Attualità

Caliceti: un gremito scartafaccio

Ricevo con grande piacere uno scartafaccio di circa 200 cartelle da Giuseppe Caliceti, che mi fu compagno in una stagione indimenticabile, quella di RicercaRE, a Reggio Emilia, instaurata dal 1993 e durata per circa un decennio, fertile di irisultati. Caliceti, ben insediata nella vita culturale di quella città, ebbe il potere, assieme a un socio più anziano, Ivano Burani, di convincere il Comune a riprendere la prestigiosa formula di cui si era valso il Gruppo 63, invitare alcuni autori di testi innovativi e sperimentali a venire a leggerne brani inediti per sottoporli al giudizio immediato di una tribuna di critici e di compagni di via. Fu la modalità che tanto io quanto Nanni Balestrini stavamo cercando per rilanciare proprio le fortune del Gruppo 63, allo scadere di un trentennio dalla sua partenza. Caliceti poté assicurare il rinnovarsi di quell’appuntamento non solo in quanto operatore culturale della città, ma lui stesso scrittore in proprio, membro di una formazione non a caso detta Gruppo 93, in cui un brillante gruppo di poeti venivano riconosciuti come validi continuatori dei Novissimi, a detta dello stesso fondatore di quella fortunata cinquina, Alfredo Giuliani. I nuovi reclutati riprendevano l’attività dei fratelli maggiori anche nella capacità di passare agilmente dalla poesia alla prosa. Infatti lo stesso Caliceti se ne uscì con delle prove assai stimolanti in narrativa, come una indimenticabile “Fonderia Italghisa”. Poi, di nuovo ci fu un fermo, un imporsi di fasi di silenzio, su quei fervidi lavori in corso. Ma ora appunto ecco la ripresa, quasi alla maniera del “Deserto dei Tartari”, capolavoro di Dino Buzzati, all’orizzonte spuntano forze nuove, che poi nel nostro caso sono testi, scritture avanzanti baldanzose, alla ricerca di riconoscimento, di successo. Se qualcosa è avvenuto nel frattempo, si potrebbe parlare di una progressiva cancellazione dei confini tra prosa e poesia, il che potrebbe costituire addirittura il tratto caratterizzante la nuova serie di incontri, che dal 2009 avvengono a Bologna col titolo di RicercaBO, sulla falsariga di quelli precedenti. E dunque Caliceti diviene interlocutore privilegiato di queste nuove assise. Non per nulla ho definito “scartafaccio” quanto mi ha fatto avere per via telematica, basti pensare a certi titoli del tutto significativi del numero uno di ogni sperimentazione del secondo Novecento, Edoardo Sanguineti, coi suoi “Wirrwarr”, “Stracciafoglio”, “Scartabello”. Aggiungiamo pure le nozioni di “pot pourri”, “olla porrida” e simili. Perché stare ad applicare una esosa e superata spartizione di generi? I dati, esistenziali e sociali, individuali e collettivi si sommano, si accatastano, si aggrovigliano liberamente. Del resto, non è che pretenda di essere più selettivo il titolo stesso dato a questo brogliaccio, di “Canti” con un precedente addirittura più illustre, rispetto a quello di Sanguineti, infatti come non pensare ai “Cantos” di Pound? Una simile varietà di intenti, dimensioni, andature emerge perfino da un esame ottico di questo ammasso in apparenza informe e inarticolato. Si succedono versetti, come di litanie, di canzoni popolari, o invece blocchi più sostanziosi e compatti di prosa discorsiva. In merito, vale la pena di ricordare che uno dei migliori esiti di RicercaBO è stato proprio il ponte gettato tra i due tradizionali generi della letteratura attraverso la cosiddetta “Prosa in prosa” lanciata da uno dei più assidui frequentatori degli incontri bolognesi, Marco Giovenale, in cui si esprime proprio una quasi disperata volontà di testa-coda, di portare l’un campo a invadere l’altro. Si aggiunga che tra i migliori esiti di questa sperimentazione seconda (o terza, se nel conto mettiamo anche la fase del ’63), ci stanno le “Nughette” proposte da Leonardo Canella, che è ancora un modo di ricorrere all’”understatement”, non si prenda innalzi troppo, madama la letteratura, non monti in superbia, ma al contrario voli basso. Semmai, si può parlare di una diversità di confezione, quasi alla maniera secondo cui oggi si vendono le merci, in formazioni minuscole o in pacchetti. Infatti le Nughette di Canella sono come delle registrazioni-lampo dal fiume della vita, come delle fiammelle di cerini che si accendono, delle lucciole di breve esistenza, laddove Caliceti procede con passo lungo, associando, assemblando, come un fiume in piena che trascina con sé scorie, carogne, corpi pregiati o vili e degradati. Oppure può valere pure un riscontro con l’atletica delle corse, che da sempre conosce solo il variare tra corse brevi, i cento menti, e invece quelle di fondo, fino alla maratona, come intendono essere proprio questi “Canti emiliani”.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 13-1-19 (Gabanelli)

