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Dom. 15-10-17 (Rosatellum)

Naturalmente l’argomento del giorno è l’avvenuta approvazione alla Camera della legge elettorale nota come Rosatellum bis. In proposito è ridicola la protesta delle forze parlamentari non consenziente circa il ricorso alla fiducia, da parte del governo proponente. Questa è necessaria per evitare il boicottaggio con cui gli oppositori tentano di impedire il manifestarsi della maggioranza, quindi i veri anidemocratici sono loro. E’ come se dei bambini bizzosi preparassero una trappola ai danni dei passanti e poi protestassero se qualcuno manda all’aria il loro gioco, svelandolo ed evitando che si cada nella buca. Il boicottaggio di emendamenti avanzati in numero eccessivo, solo per fare da ostacolo, senza fondate motivazioni, si collega su un fatto che sembra del tutto opinabile, insostenibile. Perché in una materia eminentemente politica come il votare su una legge elettorale ci deve essere il voto segreto? Questo dovrebbe essere ammesso solo quando siano in gioco questioni di portata morale o religiosa o personale. Fra l’altro, è assurdo il fatto che il voto segreto su taluni argomenti sia previsto alla Camera e non al Senato. Questo è un altro degli inconvenienti provocati dalla bocciatura della riforma costituzionale volta a cassare il secondo ramo del Parlamento. Ma almeno non si potrebbe procedere a una unificazione dei rispettivi regolamenti? Non creo che questi siano protetti da qualche veto costituzionale. Nella speranza che il Rosatellum passi anche attraverso l’inutile rito del passaggio in Senato, con o senza la prova della fiducia, resta da chiedersi se esso valga a consentire qualche prospettiva di governabilità dopo le prossime elezioni. Resto del parere che ci voglia una poderosa campagna, non solo italiana ma europea in genere, per addivenire in ogni Paese al criterio del ballottaggio, come felicemente esiste in Francia, l’unica possibilità di guarigione dal male della ingovernabilità, oggi così diffuso in quasi tutti i Paesi occidentali.

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Dom. 8-10-17 (Catalogna)

Naturalmente l’argomento del giorno è la volontà scissionista manifestata da molte componenti della società catalana. In proposito mi pare che si debba registrare una bocciatura abbastanza ferma espressa, oltre che dalle istituzioni e dai partiti spagnoli, anche dalle autorità dell’UE. Perfino D’Alema, memore del suo passato di ministro degli esteri, in un colloquio presso la al solito rigida e segaligna Bianca Berlinguer, si è pronunciato in termini molto cauti e di freno, in sostanza, rispetto alle velleità indipendentiste della regione catalana. Da questo punto di vista si può comprendere la volontà del primo ministro Rajoy di bloccare con tutti i mezzi il referendum indetto dalla Generalidad di quella regione. E’ stato senza dubbio dannoso, e proprio per le buone ragioni della causa nazionale, che la Guardia civil intervenisse in modi così brutali. Bastava mettere in atto una cintura di isolamento per impedire l’accesso ai seggi elettorali, con sequestro delle schede. Ma certo, a questo modo, il referendum è risultato nullo, sia perché il numero dei votanti non ha conseguito la maggioranza, sia perché le votazioni si sono svolte senza alcuna garanzia di segretezza e di controllo. Detto tutto ciò, non si può però considerare chiusa la partita. Noi Italiani in merito dovremmo ricordare a tutti la saggezza che ci ha indotto a concedere statuti speciali a regioni in cui diversamente bollivano fermenti indipendentisti, al Sud Tirolo, in prevalenza germanofono, alla Val D’Aosta, francofona, e perfino alla Sicilia, che nel dopoguerra pretendeva addirittura di andare a costituire uno degli Stati Uniti d’America. Non so bene come siano andate le cose in merito, pare che il saggio governo di sinistra gestito da Gonzalez avesse concetto alla Catalogna le opportune autonomie, poi revocate, a quanto pare, dai governi di destra, ma questa senza dubbio è la strada da seguire, andare incontro alle aspirazioni di quel popolo concedendogli, appunto, le possibili autonomie conciliabili con un quadro di unità nazionale. In proposito, ha sorpreso l’intervento del re Felipe, troppo duro, quasi inappellabile, pessima sua prima prova di governo. Del resto, questa pare dover essere la regola generale. No ai frazionamenti indipendentisti, sì a tutte le possibili concessioni in ambito linguistico e di altre garanzie, ricetta che vale per il dissidio in Belgio tra la Vallonia e le Fiandre, e forse addirittura per quello tra la Scozia e l’Inghilterra. Però, ammettiamolo, quest’ultima causa indipendentista potrebbe avere valide ragioni in quanto l’Inghilterra è uscita dalla UE, mentre la Scozia vi vuol rimanere. Motivo che non agisce nel dissidio tra la Catalogna e la nazione spagnola, in quanto i barcellonesi non nutrono alcun desiderio di dar luogo a una Catalexit. In definitiva, nonostante le simpatie che da buon elemento di sinistra posso nutrire per gli umori separatisti nutriti a Barcellona e dintorni, oggi sfilerei con i “bianchi”, se la cosa mi fosse concessa.

