Arte

Alla scuola di Alex Katz

Compio ben volentieri una visita virtuale a Monaco di Baviera, Museo Brandhorst, che dedica un’ampia mostra al pittore statunitense Alex Katz, ormai più che novantenne (1927), cui si deve in gran parte l’attuale rilancio dell’atto del dipingere, se gli si associa un altro artista uscito dal clima anglosassone, più giovane di lui, David Hockney, di cui in precedenza ho già detto le lodi su queste pagine. Per rilanciare la Vecchia Signora Pittura, nel quadro della nostra cultura occidentale, i due hanno capito che bisognava sbarazzarsi del cadavere malaticcio, sudaticcio, graveolente della terza dimensione, riallacciandosi all’atto di liberazione da quel “caput mortuum” già compiuto, a suo tempo, da Gauguin e dagli altri campioni dell’Art Nouveau. A quei tempi essi avevano lanciato il motto francofono dell’”á plat”, ora, in stagione di inevitabile anglofonia, dovremo semmai parlare di “flatness”, magari qualificandola anche con un accrescitivo, il “super” che le annette un suo cultore autorizzato come il giapponese Murakami. Infatti sembra obbligatorio ricordare che a quella decisione di farla finita con la terza dimensione Gauguin e compagni furono incitati proprio dalla frequentazione dei grandi xilografi nipponici, Utamaro e soci, di cui accettavano anche le sagomature eleganti e preziose, così adatte al clima fin-de-siècle. Ma a questo punto scattano le differenze rispetto a loro del duo Katz-Hockney, che non sarebbero attuali se, assieme alla “flatness”, volessero anche riproporre quelle inattuali eleganze e meraviglie. Al contrario essi sanno bene che al giorno d’oggi bisogna accettare subito in partenza una adesione a un clima collettivo, di massa, diciamo pure “popular”, il che ci porta alla Pop Art, di cui del resto Hockney è stato davvero un membro riconosciuto, ma nella variante inglese, restia ad avventurarsi in quelle fuoriuscite spaziali, in quei riecheggiamenti del ready-made duchampiano cui in genere non si sono certo sottratti i cugini d’oltre Atlantico, trovando anche in ciò un avallo circa il loro grado di più stringente novità. Ma in proposito proprio Katz preciserebbe che, mentre accoglie di buon grado un legame col “popular”, sarebbe reticente a estenderlo agli esiti più clamorosi, ovvero di nuovo tridimensionali, della Pop Art nei suoi aspetti più noti, con la relativa sottomissione ai prodotti di massa in tutta la loro greve e voluminosa immagine ufficiale, per cui anche quando taluni tra i Pop praticano in larga misura la “flatness”, si pensi a Warhol, a Lichtenstein, si lasciano però rimorchiare proprio dai volti ufficiali dei mass media, foto, fumetti, icone pubblicitarie, intervenendo solo di contropiede nei loro confronti. Katz invece rivendicherebbe il suo andare direttamente alla fonte dei mass media, ma senza sentirsene prigioniero, anzi, adattandone le soluzioni a usi personalizzati. Come ogni bravo turista o cittadino del nostro mondo che va in giro a scattare foto dei familiari, o di compagni di viaggio, o immagini-ricordo di bei siti incontrati da turista, il tutto nei modi più liberi e disinvolti, obbedendo solo al requisito primario di fare “piatto”. Con due inevitabili corollari, che ci vuole grande perizia nello sforbiciare le sagome, e nel campire gli spazi, dentro e fuori le icone, con colori schietti, a sfida di quelli che compaiono nei cartoons o nelle sigle pubblicitarie. Ecco dunque questa varia popolazione di profili e contorni, ottenuti con segno leggero, sciolto, scattante, dove la parte spettante all’essere umano viene intersecata con qualche tralcio vegetale, e anche il paesaggio, se si mostra da solo, viene ridotto pur esso a sagome stilizzate, come di fiori o fronde schiacciati tra le pagine di un pesante volume, messi ad essiccare, da un erborista che però riesce nel miracolo di conservarne intatti i colori, anzi, di potenziarli, come iniettandovi dei conservanti o delle essenze capaci di renderli ancor più brillanti. Queste modalità di procedere costituiscono ormai una vera e propria scuola con molti seguaci. Ormai un ventennio fa, quando organizzavo “Officina America”, ne incontrai una brillante comprimaria a Los Angeles, Marina Kappos, di cui però ho perso le tracce, mentre più di recente ho potuto stendere qualche riga per un artista di origine italiana, Mario Sughi, che però firma Nerosunero, figlio d’arte, in quanto il padre Alberto era uno dei componenti di una scuola romagnola gravata proprio dal trascinarsi dietro le spoglie di volumi sfatti eppure resistenti, mentre il figlio procede libero e agile a fare lo slalom tra tutte le icone della nostra attuale scena mondana.
Alex Katz, Monaco, Museo Brandhorst, fino al 22 aprile.

