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Dom. 20-5-18 (presidente)

Purtroppo pare che siamo ormai a un passo dal compiersi del crimine, che cioè i “barbari”, per usare la giusta espressione del “Financial Times” si insedino a Palazzo Chigi. Debole è il filo di speranza che in dirittura d’arrivo, domani stesso, Salvini, come cavallo impazzito, scarti dalla via obbligata, accolga l’accorato appello proveniente da Berlusconi e Merloni di un “Matteo, torna a casa”, evitando in extremis di andare a impiccarsi nella sconveniente alleanza con Di Maio, in cui gli toccherà recitare un ruolo subordinato. Parliamo piuttosto del comportamento tenuto in questa occasione dal nostro Presidente, Mattarella. Esiste lo stereotipo per cui si dichiara di avere “piena fiducia nella magistratura”, quando invece tutti diffidano di una casta che si divide a ogni grado di giudizio, che perde un tempo inaudito nello stendere le sentenze, e nel complesso nell’imporre alla giustizia dei ritardi che non trovano riscontro in nessun altro Paese. Allo stesso modo si usa proclamare che si ha “piena fiducia nel Quirinale”, ma al contrario nel caso presente Mattarella si è comportato da persona di scarso coraggio, preoccupato soprattutto di dover assumere l’iniziativa tagliando corto col balletto ridicolo degli indugi dei due contraenti. Ma meglio stare al loro gioco, accordargli una fiducia che sarà risicata, affidata ad appena una maggioranza di sei o sette senatori, ammesso che votino concordi, e che sarà interrotta ad ogni passo da liti intestine tra i due partners, già evidenti dietro l’angolo. Ma a questo modo, e a danno del nostro Paese, mettendo in piedi una fragile intesa, i due gli hanno tolto le castagne dal fuoco. Pensiamo quanta fatica, quanta responsabilità sarebbe stata per lui dover varare un governo di sua fattura, con l’incarico di andare al più presto a nuove elezioni. Nel che sarebbe stato palese il vantaggio di Salvini, quasi sicuro di arrivare al premio di maggioranza del 40% e di essere a capo del governo, dovendo fare i conti solo con Berlusconi e Meloni, conti senza dubbio meno ardui di quelli che ad ogni passo dovrà fare, da una posizione di inferiorità, col ducetto e presuntuoso Di Maio. Che vantaggio ci sarebbe, per un fervido sostenitore della sinistra come lo scrivente? Meglio avere un unico avversario, ben messo a fuoco, e oltretutto tirato per la giacca dal moderato Berlusconi, piuttosto che avere la somma sgradevole di due estremismi.
Quanto al “mio” Pd, cui mi sono iscritto in segno di adesione nell’attuale disgrazia, fa senso sentire Martina e suoi sostenitori pronunciare una reprimenda contro il governo Lega-Cinque Stelle, con le stesse bocche con cui hanno stigmatizzato la ferma pronuncia di Renzi secondo cui una intesa con i Pentastellati era impensabile. Al momento la saggezza di Matteo ha mantenuto unito il partito, in attesa di poter sostituire l’ondivago Martina, capace di tuonare solo a posteriori, con un più efficace segretario. Naturalmente in me resta la speranza che costui sia un fedele alla linea, quale potrà essere. dell’unico uomo forte di cui il Pd continua a disporre.

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Dom. 13-5-18 (disastro)

