Arte

Paladino: sculture troppo immobili

Una mostra a Brescia mi permette di riaprire un dossier sull’arte di Mimmo Paladino, già tante altre volte e occasioni da me affrontato. La modalità è intelligente, infatti l’artista colloca la sua produzione, soprattutto in scultura, secondo la formula del “site specific”, andando a occupare piazze, interni di chiese e altri luoghi della città lombarda. In genere io di Paladino ho detto bene, riconoscendogli una capacità cromatica degna di un Matisse, che non è elogio da poco, come del resto mi sono espresso in termini positivi anche nei confronti dei suoi quattro colleghi della Transavanguardia. Ma ogni volta ho pure recriminato che la fame di potere dell’abominevole ABO abbia voluto introdurre una nociva selezione, pretendono di fare di quei cinque come dei primi della classe, separati da tanti altri colleghi del tutto degni, e anche anteriori nell’imboccare un sentiero per gran parte comune. Purtroppo questa sua decisione è stata accolta e premiata dalla maggior parte dei critici della generazione di mezzo, supini e gregari nell’accogliere quella sua proposta, così come, ancora prima, avevano accolto la precedente proposta emessa da Germano Celant relativa all’Arte povera. E’ nato così il fenomeno che chiamo Germanabo, del tutto dannoso per chi voglia fare la storia autentica di un momento davvero positivo della nostra arte recente, simile, mezzo secolo dopo, a quanto era avvenuto negli anni Venti, ma allora, se non sbaglio, tra Novecentisti e seguaci di “Valori plastici” e altro, non ci fu l’assurdo gioco al massacro divampato invece alcuni decenni dopo per le colpe sopra denunciate.
Ma venendo alla mostra bresciana di Paladino, purtroppo essa è incentrata sull’aspetto peggiore della sua arte. Infatti è vero che in essa è quasi sempre presente la figura umana, però funzionante, e ancora una volta si può fare riferimento a Matisse, come un “repoussoir”, come una barriera di contenimento, o come un aiuola per dare un limite ai fazzoletti frementi di sensibilità cromatica. E dunque le icone sono parti integranti dell’opera, questa è la fisiologia della pittura di Paladino. Quando invece quei corpi vengono estratti quasi con le pinze e costretti a esistere in sé e per sé, quando cioè diventano statue, monoliti, allora le cose non vanno, Paladino retrocede davvero alla scultura del passato, roba da ricordare gli anni Trenta di un Marino, come si evince da un cavallo rigido, schematico, seppure opposto a un eccellente sfondo monumentale. E quando compaiono davvero esseri umani, essi se ne stanno impalati, come capita di incontrare nei fenomeni dell’arcaismo, ai tempi del “kouroi” dell’arte greca. L’ostinazione di Mimmo nel volersi scultore viene punita, menomata proprio dalla mancanza di articolazioni conferite alle membra, incollate ai corpi. Forse in un esercizio del genere lo superano i compagni di cordata, Enzo Cucchi, non certo portato a premiare nel suo repertorio gli esiti plastici, però sa dare anche ad essi quel senso di aggressione aguzza, tagliente, aggressiva che promana soprattutto dai suoi dipinti, ben lungi dal quietismo soporifero da cui sono attinti i corpi di Paladino. Perfino Chia, la cui tavolozza risulta pesante, sfacciata, stonata, niente a che vedere con le preziose stesure di Paladino, ritrova negli esiti scultorei una capacità di aprirsi in anfratti di denso gusto barocco. Per non parlare dei miei amati Nuovi-nuovi, con un Mainolfi in pole position nell’uso di materiali soffici, a un passo da fini trine e merletti di superficie. E ci sono anche le ceramiche di Ontani, anch’esse pronte a fondere intensità cromatica e gonfiore volumetrico. Del resto, se lo stesso Paladino dimentica la pretesa di darci corpi a sé stanti, immobili come spaventapasseri, se riduce le sue figure a stecche incrociate e deposte su un pavimento, riesce a ridivenire sferzante, stimolante, come avviene soprattutto negli “Specchi ustori”, che hanno il pregio di rinunciare al blocco unico e di animare la superficie con tanti micro-eventi. Per non parlare di un “Velario” in cui riemerge la virtù principale del nostro artista, che è di animare la superficie, di istoriarla con interventi abilmente disseminati nello spazio. Un’arte, insomma, centrifuga, e non centripeta.
Mimmo Paladino, Ouverture, vari luoghi di Brescia, fino al 7 gennaio. Studio Esseci.

