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Un giusto omaggio a Baruchello

Giunto alla bella età di 94 anni (1924), Gianfranco Baruchello rischiava di essere un dimenticato o trascurato, finché non ha avuto al suo fianco Carla Subrizi che gli ha costruito attorno una Fondazione. Ora poi è intervenuto Gianfranco Maraniello a organizzargli un’ampia retrospettiva al MART. E dire che Baruchello lavora fin dagli anni ’60, con l’appoggio di un teorico, storico e gallerista come Arturo Schwarz, cui si deve, tra i tanti meriti, quello di aver sostenuto, proprio in quegli anni, la poetica di un’immagine “fredda”, di carattere analitico-combinatorio. Il carattere dominante di Baruchello sta proprio nello sminuzzare gli elementi, come per ricavarne delle tracce esigue, o delle decalcomanie, da raccogliere poi a sciami, o in album favolosi, in “scatole a sorpresa”. Del resto, basta fare ricorso ai titoli dei suoi sciami o costellazioni per averne definizioni superbe ed efficaci, come per esempio “polvere di stelle”, “altopiano dell’incerto”,”pioggia e lacrime delle cose”, “nei giardini del dormiveglia”, “mi situo come una macchia”. Infatti queste nubi di apparizioni delle volte perdono i tratti distintivi, e appunto fanno macchia, incrostazione, muffa sul muro. Negli anni centrali del suo lavoro gli era sorto a fianco un compagno, Gianni Emilio Simonetti, che rischiava di plagiarlo, fino a fornire un prodotto quasi indistinguibile dall’originale. Vale la pena di ricordare in proposito la testimonianza di un attento osservatore come Francesco Vincitorio, che andrebbe ricordato pure lui, con le sue iniziative coraggiose, quali il NAC, “Notiziario di arte contemporanea”, che per noi giovani critici, lungo gli anni ’60, era un ottimo banco di prova e di uscita alla luce. Poi, in una lunga collaborazione all’”Espresso”, lo ho avuto al fianco come scrupoloso compilatore di una vetrina di mostre degne di essere segnalate. Se ne andò poi sdegnato quando un direttore di turno tentò di imporgli di segnalare qualche suo preferito, al di là del merito. Ebbene, proprio Vincitorio ebbe a usare allora una felice definizione quando disse che i due, Baruchello e Simonetti, procedevano “laocontianamente” avvinti. Ma in seguito il più anziano dei due si è scrollato di dosso l’altro, che non so bene che terra tenga oggi, mentre il nostro ha, per così dire, allungato il tiro. Approfittando degli ampi spazi che il MART gli offre, ha voluto come andare a stabilire dei legami tra le isole vaganti in cui in precedenza si era manifestato il suo talento. Sono come delle liane, dei giunti flessibili, dei rizomi che vanno a pescare e ad allacciare le varie isole di tracce, e nello stesso tempo le immagini osano abbandonare la parete, discendere ad occupare le superfici, i pavimenti, con invasione tenace e inarrestabile. Ed esiste anche un fenomeno di tesaurizzazione, per cui quegli ingegnosi microcosmi vengono racchiusi in una bottiglia, pronta ad essere affidata al mare per mettere in salvo una preziosa campionatura di tutti i semi e germi della nostra condizione terrestre. Il linguaggio di Baruchello, insomma, scioglie ora più che mai gli ormeggi, diviene una salvifica arca di Noè che solca gli spazi a enne dimensioni, pronto a trovare fertili approdi, o a rimanere per sempre in uno stato di magica sospensione, pronta a ogni possibile esito.
Gianfranco Baruchello, a cura di Gianfranco Maraniello e Carla Subrizi, Rovereto, MART, fino al 26 settembre.

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Dom. 12-8-18 (passante)

