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Lunediale 26-6-17

Ieri, al momento di stendere il mio solito Domenicale, avevo voluto giocare al buio, senza aspettare l’esito dei ballottaggi. Ma un blocco provvisorio nell’accesso al mio sito mi obbliga a intervenire, per la rubrica dell’opinione, con un Lunediale, quando i giochi sono fatti, e anche a un fan del renzismo e del Pd a marca sua come il sottoscritto non resta che prendere atto della sconfitta. Colpa evidentemente di sbagli da parte dei vari amministratori locali, e anche di un quadro nazionale segnato da liti continue dentro il nostro fronte, che non hanno certo spinto gli elettori potenzialmente favorevoli a fare uno sforzo. E ci sono anche le decisioni in sede nazionale, come la soluzione del rebus banche, con forte esborso pubblico, o le liti generate dallo ius soli. E dunque, ombre centrali vanno a colpire anche i più ridotti arenghi municipali. Ne viene un motivo generale di riflessione, non sarebbe ora di accorpare queste varie chiamate alle urne, che appunto rischiano di dare responsi diversi, secondo il premere di fattori nazionali, variabili da momento a momento? Sarebbe anche un utile provvedimento per interrompere la continua chiamata a scontri elettorali cui siamo costretti. Si può o no prolungare, o ridurre nella durata alcune amministrazioni locali, in modo da riportarle al passo con tutte le altre?
Quanto agli effetti politici generali di questi ballottaggi, ripeto quanto già detto, sia da me sia da ben più autorevoli commentatori, difficile trasferire in sede nazionale questi responsi locali. Difficile, per esempio, che Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, in elezioni parlamentari riescano ad andare uniti, c’è infatti a impedirlo la totale divergenza di programmi tra Salvini e Berlusconi, e anche la loro disputa per la leadership. O se tentassero di andare al governo insieme, si dividerebbero alla prima occasione. Quanto al fronte di sinistra, non è esatto dire che qui il renzismo, ai vari appuntamenti, si sia presentato da solo, in genere in ambito localista per un momento si è ricompattata un’unità più vasta, che però non ha scongiurato l’esito negativo. Quanto a una proiezione nazionale della situazione presente, non resta che confermare che l’unica soluzione per ricongiungere un fronte di sinistra sarebbe l’uscita di scena di Renzi, i suoi avversari vogliono la sua testa, Prodi se lo deve mettere in testa, a meno che anche lui, subdolamente, ben conoscendo questa dura realtà, non si stia muovendo proprio per attuarla, con l’aiuto altrettanto subdolo di Pisapia. L’unica possibilità è che essi usino le loro energie per far nascere gruppi di sinistra abbastanza coesi, così da strappare, alle elezioni, una pur risicata presenza in parlamento. Si vedrà poi se, al dunque, in loro prevarrà l’affezione alla nobile causa del centro sinistra o l’odio verso Renzi, ovvero se voteranno con lui o contro, costringendo così il presidente Mattarella, come già il suo predecessore Napolitano, a formare un governo di unità nazionale, cioè in sostanza un nuovo patto del Nazzareno, unica soluzione, piaccia o no, a me non piace, che si staglia nel nostro orizzonte.

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Dom. 18-6-17 (Prodi)