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Letteratura

Selvaggia Lucarelli: una piacevole freschezza

Confesso di aver affrontato con molti sospetti la raccolta “Dieci piccoli infami” di Selvaggia Lucarelli, nota come presentatrice televisiva, cioè per prestazioni extra-letterarie, al pari di tanti altri giornalisti, attori, uomini politici, che un tempo magari ricercavano una promozione letteraria pubblicando una esile raccolta di versi, ora invece la meta appetibile è il prodotto narrativo, l’unico riconosciuto nell’Olimpo dei valori contemporanei. Questa decina di racconti sono davvero esili, ma quanto meno freschi, spontanei, soprattutto la nostra Lucarelli non cade nella fallacia che io denomino all’insegna di Giamburrasca, che non avendo troppa fiducia nelle sue capacità inventive per condurre il suo Giornalino, all’inizio va a rubare le pagine dai diari delle sorelle. Se penso a narratrici più in carriera rispetto alla Nostra, per esempio a due protagoniste del Campiello come Donatella di Pietrantonio e Laura Pugno, ognuna di loro, “ruba” da vecchi repertori per consolidare i rispettivi prodotti, la prima va a pescare nel logoro scenario della napoletudine con connesse miserie e sofferenze, l’altra si affida addirittura a vecchie leggende legate ai destini incrociati di due gemelle. Invece la Lucarelli accetta ben volentieri di muoversi su una leggera scena quotidiana fatta di piccoli incidenti senza particolare importanza, ammette cioè che si tratta di qualche “evento microcosmico”, ma in definitiva di questi è tramata la nostra esistenza, e dunque non vale la pena andare a cercare argomenti più profondi. Potremmo parlare quasi di una narrazione effettuata con l’aiuto del cellulare, volta a sorprendere scenette sul filo dell’attualità, minime in sé, ma suscettibili di creare traumi, di incidere sui nostri umori, fino addirittura a causare svolte sentimentali, mutamenti di comportamento. E’ il caso del primo di questi mini-racconti che documento di una delusione patita dall’autrice nell’infanzia, in cui era affezionata a un’amichetta del cuore, tale Susanna di Lello, così da spartire con lei lo stesso banco di scuola. Ma alla ripresa, un anno dopo, si compie il tradimento, la compagna non la guarda più in faccia, ritenendo di averne trovato un’altra più alla moda e promettente. C’è l’avventura notturna, di un’impresa in auto. L’autrice che si confessa, in modo franco e scoperto, viene a trovarsi in panne nelle tenebre di un bosco. C’è il piccolo trauma di un “parrucchiere anarchico”, creatore velleitario, che le tinge i capelli con un colore impossibile. Non mancano momenti di impensato riscatto, quando la nostra autrice-protagonista, senza mai porre una distinzione tra i due piani, da adolescente concorre a un premio di bellezza in un borgo selvaggio dove si trova a passare l’estate, e le riesce, incredibilmente, di battere una rivale che è già attricetta, salutata da successi, ma per tale ragione divenuta insopportabilmente spocchiosa, quindi punita dal pubblico. C’è soprattutto una tenace difesa dei propri diritti, della propria libertà, assieme a quelli di un figlioletto che la protagonista si trascina dietro, frutto di una relazione sbagliata. Con la conseguente ricerca di un’anima gemella, che questa finalmente è stata trovata, ma purtroppo si tratta di “Mister Amuchina”, cioè di un essere prigioniero di un culto maniacale dell’ordine, dei riti della pulizia e dell’igiene, tanto da rendere una magnifica residenza a più livelli, largamente accessoriata con ogni più avanzato ritrovato, in realtà molto simile a una prigione, a un gabbia asettica, dove non è possibile vivere, sia alla giovane madre sia al suo bambino, inducendoli a una fuga riparatrice. Sempre in questo capitolo della faticosa ricerca di un’anima gemella, capita alla Nostra un altro incidente sconcertante, una persona affabile e disponibile, che sembrerebbe pronta a uno scambio di amorosi sensi, interpreta un tale rapporto nel modo più grossolano mandandole l’immagine del proprio pene. E’ anche brillante e piacevole l’andare in su e in giù nel tempo, come scorrere una serie di foto non ben ordinate, per cui si retrocede all’improvviso ai tempi di un’infanzia e adolescenza rattristate dalla dura egemonia di suore, conduttrici di scuole private, prive di ogni senso di comprensione e di affetto come è nel caso di una inflessibile, ferrigna Suor Clelia. Il panorama, insomma, è piacevolmente variegato, pur sempre nella sua voluta leggerezza e frammentarietà.
Selvaggia Lucarelli, Dieci piccoli infami, Rizzoli, pp. 216, euro 17.

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Attualità

Dom. 20-8-17 (Regeni)

L’argomento del giorno potrebbe essere il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo, su cui sono piovute reprimende, accuse di debolezza del nostro Stato, o addirittura di condotta vergognosa e rinunciataria. In questo senso si è pronunciato un fondo di Franco Venturini sul “Corriere” di giovedì 17 agosto, ma mi sembra che una reazione del genere sia esagerata e ingiustificata. La cosa, ahimé, va ripetuta anche nei confronti dei genitori di Giulio Regeni, i quali, invece di inveire a posteriori sulla condotta troppo debole dei nostri organi governativi, avrebbero dovuto vegliare di più sul figlio, scoraggiarlo dall’intraprendere un viaggio pericoloso, in preda a eccessi di ambizione, a bramosia di distinguersi per qualche operazione brillante e meritevoli di encomio. Molte responsabilità si devono attribuire anche ai docenti universitari che pure loro non hanno dissuaso l’allievo dall’andare a compiere indagini così pericolose. Si sa anche quanto sia stato grave il loro silenzio, la loro reticenza su questo caso, tanto da giustificare i sospetti che in effetti fosse stata data al povero Regni qualche missione occulta, al di là delle motivazioni ufficiali. Si fa luce il sospetto che a indurre le ignote forze di polizia segreta egiziana a infierire in misura così selvaggia e abnorme sul povero ragazzo non ci siano stati per nulla i suoi rapporti con sindacati messi al bando, bensì appunto il sospetto che egli fosse legato a una rete di spie britanniche, da qui la tortura, la crudeltà inaudita messe in atto nei suoi confronti. Comunque, dopo il gesto puramente simbolico di richiamare per qualche tempo il nostro ambasciatore, il nostro governo non poteva fare altrimenti, non poteva perseverare nel fare “la faccia feroce”. In definitiva, Regeni non era stato mandato in missione da noi, era in Egitto per ragioni private e anche abbastanza oscure, o tutt’al più per un incauto donchisciottismo, che genitori e autorità accademiche avrebbero douto frenare. Che si voleva da noi, che dichiarassimo guerra all’Egitto, che lo invadessimo? Mentre sono evidenti gli interessi che ci impongono di ristabilire, pur con un dittatore spietato come Al Sisi. un modus vivendi. Non è vero forse che oggi si usa rimproverare l’Occidente di aver sterminato Gheddaffi, o forse addirittura Saddam Hussein, così destabilizzando quelle regioni? Si sa bene qual è la posta in gioco, lubrificare i rapporti con Al Sisi perché lui a sua volta si faccia mediatore tra noi e Haftar, il dittatore di Bengasi con cui dobbiamo fare i conti in Libia. E dunque, gesto corretto, dovuto, quello di ristabilire normali relazioni diplomatiche con l’Egitto. Semmai, in tutta questa vicenda emergono i torti della nostra “intelligence”, toccava ai nostri servizi segreti cercare di appurare il vero motivo dell’accanimento contro il povero Regeni, e soprattutto capire a quale livello erano poste le forze del male intervenute su di lui. Se addirittura queste risalivano al dittatore Al Sisi, nulla da fare se non abbozzare, tacere, mandar già. Ma la cosa è molto improbabile. Per quanto incauto sia stato Regeni, difficile pensare che le sue minacce fossero giunte a colpire in così alto loco, e dunque è intervenuto contro di lui qualche organismo intermedio, Toccava alla nostra “intelligence” indicare al governo di quale livello di quali responsabili si è trattato, nel quale caso forse le alte autorità egiziane avrebbero potuto far cadere qualche testa intermedia per ristabilire una normalità di rapporti con noi. Purtroppo il silenzio totale che i nostri servizi segreti non sono riusciti a dissipare porta a una molto probabile cancellazione dell’intero caso.

