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Dom. 20-8-17 (Regeni)

L’argomento del giorno potrebbe essere il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo, su cui sono piovute reprimende, accuse di debolezza del nostro Stato, o addirittura di condotta vergognosa e rinunciataria. In questo senso si è pronunciato un fondo di Franco Venturini sul “Corriere” di giovedì 17 agosto, ma mi sembra che una reazione del genere sia esagerata e ingiustificata. La cosa, ahimé, va ripetuta anche nei confronti dei genitori di Giulio Regeni, i quali, invece di inveire a posteriori sulla condotta troppo debole dei nostri organi governativi, avrebbero dovuto vegliare di più sul figlio, scoraggiarlo dall’intraprendere un viaggio pericoloso, in preda a eccessi di ambizione, a bramosia di distinguersi per qualche operazione brillante e meritevoli di encomio. Molte responsabilità si devono attribuire anche ai docenti universitari che pure loro non hanno dissuaso l’allievo dall’andare a compiere indagini così pericolose. Si sa anche quanto sia stato grave il loro silenzio, la loro reticenza su questo caso, tanto da giustificare i sospetti che in effetti fosse stata data al povero Regni qualche missione occulta, al di là delle motivazioni ufficiali. Si fa luce il sospetto che a indurre le ignote forze di polizia segreta egiziana a infierire in misura così selvaggia e abnorme sul povero ragazzo non ci siano stati per nulla i suoi rapporti con sindacati messi al bando, bensì appunto il sospetto che egli fosse legato a una rete di spie britanniche, da qui la tortura, la crudeltà inaudita messe in atto nei suoi confronti. Comunque, dopo il gesto puramente simbolico di richiamare per qualche tempo il nostro ambasciatore, il nostro governo non poteva fare altrimenti, non poteva perseverare nel fare “la faccia feroce”. In definitiva, Regeni non era stato mandato in missione da noi, era in Egitto per ragioni private e anche abbastanza oscure, o tutt’al più per un incauto donchisciottismo, che genitori e autorità accademiche avrebbero douto frenare. Che si voleva da noi, che dichiarassimo guerra all’Egitto, che lo invadessimo? Mentre sono evidenti gli interessi che ci impongono di ristabilire, pur con un dittatore spietato come Al Sisi. un modus vivendi. Non è vero forse che oggi si usa rimproverare l’Occidente di aver sterminato Gheddaffi, o forse addirittura Saddam Hussein, così destabilizzando quelle regioni? Si sa bene qual è la posta in gioco, lubrificare i rapporti con Al Sisi perché lui a sua volta si faccia mediatore tra noi e Haftar, il dittatore di Bengasi con cui dobbiamo fare i conti in Libia. E dunque, gesto corretto, dovuto, quello di ristabilire normali relazioni diplomatiche con l’Egitto. Semmai, in tutta questa vicenda emergono i torti della nostra “intelligence”, toccava ai nostri servizi segreti cercare di appurare il vero motivo dell’accanimento contro il povero Regeni, e soprattutto capire a quale livello erano poste le forze del male intervenute su di lui. Se addirittura queste risalivano al dittatore Al Sisi, nulla da fare se non abbozzare, tacere, mandar già. Ma la cosa è molto improbabile. Per quanto incauto sia stato Regeni, difficile pensare che le sue minacce fossero giunte a colpire in così alto loco, e dunque è intervenuto contro di lui qualche organismo intermedio, Toccava alla nostra “intelligence” indicare al governo di quale livello di quali responsabili si è trattato, nel quale caso forse le alte autorità egiziane avrebbero potuto far cadere qualche testa intermedia per ristabilire una normalità di rapporti con noi. Purtroppo il silenzio totale che i nostri servizi segreti non sono riusciti a dissipare porta a una molto probabile cancellazione dell’intero caso.

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Dom. 13-8-17 (Haftar)