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Caliceti: un gremito scartafaccio

Ricevo con grande piacere uno scartafaccio di circa 200 cartelle da Giuseppe Caliceti, che mi fu compagno in una stagione indimenticabile, quella di RicercaRE, a Reggio Emilia, instaurata dal 1993 e durata per circa un decennio, fertile di irisultati. Caliceti, ben insediata nella vita culturale di quella città, ebbe il potere, assieme a un socio più anziano, Ivano Burani, di convincere il Comune a riprendere la prestigiosa formula di cui si era valso il Gruppo 63, invitare alcuni autori di testi innovativi e sperimentali a venire a leggerne brani inediti per sottoporli al giudizio immediato di una tribuna di critici e di compagni di via. Fu la modalità che tanto io quanto Nanni Balestrini stavamo cercando per rilanciare proprio le fortune del Gruppo 63, allo scadere di un trentennio dalla sua partenza. Caliceti poté assicurare il rinnovarsi di quell’appuntamento non solo in quanto operatore culturale della città, ma lui stesso scrittore in proprio, membro di una formazione non a caso detta Gruppo 93, in cui un brillante gruppo di poeti venivano riconosciuti come validi continuatori dei Novissimi, a detta dello stesso fondatore di quella fortunata cinquina, Alfredo Giuliani. I nuovi reclutati riprendevano l’attività dei fratelli maggiori anche nella capacità di passare agilmente dalla poesia alla prosa. Infatti lo stesso Caliceti se ne uscì con delle prove assai stimolanti in narrativa, come una indimenticabile “Fonderia Italghisa”. Poi, di nuovo ci fu un fermo, un imporsi di fasi di silenzio, su quei fervidi lavori in corso. Ma ora appunto ecco la ripresa, quasi alla maniera del “Deserto dei Tartari”, capolavoro di Dino Buzzati, all’orizzonte spuntano forze nuove, che poi nel nostro caso sono testi, scritture avanzanti baldanzose, alla ricerca di riconoscimento, di successo. Se qualcosa è avvenuto nel frattempo, si potrebbe parlare di una progressiva cancellazione dei confini tra prosa e poesia, il che potrebbe costituire addirittura il tratto caratterizzante la nuova serie di incontri, che dal 2009 avvengono a Bologna col titolo di RicercaBO, sulla falsariga di quelli precedenti. E dunque Caliceti diviene interlocutore privilegiato di queste nuove assise. Non per nulla ho definito “scartafaccio” quanto mi ha fatto avere per via telematica, basti pensare a certi titoli del tutto significativi del numero uno di ogni sperimentazione del secondo Novecento, Edoardo Sanguineti, coi suoi “Wirrwarr”, “Stracciafoglio”, “Scartabello”. Aggiungiamo pure le nozioni di “pot pourri”, “olla porrida” e simili. Perché stare ad applicare una esosa e superata spartizione di generi? I dati, esistenziali e sociali, individuali e collettivi si sommano, si accatastano, si aggrovigliano liberamente. Del resto, non è che pretenda di essere più selettivo il titolo stesso dato a questo brogliaccio, di “Canti” con un precedente addirittura più illustre, rispetto a quello di Sanguineti, infatti come non pensare ai “Cantos” di Pound? Una simile varietà di intenti, dimensioni, andature emerge perfino da un esame ottico di questo ammasso in apparenza informe e inarticolato. Si succedono versetti, come di litanie, di canzoni popolari, o invece blocchi più sostanziosi e compatti di prosa discorsiva. In merito, vale la pena di ricordare che uno dei migliori esiti di RicercaBO è stato proprio il ponte gettato tra i due tradizionali generi della letteratura attraverso la cosiddetta “Prosa in prosa” lanciata da uno dei più assidui frequentatori degli incontri bolognesi, Marco Giovenale, in cui si esprime proprio una quasi disperata volontà di testa-coda, di portare l’un campo a invadere l’altro. Si aggiunga che tra i migliori esiti di questa sperimentazione seconda (o terza, se nel conto mettiamo anche la fase del ’63), ci stanno le “Nughette” proposte da Leonardo Canella, che è ancora un modo di ricorrere all’”understatement”, non si prenda innalzi troppo, madama la letteratura, non monti in superbia, ma al contrario voli basso. Semmai, si può parlare di una diversità di confezione, quasi alla maniera secondo cui oggi si vendono le merci, in formazioni minuscole o in pacchetti. Infatti le Nughette di Canella sono come delle registrazioni-lampo dal fiume della vita, come delle fiammelle di cerini che si accendono, delle lucciole di breve esistenza, laddove Caliceti procede con passo lungo, associando, assemblando, come un fiume in piena che trascina con sé scorie, carogne, corpi pregiati o vili e degradati. Oppure può valere pure un riscontro con l’atletica delle corse, che da sempre conosce solo il variare tra corse brevi, i cento menti, e invece quelle di fondo, fino alla maratona, come intendono essere proprio questi “Canti emiliani”.

