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Dom. 17-12-17 (Gruber)

Cronaca di una ordinaria serata di antirenzismo nel salotto Gruber, lunedì 11 dicembre 2017. Interlocutori, Luciano Canfora e Ezio Mauro. Si comincia male, affermando che il Pd è, secondo i sondaggi, al 24%. Il bello è che proprio il telegiornale della stessa rete 7, appena venti minuti prima, gli ha attribuito invece il 25,5%. Ovvero, la Gruber sceglie la quotazione che viene assegnata da Pagnoncelli dalle pagine del concorrente “Corriere della sera”. Dico subito che nel nome di un comune spirito di sinistra apprezzo l’antiberlusconismo dichiarato da entrambi gli interlocutori. Ma Canfora, qualcuno avrebbe dovuto dirglielo, si presenta proprio come un gufo sinistro e iettatore. Inutile dire che per lui il Pd renziano rappresenta un “socialtradimento”, una formazione che ha annacquato la sinistra “dura e pura”. Per fortuna che a raddrizzarne le sorti è sceso in campo il Presidente del Senato Grasso. In realtà le stesse previsioni, accettate dai due interlocutori, gli assegnano non più di un 5%, cioè esattamente un quinto di quanto al momento porta a casa il famigerato e traditore corpo centrale del partito, e dunque non sono poi tanti gli elettori che si sentono indotti a votare nel segno della purezza. C’è inoltre una prospettiva di convergenza, nel segreto della cabina elettorale, in base al criterio del voto utile. Naturalmente Canfora respinge una simile ipotesi, in nome di un curioso ragionamento, che il voto, in base alla stessa costituzione, è libero, e quindi inutile sperare che i votanti, “duri e puri” come lui si lascino attrarre da questo specchietto delle allodole. Eppure, se appunto il voto è libero e dato in coscienza, ogni votante si comporterà come crederà meglio, e dunque non è detto che segua rigorosamente i consigli di Canfora-Grasso. Senza dubbio Mauro è più morbido e flessibile, ma anche lui non ha dubbi sul fatto che il renzismo rappresenti un cedimento destrorso, un annacquamento dei valori autentici della sinistra. Anche per lui non esiste la causa della socialdemocrazia, che ha trionfato tante volte nei Paesi d’Occidente, negli USA di Kennedy, Clinton, Obama, o nell’Inghilterrra di Blair, e anche, qualche volta, in Francia e in Germania. Naturalmente, a conclusione della sua nota indagine sui fatti dell’ottobre sovietico di un secolo fa, se ci si pone il quesito di che cosa abbia fatto seguito alle speranze e alle delusioni di allora, la risposta è che non c’è risposta, l’orizzonte è vuoto e grigio, Quel qualchecosa che si chiama socialdemocrazia non vale la pena di essere preso in considerazione, si tratta di robetta annacquata, anche se Mauro, per sua fortuna, e a differenza di Canfora, non crede troppo neppure in una possibile resurrezione di una sinistra di vecchio stampo. Accanto alla Gruber, aggiungo che ora, in questo spirito antirenziano, si impegna pure il pur eccellente vignettista Gianelli del “Corriere”, quasi emulando le stilettate inferte da Crozza, dalla sua nuova sede. Certo è che bisogna invocare gli interventi salvifici di Prodi o di Veltroni, per rimediare al disastro annunciato del renzismo, o forse un antidoto può essere trovato in Gentiloni, in Calenda. Purtroppo la speranza in Pisapia si è già eclissata.

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Dom. 10-12-17 (Giavazzi)