Se si cerca un fatto dominante nella settimana appena trascorsa, menzionerei una delle comunicazioni che Milena Gabanelli usa offrire in coda ai telegiornali della Sette, condotti dal migliore dei presentatori, Enrico Mentana, il più libero e disinvolto, conditi anche anche con una apprezzabile vena di ironia. In una di queste appendici la Gabaneli ci ha comunicato un dato spaventoso, parlandoci di una giacenza di almeno un centinaio di miliardi stanziati per grandi opere che mai sono state fatte. La cosa riguarda anche il precedente governo, infatti pur nel mio renzismo appassionato non ho mai mancato di contrapporgli il grande esempio del New Deal roosveltiano. Quando si è in crisi, sta allo stato intervenire con opere pubbliche. Ricordo che lo leggevo già nei manuali scolastici, dove si facevano le lodi dei grandi capi di stato, il cui merito stava proprio nel mettere in cantiere opere pubbliche di grande respiro. Il Jobs Act, al di là delle critiche preconcette, è stato fragile e di pochi risultati per colpa delle debolezze intrinseche della nostra industria privata, da cui Renzi sperava di trarre copiosi frutti attraverso una politica di sgravi fiscali. Peraltro, da parte sua, non era per nulla sbagliato pensare anche di rilanciare l’eterno progetto del ponte sullo stretto di Messina. Se il nostro Paese si può vantare di due successi sicuri, questi consistono nella grande rete autostradale edificata nell’immediati dopoguerra, e più di recente nell’ottimo esito, e a tempi rapidi, dell’alta velocità ferroviaria. Questa è la strada su cui insistere, cercando di sbloccare e di investire nei tempi più celeri tutti i finanziamenti fin qui inutilizzati. Ovviamente io aderisco ai SìTav, e tra i tanti mali imputabili al M5S sta proprio lo stop che mettono in questa direzione, non per nulla se c’è tra i loro ministri incompetenti chi è soggetto ai maggiori sberleffi, questo è Danilo Toninelli, con tutto il corredo di carenza informativa e penosa incertezza che gravita su ogni suo intervento. Ed è ridicolo, se non tragico, che Di Maio parli di un rilancio dell’economia proveniente dalla pioggerella assistenziale del reddito di cittadinanza, un invito a proseguire nella pigrizia, nel lavoro in nero, nell’astensione dagli impegni di grande respiro.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 6-1-19 (ancora Mattarella)

Naturalmente il 31 dicembre scorso mi sono tenuto ben lontano dagli schermi Tv in cui il Presidente Mattarella pronunciava il suo discorso ipocrita, come si sapeva da annunci precedenti, con l’invito alla pace sociale e alla concordia, lui che per pusillanimità ci ha regalato il governo più diviso e lacerante dell’intera nostra storia repubblicana. Plaudo invece all’insurrezione di sindaci e di presidenti di regione contro la sciagurata legge di sicurezza, lesiva dei diritti degli immigrati, e per tanti versi contraria allo spirito e ai commi della nostra costituzione. Non è vero che la legge debba essere sempre rispettata, non almeno in casi come questo, dove è stata approvata da un plotone di senatori e deputati che procedono per file compatte, senza lasciare alle opposizioni un minimo margine di discussione. Devo ammettere che su almeno un punto Salvini ha ragione, nel ricordare che questa legge per tanti versi criticabile, oltre ad avere avuto l’approvazione del Parlamento, è stata pure controfirmata dal Presidente della Repubblica, ma con questo, come nel gioco dell’oca, torniamo alla casella di partenza, al dover deprecare la pusillanimità della nostra massima carica dello Stato, che per non avere grane firma tutte le carte che il governo gli passa. Il colmo della beffa che, alla corretta osservazione di Salvini che quei provvedimenti detestabili hanno avuto la co controfirma di Mattarella, costui ha avuto il coraggio di dire che in definitiva un suo assenso ha scarso valore, e dunque si è quasi offeso del fatto che Salvini osasse appellarsi a quel suo atto volto a ribadire l’obbligo da parte delle autorità locali nel dover rispettare quei provvedimenti. Se Mattarella non è un garante della costituzionalità di quanto firma, che cosa ci sta a fare? E’ solo un passacarte, una inutile cinghia di trasmissione? E’ vero che potrebbe giustificarsi osservando che in ogni caso, anche dopo un suo rinvio alle Camere di quegli odiosi dispositivi, queste sicuramente glieli farebbero ritrovare uguali identici sul tavolo, ma intanto un suo atto di rifiuto, anche se dall’esito precario, poteva suonare da campanello di allarme. Ma sul Colle più alto abbiamo solo un coniglio, pronto a tutto pur di sopravvivere, degno quindi di essere fischiato, e di rifiutarsi di assistere a sue eventuali prestaziini televisive dal significato scontato e risibile. Quanto poi alla mediazione che in questo come in altri casi si offre di fornire il presidente del Consiglio Colle, non si va oltre una furba proposta di metterci appena un po’ di vasellina, nello stringersi a morsa dei suoi due padroni, contro cui non può, non vuole confliggere, ma solo rendere meno gravosa la loro stretta.