Ovviamente se davvero si realizzasse un governo Lega-Cinque Stelle per me sarebbe un disastro, la smentita di tutte le previsioni che sono venuto emettendo in questa sede, peraltro da inutile e solitaria mosca cocchiera. Di Maio potrebbe emettere un sospiro di sollievopèer aver raggiunto la salvezza sull’orlo del baratro, ma mi chiedo che interesse ne avrebbe Salvini. Una volta separato dal pur scomodo appoggio di Forza Italia, la sua consistenza di voti e di deputati sarebbe la metà del suo pericoloso alleato, pronto a divorarselo in un boccone, alla prima occasione. Sarebbe, da parte di Salvini, come l’attenersi alla prudenza del meglio un uovo oggi che una gallina domani, infatti egli mi sembra essere nella situazione di chi fra tutti ha meno da temere nell’andare a nuove elezioni, in quanto, rimanendo inserito in una coalizione di centro-destra, ne sarebbe il sicuro vincitore. Basterebbe non arrovellarsi per mutare il Rosatellum, su cui stupidamente si infierisce, mentre era pur sempre un tentativo di limitare i danni del proporzionale puro, magari rafforzandolo col fissare un premio di maggioranza al 40%, credo che sia una quota accettabile dalla Consulta. Si dice che Berlusconi sarebbe stato convinto a fare il passo indietro dalle paure dei suoi parlamentari di non essere più rieletti, a un prossimo turno, data l’implacabile perdita di consensi di cui risente Forza Italia. Potrebbe darsi che la riammissione all’agone elettorale che ora gli è stata consentita lo induca a riprendere fiducia nelle possibilità insite in nuove elezioni. Guidando di persona il suo partito, gli potrebbe consentire di risollevarlo. Sia detto tra parentesi che questa cessazione di un divieto dopo un certo intervallo di tempo dalla condanna ci ha sorpreso tutti, a cominciare dallo stesso interessato, pare che i suoi avvocati non glielo abbiano detto, altrimenti non si sarebbe tanto affannato a ottenere la cancellazione del reato da parte di un tribunale internazionale. La cosa ricorda curiosamente quanto ci succede per la patente, in cui vengono ridati i punti tolti per qualche infrazione, se nel frattempo ci siamo comportati bene. E’ stato inoltre osservato che, anche col passo indietro di Berlusconi e compagni, la maggioranza dei due aspiranti al matrimonio sarebbe molto risicata, sempre sull’orlo di andar sotto. Mi chiedo anche come vengano considerati i vincitori nei collegi uninominali, sono liberi di entrare nell’uno o nell’altro gruppo parlamentare, a loro scelta, o devono far parte di una formazione ad hoc?
Se comunque il famigerato e ignobile governo nascesse davvero, io mi sentirei di andare in giro con un cartello, sull’aria di quanto è avvenuto negli USA, con stampata la dichiarazione “questo non è il mio governo”. E mi vergognerei del mio Paese, che si porrebbe ai gradini più bassi dell’Unione europea, al livello dell’Ungheria o giù di lì, indegno di reggere il confronto con Francia, Spagna, Germania, Olanda, Austria, tutte capaci di evitare l’infezione populista, mentre noi ci siamo cascati in pieno, col rischio di cadere pure nel default economico, se solo i due complici volessero dar corso alle loro folli promesse, della soppressione della legge Fornero e dell’imposizione della flat tax, con altre amenità del genere.

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Dom. 6-5-18 (Buffon)

Si è rifatto vivo puntualmente il solito fronte antirenziano, costituito dalla schiera di commentatori politici per i quali ho rimesso in vita l’epiteto craxiano definendoli “dei miei stivali”, ma si potrebbe anche parlare di una ”vil razza”, non “d’annata”, ma semplicemente di giornata, attiva nei vari salotti televisivi della Gruber e compagni. Essi hanno osato proferire minacce e condanne per l’eccellente uscita televisiva dell’ex-segretario nell’ormai famosa intervista alla corte di Fazio, dove si è comportato come un portiere avveduto, diciamo come un Buffon, che quando la rete è sotto assedio non aspetta che gli avversari si facciano sotto e giungano al tiro, ma fa un’uscita coraggiosa bloccando la palla. Quella sua sortita ha cancellato l’orrida pretesa che il Pd aprisse ai Pentastellati. Si noti che dopo quel suo ammonimento nessuno, nell’intera Direzione del Partito seguita subito dopo, ha osato riaprire quel discorso, la palla è stata bloccata per sempre. A quel modo Renzi ha salvato il nostro onore dalla mala genia di quanti, per mendicare qualche posto di sottogoverno, erano disposti a porgere il fondoschiena agli affronti di Di Maio e compagni. Si noti anche con quanta eleganza sempre il nostro leader massimo, uscito dalla vicenda pienamente rinforzato, ha fatto confermare, senza colpo ferire, il Martina a una segreteria provvisoria, ben capendo che questo al momento è il male minore, tiene tutti uniti in attesa di soluzioni future più impegnative.
E così la palla è tornata a Mattarella, il quale a dire il vero si poteva risparmiare la consultazione in extremis di domani, ma il personaggio è lento e timoroso. Dopodiché non resterà che affrontare l’unica soluzione possobile, come mi ero permesso di profetizzare, nel mio piccolo, già il 5 marzo. Resta solo da fare un capo del governo si indicazione del Presidente, che non potrà consistere nel tenere a galla Gentiloni, con buona pace di Scalfari, contro cui tutti sarebbero pronti a lanciare bordate irresistibili, ma neanche uno dei due presidenti delle camere, figure troppo legate all’uno o all’altro dei fronti “non vincenti”. Dovrà essere un personaggio “terzo”, Mattarella ha solo il compito di frugarsi un po’ le meningi in questo senso, affidandogli quasi unicamente il compito di indire al più presto nuove elezioni. Questo non è un trauma, ma un rito contemplato negli annali della democrazia, ci sono già passate la Spagna e la Grecia, con esiti tutt’altro che disastrosi, stava per passarci perfino la prima della classe, la Germania. Basterà introdurre appena una modifica al Rosatellum, fissare un premio di maggioranza per la coalizione vincente che non sia superiore al 40%. Ho già detto che tra i “fake” commenti di nostri giorni ci sta l’esecrazione appunto del Rosatellum, come se l’introduzione dei collegi uninominali non fosse stato un utile contemperamento del rigore del proporzionale puro. Ripresentarlo, col premio come detto sopra, porterà quasi sicuramente alla vittoria la coalizione di destra, ma con ciò si ritroverebbe un ritmo bipolare. il Pd è già rassegnato a andare all’opposizione, ma come lo sono andati Laburisti in Inghilterra, i socialisti in Germania, i democratici negli USA, E’ ridicolo, indegno di politologi seri, il pianto funebre sulle sorti del Pd, ovvero di un socialismo democratico che finalmente è nato anche in Italia, dopo essere stato conculcato nei decenni dal dominio del PCI. Le idee, il DNA sociale, hanno radici robuste, alla fine del ’68 francese si è levato un motto propiziatorio, “comme le muguet renaitra un beau jour le mois de mai”. Stiamo sicuri che prima o poi anche dalle nostre parti rispunteranno il garofano o l’ulivo. Voglio invece sperare che col tempo si disciolga una formazione ibrida e qualunquista come il M5S, in cui fra l’altro appare già condannato a morte il borioso ducetto a nome Di Maio. Una postilla: per andare a nuove elezioni bisogna superare la ritrosia dei nuovi eletti che non se la sentono di rimettere in palio i loro scranni appena conseguiti, ma gli si potrebbe rilasciare un buono di riconferma automatica, se almeno non caleranno i voti che li hanno promossi.