Il problema dei problemi continua a essere quello dei migranti dalla Libia. Appena si intravede uno sprazzo di lice, un’ombra minacciosa viene a contrastarlo. La sacrosanta pretesa che le OGM firmino un impegno di rispetto di certe regole col nostro governo, e che sta avendo un quasi pieno successo, ha d’altra parte un lato negativo, dato che in questo modo saremo obbligati ad accogliere le persone salvate da loro. Un nostro intervento a fianco delle forze regolari della Libia non si sa se è accettato o no, da un lato a quanto pare una nostra nave-laboratorio è in piena azione a Tripoli per rimettere in funzione le loro navi costiere danneggiate dagli attacchi anti-Gheddafi, ma salta fuori la volce di un rancoroso Haftar che dichiara che comunque un qualche intervento nelle loro acque sarebbe un atto di ostilità, aggiungendo anche, cosa incredibile se vera, che nessuno da parte nostra l’avrebbe consultato, puntando in esclusiva sul debole Serraj, mal servito perfino da altre autorità tripolitane. Sarebbe di grande aiuto che sulle coste libiche si creassero degli “hub” per accogliere i respinti, o i recuperati dalle nostre navi, ma giungono voci tremende, quei luoghi sono delle carceri invivibili. Ci vorrebbe un intervento massiccio dell’ONU, o dell’EU. Giustamente si invoca un trattamento paritario rispetto alla Turchia, che con soldi della Comunità è riuscita davvero a creare una zona per trattenere l’emigrazione attraverso i Balcani. Ma là c’è un dittatore che ha il controllo totale del Paese, cosa che non sussiste minimamente in Libia. Suggestiva è pure la tesi di Haftar che la vera barriera di contenimento va posta a Sud, alla frontiera tra la Libia e i Paesi subsahariani da cui proviene il maggior numero di migranti, ma ci vorrebbe un piano faraonico di posti di contenimento della lunghezza di migliaia di chilometri. Sarebbe davvero una bella impresa se Macron riuscisse davvero a dare a Haftar i mezzi per costruire questa Maginot di nuovo genere, ma ormai la credibilità del napoleonide francese è messa a dura prova. E anche da noi le cose non funzionano, i nostri “hub” sono luoghi carcerari invivibili, del resto, proprio per un tale infimo trattamento emettono un invito implicito ai poveri confinati ad andarsene, a sgattaiolare fuori invadendo le nostre contrade e più ancora premendo alle frontiere con i Paesi del Nord, che li temono come una invasione di cavallette. Anche qui, più che una distribuzione di questi ospiti inattesi a piccoli spezzoni, sarebbe più opportuno migliorare i centri di accoglienza e di farli funzionare da filtri, da erogatori di persone nella misura che ci sia una richiesta ufficiale di questa forza-lavoro. Sempre meglio che dei migranti entrati nella clandestinità cadano vittime del caporalato e si vedano costretti a lavorare in condizioni bestiali. Ho già detto che sarebbe un sacrosanto compito dei nostri sindacati vegliare su tutta questa partita, invece che incattivirsi nella contesa con Renzi per recuperare il vecchio collateralismo col PCI cui erano tanto affezionati. L’accusa che questi migranti, una volta inquadrati e avviati a un lavoro, rubino il posto ai nostri giovani è solo una leggenda metropolitana, in quanto i nostri giovani si rifiutano ai lavori umili, preferiscono farsi mantenere da padri e nonni, se non trovano posti di buon livello. E’ da parte loro una richiesta legittima, ma allora non si dica che l’impiego dei migranti gli sottrae posti che non vogliono, e dunque si profila la possibilità di un impiego funzionale di questa enorme forza-lavoro, che potrebbe anche passare la frontiera, essere richiesta in forme esplicite da altri Paesi del benessere che si trovano di fronte al nostro medesimo problema, cioè a un rifiuto dei loro giovani a essere impiegati per lavori ritenuti bassi e sconvenienti.

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Dpm. 6-8-17

In questo domenicale mi limito a ribadire alcuni punti già
esaminati in precedenza.
1. Questione Fincantieri. Noto con curiosità che nessuno ci ha detto come siamo messi a pagamenti. Fincantieri ha già versato il corrispettivo del valore dell’azienda francese pari a più del 60%, o no? Se sì, questo rafforza il potere contrattuale della parte italiana, se no, meglio lasciar perdere, non si riuscirebbe a farcela, con un Macron in vena di bonapartismo meglio ritirarsi, o rinegoziare su basi ridotte e realistiche. Giusto invece rendere “pan per focaccia”, cioè applicare la medesima ragion di stato nel caso di Telecom, rivendicare al medesimo titolo il diritto del nostro Paese di mantenere il controllo su un’azienda di interesse nazionale.
2. Migranti dalla Libia. Mi pare che si sia sulla buona strada, nel limitare il turismo pseudo-umanitario dei privati che vanno alla pesca dei poveri migranti, col sospetto che siano in combutta con gli scafisti. E cominci a valere il principio che queste imbarcazioni private vadano a sbarcare i ripescati nei rispettivi Paesi. Giusto anche il criterio di intervenire d’accordo col potere libico (ma non è ben chiaro dove e come questo risieda) per rimandare al mittente appunto gli scafi abusivi. Ci vorrebbe però che l’EU finanziasse delle “hub” ben attrezzate per accogliere questi rientrati, per i quali al momento è impensabile un ritorno ai Paesi d’origine.
3. Legge elettorale. Mi pare ragionevole, come sostiene un Berlusconi entrato in qualche saggezza dopo gli eccessi, anche lui, di bonapartismo, di grandeur senza limiti, ritornare al cosiddetto sistema tedesco, cioè a un proporzionale con sbarramento posto al 5%, escludendo le coalizioni. Questo almeno è l’interesse sia del Pd sia dei Cinque stelle, che non si vede con chi potrebbero fare alleanza. E si sa bene che lo stesso Berlusconi considera con imbarazzo il dover essere costretto a fare alleanza con la Lega, rimettendo in gioco la sua leadership in un duro scontro con Salvini. Quanto a Renzi, lui ha già vinto le primarie del Pd, che non si devono rifare ogni giorno. Purtroppo gli sconfitti, vedi Orlando, le rimettono in discussione ad ogni passo, secondo il pessimo costume della nostra sinistra, e così intenderebbe fare anche Pisapia, se Renzi accettasse l’ipotesi di consorziarsi con i vari settori della sinistra estrema. Meraviglia l’intervento a gamba tesa della Boldrini, che fin qui era sembrata rispettare il carattere super partes impostole dal suo ruolo istituzionale di presidente della Camera. Invece in un’intervista recente si è quasi candidata ad assumere lei quel ruolo di leadership di un fronte comune della sinistra in carattere antirenziano. Uno sbarramento al 5% potrebbe consentire il passaggio di due formazioni intermedie, un centro moderato, da Alfano a Casini, trattenendoli dal rifluire in Forza Italia, e una sinistra a conduzione Pisapia, che potrebbero essere le riserve di grasso per permettere a un PD renziano di costituire una maggioranza in Parlamento.