Il presente domenicale, evidentemente, è rivolto a commentare gli esiti del primo turno elettorale in molti comuni, in attesa del ballottaggio di domenica prossima. C’è un dato su cui tutti concordano, la constatazione del flop subito da Pentastellati, incapaci appunto di arrivare, se non in pochi casi, al ballottaggio. Ma nessuno si meraviglia, si sa bene che questa formazione, proprio per il fatto di essere recente e senza radici, si trova a disagio nelle consultazioni locali. Si aggiunga un fatto, mi sembra meno segnalato, che il pubblico elettorale in cui i Cinque Stelle pescano, fatto di giovani arrabbiati contro il sistema, risulta insensibile alle problematiche più circostanziate su cui si dibatte nelle elezioni locali. Del nostro elettorato giovanile, insomma, come del pretore della nota sentenza, si può ben dire che “non curat de minimis”. E quindi hanno ragione i commentatori che ammoniscono a non vedere in questo relativo insuccesso del fronte di Grillo l’inizio di un declino del movimento, nelle occasioni che contano in sede nazionale esso purtroppo apparirà “più forte che pria”.
Ma proprio per il carattere specifico da riconoscere alle consultazioni locali sbaglia chi ne trae la conseguenza che bipsgna trasportare la medesima logica anche in sede nazionale, puntare cioè agli apparentamenti. Si è visto che Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia riescono davvero a coesistere, se si tratta di far vincere un sindaco o una lista unitaria, e si deve aggiungere che una regola del genere vale anche a sinistra, ovvero in sede locale il PD riesce a unirsi con i suoi vari fuoriusciti, non ci sono i fantasmi del personalismi a erigere veti incrociati. Ma questi riemergerebbero fatalmente in sede nazionale, quindi vani sono i consigli di chi insiste su una politica del ricongiungimento, o quanto meno della federazione. Ora perfino Renzi finge di crederci, tirato per la gabbana da tanti, suoi fan compresi, che gli rimproverano una politica troppo altezzosa e personalistica. Da qui gli incontri con Prodi e Pisapia. Ma suppongo che da parte di Renzi queste siano solo operazioni di facciata, che lui sappia bene che attualmente Pisapia è il suo principale avversario, magari con l’aiuto di quell’ “Italo Amleto” in cui si è trasformato Prodi, che mi pare stia sfogliano quotidianamente la margherita chiedendosi: rientro in gioco o no, mi ci butto o faccio il padre nobile? Siamo sempre lì, pe riaprire a certi versanti della sinistra Renzi dovrebbe scomparire, darsi davvero a vita privata. Finché resta in campo lui, il matrimonio “non s’ha da fare”. E poi perché gli oppositori non hanno scelto la via regia, di entrare cioè formalmente nelle file del Pd e di candidarsi alla segreteria del partito? Tutte le altre sono operazioni subdole e di corto respiro.

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Dom. 11-6-17 (Boldrini)

Che dire del pasticciaccio brutto compiutosi in questi giorni? Il sottoscritto, umile grillo parlante osserverebbe quanto segue:
1. Un esito positivo è che cade ormai del tutto l’ipotesi di un anticipo delle elezioni nel prossimo settembre. Gli anticipi sono scommesse molte volte perdenti, come insegna quanto capitato alla May in Inghilterra. Se invece si attendono le scadenze di legge, nessuno potrà poi mordersi le dita;
2. Tutto è dipeso dal voto segreto su un emendamento minore e di natura tecnica. Mai possibile che si conceda ai deputati un simile ingiustificato diritto? Il voto segreto dovrebbe essere concesso solo di fronte a questioni di carattere etico e religioso. Che cosa ha permesso di accordarlo in questa minima occasione? Si sa che nel segreto del pulsante compaiono, per miserabili ragioni, i franchi tiratori. C’è stato arbitrio da parte della Boldrini nel concederlo? Si deve supporre una qualche malizia in lei, la segreta volontà di far naufragare una fragile intesa?
3. Ma al di là delle accuse tra le varie parti non si vede alternativa a un possibile attendere il calmarsi delle acque e il ritornare all’accordo già raggiunto, Se i Cinque stelle non ci stanno, si può sperare in una maggioranza con Forza Italia. Sono inutili le ramanzine, questa volta ci si è messo perfino Napolitano, pronte a o biettare che per questa via si sarà obbligati a governi di coalizione. Non si vede proprio, nell’attuale quadro, come si possa arrivare a un governo di sinistra. Si sta acclamando il caso di Macron, ma le elezioni che avvengono proprio oggi, daranno vincente proprio una fusione tra i due fronti, un cocktail tra destra e sinistra moderate, purtroppo con più parti della prima rispetto alla seconda, null’altro. Perfino la May ha rischiato di dover accedere al compromesso, evitato solo con ricorso a una sparuta decina di deputati traditori delle pofonde ragioni indipendendiste dell’Irlanda del Nord;
4. Renzi si guardi bene da Pisapia, subdolo, ipocrita personaggio che ha manovrato abilmente per sottrarsi al controllo renziano e ora è il suo principale sfidante, nel tentativo di allestire un fronte capace di mettere assieme i cocci delle varie sinistre, pscando anche dentro al Pd, con un incerto e titbante Prodi che sta facendo pari o dispari se balzare in quel carro smontando decisamente la tenda al fianco del Pd. O meglio, come già dicevo domenica scorsa, condizione primaria per il progetto fusionista di Pisapia è che Renzi si suicidi, si ritiri davvero a vita privata;
5. Tra i pregi della legge elettorale messa assieme con tanta fatica, e che dunque non può cadere al primo incespicamento, resta da confermare lo sbarramento al 5%. Sarebbe deleterio abbassarlo al 3%, facendo rinascere i famigerati cespugli. L’unica cosa onesta e meritevole che Pisapia possa fare, invece di falciare l’erba sotto i piedi di Renzi, sarebbe di portare al superamento di quel limite un fronte unitario di sinistra antirenziana, così come Alfano a sua volta dovrebbe tentare di superare lo sbarramento riunendo le varie forze di centro.

