Arte

Colin: sudari che avvolgano i cadaveri del cartaceo

Ho già osservato più volte che male ha fatto la Triennale di Milano a rinunciare alla propria ragione istitutiva, cioè a una rassegna dell’architettura da condursi con ritmo triennale, facendo per questa via un grande dono alla Biennale di Venezia, consentendole di tenere proprio col suo ritmo biennale una mostra in questo settore, mostra che è di grande successo, accanto alla sorella maggiore dedicata all’arte. In compenso il magnifico edificio eretto dal Muzio ha provveduto a ristrutturare i propri spazi sfruttando appieno la sua enorme capienza e offrendo ogni volta una ricca serie di eventi espositivi. Non ci si annoia di sicuro, a visitarne i due piani. Fra l’altro, salendo al secondo, ci si trova subito davanti una sala non troppo ampia ma preziosa per ospitare prove coerenti e nello stesso tempo leggere di qualche artista che conta. Ricordo di avervi ammirato in passato i progetti utopistici che lo scultore Francesco Somaini ha dedicato alla Grande Mela. Ora le stesse pareti ospitano una prova di tutt’altro genere ma ugualmente suggestiva che viene da Gianluigi Colin, figura interessante all’incrocio tra varie attività, il giornalismo che esercita al “Corriere della sera”, con l’aggiunta di incarichi di natura tecnica per cui ha a che fare con le rotative, con i riti del vecchio cartaceo. Pare che questi esigano che i fogli ancora freschi di stampa vengano fasciati da carte protettive. E’ allora possibile farne delle specie di “Sudari”, così si chiama una mostra di 17 di questi reperti, e la similitudine non potrebbe essere più esatta. Si tratta infatti di una sottile essudazione di inchiostri, con tinte pallide, marcescenti, molto simili proprio a deiezioni di un qualche corpo che stia andando in decomposizione. Questo cadavere chiamato a stampare le sue ultime orme su una superficie, mi induce ad applicare anche nel suo caso la bella quanto enigmatica espressione usata da Virgilio, quando in qualche punto dell’Eneide gli è scappato un mirabile “sunt lacrimae rerum”. Siamo di fronte a uno di quei casi in cui la realtà dimostra di avere più fantasia di noi, come aveva già intuito Duchamp, nell’atto di raccogliere gli oggetti nella loro prosaicità, magari “aiutandoli” a esprimere le valenze di cui gli risultavano portatori. E così pure questi “sudari” stesi con pazienza dal nostro Colin sono altrettanti ready made “aiutati”, a spremere letteralmente i vari umori di cui sono pregni. L’operazione a sua volta è sottilmente “aiutata” da un accompagnamento critico steso da Bruno Corà, che in proposito ci parla di “pale”, senza aver paura di fare ricorso a un termine carico di responsabilità storica, ma aggiungendo subito che esse sono consacrate a una “afasia visiva”, a un rito volutamente ambiguo, tra il vedere e no, con abile sfruttamento di valori umbratili, serotini, sospesi tra il dire e il non dire. Il fascino è aumentato anche dalla natura delle superfici chiamate a raccogliere questo pianto segreto, che infatti hanno pure esse uno statuto ambiguo, sospeso, in quanto si tratta i di “tessuti-non tessuti”, risultanti da una delle tante sostanze sintetiche di cui oggi ci serviamo, di un poliestere. L’ispirata nota di accompagnamento stesa da Corà continua a fornirci termini calzanti e felici, come quando definisce questi taciti testimoni del nostro presente come “sfingi che ci interrogano sull’oscura latitudine del nostro avvenire”. Come ben si sa, infatti, siamo in una fase di transizione, stiamo abbandonando i conforti e le sicurezze del cartaceo per avventurarci nelle plaghe suadenti dell’elettronico, che però non conosciamo quali sorprese ci possano riservare. E dunque, la presente mostra corrisponde a un rito mortuario, quasi di seppellimento di una realtà che sta scomparendo, ma che ci invita anche a raccoglierne con “pietas” le ultime memorie. Sono come i trepidi e tiepidi fuochi fatui che si elevano da un cimitero.
Gianluigi Colin, Sudari, Milano, Triennale, fino al 10 giugno. Presentazione di Bruno Corà.

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Letteratura

Paolo Giordano: un minestrone non sgradeviole da “divorare”