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Dom. 30-7-17 (ancora Macron)

Le timide denunce che già avevo cominciato a portare sul ciclone Macron sono ormai divenute valanga, tutti sollevano un coro di accuse contro questa figura, che, capovolgendo tutte le promesse fatte intravedere nel corso della campagna elettorale, è divenuto un perfetto sostenitore di sovranismo, nazionalismo esasperato, bonapartismo ecc., comportandosi da buon erede di De Grulle. Mentre digito le mie solite inutili noterelle, sento alla televisione qualcuno osservare giustamente che egli sta svolgendo un programma, seppure nei suoi modi sornioni e velati, assai simile a quanto avrebbe fatto la Le Pen, se la vittoria fosse arrisa a lei. Come agire, di fronte all’inghippo dei cantieri di cui ci eravamo assicurati il pacchetto di maggioranza? Ritengo che non ci sia nulla da fare, di fronte a tanta violenza di stato, meglio uscire se possibile, ritirare i nostri soldi, e imparare la lezione, cui invece non ci siamo attenuti. Sempre nel già menzionato dibattito televisivo si sta dicendo, giustamente, che siamo stati dei grandi stupidi a privatizzare la TIM, permettendole così di finire in mani francesi. Purtroppo la politica cara ai liberisti di casa nostra, a coloro per cui il privato è bello, mentre lo stato si deve ritirare, si è rivelata un disastro, si pensi all’Ilva di Taranto, e anche a Alitalia. Bene il salvataggio a duro prezzo delle banche. Lo stato, ai tempi di Roosvelt, ha salvato gli USA dalla depressione del ’29, il che si è ripetuto quasi un secolo dopo con Obama di fronte alla nuova crisi del sistema fondato sui privati. E’ un errore demonizzare l’intervento pubblico, che quando vuole, o quando si prendono le opportune precauzioni, sa pure funzionare, se penso a certe imprese epocali come la costruzione della rete autostradale, e di recente i rami funzionanti dell’Alta velocità. E in definitiva, pure la RAI sta in piedi, pur con oscillazioni e difficoltà, e resiste abbastanza bene agli assalti di Mediaste, di Sky, della 7. Trovo che sarebbe giusto impostare una ritorsione nei confronti della Francia riprendendo il controllo di Telecom, o TIM che dir si voglia. Sempre per rimanere alla saggezza di certi discorsi che si facevano stamane in uno dei tanti salotti televisivi, la Francia è anche colpevole di far uscire dagli stati che erano sue ex-colonie la massa di migranti prontipoi a spingersi sulle coste della Libia, per cercare gli imbarchi disperati che ben conosciamo. Se Macron non si limita a pretendere di ricavare qualche vantaggio di immagine cercando di apparire più abile di noi nel bloccare questa ondata emigratoria, prenda provvedimenti concreti, non solo a parole, là dove gli sarebbe possibile agire davvero, cioè nei paesi subsahariani rimasti per gran parte sotto il controllo dell’esercito francese.