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Dom. 29-4-18 (sillogismo)

Siamo in preda alla mala genia dei commentatori politici, quelli stessi che fino a un momento fa predicavano l’immancabile accordo tra la Lega e i Cinque Stelle, mentre un poverino e squalificato come lo scrivente aveva fatto notare fin dal primo momento che mai Salvini avrebbe abbandonato lo scudo protettivo proveniente dalla alleanza con Berlusconi, per andare nudo e crudo, col suo solo 17% di voti, a un abbraccio stritolante col ducetto presuntuoso che è Di Maio, interessato solo e in primis a fare il capo del governo. Ora quei commentatori prevenuti e balordi hanno adottato un sillogismo di questo tipo: premessa, Matteo Renzi è il genio del male, colui che con la sua presenza rovina sia il Paese intero sia il Pd. Premessa minore, non ci possono essere dubbi che egli respingerà il matrimonio con Di Maio e compagni. Conclusione: evidentemente questa matrimonio “s’ha da fare”, solo in esso c’è la salute dell’Italia e del Pd. Spero che stasera l’intervento di Renzi nella trasmissione di Fazio fughi per sempre questa prospettiva, per la quale oltretutto non ci sono i numeri, se la si seguisse ne verrebbe fuori una maggioranza di pochissimi voti, senza contare gli inevitabili franchi tiratori a ogni votazione segreta, a cominciare da Renzi e dal suo giglio magico, che naturalmente renderebbero pan per focaccia a tutti gli oppositori interni che quando lui era in soglio gli votavano contro appena possibile.
E dunque, non resta che formare un governo con un solo compito, rabberciare una nuova legge elettorale che consenta di sciogliere il garbuglio e di darci un partito o una coalizione vincenti. Si noti che una ennesima bestialità della stupida congrega dei commentatori “dei miei stivali”, direbbe il da me tanto amato Craxi, si ostina a dir male del Rosatellum, che invece, introducendo seppur parzialmente i collegi uninominali, ha attenuato l’effetto perverso del proporzionale puro. La parola è alla Consulta, altra congrega di pavidi e indecisi a tutto, ai quali tocca indicare un conveniente premio di maggioranza. Purtroppo tutto fa pensare che questo premierà il blocco di destra, mentre il Pd al momento non ha alcuna possibilità di rimonta, forse perderà consensi ancora di più. Quanto ai Cinque Stelle, se la sognano, di raggiungere una maggioranza consistente. Ma pazienza, sarebbe pur sempre il modo di ritrovare un bipolarismo nella situazione politica. Non è forse vero che questo accade regolarmente nella maggiore democrazia occidentale, negli USA? Era inevitabile, l’ho detto altra volta, che dopo due successi consecutivi dei Democratici la palla dovesse ritornare ai Repubblicani, seppure nella persona del pessimo Trump. Ora dobbiamo fare scongiuri che lui non commetta troppe bestialità, del resto pare proprio che qualche volta ci azzecchi. E dunque, dobbiamo rassegnarci a un ritorno al comando del duo Berlusconi-Salvini, sperando che la saggezza senile del primo riesca a temperare le velleità temerarie del secondo. Poi, chissà a una prossima occasione potrebbe ritornare il turno della sinistra, nella speranza che il qualunquismo dei Pentastellati prima o poi si sciolga come neve al sole.