Il solito liberista a oltranza del “Corriere della sera”, Francesco Giavazzi, ha colpito ancora, svolgendo la solita tiritera di condanna di tutti gli interventi statali. Per esempio, il ministro Calenda male ha fatto a richiamarsi al golden share di difesa di una azienda strategica come Telecom dall’aggressione francese. Se si tratta di aziende private, si accomodino, vengano a fare la loro spesa dalle nostre parti, noi abbiamo sempre e solo da guadagnarci, tutto pur di non far intervenire i dannati carrozzoni statali. Non importa elencare le aziende che abbiamo privatizzato, e che in genere hanno avuto tutte esiti negativi, si pensi appunto a Telecom, e a Ilva, e Alitalia ecc. Non si vede perché ci teniamo ancora Trenitalia, anche se pare che la concorrente Italo non se la passi troppo bene, ma in questi casi scatta la formula: si dia tempo al tempo. Non si vede perché ci teniamo ancora le Poste, invece di farne uno spezzatino da vendere sul mercato, e quale obbrobrio è l’esistenza della Cassa Depositi e Prestiti, forse che non rende un sapore simile alla famigerata IRI, di cui ci siamo liberati con tanta fatica, e con tanti guai conseguenti?. Anche nei salvataggi che il governo ha ordito a favore delle banche quanto di sbagliato c’è stato. Un liberista è guidato da una stella polare, ha per certo che il sistema privato, alla fine, vince sempre, basta ispirarsi all’immortale “laissez faire”, il mercato privato sa rimediare a se stesso, basta dargli tempo. Solo gli interventi della mano pubblica sono disastrosi, bloccano i processi, e naturalmente scaricano poi le tasse sui cittadini. Non si vede perché ci teniamo ancora il rammollito sistema universitario, non c’è forse la Bocconi a offrire un luminoso esempio al positivo? Le sue rette sono assai superiori a quelle richieste dalle università pubbliche? Ma è proprio questa la selezione che i vuole, largo al censo. Per i poveracci si potrà pur sempre istituire qualche borsa di studio, tanto per non dare l’impressione che intere classi sociali siano escluse a priori.

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Dom. 3-12-17 (tanti capi)

C’è un’assoluta dissimetria tra il fronte del centro-destra e quelle del centro-sinistra. Il primo è fatto di componenti consistenti, con storie e leadership abbastanza chiare e marcate, e percentuali di pronostici anch’esse ben accertate. Magari resta il dubbio se alla fine queste varie componenti, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, riusciranno davvero a saldarsi, ma molti lo danno per sicuro, almeno a livello di collegi elettorali. A sinistra invece per un verso c’è il blocco ufficiale Pd che mantiene una forza chiara e accertata, attorno al 25-26%, in barba ai malevoli e disfattisti, mentre le formazioni alla sua sinistra risultano del tutto provvisorie e instabili, come un mercato aperto che attira condottieri in cerca di fortuna. Si pensi a Pisapia e ai suoi sforzi industriosi, anche se sempre posti nel segno dell’ambiguità. Ora si aggiunge anche il caso di Grasso, e per fortuna che Prodi in genere si è tenuto defilato. Per non parlare dei tanti altri capi e capetti già scesi in campo a seguito delle varie uscite successive dal corpo ufficiale del Pd. Ciò determina una situazione di disagio e di inferiorità, da questa parte del fronte, del resto sono ben scarse le possibilità che le varie schegge impazzite alla fine accettino, magari, gli sforzi di Fassino e accolgano un appello unitario. Pare proprio che il PD, in sede elettorale, sia condannato a fare da sé, senza apporti sicuri dalla sua sinistra. Ma mi è già capitato di osservare che, nel segreto della cabina elettorale, questo potrebbe determinare un’attrazione positiva di tante forze così malamente catturate, e all’ultimo minuto, da leader improvvisati, Proprio la sostanziale omogeneità del blocco centrale del partito ufficiale della sinistra potrebbe esercitare un ruolo non marginale di attrazione.
Tra i due litiganti non credo assolutamente che ci sia spazio per una vittoria pentastellata, Di Maio, con tutta la sua sicumera, di sicuro non riuscirà a farsi dare l’incarico di costituire il governo dal Presidente Mattarella. E appare furbo il gesto di rinuncia pronunciato da Di Battista, anche se tutti “fingono” di accettare le buone ragioni della cura della paternità. In realtà Di Battista, insofferente di un ruolo vicario, aspetta che il più fortunato concorrente vada a sbattere per proporsi lui stesso alla prossima occasione.