Sono in presenza del romanzone, steso da Paolo Giordano, “Divorare il cielo”, terzo, se non sbaglio, nella sua produzione, dopo essermi già pronunciato sui due precedenti, “La solitudine dei numeri primi”, fortunato vincitore del Premio Strega, e il successivo “Il corpo umano”. Fossi in sede di pollici, come mi succede quando mi dichiaro sulle pagine dell’”Immaginazione”, nutrirei qualche incertezza se puntare il dito in alto o in basso. C’è ancora una volta una farraginosa quantità di materiali tra cui lo stesso autore non sa scegliere bene tra il buono e no, e lo stesso titolo qui assunto non aiuta per niente, non trova quasi corrispondenza con i contenuti interni. Ma nel complesso la navigazione, pur essendo faticosa, ricca al solito di continui ricorsi al flash back che ne ritardano il flusso, ha tuttavia una sua coerenza finale. Vediamo i vari segmenti che entrano nel polpettone, che però alla fine rende un sapore gradevole. Ci sono due protagonisti, Teresa Gasparro, di buona famiglia torinese, ma attratta dal Sud, dove la famiglia ha una villa con piscina, e dove le avviene di incontrare il suo partner di più lunga durata, noto con un breve Bern, pieno di valenze, fin troppe. In quelle calde terre meridionali Teresa incontra un mondo dissestato e precario, dove accanto a Bern compaiono altri due suoi compagni, con legami di parentela che si chiariscono solo in corso d’opera. I quattro adolescenti formano una comunità anarchica, protestataria, dedita a culti quasi feticistici, consistenti nel tentare di salvare animali, magari anche ripugnanti come le rane, salvo poi a dar loro delle esequie quasi con rito sacrale, incoraggiato da una coppia che si è fatta carico dei tre giovani costituendo con loro una specie di comunità mistica. E’ subito chiaro che il filo conduttore dell’intera vicenda è l’amore tra Teresa e Bern, però ostacolato all’infinito, simile a una corsa a ostacoli, con tanti episodi divaricati, tante storie frapposte. Infatti il maschio protago puònista compiacersi di un suo brutalismo, di un suo spirito violento che lo porta a mettere in campo svolte, tradimenti, con sequenze che senza dubbio in sé hanno una notevole efficacia, ma con qualche difficoltà a rifluire nel corpo centrale della vicenda. Per esempio Bern, sempre sprezzante nei confronti del sentimento che pure lo lega a Teresa, anche per reagire alla condizione borghese di lei, si tuffa nell’avventura con un’altra giovane, che mette incinta, così potendo infilare nella narrazione la cronaca di un aborto, come un tempo (siamo alquanto lontani dai nostri giorni) poteva avvenire in aree geografiche e culturali non pronte a renderlo agevole. Ma poi l’inevitabile piega sentimentale si impone, i due si mettono davvero assieme, col proposito di giungere a generare un figlio, vincendo l’apparente sterilità di lei, e qui altra sequenza in sé efficace, ma al solito spiazzante, che consiste nel soggiorno della coppia in un Paese in cui la fecondazione assistita è ammessa, e in attesa che questa possa avvenire, il seme di lui viene messo in banca per un eventuale uso futuro. La comunità in partenza quasi viscerale dei tre giovani si spezza, in quanto il solito Bern, sempre più anarchico e ribelle, giunge a provocare la morte del fraterno compagno Michele, passato invece a militare tra le forze dell’ordine. Da qui la necessità che egli si dia alla fuga, inseguito dalla dolente e inconsolabile Teresa. Devo dire che proprio questa fuga ha momenti convincenti, come quando il fuggitivo giunge a recuperare un padre vivente all’estero e fino a quel momento assente. Infine Bern ripara in un luogo del tutto imprevedibile e strampalato, come Islanda. Questo finale potrebbe essere tacciato di inverosimiglianza, ma ha una sua grandezza, infatti il tristo eroe va a vivere in una grotta, isolandosi dagli altri umani, patendo una voluta o subita reclusione, agitandosi in quella cavità come un anacoreta dei nostri giorni, come un santone disposto a dare udienza, a ricevere visite di persone, purché queste si sappiano tenere a debita distanza. Poi, se ne va, e allora Teresa può realizzare il vecchio sogno, andare a utilizzare il seme del suo amato rimasto congelato, farselo inoculare e averne finalmente un figlio, un erede. Difficile fare i conti, delle entrate e delle uscite, stabilire se la somma risultante, di tanto “suono e furia”, sia positivo o negativo, ma certo l’edificio, nonostante le molte crepe, risulta accattivante.
Paolo Giordano, Divorare il cielo. Einaudi, pp. 430, euro 22.

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Dom. 20-5-18 (presidente)

Purtroppo pare che siamo ormai a un passo dal compiersi del crimine, che cioè i “barbari”, per usare la giusta espressione del “Financial Times” si insedino a Palazzo Chigi. Debole è il filo di speranza che in dirittura d’arrivo, domani stesso, Salvini, come cavallo impazzito, scarti dalla via obbligata, accolga l’accorato appello proveniente da Berlusconi e Merloni di un “Matteo, torna a casa”, evitando in extremis di andare a impiccarsi nella sconveniente alleanza con Di Maio, in cui gli toccherà recitare un ruolo subordinato. Parliamo piuttosto del comportamento tenuto in questa occasione dal nostro Presidente, Mattarella. Esiste lo stereotipo per cui si dichiara di avere “piena fiducia nella magistratura”, quando invece tutti diffidano di una casta che si divide a ogni grado di giudizio, che perde un tempo inaudito nello stendere le sentenze, e nel complesso nell’imporre alla giustizia dei ritardi che non trovano riscontro in nessun altro Paese. Allo stesso modo si usa proclamare che si ha “piena fiducia nel Quirinale”, ma al contrario nel caso presente Mattarella si è comportato da persona di scarso coraggio, preoccupato soprattutto di dover assumere l’iniziativa tagliando corto col balletto ridicolo degli indugi dei due contraenti. Ma meglio stare al loro gioco, accordargli una fiducia che sarà risicata, affidata ad appena una maggioranza di sei o sette senatori, ammesso che votino concordi, e che sarà interrotta ad ogni passo da liti intestine tra i due partners, già evidenti dietro l’angolo. Ma a questo modo, e a danno del nostro Paese, mettendo in piedi una fragile intesa, i due gli hanno tolto le castagne dal fuoco. Pensiamo quanta fatica, quanta responsabilità sarebbe stata per lui dover varare un governo di sua fattura, con l’incarico di andare al più presto a nuove elezioni. Nel che sarebbe stato palese il vantaggio di Salvini, quasi sicuro di arrivare al premio di maggioranza del 40% e di essere a capo del governo, dovendo fare i conti solo con Berlusconi e Meloni, conti senza dubbio meno ardui di quelli che ad ogni passo dovrà fare, da una posizione di inferiorità, col ducetto e presuntuoso Di Maio. Che vantaggio ci sarebbe, per un fervido sostenitore della sinistra come lo scrivente? Meglio avere un unico avversario, ben messo a fuoco, e oltretutto tirato per la giacca dal moderato Berlusconi, piuttosto che avere la somma sgradevole di due estremismi.
Quanto al “mio” Pd, cui mi sono iscritto in segno di adesione nell’attuale disgrazia, fa senso sentire Martina e suoi sostenitori pronunciare una reprimenda contro il governo Lega-Cinque Stelle, con le stesse bocche con cui hanno stigmatizzato la ferma pronuncia di Renzi secondo cui una intesa con i Pentastellati era impensabile. Al momento la saggezza di Matteo ha mantenuto unito il partito, in attesa di poter sostituire l’ondivago Martina, capace di tuonare solo a posteriori, con un più efficace segretario. Naturalmente in me resta la speranza che costui sia un fedele alla linea, quale potrà essere. dell’unico uomo forte di cui il Pd continua a disporre.