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Arte

Come agisce, bene, la coppia Gianikian-Ricci Lucchi

Ho ricevuto un tipico prodotto della coppia Yervant Gianikian-Angela Ricci Lucchi intitolato, traduco dall’inglese, “La freccia del tempo. Note da un viaggio in Russia 1989-1990” (Humbold Books), ma soprattutto mi spinge a parlare di loro il grandioso allestimento che gli è stato consentito dall’attuale Documenta, nella sede della Neue Galerie, tra le cose più forti di una edizione non particolarmente felice, come mi è avvenuto di dire in una delle ultime uscite sull’”Unità”. Del resto, quel riconoscimento è stato appena l’apice di una serie impressionante di presenze in tutte le maggiori manifestazioni internazionali, con qualche vuoto e assenza, semmai, proprio nel nostro Paese. E anch’io non è che sia stato assiduo nel seguirli, anche se avevo preso contatto con Angela subito nei primi Settanta, quando già aveva deciso di sorprendere la realtà “alla seconda”, attraverso immagini di riporto, come allora era consueto a seguito della Pop Art. Credo di avere nella mia collezione personale proprio una rosa stampata su lastra di plexiglas, come traccia dell’operato di Angela, ancor prima che incontrasse Yervant e facesse con lui coppia fissa nella vita e nell’arte. Il rivolgersi alla rosa metteva subito in gioco l’odore, il profumo di un fiore, e infatti ho avuto il piacere di invitare i due proprio alla prima delle “Settimane internazionali della performance” (catalogo ora riedito in facsimile dal MAMbo), quando, insistendo sull’immagine riprodotta, però la volevano già dotare di un tratto fisico, cioè di profumi, di odori, con molto coraggio, in quanto i responsi dell’olfatto, come del gusto, fin qui sono sfuggiti alla macchina riproduttiva fornita dai mezzi tecnologici. Ma era già l’assunzione di un atteggiamento di fondo, che poi sarebbe stato confermato da una lunga carriera, coronata da successi via via crescenti. Affrontare, sì, i reperti cinematografici presi da altri, ma non arrestarsi davanti a quelle riprese conformi, spesso ipocrite, intonate a valori retorici, bensì fare uno scavo in quei materiali, così ritrovando un rapporto “performativo”. Non per nulla in un’altra pubblicazione, dedicata loro dal Beaubourg in un’ampia rassegna del 2015, hanno definito “analitica” la loro “camera”, ma nel senso che la parola assume nella pscicoanalisi. Insomma, mai prendere per il giusto verso tutto quel materiale di archivio, ma al contrario fargli il contropelo, andando a scavare in esso, a strizzarlo, fino a mettere in luce di che sangue e lacrime esso sia gravido. Il che significa anche ristabilire un rapporto fisico con la pellicola, andare a toccarla, trattarla come una superficie da rispettare con tutti i segni del tempo da cui è gravata, macchie, vuoti, lacerazioni, conducendo un’operazione che dunque è l’esatto inverso del “cinema ritrovato”: non salvare, non ricondurre quei fantasmi al pristino splendore, ma al contrario accentuarne il processo di corruzione, come fossero dei supporti cartacei cui recare una violenza ulteriore, oltre quella naturale del tempo. Da qui, anche, l’altra procedura messa in atto dalla coppia, proprio a conferma di un rapporto fisico, corporale con quelle immagini, per salvarle dal conformismo che le minaccia. E’ questo l’intento di cavar fuori, come con le pinze, certe immagini, fiere di una manualità ostentata, di disegni, abbozzi, tracce sfuggenti, ma fortemente colorate, proprio per sottolinearne la presa fisica. Sto per presentare, qui a Cortina dove mi trovo ora, e ci sono anche i due qui celebrati, un romanzo di Roberto Pazzi, “Lazzaro”, che ha l’abitudine di spingere i propri personaggi, tuffati in imprese temerarie, ad affrettare i tempi nel protendersi verso le mete inseguite, fino a mutarsi in insetti, in mosche, in uccelli. Ebbene, ritengo che anche i nostri trasformino i loro occhi in quelli di insetti importuni che sorprendono le immagini standard, i sonni pacifici dei personaggi che vi figurano. Forse questi provano qualche fastidio nel sentirsi osservati a quel modo, forse abbozzano un gesto per allontanare da sé dei testimoni avvertiti come scomodi, ma non ce la fanno. Penso in particolare all’opera “analizzata”, ovvero scavata dalla nostra coppia, “Images d’Orient”, che poi corriponde anche a un “Tourisme vandale”. Questa è un’altra etichetta valida in genere per il loro lavoro, che affronta aspetti conformi, come sono tutti i viaggi turistici, ma con l’intento di condurli in modi vandalici, di procedere a un sottile e “perfido” boicottaggio. Per esempio, in quel film i nostri due hanno recuperato un viaggio di Edda Ciano in India, dove ogni scena è trionfalistica, improntata al più crasso colonialismo, con gli Occidentale che stanno in posa, fieri, sorridenti, beati dell’essere serviti da una schiera di gente del luogo compunta e devota. Forse non hanno percepito lo sguardo di testimoni spiacevoli, proprio come di insetti fastidiosi. Mi viene da ricordare altre imprese anticolonialiste della medesima forza, anche se condotte in modi apparentemente diversissimi. L’anglo-africano Yinka Shonibare costruisce dei manichini di dominatori occidentali rivestiti dai costumi dei popoli sottomessi, di cui si gloriano come di trofei di caccia, ma poi interviene il gesto spietato del decapitarli. Per altro verso qualcosa di simile fa pure William Kentridge, che come i nostri due si affida alla manualità ritraendo i poveri sudafricani sottraendoli alla miseria della schiavitù coloniale e avviandoli a trionfali parate. Nel complesso, non è il dato visivo a dominare le operazioni di Gianikian-Ricci Lucchi, bensì un ritorno di fiamma degli altri organi, il tatto soprattutto, o il visivo ma attraverso trattamenti elementari, colorazioni violente, viraggi, o al contrario cancellazioni. Certo, resta assente l’apporto dell’organo olfattivo, ma questo viene surrogato attraverso la fisicità incalzante degli altri responsi. E insomma, su tutto domina un carattere performativo, il che giustifica il mio proponimento di inserire anche loro nella serie annuale con cui ricordo i protagonisti delle ormai lontane “Settimane della performance”. Appuntamento quindi, almeno spero, per fine gennaio 2018, quando potrò condurre con loro un esame ragionato e “analitico” della loro straordinaria carriera.