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Dom. 13-1-19 (Gabanelli)

Se si cerca un fatto dominante nella settimana appena trascorsa, menzionerei una delle comunicazioni che Milena Gabanelli usa offrire in coda ai telegiornali della Sette, condotti dal migliore dei presentatori, Enrico Mentana, il più libero e disinvolto, conditi anche anche con una apprezzabile vena di ironia. In una di queste appendici la Gabaneli ci ha comunicato un dato spaventoso, parlandoci di una giacenza di almeno un centinaio di miliardi stanziati per grandi opere che mai sono state fatte. La cosa riguarda anche il precedente governo, infatti pur nel mio renzismo appassionato non ho mai mancato di contrapporgli il grande esempio del New Deal roosveltiano. Quando si è in crisi, sta allo stato intervenire con opere pubbliche. Ricordo che lo leggevo già nei manuali scolastici, dove si facevano le lodi dei grandi capi di stato, il cui merito stava proprio nel mettere in cantiere opere pubbliche di grande respiro. Il Jobs Act, al di là delle critiche preconcette, è stato fragile e di pochi risultati per colpa delle debolezze intrinseche della nostra industria privata, da cui Renzi sperava di trarre copiosi frutti attraverso una politica di sgravi fiscali. Peraltro, da parte sua, non era per nulla sbagliato pensare anche di rilanciare l’eterno progetto del ponte sullo stretto di Messina. Se il nostro Paese si può vantare di due successi sicuri, questi consistono nella grande rete autostradale edificata nell’immediati dopoguerra, e più di recente nell’ottimo esito, e a tempi rapidi, dell’alta velocità ferroviaria. Questa è la strada su cui insistere, cercando di sbloccare e di investire nei tempi più celeri tutti i finanziamenti fin qui inutilizzati. Ovviamente io aderisco ai SìTav, e tra i tanti mali imputabili al M5S sta proprio lo stop che mettono in questa direzione, non per nulla se c’è tra i loro ministri incompetenti chi è soggetto ai maggiori sberleffi, questo è Danilo Toninelli, con tutto il corredo di carenza informativa e penosa incertezza che gravita su ogni suo intervento. Ed è ridicolo, se non tragico, che Di Maio parli di un rilancio dell’economia proveniente dalla pioggerella assistenziale del reddito di cittadinanza, un invito a proseguire nella pigrizia, nel lavoro in nero, nell’astensione dagli impegni di grande respiro.

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Chiari, la musica come alfa e omega

Ricevo dall’editore Prearo il volume “Musica Madre”, dedicato a Giuseppe Chiari, il che mi fornisce una ottima occasione per rendere un rapido omaggio a questo straordinario protagonista delle neoavanguardie, per tutta la metà del secolo scorso (1926-2007). Tutti sanno bene che egli è stato uno dei maggiori e più coerenti eredi di John Cage, cioè di colui che, come una potente graffa, ha “compiegato” tra loro le due metà del secolo. Basta scorrere il curriculum di Chiari per vederlo presente a tutti i migliori appuntamenti dagli anni ’60 in su: Fluxus, con accanto Charlotte Moorman, e per l’Italia, il fiorentino Gruppo 70, le comparse su “Marcatré”, la rivista che fu l’alter ego del “Verri”. Presente fra l’altro al mitico incontro palermitano del ’63, dedicato alla musica d’avanguardia, capace di partorire a latere il nostro Gruppo 63, e così via. Scorrendo le pagine di questa monografia, si distinguono con tutta evidenza i tre gruppi di interventi con cui Chiari svolse il suo esercizio allargato, transfuga, eversivo dell’arte detta della musica, portandola a tracimare da ogni possibile argine. Viene prima di tutto l’aggressione addirittura fisica portata agli strumenti tipici di quella musa, a cominciare dal pianoforte, preso a martellate, distrutto dalle fondamenta. O, in alternativa, si aveva il suo sostare in muto, quasi impotente raccoglimento davanti allo strumento, a simulare una mancanza, o una vana attesa di ispirazione, ben sapendo che questa non sarebbe arrivata, o caso mai sarebbe stata bloccata sul nascere. Si sa che poi nei secoli la musica aveva saputo trasferirsi dall’uso di strumenti acustici alle annotazioni grafiche, praticando un deciso salto dimensionale. Già le prime avanguardie avevano ampliato e rinnovato i vari sistemi di annotazione, ma ovviamente anche in questo ambito occorreva dare fuoco alle polveri, cioè condurre ogni possibile offesa alla sacralità della trascrizione musicale, costellando il foglio di macchie, di sgorbi, di interventi incongrui, quasi inseguendo la medesima libertà che da tempo si erano date le arti visive, fino magari a fare concorrenza alle cancellature di Isgrò, ma senza il metodo regolare, quasi burocratico, di questo compagno di via. Infatti la prima molla ispiratrice di tutto il lavoro compositivo di Chiari è stato il fare sfoggio della massima libertà, o anarchia, o sregolatezza, o di un sistematico “rompete le righe”, in tutti i sensi, anche letterali. Oppure no, dopo aver tanto manovrato con il pennarello, o con sgorbi e cancellature, un ordine se lo è dato, il nostro distruttore, assumendo una scrittura a lettere maiuscole, curando una volta tanto la leggibilità dei versetti che andava compitando. Questo fu quando assunse la divisa del “concettuale”, occorreva cioè che il “significante” si neutralizzasse il più possibile, si facesse trasparente, per permettere di leggere certe massime, certi versetti, come di una Bibbia rinnovata, il cui fine principale era di predicare l’infinita estensibilità del continente musica, assieme alla sua facilità. In questo si dava una stretta rispondenza tra il Nostro e Ben Vautier, col suo motto-base secondo cui “l’art est facil”. Si vadano a leggere, questi versetti, stesi con la diligenza di uno scolaretto, su foglietti con i margini traforati, come di bloc notes pronti per essere staccati dalla matrice. Basta andare a leggere i primi di questi versetti per intenderne tutta la portata, l’intento di fare della musica un’esperienza alla portata di tutti: “Poi la musica brutta diverrà bella un giorno, improvvisamente”, oppure: “La musica non è un oggetto filosofico è un oggetto quotidiano reale”.
Voglio chiudere questo breve, senza dubbio insufficiente elogio alla memoria di Chiari ricordando un mio incontro diretto con la sua inesauribile fucina. O meglio, no, a un certo punto egli si era reso conto di aver superato ogni paletto, bruciato ogni limite, e dunque si era messo a praticare una specie di ora zero, di vuoto assoluto, lasciando ai presenti il piacere e dovere di animarlo. Mi ricordo una sua prestazione alla Galleria Duemila di Bologna, che per tutti gli anni ’60 e ’70 è stata nella città felsinea la trincea più avanzata della sperimentazione. Chiari si è messo al tavolo rivolgendosi al pubblico e chiedendogli che volesse animare quel vuoto, quel silenzio ponendogli ogni possibile domanda. Era come invertire la direzione degli strumenti musicali, affidarli agli ascoltatori, intimando che ormai fossero loro stessi a emettere rumori, suoni, provocazioni.
Giuseppe Chiari, Musica Madre, a cura di G. Bonomo, C. Cerritelli, G. De Simone, T. Trini, G. Verzotti. Prearo editore, pp. 221, euro 40.