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Dom. 23-7-17 (hubs)

Il problema dominante resta quello dell’immigrazione dalla Libia. In proposito mi piacerebbe avere una risposta ad alcuni miei interrogativi, ma non sarà certo la mia voce pressoché inesistente ad ottenerla.
E’ possibile o no respingere unilateralmente la legge di Dublino, ovvero rifiutare lo sbarco degli immigrati se arrivano su navi battenti bandiere diverse dalla nostra, o senza nostra autorizzazione? Sarebbe il modo giusto di contrastare la pretesa di altri Paesi del Mediterraneo di sottrarsi all’obbligo dell’accoglimento. Naturalmente non ci rifiuteremmo al dovere di fornire acqua, cibo, assistenza medica al carico di immigrati salvati da questi battelli stranieri. C’è il rischio che, in vista del pericolo di doversi tenere a bordo gli ospiti indesiderati, gli equipaggi di queste navi fuggano via, lasciando annegare, fingendo di non vedere i disgraziati incontrati sulle loro rotte, ma sarebbe un grave venire meno alle leggi umanitarie e della navigazione.
Probabilmente, ammettiamolo, abbiamo impostato male il problema in generale, non si tratta di sistemare i migranti qua e là nelle nostre località, pretendendo che gli altri Paesi dell’EU ne prendano quote concordate. Come ho già osservato, dovremmo attenerci al modello turco, che pare avere funzionato per sbarrare la rotta balcanica. Ovvero, l’Europa dovrebbe finanziare dei centri di accoglienza da noi allestiti, nel nome dell’efficienza e del rispetto dei diritti umani, evitando che questi di fatto agiscano astutamente come colabrodi, liberandoci di quelle importune presenze, lasciandole evadere, e così determinando lo spargersi a pioggia di persone senza fissa dimora e occupazione che vanno a premere alle frontiere per varcarle di soppiatto, provocando gli atteggiamenti di rigetto dei relativi Paesi, si vedano le crisi di Ventimiglia, o del Brennero, o di Calais. In questi “hub”, condotti come si deve, e in numero adeguato, si dovrebbe tentare la tanto reclamata cernita tra i fuggiaschi da guerre e dittature, e invece gli emigranti cosiddetti “economici”. Ma sapendo che una distinzione del genere è difficilissima, e in definitiva anche ingiusta, E che non è possibile il rinvio degli “economici” ai Paesi di origine, del tutto indisponibili a riprenderseli, nonostante il valoroso sbracciarsi di Minnniti. In questi “hub” gli immigrati dovrebbero rimanere, ma trattati come si deve, in attesa di futuri eventi, oppure potrebbero accogliere l’invito a svolgere attività lavorative, e in tale veste si potrebbe procedere a una loro ridistribuzione mirata, nei vari luoghi d’Italia e anche all’estero. Diciamoci una grande verità, contro lo spettro della disoccupazione giovanile, che aleggia non solo da noi ma in ogni altro Paese sviluppato. I nostri giovani si rifiutano a ogni lavoro manuale, operaio, artigianale, considerato di basso profilo, essi mirano solo a occupazioni di buon livello amministrativo, commerciale, bancario, informatico. E dunque, sono proprio le nostre aziende a denunciare per prime la mancanza di braccia, ricorrendo in larga misura agli extra-comunitari già accolti presso di noi. E sono proprio loro, come giustamente ci avvisa Boeri, a dare un forte contributo al nostro Pil, e anche alla cassa pensioni. Qui si profilerebbe un grande compito per i sindacati, di gestire questa ridistribuzione fondata su braccia di immigrati per andare a svolgere lavoro ai bassi livelli, con relative eque retribuzioni, da sottrarre ai controlli del caporalato.
Naturalmente, ancora più ragionevole sarebbe che questi “hub” sorgessero sulle coste della Libia, a spese dell’Eu, o ai confini tra questa e le popolazioni subsahariane, ma prima che ciò sia possibile dovranno passare decenni. E dunque, al momento, l’Italia funzioni in parallelo con quanto realizzato da Erdogan, anche se l’accostamento può parere irritante e perfino blasfemo.

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Dom.-16-7-17 (Avanti)