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Dom. 22-4-18 (sindacati)

Ho trascorso una settimana in Tunisia, a Sfax, penso che dirò qualcosa in merito ma con maggior tempo di riflessione. Questo rinvio non è certo per ospitare una qualche puntata sull’eterno tormentone della nostra difficoltà a formare un governo, vedo che Mattarella prosegue con indefessa determinazione sulla strada di perdere tempo con incarichi esplorativi, ritengo votati al nulla. Ma posso sfruttare in via diretta quel mio soggiorno tunisino in quanto ho avuto occasione di riprendere in mano dei quotidiani francesi, gli unici diffusi in quel Paese,in particolare il “Figaro”, che giovedì scorso 20 aprile commentava la confitta della CGT, partita lancia in resta contro le riforme proposte dal presidente Macron, ma abbandonata dalle altre confederazioni, e soprattutto dagli iscritti di un tempo. Il che come è noto succede anche per la consorella italiana, la CGIL, cui non è stato propizio abbandonare l’odiato PD di Renzi per fare causa comune con l’ancor più fallimentare LEU, cioè con i rappresentanti in apparenza legittimi di un autentico sinistrismo. Ovviamente il giornale francese, organo di destra, è ben lieto nel dover constatare la crisi del sindacato più importante di casa sua, io certo non condivido un senso di sfiducia nell’arma del sindacalismo, grande fattore generale, dall’Ottocento in poi, a difesa dei diritti del quarto stato, contro la supremazia del terzo stato borghese. Se oggi, diversamente da quanto dicono in tanti, non è legittimo dichiarare che siamo semore in regime borghese-capitalista, lo si deve proprio alla presenza della preziosa opera di tutela della controparte esercitata dai sindacati. Ciò non toglie che si debba pour denunciare, anche da noi, una evidente inadeguatezza della CGIL portata a ragionare ancora in termini di industrialismo classico, come se la classe operaia fosse ancora rappresenta dagli appartenenti alle grandi officine. Da qui la difesa arrabbiata dell’articolo 18, come se di fronte alle imprese che licenziano e chiudono non fosse ormai il governo a esercitare una quale tutela. E’ poi stato un mio chiodo fisso, da quando negli anni scorsi scrivevo sull’”Unità”, di dover esortare i sindacati a opporsi alla possibilità delle aziende di trasferire la loro attività all’estero, nei Paesi in cui la mano d’opera costa assai meno che da noi. Verso quei Paesi, del terzo mondo, è necessari frapporre dei diritti doganali in modo che le loro merci, rientrando da noi, equiparino nei costi quanto prodotto presso i nostri “vecchi parapetti”. Ma soprattutto mi pare che la CGIL, troppo presa difendere il lavoro operaio nelle sue modalità classiche, come si svolge presso le grandi imprese, si è fatta assai poco carico della difesa dei lavori saltuari, per esempio dei poveri addetti alla consegna di pizze, o di acquisti fatti in rete, che dalla centrale Amazon vicino a Piacenza devono poi essere recapitati ai domicili privati. E non mi risulta che i sindacati siano intervenuti a difesa del lavoro in nero dei poveri extra-comunitari pagati scandalosamente solo pochi euro all’ora, o nel corso di un’intera giornata. E anche contro il guaio delle morti sul lavoro, perché gli ispettori sindacali non si fanno carico di un controllo capillare delle norme di sicurezza, reagendo sia all’incuria dei padroni, sollecitati dalla prospettiva di risparmiare, sia degli stessi operai, che magari per facilitare la propria assunzione o il favore dei padroni chiudono per primi un occhio sulle garanzie loro offerte? Insomma, la CGIL, come in Francia la CGT, non pare che si siano aggiornate sulle diverse modalità che il lavoro ha assunto nelle attuali condizioni tecnologiche.

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De Cataldo, quattro passi nel caos