Sappiamo tutti dell’orribile incidente che è avvenuto alcuni giorni fa sulla tangenziale di Bologna, con esito perfino fortunato, in quanto poteva essere una strage di persone, mentre senza dubbio esso ha causato danni ingenti alle auto e alle case. Purtroppo di sinistri di questa natura se ne potranno avere altri, finché la tangenziale correrà a due passi dal centro, oltretutto stretta, insufficiente a reggere il traffico, sia locale sia di lunga percorrenza. Il rimedio era ipotizzato da tempo, stava nel costruire un passante a Nord, nella contigua pianura padana, a congrua distanza chilometrica dalla città, il che avrebbe posto al riparo da eventuali prossime catastrofi. Ma la cosa è stata fermata, per deplorevoli ragioni elettorali, dal sindaco di Bologna Merola, che ha voluto ingraziarsi i sindaci dei comuni limitrofi onde ottenere il loro appoggio nella sua corsa alla presidenza dell’area metropolitana, escogitata, come si sa, in sostituzione delle Province. Quei sindaci a loro volta hanno imbracciato le deplorevoli ragioni dei verdi, proclamando che sarebbe stato un delitto portar via dei pezzetti di terreno agricolo, di cui pure ci sono vaste estensioni, per far sorgere quella struttura, senza tener conto che sarebbe stata una boccata d’ossigeno anche per i loro traffici, con bretelle agili di collegamento al sistema centrale. In sostituzione si è escogitata una soluzione orribile, quella di allargare l’attuale tangenziale, il che implicherebbe anni di lavori, espropriazione delle case, quelle sì, che gravano nell’area, con cause, proteste, contenziosi e così via. Un ginepraio di incerta soluzione. A dire il vero, i Cinque stelle parlano di voler bloccare questa soluzione di raddoppio della tangenziale, temo però che non sia affatto per rilanciare il progetto unico ad essere razionale e utile, cioè il passante in aperta campagna e a distanza di sicurezza. Temo che semplicemente la tesi dei padroni del governo, come in tanti altri casi, sia di bloccare ogni lavoro di allargamento, di difendere lo status quo, nonostante tutti i suoi palesi limiti e inadeguatezze. Sarebbe insomma un voler seguire la politica della decrescita felice, fino a ritornare magari ai mitici caratteri della civiltà contadina.

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Dom. 5-8-18 (mafia)

Uno dei tormentoni dei nostri giorni è l’infinita partita giudiziaria sulla questione dei rapporti stato-mafia, con il susseguirsi di sentenze di cui, in genere, l’una contraddice l’altra. Ne ha parlato con fine umorismo Paolo Mieli qualche giorno fa sul “Corriere”. Fra l’altro, è assurdo dichiarare che questa supposta intesa avrebbe affrettato la condanna di Falcone e Borsellino. Evidentemente, se questa intesa ci fosse stata, diventava inutile compiere quelle due stragi, cui semmai era affidato proprio il compito di affrettare l’ipotetico passo sciagurato. Ma non voglio certo entrare in merito alle due stragi del ’92 di cui rimasero vittime Falcone e Borsellino, su cui d’altra parte pare che luce sia stata fatta, anche senza inserimenti “dietrologici”. Invece sugli attentati successivi dell’anno dopo, del ’93, tutto sappiamo per merito di una trasmissione chiarificatrice condotta a suo tempo da Mentana, e in quel caso è palese che una simile trattativa c’è stata. Mi limito a riassumere a memoria quanto risultò da quella perfetta trasmissione. Alla fine del ’92 i parenti dei mafiosi sottoposti al carcere duro del 41 bis inviarono una lettera all’allora presidente Scalfaro chiedendo un gesto umanitario, una attenuazione di quel rigore, ma in un primo tempo, come era giusto, lo Stato non raccolse quella pressione. Allora i mafiosi a piede libero reagirono con gli attentati appunto del ’93, che furono leggeri, non tremendi come i due precedenti, volti proprio a una funzione di minaccia. In questi giorni si è commemorato l’attentato al PAC di Milano, in via Palestro, avvenuto il 27 luglio del 1993. Ebbene, diciamo la verità, esso era concepito non per fare necessariamente delle vittime, queste ci furono perché dei vigili si avvicinarono all’auto abbandonata andando ad aprirne il baule, gesto, come si sa, da evitare assolutamente in casi dubbi. Da qui lo scoppio di una bomba, che purtroppo uccise non so quanti di quei malcapitati e imprudenti, assieme a un povero barbone che dormiva lì accanto su una panchina del parco. E bastava che con prontezza di riflessi si togliesse la fuoriuscita del gas nella Palazzina del PAC per evitare la conseguente esplosione con relativi danni, che avvenne non subito, ma con ore di ritardo, proprio quando l’edificio era stato invaso dal gas lasciato in libera uscita. Anche la bomba a Firenze nei pressi degli Uffizi era leggera e dimostrativa, come pure quella contro Maurizio Costanzo. Però questi attentati ebbero l’effetto voluto, ovvero Scalfaro si spaventò davvero, e diede ordine a Conso, allora ministro di grazia e di giustizia, a intervenire alleggerendo di fatto il 41 bis, e dunque quello fu un patteggiamento evidente, quasi alla luce del sole, di cui pure ci si è scordati, preferendo inseguire patteggiamenti incerti e forse mai avvenuti. Si lascia insomma il certo e documentato per inseguire l’incerto e opinabile.