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Letteratura

Laura Pugno: una logora vicenda di gemelle

Concludo l’analisi, e valutazione, della cinquina in corsa per il Campiello esaminando “La ragazza selvaggia” di Laura Pugno. Sarei ben lieto di trovare in quest’opera un outsider meritevole di un adeguato riconoscimento, pur sempre dopo Covacich, assolutamente degno se non altro per tutta la sua storia alle spalle, e Massini, per la laboriosità della “macchina” narrativa con cui si presenta. La Pugno ha senza dubbio il merito di porsi fuori dall’”usato sicuro”, ovvero da una ennesima riedizione del vecchio neorealismo nostrano, in cui cade in definitiva Donatella Di Pietrantonio col suo “Arminuta”. A Lei dobbiamo un’opera superba come “Le sirene” del 2007, sicura, ben congegnata nel percorrere le vie di una fantascienza non troppo lontana da temi di attualità, da porre nello scaffale assieme agli esiti più prestigiosi di Pincio, come per esempio “Cinacittà”. Però, dopo quell’esito riuscito, la nostra narratrice mi sembra essere entrata in una parabola discendente, allontanandosi da quel livello. Qualche residua taccia di quei sentieri della malattia, della deroga da una normalità troppo tranquilla, si poteva trovare in “Quando verrai”, poi confusi, annacquati nel successivo “Antartide”, che ci ha presentato un quadro in bilico tra comune verosimiglianza e inquietanti comparse del “diverso”, ma solo perché il protagonista si mette sulle tracce di una associazione diabolica intenta a garantire a persone anziane la “buona morte”. In questa ultima prova l’indice di alienazione, che nella Pugno, per sua e nostra fortuna non manca mai, è affidato a un motivo davvero frusto e perfino banale, trattandosi di due gemelle, di cui c’è già stata tanta presenza in tutta la produzione narrativa, sia nel cartaceo che nel filmico. Si riaffaccia la sindrome ben nota per cui le gemelle sono legate da un cordone ombelicale di simpatia, nel senso letterale della parola, ma anche di opposizione, per cui l’una, che in questo caso si chiama Nina, è piena di doti, quasi sottratte alla sorella Sasha, che stenta a crescere, a parlare, a dare segni di normale intelligenza. Le due si dividono anche sul piano etico, in quanto Nina, orgogliosa delle sue capacità, si comporta con spietato cinismo e crudeltà verso la congiunta portatrice di handicap. Per mettere in campo le due protagoniste l’autrice inventa storie aggrovigliate, di coppie unite e poi divise, di adozioni cui si giunge attraverso peripezie astruse e dispersive, che però fungono solo da collanti, in quanto l’attenzione si concentra sulle due vere protagoniste della vicenda. Per complicate circostanze inutili da chiarire le due vengono a trovarsi in una dimora estiva attigua a un bosco, che diviene la meta di una tragica passeggiata. Infatti in quell’occasione Nina dà prova di una cattiveria inaudita, distruggendo a bella posta i segni che avrebbero permesso alla sorella di ritrovare la strada verso casa, così abbandonandola a se stessa, a lungo, per molti anni, e così costringendola a regredire a uno stato di natura. Finché una delle varie presenze non troppo decisive nel romanzo vede ricomparire la “ragazza selvaggia”, divenuta simile a una bestia, con quasi totale perdita di una condizione umana. Inutile stare a ricordare la folla di riferimenti che possono accompagnare un tema così abusato, dal Mowgli di Kipling al “buon selvaggio” di tanta letteratura filosofica. Col solito problema: che fare, di fronte a questo caso difficile, avviare un procedimento di rieducazione della “selvaggia”, o invece rinunciarvi? Il tutto complicato dall’obbligo di mantenere i due fronti. Nina nel frattempo sconta i suoi peccati, la sua troppa intelligenza, ma accompagnata a perfidia, entrando in un coma irreversibile, assistita dalla sorella totalmente devota, per nulla vendicativa, come fosse un animale fedele. Nulla da fare, la giovane fin troppo dotata se ne va all’altro mondo, e l’anima gemella in definitiva fa la stessa fine, ovvero i genitori adottivi, assieme a tutte le altre comparse, convinti della loro impotenza, restituiscono la “ragazza selvaggia” all’esistenza animalesca e boschiva. E’ quasi una dichiarazione di impotenza, l’autrice non sa come amministrare la situazione che ha messo in piedi, a quale esito condurla. Come aprire una porta, e subito dopo chiuderla per impotenza a procedere in qualche direzione.
La ragazza selvaggia, Marsilio, pp. 174, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 13-8-17 (Haftar)