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Dom. 4-6-17 (come prima)

I miei pochi lettori domenica scorsa saranno rimasti delusi nel non ritrovarmi al solito appuntamento domenicale, in effetti per una misteriosa ragione tecnica non riuscivo a entrare nel blog, ora ci riesco, quindi, tutto come prima.
Mi chiedo se sia opportuno che in Italia permanga la schiera iniqua dei talk show, il cui compito sembra essere soltanto quello di riversare tonnellate di pessimismo, o dciamo pure di merda, su quanto avviene nel nostro Paese, con particolare riferimento a una disistima costitutiva nei confronti di Renzi. Forse quei salotti sono tutti in preda alla sindrome del Gattopardo, cioè di criticare tutto perché nulla cambi. infatti il furore con cui sono stati accolti i tentativi renziani di mutare le cose è stato motivato, in definitiva, dalla paura che ci fosse qualcuno capace davvero di cambiare le cose. Apprezzo in genere Crozza e il suo umorismo, che però, se si tratta di fare la caricatura di Marchionne o Rezza o Briatore è bonario e divertente, mentre quando si rivolge contro Renzi è maligno, feroce, distruttivo, Se prendiamo il salotto della Gruber come quello che va per la maggiore, in genere ci sono due anti-renziani con un solo difensore dell’ex-premier. Il tutto dà l’impressione del serpente che si morde la cosa, completamente immemore delle accuse a suo tempo scagliate. In questo momento si rimprovera a Renzi di appoggiare un sistema elettivo proporzionale che reintrodurrebbe l’ingovernabilità, ma si dimentica che fino a ieri la sua proposta di un ballottaggio risolutivo era additata come il principio di ogni male possibile. Ci si è messa anche la corte costituzionale, pavida, tutt’altro che indipendente ma anche lei divisa nei vari schieramenti, che ha speso un mucchio di tempo prima di dichiarare incostituzionale il ricorso al ballottaggio, che pure è un sistema tranquillamente accettato in altri Paese, come la Francia, e da noi viene considerato eccellente per l’elezione dei sindaci. E’ caduta pure la possibilità di mantenere un consistente premio di maggioranza, ma che colpa ha Renzi se ormai appare chiaro che nessuna lista può andare oltre il 30% dei consensi? Ci si mette anche Veltroni, a lamentare che per questa via si ritorna al passato. Ma quando lui ci ha provato, il suo 33% dei consensi non ha risolto nulla. C’è anche chi lamenta che il PD di cui Renzi è tornato a essere segretario a pieni voti non apra alla sinistra, come viene suggerendo Pisapia, contro cui sono ben lieto di aver espresso, nel Domenicale scorso, un’accusa di totale ipocrisia di condotta. Ma che senso ha insistere su una possibilità del genere, quando Bersani e compagni se ne sono andati non sopportando più la leadership renziana? L’unica possibilità di riaprire un fronte a sinistra sarebbe che Renzi si togliesse di mezzo, uscendo definitivamente dalla scena politica, cioè praticando su se stesso una specie di hara-kiri. In fondo, essi non perdonano la svolta socialdemocratica impressa al Pd da questa politica, però, a quanto pare, apprezzata dal popolo della sinistra, visto il consenso confermato al leader toscano nelle recenti primarie. E dunque, siamo destinati all’”inciucio”, a una alleanza di necessità coi berlusconiani, nella prossima legislatura? Ma la ragione sta nei numeri, e anche nella scelta del male minore, come del resto ci sta consigliando l’intera opinione pubblica europea. Purtroppo, anche per questa volta nessuno “smacchierà il giaguaro”, meno di tutti potrà esserlo Bersani con la sua striminzita pattuglia che ha salvato l’anima, ma perso qualsiasi incidenza politica.

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Dom. 28-5-17 (renzusconi)