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Letteratura

La “Italian New Epic” di Giovanna Passigato

Nella “bassa” bolognese c’è una località, Medicina, che sembrerebbe dover essere lasciata affondare nel folclore locale, di tradizioni e stagioni e meteorologia, freddi e nebbie invernali, calura estiva, e una popolazione laboriosa che si ingaggia in una quotidianità del tutto prosaica e prevedibile. In definitiva, è un “buen retiro” per pensionati, tra cui c’è Giovanna Passigato, con un brillante passato di funzionario impeccabile presso l’Università del capoluogo. Tutto calmo e quieto, sennonché la nostra Giovanna ha in sé la natura di una “signora omicidi”, capace di trasformarsi in mille guise, di evadere da quel luogo ristretto per assumere tanti abiti diversi, mettendosi nei panni più vari e cangianti. Si sa che esiste una “New Italian Epic”, con tanti narratori impegnati a dotarla di storie complesse, si pensi a un Enrico Brizzi, all’intero gruppo dei Wu Ming, a quanto faceva pure un Antonio Scurati in altre stagioni, prima di darsi al romanzo storico. Ebbene, alla chetichella la nostra pensionata entra in concorrenza o in sfida con loro, intessendo, come un grillo parlante, o come un qualche altro insetto intento a crogiolarsi al fuoco del caminetto, avventure ingegnose, pittoresche, stravaganti. Quasi con colpo di bacchetta magica decide per esempio di rievocare banchetti fastosi della buona nobiltà delle sue terre, oppure crudeli storie intonate allo scontro tra nazisti e partigiani da quelle parti. Ma meglio, per lei, distaccarsi dai confini ristretti del suo lembo di terra, concedersi avventure più ardite e funamboliche, come sfruttando un mazzo di figurine che si è trovata in soffitta, o sfruttando qualche cartone animato offerto dalla televisione, pronto del resto a scivolare nelle immagine stereotipate degli spot pubblicitario. Di recente pder un’impresa del genere la nostra scrittrice si è recata a visitare Tijuana, località messicana folclorica al massimo, ma rivissuta sul piano di una libera fantasia, così da ricavarne una “Nueva Tijuana”, con sfoggio di saloons, dove si affrontano i buoni e i cattivi, ma tra gli avventori fin troppo tradizionali scorrazzano anche strani insetti, animali favolosi, o invece orridi, repellenti. L’aggraziato, l’incantato viene sempre bilanciato da qualche nota stridente, in una ben calcolata armonia dove il macabro gareggia col lezioso e lo compensa. Qualche sera fa mi sono trovato a parlare proprio a Medicina di queste figurine raccolte in un mazzo ristretto, tanto da poterne ricavare appena un solitario, un limitato gioco di carte. Ma ho scoperto che questa ardita viaggiatrice mi aveva nascosto ben altro, un romanzone di più di 400 pagine, dove aveva inseguito e rivissuto, a modo suo, addirittura l’epopea del “Signore degli anelli”. Pretesto, l’impegno di una manciata di cavalieri. estratti da un medioevo “a strisce”, di riportare in Boemia il cadavere del “Re morto”, con lungo “Viaggio” che consente alla narratrice di percorrere tutti i regni della natura, ma sempre procedendo col suo tocco leggero, di raccoglitrice di figurine. Le fasi sono quattro, dedicate ciascuna a uno degli ambiti del nostro pianeta, le sabbie, le acque, i fiumi, le foreste. C’è un numero incredibile di personaggi, volti, presenze, per cui un lettore diligente che volesse seguire la trama fin troppo aggrovigliata, dovrebbe prendere appunti accurati, farsi una lunga lista di nomi, qualifiche, imprese. Come si dice che facesse il grande affabulatore Charles Dickens, che per ciascuno dei personaggi inseriti nei suoi folti romanzi modellava una statuina schierandola in bella vista, salvo poi gettarla via per non sbagliarsi e tenerla in vita a un successivo giro di pagina. Forse anche la nostra Passigato procede allo stesso modo, modellando con la plastilina uno dei suoi eroi sempre pronti a tuffarsi in nuove peripezie, o a sparire dalla scena. O forse un’altra immagine conveniente, e in accordo, in definitiva, col carattere grasso, perfino in senso gastronomico, del suo paese di vita, si potrebbe parlare di un ben assortito spiedino pronto a infilzare tanti pezzulli di carne e vegetali, ben attento ad alternare sapientemente i brani dai sapori forti con altri leggeri e gradevoli. Oppure si può parlare di un bombardamento leggero, capillare di emozioni, sempre pronto a ricominciare, magari con gli stessi personaggi che rinascono e rimbalzano da una pagina all’altra.
Giovanna Passigato, Il viaggio del re morto, Bononia University Press, pp 447, euro 18; Storie di Nueva Tijuana, Fara Editore, pp. 87.