Naturalmente il fatto del giorno è l’uscita del libro di Matteo Renzi, “Avanti”, in cui il leader ha ricapitolato e fornito chiare delucidazioni su tutti gli atti compiuti nei pochi anni del suo esercizio del potere. Chi mai avesse seguito le mie opinioni domenicali, sa bene che mi sono sempre associato con convinzione a tutte le decisioni e relative motivazioni attraverso cui egli è passato, inutile quindi che in questo caso io ripeta o riassuma. Vorrei solo insistere su due punti, IL primo di questi risulta del tutto a suo favore. Quando ci furono le primarie benevolmente consentite da Bersani, allora segretario del Pd, che si sentiva in una botte di ferro e che avrebbe anche potuto fare a meno di bandirle, in quanto lo statuto del partito lo indicava come naturale aspirante alla presidenza del consiglio, ci fu la sconfitta di Renzi, allora appena agli inizi della sua prodigiosa discesa in campo. Ma egli si guardò bene dall’andarsene dal partito sbattendo la porta, accettò il verdetto, attese pazientemente che si ripresentasse l’occasione di riprovarci. E’ un atto di accettazione delle regole democratiche di cui viceversa tutti i personaggi in seguito mandati da lui all’opposizione si sono dimostrati del tutto incapaci, dandosi a tramare contro di lui, a opporsi, a rompergli le uova nel paniere, il giorno dopo l’avvenuta sconfitta. La ragione per cui Bersani e compagni alla fine se ne sono andati è dovuta a questo stesso rifiuto della regola democratica, per il fatto di aver ben compreso che al momento non erano in grado di batterlo in campo aperto e di riconquistare, alle primarie, il controllo del partito. Non vorrei che anche Orlando ed Emiliano ora si mettessero sulla stessa strada, non accettando anch’essi il chiaro responso uscito dalle recenti primarie. Da qui vorrei anche partire per un confronto col caso Macron, che i soliti anti-renziani di casa nostra pretendono di contrapporre al nostro leader. Renzi non ha per nulla distrutto il Pd, che è rimasto forte come prima, solo indebolito della frazione scissionista. E non si dica che la loro uscita è stata causata dalla trasformazione del Pd a guida renziana in un partito di centro, e non più di sinistra, Purtroppo nel nostro Paese resiste la convinzione, alimentata da tanti intellettuali, protagonisti degli inutili talk show, che solo il postcomunismo è sinistra, la variante socialdemocratica è un falso, un’ipotesi vuota e inesistente. La verità sta nel contrario, è proprio il postcomunismo a vedersi ridotto ai minimi termini, in tutta Europa, Questi impenitenti orfani di una sinistra “dura e pura” di recente si sono attaccati al discutibile successo di Corbyn nelle elezioni inglesi, ma nulla è cambiato, Corbyn non ha certo concretato la sua peraltro infondata pretesa di essere chiamato a governare. Quanto a Macron, il suo trionfo è passato attraverso la demolizione dei partiti tradizionali, sulle rovine del Partito socialista francese, inaugurando un’operazione dai connotati molto ambigui e sconcertanti, temo che i Francesi presto dovranno pentirsi delle cambiali in bianco che gli hanno rilasciato. Invece dietro a Renzi c’è un partito che contende ai pentastellati il primato nei sondaggi, e dunque non c’è il vuoto, come pretende la schiera dei gufi e dei profeti di sventura a lui ostili.
Sempre a scorrere le pagine di “Avanti”, si sente però la mancanza di un capitolo. Fortunatamente il discorso che vi si svolge non è a conforto delle sconfitte passate, ma tutto proteso a delineare un’Italia “in marcia”, attraverso vie più corrette di quelle pericolose imboccate dal monarca francese. Ma allora, il discorso sulla legge elettorale diventa fondamentale, mentre Renzi se ne ritrae con tedio. E’ legittimo il suo desiderio di ritornare a capo del governo, ma sa bene che questo dipenderà dall’esito delle prossime elezioni. Come spera di uscirne? Con un successo sul tipo delle famose elezioni europee, raggiungendo cioè una soglia elevata? Magari non il 40% di quella fortunata occasione, ma almeno un 35%. Del resto Renzi non ha mai fatto mistero della sua speranza di portare a casa proprio quel 40% che al referendum gli è stato favorevole. Ma allora, ci vorrebbe un premio maggioritario, nella legge elettorale, sfidando il rischio che esso possa invece andare al centro-destra unito o ai Cinque stelle? O bisogna salvaguardare Alfano ed eventuali suoi associati nella speranza di superare un 5%? Idem si dica per un fronte di sinistra coagulato attorno a Pisapia? C’è poco da fare, se vogliamo sperare che l’Italia vada “avanti”, non vedo chi meglio di un Renzi di nuovo premier potrebbe farci sperare in questa possibilità.

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Dom. 9-7-17 (Erdogan)