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Dom. 29-7-18 (Marchionne)

Siamo tutti commossi e sconvolti per l’uscita di scena di Sergio Marchionne, personaggio che si è fatto amare per tante ragioni, per essere stato self made man, venuto fuori dalla nostra gente; per essere stato intraprendente, geniale, generoso nella carriera, uomo dal tratto semplice e comunicativo. Purtroppo però la sua fine si è avvolta nel mistero, per colpa di quel buco nero, o iceberg di ghiaccio, esistente nel cuore dell’Europa, la Svizzera, che tutto nasconde nei suoi recessi. Trovo gravissimo che la clinica zurighese in cui il grande manager si è spento non abbia emesso dei bollettini medici regolari e abbastanza esplicit. In definitiva, Marchionne era uomo pubblico, e la gente aveva il diritto di sapere, a cominciare dalla sua stessa azienda, che ne ha appreso solo a poca distanza la prossimità alla morte. Un uomo come lui visceralmente legato alla sua azienda non l’avrebbe mai lasciata disinformata sulle sue condizioni fisiche reali, l’avrebbe preavvertita di un suo rischio di morte, invitandola a prendere provvedimenti, o partecipando egli stesso alla scelta del suo successore. Tutto lascia pensare che Marchionne non fosse affatto consapevole di una sua fine imminente, e dunque i siderei silenzi della clinica zurighese ci nascondono un mistero, forse l’effetto di una mala sanità, sembra quasi di avere a che fare con una novella del nostro Dino Buzzati dall’inesorabile e non scongiurabile andamento kafkiano Certo è che, se anche avessi un censo che mi permettesse di frequentare un istituto medico di alto bordo come quello, io lo eviterei con cura. Purtroppo la dietrologia avrà di che alimentarsi nei prossimi tempi, con riesumazione periodica di quel cadavere, come succede quasi per tutte le morti celebri.
Ma proprio per rendergli omaggio muoviamoci per un momento al suo livello manageriale, dove naturalmente non tutto è oro ciò che luccica. Lui stesso era consapevole di aver fatto troppo poco per convertire le sue auto al sistema di alimentazione di specie elettrica, subendo un ritardo rispetto alle concorrenti soprattutto asiatiche. Questo invece, per un sostenitore a oltranza come il sottoscritto della rivoluzione elettrica propria del contempuraneo (postmoderno) è un sogno miracoloso, pensare che si possano accantonare i cosiddetti prodotti fossili (carbone e petrolio), per passare decisamente al combustibile “bianco”, non inquinante. Però c’è una questione di cui tenere conto. Si accantonino le vacue, ingenue speranze che una consistente produzione di energia elettrica si possa ricavare da pannelli solari e pale eoliche, suscettibili di fornirci solo scarse percentuali del totale del fabbisogno energetico. Al giorno d’oggi, la corrente elettrica che le auto assorbono per ricaricarsi resta in gran parte prodotta proprio a forza di idrocarburi, col che il cerchio si chiude, ricadiamo in una spirale perversa. Ma c’è la soluzione delle centrali nucleari, che funzionano tutto attorno al nostro Paese, a pochi chilometri dai nostri confini. E dunque, anche per raccogliere il proponimento integrativo che Marchione rivolgeva a se stesso, si riapra il dossier delle centrali di fissione dell’atomo, in attesa che si compia il grande passo in avanti e che si giunga a realizzarne la fusione, scongiurando definitivamnente i rischi di fuoriuscite, di fall out disastrosi.

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Dom. 22-7-18 (Di Maio)