Il tema del giorno è il profilarsi del “renzusconismo” quale unica soluzione per far uscire un governo dalle prossime elezioni, quando, prima o poi, ci si dovrà andare. In proposito noto quanto segue:
1. Nel mio piccolo, nella mia insignificanza, avevo però pronosticato già il 5 dicembre, all’esito infausto del referendum costituzionale, l’inevitabilità che si tornasse a un “patto del Nazzareno”, del resto interrotto, non lo si dimentichi, solo per ragioni personali di Berlusconi, padre padrone del suo partito, unico esempio mai prima comparso nel nostro Paese, ma ora, ahimé, seguito dall’esempio ugualmente funesto offerto da Grillo. Berlusconi aveva mandato all’aria quel patto perché lo aveva ritenuto un salvacondotto per le sue pendenze giudiziarie, e un “buono” acquisito per con-determinare l’elezione del presidente della repubblica.
2. Questo destino, di coabitazione forzata tra schieramenti opposti, non è senza dubbio positivo, ma non è neppure da demonizzare, come fanno in modi patetici e sconsiderati i nostri esponenti di un sinistrismo radicale. In fondo, un’alleanza di questo genere è in atto da tempo in Germania, ed è prevedibile anche nella Francia di Macron, il quale, nel formare il suo governo, ha proceduto a un’abile politica dei “do’ forni”, pescando tra membri sia del gaullismo sia del socialismo. Una “entente cordiale” tra questi opposti rende pure possibile il governo in Spagna, mentre non c’è nessuna possibilità che qualcosa del genere possa capitare in Gran Bretagna, dato che il Labour è caduto preda di Corbyn, proprio uno di quei sinistri spinti che costituiscano una piaga, una minaccia costante per la causa della socialdemocrazia, come un numero uno di questo schieramento, Blair, si era affrettato a notificare ai compagni di fede, rimanendo però inascoltato.
3. Vale la pena di denunciare l’ipocrisia di Pisapia (fa anche rima), che ha rinunciato a un secondo mandato come sindaco di Milano non certo per uscire dalla politica, ma per sottrarsi all’influenza renziana, ben lieto se questa sua uscita di scena avesse prodotto la vittoria dell’anti-Renzi, del rappresentante della destra. Peraltro, ammettiamolo, che l’ombra protettiva di Renzi sia pesante da sopportare, lo dimostra il raffreddamento dell’attuale sindaco Sala, proprio nei confronti del segretario Pd, cui deve la sua elezione. Ma la pretesa di Pisapia di riunire attorno a sé una coalizione di sinistra, fuori dal Pd, è del tutto irreale. Purtroppo la storia dimostra che gli elementi di un sinistrismo spinto sono i peggiori ostacoli per una navigazione vincente della socialdemocrazia. Bertinotti ha fatto cadere il primo governo Prodi, altri membri di un sinistrismo spinto hanno causato la sua successiva caduta nel governo del 2006. Oggi i Bersani e D’Alema e Speranza sono i peggiori nemici del Pd, si farebbero evirare pur di dargli i propri voti.
3. E dunque, a sinistra, nulla da fare. A quanto pare la soluzione “renzusconiana” ci porterà all’adozione del sistema elettorale “alla tedesca”. Mi permetto di ripetere che anche su questo mi ero pronunciato, auspicando che l’Unione Europea cominciasse con il valersi di formule elettorali comuni. Se così è, addio a un premio di maggioranza, peraltro oggi irraggiungibile da nessun partito,. il Pd è in calo sia per l’uscita dell’ala sinistra, sia per gli scandali suscitati ad arte dai suoi nemici, contro la Boschi e il padre del leader. Spero però che si confermi il limite per l’ammissione in Parlamento ai partiti che raggiungono il 5%. Questo determinerà l’uscita dalla maggioranza di Alfano e compagni, che rifluiranno appunto nel berlusconismo, da cui però non potranno non staccarsi sia la Lega sia Fratelli d’Italia. Magari, queste formazioni riescono a reggere un’intesa con Forza Italia in sede di elezioni municipali, ma a livello nazionale ritengo che le opposte visioni sui fronti della moneta unica e degli emigranti non possano consentire il formarsi di un blocco unitario. E dunque, certo non è entusiasmante prevedere di essere ancora costretti, nel prossimo quinquennio, a una coesistenza degli opposti, ma nessuno è riuscito davvero a “smacchiare il giaguaro”, Bersani meno di tutti, e la sua ferrea opposizione alla ex-Ditta contribuirà validamente a gettarla nelle braccia di Berlusconi.