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Dom. 26-11-17 (Agrippa)

Parliamo ancora dei vari referendum che si sono svolti di recente in alcune regioni dell’Europa per fini non sempre ben chiari. Il più famoso, svoltosi a Barcellona, si è rivelato come un’impresa pretestuosa e caduta nel vuoto. L’ex-presidente della Generalitat catalana, Puigdemont, si è spinto troppo avanti verso la pretesa indipendenza di quella regione dalla Spagna, in fondo ha avuto dalla sua parte non più di due terzi della popolazione, ed è stato ampiamente ammonito che una Catalogna indipendente non sarebbe stata riconosciuta né dall’ONU ne dall’UE. E alquanto misera, da sprovveduto, è stata la sua fuga a Bruxelles. Poi è sceso il silenzio, non si sa in quale stato si trovi nella capitale del Belgio, se a piede libero o in attesa di estradizione. Però è anche vero che il governo centrale di Rajoy male ha fatto a incattivirsi nella negazione, in casi del genere bisogna trattare, andare a vedere se si può concedere qualcosa di più in fatto di autonomie regionali. A questo modo il conflitto permane, pronto a riaccendersi a ogni pie’ sospinto. Le elezioni indette prossimamente si risolveranno in una vittoria dei legittimisti, dato lo stato di manifesta inferiorità in cui si trovano ora gli indipendentisti, ma il conflitto rimarrà aperto, pronto a far versare di nuovo lacrime e sangue.
Invece i referendum nelle nostre regioni del Nord sono stati una mossa burlesca del governo, di alleggerimento, ben sapendo, o sperando, che non aprivano nessuna via verso l’indipendenza, e dunque non avrebbero avuto effetti tangibili. Il desiderio di pagare meno tasse è comune a tutti, ma evidentemente urta contro esigenze elementari di ogni comunità. Certo si devono evitare gli sprechi, di cui i Leghisti hanno imputato “Roma ladrona”, ma abbiamo visto che anche le Regioni non sono esenti da accuse del genere. E poi, le produttive regioni del Nord, Veneto, Lombardia, dovrebbero sapere che se strangolano quelle del Sud, si riduce il mercato dei loro stessi prodotti, a chi li vendono? Trovo curioso che nessuno in merito abbia ricordato il celebre apologo di Menenio Agrippa, delle membra che si rivoltano contro gli organi centrali. Tra gli uni e gli altri ci vogliono partite ben lubrificate di dare e avere.

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Dom. 19-11-17 (nella cabina)