Pin It
Standard
Attualità

Carol Rama, un eccesso di eclettismo

Ricevo dalla Galleria fiorentina Il Ponte una cartella contenente 35 riproduzioni di opere di Carol Rama (1918-1997) che suppongo essere in mostra, con invito implicito a prendere in considerazione il caso di questa artista. Purtroppo, a differenza di molti miei colleghi che si sono dichiarati “pentiti” di averla trascurata quando era in vita, io devo confermare la trascuranza, il silenzio con cui ho reagito alla sua attività, ben diversamente da quanto ho fatto in altri casi. Mi sono accorto in ritardo dell’importanza di Maria Lai, ma poi non ho mai mancato di dedicarle un posto di riguardo, per quel “racconto del filo”, come titolava una meritoria mostra al Mart, che da lei è partito, intrecciandosi, solcando lo spazio, irretendolo, intrigandolo in mille modi. Sono poi stato da lungo tempo un buon sostenitore di Carla Accardi, fin da quando, mi pare nel 2002, le ho fatto dare il Premio Belluno Cortina Artista dell’anno, ammirandone la fantasia illimitata nell’ordire i suoi arabeschi, e anche nell’affidarli a una straordinaria varietà di materiali, tra le due e le tre dimensioni. Qualche attenzione l’ho pure riservato per Marisa Merz, unica donna nel gruppo dei Poveristi torinesi, coi suoi animaletti contratti, viscerali, come altrettanti insetti, lumache, o lucciole di terra. Ma Carol Rama, no, scorgo in lei, e queste 35 tavole me lo confermano, un eclettismo sconclusionato che saltabecca da un versante all’altro delle ampie possibilità consentite dai tempi in cui ha vissuto. Forse il meglio si trova quando anche lei, come una Lai in versione di superficie, scarabocchia sul foglio dei grumi informali, mozziconi di scritture del tutto private e indecifrabili, di gusto post-informale. Ma poi, in alternanza o opposizione con questa scelta stilistica, la vediamo tentare anche le vie di una figurazione quasi di specie naif, molto rozza e provvisoria. Comunque, questi sarebbero tentativi di stare nell’arengo di opzioni vivaci e mordenti, ma mi sembra prevalere la sua frequentazione del Movimento Arte Concreta, con un geometrismo che allinea sagome, pezzulli, quadratini di tutte le forme, talvolta anche sommergendoli in un nero luttuoso, quasi sulla scorta di Burri. Per questa via, quantitativamente prevalente, la Rama costeggia altri esiti, c’è in lei l’estro libero con cui pure Giulio Trcato frequentava desinenze di carattere geometrico, ma sempre pronto a variarle, e comunque a farle scattare con mano sicura. E forse c’è pure un costeggiamento, o una precedenza, rispetto alle aste che con industriosa diligenza traccia nello spazio un torinese molto più giovane di lei, Giorgio Griffa. Il tutto però praticato senza che vi si possa rintracciare un sistema, una regola, la conferma di scelte stilistiche abbastanza ferme e costanti. Forse è un mio difetto andare alla ricerca della presenza, negli artisti che prendo in esame, di caratteri di questa natura, ma sono fatto così, e dunque lascio volentieri Carol Rama all’ossequio di altri, non è cosa adatta ai miei mezzi e strumenti di giudizio.
Carol Rama, 35 opere, a cura di Bruno Corà e Ilaria Bernardi. Firenze, Il Ponte, fino al 9 febbraio.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 30-12-18 (Manfellotto)