Il problema dei problemi continua a essere quello dei migranti dalla Libia. Appena si intravede uno sprazzo di lice, un’ombra minacciosa viene a contrastarlo. La sacrosanta pretesa che le OGM firmino un impegno di rispetto di certe regole col nostro governo, e che sta avendo un quasi pieno successo, ha d’altra parte un lato negativo, dato che in questo modo saremo obbligati ad accogliere le persone salvate da loro. Un nostro intervento a fianco delle forze regolari della Libia non si sa se è accettato o no, da un lato a quanto pare una nostra nave-laboratorio è in piena azione a Tripoli per rimettere in funzione le loro navi costiere danneggiate dagli attacchi anti-Gheddafi, ma salta fuori la volce di un rancoroso Haftar che dichiara che comunque un qualche intervento nelle loro acque sarebbe un atto di ostilità, aggiungendo anche, cosa incredibile se vera, che nessuno da parte nostra l’avrebbe consultato, puntando in esclusiva sul debole Serraj, mal servito perfino da altre autorità tripolitane. Sarebbe di grande aiuto che sulle coste libiche si creassero degli “hub” per accogliere i respinti, o i recuperati dalle nostre navi, ma giungono voci tremende, quei luoghi sono delle carceri invivibili. Ci vorrebbe un intervento massiccio dell’ONU, o dell’EU. Giustamente si invoca un trattamento paritario rispetto alla Turchia, che con soldi della Comunità è riuscita davvero a creare una zona per trattenere l’emigrazione attraverso i Balcani. Ma là c’è un dittatore che ha il controllo totale del Paese, cosa che non sussiste minimamente in Libia. Suggestiva è pure la tesi di Haftar che la vera barriera di contenimento va posta a Sud, alla frontiera tra la Libia e i Paesi subsahariani da cui proviene il maggior numero di migranti, ma ci vorrebbe un piano faraonico di posti di contenimento della lunghezza di migliaia di chilometri. Sarebbe davvero una bella impresa se Macron riuscisse davvero a dare a Haftar i mezzi per costruire questa Maginot di nuovo genere, ma ormai la credibilità del napoleonide francese è messa a dura prova. E anche da noi le cose non funzionano, i nostri “hub” sono luoghi carcerari invivibili, del resto, proprio per un tale infimo trattamento emettono un invito implicito ai poveri confinati ad andarsene, a sgattaiolare fuori invadendo le nostre contrade e più ancora premendo alle frontiere con i Paesi del Nord, che li temono come una invasione di cavallette. Anche qui, più che una distribuzione di questi ospiti inattesi a piccoli spezzoni, sarebbe più opportuno migliorare i centri di accoglienza e di farli funzionare da filtri, da erogatori di persone nella misura che ci sia una richiesta ufficiale di questa forza-lavoro. Sempre meglio che dei migranti entrati nella clandestinità cadano vittime del caporalato e si vedano costretti a lavorare in condizioni bestiali. Ho già detto che sarebbe un sacrosanto compito dei nostri sindacati vegliare su tutta questa partita, invece che incattivirsi nella contesa con Renzi per recuperare il vecchio collateralismo col PCI cui erano tanto affezionati. L’accusa che questi migranti, una volta inquadrati e avviati a un lavoro, rubino il posto ai nostri giovani è solo una leggenda metropolitana, in quanto i nostri giovani si rifiutano ai lavori umili, preferiscono farsi mantenere da padri e nonni, se non trovano posti di buon livello. E’ da parte loro una richiesta legittima, ma allora non si dica che l’impiego dei migranti gli sottrae posti che non vogliono, e dunque si profila la possibilità di un impiego funzionale di questa enorme forza-lavoro, che potrebbe anche passare la frontiera, essere richiesta in forme esplicite da altri Paesi del benessere che si trovano di fronte al nostro medesimo problema, cioè a un rifiuto dei loro giovani a essere impiegati per lavori ritenuti bassi e sconvenienti.

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Arte

Il mondo satanico di Roberto Cuoghi

Un grosso volume accompagna la mostra che il Madre di Napoli dedica a Roberto Cuoghi (1973), perfetta rassegna di vent’anni della sua produzione (1996-2016), svoltasi nel segno di una piena coerenza nel picchiare su tutti i tasti di un espressionismo violento, tenace, implacabile. Ma forse dire espressionismo è insufficiente, bisogna chiedere aiuto ai generi romanzeschi, come ha proposto il critico più vivace del “Corriere della sera”, Vincenzo Trione, e dunque parlare di “noir”, di “horror”, di satanismo, il che vale a differenziare il nostro artista dai Neuen Wilden tedeschi, come per esempio Georg Baselitz, che in definitiva si attengono a moduli più consueti di deformazione delle figure. Mentre nel nostro autore si avverte appunto qualcosa di perverso, come del resto risulta dai titoli stessi dei saggi critici in catalogo, di Andrea Bellini, curatore della mostra, assieme al direttore del Madre, Villani. Vi si parla di dismisura, di perdita delle proporzioni, mentre Andrea Corlellessa, ben noto critico letterario che ora visita sempre più spesso anche le sponde del visivo, per parte sua parla di “asincronie”, ribadendo la presenza di una dismisura e di altri “misconcetti”. In sostanza, Cuoghi scende in campo per dare anche a noi un equivalente degli esiti feroci, disumani di cui sono prodighe certe vedettes attuali come Jan Fabre e Urs Fischer, per non parlare di Damien Hirst, dominatore dell’attuale scena veneziana con le due mostre a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi. E il nostro Cuoghi, in particolare con lo straordinario allestimento nel Padiglione Italia della Biennale veneziana, ne è lo sfidante ufficiale. Tratto comune a questi cultori della perversità sta nel batterne le strade in tutti i modi possibili. Cominciamo a sfogliare le pagine del libro-catalogo, o a visitare le stanze della mostra, magari cercando di attenerci a una perlustrazione procedente dal meno verso il più. Si può cominciare con certe pagine di scrittura, ma piene di macchie, di cancellazioni, non alla maniera sistematica e fin troppo precisa di isgrò, bensì con una grafia selvaggia che ne fa qualcosa di simile a un documento trovato nella bottiglia. Poi magari c’è la visitazione del mondo incantato dei fumetti, ma i personaggi sono distolti dal loro tradizionale buonismo, dal candore infantile, nei volti compaiono delle smorfie minacciose, gli occhi in particolare sono stravolti, come se i vari personaggi portassero lenti deformanti. La lebbra, la corruzione si estende poi alle pelli, rugose, colpite da qualche infezione incontenibile. O se a prima vista resistono immagini conformi, fotografiche, ben presto sulle epidermidi si aprono ferite che rivelano lo sfacelo degli organi interni. I quali del resto stentano a mantenere una conformazione normale, venendo presi più che altro a frammenti, come fossero i resti dell’intervento di un Jack lo Squartatore, e dunque vendiamo mani ormai colpite da un processo di putrefazione, proprio come succede nei “gialli”, con invito ad aprire un’indagine nel tentativo di scoprire a chi appartengono quei poveri lacerti. Del resto, a farci capire che siamo nel regno del male, Cuoghi non manca di modellare immagini appunto sataniche, capaci di evocare davvero il Maligno. Mi viene in mente il film-capolavoro del resista Polanski, “Rosemary’s Baby”, che poi sarebbe il parto orrido di un figlio del Diavolo, tanto da meritare il sottotitolo “Nastro nero a Manhattan”. Infatti le aste, i pennoni del nostro artista inalberano orride apparizioni del demonio. E forse è per ordine suo, orditore di disastri atomici, che dal mare emergono solo pesci asfissiati, o comunque corpi mozzi, relitti di una catastrofe ambientale. Il che del resto trova conferma nell’emersione di rocce contorte, residui di terremoti, di sconvolgimenti tellurici, una via che porta il Nostro a gareggiare con le plastiche attorte di Tony Cragg, ma lo scultore inglese, in definitiva, è troppo serio e pulito, nel suo imitare le contorsioni geologiche, mentre gli stessi processi, nel caso di Cuoghi, volgono pur sempre verso il nero, il macabro, l’infernale. Del resto, la solidità delle rocce non tarda a liquefarsi. Aderendo a un repertorio del dissolversi, del degradarsi insanabile, l’artista si dà a praticare gli stati liquidi della materia, o diciamo meglio gli stati schiumosi, dove questa si trasforma in una broda infernale, simile a quella alimentata dalle streghe del Macbeth shakespeariano, a conferma che è sempre in agguato un transito verso esiti letterari. Questo statuto incerto, vischioso, magmatico si impadronisce anche degli utensili in partenza più tranquilli e consueti, per esempio delle forbici, che si sciolgono anch’esse, o con lame che diventano simili alle chele delle aragoste. Siamo in presenza di un passaggio continuo tra i diversi stati della materia, e anche tra le varie ere geologiche. Il calderone è sempre in piena ebollizione, non si sa che cosa ne potrà saltar fuori, il che ci riporta all’esito finale di tutte queste dismisure e asincronie, per dirla ancora una volta con gli esegeti di questo processo sempre aperto, ovvero alla installazione della Biennale, risultato perfetto, punto d’arrivo finale di tutte queste mosse. Resta solo da esprimere un dubbio, da parte di un commentatore, pur stupito e ammirato di fronte a tanta consapevole irruenza: che ce ne facciamo in definitiva di tutte queste violenze e trasgressioni? Non sarebbe meglio che queste colate di lava rientrassero in alvei più accettabili? Non per nulla, poco fa, proprio su queste pagine in libertà. ho espresso il mio consenso alla galleria di ritratti, fin troppo “normali”, abozzati da David Hockney.
Roberto Cuoghi, Perlapollina 1996-2016, a cura di Andrea Bellini e Andrea Villani, Napoli, MADRE, fino al 18 settembre.