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Arte

Visita alla Torre Prada

Bisogna riconoscere l’enorme merito acquisito dalla Fondazione Prada, a Milano, ora che con l’inaugurazione della Torre ha completato gli interventi nella vasta area interamente occupata alla prima periferia della città. Merito dell’operazione, aver riservato un ampio spazio, proprio nella Torre, a una collezione permanente di capolavori saggiamente acquisiti, cosa che non esiste presso altre fondazioni o gallerie. Il competitor potrebbe essere Pinault a Venezia, tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, ma il patron francese non ha il coraggio di riservare uno dei due contenitori per intero a opere già acquisite. Per restare a Milano, la bella impresa di Lia Rumma, con i tre piani di una palazzina costruita ad hoc, non ha però spazio per il permanente. Bisogna anche riconoscere la coerenza di scelta nell’ aver affidato questo grandioso complemento allo stesso architetto, Rem Koolhaas, cui si deve la scatola realizzata in precedenza, andata come in avanscoperta, anche se a questo proposito devo rinnovare una mia critica già espressa al primo incontro con questo edificio, che cioè una coppia così avanzata nel gusto come i coniugi Prada-Bertelli meglio avrebbero fatto a rivolgersi a una archistar di gusto postmoderno, piuttosto che a un duro e puro erede di Gropius e compagni. Mi chiedo se al limite non sarebbe stato meglio abbattere tutti gli spazi vecchiotti e fatiscenti, di cascine coloniche di altri tempi, dove pure la Fondazione alberga tante delle sue manifestazioni, come ora, ficcata dentro quasi a forza, l’enorme rassegna sul nostro passato concepita da Germano Celant. Forse era meglio procedere ab imis, dando via libera a Koolhaas per una progettazione interamente coerente coi suoi presupposti. Che appunto ora si esprimono al massimo nella Torre, coi suoi 60 metri di altezza ripartiti in nove piani, che sono anche un trionfo dell’abbondanza di stanze, forse perfino troppo, infatti si ha l’impressione che le opere poste a dimora in ciascuna di queste aree ci “ballino”, assediate da troppo vuoto. Voglio sperare che i Prada sappiano aggiungere via via altri capolavori a ristabilire un giusto rapporto tra pieni e vuoti. Credo che la visita migliore, come succede in questi casi (vedi il caso parallelo della nuova sede a New York del Whitney, progettato dal nostro Renzo Piano) sia di prendere l’ascensore fino in cima per poi discendere per le ampie scale. Al nono piano ci accoglie la pittoresca esibizione di porcini allestita da Carsten Hoeller, accanto a una più enigmatica ed evanescente presenza di John Baldessari. L’ottavo ci offre l’omaggio a una figura minore, William Copley, incerto tra Pop e kitsch, ma caro ai padroni di casa, che hanno diritto a fare qualche concessione ai loro gusti, e accanto una sfilata di vetrine in cui il multiforme Damien Hirst forse non si presenta al meglio delle sue molte possibilità. Al settimo c’è il felice incontro con uno dei geniali “mari” in scatola del nostro Pascali, mentre il talento del Land-artista Michael Heizer appare alquanto sacrificato nello schiacciarsi in progetti quasi cartografici, quasi Optical, appiattiti sulle pareti. A un altro piano inferiore gestisce molto meglio la sua immagine il numero uno della Land Art, Walter De Maria, che in fondo si ricorda dei ferri aguzzi del suo “Letto di spine” infiggendo una sbarra intenta a trapassare, come fossero tordi, le panciute carrozzerie di auto fuori epoca, simili a relitti spuntati dal corpo enorme degli USA. Poi, una cesura a mio avviso indebita, per consacrare i piani di mezzo a un ristorante, che pare però essere ligio alle esigenze di un luogo d’arte, e a un’area riservata ai servizi. Bene i due piani restanti, in uno era giusto ricordare una eccellente presenza nelle mostre precedenti, riservata a Edward Kienholz, e compare pure un magnifico salotto che Mona Hatoum ha dato alle fiamme, riducendolo a una carcassa spettrale. Infine, dulcis in fundo, un secondo piano ravvivato da un mazzo di gioiosi, policromi, tangibili tulipani di Jeff Koons, mentre alle pareti, con ottima scelta, compare un omaggio, attraverso molti pannelli polimaterici, al talento multiforme della nostra Carla Accardi.