Ho preso atto più volte che la produzione di una narrativa “gialla” di carattere popolare sta dilagando, fenomeno non insolito negli annali del romanzo, basti pensare alla voga estrema dei poemi cavallereschi nel medioevo, fino a produrre la follia di Don Chisciotte, capace per ciò stesso di affrettarne anche l’inevitabile fine. Questo evento apotropaico non si è ancora compiuto nel nostro tempo, quindi non ci resta che andare a vedere chi, in tanto diluvio, si salvi o no. E’ quanto sto facendo sia in queste noticine private sia nelle poche apparizioni “in chiaro”, cioè in cartaceo, che mi sono concesse dalla rivista ”L’ Immaginazione”. Così, ho avuto un giudizio oscillante sul mio concittadino Lucarelli, tra consensi e dissensi, ho denunciato l’ambiguità di Saviano, tra il volto del santone ufficiale e invece lo spietato sfruttatore di una materia purulenta. Mi hanno convinto le scritture pulite e i buoni ingranaggi di Gianrico Carofiglio e di Maurizio De Giovanni, assieme alle prove appartate del duo bolognese Ida & Zap. Invece non avevo mai avuto occasione di misurarmi su uno degli autori di grido di questa ondata, Giancarlo De Cataldo, me ne dà il pretesto l’uscita di un suo “L’agente del Caos”, ma devo dichiarare subito la mia delusione, non lo metterei certo in una squadra di promossi assieme ai Carofiglio e De Giovanni, con cui peraltro risulta che abbia collaborato a più riprese. Fossi in sede di “Immaginazione”, si tratterebbe di un pollice verso. Parafrasando il titolo, possiamo dire che siamo di fronte non a un “agente”, bensì a un “autore del Caos”. Il che potrebbe anche essere un bene, se un narratore il caos riesce ad amministrarlo, ma questo non avviene nel prodotto del Nostro, che nel caos precipita in misura incontrollata. Tutt’al più, gli si potrebbe attribuire la categoria dello hellzapoppin, di una rapida sfilata di comparse mobili e cangianti, come del resto rivelano gli smilzi capitoletti di questa narrazione. C’è uno scrittore in prima persona che ha misteriosi incontri romani con un a sua volta misterioso avvocato, tale Alwin Flint, che vorrebbe convincerlo a scrivere la biografia di un suo cliente, anche lui personaggio misterioso e cangiante, fin nei nomi da attribuirgli, e nei natali da riconoscergli, con tante variazioni sul motivo, in una impazzita pallina di roulette che alla fine si arresta nella casella dove troviamo un Jay Dark. Che dire di questo protagonista? Gli si può attribuire ogni capacità e qualità, è un bricconcello che vive di furti, no, è un giovane forte e furbo, padrone di se stesso, a cominciare dal fisico che gli permette di guadagnare qualche soldo sottoponendosi a test su droghe varie, ingurgita zollette di zucchero intinte di succhi fatali, lsd o prodotti analoghi, che però sopporta con disinvoltura, o invece no, cade nel delirio, sprofonda in incubi, e noi con lui. Il tutto nell’ambito di un ugualmente misterioso progetto escogitato dalla CIA o comunque dai poteri forti, che sarebbe di sconfiggere i giovani hippies statunitensi, allergici alla guerra del Vietnam, rovinandoli sotto un diluvio di droga riversata a piene mani. Uno dei tratti positivi del romanzo sarebbe di portarci a rivivere gli anni ’60 dei Figli dei Fiori, o ancor prima della beat generation, con i suoi riti fastosi, in un San Francisco dei tempi d’oro, e relativi santoni, come per esempio l’apostolo appunto dei viaggi favoriti dall’acido lisergico, Timothy Leary. In fondo, la scapigliatura di De Cataldo vorrebbe far rinascere la scrittura libera e disinvolta di un William Burroughs, ma senza la capacità di darsi un ordine, una regia, vivendo di espedienti, di trovate momentanee, come avviene al suo eroe principale Jay Dark, un momento sull’altare, ma il momento dopo sprofondato nella polvere, nella disgrazia, da cui però sa sempre riscuotersi riuscendo a farsi finanziare, e a vivere alla grande zampettando da New York a Los Angeles a Londra. Però in definitiva gli unici momenti per noi lettori apprezzabili e a misura d’uomo sono gli incontri in trattorie romane, tra il narratore autorizzato e lo strano figuro che pretende di ingaggiarlo. E ci sono tanti altri personaggi che passano in rapida successione, il lettore non fa quasi a tempo a memorizzarli, è consigliabile che si procuri un taccuino per prendere nota dei nomi, se no, a un passaggio successivo, non si ricorda di chi si tratta, che cosa ha fatto, da dove viene. Del resto in genere si tratta di comparse di poca durata, di puri flatus vocis, come fuochi d’artificio che sfrigolano nel buio e nel vuoto. E come si sa, può anche succedere che taluni di questi ordigni non riescano ad accendersi, restino a pesare inerti sulla pagina.
Giancarlo De Cataldo, L’agente del caos, Einaudi stile libero, pp. 321, euro 19.

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Dom. 15-4-18 (Lega e M5S)