Oggi, lunedì 20 novembre, sono appena rientrato da una settimana trascorsa a New York, il che spiega il ritardo di un giorno nella compilazione del mio solito domenicale, che per una volta tabto diventa un lunediale. Per me è stata anche una settimana di pausa dai piccoli attriti della nostra misera politichetta locale, di cui non ci sono tracce nella stampa nordamericana, Ma appena rientrato, e appena ho avuto modo di scorrere i nostri due quotidiani a maggiore tiratura, mi sono subito trovato immerso nelle solite patetiche questioni, ce la farà o no, la sinistra, a unirsi? Credo che in proposito valga una vecchia massima proposta dal defunto Guareschi, quando in una vignetta diceva all’incirca, in vista dei quesiti elettorali di quei tempo: nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin, o qualsivoglia delegato del PCI, allora leader della sinistra ufficiale, invece no, non ti vede, e dunque tu, militante di sinistra, sei libero di comportarti come meglio credi. Lasciamo perdere Dio, cui un sano esponente di sinistra non può dare molto credito, ma un appello a un voto incurante degli ordini di capi e capetti, questo sì, mi sembra valido. Ovvero, osservavo già nel precedente domenicale, è un incredibile errore quello di credere che i vari spezzoni del variegato arco piazzato a sinistra del PD si trascinino dietro compatti i rispettivi aderenti, con relative cifre molto basse, a rischio di non superare la soglia di sbarramento. Si può appunto pensare che nel segreto dell’urna un sano membro di quel largo fronte faccia i suoi conti, si attenga alla ragione di dare un voto utile. Per fortuna, su un qualche militante di base non agiscono motivi di ripicca, odio, vendetta personale, rivincita, che sono gli impulsi per cui mai i Bersani e D’Alema, e ora aggiungiamo pure i Grasso e Boldrini, accetteranno di votare per Renzi, quali che siano i più o meno virtuosi intermediari. Si sa bene che per loro l’unico motivo valido a farli ricredere e a votare in accordo col PD è che alla guida di questa formazione scompaia l’odiato invasore, Renzi stesso, questa è la conditio sine qua non per avere una loro adesione. Ma siccome nessuno può costringere il ritenuto usurpatore ad andarsene, visto che ha avuto un enorme consenso da parte dei simpatizzanti col suo partito, il discorso è chiuso, nessuno potrà mai riaprire quella porta. Ma appunto è un errore che nel prevedere l’esito delle prossime votazioni si debba fare la somma, o sottrazione matematica delle formazioni così come si presentano ora. Ci potranno sicuramente essere effetti di deriva, di attrazione, di confluenza, e questo sia nei collegi uninominali sia nella componente maggioritaria del voto dato per liste distinte. Insomma, non mi sembrano del tutto vane le speranze del renzismo di portare a casa una maggioranza relativa, rispetto ai due fronti avversi sia della destra berlusconiana-salviniana, sia dei Cinque stelle. Detto questo, resta arduo immaginare quale possa essere il passo successivo, capace di costituire davvero una maggioranza di governo.
In merito c’è una novità sensazionale, che apprendo dalla nostra stampa, ignorata invece da quella statunitense, troppo preoccupata nel seguire i casi del dittatore Mugawe, come si addice a una potenza che resta ancora di portata mondiale e non vuole farsi ghettizzare dalle faccende europee. Pare che perfino la grande, potente Merkel si trovi nei guai nel tentare di comporre una maggioranza di governo con varie rappresentanze tali da colmare la non sufficiente consistenza del suo partito. Si parla della necessità di ricorrere a nuove elezioni, come una Spagna qualunque, o forse come un’italia avviata anch’essa su questa brutta china. Ma allora, ci vorrebbe davvero un forte movimento europeo di opinione pubblica per ottenere che i vari Paesi si trovino uniti nell’adottare tutti insieme il criterio del ballottaggio, quello che ha funzionato per Macron, che purtroppo ha funzionato anche per Trump, e che avrebbe funzionato anche nel nostro Paese, se non se ne avesse avuto paura, votando contro la riforma costituzionale renziana, con una tarda conferma venuta, ma a giochi ormai fatti, da una pusillanime Corte costituzionale, che ha escluso a posteriori il ricorso al ballottaggio, ma quando l’ombra di questa ipotesi aveva già prodotto il malanno, cioè aveva agito come una spinta in più ad affossare la riforma proposta dal renzismo. Solo questa soluzione può essere la via del futuro per rimediare a esiti elettorali diversamente sempre più frammentati e senza possibilità di confluenze.

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Dom. 12-11-17 (ancora Sicilia)