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Dom. 21-5-17(telefonate)

Anche il tema del domenicale di oggi non può non essere dato dal “psticciaccio brutto”, del dialogo tra Renzi padre e figlio, venuto allo scoperto attraverso la solita fuoriuscita di una intercettazione telefonica. In proposito credo che si possano svolgere le seguenti osservazioni:
1. E’ incredibile che ci siano ancora persone in vista disposte a servirsi di conversazioni telefoniche, come se non sapessero del rischio che queste possano essere sottoposte a intercettazioni. Che cosa ci vorrebbe a fare ricorso, semmai, al cellulare di una persona di servizio o di un piantone? L’avvenuto è tanto assurdo, da aver alimentato l’ipotesi diabolica che i due sapessero bene di essere ascoltati e che dunque recitassero a soggetto.
2. Comunque, già oggi è proibito che le registrazioni avvenute per ordine della magistratura escano fuori, la cosa costituisce reato perseguibile, la libertà di opinione e di stampa non c’entra nulla in materia, Queste fughe avvengono solo per tre vie: corruzione, dei giornali che pagano un congruo prezzo per comprare le notizie a qualche povero travet burocratico con misero mensile, o per concussione, che è poi solo il rovescio della medaglia, se è lo stesso burocrate a chiedere un lauto compenso per cedere la ghiotta informazione. Era ributtante l’omertà avvertita in un recente salotto Gruber con cui i convocati assolvevano da ogni colpa il presidente del “Fatto quotidiano”, Padellaro, il quale molto probabilmente in cuor suo si congratulava dei soldi bene spesi per procurarsi la sensazionale registrazione. In questi casi c’è ampia possibilità di intervenire con severe multe da affibbiare al giornale o rete o altro strumento di comunicazione che abbiano divulgato il materiale uscito indebitamente. I giornalisti non dicano che se lo sono trovati fortuitamente nella buca delle lettere, o tra i piedi. Quasi sempre in casi del genere hanno agito in barba alla legge per procurarsi il corpo del reato, traendone un ottimo riscontro a livello di vendite e di successo di pubblico.
3. Ma c’è anche una terza possibilità, che la registrazione sia stata diffusa proprio da un magistrato politicizzato, deciso a recare danno alla parte avversa. Questo è il caso del procuratore di Napoli Woodcock, notorio avversario del centro-sinistra moderato e partigiano di un sinistrismo più spinto. E’ stato lui a ordinare di tenere sotto ascolto Tiziano Renzi, anche se il reato che gli si poteva imputare non era tale da consentire quel provvedimento. Ed è stato lui a diffondere la telefonata, se non vi hanno provveduto i crimini di corruzione e concussione, come detto sopra. Del resto egli è pure colpevole di aver imposto a un agente al suo servizio di travisare un altro verbale di ascolto e di montare ad arte il sospetto che Renzi si servisse di un potere parallelo per impedire indagini attorno a sé e al padre.
4. Finalmente, aggiungiamo pure che in tutta questa vicenda si può stigmatizzare un comportamento quanto meno incauto di Renzi padre. Come è stato detto da più parti, uno stretto parente di un uomo in vista dovrebbe limitare di più i suoi atti, saperli tenere a freno.

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Dom.14-5-17 (De Bortoli)

La vicenda scatenata dalla frase ormai fin troppo nota inserita nel libro di memorie di Ferruccio De Bortoli è scandalosa, e vale a dimostrare quanto è omertoso e conformista il mondo del giornalismo nostrano. In essa c’è un solo evidente e manifesto colpevole, il De Bortoli stesso, che si è comportato da giornalista di terzo ordine commettendo non so quante infrazioni contro la deontologia professionale. Non si pubblica una notizia così pericolosa ben sapendo che, se richiesti, non si sarebbe in grado di dichiararne la fonte. Non c’è dubbio che qualcuno abbia sussurrato all’orecchio dell’ex-direttore del “Corriere” la notizia fatidica, ma accompagnandola evidentemente dalla richiesta di tacerne la fonte, di non esserne coinvolto. In genere un giornalista “serio” deve accogliere questo patto, altrimenti fa solo della diffamazione, sparge zizzania. In fondo, i nostri giornalisti, questa volta non trattandosi di un cane della loro stessa razza, sono insorti contro il procuratore di Catania che ha insinuato, ma anche in quel caso dichiarandosi impossibilitato a indicare fonti precise, l’esistenza di un accordo tra alcuni degli interventi umanitari e gli scafisti, al largo delle coste libiche. Pazienza se la notizia riportata, in modo così precario e senza garanzia, fosse stata di carattere innocuo o marginale, ma De Bortoli sapeva bene che così lanciava un siluro contro la Boschi, e il passato e presente governo, di Renzi e di Gentiloni, che a turno le hanno confermato la loro fiducia. E dunque, a ragion veduta, De Bortoli ha voluto inguaiare il nemico, sì, perché Renzi ha ragioni da vendere, nel ravvisare in quell’ex-autorevole giornalista un suo avversario giurato, come lo sono stati tutti colori che hanno esortato a votare no al referendum costituzionale. Inoltre De Bortoli è fissato sull’accusa che il “cerchio magico” fiorentino renda odore di massoneria, lo aveva già detto in un fondo quando era ancora in sella alla testa del “Corriere”, anche in quel caso nascondendo subito la mano dopo aver scagliato il sasso. Ad avvalorare l’infelice uscita di De Bortoli potrebbe essere l’ex direttore generale di Unicredit, Ghizzoni, ma chi lo conosce assicura che lui è un muro di silenzio e di riservatezza, e dunque non parlerà mai, o altrimenti lo avrebbe già fatto. Quanto alla Boschi, la ministra può essere colpevole solo di spergiuro, avendo dichiarato, ora e in passato, di non essersi mai occupata di Banca Etruria, e certo la cosa sarebbe grave, passibile davvero di richiesta di dimissioni. Si sa che gli USA, più sensibili di noi in questa materia, non perdonano ai loro Presidenti di avere mentito. Invece, sembrerebbe del tutto legittimo che un membro del governo, in quel momento di crisi, avesse ritenuto utile o forse obbligatorio sondare i nostri istituti di credito “sani” chiedendogli se mai avessero potuto accollarsi i debiti dei confratelli malsani. Sondaggi di questo genere sono stati fatti da un ente superiore e neutro come la Banca d’Italia, e da un ministro in carica, allora come oggi, Del Rio. Ed era doveroso farlo, ne sarebbe venuto il salvataggio delle quattro Banche in crisi, e non solo dell’Etruria, senza danni per l’erario e col completo salvataggio dei creditori. Naturalmente, sondaggi di questa natura sono da considerarsi legittimi, se condotti al di fuori di minacce e di ricatti. Il che del resto non pare esserci stato, visto che le banche interpellate hanno risposto tutte negativamente. E dunque, riassumendo, l’esito dell’intero affaire dovrebbe essere una mozione di censura verso De Bortoli per mancato rispetto dell’etica professionale, e un controllo sulla Boschi se dovesse risultare mendace la sua dichiarazione di non essersi mai occupata della Banca Etruria.