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Dom. 2-10-17

Il tema del giorno mi sembra essere quello dell’ingovernabilità da cui sono minacciati quasi tutti i maggiori Paesi europei. Il colpo di grazia è venuto dalle elezioni tedesche che presentano un rebus così difficile tanto da far prender tempo, a Angela Merkel, uscita a stento vincitrice, fino alla fine dell’anno per formare un governo. La Spagna ha dovuto votare a più riprese, e questo purtroppo sembra il destino che attende anche l’Italia, se non si escogita un meccanismo elettorale capace di farci uscire dai guai. In un editoriale insolitamente perentorio il cauto e moderato Paolo Mieli se la prende con le disfatte dei partiti socialisti in Europa, che però mi pare rientrino nel ritmo mutuamente alterno, una volta la destra, un’altra la sinistra, che dovrebbe essere fisiologico in Paesi maturi e normali. Curiosamente Mieli inneggia a Corbyn, quasi intonando assieme al leader inglese l’inno Red flag e preconizzando una prossima andata al potere del segretario laburista, che però nulla lascia presagire con certezza. Che cosa può spingere la Bray a ritentare l’infausta roulette di elezioni anticipate? E dunque, anche in Inghilterra i laburisti restano al momento lontani dal potere, mentre la Bray ce la farà, anche lei, a costituire il suo bravo mosaico di partitini per giungere ad avere la maggioranza in Parlamento.
L’unico Paese europeo che si salva da questo logoramento è la Francia di Macron, ma non tanto per virtù intrinseche del giovane leader, quanto per meriti lontani di De Gaulle, che paventando una Francia dai troppi formaggi, ovvero dai troppi partiti e partitini, ha imposto una riforma costituzionale fondata, in definitiva, sul ballottaggio. E questa resta l’unica via percorribile per saltar fuori dai rischi di ingovernabilità. Lo aveva ben capito il nostro Renzi, l’unico decisionista di valore, che però è stato fermato dalla congiura dei colpevoli, pronti a fregare i destini dell’Italia per far fuori uno scomodo personaggio deciso a cambiare le cose. E una ipocrita e pavida corte costituzionale ha contribuito al crimine bocciando l’ipotesi del ballottaggio, che pure è usualmente praticata per la elezione dei sindaci. Quello che è valido e compatibile con la nostra costituzione su quel fronte, perché dovrebbe apparire indebito su una base nazionale? E perché la costituzione francese affida la “summa rerum” proprio all’esito di un ballottaggio? E questo non è pure l’esito finale previsto nella maggior democrazia del mondo, negli USA?
Rebus sic stantibus, ritorno a quanto già suggerivo, in questa mia inutile tribuna personale, di tentare una legge elettorale con un premio di maggioranza fissato al 35%, mi pare che la pavida Consulta fin qui sia arrivata. E’ una meta cui potrebbero tendere i tre maggiori blocchi, Pd, Cinque stelle e alleanza di centro-destra. Sarebbe l’unica soluzione che ci potrebbe risparmiare le infinite tribolazioni di una più che certa ingovernabilità a venire.