E’ incredibile e vergognosa la gazzarra seguita all’esito delle elezioni in Sicilia, esito scontatissimo che io stesso, l’ultimo e meno titolato dei commentatori, nel mio domenicale del mattino del giorno elettorale avevo potuto prevedere. Del resto, fin dai primi exit poll, alle ore 22 di quella domenica, le previsioni date dal TG7 di Mentana erano vicine al risultato finale, e mai il pur bravo direttore della Sette ha condotto una trasmissione più inutile e priva di motivi di interesse. Meglio avrebbe fatto a non rinunciare, il lunedì dopo, a darci il solito sondaggio sulle intenzioni di voto, ma a livello nazionale, nei cui confronti i risultati siciliani sono quasi del tutto irrilevanti, mai hanno costituito un attendibile prologo a esiti successivi di più vasta scala, E quando saremo di fronte a questi, si deve sperare che la quota dei votanti si innalzi, mentre si sa che in Sicilia questa è stata scandalosamente bassa, inoltre chiaramente inquinata da collusioni di mafia o di clientelismo. Insomma, è veramente stupida, o malintenzionata, la protervia con cui i commentatori si sono affrettati a trarre sinistri auspici nei confronti del futuro politico di Renzi. Neanche male se questi venissero dai partiti avversi al Pd, ma la vera vergogna della sinistra è quella di maggiorenti che non accettano mai i verdetti interni, sempre pronti a metterne in discussione gli effetti, nel caso specifico, sempre pronti, dall’interno, a mettere Renzi sulla graticola. Al momento, nulla può porre a rischio la leadership renziana, ma certo questo vale fino all’esito delle elezioni nazionali. Quando questo ci sarà, se gli dovesse essere sfavorevole, allora sì che la sua supremazia entrerebbe in discussione. In merito, come mi è già avvenuto di dire, è stolto fare i conti come se i capetti delle varie frazioni della sinistra, compreso l’ultimo arrivato Grasso, fossero capaci di trascinarsi dietro nel voto le sparute schiere dei loro aderenti. Nel segreto delle urne potranno compiersi aggregazioni, attrazioni verso il principio di dare un voto utile. Il popolo della sinistra sa ragionare meglio delle teste d’uovo dei commentatori patentati.
Da notare quanto sia stato stupido, supino il conformismo che ha portato a rieleggere Visco alla Banca d’Italia, così tagliando le gambe alla commissione parlamentare guidata da Casini, che pure sta mettendo in luce le magagne di controllori che non hanno controllato. Non era proprio possibile prorogare la conferma di Visco, non era saggia la mozione renziana volta a non assolverlo prima del tempo?

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Dom. 5-11-17 (anti.renziani)

