti. Ultimo campione di queste operazioni alquanto asfittiche, Giorgio Falco con la sua “Ipotesi di una sconfitta”, dove la sconfitta potrebbe proprio consistere in una mancata capacità di abbreviare i tempi e i modi di questa confessione. A rimedio di un simile procedere inflazionato ho lodato le vie brev adottate sia dalle “Nughette” di Loenardo Canella sia il “Promemoria” di Bajani. Ora si aggiunge anche Dario Voltolini col suo “Pacific Palisades”, smilzo volumetto in cui sta racchiuso un materiale autobiografico, almeno all’apparenza, che altri averbbe potuto avere la tentazione di diluire fino a misure estreme. Invece vi si procede in modi parchi ed essenziali, appunto in nome di uno sfoltimento utile, che non lascia cadere nulla dell’aspetto casuale, esistenziale, di cose, episodi, eventi, tutti appesi al gusto dell’attimo, dell’epifania occasionale. Forse, in un confronto con i due casi precedenti, a Voltolini si potrebbe muovere il rimprovero di apparire malgrado tutto ancora troppo “normale”, ovvero alquanto diluito, lungo nella gittata delle sue riflessioni, e soprattutto egli appare alquanto riluttante a valersi di quei contrasti, tra il marginale e l’importante, il sacro e il profano, di cui invece danno prove più incalzanti i suoi “competitors”, su questo fronte di una scrittura volutamente brachilogica. Naturalmente si para in prospettiva il continente ben noto del poemetto in prosa, di cui ormai abbiamo imparato a conoscere le varie possibilità è misure. E’ una miscela i cui ingredienti, come in una ricetta culinaria, possono entrare in varia misura. Nel caso di Voltolini, evidentemente la componente prosa è del tutto predominante e lascia scarso margine alla sua controparte, la poesia, che del resto è un ospite pericoloso e che bisogna contenere, amministrare in dosi giuste, evitando che pretenda di pesare troppo nell’equilibrio complessivo del componimento.
Dario Voltolini, Pacific Palisades, Einaudi, pp. 78, euro 10.

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Dom. 3-12-17 (tanti capi)

C’è un’assoluta dissimetria tra il fronte del centro-destra e quelle del centro-sinistra. Il primo è fatto di componenti consistenti, con storie e leadership abbastanza chiare e marcate, e percentuali di pronostici anch’esse ben accertate. Magari resta il dubbio se alla fine queste varie componenti, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, riusciranno davvero a saldarsi, ma molti lo danno per sicuro, almeno a livello di collegi elettorali. A sinistra invece per un verso c’è il blocco ufficiale Pd che mantiene una forza chiara e accertata, attorno al 25-26%, in barba ai malevoli e disfattisti, mentre le formazioni alla sua sinistra risultano del tutto provvisorie e instabili, come un mercato aperto che attira condottieri in cerca di fortuna. Si pensi a Pisapia e ai suoi sforzi industriosi, anche se sempre posti nel segno dell’ambiguità. Ora si aggiunge anche il caso di Grasso, e per fortuna che Prodi in genere si è tenuto defilato. Per non parlare dei tanti altri capi e capetti già scesi in campo a seguito delle varie uscite successive dal corpo ufficiale del Pd. Ciò determina una situazione di disagio e di inferiorità, da questa parte del fronte, del resto sono ben scarse le possibilità che le varie schegge impazzite alla fine accettino, magari, gli sforzi di Fassino e accolgano un appello unitario. Pare proprio che il PD, in sede elettorale, sia condannato a fare da sé, senza apporti sicuri dalla sua sinistra. Ma mi è già capitato di osservare che, nel segreto della cabina elettorale, questo potrebbe determinare un’attrazione positiva di tante forze così malamente catturate, e all’ultimo minuto, da leader improvvisati, Proprio la sostanziale omogeneità del blocco centrale del partito ufficiale della sinistra potrebbe esercitare un ruolo non marginale di attrazione.
Tra i due litiganti non credo assolutamente che ci sia spazio per una vittoria pentastellata, Di Maio, con tutta la sua sicumera, di sicuro non riuscirà a farsi dare l’incarico di costituire il governo dal Presidente Mattarella. E appare furbo il gesto di rinuncia pronunciato da Di Battista, anche se tutti “fingono” di accettare le buone ragioni della cura della paternità. In realtà Di Battista, insofferente di un ruolo vicario, aspetta che il più fortunato concorrente vada a sbattere per proporsi lui stesso alla prossima occasione.

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Arte

una visita al Whitney

Come già detto, ho trascorso la settimana dal lunedì 13 alla domenica 19 novembre 2017 a New York, dove non ho mancato di fare il giro dei principali musei d’arte. Il primo della classe è ora il Whitney, progettato dal nostro Renzo Piano, che tra le archistar è quello che tiene la testa più a posto, affidandosi in sostanza a un limpido funzionalismo, senza le invenzioni e i capricci di una Hadid, di un Liebeskind, di un Calatrava. L’edificio da lui costruito è il più alto tra i musei ufficiali, coi suoi nove piani, e una magnifica vista sullo Hudson River da una parte, e dall’altra su tutta la bassa Manhattan e oltre. Anche la visita può essere fatta in modo molto razionale, basta portarsi all’ultimo piano e scendere per le scale ai piani inferiori. Purtroppo tra questi il settimo e sesto indulgono allo sbagliato fatale oggi rinvenibile in tanti altri musei, se non sbaglio introdotto per la prima volta dalla Tate Modern di Londra, consistente in una distribuzione delle opere secondo criteri tematici, per cui un’opera astratta si trova a coesistere accanto a una intonata a vari gradi di realismo, e non c’è alcun rispetto per le varianti generazionali. Insomma, siamo di fronte alla negazione di una corretta fenomenologia degli stili, o di un criterio davvero educativo nei confronti del pubblico. Per fortuna che finalmente il quinto piano è dedicato a due artisti dell’oggi, uno dei quali, Jimmie Durham, ben noto anche tra noi. Credo di avere recensito sull’”Unità” una sua comparsa al MACRO di Roma, nel 2013. E’ artista che rilancia i fasti del Nouveau réalisme o del New Dada, ma con un allargamento dei criteri che lo portano al prelievo dei vari materiali, presi senza dubbio dalla scena quotidiana, secondo un criterio onnicomprensivo, fino a inserire nei gruppi, nelle installazioni del materiale del tutto precario, o diciamo pure rispondente al trash. In più c’è in lui un criterio davvero globalizzante, legato anche alla natura nomadica della sua esistenza, che ne fa pure un erede della beat generation, con tanto di accompagnamento mistico, per cui lo vediamo sempre procedere alla ricerca di simboli, di trofei e idoli improntati alle varie religioni del mondo, in una specie di sincretismo vigile, sempre pronto a trovare il suo bene dovunque, a impadronirsi di spoglie, cimeli, souvenir, continuamente sospesi tra il sacro e il profano.
Ma la sorpresa, a quel piano, è una vasta retrospettiva dedicata a Laura Owens (1970), devo ammettere a me sconosciuta, artista leggera, varia, elastica, sempre intenta a intrecciare festoni, quasi liane molli, ondeggianti nello spazio, pronte anche ad abbarbicarsi, come piante parassite, ai mobili di una stanza, di un salotto, di una camera da letto. Il suo è un grafismo sciolto, leggero, che però sa anche aprirsi in scene più vaste, a gara coi cartoni animati, per cui ci sentiamo anche come invitati a penetrare in un enorme kinderheim che snocciola i suoi incanti, le sue feste, le sue sorprese, sempre vario e imprevedibile.

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