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Letteratura

Di Pietrantonio, ritorno all'”usato sicuro”

Continuo nel mio gioco preventivo di emettere giudizi sulla cinquina del Campiello, in anticipo sulla proclamazione ufficiale, e dunque ben diversamente da quanto mi è stato possibile fare circa nei confronti della cinquina dello Strega, su cui sono intervenuto il giorno dopo l’esito della votazione. Ma siccome i miei giudizi in merito sono stati affidati a una rivista che ha tempi rigidi di uscita, “L’immaginazione”, essi risulteranno noti in ritardo, in luogo dell’anticipo di cui godono i miei referti sul Campiello affidati al blog. Ho già detto che l’esito giusto sarebbe di riconoscere l’eccellenza di un autore come Mauro Covacich, ma temo l’impreparazione dei votanti, che dunque potrebbero preferirgli prodotti più facili. Questo vale anche per il laborioso documento di Massini, la storia dei Lehmann Brothers, che in definitiva potrebbe meritare anch’esso il primo premio. Purtroppo mi si dice che le preferenze di una giuria di votanti di scarso livello potrebbero andare allì”Arminauta” di Donatella Di Pietrantonio, confermando ancora una volta l’uscita di sicurezza, il preferire l’”usato sicuro”, che è lo stesso pregio o limite da riconoscersi anche alla terza arrivata allo Strega, Wanda Marasco col suo “La compagnia delle anime”. L’usato sicuro sta nel rivisitare ancora una volta il pauperismo meridionale, con la somma di privazioni, di vite immerse nella penuria, nella sofferenza, restando insomma in pieno realismo, senza il secondo “neo” di rilancio che a mio avviso riscatta talvolta prove del genere, anche se volte a rivisitare la “napoletudine”. L’”arminauta”in questione, ovvero la “ritornata”, sarebbe la lacrimevole vicenda di una figlia di povera famiglia del Sud, oberata da una delle piaghe del miserabilismo, ovvero di coppie che mettono al mondo troppi figli. Una di questi viene adottata da una famiglia più agiata, che sembra, al contrario, non riuscire a procreare una prole in proprio, per sterilità non si sa se di lui o di lei. Ma poi, e a lungo la decisione resta avvolta nel mistero, questi genitori adottivi rinviano al mittente la figlia presa in prestito, e così questa fanciulla, cresciuta negli agi, nella bambagia, si trova a un tratto restituita a un universo di povertà estrema. La famiglia ritrovata non è neppure in grado di darle un letto in proprio, costringendola a condividerlo con una sorella, Adriana, con cui del resto le riesce di stabilire un vero rapporto affettivo, nonostante che questa compagna sia afflitta da enuresi, per cui le avviene di pisciare nottetempo nel letto condiviso. E alla “ritornata” riesce di nutrire affezione anche verso un fratellino costretto nel limbo di una condizione down; o verso un vispo fratello maggiore, Vincenzo, che ovviamente adempie allo stereotipo, o realtà, tipici dell’universo della penuria e della forzata promiscuità, da cui gli viene l’impulso a commettere incesto con la ragazzina fin troppo perbene. capitatagli all’improvviso tra le braccia, e forse c’è anche da parte di lei una qualche rispondenza. Ma poi. si sa, lo stereotipo, o la realtà, ancora una volta così vogliono, il baldo ragazzo finisce male, muore mentre fugge in moto dopo un furto, inseguito dai carabinieri, andando a infilzarsi in una rete metallica. Anche dalla parte di là si ricade nello stereotipo, il rigetto della protagonista non è stato dovuto a ragioni lacrimevoli, come sarebbe una grave malattia della matrigna, ma al contrario dal fatto che questa è fin troppo arzilla, e avendo constatato che colpevole della mancata fecondazione era il marito, non ha esitato ad abbandonarlo mettendosi con un maschio fertile e rimanendo finalmente fecondata da lui, pertanto la figlia adottiva era divenuta inutile, ridondante. Del resto, diciamolo pure, la protagonista risulta del tutto incongrua sia da una parte che dall’altra, risultando a sé stante, fino a peccare di inverosimiglianza. L’autrice ne ha fatto un portento, una ragazzina brava a scuola, perfetta in tutto. E’ come se la Di Pietrantonio avesse voluto entrare nella sua stessa storia riservandosi un cantuccio privilegiato, capace di giudicare quelle usanze basse e ripugnanti, ma in questo modo anche essendo la prima a denunciarne la non rispondenza ai parametri del nostro vivere. Almeno la sua dirimpettaia dello Strega, la Marasco, una svista del genere non l’ha commessa, e ci ha servito in tavola una vicenda più coerente, chiusa per intero nell’inferno dei “bassi” napoletani. Ora mi resta da parlare, lo farò la domenica prossima, del quinto concorrente al Campiello, di Laura Pugno e della sua “Ragazza selvaggia”, che finalmente batte rotte più accettabili, ma senza ritrovare la forza del suo capolavoro iniziale, “Le sirene”.
Donatella Di Pietrantonio, “L’arminauta”, Einaudi, pp. 163, euro 17,50.