Continua l’operazione anti-Renzi di tutto il culturame italico, con un epicentro nel salotto della Gruber dell’Otto e mezzo, dove non si tenta ormai più di mantenere un qualche equilibrio convocando anche un renziano d’ufficio, ma dominano i Padellaro e Travaglio e Scansi, tutti concordi nel dire che Renzi è il traditore della sinistra. Va in scena ogni sera la tradizione nostrana ferma nell’identificare la sinistra con il post-comunismo al cui confroto ogni apparizione di socialdemocrazia può essere sen’altro tacciata di social-tradimento. Per fortuna i sondaggi negano tutto questo clima di terrorismo, il Pd saldamente in mano a Renzi resta alto nelle percentuali, in competizione coi Cinque stelle, anche se inevitabilmente decurtato dalla fuoriuscita dei “veri” testimoni della sinistra. Però, guarda casa, questi autentici tutori di una sinistra che conta restano accantonati al 3%. Si pensi che autentico disastro per la causa della sinistra nel nostro Paese sarebbe stato se i Bersani e D’Alema fossero riusciti a spaccare in due quell’intero fronte. A quanto pare i veri rappresentanti dei lavoratori ragionano bene e non seguono quei suonatori di piffero. Naturalmente la cricca anti-renziana pregusta già il piacere della prossima sconfitta che il segretario riporterà nelle elezioni siciliane. Ebbene sì, non sto neppure ad attenderne l’esito, quasi sicuramente il blocco a guida Pd, con relativo candidato alla presidenza, arriverà solo terzo, vittima della scissione a sinistra, che certo, come già a Genova e in altri casi, un risultato lo riporterà, quello di impedire comunque che vinca la vile, ignobile causa socialdemocratica. Ma resta da chiederci se le elezioni siciliane siano davvero così anticipatrici del voto nazionale del prossimo marzo. Nulla sta a indicarlo, e dunque è ridicolo che, nel caso di una sconfitta renziana, già si predichi la necessitò di un suo passo indietro. Purtroppo questa minaccia risuona anche all’interno del partito, che è come una cipolla che si sfoglia di continuo, i perdenti nella corsa alla segreteria del partito, vedi il caso di Orlando, continuano a non accettare il responso delle elezioni interne, a minacciarne l’esito, a tendere trappole e insidie a chi ha legittimamente conseguito la carica di segretario. Ci si deve mettere in testa che le regioni a statuto speciale lo sono davvero, e dunque l’esito elettorale conseguito nel loro territorio poco indica agli effetti nazionali, questo va detto della Sicilia come dell’Alto Adige e della Val d’aosta, è ridicolo volerne trarre pronostici di portata generale. Fra l’altro, sarebbe il caso di unificare le varie scadenze elettorali per evitare la condizione perversa di un Paese che si trova in perenne campagna elettorale.
Sempre i soloni della sinistra oscillano tra contenutismo e formalismo. Se per un verso si collegano ai dati duri della società, per un altro verso sono difensori del formalismo più impeccabile, per cui è stato un reato, da parte del solito Renzi, mettere in discussione il rinnovo della carica di Visco, con intervento indebito, impertinente, fuori regola. Perché allora non fare direttamente una legge per cui il direttore della Banca d’Italia ha comunque diritto al rinnovo, qualunque cosa abbia fatto, magari con pene da comminarsi a chi pretenda la cosa assurda di mettere in dubbio proprio un rinnovo che deve andare da sé? Casini è avvertito, non pretenda che la sua commissione ponga in dubbio la specchiata condotta di Visco, sarebbe un reato inaccettabile, un giudizio positivo sul suo operato va da sé, si deve considerare dato a priori, guai a chi lo voglia sindacare.
Sempre i nostri anti-renziani, mentre pregustano la sconfitta che lo colpirà con l’esito delle elezioni siciliane, sono già pronti a fare i conti in base al sistema elettorale appena approvato dalle camere, il Rosatellum bis. Naturalmente. è stato obbrobrioso che se ne sia ottenuto il passaggio con ricorso a ripetuti voti di fiducia. Ma come, i nostri bravi sinistri e destri scavano delle buche per farci cascare la maggioranza di governo, per impedirle di legiferare, e quei disgraziati studiano dei percorsi per evitare le insidie, i tranelli, pretendono proprio che passi il volere della maggioranza? Quale inaudita prova di furberia. Ci si è messo anche Grasso, a dichiarare di essere rimasto turbato, da quegli infausti giochi di prestigio. In realtà abbiamo un Pisapia numero due, uno che si sfila dalla compagine renziana per tentare di mettersi a capo della “vera” sinistra. Che naturalmente non avrà alcuno sbocco in base al Rosatellum, su cui però molti calcoli sono sbagliati. Ovvero, i sondaggisti commettono un errore, ritengono che le minoranze sparute al seguito delle varie sirene della “vera” sinistra vadano compatte al voto, trascinandosi dietro le loro misere percentuali, con l’effetto auspicato di impedire, in ogni collegio, che vinca un esponente renziano. Ma se invece succedesse che nel segreto della cabina ciascuno votasse con la sua testa, e in base alla logica del voto utile, che si accorpa e fa massa, decidendo così di non confermare l’adesione ai gruppuscoli sparpagliati della sinistra e confluendo nella lista che sola può dare un esito positivo? Sarebbe un modo indiretto e certo debole di andare a una sorta di ballottaggio. Forse gli stessi seguaci di Pisapia, e ora anche di Grasso, sapendo di non essere visti nel segreto delle cabine dai rispettivi capetti, confluirebbero sul Pd, come di sicuro faranno anche alfaniani e verdiniani, che sanno bene che la destra ha già il braccio armato per farli a pezzi.

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Dom. 28-10-17 (referendum)