Dopo aver “sfruculiato” nel domenicale scorso, del 23 dicembre, l’ex-direttore di “Repubblica”, Ezio Mauro, mi sembra giuso ora rivolgere i medesimi strali contro un ex-direttore dell’”Espresso”, Bruno Manfellotto, a dire il vero comparso alla direzione di quel settimanale in modo ben più precario di quanto non sia capitato a Mauro, venendo avvicendato dopo breve tempo, secondo quel tumultuoso mutamento nelle direzioni con cui il glorioso settimanale si è comportato di recente come il proverbiale malato che cerca rimedio cambiando la posizione nel letto, senza peraltro riuscirvi, Si sa ben che ora quel giornale, per non cadere nel nulla, impone un proprio acquisto automatico assieme all’ammiraglia del gruppo, appunto “Repubblica”. Non so bene con quale rituale vengano effettuati questi licenziamenti, se con la brutalità con cui capitò a me, di sentirmi esonerato dalla sera alla mattina, dopo un quarto di secolo di onorato servizio come rubrichista per l’arte, da un direttore, Giulio Anselmi, a sua volta pure lui di rapido ed effimero transito. Ma almeno ad alcuni di questi effimeri capitani viene concesso come premio di consolazione di tenere una rubrica nei numeri a venire, come succede proprio al nostro Manfellotto, che però, almeno a giudicare da quanto da lui dichiarato domenica scorsa, assume toni disastrosi, meglio perdere che lasciare. La dice già lunga il titolo apposto a quel corsivo, “Primo, abolire le primarie”, detto a danno del Pd, con quella protervia dei nostri commentatori, anche se sulla carta sarebbero di sinistra, e preoccupati dalla brutta piega che hanno preso le cose di casa nostra, da quanto il pavido Mattarella ha voluto a tutti i costi regalare il paese alla banda Salvini-Di Maio. Ma predomina su tutto il “vae victis”, il Pd, e in particolare il suo condottiero del giorno prima, Matteo Renzi, ha perso su tutta la linea, quindi dagli addosso, con irrisione, scherno, sufficienza. Fino appunto a prendersela con le primarie, invece di lodare l’unico partito rimasto tra le rovine del nostro sistema politico che conferma uno strumento democratico quale appunto le primarie, ignorate da tutte le altre formazioni presenti nel nostro angusto arengo attuale. Vorrei proprio sapere, se il Pd non fa ricorso a questo strumento, a quale altra formula, metodo, soluzione si debba affidare per trovare il prossimo segretario di partito, con le enormi responsabilità che gli competeranno. Si vuole una specie di autopromozione, quella con cui nel secoli bui dell’impero romano qualche comandante di legioni si proclamava quale “princeps” del momento? E poi, sono davvero così affollate, queste primarie, come i critici malevoli, a cominciare dal nostro Manfellotto, si sbracciano a dichiarare? In definitiva, restano solo due candidati credibili, Zingaretti e Martina, e dunque viene proposta una scelta binaria, semplice, chiara, dove l’uno dei candidati appare spostata più a sinistra, mentre l’altro, lo voglia o no, sembra destinato a raccogliere in gran parte l’eredità di Renzi, tanto che io stesso lo voterò. Quanto a Renzi, lui ovviamente è il capro espiatorio, quello che viene sottoposto a un fuoco di fila di sberleffi, contumelie, ironie, le stesse che del resto erano state gettate in faccia, come le monetine, a un altro candidato a cambiare le carte in tavola, Craxi. Renzi ha compiuto la scelta giusta, proprio per sfoltire il quadro delle primarie, togliendo di mezzo un candidato debole, che sarebbe stato accusato da tutti di essere la sua maschera, la sua controfigura. Delle primarie tripartite sarebbero state un arduo problema, mentre ora la scelta tra due fronti appare molto più razionale ed efficace.