Anche il tema di questo Domenicale non può evitare di misurarsi sul problema enorme dei migranti. In merito mi pare giustificato il proclama nazionale di dover porre un limite agli sbarchi. Ritengo che sia lecito stabilire un criterio: noi consentiamo lo sbarco solo dei migranti recuperati da navi battenti bandiera italiana o da noi autorizzate. Dove il salvataggio sia avvenuto da parte di imbarcazioni di altro Paese, ne rifiutiamo lo sbarco, questo avvenga trasferiscano nei porti verso cui sono diretti per scaricarvi persone o merci. Naturalmente noi non negheremmo una assistenza elementare, rifornendo quelle navi di acqua e cibo per nutrire gli ospiti non voluti, pronti anche a far discendere quanti necessitino di interventi medici, di ricoveri ospedalieri. Queste imbarcazioni incontrano il veto a disfarsi della loro non gradita mercanzia nei porti di arrivo? Bene, affare loro, se la vedano con le loro autorità portuali o statali, altrimenti siano costretti a tenersi a bordo all’infinito quelle presenze, dando la possibilità a Alessandro Baricco di inventare nuove mirabolanti storie adatte al suo repertorio. Beninteso tutto ciò trasgredisce a non so quante leggi, a cominciare da quella sancita a Dublino per cui ogni Paese dovrebbe farsi carico dell’accoglienza dei ripescati nei propri mari. Ma arrivati a questo punto di non poter più sostenere nuovi arrivi, dobbiamo pure prenderci la responsabilità di cancellare motu proprio qualche legge pur se stabilita anche con la nostra firma.
In alternativa, se proprio ci costringono a continuare ad accogliere tutti i ripescati nel mare nostrum, adottiamo il modello “turco”, prontamente accolto da tutti i Paesi dell’Europa centro-occidentale, quando si sono visti minacciati dall’onda migratoria proveniente attraverso la Turchia. Si sa bene che il dittatore Erdogan è stato profumatamente pagato per trattenere i migranti sul suo suolo, cosa in quel caso relativamente facile, proprio per gli ampi poteri del presidente turco, e anche per il vasto lembo di terra ferma su cui bloccare il tumultuoso passaggio delle schiere in transito. Purtroppo la possibilità di fare qualcosa di analogo in Libia appare remota, proprio per l’instabilità di quel paese, privo di forze politiche solide e autorevoli. Ma allora proponiamoci noi stessi in quella funzione di cuscinetto, ricevendo un adeguato pagamento dall’EU. Se questo non avviene, procediamo anche qui motu proprio a defalcare le somme spese con questo obiettivo dalle nostre elargizioni annuali alla cassa comune. In proposito, riconosciamo che noi siamo deficienti, i nostri centri di accoglienza sono dei colabrodo dacui noi stessi facilitiamo la fuga degli internati, i quali si accalcano alle frontiere della Francia (Ventimiglia) o della Svizzera (Milano) in una pressione tumultuosa, irregolare, che in definitiva quei Paesi hanno ragione a voler bloccare. Forse, se ci fosse una rete di questi “hubs” costituiti e funzionanti a regola d’arte, non ci sarebbe più bisogno di distribuire gli immigrati a piccoli gruppi, qua e là nel nostro territorio nazionale, andando ad alimentare temibili sentimenti di xenofobia. Restino, ben trattati, in questi centri, pronti a essere rimpatriati nei luoghi di provenienza, semmai un giorno, ma ancora molto lontano, questo divenisse possibile, o vengano assunti per lavorare, con giusto compenso. Non si dica che porterebbero via il lavoro ai nostri giovani, in quanto questi, lo sappiamo, preferiscono rimanere disoccupati, mantenuti da genitori e nonni, piuttosto che andare a fare certi lavori umili, ormai per intero affidati agli extra-comunitari, giunti fra noi in precedenti ondate migratorie. E magari occupati a condurre lavori in nero, sotto la ferula dei “caporali”, con totale indifferenza dei sindacati, troppo occupati a fare la guerra a Renzi, in quanto con lui si sono visti privare del collateralismo di cui godevano col vecchio PCI, da cui ricavavano la loro posizione di forza. Ora, fare la guerra ai “caporali”, o magari verificare se nelle varie aziende sono rispettate le regole per l’incolumità dei lavoratori, sono quisquilie indegne di chi opera all’ingrosso, impegnato soprattutto nella guerra contro il renzismo.
Merita qualche riflessione pure l’ipotesi di stabilire barriere di contenimento nei territori di origine di queste ondate di fuga. Sarà la via del futuro, diciamoci la verità, il PIL dei pesi cosiddetti progrediti, dell’EU, non conoscerà più crescite al di sopra di poche e magre unità, o del valore di “prefissi telefonici”. Il futuro è che imprese, e giovani lavoratori, vadano a colonizzare le terre dell’Africa nera, subsahariana, sviluppando in loco industrie, ma ad uso interno, non con il fine furbesco di produrre in quei luoghi merce a basso costo della mano d’opera da far rientrare presso di noi, a definitivo crollo dei redditi della nostra classe operaia. Ma a voler realizzare un inevitabile compito del genere ci vorranno decenni, anche se la strada sembra inevitabile, l’unica che può contenere le migrazioni di massa e ridare lavoro ai nostri giovani. Tutto ciò risponde anche alla concezione di un enorme Piano Marshall, di soccorso a quelle aree depresse, così come la sua prima incarnazione storica ci ha salvato dalla depressione postbellica.