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Letteratura

“Loro” o “Lui”?

Naturalmente ho sentito il dovere di precipitarmi a vedere pure la seconda parte dell’affresco concepito da Sorrentino, il “Loro 2” di cui pure si fa fatica a cogliere la necessità artistica, in quanto in sostanza è una ripetizione della parte precedente. O forse era meglio intitolarlo a un “lui”, pomposo, ieratico, scurrile, in quanto la controfigura di Berlusconi vi compare fin dall’inizio, purtroppo affidata alla maestria di Toni Servillo, con l’effetto già da me rilevato in precedenza, di rendere simpatico il faccione del despota, facendolo corrispondere quasi a una arguta maschera dell’arte, a un furbo Bertoldo, sempre padrone dei suoi riflessi, con all’intorno solo una schiera di ombre senza alcuna emergenza, affondate in un noioso moltiplicarsi di scene di sesso e di droga. Dispiace vedere che anche un eccellente attore come Riccardo Scamarcio viene malamente speso nel tentativo di assumere qualche protagonismo accanto alla statura dominante del padrone, cui pretende di dare astuti consigli o di trarre favori in modi maldestri, che l’altro blocca con prontezza di riflessi. Dallo stuolo delle “olgiatine” prive di personalità emerge solo la giovane interpretata da Kasia Smutniak, l’unica che ha il coraggio di contestare il tiranno obiettandogli che il suo fiato puzza di vecchio e di dentiera.
Poi anche in questa seconda parte ricompare il duetto tra Berlusconi e Veronica Lario (sempre interpretata dall’ottima Elena Sofia Ricci), come se il dialogo già impostato nella prima parte continuasse ininterrotto, e ancora una volta affidato alla nostalgia, al ritorno di fiamma. Già in precedenza notavo che siamo come al rinnovarsi di una coppia sentimentale e kitsch, alla maniera di Albano e Romina. Qui più che mai Sorrentino si guarda bene dal pronunciare condanne, o almeno la disputa che si apre tra i due è senza esclusione di colpi. Il tutto parte dal momento in cui la moglie denunciò urbi et orbi che il marito era impazzito al seguito di un incontenibile erotismo senile, quello che in effetti ha contribuito a destabilizzarlo e a fargli perdere consistenti quote di consenso popolare. Ma il tiranno ha modo di rispondere, obiettando che in definitiva, quando lui l’ha presa tra le sue braccia, Veronica altro non era che una “velina”, una potenziale “olgiatina”, pronta ad attaccarsi a lui per avere soldi e protezione. Infatti le ricorda che una grande vecchia della scena come la Borboni dichiarava di considerarsi fortunata in quanto la sua sordità le impediva di recepire la pessima recitazione dell’aspirante attrice. Al che Veronica si vendica ricordando quella che resta davvero la colpa fondamentale di Berlusconi, l’essersi fatto ricco riciclando i soldi della mafia nel costruire una città satellite alle porte di Milano, col famoso personaggio posto a controllarlo assumendo la fantomatica qualifica di stalliere, e con Dell’Utri nella veste di paziente tessitore dei collegamenti. Ma in sostanza tutta questa sequenza è intonata a un “amarcord”, a note di tristezza, quasi di virgiliane “lacrimae rerum”, di pianti dei due l’uno sulle spalle dell’altro. Poi c’è un finale che ci porta al terremoto dell’Aquila, tanto sfruttato a fini propagandistici dalla retorica berlusconiana, ma anche qui Sorrentino non colpisce. In fondo, a confermare la vacuità delle assicurazioni provenienti dall’allora capo del governo sarebbe bastato mostrare come i balconi delle casette tanto vantate siano crollati al primo uso. Invece il leader maximo è colto quando compie il gesto caritatevole di dare a una povera sinistrata la dentiera andata perduta nella fuga dal crollo. Infine, c’è una scena in cui mi pare che appaia tutto il debito enorme che il nostro regista ha nei confronti dell’ombra che lo assilla e lo assedia, il genio di Fellini. Anche qui, il processo al creatore di FI è sospeso, con buona pace di tutti gli oppositori di sinistra. Appare una sequenza generica, improntata a una “pietas” quasi senza soggetto, infatti si vedono i pompieri che con una scala di fortuna calano a terra una enorme statua di Cristo, come ostia, vittima sacrificale delle nostre colpe. È quasi una citazione dell’inizio stesso del capolavoro felliniano, della “Dolce vita”, con quei due elicotteri dai quali pende proprio l’immagine di un Cristo portato a sorvolare, a benedire o condannare una Roma divenuta del tutto simile a una Gomorra.