L’avvenimento del giorno è dato senza dubbio dai due referendum regionali, nel Veneto e in Lombardia, a proposito dei quali si devono pronunciare due sentenze opposte. O sono inutili, o dannosi. Inutili: è chiaro che, se servono solo per ottenere di pagare meno tasse allo stato centrale, anche gli abitanti delle altre regioni sarebbero d’accordo e chiederebbero di procedere a un analogo referendum. La stessa cosa vale se in particolare il fine viene detto consistere nella pretesa, del Veneto, di ottenere uno statuto speciale, come le vicine Bolzano e Trento. Se tutte le nostre regioni chiedessero di ottenere quel medesimo regime d’eccezione, nessuna lo sarebbe veramente. E non si considerano le ovvie ragioni che ci hanno indotto a fare quella concessione a Bolzano, per mantenere la pace con la comunità di lingua tedesca e alla Valle d’Aosta, in prevalenza francofona. Resta da chiedersi se motivi ugualmente cogenti siano esistiti anche nel caso della Sicilia. Mi meraviglio che, in tema di questa pretesa di versare meno imposte a Roma ladrona, nessuno abbia ricordato l’apologo di Menenio Agrippa. Queste regioni che pretendono di tenersi la maggior parte delle imposte ricordano proprio la rivolta delle membra contro lo stomaco che richiama tutto a sé, ma si deve pur riconoscere che poi esso redistribuisce le necessarie sostanze nutrienti. Forse, a correzione dell’apologo, si può obiettare che da noi il potere centrale si prende troppo e restituisce poco o malamente, d’altra parte non pare proprio che le amministrazioni regionali siano un modello di perfetta efficienza e si dimostrino capaci di evitare gli sprechi, la mala dissipazione di risorse.
Questo l’aspetto di inutilità dei referendum, ma quello del Veneto puntava più in alto, abbozzava un motivo di secessione. Dio non voglia che in altra occasione i Veneti chiedano di pronunciarsi sul rimanere o no nell’Unione Europea. Ritroviamo in merito per intero la diarchia tra Londra e il resto dell’Inghilterra. Milano in sostanza si è comportata come la capitale britannica, con bassa frequenza al voto (lasciamo perdere il flop del ricorso a un sistema elettronico, prima o poi ci si arriverà di regola). Solo le province lombarde, arretrate e bigotte, hanno tenuto alto il coefficiente di quella regione. Se invece il fatale quesito si ponesse ai vicini veneti, ne verrebbe di sicuro un Venexit, quindi, per carità, non aprite quella porta. Avventure quasi comiche di indipendentismo veneto sono già avvenute nel passato, e Zaia si vede abbastanza bene nei panni di un presidente della Generalitad catalana, forse per questa ragione non vuole distaccarsi dalla sua regione, sogna di portarla all’indipendenza. Ma il dialetto veneto non è una lingua, e la storia non concede al Veneto ragioni particolari per manovre separatiste, i fasti della Serenissima si sono estinti da tempo. Resta, al di sopra di tutto, la paziente opera di Gentiloni, che fa da spugna, non dà torto a nessuno, ma sa bene che non può concedere molto alle parti. Ci vorrebbe uno come lui a moderare lo scontro tra il governo spagnolo e Barcellona. Il pessimo Rajoy rischia di far precipitare la situazione e di apportare alla stessa causa unitaria della hispanidad un danno irrimediabile.

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Dom. 22-10-17 (Visco)