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Dom. 2-7-17 (Erdogan)

In queste ore è tornato drammaticamente incombente il problema degli sbarchi degli emigranti dalla Libia. In proposito si può osservare quanto segue:
– è giusta la risoluzione che il nostro governo sembra disposto ad assumere di costringere le navi non battenti bandiera nostra, o comunque da noi non autorizzate, a far sbarcare il loro nucleo di migranti salvati dalle acque nei porti dei loro Paesi. Si dirà che a ciò osta la legge internazionale secondo cui i salvati dalle acque hanno il diritto di essere condotti nei porti più prossimi, ma ora siamo in presenza di una situazione di totale emergenza, e dunque ritengo che il nostro Paese si possa assumere il diritto di non rispettare una legge prevista per l’ordinario;
– non ci si appelli alla possibilità di distinguere tra migranti per fuggire da guerre e dittature e invece quanti sarebbero mossi da ragioni economiche, fame, mancanza di lavoro. Distinzione quasi impossibile da poter essere condotta. Delude la proclamazione presa in tal senso da Macron, che fa sospettare che il suo successo sia solo un fuoco di paglia, col rischio di afflosciarsi in breve;
– ugualmente insostenibile è la pretesa che, dopo la discriminazione tra le due categorie, i profughi per cosiddette ragioni economiche vengano rimpatriati. Dove stanno le loro patrie, chi sarebbe disponibile a riprenderseli? Certo, la via regia è di stringere patti, e interventi economici, coi Paesi da cui questi disperati provengono, ma per attuare una politica del genere ci vogliono decenni:
– qualcosa di positivo è pure avvenuto, i Paesi dell’Europa centrale, in quanto interessati, hanno saputo chiudere la rotta dall’Est, attraverso la Turchia, accordandosi col dittatore Erdogan che ha predisposto un campo ben organizzato, a spese EU, dei profughi da Siria e da altre zone dell’Est. Perché non fare qualcosa di analogo in Libia? A proposito, qual è l’attuale situazione politica, le due capitali, di Tripoli e di Tobruk, si sono accordate? E’ possibile ipotizzare la creazione di un grande campo profughi, sotto il controllo dell’ONU, nelle zone da cui partono gli scafisti? Sarebbe un cuscinetto per impedire di intraprendere la rotta del mare, così disastrosa, in attesa di due soluzioni, un rimpatrio nei luoghi d’origine, appena possibile, oppure una immigrazione verso di noi, ma secondo quantitativi sotto controllo, nella misura che l’Occidente senta il bisogno di assumere forze lavoro di cui si avverte la mancanza. Inutile contrapporre lo spettro della nostra disoccupazione giovanile, ci sono lavori che i nostri giovani rifiutano, e dunque è necessario che vengano dati a extracomunitari;
– qualcosa del genere si potrebbe fare in Italia, organizzare cioè, a spese EU, qualche campo di accoglienza ben strutturato, non simile a un lager, evitando il trasferimento e la dispersione di questi soggetti nelle diverse parti del nostro Paese, e anche ponendo fine alla chimerica pretesa che gli immigrati vengano presi in giuste quote da altri stati dell’EU. Anche in questo caso si tratterebbe di apprestare zone ben attrezzate di parcheggio, per un deflusso da effettuarsi sotto controllo nei due sensi indicati sopra. Oggi, si sa, gli sventurati fuggono dai centri-colabrodo in cui si pretende di racchiuderli, si disperdono nel Paese, o vanno a premere alle frontiere con tristi fenomeni di rigetto.