Pin It
Standard
Attualità

Silava Grasso: l’errore di portare un abito rosso

Ogni volta che Silvana Grasso esce con qualche nuovo romanzo, le confermo la mia adesione, e dunque la ripeto anche per questo ultimo “La domenica vestivi di rosso”, anche se forse non si tratta di un esito particolarmente memorabile, ma, nel suo caso, “repetita iuvant”, e dunque, si parte pur sempre dal mondo meridionale, in versione siciliana, che è l’humus congeniale alla nostra autrice, da cui trare personaggi e trame. Ma per fortuna la Grasso si mostra ben decisa a gravare i suoi eroi ed eroine di qualche piaga, di qualche tara corporale che ne consente anche l’evasione da un deprecabile “giusto mezzo”, condannandoli, o destinandoli, a coltivare qualche eccesso, qualche anomalia. Così è nel caso della protagonista del presente romanzo, Nerina Spanò, che nasce come robusta e florida bambina, ma portatrice di una salvifica, o orrifica deviazione. Infatti in ciascuno dei suoi piedini ci stanno non le regolamentari cinque dita, bensì sei, e dunque questa creatura è marcata fin dalla nascita da un connotato di mostruosità. In sé è ben poca cosa, ma quanto basta, in quel mondo di persone troppo ossequienti alla norma, per far gravare su di lei una specie di maledizione o di interdetto. Peraltro salutare, dato che, sentendosi espulsa da un vivere comune, la nostra Nerina può darsi al capriccio, nascondendo i piedi irregolari ma mettendo a frutto la sua prestanza fisica, e anche mentale. Infatti riesce bene negli studi, si avvia a una laurea, sogna addirittura di scrivere una autobiografia. Sul piano fisico, sentendosi reietta dal mondo dei normali, coltiva l’eros in modi eccessivi, senza remore e freni. Anche perché si trova quasi subito nella condizione di orfana, con una madre che muore quasi subito, e un padre che, in omaggio a uno stereotipo meridionalista, se ne va a fare fortuna in America, portandosi dietro anche una sorella di Nerina. Ma lei può contare su una cugina portatrice di una felice complementarità nei suoi confronti. Questa Natalina, così si chiama, è completamente dentro alla norma, tutta casa e chiesa, negata agli stimoli erotici, destinata allo zitellaggio, persa nei giorni a eseguire i modesti lavori domestici, come lo stirare gli indumenti suoi propri e altrui. Ovviamente la Grasso, fertile produttrice di opere, è condizionata da qualche schema, e dunque in questa ennesima uscita si ritrovano alcune impostazioni già presenti nel precedente “Solo se c’è la luna”. Anche qui compare un duo, tra una creatura satanica, tutta dedita alla rivolta, alla trasgressione, e invece una compagna che le assicura un po’ di tranquillità domestica. Il carattere eccessivo in qualche modo provocato dall’anomalia anatomica di cui Nerina è vittima le consente di trasgredire per ogni verso, a cominciare da quello linguistico. Entrata nei suoi panni, la narratrice può concedersi un linguaggio volgare, molto prossimo al parlato, disseminato di “cazzo” e di altre scurrilità del genere, che del resto la nostra Silvana sarebbe pronta a gestire direttamente, da abile performer quale sa essere. Ma soprattutto ad animare la vicenda ci sta la sfrenatezza di Nerina in campo erotico, il che le consente di squadernarci una brillante galleria di amanti, molti dei quali appartengono come lei alla categoria degli anomali. C’è il coetaneo barricato nel silenzio, e in una esibizione di mezzi di trasporto di alto bordo, fino a rimanerne vittima in un incidente spettacolare. C’è il medico rinomato cui Nerina si rivolge per essere curata, ma che risponde alle sue avances chiudendosi in un silenzio gelido e scostante. C’è infine un anziano, quasi un equivalente della figura paterna, un tale Leonardo, persona piena di anomalie e singolarità. Se ne sta barricato in casa, assieme a un gatto maestoso, ha quotidiani aneliti a partire dal natio borgo selvaggio, così da recarsi in stazione ma, preso da ansia, fobia, interdetto, rientra sconsolato tra le mura domestiche, dove ha accumulato un patrimonio di libri. Sua unica occupazione, di apparente generosità, è quella di aiutare le giovani studentesse a stendere le loro tesi. E’ insomma un misto di angelismo e satanismo, che non può mancare di attrarre Nerina, sempre alla ricerca di casi aberranti e insoliti. Forte e sicura nell’impostare i profili, le sorti dei suoi personaggi, la Grasso ha poi qualche difficoltà a “chiudere”, a saltar fuori dalle sue trame. Qui si vale di una soluzione quasi in linea con i “gialli” che oggi vanno tanto di moda. Nasce un incredibile equivoco tra il professore e l’allieva, questa ritiene utile “vestirsi di rosso” per stimolare il partner reticente a uscir fuori dal riserbo, ma è una scelta psicologicamente sbagliata che Nerina paga con la vita. Il rosso portato a livello di indumento si muta nel sangue della ferita mortale inflittale dal professore nevrotico. Trovo qualche similarità con l’abito bianco, sacrificale, con cui la parente di Piero Manzoni faceva l’autostop per le vie della Turchia, quasi alla ricerca del sacrificio estremo, come in definitiva anche la nostra Nerina se lo è cercato.
Silvana Grasso, La domenica vestivi di rosso, Marsilio, pp. 187, euro 16.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 23-12-18 (Mauro)