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Attualità

Dom. 6-1-19 (ancora Mattarella)

Naturalmente il 31 dicembre scorso mi sono tenuto ben lontano dagli schermi Tv in cui il Presidente Mattarella pronunciava il suo discorso ipocrita, come si sapeva da annunci precedenti, con l’invito alla pace sociale e alla concordia, lui che per pusillanimità ci ha regalato il governo più diviso e lacerante dell’intera nostra storia repubblicana. Plaudo invece all’insurrezione di sindaci e di presidenti di regione contro la sciagurata legge di sicurezza, lesiva dei diritti degli immigrati, e per tanti versi contraria allo spirito e ai commi della nostra costituzione. Non è vero che la legge debba essere sempre rispettata, non almeno in casi come questo, dove è stata approvata da un plotone di senatori e deputati che procedono per file compatte, senza lasciare alle opposizioni un minimo margine di discussione. Devo ammettere che su almeno un punto Salvini ha ragione, nel ricordare che questa legge per tanti versi criticabile, oltre ad avere avuto l’approvazione del Parlamento, è stata pure controfirmata dal Presidente della Repubblica, ma con questo, come nel gioco dell’oca, torniamo alla casella di partenza, al dover deprecare la pusillanimità della nostra massima carica dello Stato, che per non avere grane firma tutte le carte che il governo gli passa. Il colmo della beffa che, alla corretta osservazione di Salvini che quei provvedimenti detestabili hanno avuto la co controfirma di Mattarella, costui ha avuto il coraggio di dire che in definitiva un suo assenso ha scarso valore, e dunque si è quasi offeso del fatto che Salvini osasse appellarsi a quel suo atto volto a ribadire l’obbligo da parte delle autorità locali nel dover rispettare quei provvedimenti. Se Mattarella non è un garante della costituzionalità di quanto firma, che cosa ci sta a fare? E’ solo un passacarte, una inutile cinghia di trasmissione? E’ vero che potrebbe giustificarsi osservando che in ogni caso, anche dopo un suo rinvio alle Camere di quegli odiosi dispositivi, queste sicuramente glieli farebbero ritrovare uguali identici sul tavolo, ma intanto un suo atto di rifiuto, anche se dall’esito precario, poteva suonare da campanello di allarme. Ma sul Colle più alto abbiamo solo un coniglio, pronto a tutto pur di sopravvivere, degno quindi di essere fischiato, e di rifiutarsi di assistere a sue eventuali prestaziini televisive dal significato scontato e risibile. Quanto poi alla mediazione che in questo come in altri casi si offre di fornire il presidente del Consiglio Colle, non si va oltre una furba proposta di metterci appena un po’ di vasellina, nello stringersi a morsa dei suoi due padroni, contro cui non può, non vuole confliggere, ma solo rendere meno gravosa la loro stretta.

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Carol Rama, un eccesso di eclettismo