Si scopre che tra i commentatori politici c’è una schiera di indefettibili vedovi o orfani del duo Salvini-Di Maio. Non bastano le proclamazioni che almeno il primo dei due ha fatto a favore dell’unità della coalizione di destra, Berlusconi compreso, molti continuano a non crederci, a pensare che sia solo una finta. Lasciate che i due bravi ragazzi si ritrovino lontani dagli occhi del cattivaccio Berlu e vedrete come sanno filare d’amore e d’accordo. E’ già indicata l’occasione, quando i due berranno un calice della pace al festival del vino a Verona, non lontana dal Ponte di Bassano che come si sa bene concilia le unioni. Naturalmente se Salvini non molla il partner, non è certo per lealtà, o perché si senta legato a lui alla follia, ma lo fa per convenienza, per calcolo aritmetico, perché se si presentasse al connubio auspicato da tanti col suo solo 17%, l’altro, che ha il 32%, farebbe di lui un solo boccone. Così invece può rivendicare che l’incarico al premierato tocchi, se non proprio a lui, comunque a un esponente della Lega. Salvini sì che è bravo e un passo indietro è pronto a farlo, eppure non si dica che supera di slancio i veti, si sa che ne ha emesso uno severo contro il Pd, che non speri di entrare nelì’ipotizzato governo a trazione leghista. Non è poi molto diverso dal veto dei Pentastellati nei confronti di Berlusconi. Il quale per conto suo ci ha messo un fermino, con quella dichiarazione estemporanea contro l’assenza di spirito democratico in Di Maio e compagni, cosa verissima, tanto è vero che solo qualche tempo fa ne era convinto perfino Eugenio Scalfari, con quella sua asserzione che fece scandalo secondo cui, tra Berlusconi e l’altro, egli non avrebbe esitato a scegliere il primo, e ha ragione, per quanti torti si debbano riconoscere al fondatore di FI, affidarsi a lui comporta meno rischi che affidarsi i amembri volubili, non sperimentati, pronti a tutto del M5S.
Correttamente il Presidente ha detto che non c’è più spazio per nuove consultazioni, che bisogna fare in fretta, ma in contraddizione con ciò si è preso qualche altro giorno di pausa, e speriamo bene che non proceda al rito inutile di mandare qualcuno a esplorare, quando ormai la situazione appare bloccata, e non può certo essere una figura di secondo piano a riaprirla. Che fare allora? Io nel mio piccolo, nella mia inesistenza, l’ho detto fin dal primo momento, non resta che un governo del Presidente affidato a una personalità super partes, al che certamente la coalizione di destra ci starebbe, e anche il Pd, con l’ostilità frenetica solo dei Cinque Stelle, che certo griderebbero al tradimento inaudito, al golpe. Compito di questo governo di tutti? Fare una legge elettorale decente, fondata su un consistente premio di maggioranza, il massimo che l’esosa e tremebonda Consulta riesca a concedere, magari anche al 40%, cui del resto il gruppo di centro-destra è già molto vicino. Meglio elezioni a breve termine, con la speranza di uscire dalla morta gora, piuttosto che vivacchiare malamente, attendendo che i due “si parlino”, e che uno di loro accetti di cedere all’altro il bastone del comando. Purtroppo da elezioni di questo tipo quasi di sicuro uscirebbe vincitore proprio il Centro-Destra. Pazienza, il berlusconismo ci ha governato, più male che bene, per un ventennio, dopo forse potrebbe riaffacciarsi una sinistra in regola, democratica, coi conti in ordine col suo passato, quale continua a essere espressa dal Pd, e non dalla banda abnorme, dall’armata Brancaleone dei seguaci di Di Maio. Chissà, perfino l’ottuso popolo italiano potrebbe avere qualche pentimento e ritornare sulla retta via.
Aggiungo che per porre rimedio alla fiera resistenza con cui gli appena eletti in Parlamento si opporrebbero a rimettere in gioco la carica appena ottenuta si potrebbe concedere una conferma automatica a molti di loro, con qualche meccanismo aritmetico non impossibile da trovare.

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Dom. 8-4-2018 (governo del Presidente)