La mia riflessione di oggi è suscitata da un editoriale di Ezio Mauro apparso sulla “Repubblica” di mercoledì scorso, 19 dicembre, improntato alla solita moda attuale di dileggiare il Pd, di muovergli ogni possibile rimprovero, con la codardia che si rivolge ai perdenti. Intanto, attorno a Mauro, è sempre rimasto un mistero, almeno per chi come me è un povero cittadino fuori dai giochi, intendere la ragione per cui è stato esonerato dalla direzione di quel giornale, non certo per disaccordo con la proprietà e gestione di quel quotidiano, visto che ne è rimasto un commentatore privilegiato. E dunque, stanchezza sua personale, o che altro? E’ curioso che in un mondo della chiacchiera come l’attuale avvengano cose abbastanza consistenti, come la sostituzione di direttori di giornali, senza che ce ne venga spiegata la motivazione, mi riferisco ovviamente anche al passaggio delle consegne avvenuto al “Fatto quotidiano” da Padellaro a Travaglio. Ma dunque, veniamo alle gratuite irrisioni emesse da Mauro. La prima di queste riguarda la molteplicità di candidati in corsa per le primarie del Pd, invece di dargliene merito per essere l’unico partito italiano ad aver mantenuto l’abito democratico di stabilire per elezione chi ne debba essere il leader. Si noti che solo poco fa uno Scalfari aperto a tutto, a contraddirsi ad ogni uscita, proprio su “Repubblica” aveva rimproverato a Renzi il difetto di aver voluto agire da solo, come se in questo momento la politica italiana, e anche all’estero, non fosse fatta tutta di solisti, da Salvini a Di Maio, a un Berlusconi che solo da poco sembra aver accettato, per sua manifesta debolezza, di condividere qualche responsabilità con Tajani. Ma se si vuole evitare l’”uomo solo al comando”, ricorrendo proprio allo strumento democratico delle primarie, è inevitabile che ci sia una pluralità di candidature, e dunque un dato del genere non può essere occasione per fare dell’ironia gratuita a carico del Pd. Del resto, non è poi vero che il campo sia così affollato, in definitiva sono rimasti a contendersi solo due leader, Zingaretti e Martina, con pochi altri nomi senza alcuna possibilità di vittoria. L’aver tolto di mezzo un terzo incomodo, Minniti, è stato in definitiva un gesto salutare da parte di Renzi, che diversamente sarebbe stato accusato di volersi ingerire nell’elezione per interposta persona. Il bello è che attualmente, da giudici malintenzionati come Mauro, Renzi viene bacchettato qualunque cosa faccia. In definitiva, si era detto che dopo le due sconfitte successive patite dal Pd sotto la sua regia, egli avrebbe dovuto mettersi da parte, rifiatare, attendere magari un altro tempo di entrata. Ora che l’ha fatto davvero, apriti cielo, gatta ci cova, vuole minare il partito, scavargli la fossa. Si rasenta una tragica comicità quando Mauro muove accusa al Pd di stare coltivando il proposito di stringere una qualche alleanza col M5S. Questa era la soluzione suggerita da tanta parte dei cosiddetti liberi commentatori di sinistra. Quando Renzi aveva fatto la sua uscita contro, decisiva per bloccare una linea del genere, si era inveito contro di lui, accusandolo di essersi comportato ancora una volta come padrone del partito, arbitro della sua sorte, distogliendolo dal “sano” intento di ricucire con quel gruppo entro cui senza dubbio si è rifugiato un gran numero di elettori in uscita dal Pd. Il colmo del grottesco è che Mauro, sempre in quel suo editoriale degli equivoci, insinua che sia ancora presente nei Pd una tentazione del genere, mentre anche Martina, dopo qualche momento di esitazione, sembra ora sinceramente convinto di chiudere in quella direzione, questo almeno egli dichiara apertis verbis nel programma che enuncia nel dare la scalata alla segreteria del partito attraverso le primarie. E anche lo stesso Zingaretti non è proprio che si pronunci decisamente per una politica di alleanza coi Cinque Stelle.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 16-12-18 (Renzi)

Certamente sarei reo di una certa ipocrisia, quasi nel senso letterale della parola, di chi cerca di evitare di dare un giudizio, se continuassi a tacere sui passi attuali compiuti da Renzi. Tutto sommato confermo la fiducia che ho espresso tante volte a suo favore, ritenendo che solo da lui possa venir fuori una qualche azione salvifica per il Pd. E’ ridicola la tesi espressa da uno Scalfari ormai ondivago che insiste nello stendere ogni domenica qualche lenzuolo di stampa sulla “Repubblica” riempiendolo di pareri discordi. Che ci sia stato, e ci possa ancora essere del protagonismo in Renzi, è una ricetta che trova conferma in tanti altri leader del momento, in Salvini, Di Maio, Macron, Merkel, perfino nella May. Ormai, piaccia o no, più che i collettivi, dominano coloro che ne alzano le bandiere. Venendo a Renzi, non credo che egli voglia uscir fuori dal Pd per creare un uovo partito, sa bene che, come dicono i sondaggi, non potrebbe sperare di andare oltre un 10%. E del resto lo dovrebbe scoraggiare l’esito meschino dei suoi antagonisti di un tempo, Bersani and Company. Forse è il caso di prenderlo sul serio, che cioè per qualche tempo voglia davvero stare fuori dalla mischia, godersi lo spettacolo masticando pop corn. L’alternativa sarebbe stata di creare una mini-corrente a proprio nome, dall’esito incerto, affidata a un Minniti timoroso, e un po’ troppo segaligno, con un unico exploit alle spalle, la trattativa con la Libia per evitare le migrazioni, dall’esito molto incerto non tanto per colpa sua quanto per l’inesistenza di un soggetto politico attendibile, sull’altra sponda del Mediterraneo, con cui sostenere un dialogo costruttivo. Credo che Renzi si auguri che nessuno tra i contendenti rimasti in campo raggiunga nelle primarie il 50% più uno, a riprova che non c’è un leader capace di sostituirlo. In fondo, egli fa quanto i suoi critici lo accusano di non aver fatto subito dopo le due successive disfatte al referendum e alle elezioni del marzo scorso: prendersi una vacanza, stare a vedere alla finestra. Ritengo che sia quanto egli intende fare per il momento, aspettando il tempo giusto per un suo rientro in scena, ma nella parte del conduttore dei giochi, che è l’unica che gli si addice. Intanto, può benissimo svolgere il compito sacrosanto di oppositore del miserabile governo gialloverde, nei cui confronti ha il merito di aver dissuaso i compagni dal lasciarsi incantare da quel falso flauto magico. E quando si smetterà di dire che il Pd non fa opposizione seria? In definitiva il povero Martina si è sgolato in quel senso a più non posso. Per andare oltre ci sarebbe solo da fare la mossa che i migliori romanzieri hanno affidato a qualche malato terminale, rendersi utile per esempio, si legga Dostoevskij, andando a sparare allo zar o a qualche altro dittatore del momento.