Ricevo dalla Galleria fiorentina Il Ponte una cartella contenente 35 riproduzioni di opere di Carol Rama (1918-1997) che suppongo essere in mostra, con invito implicito a prendere in considerazione il caso di questa artista. Purtroppo, a differenza di molti miei colleghi che si sono dichiarati “pentiti” di averla trascurata quando era in vita, io devo confermare la trascuranza, il silenzio con cui ho reagito alla sua attività, ben diversamente da quanto ho fatto in altri casi. Mi sono accorto in ritardo dell’importanza di Maria Lai, ma poi non ho mai mancato di dedicarle un posto di riguardo, per quel “racconto del filo”, come titolava una meritoria mostra al Mart, che da lei è partito, intrecciandosi, solcando lo spazio, irretendolo, intrigandolo in mille modi. Sono poi stato da lungo tempo un buon sostenitore di Carla Accardi, fin da quando, mi pare nel 2002, le ho fatto dare il Premio Belluno Cortina Artista dell’anno, ammirandone la fantasia illimitata nell’ordire i suoi arabeschi, e anche nell’affidarli a una straordinaria varietà di materiali, tra le due e le tre dimensioni. Qualche attenzione l’ho pure riservato per Marisa Merz, unica donna nel gruppo dei Poveristi torinesi, coi suoi animaletti contratti, viscerali, come altrettanti insetti, lumache, o lucciole di terra. Ma Carol Rama, no, scorgo in lei, e queste 35 tavole me lo confermano, un eclettismo sconclusionato che saltabecca da un versante all’altro delle ampie possibilità consentite dai tempi in cui ha vissuto. Forse il meglio si trova quando anche lei, come una Lai in versione di superficie, scarabocchia sul foglio dei grumi informali, mozziconi di scritture del tutto private e indecifrabili, di gusto post-informale. Ma poi, in alternanza o opposizione con questa scelta stilistica, la vediamo tentare anche le vie di una figurazione quasi di specie naif, molto rozza e provvisoria. Comunque, questi sarebbero tentativi di stare nell’arengo di opzioni vivaci e mordenti, ma mi sembra prevalere la sua frequentazione del Movimento Arte Concreta, con un geometrismo che allinea sagome, pezzulli, quadratini di tutte le forme, talvolta anche sommergendoli in un nero luttuoso, quasi sulla scorta di Burri. Per questa via, quantitativamente prevalente, la Rama costeggia altri esiti, c’è in lei l’estro libero con cui pure Giulio Trcato frequentava desinenze di carattere geometrico, ma sempre pronto a variarle, e comunque a farle scattare con mano sicura. E forse c’è pure un costeggiamento, o una precedenza, rispetto alle aste che con industriosa diligenza traccia nello spazio un torinese molto più giovane di lei, Giorgio Griffa. Il tutto però praticato senza che vi si possa rintracciare un sistema, una regola, la conferma di scelte stilistiche abbastanza ferme e costanti. Forse è un mio difetto andare alla ricerca della presenza, negli artisti che prendo in esame, di caratteri di questa natura, ma sono fatto così, e dunque lascio volentieri Carol Rama all’ossequio di altri, non è cosa adatta ai miei mezzi e strumenti di giudizio.
Carol Rama, 35 opere, a cura di Bruno Corà e Ilaria Bernardi. Firenze, Il Ponte, fino al 9 febbraio.

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Avoledo: invito a “un parco divertimenti ipertrofico”

Ricevo l’ultimo prodotto della fertile officina di Tullio Avoledo, “Furland”, e non mi esimo certo dal commentarlo, ritrovandovi quella presenza di temi di fondo a garanzia di una impronta personale di cui vado sempre alla ricerca in qualsivoglia mia indagine, condotta in arte o in letteratura. L’impulso, originale e originario, del nostro Avoledo, è presto detto: c’è in lui una pronta aderenza al suo territorio di elezione, un Friuli amato nei colori atmosferici, nel sapore di terra, in tante altre particolarità, in nome di un localismo rapace, aderente, da cui però la dimensione nomadica ed errabonda che è in lui sente di dover fuggire via per imprese alquanto folli e temerarie. Ne viene una partita, come in un gioco di equilibrio dinamico: riuscirà, il richiamo alla terra, dare concretezza, ancoraggio alle avventure pur temerarie di un cittadino in fuga dal paese avito? Ne viene un dosaggio variabile, o se si vuole una specie di cocktail di cui il nostro barman riesce ogni volta a variare gli ingredienti. Il risultato dà gusti diversi, qualche volta gradevoli, altri, sbilanciati, decisamente improbabili. Comunque, così agendo, Avoledo si pone in un arengo che oggi mi pare essere il più invitante, coltivato da altri, a cominciare da Enrico Brizzi, con le sue fughe in avanti, a proiettare i dati della storia passata verso un futuro immaginario. Si è pure cimentato in questo spazio Ermanno Cavazzoni, riempiendo la narrazione con una famiglia innumerevole di robot, posti a ricalcare le orme dei cavalieri erranti del buon tempo antico. In questo caso il Friuli è subito presente fin dal titolo, ma anche sottoposto a una pronta metamorfosi che ne fa un territorio straniero, un “land”, magari sfruttando anche la presenza di un fürer nel toponimo, come se un Hitler redivivo si fosse impadronito di quella contrada, assimilandola appunto a uno stato degno del Reich nazista, con tanto di dittatore, cui peraltro viene dato un nome maccheronico, Libero Volpatti, che del resto, appena evocato, sparisce quasi subito alla vista, non si sa che fine abbia fatto. Ma l’idea centrale di questo romanzo sta nella possibilità che oggi sia lecito andare su e giù nei gradini del tempo e della storia con l’ausilio delle realtà virtuali, capaci di ricostruire, a uso di una folla di Onorevoli Visitatori, beninteso paganti, tutta una serie di parchi tematici, con comparse, figuranti, attori posticci pronti a indossare i panni previsti dalle varie pagine del copione. Preferiti, beninteso, i crimini proprio del regime nazista, con truci rifacimenti di scene di esecuzione, dove però talvolta, sforando dalla dimensione virtuale di questi rifacimenti, ci scappa davvero il morto. Ma in genere ogni episodio di eventi bellici consente efficaci ritorni d’immagine, con evocazioni di strumenti di guerra che ricompaiono, come sottratti a un museo delle armi, comprensivo di quanto è già andato in pensione, ma anche di armi ipotetiche che mai sono state sperimentate in campo aperto. Scorrendo queste pagine, troviamo la migliore definizione di quanto vi si offre, definito come “un parco divertimenti ipertrofico”, capace di fornire, a un pubblico in visita, tante Attrazioni, dove ogni scena è accompagnata da una adatta e confacente colonna sonora, che a sua volta viene definita nei termini di un “lego linguistico”. Ecco la parola giusta, a siglare un’intera operazione, un genere letterario: il nostro Avoledo si impegna ogni volta a comporre un suo “lego” con tanti pezzulli del passato, del presente, del futuro. Sta a noi assaporare come dicevo, la risultante, il cocktail ingegnoso che ne risulta, e stabilirne il grado di accettabilità.
Tullio Avoledo, Furland, Chiare Lettere, pp.225, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 30-12-18 (Manfellotto)