Ho già deprecato, in passati domenicali, l’insipienza del popolo italiano che ha creduto ai “fake programs” elettorali, di Salvini con relativo impegno a rimandare a casa 600.000 immigrati, e di Di Maio, di dare a tutti un reddito di cittadinanza. Dopo l’esito disastroso delle elezioni mi sembra che i nostri politici si barcamenino come possono, vittime semmai delle loro false promesse e degli scopi divergenti che queste esprimevano. Una categoria di cui si può dire tutto il male possibile è quella dei commentatori politici, che ci assediano sia dalle colonne dei quotidiani, sia soprattutto dalle vane chiacchiere dei salotti televisivi. Fino a pochi giorni fa questa mala genia era quasi unanime nel prevedere l’intesa Lega-Cinque stelle, senza essere capace di fare un piccolo calcolo numerico. Salvini, per quanta fregola possa avere di andare al governo, sa bene che se si separa da FI, col suo 17% ha circa la metà dei voti della controparte, e dunque dovrebbe rinunciare all’ambizione di essere lui il presidente del consiglio. Come dicevo, non esiste una poltrona per due. La sua situazione è quella della tartaruga, che magari può avere in gran dispitto la corazza cui è costretta, ma sa bene che se vi rinuncia resta scoperta e indifesa. E dunque, Salvini ha bisogno, seppure obtorto collo, di avere in suo appoggio le altre due componenti della coalizione. L’annuncio che andranno tutti e tre assieme alle prossime consultazioni al Quirinale ha interrotto per sempre i sogni dei Pentastellati di andare al matrimonio con un compagno disposto a essere succube e minoritario. E allora Di Maio si è prontamente rivolto all’altro fronte, dimenticando la infinita serie di “vaffan” pronunciata contro i Pd, rinunciando perfino al veto opposto alla eventuale presenza di Renzi. Naturalmente questo suo spudorato voltafaccia fa del male, dato che tutti gli anti-renziani, così numerosi dentro il Pd, sono già pronti a rispondere a questo specchietto delle allodole, ad andare a leccare il deretano al vincitore accontentandosi di qualche posticino minore nella compagine del governo, pare però che il grosso del partito per il momento resiste. E allora? Credo sia facile previsione dire che Mattarella sarà costretto a fare il governo del Presidente, tutti dentro, resterebbero fuori solo i Pentastellati, a strillare come aquile spennate gridando all’inciucio, al tradimento del voto e così via. Naturalmente questo “tutti dentro”, anche col Pd, potrebbe avvenire solo con un capo del governo neutro, al di sopra delle parti, e con un programma minimo, mosso in definitiva dal proposito di preparare nuove elezioni formulando una legge capace di portarci fuori dalle secche, che si confermerebbero se si rimanesse al sistema attuale, magari rivisto in proporzionale puro. Ci vuole cioè un robusto premio di maggioranza, non so bene in quale misura la nostra pavida e indecisa a tutto corte costituzionale sarebbe disposta a concederlo. Basterebbe raggiungere il 35%, o ci vorrebbe un 40%? Naturalmente, una soluzione del genere null’altro sarebbe se non il ballottaggio previsto dalla riforma Renzi, che i politici, sobillati dall’iniquo popolo, hanno così dannosamente bocciato. Credo che l’intero Parlamento, Cinque Stelle comprese, sarebbe propenso a votare una riforma del genere, con la speranza che esca vincitore, o il blocco di centrodestra, o il solitario fronte pentastellato. Purtroppo per il mio Pd al momento anche così non ci sarebbero speranze, bisogna attendere che l’uno o l’altro di questi pretendenti al momento più titolati possa dimostrare quanto vane e inutili fossero, e saranno anche in una prossima campagna elettirale, le loro “fake” promesse. Insomma, il Pd, spero sempre col dinamico Renzi alla testa, si deve accingere a una lunga traversata del deserto se vuole sperare di risorgere a nuova vita.

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Dom. 1-4-18 (ancora la costituzione)

Credo che a molti politici e giornalisti nostrani farebbe bene un ripasso delle norme costituzionali. Forse Di Maio la smetterebbe di proclamare un inesistente diritto di essere incaricato dal Presidente della Repubblica, con il suo 32%, di costituire il governo, senza alcuna garanzia di trovare i molti voti che gli mancano a costituire una maggioranza. Salvini, almeno, è più prudente e non proclama di avere un pari diritto, si accontenterebbe che l’incarico andasse comunque a una persona del suo schieramento, ma perché sa di avere alle spalle una larga coalizione, mentre i Cinque Stelle sono totalmente isolati. Ma veniamo al fatto più incredibile, cioè alla pretesa, di commentatori politici che pure dovrebbero intendersene, quali Ignazi, Pasquino, perfino Franco e tanti altri, secondo cui il rimanere fuori dai giochi, da parte del PD, è appunto incostituzionale, o addirittura immorale, o comunque dannoso, per il loro partito e per tutto il Paese. Chi ragiona così ignora una legge pressoché costante della democrazia, chi perde va all’opposizione, punto e basta, questo vuole la dignità, un corretto gioco delle parti, il rispetto dei dettami costituzionali. Se guardiamo i maggiori Paesi dell’Occidente, né Francia né Inghilterra né Usa hanno mai dato prova di un inciucio che abbia visto i vincitori, ma relativi, privi di maggioranza, raggranellare i voti mancanti con l’apporto dei perdenti. Questo è avvenuto, e trova conferma, solo in Germania, ma per la serietà delle due parti che vanno a stringere la “grosse coalition”. Da noi sarebbe invece solo inciucio, papocchio, trasformismo. Si vorrebbe che il Pd andasse cappello in mano, deferente, in ginocchio, a porgere il deretano a chi lo ha accusato, sbeffeggiato fino a ieri, subendo contrito e pentito il rito del “vaffanculo”. Naturalmente questa predica assurda ai danni della riluttanza del Pd a concepire una possibile alleanza con il M5S ha un addentellato, che prima quel partito debba cacciar via Renzi. Non sono gli organi di quel partito a dover decidere, no, sono gli illuminati consiglieri esterni, loro sì che se l’intendono, rispettosi del motto pronunciato dal Gattopardo, che in Italia bisogna soprattutto sconfiggere chi vuole cambiare davvero. I loro predecessori si sono accaniti a suo tempo contro Craxi, e in definitiva anche Prodi non è uscito bene, mandato via due volte dal governo e una dalla pole position in cui si trovava per essere eletto nostro Presidente. Ora continua l’accanimento terapeutico contro Renzi. Invece è un coro di lodi a favore di Aldo Moro. Ieri è comparso sul “Corriere” un articolo contorto, tra il dire e il non dire, come è suo costume, di Ernesto Galli della Loggia, di cui tuttavia una volta tanto condivido la conclusione. Moro non avrebbe cambiato nulla, con la sua soluzione compromissoria e di esito dubbio, fin dal titolo, delle “convergenze parallele”. Si loda uno statista mediocre, pronto ad ogni compromesso, si crocifigge chi invece ha tentato davvero di cambiare le cose.