Continuo a pensare che il presidente Mattarella abbia recato un gran danno al nostro Paese nel favorire quasi oltre il lecito la nascita del governo improntato a due populismi, gli errori e orrori di Salvini congiunti a quelli orditi da Di Maio, con in mezzo il volto furbetto e volpino del premier Conte, che si trova a suo agio a navigare tra Scilla e Cariddi, tanto, lui non paga pegno, e quando prima o poi uscirà di scena, avrà un bel titolo da aggiungere al suo altrimenti scarso curriculum. Se fino a ieri teneva banco Salvini, negli ultimi giorni è passato al contrattacco Di Maio, perseguendo nella campagna elettorale, il suo primo obiettivo non è tanto di proporre soluzioni giuste per il Paese, ma di continuare ad assegnare sberle a Renzi e al PD, combattendo ogni loro scelta precedente. E dunque, fuoco di fila contro Boeri, messo da loro alla testa dell’INPS, tentando di convincerlo a scendere di sella prima del tempo. E tentativo di bloccare gli accordi raggiunti per l’ILVA, dichiarandoli illeciti e truffaldini. E poi, c’è il disegno di legge detto della dignità, di cui da più parti si è dimostrato che sotto la parvenza di rendere più sicuro il lavoro, di dare stabilità ai giovani, ne rende invece più precaria l’assunzione. Ma che importa? Purtroppo un’opinione pubblica incapace di giudicare, attenta solo alle promesse, sarebbe ancora pronta ad applaudire, ad assecondare. Siamo costretti ad attendere che una dura condanna di questa politica delle apparenze venga dalla realtà, ma passando attraverso disfatte e disillusioni.
Quanto al socio in malaffare, anche lui voluto da Mattarella, ho già detto che qualche legittimità si può riconoscere alla sua campagna contro quelle strane compagnie sportivo-umanitarie che sono gli ONG, simili a dei gitanti che vanno a fare spuntini, abbuffate nei campi, ma poi non si portano a casa i rifiuti, pretendono di scaricarli nella prima fattoria che si presenta ai loro occhi. Ci sono però limiti a tutto, se questa campagna è condivisibile, Salvini non può estenderla alle navi battenti la nostra bandiera, come ad altre anch’esse internazionali o di passaggio, per le quali i nostri porti devono rimanere aperti, con il seguito assai problematico di come trattare questi ospiti certamente scomodi ma inevitabili.
Tornando sull’altro fronte, anche qui non è detto che tutto sia condannabile. Se lo è senza dubbio il blocco polemico di quanto riguarda l’ILVA, che è un puro procedere in negativo, mi piace invece l’intervento al positivo del ministro Danilo Toninelli, che dichiara possibile mantenere l’Alitalia nel settore pubblico. Vi avessimo mantenuto anche l’ILVA, ora non saremmo di fronte all’increscioso dilemma su chi chiamare al suo salvataggio.

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Dom. 15-7-18 (ancora Mattarella)

Ritorno su un motivo già da me trattato, ovviamente nella mia insignificanza, che è stato un atto d’accusa contro l’ignavia del presidente Mattarella, che per evitare la grana di portare il Paese a nuove elezioni lo ha regalato a Salvini, col suo magro 17%, tale infatti era l’esito del voto del 4 marzo. Se oggi la Lega ha quasi raddoppiato i consensi, lo si deve proprio al regalo enorme ricevuto da Mattarella. Io ho sbagliato ritenendo che Salvini, come la tartaruga proverbiale, mai si sarebbe sbarazzato dello scudo rappresentano dallo spezzone di voti riportato da FI, il che gli avrebbe evitato di andare in condizioni di inferiorità al matrimonio contro natura con i Pentastellati. Ma non avevo fatto i conti con lo stato di disperazione in cui si trovava Di Maio, prossimo al baratro se in breve non avesse potuto rappezzare una qualche forma di governo, e per raggiungere un simile scopo era pronto a rinunciare al piatto di lenticchie della primogenitura. Questo è stato il calcolo astuto fatto proprio da Salvini, che gettando l’ancora di salvataggio al leader dei Cinque stelle lo avrebbe potuto ricattare, farsi dare una premiership di fatto, quale a detta di tutti è quella di cui oggi gode, libero di seguire la sua dura politica contro i migranti, cui proprio Mattarella, colpevole del dono insperato fatto alla Lega, ora tenta timidamente di porre qualche limite. Se fossimo andati al voto, avrebbe vinto un centrodestra in cui senza dubbio la Lega di Salvini avrebbe avuto la parte del leone, ma, si noti, non con la crescita spropositata che proprio il via libera concessogli da Mattarella gli ha consentito. Inoltre, ammettiamolo, la presenza seppure minoritaria di un Berlusconi sulla via di una tardiva saggezza senile, con l’aiuto di un altro moderato come Tajani, avrebbe potuto frapporre freni e ostacoli, Non dimentichiamo che qualche mese fa lo stesso Scalfari, posto di fronte a un quesito amletico, aveva confessato seppure a denti stretti che avrebbe preferito votare per Berlusconi piuttosto che per Di Maio. Se fossimo andati per quella strada legittima, ora avremmo un Salvini tenuto un poco a freno, e quanto meno si sarebbe evitato l’altro convitato scomodo, che recita a soggetto, in un quadro fumoso e incerto. Ma almeno, saremmo rientrati nella griglia di un certo bipolarismo. Mattarella, coi suoi occhi glauchi fissati nel vuoto, di un azzurro scialbo e inconcludente, ha fatto il grande pasticcio, speriamo che al più presto i due ladroni litighino tra loro e il carro italico si rimetta in carreggiata tornando alle elezioni.