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Dom. 13-5-18 (disastro)

Ovviamente se davvero si realizzasse un governo Lega-Cinque Stelle per me sarebbe un disastro, la smentita di tutte le previsioni che sono venuto emettendo in questa sede, peraltro da inutile e solitaria mosca cocchiera. Di Maio potrebbe emettere un sospiro di sollievopèer aver raggiunto la salvezza sull’orlo del baratro, ma mi chiedo che interesse ne avrebbe Salvini. Una volta separato dal pur scomodo appoggio di Forza Italia, la sua consistenza di voti e di deputati sarebbe la metà del suo pericoloso alleato, pronto a divorarselo in un boccone, alla prima occasione. Sarebbe, da parte di Salvini, come l’attenersi alla prudenza del meglio un uovo oggi che una gallina domani, infatti egli mi sembra essere nella situazione di chi fra tutti ha meno da temere nell’andare a nuove elezioni, in quanto, rimanendo inserito in una coalizione di centro-destra, ne sarebbe il sicuro vincitore. Basterebbe non arrovellarsi per mutare il Rosatellum, su cui stupidamente si infierisce, mentre era pur sempre un tentativo di limitare i danni del proporzionale puro, magari rafforzandolo col fissare un premio di maggioranza al 40%, credo che sia una quota accettabile dalla Consulta. Si dice che Berlusconi sarebbe stato convinto a fare il passo indietro dalle paure dei suoi parlamentari di non essere più rieletti, a un prossimo turno, data l’implacabile perdita di consensi di cui risente Forza Italia. Potrebbe darsi che la riammissione all’agone elettorale che ora gli è stata consentita lo induca a riprendere fiducia nelle possibilità insite in nuove elezioni. Guidando di persona il suo partito, gli potrebbe consentire di risollevarlo. Sia detto tra parentesi che questa cessazione di un divieto dopo un certo intervallo di tempo dalla condanna ci ha sorpreso tutti, a cominciare dallo stesso interessato, pare che i suoi avvocati non glielo abbiano detto, altrimenti non si sarebbe tanto affannato a ottenere la cancellazione del reato da parte di un tribunale internazionale. La cosa ricorda curiosamente quanto ci succede per la patente, in cui vengono ridati i punti tolti per qualche infrazione, se nel frattempo ci siamo comportati bene. E’ stato inoltre osservato che, anche col passo indietro di Berlusconi e compagni, la maggioranza dei due aspiranti al matrimonio sarebbe molto risicata, sempre sull’orlo di andar sotto. Mi chiedo anche come vengano considerati i vincitori nei collegi uninominali, sono liberi di entrare nell’uno o nell’altro gruppo parlamentare, a loro scelta, o devono far parte di una formazione ad hoc?
Se comunque il famigerato e ignobile governo nascesse davvero, io mi sentirei di andare in giro con un cartello, sull’aria di quanto è avvenuto negli USA, con stampata la dichiarazione “questo non è il mio governo”. E mi vergognerei del mio Paese, che si porrebbe ai gradini più bassi dell’Unione europea, al livello dell’Ungheria o giù di lì, indegno di reggere il confronto con Francia, Spagna, Germania, Olanda, Austria, tutte capaci di evitare l’infezione populista, mentre noi ci siamo cascati in pieno, col rischio di cadere pure nel default economico, se solo i due complici volessero dar corso alle loro folli promesse, della soppressione della legge Fornero e dell’imposizione della flat tax, con altre amenità del genere.

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Un benvenuto alla Fondazione Cirulli

I coniugi Massimo e Sonia Cirulli per anni e anni sono venuti acquistando sul mercato opere importanti soprattutto di area futurista, puntando su quelle meno pregiate, e dunque non dipinti e sculture, di quelle che si dicono appartenere alle arti maggiori, privilegiando invece le altre che un tempo erano dette “minori” o applicate, in cui invece sta il cuore della produzione del nostro grande movimento, soprattutto nella sua fase “seconda”. In particolare, la loro attenzione è andata ai manifesti pubblicitari, proseguendo per questo verso il ruolo che era stato della Collezione Salce a Treviso. Ora si sono decisi al grande passo, istituendosi in Fondazione e andando ad acquistare l’edificio biplano, sito sulla via Emilia di Levante, voluto dal maggiore animatore del design del nostro secondo Novecento, Dino Gavina, con al fianco la tenace socia Maria Simoncini. La progettazione di quel laboratorio era stata affidata a due architetti di grido, Achille e Pier Giacomo Castiglioni. Se non ci fosse stato questo intervento salvifico dei coniugi Cirulli, un edificio così importante sarebbe stato forse distrutto, per totale incuria delle autorità locali, forse spianato per dar luogo a un parcheggio, o a un discount, a un McDonald, a qualche “non luogo” del bieco consumismo attuale. Così invece uno dei due corpi è già stato restaurato, mentre per l’altro i Cirulli sono in attesa di avere la disponibilità finanziaria per procedere, un passo alla volta. Ma è già molto invitante la perfetta sequenza di vetrine in cui si possono ammirare fogli, bozzetti e altro della grande officina futurista, a cominciare proprio dai reperti cui un tempo si accordava scarsa fiducia, secondo un pregiudizio purtroppo rimasto dominante perfino al momento delle celebrazioni avvenute a un secolo di distanza dal manifesto marinettiano del 1909. In quell’occasione Roma, a suo eterno disdoro, è andata a prendere una brutta mostra concepita dal rivale Beaubourg di Parigi e mossa dal prevalente scopo di far apparire la dipendenza del nostro movimento principe dai cugini francesi del Cubismo. La Capitale, in tal modo aveva trascurato colpevolmente il suo ruolo storico, che era stato di divenire, dal 1915 in poi, la sede primaria di questa fase seconda, in cui il movimento si era totalmente aperto alle arti applicate, sotto la guida magistrale di Balla e Depero. La Fondazione Cirulli in qualche misura è vendicatrice di questa disastrosa dimenticanza, anche perché ha dovuto fare di necessità virtù. E’ evidente che oggi nessun privato può strappare ai musei pubblici, o trovare sul mercato, i capolavori della fase milanese del Futurismo, ma al banchetto si possono invitare ospiti di seconda fila, che poi oggi ci appaiono ancor più interessanti. I Cirulli si sono valsi dell’assistenza di una agguerrita docente e studiosa locale, Silvia Evangelisti, e di uno statunitense ormai rivelatosi come l’”italianista” numero uno per quanto riguarda i nostri anni Trenta. Jeff Schnapp, ed ecco allora questa convincente parata, disposta sulle pareti o in bacheche, di questi illuminanti documenti, che puntano soprattutto all’architettura, con disegnini del numero uno di quella congiuntura, Sant’Elia, ma anche di un deuteragonista come Virgilio Marchi. E poi c’è una vetrina per il laboratorio fotografico di Bragaglia. E tanta attenzione appunto ai protagonisti dei secondi o terzi tempi, come furono i fratelli Michaelles, uno dei quali nascosto sotto il nome criptico di Thayat, e abbondante presenza pure del talento “in progress” di Munari. Poi, ogni tanto, a dare slancio alla sfilata, si innalzano i roboanti e clamorosi manifesti dell’epoca, magari rivolti a celebrare l’epica della conquista degli spazi aerei. Né del resto mancano saggi di bella pittura, come i rari dipinti con cui un altro astro allora nascente, Osvaldo Licini, partecipò nel ’14 alla famosa mostra all’Hotel Baglioni di Bologna, accanto a Morandi e ai fratelli Pozzati, un appuntamento per cui, forse con enfasi eccessiva, Carlo Ludovico Raggianti ebbe a coniare l’epiteto di una “Bologna fatale”. Con orgoglio Cirulli avvisa che quanto si può ammirare al momento è solo una punta di iceberg, o l’affioramento di un’isola felice, mentre nel ventre della balena sono in attesa tanti altri documenti, per i quali si aprirà, appena possibile, anche il corpo simmetrico del biplano, ovvero del felice catamarano approdato sulla Via Emilia.
Fondazione Cirulli, Universo futurista, fino all’8 novembre.