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Attualità

Dpm. 6-8-17

In questo domenicale mi limito a ribadire alcuni punti già
esaminati in precedenza.
1. Questione Fincantieri. Noto con curiosità che nessuno ci ha detto come siamo messi a pagamenti. Fincantieri ha già versato il corrispettivo del valore dell’azienda francese pari a più del 60%, o no? Se sì, questo rafforza il potere contrattuale della parte italiana, se no, meglio lasciar perdere, non si riuscirebbe a farcela, con un Macron in vena di bonapartismo meglio ritirarsi, o rinegoziare su basi ridotte e realistiche. Giusto invece rendere “pan per focaccia”, cioè applicare la medesima ragion di stato nel caso di Telecom, rivendicare al medesimo titolo il diritto del nostro Paese di mantenere il controllo su un’azienda di interesse nazionale.
2. Migranti dalla Libia. Mi pare che si sia sulla buona strada, nel limitare il turismo pseudo-umanitario dei privati che vanno alla pesca dei poveri migranti, col sospetto che siano in combutta con gli scafisti. E cominci a valere il principio che queste imbarcazioni private vadano a sbarcare i ripescati nei rispettivi Paesi. Giusto anche il criterio di intervenire d’accordo col potere libico (ma non è ben chiaro dove e come questo risieda) per rimandare al mittente appunto gli scafi abusivi. Ci vorrebbe però che l’EU finanziasse delle “hub” ben attrezzate per accogliere questi rientrati, per i quali al momento è impensabile un ritorno ai Paesi d’origine.
3. Legge elettorale. Mi pare ragionevole, come sostiene un Berlusconi entrato in qualche saggezza dopo gli eccessi, anche lui, di bonapartismo, di grandeur senza limiti, ritornare al cosiddetto sistema tedesco, cioè a un proporzionale con sbarramento posto al 5%, escludendo le coalizioni. Questo almeno è l’interesse sia del Pd sia dei Cinque stelle, che non si vede con chi potrebbero fare alleanza. E si sa bene che lo stesso Berlusconi considera con imbarazzo il dover essere costretto a fare alleanza con la Lega, rimettendo in gioco la sua leadership in un duro scontro con Salvini. Quanto a Renzi, lui ha già vinto le primarie del Pd, che non si devono rifare ogni giorno. Purtroppo gli sconfitti, vedi Orlando, le rimettono in discussione ad ogni passo, secondo il pessimo costume della nostra sinistra, e così intenderebbe fare anche Pisapia, se Renzi accettasse l’ipotesi di consorziarsi con i vari settori della sinistra estrema. Meraviglia l’intervento a gamba tesa della Boldrini, che fin qui era sembrata rispettare il carattere super partes impostole dal suo ruolo istituzionale di presidente della Camera. Invece in un’intervista recente si è quasi candidata ad assumere lei quel ruolo di leadership di un fronte comune della sinistra in carattere antirenziano. Uno sbarramento al 5% potrebbe consentire il passaggio di due formazioni intermedie, un centro moderato, da Alfano a Casini, trattenendoli dal rifluire in Forza Italia, e una sinistra a conduzione Pisapia, che potrebbero essere le riserve di grasso per permettere a un PD renziano di costituire una maggioranza in Parlamento.