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Dom. 8-7-18 (quesiti)

Intervengo ancora una volta sul tormentone del problema immigrati, tentando di stabilire una serie di punti fermi su cui il PD si dovrebbe attestare, rivendicando meriti passati ma anche correggendo errori, e in ogni caso incalzando l’attuale governo. Non credo affatto che i giochi siano fatti, la nostra causa può rinascere, basta avere fermezza di mosse.
1. Ho già detto che trovo sbagliato insistere nel “buonismo” di una difesa a oltranza delle Navi non governative, dallo statuto molto incerto, trovo giusto interdire a loro i nostri porti, tanto per cominciare a modificare l’accordo di Dublino.
2. Ma, domanda, Salvini intende interdire anche interventi di salvataggio della nostra guardia costiera, con relativo sbarco dei salvati nei nostri porti, e lo stesso si dica di salvataggi condotti da navi di transito? Un divieto del genere sarebbe inammissibile e da contestare con ogni energia.
3. 3. Qual è lo stato dei possibilili interventi della Libia in questo tormentato capitolo? Che cosa aveva ottenuto Minniti, o era solo un nulla di fatto? La guardia costiera libica interviene in misura efficace per riportare a riva i fuggiaschi?
4. Di che natura sono i luoghi di accoglimento degli immigrati che la Libia recupera, è vero che sono così orridi, peggio delle carceri? E l’ ONU non può svolgere una funzione mediatrice?
5. E’ possibile o no che la Libia funzioni come la Turchia, creando un decoroso centro di accoglienza dei fuggiaschi dalle zone sub-sahariane? L’UE è disposta a pagare lo stesso prezzo che dà alla Turchia, con l’effetto positivo di aver bloccato la rotta da Est?
6. Infine, dobbiamo rivedere il criteri di accoglienza degli immigrati che dovremo continuare ad accogliere. Il calo del loro numero temo che sia dovuto solo alle condizioni del mare, ora l’esodo pare essere ripreso in pieno. Quanti centri di questo tipo abbiamo e con quale conduzione?
7. Tentiamo di sfatare con energia la balla di Salvini, non è possibile rimandare a casa le migliaia di immigrati, che la casa non ce l’hanno più. Quindi è anche inutile, e comunque difficile, stare a distinguere tra chi fugge da guerre e chi invece lo fa per fame, motivo non meno giustificabile.
8. Riconosciamo che abbiamo sbagliato a pretendere di piazzare questi rifugiati nelle nostre varie comunità, questo ha alimentato paure, e slittamento dei voti verso la Lega. I trasferimenti devono essere legati a un inserimento dei soggetti nel mondo del lavoro, questo vale anche nei confronti degli altri Paesi dell’UE, che, come si è visto, non pensano certo di prendersi al buio le quote previste a tavolino. Gli immigrati sono una enorme forza lavoro di cui fare un uso razionale, I sindacati diano un loro decisivo contributo in questo senso. Insomma, ai rifugiati si ponga una alternativa, o si rassegnano a rimanere nei centri di raccolta a tempi indeterminati (rendendoli però vivibili), o accettano di essere avviati a lavori regolari, nei settori verso i quali i nostri cittadini sono del tutto refrattari. Questo significa che occorre affrontare tutti gli sbandati che errano come zombie nelle nostre strade, o che premono inutilmente nei luoghi di frontiera, proponendo loro lo stesso acquisito: o si lasciano riportare nei centri di raccolta, o accettano disvolgere lavori utili, retribuiti secondo canoni normali.

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Dom. 1-7-18 (Murri)