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Letteratura

Starnone: una grazia ariostesca

Voglio dire tutto il bene possibile di Domenico Starnone, un autore che ho già incontrato a più riprese, per “Autobiografia erotica di Aristide Scampia”, credo su “Tuttolibri”, quando ero riconosciuto degno di scrivervi, prima di esserne espulso non ho mai saputo per quale indegnità, e di recente per “Scherzetto”, quando mi sono ormai risolto ad accettare questa mia presente solitudine monologante. Ora egli ci propone tre racconti del passato come “false resurrezioni”, ma direi che l’aggettivo è da mutare da “false” in “felici”. La materia, se si vuole, è comune a tanti altri suoi colleghi, è si scena una famiglia allargata, dove un modesto travet, un piccolo insegnante di provincia non manca però di fare le corna alla moglie, ma in modi non gravi e anzi reversibili. Non compare l’accanimento ripetitivo e privo di inventiva, nel succedersi di una frusta trama di amori e disamori, che si ritrova in tante altre storie di questi tipo, condotte con compunta rassegnazione, come per sottostare a un rituale obbligato. Basti andare a leggere il mio verdetto implacabile steso sull’ultimo prodotto di un campione di questa fatta, Giorgio Montefoschi col suo. “Corpo”. Starnone non cade neppure nel fallo di rinforzare la monotona piattezza di cronache coniugali con l’inserimento di qualche fatto grosso, o di qualche fuga in avanti, a immaginare crolli, disastri futuri. Egli si vale di un ritmo scintillante, di una specie di “allegro andante”, del tutto opposto all’andamento greve che a vicende magari della stessa natura assegna la Ferrante, e ho già stigmatizzato l’errore imperdonabile di chi pretende di reperire in lui il tessitore di quei cupi e banali canovacci. Il presente recupero ci dona tre racconti, tutti all’insegna della grazia, della mano leggera. Nel primo, “Segni d’oro”, è di scena uno di quei personaggi minori che, come i malati, si rivoltano nel letto alla ricerca di miglior fortuna, ovvero il piccolo intellettuale di scena, che sa a memoria i passaggi delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, va sui Colli Euganei sulle tracce del suo eroe, quasi a volerne ritrovare i fasti sentimentali, il che gli riesce incontrando una giovane che non sembra insensibile al suo fascino. Ma il personaggio principale è quello di una sua scorbutica parente in apparenza destinata allo zitellaggio che invece, per incomprensibile colpo di dadi, ha suscitato una folle passione erotica in un padrone del vapore, odiato da tutti i dipendenti, ma disposto solo per lei a presentarsi in panni più amabili. Il nostro intellettuale di basso conio saltabecca da una situazione all’altro, ma sempre col conforto di borbottare tra sé e sé, e di servire con garbo a noi lettori, qualche chiosa di buona lega letteraria. In tal modo il divertimento è garantito, ad alleviare la tetraggine dei casi umani, che in genere non si presentano in termini più accettabili.
Forse ancor più divertente, anche perché più concentrato, il secondo racconto, “Eccesso di zelo”, che nasce dalla forzata convivenza del solito modesto travet, addetto a trascrivere a macchina dei testi bolsi e retorici, con una collega sedente sulla scrivania dirimpetto, la quale gli chiede assistenza da un ex-amante che le vuole imporre una forzata coabitazione. Il nostro buon samaritano accetta di indossare i panni mentiti di un fratello della amante delusa per indurre il non più gradito ospite a sloggiare, ma ne nascerà un duetto delizioso per colpi di una specie di karaté domestico, ricco di mosse improvvise e impreviste, in una commedia degli inganni, quasi di ariostesca leggerezza, il che ci tiene ben lontani dalle fosche, pseudo-romantiche vicende dell’Ortis.
Infine, il terzo racconto mette subito in campo fin dal titolo la sua ragion d’essere, “Denti”. Il nostro solito borghese “piccolo piccolo” è ossessionato da un lacerante dolore ai denti cui cerca rimedio andando a battere alle porte di dentisti, ma qui comincia una lunga via crucis, ovvero si dipana la solita commedia di errori e inganni. Qualche dentista altolocato lo respinge, fiutando in lui il cliente poco danaroso e girandolo a qualche collega di minore rinomanza ma di più miti pretese. E’ una serie di peripezie che, per noi lettori non ossessionati dallo stesso mal di denti, è fonte solo di divertimento, di piacere nell’andare a fare capolino in tanti gabinetti medici, stimolati dall’infelice protagonista a esaminare gli altri pazienti in attesa, a farne l’inventario, a indovinare le storie che si annidano in ognuno di loro. Insomma, la narrazione di Starnone è come un mobile, di quelli cui andava la predilezione di Kafka perché provvisti di tanti cassetti e comparti, da aprire, da andare a rovistare al loro interno per ricavarne un inventario ricco di tante minute scoperte.
Domenico Starnone, Le false resurrezioni, Einaudi, pp. 444, euro 17.