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Dom.7-5-17(Mélanchon)

Nel domenicale della scorsa settimana ero stato molto cauto nel prevedere l’afflusso al voto delle primarie da parte del popolo Pd, del resto sulla scorta di quanto aveva fatto lo stesso Renzi. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto, con una quota che ha rasentato i due milioni di votanti. Naturalmente i gufi, gli anri-renziani per professione, ne hanno approfittato per segnalare il calo di numeri rispetto alle precedenti primarie, ma ha provvisto un Istituto forte nei calcoli statistici come il Cattaneo a ribadire come ci fossero dei fattori tali da ridurre l’affuenza ai gazebo, prima di tutto la vittoria ampiamente annunciata dello stesso Renzi, così da togliere ogni sapore di contesa sportiva al voto. In secondo luogo ha influito la scelta infelice di una data nel bel mezzo di un ponte, e probabilmente l’apparente disaffezione di una regione rossa come l’Emilia si spiega semplicemente con la lontananza dal mare, per cui la schiera dei vacanzieri aveva sentito lo stimolo di muoversi già all’alba della domenica, a costo di disertare i gazebo. Comunque, il risultato è stato schietto e rilevante. Tra poche ore, avremo quello del ballottaggio in Francia, ma sarei estremamente stupito se non ci fosse una conferma dei sondaggi del tutto favorevoli a Macron. I sondaggi sono diventati molto attendibili, non si citino i casi di Brexit e di Trump, dato che in definitiva i pronostici avevano ballonzolato sul limite, e forse era stata solo la nostra lettura prevenuta che li aveva spinti a comprovare le nostre speranze. Ora invece il margine tra Macron e la Le Pen è troppo ampio per lasciare dubbi, quindi io stesso mi preparo tra poche ore a intonare la Marsigliese, nel mio privato. Contento anche della bella convergenza nel segno dei valori repubblicani testimoniata in Francia, dove i soccombenti del centro destra, Fillon, e del centro sinistra non hanno esitato un solo minuto a invitare i loro simpatizzanti a colpire il nemico della democrazia, votando appunto per Macron, E si conferma pure l’ambiguità dell’estrema sinistra di Mélanchon, in definitiva erede dello sciagurato patto Molotov-Ribbentrop, secondo cui bisogna bloccare in ogni modo la causa della democrazia, e soprattutto dell’odiata socialdemocrazia. Mi sembra vano e inutile il tentativo di Pisapia di riunire gli sparsi cocci della sinistra, è chiaro che i vari D’Alema e Bersani e Speranza voteranno sempre contro il PD, pronti semmai a votare i Cinque stelle, o perfino la Lega, mai per gli odiati cugini socialdemocratici, che non si permettano di sollevarsi dal tallone sempre opposto a loro dagli eredi del postcomunismo, una mala genia da cui l’intero mondo occidentale si sta liberando.