L’Italia, si sa, è il Paese del Gattopardo. O in realtà, ancora peggio, dato che la celebre formula enunciata dal Principe di Salina era doppia, prevedeva che ci fosse qualche ostentato tentativo di innovazione, ma solo in superficie, volto a lasciare le cose come stanno. Noi abbiamo perso per strada la prima parte, la mossa fintamente innovativa, e ci atteniamo a uno schietto misoneismo: proibito innovare, bisogna rispettare le forme, i modi tradizionali di procedere. Mi ispira queste considerazioni l’ondata di quasi plebiscitaria protesta contro la mossa di Renzi, che viceversa sembra improntata a un normale, prevedibile, perfino ovvio buon senso. Ma come? Il nostro sistema bancario è stato sottoposto negli ultimi anni a tutte le possibili crisi, il suo riassestamento ha causato al contribuente miliardi di spesa, e vogliamo assolvere a priori uno dei possibili responsabili di tanto guaio, cioè il presidente della Banca d’Italia Visco? E questo senza neppure condurre quale indagine, ma solo per rispetto del bon ton, perché si usa fare così, solo quel guastafeste di Renzi si permette di volerci guardare dentro. Il bello è che tutti già da tempo avevamo chiaro che una eventuale rielezione di Visco sarebbe stata in ogni caso problematica e che non poteva andare da sé. E’ farisaico, ovvero un attaccarsi all’etichetta, al regolamento, il far osservare quanto sia irrituale che a intervenire sia una mozione parlamentare, come se il governo, cui secondo rito spetterebbe la conferma o meno dell’alta carica, fosse una variabile indipendente, estranea al parlamento, e questo a sua volta del tutto incomunicante con il partito che gode della maggioranza in uno almeno dei due rami, purtroppo sopravvissuti entrambi per il misoneismo con cui si è rifiutata la salutare riforma proposta dallo stesso Renzi. Fra l’altro, nessuno, mi pare, ha svolto una normale riflessione che il rinnovo di Visco toglierebbe una metà di efficacia alla commissione parlamentare di indagine appena nominata, quasi a conferma di quanto questa risponda a un rito inutile, come molti paventano. Evidentemente tra i compiti di Casini e compagni non c’è solo da indagare sulle malefatte dei banchieri, in combutta con le forze dei partiti, ma metà dei compiti deve rispondere all’interrogativio se il controllore, cioè appunto la Banca d’Italia, abbia svolto adeguatamente i suoi compiti. Il rinnovo di Visco toglie dal tavolo tutta questa parte del quesito. Sarebbe madornale se al termine dell’inquisitoria la commissione parlamentare dovesse constatare che ci sono stare davvero colpe o mancanze su quel versante, ma che fare, con un Visco ormai tranquillamente riconfermato per un lungo periodo?
Credo dunque che il Pd, attraverso il suo segretario, bene abbia fatto a porre in dubbio l’automatismo di una rinomina di Visco, mentre male ha fatto il suo collega spagnolo, leader del Psoe, a fare da sponda ai rigori post-franchisti di Rajoy. La scomunica degli organi della Catalogna inasprisce il conflitto, mentre si doveva aprire un tavolo di trattativa, magari per concludere al termine che alla provincia ribelle erano già stati accordati tutti i possibili margini di autonomia. Ma trattare si doveva. Ora che farà il governo di Madrid? Manderà la guardia civil ad arrestare i membri della Generalidad? E’ ovvio che la maggioranza dei catani non se ne resterà inerte e passiva al fioccare delle misure punitive. Invece che versare acqua sull’incendio vi si è dato esca. Che lo faccia una forza di destra e retriva, appare quasi inevitabile. Che però questo avvenga con un sostanziale appoggio del principale partito della sinistra, questo dispiace e aggrava il vulnus.

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Dom. 15-10-17 (Rosatellum)

Naturalmente l’argomento del giorno è l’avvenuta approvazione alla Camera della legge elettorale nota come Rosatellum bis. In proposito è ridicola la protesta delle forze parlamentari non consenziente circa il ricorso alla fiducia, da parte del governo proponente. Questa è necessaria per evitare il boicottaggio con cui gli oppositori tentano di impedire il manifestarsi della maggioranza, quindi i veri anidemocratici sono loro. E’ come se dei bambini bizzosi preparassero una trappola ai danni dei passanti e poi protestassero se qualcuno manda all’aria il loro gioco, svelandolo ed evitando che si cada nella buca. Il boicottaggio di emendamenti avanzati in numero eccessivo, solo per fare da ostacolo, senza fondate motivazioni, si collega su un fatto che sembra del tutto opinabile, insostenibile. Perché in una materia eminentemente politica come il votare su una legge elettorale ci deve essere il voto segreto? Questo dovrebbe essere ammesso solo quando siano in gioco questioni di portata morale o religiosa o personale. Fra l’altro, è assurdo il fatto che il voto segreto su taluni argomenti sia previsto alla Camera e non al Senato. Questo è un altro degli inconvenienti provocati dalla bocciatura della riforma costituzionale volta a cassare il secondo ramo del Parlamento. Ma almeno non si potrebbe procedere a una unificazione dei rispettivi regolamenti? Non creo che questi siano protetti da qualche veto costituzionale. Nella speranza che il Rosatellum passi anche attraverso l’inutile rito del passaggio in Senato, con o senza la prova della fiducia, resta da chiedersi se esso valga a consentire qualche prospettiva di governabilità dopo le prossime elezioni. Resto del parere che ci voglia una poderosa campagna, non solo italiana ma europea in genere, per addivenire in ogni Paese al criterio del ballottaggio, come felicemente esiste in Francia, l’unica possibilità di guarigione dal male della ingovernabilità, oggi così diffuso in quasi tutti i Paesi occidentali.

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