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Dom. 25-3-18 (presidenze)

La partita che si è giocata tra venerdì 23 e sabato 24 marzo per l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento è risultata controversa ma in definitiva di facile soluzione per il semplice fatto che di poltrone da spartirsi ce n’erano due, una per ciascuno dei gruppi vincitori delle recenti elezioni. Molti vi hanno scorto il delinearsi di un’alleanza anche per il governo, tra la Lega, che ha fortemente strattonato, fin quasi al limite di rottura, gli alleati di Forza Italia, e la controparte dei Cinque stelle. Ma la partita risulterà ben più difficile quando, per dirla col titolo di un film, ci sarà una solta “poltrona per due”, non vedo proprio come Salvini e Di Maio possano giungere a un accordo tra chi di loro sarà disposto a fare un passo indietro in vista del premierato. A questo scopo Salvini si deve trascinare dietro i riluttanti berlusconiani, diversamente gli resterebbe solo la prospettiva di fare il numero due del concorrente, più ricco di lui in parlamentari a proprio nome. Del resto, anche a pensare che al fine di quell’alleanza la componente berlusconiana si voglia tirare indietro, come si farà a distinguere tra gli eletti nei collegi nominali chi appartiene chi? Insomma, ci sarà uno scontro all’ultimo sangue Salvini-Di Maio, con un nulla di fatto. Continuo a ritenere che l’ipotesi più probabile resti ancora quella di un governo del Presidente per andare a nuove elezioni, con tutta calma, perché si è visto che i Paesi se la passano bene, e forse addirittura meglio, in assenza di governi formalmente istituiti. Inoltre, come ritoccare la legge elettorale per evitare il ripetersi di una situazione di stallo? Ci vorrebbe il ballottaggio, o qualcosa di simile, come un forte premio di maggioranza, ma a chi, a un singolo partito o a una coalizione? E sarebbe possibile ipotizzare, come nei giochi di borsa, un “rimbalzo” a favore del perdente Pd, o, come dicono in tanti, questo verrebbe del tutto “asfaltato”?
Intanto, come sempre ha ragione Renzi nel lamentare la insipienza del giudizio di Napolitano, che la colpa del Pd sarebbe stata di magnificare troppo i risultati del proprio operato. Ma può un governo in carica fare altro, se non mettere l’accento sui risultati conseguiti? Sono gli altri che possono promettere la luna, non dovendo rendere conto di quanto già fatto.
Ma certo resta da chiedersi dove il Pd abbia sbagliato nel suo modo di gestire il potere in questi pochi anni. Rimando a prossime puntate un’analisi più dettagliata, al momento mi limito a ricordare un motivo già da me accennato, il mancato rispetto del New deal roosveltiano, cioè un intervento massiccio con miliardi di euro per sostenere il lavoro giovanile. Si è data troppa fiducia ai pretesi “capitani coraggiosi” del privato, che hanno lucrato i tagli alle tasse ma poi si sono affrettati a licenziare, o a trasferire all’estero le attività o i soldi guadagnati. Da vecchio docente del DAMS, avevo varie volte predicato che si doveva procedere a massicce assunzioni di laureati per i vari centri civici, biblioteche di quartiere, cineteche e quant’altro. Franceschini ha impegnato soldi per una inutile riforma consumista. Il problema non era nominare dei direttori capaci di conquistare ai musei un maggior numero di visitatori, bensì di aprire concorsi per assumere in gran numero giovani addetti al sistema culturale del Paese. E anche sull’altro fronte che è risultato disastroso, degli immigrati, su cui ha giocato spudoratamente la Lega, non si è sbagliato nel sistema del salvataggio in mare, o di possibili, per quanto assai stentati, accordi con la Libia. Si è sbagliato nel permettere che gli immigrati evadessero facilmente dai centri di accoglienza andando a occupare le nostre strade. Oggi, come tutti sanno, ogni cinquanta metri incontriamo un extracomunitario col cappello in mano che chiede soldi per un caffè o un panino, Anche in questo caso ci vorrebbe una possibilità di larga assunzione, con adeguata retribuzione, per avviare questa mano d’opera a un servizio civile, quello cui i nostri giovani sono del tutto refrattari, sognando per sé solo lavori di alto profilo e di buone paghe, preferendo in alternativa di essere mantenuti da padri e da nonni usciti indenni dalla crisi.

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