Non avrei nulla da aggiungere a quanto dicevo nel mio domenicale scorso, del 24 giugno, se non che pochi giorni dopo, giovedì 28, ho avuto occasione di esporne una sintesi in un incontro organizzato dalla sezione Murri del Pd. Quando sono arrivato, vi ho trovato una platea di anziani come me, o di poco più giovani, che si chiedevano tristemente cosa fare per evitare il declino emerso dalle ultime votazioni. In proposito, anche se questo non è stato l’oggetto del mio intervento, vorrei mandare un cenno di incoraggiamento, un invito a non credere ai tristi profeti di sventura, di scomparsa definitiva. La socialdemocrazia è una forza ancora presente nel mondo Occidentale, è al governo in Spagna e in Grecia, e perfino in Germania, seppure in posizione minoritaria, in Inghilterra potrebbe ritornare a vincere, e anche negli USA, dove i Democratici potrebbero riportare un successo nelle prossime elezioni di “mid term”. Va male solo in Francia, dove davvero al momento siamo quasi alla scomparsa, ma poi non tanto da noi, dove siamo pur sempre la terza forza partitica in termini numerici. Ma certo dobbiamo pur prendere atto dell’aver perso in pochi mesi un buon dieci per cento di consensi. E se ne comprendono bene le ragioni, non certo arcane. Come dicevo nel mio precedente domenicale, i motivi del successo di Salvini e, in misura minore, di Di Maio ci indicano in punteggiato in che cosa le nostre proposte non hanno funzionato. E dunque, dobbiamo prenderne atto e correre ai ripari. Venendo all’incontro di giovedì scorso, ho trovato troppo corrivo e “buonista” il discorso di Antonello De Otro, più attento e problematico quello di Luca Rizzo Nervo. Per venire al sodo, non è che Salvini abbia torto in tutto, mi pare giusta, e lo avevo già anticipato su queste mie pagine, la decisione contraria agli ONG, a questa strana consorteria di dilettanti, dediti a un’attività tra lo sportivo e l’umanitario che oggettivamente dà una mano agli scafisti, dimostrandosi pronta a raccogliere e salvare le fragili imbarcazioni da loro affidate alle onde. Lo facciano pure, se lo credono, ma vadano a sbarcare i salvati nei loro porti di partenza, o comunque se li procurino come clausola necessaria del loro altruismo, che diversamente è a spese nostre, troppo facile portarli nei nostri porti. Non è chiaro se Salvini pretende di estendere questo rifiuto anche alle nostre navi costiere impedendogli di raccogliere gli appelli dei naufraghi, questo sì che sarebbe grave e condannabile. E naturalmente i nostri porti devono rimanere aperti a navi che abbiano attuato dei salvataggi trovandosi sul luogo di passaggio, senza essere andate a cercarli di proposito. L’altro aspetto su cui dobbiamo darci una regolata è il connesso “buonismo” di voler andare a piazzare gli immigrati nelle nostre varie comunità, una soluzione che ha incontrato la diffidenza e il rifiuto di buona parte della popolazione. In proposito scattano due esigenze, che gli internati restino chiusi nei rispettivi centri, senza saltarne fuori “all’italiana”, come massa di irregolari che vanno a premere ai confini, o che turbano la tranquillità del nostro vivere civile. Si dà una grande possibilità, di far uscire gli immigrati, ma piazzandoli come forza lavoro opportuna, anzi necessaria, per coprire i tanti lavori cui i giovani italiani non intendono affatto adempiere. E allo stesso modo è inutile pretendere che gli altri paesi dell’EU si prendano a priori quote di questi immigrati, anche nel loro caso bisogna svolgere una attenta azione di piazzamento mirato, spedire via quanti possono essere assorbiti per vie legali, con tutti i crismi di un lavoro regolare.
Naturalmente, a parte questa minima quota di un possibile consenso, Salvini resta un orrido lanciatore di panzane, non è possibile il rinvio alle loro case di migliaia di immigrati, e riesce anche difficile la distinzione tra chi lo è per ragioni politiche o invece per ragioni economiche. La fame evidentemente è una causa non meno impellente di guerre o rivoluzioni politiche.
Infine, ammettiamolo, sia le mosse di Minniti, sia ancor più quelle di pari senso compiute da Salvini in direzione della Libia, per farle costituire dei centri di raccolta profughi, o per accettare le nostre motovedette ai fini di un servizio costiero più efficiente, al monto non sembrano dare i frutti sperati. Bisogna insistere, sperando in un forte finanziamento dell’UE, oppure possiamo noi stessi, come da me già detto più volte, prendere il posto della Turchia, chiedere un adeguato finanziamento e costituire questi centri di accoglienza pronti a una redistribuzione mirata e razionale di forza lavoro. Sarebbe anche una grande occasione per i sindacati, che al momento sono messi in acque peggiori delle nostre.
Col che ritroviamo grazie al solito punteggiato un’altra delle ragioni delle nostre sconfitte, ma rimediabile se impariamo la lezione. Ben poco, noi e i sindacati, abbiamo fatto per i giovani, a cominciare dai portatori di pizze e dagli addetti ai call center. Anche in questo campo ci siamo lasciati strappare il servizio dai Cinque stelle, lo dobbiamo riprendere in mano.