Dopo aver “sfruculiato” nel domenicale scorso, del 23 dicembre, l’ex-direttore di “Repubblica”, Ezio Mauro, mi sembra giuso ora rivolgere i medesimi strali contro un ex-direttore dell’”Espresso”, Bruno Manfellotto, a dire il vero comparso alla direzione di quel settimanale in modo ben più precario di quanto non sia capitato a Mauro, venendo avvicendato dopo breve tempo, secondo quel tumultuoso mutamento nelle direzioni con cui il glorioso settimanale si è comportato di recente come il proverbiale malato che cerca rimedio cambiando la posizione nel letto, senza peraltro riuscirvi, Si sa ben che ora quel giornale, per non cadere nel nulla, impone un proprio acquisto automatico assieme all’ammiraglia del gruppo, appunto “Repubblica”. Non so bene con quale rituale vengano effettuati questi licenziamenti, se con la brutalità con cui capitò a me, di sentirmi esonerato dalla sera alla mattina, dopo un quarto di secolo di onorato servizio come rubrichista per l’arte, da un direttore, Giulio Anselmi, a sua volta pure lui di rapido ed effimero transito. Ma almeno ad alcuni di questi effimeri capitani viene concesso come premio di consolazione di tenere una rubrica nei numeri a venire, come succede proprio al nostro Manfellotto, che però, almeno a giudicare da quanto da lui dichiarato domenica scorsa, assume toni disastrosi, meglio perdere che lasciare. La dice già lunga il titolo apposto a quel corsivo, “Primo, abolire le primarie”, detto a danno del Pd, con quella protervia dei nostri commentatori, anche se sulla carta sarebbero di sinistra, e preoccupati dalla brutta piega che hanno preso le cose di casa nostra, da quanto il pavido Mattarella ha voluto a tutti i costi regalare il paese alla banda Salvini-Di Maio. Ma predomina su tutto il “vae victis”, il Pd, e in particolare il suo condottiero del giorno prima, Matteo Renzi, ha perso su tutta la linea, quindi dagli addosso, con irrisione, scherno, sufficienza. Fino appunto a prendersela con le primarie, invece di lodare l’unico partito rimasto tra le rovine del nostro sistema politico che conferma uno strumento democratico quale appunto le primarie, ignorate da tutte le altre formazioni presenti nel nostro angusto arengo attuale. Vorrei proprio sapere, se il Pd non fa ricorso a questo strumento, a quale altra formula, metodo, soluzione si debba affidare per trovare il prossimo segretario di partito, con le enormi responsabilità che gli competeranno. Si vuole una specie di autopromozione, quella con cui nel secoli bui dell’impero romano qualche comandante di legioni si proclamava quale “princeps” del momento? E poi, sono davvero così affollate, queste primarie, come i critici malevoli, a cominciare dal nostro Manfellotto, si sbracciano a dichiarare? In definitiva, restano solo due candidati credibili, Zingaretti e Martina, e dunque viene proposta una scelta binaria, semplice, chiara, dove l’uno dei candidati appare spostata più a sinistra, mentre l’altro, lo voglia o no, sembra destinato a raccogliere in gran parte l’eredità di Renzi, tanto che io stesso lo voterò. Quanto a Renzi, lui ovviamente è il capro espiatorio, quello che viene sottoposto a un fuoco di fila di sberleffi, contumelie, ironie, le stesse che del resto erano state gettate in faccia, come le monetine, a un altro candidato a cambiare le carte in tavola, Craxi. Renzi ha compiuto la scelta giusta, proprio per sfoltire il quadro delle primarie, togliendo di mezzo un candidato debole, che sarebbe stato accusato da tutti di essere la sua maschera, la sua controfigura. Delle primarie tripartite sarebbero state un arduo problema, mentre ora la scelta tra due fronti appare molto più razionale ed efficace.