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Dom. 30-4-17 (esterofilia)

Da un brillante e autorevole opinionista del “Corriere della sera”, Angelo Panebianco, mi divide la rispettiva collocazione politica, lui sostenitore del centro-destra, io del centro-sinistra, seppure, entrambi, senza fanatismo. Il che forse permette che talora ci si possa incontrare in qualche comune referto. Per esempio, quanto da lui scritto sul “Corriere” di venerdì 28 aprile scorso, dedicato ai “Lamenti dell’Italia immobile”, mi ha trovato del tutto concorde, e perfino divertito. L’articolista è partito dalla presa d’atto delle continue professioni di esterofilia che vengono da tutta la nostra classe politica, ma individuando in esse un sostanziale spirito di conservazione, quasi nel senso gattopardesco, del voler cambiare tutto, ma solo in apparenza e col fine occulto che nulla cambi davvero. Credo che siamo concordi che una massiccia dimostrazione di questo tenace misoneismo dei nostri politici trovi il suo bersaglio in Renzi, cui prima di tutto non si perdona lo slancio per tentare di cambiare le cose. Questo suo spirito innovativo è stato “punito” nel referendum del dicembre scorso, al di là delle pretestuose tesi addotte di voler difendere la costituzione, e cose simili. Un banco di prova di questa esterofilia, ma sempre praticata a uso interno, e sempre con l’intento di “fermare” il Renzi che suona la sveglia, ci è stato offerto dalle recenti presidenziali francesi, dove tutti i nostri commentatori si sono sbracciati a dire che Macron è altra cosa, che non lo si può paragonare al nostro ex-premier, o che comunque quest’ultimo risulterebbe inferiore a un confronto. Mentre è evidente, non può sfuggire a nessuno che proprio la marcia verso il potere spavaldamente intrapresa dal Nostro, partendo quasi dal nulla, ha fornito il modello seguito molto da vicino dal collega francese. Del resto, a contestare i giudizi prevenuti dei nostri abituali frequentatori dei salotti televisivis ci ha pensato, ospite della Gruber, un politologo francese, che appunto ha confermato come proprio il modello Renzi sia stato la molla e la guida del percorso di Macron. Naturalmente i nostri esterofili hanno messo in ombra un fattore che, al confronto, risulterebbe del tutto favorevole al politico di casa nostra, che cioè lui, nell’ascesa al potere, non ha affatto distrutto il Pd, mentre Macron ha dovuto saltarne fuori. Come pure si è taciuto su un aspetto, questo sì tale da dimostrare una maggiore maturità democratica dei nostri cugini. Poco dopo l’esito delle votazioni abbiamo avuto subito le dichiarazioni magnanime del soccombente Fillon a nome della destra, e di Hamon, il socialista sconfitto, che hanno esortato i loro seguaci a concentrare i voti del ballottaggio su Macron, in nome dei valori della repubblica e della democrazia. Quando dall’estero viene un esempio davvero virtuoso, dalle nostre parti ci si guarderebbe bene dal seguirlo. In una situazione analoga, per esempio di un Renzi in ballottaggio con una forza avversa, poniamo contro i Cinque Stelle o contro Berlusconi and Company, a suo favore nessuno dai fronti avversi inviterebbe il proprio elettorato a convergere su di lui, in nome di valori comuni superiori alle divisioni partitiche. Oppure no, anche in Francia un comportamento del genere, qualunquista, populista, che poi sono la stessa cosa, c’è stato, ed è venuto da Melenchon, il candidato dell’estrema sinistra, che non si è espresso e non ha rivolto nessun invito in tal senso al proprio elettorato. Nulla da fare, gli esponenti di una sinistra postcomunista, paleomarxista, non hanno per nulla a cuore la difesa della legalità democratica, meglio gli antisemitismi, gli atteggiamenti di chiusura della Le Pen, in definitiva meno temibili. Quello che conta, anche in Francia, è bloccare l’”en marche” di Macron, allo stesso modo che qui da noi si devono mettere i bastoni tra le ruote all’innovativo Renzi. Purtroppo tra poche ore sentiremo parlare di una sua sostanziale bocciatura alle primarie perché, di sicuro, saranno andati a votare in molti meno rispetto a precedenti occasioni. Ma quel tipo di referendum è pur sempre una prova sportiva, che non attira la partecipazione quando l’esito è già chiaro in partenza e non c’è contesa. E poi, chi è il colpevole di aver scelto il giorno meno adatto, obbligando i votanti a spezzare il sacro rito del “ponte” e della connessa corsa al mare?