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Lunediale 26-6-17

Ieri, al momento di stendere il mio solito Domenicale, avevo voluto giocare al buio, senza aspettare l’esito dei ballottaggi. Ma un blocco provvisorio nell’accesso al mio sito mi obbliga a intervenire, per la rubrica dell’opinione, con un Lunediale, quando i giochi sono fatti, e anche a un fan del renzismo e del Pd a marca sua come il sottoscritto non resta che prendere atto della sconfitta. Colpa evidentemente di sbagli da parte dei vari amministratori locali, e anche di un quadro nazionale segnato da liti continue dentro il nostro fronte, che non hanno certo spinto gli elettori potenzialmente favorevoli a fare uno sforzo. E ci sono anche le decisioni in sede nazionale, come la soluzione del rebus banche, con forte esborso pubblico, o le liti generate dallo ius soli. E dunque, ombre centrali vanno a colpire anche i più ridotti arenghi municipali. Ne viene un motivo generale di riflessione, non sarebbe ora di accorpare queste varie chiamate alle urne, che appunto rischiano di dare responsi diversi, secondo il premere di fattori nazionali, variabili da momento a momento? Sarebbe anche un utile provvedimento per interrompere la continua chiamata a scontri elettorali cui siamo costretti. Si può o no prolungare, o ridurre nella durata alcune amministrazioni locali, in modo da riportarle al passo con tutte le altre?
Quanto agli effetti politici generali di questi ballottaggi, ripeto quanto già detto, sia da me sia da ben più autorevoli commentatori, difficile trasferire in sede nazionale questi responsi locali. Difficile, per esempio, che Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, in elezioni parlamentari riescano ad andare uniti, c’è infatti a impedirlo la totale divergenza di programmi tra Salvini e Berlusconi, e anche la loro disputa per la leadership. O se tentassero di andare al governo insieme, si dividerebbero alla prima occasione. Quanto al fronte di sinistra, non è esatto dire che qui il renzismo, ai vari appuntamenti, si sia presentato da solo, in genere in ambito localista per un momento si è ricompattata un’unità più vasta, che però non ha scongiurato l’esito negativo. Quanto a una proiezione nazionale della situazione presente, non resta che confermare che l’unica soluzione per ricongiungere un fronte di sinistra sarebbe l’uscita di scena di Renzi, i suoi avversari vogliono la sua testa, Prodi se lo deve mettere in testa, a meno che anche lui, subdolamente, ben conoscendo questa dura realtà, non si stia muovendo proprio per attuarla, con l’aiuto altrettanto subdolo di Pisapia. L’unica possibilità è che essi usino le loro energie per far nascere gruppi di sinistra abbastanza coesi, così da strappare, alle elezioni, una pur risicata presenza in parlamento. Si vedrà poi se, al dunque, in loro prevarrà l’affezione alla nobile causa del centro sinistra o l’odio verso Renzi, ovvero se voteranno con lui o contro, costringendo così il presidente Mattarella, come già il suo predecessore Napolitano, a formare un governo di unità nazionale, cioè in sostanza un nuovo patto del Nazzareno, unica soluzione, piaccia o no, a me non piace, che si staglia nel nostro orizzonte.

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Attualità

Dom. 18-6-17 (Prodi)

Il presente domenicale, evidentemente, è rivolto a commentare gli esiti del primo turno elettorale in molti comuni, in attesa del ballottaggio di domenica prossima. C’è un dato su cui tutti concordano, la constatazione del flop subito da Pentastellati, incapaci appunto di arrivare, se non in pochi casi, al ballottaggio. Ma nessuno si meraviglia, si sa bene che questa formazione, proprio per il fatto di essere recente e senza radici, si trova a disagio nelle consultazioni locali. Si aggiunga un fatto, mi sembra meno segnalato, che il pubblico elettorale in cui i Cinque Stelle pescano, fatto di giovani arrabbiati contro il sistema, risulta insensibile alle problematiche più circostanziate su cui si dibatte nelle elezioni locali. Del nostro elettorato giovanile, insomma, come del pretore della nota sentenza, si può ben dire che “non curat de minimis”. E quindi hanno ragione i commentatori che ammoniscono a non vedere in questo relativo insuccesso del fronte di Grillo l’inizio di un declino del movimento, nelle occasioni che contano in sede nazionale esso purtroppo apparirà “più forte che pria”.
Ma proprio per il carattere specifico da riconoscere alle consultazioni locali sbaglia chi ne trae la conseguenza che bipsgna trasportare la medesima logica anche in sede nazionale, puntare cioè agli apparentamenti. Si è visto che Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia riescono davvero a coesistere, se si tratta di far vincere un sindaco o una lista unitaria, e si deve aggiungere che una regola del genere vale anche a sinistra, ovvero in sede locale il PD riesce a unirsi con i suoi vari fuoriusciti, non ci sono i fantasmi del personalismi a erigere veti incrociati. Ma questi riemergerebbero fatalmente in sede nazionale, quindi vani sono i consigli di chi insiste su una politica del ricongiungimento, o quanto meno della federazione. Ora perfino Renzi finge di crederci, tirato per la gabbana da tanti, suoi fan compresi, che gli rimproverano una politica troppo altezzosa e personalistica. Da qui gli incontri con Prodi e Pisapia. Ma suppongo che da parte di Renzi queste siano solo operazioni di facciata, che lui sappia bene che attualmente Pisapia è il suo principale avversario, magari con l’aiuto di quell’ “Italo Amleto” in cui si è trasformato Prodi, che mi pare stia sfogliano quotidianamente la margherita chiedendosi: rientro in gioco o no, mi ci butto o faccio il padre nobile? Siamo sempre lì, pe riaprire a certi versanti della sinistra Renzi dovrebbe scomparire, darsi davvero a vita privata. Finché resta in campo lui, il matrimonio “non s’ha da fare”. E poi perché gli oppositori non hanno scelto la via regia, di entrare cioè formalmente nelle file del Pd e di candidarsi alla segreteria del partito? Tutte le altre sono operazioni subdole e di corto respiro.

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