Pin It
Standard
Attualità

Dom. 9-12-18 (applausi)

Il “Corriere della sera” di ieri, come del resto ogni altro quotidiano, ha riferito dei fitti applausi con cui è stata salutata la presenza del Presidente della Repubblica Mattarella alla prima della Scala. Io invece, se fossi stato presente, lo avrei sonoramente fischiato, come logica conseguenza di quanto ho detto su queste private e solitarie mie colonne, senza che alcun altro interprete di me più titolato mi abbia ripreso (in entrami i sensi della parola, confermando quanto da me detto, o sdegnosamente contestandolo). Io rinnovo l’accusa contro di lui di aver consegnato il Paese ai due gaglioffi che ci stanno portando alla rovina, un Di Maio, che almeno a sua conforto aveva un 32% di consenso elettorale, e un Salvini, che allora era fermo al 17%, ma che ben presto ha capito che poteva fare tesoro della sua posizione ricattando Di Maio, affacciato letteralmente sull’abisso, in quanto, se non andava al governo, sarebbe stato fagocitato dai compagni di partito. Come già detto da me varie volte, Mattarella ha agito per pura ignavia, per paura di dover affrontare i rischi e imbarazzi di compiere l’unico atto doveroso, di mandarci a nuove elezioni. Egli si è comportato da quell’essere vacuo, insignificante, con occhio spento, come Crozza ha magistralmente messo in evidenza mettendo a confronto una sua foto a quattro anni con una di oggi, mostrando la continuità di un carattere sfuggente e incerto. Non capisco neppure le ragioni di un consenso confermato di fronte alle ulteriori fughe dalla responsabilità del nostro Presidente, che invece di rimandare indietro le leggi che hanno destabilizzato i nostri risparmi ha proceduto a firmarle, a scanso di guai, limitandosi ad accompagnarle appena con un inutile fervorino di difesa di certi principi costituzionali, mentre sapeva bene che, dando il potere a quei due, tali principi sarebbero stati sistematicamente violati. L’unico apprezzamento che si può rivolgere al governo gialloverde, è di aver chiaramente preannunciato le sue mosse, e dunque Mattarella non si poteva illudere, sapeva bene che, a non fermarli, ci portava in casa la peste.
Ma c’è dell’altro in quegli applausi frenetici con cui è stato salutato l’Attila verdiano, del resto cosa consueta, il melodramma, e in particolare le sue messe in scena alla Scala, sono l’unica manifestazione artistica che riscuote omaggi sproporzionati, come non avviene per qualsivoglia proiezione cinematografica o commedia teatrale, e tanto meno a favore di un autore se si presenta qualche suo libro. Quanto alle mostre d’arte, là per fortuna non c’è il costume di applaudire. Invece alla Scala questo si fa, forse perché è un evento tranquillizzante, una conferma di benessere delle classi al potere che si “congratulano”, nell’accezione etimologica della parola, per quell’atto di sopravvivenza e di conferma di un solido “status quo”. Che poi lo spettacolo in sé meriti davvero quell’omaggio così retorico, è cosa tutta da dimostrare. Io, come credo qualsiasi altro cultore della contemporaneità su tutti i fronti della ricerca, mi sento del tutto refrattario all’opera dell’Ottocento, che per me vale fino a Mozart e Rossini, e caso mai ricomincia con Puccini. Qualche volta ci provo, a misurare le mie reazioni di fronte al melodramma, per verificare se col tempo ho raggiunto un qualche grado di accettazione. Venerdì scorso, trovandomi disoccupato in una camera d’albergo, ho tentato di assistere all’esecuzione dell’Attila, ma proprio non ce l’ho fatta, a cominciare dal libretto, gonfio di retorica, di un vocabolario già del tutto vecchio e sorpassato anche per quegli anni, spiriti di Manzoni e di Leopardi dove siete? Chi si sintonizza sul loro linguaggio non può che respingere quella lingua bolsa, che avrebbe bisogno di traduzione ai margini. Non me ne intendo affatto di musica, ma mi sembra che quel continuo “papazum” non sia particolarmente apprezzabile, oppure mi viene fatto di procedere a un accostamento alla mostra del Romanticismo che ho visitato, e stroncato nel settore di questo blog dedicato all’arte. C’è una corrispondenza tra Verdi e Hayez, magari, diciamo pure, a favore del primo, non dubito che in opere posteriori abbia dimostrato quell’eccellenza che usualmente gli si riconosce, ma nell’Attila mi pare che corrisponda davvero a quei dipinti accademici, oleografici che i nostri falsi romantici dedicavano a vicende medievali. Magari gli interpreti, la regia, le scene ci hanno messo del buono, per rendere accettabile un vecchio prodotto, così come uno chef tenta di ridare vita a vecchi cibi conservati nel freezer.