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Dom. 23-4-17 (Giavazzi)

Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.
Ho avuto qualche lontano contatto con Francesco Giavazzi, negli anni ’80, a Cortina d’Ampezzo, dove le rispettive mogli beneficiavano di appartamenti dei genitori che permettevano a loro e ai consorti comode vacanze estive. Io allora ero già “qualcuno”, con cattedra universitaria a Bologna e entratura a Milano, alla corte del sindaco Tognoli, nel nome del Garofano, il che mi permetteva di organizzare mostre per esempio alla Besana, con grande meraviglia delle amiche, milanesi, di mia moglie, che non potevano credere che una persona di tanto modesta apparenza avesse tanto ascendente nella loro città. Giavazzi, a quei tempi, era soltanto un giovane di belle speranze. Poi i rapporti si sono invertiti, io sono affondato nel nulla, lui è diventato opinionista del Corriere, ospite di salotti televisivi, promosso talora a funzioni governative. Ma siamo rimasti su barriere opposte, io “statalista”, difensore della necessità che il governo intervenga nei momenti di crisi per rimediare alle colpe degli industriali, usi, dalle nostre parti, a chiudere le aziende, o a traslocare all’estero, e soprattutto a portare i loro soldi nei “paradisi fiscali”. Lui invece era già allora uno strenuo difensore del liberismo, come toccasana, come rimedio a tutti i mali, secondo lo slogan “meno pubblico, più privato”. In questo senso qualche tempo fa sulle colonne del Corriere è stato capace di esprimere una bestemmia, che cioè la crisi del ’29, negli USA, è stata aggravata dagli interventi statali di Roosvelt col new deal, diversamente le banche sarebbe riuscite a raddrizzare da sole la barca e a rimediare a una défaillance momentanea.
Ma ora non voglio riprendere l’intera velenosa querelle che ci separa, e sempre ci separerà, intendo piuttosto svolgere qualche commento in merito a una sua recente pubblicazione, esibita alla corte della Gruber, che assieme a Fazio è sempre pronta a “far piovere sul bagnato”, cioè a fare pubblicità a libri e film che non ne avrebbero bisogno. Nel libro e nel corso di una presenza in quel reputato salotto Giavazzi se l’è presa con la casta dei burocrati, e senza dubbio su di loro gravano numerose colpe. Però partecipava al dibattito un difensore d’ufficio di quella categoria, che giustamente ha fatto osservare che in definitiva la colpa ricade sui politici, sono loro che dovrebbero controllare l’efficienza dei burocrati, stimolarli a dare pronti adempimenti alle delibere conseguite in Parlamento. Strabuzziamo gli occhi, per esempio, quando apprendiamo che la tanto acclamata legge sulle unioni civili mesi e mesi dopo non è ancora applicabile proprio perché i burocrati non l’hanno accompagnata con i cosiddetti decreti attuativi. Ma non sarebbe stato compito dei politici vigilare a tale proposito? Forse non è loro colpa affrettarsi a menare vanto di leggi ottenute, in polemica con le parti avverse, voltando però subito dopo la testa e non curando che le cose seguano alle parole?
E dunque, si ricade in realtà all’atto d’accusa, tra i più soliti ma tante volte ingiustificati, contro i politici, da cui anche lo straripare del famigerato populismo. Ma forse trovo un punto di accordo con Giavazzi nel constatare che la vera casta dannosa per il nostro Paese è quella della magistratura. Se si facesse un referendum su chi è più mal visto tra noi, ritengo che il discredito verso i politici, e i burocrati come loro appendice, sarebbe superato da quello rivolto contro i magistrati, di cui nessuno ha fiducia, contrariamente alla frase stereotipata che tutti si affrettano a pronunciare, di nutrire piena fiducia verso quella categoria. Che invece è di bassissima produttività, come si vede soprattutto nel civile. E’ stato detto più volte che la scarsa appetibilità del nostro Paese per aziende straniere dipende proprio dalla lunghezza dei processi civili, interminabili, capaci di trascinarsi per anni e anni. A dire il vero, il cerchio si chiude, perché i magistrati a loro volta possono accusare i politici di sfornare leggi tortuose, labirintiche, di difficile e controversa applicazione. E poi, di nuovo, è colpa dei politici avere introdotto un terzo grado di giudizio, che credo sia una istituzione inesistente in ogni altro paese civile, allo stesso modo del bicameralismo perfetto, la pastoia, la soma di cui non siamo riusciti a liberarci.

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