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Attualità

Dom. 6-5-18 (Buffon)

Si è rifatto vivo puntualmente il solito fronte antirenziano, costituito dalla schiera di commentatori politici per i quali ho rimesso in vita l’epiteto craxiano definendoli “dei miei stivali”, ma si potrebbe anche parlare di una ”vil razza”, non “d’annata”, ma semplicemente di giornata, attiva nei vari salotti televisivi della Gruber e compagni. Essi hanno osato proferire minacce e condanne per l’eccellente uscita televisiva dell’ex-segretario nell’ormai famosa intervista alla corte di Fazio, dove si è comportato come un portiere avveduto, diciamo come un Buffon, che quando la rete è sotto assedio non aspetta che gli avversari si facciano sotto e giungano al tiro, ma fa un’uscita coraggiosa bloccando la palla. Quella sua sortita ha cancellato l’orrida pretesa che il Pd aprisse ai Pentastellati. Si noti che dopo quel suo ammonimento nessuno, nell’intera Direzione del Partito seguita subito dopo, ha osato riaprire quel discorso, la palla è stata bloccata per sempre. A quel modo Renzi ha salvato il nostro onore dalla mala genia di quanti, per mendicare qualche posto di sottogoverno, erano disposti a porgere il fondoschiena agli affronti di Di Maio e compagni. Si noti anche con quanta eleganza sempre il nostro leader massimo, uscito dalla vicenda pienamente rinforzato, ha fatto confermare, senza colpo ferire, il Martina a una segreteria provvisoria, ben capendo che questo al momento è il male minore, tiene tutti uniti in attesa di soluzioni future più impegnative.
E così la palla è tornata a Mattarella, il quale a dire il vero si poteva risparmiare la consultazione in extremis di domani, ma il personaggio è lento e timoroso. Dopodiché non resterà che affrontare l’unica soluzione possobile, come mi ero permesso di profetizzare, nel mio piccolo, già il 5 marzo. Resta solo da fare un capo del governo si indicazione del Presidente, che non potrà consistere nel tenere a galla Gentiloni, con buona pace di Scalfari, contro cui tutti sarebbero pronti a lanciare bordate irresistibili, ma neanche uno dei due presidenti delle camere, figure troppo legate all’uno o all’altro dei fronti “non vincenti”. Dovrà essere un personaggio “terzo”, Mattarella ha solo il compito di frugarsi un po’ le meningi in questo senso, affidandogli quasi unicamente il compito di indire al più presto nuove elezioni. Questo non è un trauma, ma un rito contemplato negli annali della democrazia, ci sono già passate la Spagna e la Grecia, con esiti tutt’altro che disastrosi, stava per passarci perfino la prima della classe, la Germania. Basterà introdurre appena una modifica al Rosatellum, fissare un premio di maggioranza per la coalizione vincente che non sia superiore al 40%. Ho già detto che tra i “fake” commenti di nostri giorni ci sta l’esecrazione appunto del Rosatellum, come se l’introduzione dei collegi uninominali non fosse stato un utile contemperamento del rigore del proporzionale puro. Ripresentarlo, col premio come detto sopra, porterà quasi sicuramente alla vittoria la coalizione di destra, ma con ciò si ritroverebbe un ritmo bipolare. il Pd è già rassegnato a andare all’opposizione, ma come lo sono andati Laburisti in Inghilterra, i socialisti in Germania, i democratici negli USA, E’ ridicolo, indegno di politologi seri, il pianto funebre sulle sorti del Pd, ovvero di un socialismo democratico che finalmente è nato anche in Italia, dopo essere stato conculcato nei decenni dal dominio del PCI. Le idee, il DNA sociale, hanno radici robuste, alla fine del ’68 francese si è levato un motto propiziatorio, “comme le muguet renaitra un beau jour le mois de mai”. Stiamo sicuri che prima o poi anche dalle nostre parti rispunteranno il garofano o l’ulivo. Voglio invece sperare che col tempo si disciolga una formazione ibrida e qualunquista come il M5S, in cui fra l’altro appare già condannato a morte il borioso ducetto a nome Di Maio. Una postilla: per andare a nuove elezioni bisogna superare la ritrosia dei nuovi eletti che non se la sentono di rimettere in palio i loro scranni appena conseguiti, ma gli si potrebbe rilasciare un buono di riconferma automatica, se almeno non caleranno i voti che li hanno promossi.