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Dom. 24-6-18 (blocco porti)

Naturalmente siamo pieni di sdegno per le bordate populiste di Salvini e Di Maio, ma il PD dovrebbe essere prudente, non limitarsi a protestare, a contestare. Ci si chiede come mai nel giro di pochi mesi si siano persi circa dieci punti di elettorato, ma le mosse del duo al governo ce lo spiegano in punteggiato. C’era nel popolo una grande preoccupazione per il fenomeno migratorio, e soprattutto per la redistribuzione nel territorio di questi salvati dalle acque, nei cui confronti si è chiuso un occhio, li si è lasciati sciamare fuori dai luoghi di concentrazione, consentendogli di venire a mendicare nelle nostre strade, ne troviamo ormai uno ogni dieci passi che ci tende il berretto. E dunque, c’è nell’aria un sentito bisogno di mettere un freno a questa invasione. Purtroppo gli interventi di Minniti, per quanto intelligenti, non sono sembrati sufficienti. Io stesso avevo anticipato la decisione presa da Salvini contro quella strana fauna di misteriosi e ambigui benefattori dell’umanità, cioè delle navi onlus e di altre istituzioni autonome, che pietosamente vanno a raccogliere i naufraghi. Mi sembra giusto imporre che completino l’opera, che si portino a casa questi salvati in mare. Troppo comodo cavarsela pretendendo di sbarcarli nei nostri porti. Naturalmente per ragioni umanitarie noi dovremmo rifornire queste navi di ogni assistenza, cibo, soccorso medico, nell’affrontare le lunghe rotte per arrivare ai loro porti, ma è giusto che questa clausola del provvedere allo sbarco dei salvati debba entrare nelle regole d’ingaggio. In alternativa, visto che l’esodo di sicuro continuerà, e raggiungerà punte alte proprio in questi mesi, con le condizioni di mare favorevoli, da un lato ci dovrebbe essere un sistema vigile, di droni e altro, per chiamare al recupero di questi gommoni o imbarcazioni precarie le unità della marina libica. L’obiezione è che, ove il recupero sia effettuato da loro, seguirebbe un internamento dei ripescati in centri d’accoglienza simili a spaventosi lager. Ma l’ONU in proposito dovrebbe essere in grado di assicurare una possibilità di controllo. Un buon esempio è quello fornito dalla Turchia, che a fronte di un congruo finanziamento dell’UE blocca i migranti dall’Est. Lo stesso si dovrebbe fare in Libia, senza andare a pensare a soluzioni bizzarre, come sarebbe l’ipotesi di creare questi “hotspot” in Tunisia, o in Egitto, o in Albania. Oppure diano un robusto finanziamento a noi, che potremmo comportarci al modo della Turchia, incrementando i nostri centri di accoglienza, e facendone pure dei centri di integrazione. Cioè gli ospiti, per i quali è vano pensare a un rientro nei loro Paesi di provenienza, che non li vogliono, ne escano ma solo quando ci sia la possibilità di assegnare loro un lavoro, e allora vadano a vivere secondo i requisiti simili ai nostri lavoratori. I sindacati si dovrebbero dare da fare in questo senso, senza accanirsi unicamente nella difesa del lavoro nella grande industria, lasciando invece abbandonati a loro stessi i poveri migranti taglieggiati dai “caporali” nelle campagne del Sud. Una operazione fallita è la pretesa che le varie nazioni dell’UE si prendano una quota di questi rifugiati, ma lasciandoli in questo loro stato ambiguo e incerto. Diversa invece è la cosa se si consegnano a loro quote di lavoratori di cui facciano regolare richiesta. Dappertutto c’è il fenomeno che nei Paesi agiati, come lo sono i nostri, i cittadini non vogliono più fare i lavori umili, manuali, di basso profilo, e dunque si amministri questa mano d’opera, sicuramente a basso prezzo, ma da trattare secondo i crismi della legalità, alla luce del sole. Così si eviterebbero i fenomeni spaventosi dell’ammassarsi di poveri disgraziati a Ventimiglia, o a Bardonecchia, a Chiasso, al Brennero, o sulle rive della Manica, nel tentativo di riuscire a compiere un transito clandestino, Di questo ci viene fatta colpa, di permettere questa emorragia che porta i migranti a premere selvaggiamente ai confini, che è il nostro modo di lavarcene le mani. Se invece diventiamo un centro di redistribuzione programmata, la cosa cambia aspetto, assume ordine, razionalità.
Ma qui siamo all’altra ragione della sconfitta del PD, la latenza dei sindacati, tanto è vero che la sinistra “dura e pura” del LEU non ha ricavato nessun vantaggio dalla nostra debacle, Che cosa hanno fatto i sindacati, a cominciare dalla CGIL, per tutelare il lavoro in nero dei poveri schiavi del Sud, o le attività sottopagate dei giovani portatori di pizze, o impiegati nei call center? Anche qui, il fatto che Di Maio sia intervenuto in primis a loro favore ci mostra in punteggiato un’altra delle ragioni della sconfitta, non aver accolto il grido di dolore proveniente da questa massa giovanile, inducendola così a votare compatta per i Cinque Stelle.