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Arte

Agnetti finalmente in orbita

Sono stato molto amico e instancabile sostenitore di Vincenzo Aggetti (1926-1981), fin da quando agli inizi dei ’70 aveva deciso di entrare in campo, dopo una fase di attesa e anche di parziale dispersione. Tanto che quando, fine anni ’80, mi trovai ad avere un particolare potere presso il Comune di Milano, retto da Carlo Tognoli, all’ombra del Garofano, tentai di dedicargli una retrospettiva, per esempio alla Besana, allora datami quasi in appalto proprio da quel sindaco, che è rimasto tra i più amati dai Milanesi. Ma allora me lo impedì la vedova, Bruna Soletti, convinta che fosse troppo presto per commemorare il marito e che gli giovasse attendere con pazienza la sua ora. Questa finalmente sembra venuta, infatti in una suite di stanze sul fianco di Palazzo Reale il percorso di Vincenzo si dsipiega al completo. Peccato che io non sia stato inserito nel comitato organizzatore, guidato dalla figlia Germana, e certo con colleghi ferrati e degni quali Bruno Corà, Marco Meneguzzo, Giorgio Verzotti. Io ho sempre combattuto la mia battaglia in suo onore, nelle mie incessanti reprimende verso Germano Celant, con l’ammonizione a non pretendere di portar via l’intero piatto degli esiti post-68 con la sua Arte povera. Un posto d’onore, nell’albo degli ingiustamente dimenticati, spettava proprio a lui, a Vincenzo, in compagnia di altri quali Vaccari, Mattiacci, Patella. Per la stessa ragione, parlando della presuntuosa “Ytalia” proposta a Firenze da Risaliti, mi sono permesso di dichiarare che quella selezione non rappresenta al completo la”mia” Italia, dato che appunto non vi trova posto Agnetti. Che ho anche gratificato dell’appellativo di “concettuale” numero uno, tra le nostre file, procurando la gelosia di qualche altro aspirante a quello stesso titolo.
Eppure, a prima vista, nulla sembrerebbe giustificare questa mia stima profonda, in quanto Agnetti appare come un campione di uno spirito “analitico”, il più lontano dalle mie preferenze in tutti i campi, non solo dell’arte ma anche della riflessione filosofica, che ho coltivato a fondo. Io ho combattuto quella tendenza nei vari fronti, a cominciare dagli “analitici” viennesi Carnap e Wittgenstein, che a mio avviso hanno esteso il loro influsso negativo anche sull’intera operazione semiotica, portandomi appunto ad avversarla, Non parliamo poi delle pretese di traghettare quel medesimo atteggiamento anche nell’arte, avanzando la pretesa di una pittura “analitica”, improntata a un geometrismo rigido e stantio, Del resto, proprio in nome della sintesi e contro un possibile predominio dell’analisi ho incrociato spesso i ferri anche con l’amico Filiberto Menna, che in territorio artistico è stato proprio il più convinto assertore del primato da assegnarsi a una “linea analitica”. Ma allora, da che parte sta il nostro Agnetti? Non è forse in lui un esercizio fedele e rigoroso di linee rette, diagrammi e simili? In prima apparenza è proprio così, ma nelle sue proposte scorgevo l’arrivo, prima o poi, di una deviazione, di uno scarto a riguadagnare buoni coefficienti di libertà, di disordine, di anarchia, tanto più eloquenti proprio in quanto nascenti da un terreno in apparenza contrario. Andiamo a vedere la sequenza di tali scarti, approfittando della completa sventagliata di opere offertaci dalla presente mostra. In partenza, magari, c’è una esibizione di tasselli dai formati tutti uguali, irreprensibili nel taglio, ma non per nulla l’intera operazione è posta nel nome del “Perturbabile”, dato che quelle stringhe sono mobili, possono essere spostate a piacere. Viene poi la contemplazione di una calcolatrice Olivetti, che sarebbe un atto di resa, di ortodossia duchampiana, al “tale e quale”, ma ci viene subito detto che si tratta di un ingranaggio “drogato”, tale da emettere responsi non controllabili, non certo ligi alle regole di una corretta sintassi o semantica. Ecco infatti che una sezione successiva si intitola “Oltre il linguaggio”, con una parola da prendersi come tematica, c’è sempre stato in Agnetti un impulso “oltranzista”, tanto più forte in quanto scattante da posizioni in apparenza ligie a certe formule standard. La quintessenza di questo oltranzismo, pronto a esibirsi in campo nemico, là dove meno ce lo aspetteremmo, si ha nel suo ricorso a diagrammi, a prima vista perfetti, su pannelli di bachelite rigorosamente anneriti, sul cui piano le linee, le curve intese a imbrigliare qualche fenomeno si stampano, lucide, perfette, senza sbavature. Ma andiamo a leggere le frasi, le didascalie che le accompagnano, magari slittando verso il capitolo posto sotto il cappello delle “Epigrafi”, e troveremo altrettanti inni alla devianza, alla negazione dei presupposti iniziali. Mi limito a citarne appena due, ma già del tutto eloquenti in questo senso: “Quando mi vidi non c’ero”, “Sempre arrivò preceduto da se stesso”. Potrei fare in proposito un aggancio a un altro artista da me molto amato, a Salvo, nella fase anch’essa “concettuale” anche in quel caso di epigrafi, di pietre tombali, dominate da frasi paradossali. Poi però, come è ben noto, Salvo avrebbe fatto confluire su quei suoi monogrammi un colorismo sfacciato, esaltato ed esaltante, mentre Agnetti non ha mai rinunciato, da autentico “concettuale” negato a ogni giro di valzer, un austero abito in bianco nero, non tale però da cancellare, da appiattire, livellare le scosse che malgrado questa livrea egli riusciva a imprimere. DeL resto, questa coltivazione dei paradossi in atto trova la sua sublimazione nel concetto del “dimenticato a memoria”, una tipica, vistosa contraddizione in termini, fiera di esibirsi in mille modi, magari cominciando con un libro con le pagine assenti, affondate in una voragine. Nel che mi sembra di cogliere un gesto eversivo, di negazione, più forte di quanto Emilio Isgrò affida alla sua pratica, divenuta troppo ripetitiva, delle cancellazioni multiple, che lasciano trasparire il fantasma del non più esistente, mentre Aggetti sa ricacciarlo in una profondità abissale. E così via, se si passa al ricorso ai telegrammi, anche in questo caso il Nostro vi sa far ricorso in modi meno prevedibili rispetto a On Kawara, anche lui troppo diligente nell’attenersi a un copione prestabilito, quello che invece manca assolutamente nelle strategie di Aggetti. Magari si potrà obiettare che nel suo repertorio non manca la tautologia, si veda il caso della telefonata che rivolge a se stesso, ma anche in questo caso c’è il cortocircuito che azzera la portata prevedibile dell’atto. Trovo poi giusto che nella copertina del catalogo si dia conto di una performance da lui concepita, assolutamente rivelatrice delle sue modalità. Anche in questo caso posso rivendicare l’onore di averla ospitata al tempo della prima delle Settimane internazionali della performance, 1977. Fu una delle più brevi in assoluto, ma delle più geniali: l’artista entra nella saletta dei convegni armato di una pila di fogli, finge di incespicare, al che quei lacerti, quei brani di scrittura più o meno conforme a qualche stereotipo si disperdono a raggiera, con bellissimo effetto casuale. E sono stato anche pronto ad ammirare le “Stagioni”, ultima produzione dell’artista, sul punto del decesso, quando, a scanso di equivoci, egli abbandona i diagrammi rigidi di ortodossia euclidea per adottare curve in regola con la geometria dei frattali, iscrive sul solito fondo nero come di lavagna degli schemi tremolanti, quasi ritrovando la grazia fitomorfa della stagione liberty. O sono vetrate delle antiche cattedrali, quando la luce filtrava con parsimonia dai pannelli in alabastro.
Vincenzo Agnetti, A cent’anni da adesso. Milano, Palazzo Reale, fino al 24 settembre. Cat. Silvana Editoriale.

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