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Arte

Eva Marisaldi: un “Trasporto eccezionale” che ci incanta

Il PAC (Padiglione Arte Contemporanea) di Milano, sotto l’abile guida di Diego Sileo, sta effettuando una perlustrazione degli artisti nati negli anni ’60 e ormai costituenti l’ossatura centrale della nostra arte. Tempo fa in questa serie era apparso Luca Vitone, e già si annuncia un suo stretto compagno di via, Cesare Viel, ma ora è soprattutto il turno di Eva Marisaldi (1966), con una mostra di straordinaria bellezza, quasi da darle la palma della migliore riuscita per l’intera annata trascorsa. Anche se a tutta prima un visitatore potrebbe rimanere disorientato per la varietà di stimoli, occasioni, soluzioni che la mostra presenta, tanto che in catalogo si è ritenuto opportuno collocare un’intervista in cui Emanuela De Cecco sollecita l’artista a risolvere i misteri, a dirci quali siano state le varie occasioni che l’hanno portate a eseguire lavori in apparenza così disparati. Ma credo che sia meglio affidarsi all’istinto, senza risalire alle cause, cogliere il senso di ferrea coerenza che regge tutte queste prove. Trova, tu visitatore, la formula conduttrice, il filo d’Arianna, la chiave per entrare in questo universo segreto, e potrai procedere tranquillo, confortato, rallegrato dalle tante conferme che ti verranno. Quale, questa unitaria parola d’ordine? Eva è ossessionata dal dover aderire a una superficie, a una linea d’orizzonte. Questa la regola d’oro che regge ogni sua impresa, anche se talora non manca di infrangerla con balzi in verticale, su è giù. Si sa che l’artista giapponese Murakami ha lanciato la formula della “super-flatness”, ma un talismano del genere si addice ben di più alla nostra Eva, anche perché il suo problema non è certo quello di schiacciare un mondo di immagini. Per una immediata presentazione di questa sua tendenza istintiva a ridurre al piano, ogni volta che parlo di lei, come mi è capitato più volte, non manco mai di ricordare una delle sue proposte più avanzate e incredibili, realizzate in una delle sedi della galleria più sperimentale di Bologna, Neon, dove aveva riempito un sottoscala con una melma di non so quale materia, del tutto simile a una distesa di sabbie mobili, con tanto di pericolo in agguato, nel caso che un malaugurato visitatore fosse caduto in quella fossa micidiale. Qui ovviamente le soluzioni mutano radicalmente, qualche volta si valgono di confortevoli lungometraggi, uno dei quali fa il verso all’intera popolazione di atleti che hanno partecipato alle Olimpiadi di Londra del 2012, a loro volta collegate a quelle rimaste mitiche della Berlino hitleriana, 1938, immortalate dal famoso documentario della Riefensthal. Ma naturalmente interviene la regola principale dell’universo Marisaldi, ovvero gli atleti, quale che sia la specialità in cui si impegnano, risultano contratti, ridotti alle proporzioni di massi, di dolmen, come pedine di un gioco pesante, tutti vittime di un inflessibile modulo di trasformazione. Se si va al piano di sopra del PAC, ci si può sedere e ammirare un altro cortometraggio che a prima vista non ha nulla da spartire con quello visto al pianterreno. E’ la visione trionfale di una strada che si apre davanti a noi, trascinando come un fiume in piena greggi, carrette, automobili, procedenti su fette di asfalto o di terreno sterrato, ottenute, le une e le altre, con la tecnica di un gioioso cartoon infantile. Lì accanto, c’è un diverso lavoro che sembrerebbe il tracciato di cerchi quasi di astrazione geometrica, sennonché si scopre che sono le orbite disegnate dai ganci di chiusura di camion, che una volta aperti disegnano proprio quelle circonferenze. Ma affrontiamo pure il titolo stesso della mostra, che ci promette un “Trasporto eccezionale”. Ebbene, è quello che al giorno d’oggi viene assicurato da garzoni di pronta consegna, da fattorini delle poste, e dunque sarebbero immagini di forte rilievo, ma Eva applica su di loro il suo implacabile schiacciamento, ne fa delle tavolette fittili, quasi emerse da qualche scavo archeologico. Anche le pareti talvolta sono investite, ma da occupazioni lievi, impalpabili, come sarebbero i segni di palline andate a sbattere contro di esse in qualche esercizio sportivo di una scolaresca. Oppure con i foglietti post-it, così docili, così alla mano, Eva compone un mosaico dalle mille gradazioni, quasi a sfida di certi statunitensi, Robert Ryman, Agnes Martin, impegnati, ma in modi troppo rigodi e regolari, in operazioni del genere. Non mancano però le fuoriuscite in verticale, con una gradualità al solito molto ampia, dalle evasioni minime, come quella di un paio di calzoni che diventano come dei pungoli, al loro termine, per procedere al solito compito di scalfire una superficie. Oppure, con immersione decisa da speleologa o entomologa, la Marisaldi scava nel terreno per portare alla luce il labirinto costruito da formiche industriose, fino a determinare un incredibile gruppo scultoreo. Mille altre sono le trovate, il più delle volte ottenute a poco prezzo, con mezzi pronti e immediati. Abbiamo addirittura un teatrino che ci mostra il ballo di due posate. Rimaniamo incantati a fissare le mosse agili e sciolte dei due danzatori inanimati, poco importa, a dire il vero, essere informati che alla base di quel mini-spettacolo ci sta un riferimento a Gramsci. Ma forse la più radicale prova di questa ossessione dell’orizzontalità la abbiamo al primo piano, dove, avvalendosi di un azzurro intenso che indica la presenza dell’acqua, Eva insegue i flussi di un fiume africano nel suo scorrere tra deserti e gole verse lo sfocio in un lago. Qualcosa del genere ce lo aveva già dato in una mostra di appena un anno fa alla bolognese Galleria de’ Foscherari, dove pure era già comparsa un’altra opera del tutto indicativa, una sorta di passerella, di ponte provvisorio, senza dubbio fragile e tremolante, con cui, almeno in immaginazione, sarebbe possibile attraversare tutto quel gremito panorama di esili, o invece profonde, quasi invisibili, o invece decisamente marcate, titillazioni, sollecitazioni del primo motore di tutta questa creazione, la superficie, da animare in mille modi.
Rva Marisaldi, Trasporto eccezionale, a cura di Diego Sileo. Milano, PAC, fino al 3 febbraio.

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