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Attualità

Dom. 17-6-18 (attracchi)

Quei due o tre lettori che leggono le mie cronachette sanno bene quanto io sia contrario all’attuale governo giallo-verde, ma nella specifica questione del negare l’attracco nei nostri porti alle navi non battenti bandiera italiana mi pare che Salvini abbia ragione, io stesso nel mio piccolo avevo già ipotizzato qualcosa del genere. Bisogna distinguere. Se i migranti sono salvati da navi nostre, o che si siano trovate sul posto per caso, è d’obbligo concedere che sbarchino nei nostri porti le persone così salvate dal mare. Ma è giusto mettere un freno per quanto riguarda le navi delle onlus o comunque di organizzazioni private. Non è infondato il sospetto che ci siano collusioni tra loro e gli scafisti, se non di fatto, almeno in senso virtuale, infatti i mercanti di carne umana ora la affidano a gommoni già in partenza a rischio, ben sapendo che dopo poche miglia ci sono i provvidi salvatori ad attendere i naufraghi, e che quindi questi funzionino quasi, per dirla proprio con Salvini, come un servizio di taxi. Bene, se lo vogliono, lo facciano pure, quali ne siano i motivi, se davvero umanitari, o invece appartenenti a una specie di sport di nuovo conio, o per ragioni di interesse, però completino l’opera prevedendo da subito che toccherà a loro portare i salvati in porti sicuri, togliendosi dalla testa la comoda possibilità di sbarcarli a casa nostra. Questo sarebbe anche un modo per cominciare a spartire l’arrivo dei profughi non facendone carico solo al nostro Paese, da cui poi non riescono ad andarsene. Infatti, come ben si sa, è del tutto fallito il criterio di una redistribuzione, a ciascun Paese una quota di immigrati, e anche la pretesa di Salvini di rimandarne la più parte ai Paesi di provenienza è al momento una sparata a vuoto. Mi sembra che si delinei un’impostazione giusta, da recenti dichiarazioni di Macron e Merkel, secondo cui il problema degli sbarchi deve essere assunto in toto dall’Unione europea. In fondo, abbiamo un modello che funziona, dato dal finanziamento accordato alla Turchia, che a quanto pare ha saputo creare dei campi di soggiorno per chi arriva dalla Siria o da altre zone dell’Est. E’ vero che la Turchia può funzionare in questo senso avendo un governo dittatoriale capace di assicurare la realizzazione di questo genere di operazioni. Lo stesso si dovrebbe fare in Libia, ma purtroppo qui non ci sono autorità sicure, vale comunque la pena di tentare, secondo la strada già imboccata da Minniti. Oppure, l’intera Italia potrebbe assume le funzioni che l’UE affida alla Turchia, ricevere cioè un adeguato finanziamento per potenziare la tenuta di centri di accoglienza come si deve, al riparo dalla nostra corruzione, e che non siano dei colabrodo da cui i prigionieri, simili a carcerati, sciamano via per poi andare a premere alle frontiere di Svizzera, Austria, Francia soprattutto, che in definitiva qualche ragione ce l’hanno, a tenere la porta chiusa. Ancora peggio succede da noi, dove i fuggitivi da questi centri assolutamente non accoglienti errano come zombies nelle nostre strade, ne incontriamo uno che chiede l’elemosina ogni cinquanta metri. Di centri di questo tipo, in definitiva, già ne abbiamo, si tratta di organizzarli meglio, e di porre ai loro internati una alternativa, o il rimpatrio, ma sapendo che questa è una soluzione a tempi lunghi, o invece l’assunzione per lavori adeguatamente compensati. In fondo, ci sono tanti lavori che gli Italiani non vogliono più fare, si pensi alla raccolta di pomodori e di frutti nelle campagne del Sud, o alla richiesta di domestiche e di badanti nelle nostre case. Suppongo che uguali esigenze si avvertano in ogni altro Paese d’Europa, e dunque potrebbe partire, dai nostri centri, una emigrazione mirata, con posti di lavoro garantiti. Di fronte a queste prospettive, male fa il mio partito, il PD, a irrigidirsi nella politica dell’accoglienza ad ogni costo, che probabilmente è tra le ragioni principali della caduta di consensi a nostro favore. E c’è da denunciare l’assoluta assenza dei sindacati, che si dovrebbero fare difensori di queste nuove possibilità di lavoro, sottraendo i migranti dalle vergognose condizioni di quasi-schiavismo in cui sono tenuti nel Sud. Tutti ammettono che l’Occidente, in piena crisi di natalità, ha bisogno di nuove forze-lavoro, eccole arrivare sulle nostre sponde, basta organizzarne l’accesso e la redistribuzione.

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