Pin It
Standard
Attualità

De Giovanni: tutto vuoto o tutto pieno?

Eccomi di nuovo a muovermi nello sconfinato territorio di para-letteratura oggi costituito dalla produzione di “gialli”, in cui appena due domeniche fa ho apprezzato l’ultima fatica del nostro giallista numero uno, Camilleri. Ora sono a dire abbastanza bene di un altro esponente di questa larga famiglia, Maurizio De Giovanni, che mi sembra raggiungere qualche grado di maggiore validità quando ci porge i frutti della serie intestata ai Bastardi di Pizzofalcone, mentre, sempre rovistando in questo territorio, ero stato severo verso un romanzo appartenente alla serie del commissario Ricciardi (“Il purgatorio dell’angelo”). Data appunto la validità di tale prodotto, mi chiedo perché la Rai si sia fermata, non abbia ricavato un ennesimo episodio del serial, confermando la curiosa stitichezza che affligge le nostre produzioni in materia, tutte ansimanti, boccheggianti, pronte a cessare dopo qualche prova, laddove i Cordier e i Barnaby della concorrenza straniera si prolungano in interminabili puntate. D’altra parte non è certo improprio giocare di rimbalzo, dall’esito televisivo a quello cartaceo, dove addirittura il rapporto si capovolge. La mia lettura è stata senza dubbio agevolata dal fatto che “vedevo” i personaggi, appena evocati sulla pagina, mi venivano incontro i volti degli attori che li hanno gestiti nelle poche puntate apparse sul piccolo schermo, e quasi divenivo io stesso il regista della puntata mancante, o lo spettatore virtuale di uno spettacolo inesistente.
Al solito, un primo requisito che ci deve guidare in queste letture e conseguenti valutazioni è il grado di verosimiglianza che presentano i vari lavori, dato che i nostri giallisti in genere sono renitenti a scivolare nel nero o nello “horror”. Da questo punto di vista l’attuale storia è ben confezionata, anche se non si capisce bene perché mai l’autore le abbia imposto il titolo di “Vuoto”. Certo, la vittima, tale Chiara Fimiani, ha un’esistenza abbastanza vuota, ma non più di tanti altri personaggi femminili, tutti “casa e chiesa”, assorbiti da una attività professionale, che nella fattispecie vede la nostra nei panni di una brava insegnante, dedita al riscatto di esistenze gravate di malanni, mentre non manca di rimanere fedele e devota a un marito, anche se questi la trascura, trattandosi di un uomo d’affari, posto al centro di un regno di commerci e traffici che gli danno agiatezza, come per esempio il possesso di uno yacht prestigioso. Il motivo di trama è molto semplice, questa brava donna e insegnante scompare, con preoccupazione dei colleghi, e difficoltà di intervento per i Bastardi, dato che il marito non ha affatto denunciato la scomparsa della coniuge, mentre i soliti superiori, burocratici, messi lì per impantanare la generosità dei bravi sottoposti, raccomandano che non si disturbi il manovratore, quell’insigne commendatore che oltretutto si dà pure a operazioni benefiche. Come quasi sempre succede in questi casi, le pagine più divertenti ed efficaci sono quelle dedicate proprio all’équipe dei Bastardi, ciascuno di loro coi propri difettucci e patemi e guai esistenziali cui ci siamo affezionati. Anche De Giovanni si permette qualche variante, come già era avvenuto nell’ultima prestazione di Camilleri, in cui Montalbano si era preso una vacanza dallo stucchevole e tedioso amore per la compagna sempre assente e lontana, invaghendosi di una collega comparsa all’improvviso al suo fianco. Qui succede la stessa cosa, nell’équipe dei Bastardi viene all’improvviso inserita una valida commissaria, Elsa Martini, e ne potrebbe nascere del tenero, con l’introverso e cupo Lojacono, impersonato da un Alessandro Gassmann decisamente lontano dal tratto aperto, conviviale, straripante del padre, per chiudersi a riccio a covare una sua infelice problematica, che non riesce a condividere con un’altra persona chiusa come lui, la procuratrice Piras. Ovviamente non devo incorrere nel reato di propinare a qualche mio incauto lettore, se mai esiste, la soluzione del giallo. Ho detto che ci muoviamo in un’orbita di verosimiglianza, ma questo significa anche che l’autore va a pescare in un repertorio prevedibile e scontato. Basti dire che il potente commendatore, al di là del volto perbenista di cui gode nel sistema, si macchia di orridi delitti contro minori. Ma questo non è un vuoto, al contrario, è un tutto pieno di emozioni, reazioni e orrori da cui l’esistenza della vittima, la brava Fimiani, viene travolta.
Maurizio De Giovanni, Vuoto, Einaudi stile libero, pp. 344, euro 19.

Pin It
Standard