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Arte

Il misticismo laico di Mark Wallinger

Il Centro Pecci di Prato dedica un più che opportuno omaggio all’inglese Mark Wallinger (1950), il maggior videoartista attivo in Gran Bretagna. In realtà la mostra è stata lasciata in eredità da Fabio Cavallucci, direttore del Centro fino all’anno scorso, licenziato dall’amministrazione comunale pratese non si sa bene per quale ragione, dopo che due dei tre anni che gli spettavano per contratto erano trascorsi in attesa che i lavori di ampliamento dell’edificio fossero terminati. Cavallucci aveva già avuto modo di lavorare con Wallinger quando dirigeva la Galleria comunale di Trento, dove nel 2002 aveva organizzato, assieme a Alessandra Borgogelli, una collettiva dal titolo “Parole parole parole”, e l’artista inglese vi era potuto entrare in quanto è solito accompagnare i suoi video con colonne sonore in cui pronuncia versetti da qualche testo sacro, in pieno accordo col contenuto dei video stessi, che si possono dire improntati a una sorta di misticismo laico, molto semplice nelle modalità di presentarsi ma molto intenso. Ne ricordo alcuni, pescando nella mia memoria, non mi pare infatti che la mostra al Pecci ne fornisca una antologia. Wallinger si era rivelato con uno di quei suoi gesti misteriosi condotti in completa controtendenza. Si tratta di un cieco, come sta a indicare la bacchetta bianca, agitata alla ricerca di un equilibrio, mentre compie un atto in apparenza insensato, come sarebbe il risalire a ritroso lungo una scala mobile, pronunciando intanto qualche versetto, al modo di chi sta compiendo una penitenza e sente di doversi emendare da qualche peccato. Io stesso, nel 1999, nel quadro di “Officina Europa”, lo avevo presentato proiettando su una parete del S. Domenico di Imola un altro video molto suggestivo, dove il punto di vista è tenuto da un malato sdraiato sul letto operatorio, mentre su di lui cade la luce di un apparato illuminante come si conviene a un’occasione del genere. L’offuscamento della lucidità del paziente, sottoposto ad anestesia, viene indicata dall’impallidire della luce stessa, che poi ritorna nitida, quasi implacabile, con movimento alterno, mentre anche qui una voce fuori campo recita versetti, mi pare di ricordare dell’Apocalisse. Proprio a conferma di questa sua vocazione mistica l’artista ha pure osato andare a occupare la cripta del Duomo di Milano con una “Via dolorosa”, nel 2013, dove il senso del sacro sta in una specie di punizione, anche in questo caso, della vista, in quanto lo schermo è annerito, e solo ai lati si svolge una qualche azione marginale. Infine, nella Biennale di Venezia del 2015, ma trasferendovi una produzione concepita per Berlino, ha portato l’immagine di un orso, simbolo della capitale tedesca, ad aggirarsi per ore e ore racchiuso dentro lo spazio espositivo, quasi simulando la condizione di un visitatore che, anche qui per punizione, quasi per un inferno terrestre, fosse condannato a vedere tutti i video presenti in mostra. Il connazionale Steve McQueen, anche lui ospite della Biennale nel 2007, aveva escogitato qualcosa di simile, riprendendo pazientemente per molti giorni i padiglioni vuoti dei Giardini di S. Elena, invasi solo da un branco di cani in vana ricerca di prede. Venendo propriamente alla mostra al Pecci, vi si verifica un fenomeno comune anche ad altre vedettes distintesi in partenza con performances, poi affluite nei video, basti pensare fra tutti al caso di Marina Abramovic, ma che in seguito hanno sentito il bisogno di uscir fuori dai video per andare a occupare le pareti degli spazi a loro disposizione con opere più “normali”. O meglio, sembra quasi che Wallinger ci dia come degli appunti da cui in seguito potrebbero nascere video, sempre ispirati a questo suo sentirsi cittadino del mondo, chiamato alla vigilia di una specie di giudizio universale. All’inizio di tutto c’è un “Ecce homo” dove l’artista preleva il gesto solenne presente nell’affresco michelangiolesco della Sistina, delle mani protese da Dio verso Adamo per dargli vita, atto iniziale della nostra condizione umana. Che oggi, in piena società globalizzata, deve tener conto del differenziarsi di usi e costumi, ecco quindi una serie di ritratti virili caratterizzati, ciascuno, dal portare in testa un copricapo tipico della propria etnia, nel tentativo di una coesistenza pacifica. Ci sono poi gli scavi nella propria interiorità, con l’”io”, in inglese “I”, come una colonna verticale che svetta alta nello spazio. E a ulteriore conferma di questo viaggio nel nostro interno l’artista, con opera grafica, spiattella su parete una radiografia del nostro scheletro trattato come una macchia simmetrica, alla maniera di un testo di Rorsach, come sempre enigmatico e misterioso, tanto da far nascere la tentazione di ricavarne auspici o interpretazione varie. E ci sono altri esperimenti, prove, suggestioni, meglio comunque che l’artista non rimandi troppo, o addirittura non eviti una confluenza finale di questi assaggi nella maestosa fluenza di un video, che resta la sua specialità dominante.
Centro Pecci, Prato, fino al 10 giugno.

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