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Dom. 24-9-17 (Consip, Alitalia)

Assegnando un carattere non strettamente monografico a questi miei domenicali parlerò oggi di due fatti diversi, non comunicanti. Il primo riguarda l’intero dossier Consip, che mi sembra causato in origine da un enorme errore dell’amministrazione pubblica. Giusto cercare di evitare gli sprechi negli acquisti da parte dei singoli enti, ma massimalista, inutilmente concentratrice è la soluzione di creare un unico tesoro centrale, un mucchio di miele che attira a sé tanti insetti. Quasi inevitabile che ne nasca la tentazione per appalti truccati e altre operazioni di malaffare, come infatti è accaduto in questo caso. Eppure i nostri politici dovrebbero essere ben ammaestrati, dove si formano questi cumuli di grasso, ronzano i prevaricatori, e dunque basterebbe prestare un’attenzione puntuale, invece che intervenire a posteriori, quando i misfatti si sono già compiuti. O in alternativa basterebbe fissare un calmiere, indicare un prezzo di massima per i vari acquisti, che le singole sedi non dovrebbero superare, procedendo però loro stesse agli acquisti, senza creare un ammasso centrale pericoloso e tentatore.
L’altra questione è la liquidazione di Alitalia, magari con la possibilità di farla acquistare da Ryanair, una compagnia in questo momento resasi colpevole di una condotta del tutto abnorme, come la cancellazione di centinaia di voli per consentire le ferie ai propri dipendenti. Ma è un errore in sé liquidare una struttura statale di grande peso, non inferiore a Trenitalia, o agli interi sistemi scolastico, ospedaliero, pensionistico. I voli aerei sono ormai una consuetudine quotidiana, e non certo prestazioni di lusso. E poi, siamo davvero così negati alla gestione di grandi sistemi pubblici? In fondo, abbiamo pur dato vita al grandioso sistema autostradale, e di recente possiamo annoverare con soddisfazione la nascita dell’Alta velocità, a quanto pare senza ruberie rovinose. Dunque, se ci smette con un minimo di controllo, le strutture pubbliche possono anche funzionare. Io personalmente sono un nostalgico della vecchia IRI, la privatizzazione di tanti suoi rami non ha dato affatto esiti felici. E allora, se possibile, si torni indietro, si riconsideri la possibilità di mantenere Alitalia come compagnia di bandiera, al pari di tutti i Paesi europei di serie A, che hanno ciascuno la sua compagnia con tanto di sigla svettante appunto come una bandiera. Solo noi sembriamo rassegnati ad ammainare tristemente il nostro tricolore.

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Dom. 17-9-17 (papa in aereo)

Papa Francesco ha preso dai suoi predecessori l’abitudine di tenere conferenze stampa per i giornalisti presenti sull’aereo che lo riporta dai viaggi all’estero. Questi suoi interventi sono improntati a un generico buon senso, che è anche alla base del suo pontificato e che gli fa ottenere consensi alquanto facili, mentre a mio avviso da uno come lui, di formazione gesuitica, si potrebbe pretendere qualche intervento sui dogmi della fede. L’ho già criticato quando, al rientro, mi sembra, da un viaggio nelle Filippine ha esortato le coppie del credenti a non esagerare nella procreazione, limitandosi a non più di tre figli. Ma se un consiglio del genere non tocca la proibizione dogmatica di non accettare alcun metodo contraccettivo che non sia quello “naturale” Ogino Knaus, si tratta di un consiglio di scarsa efficacia, nullo proprio per le parti del mondo dove la copula, come già diceva Baudelaire, è uno dei pochi piaceri dei poveri, e dunque, perché vietare loro il ricorso ai preservativi? Basterebbe consentirlo, una volta che la coppia abbia adempiuto al precetto di fare “almeno” qualche figlio.
Al rientro dalla Colombia, Papa Francesco ha esternato un altro di questi suoi alquanto vacui consigli di buon senso, quello di essere sì ospitali, nei confronti degli immigrati, ma con prudenza, con senso della misura, in modo da non superare quantitativi sopportabili. Consiglio davvero curioso, cosa dovrebbero fare le navi che ancora oggi, per fortuna in occasioni minori di numero, devono soccorrere le imbarcazioni precarie? Fermarsi quando il “numero chiuso”, lo stesso di cui domenica scorsa deprecavo l’imposizione nelle università, risulti superato, magari facendo apparire una scritta: “spiacenti, voi siete fuori numero, non vi possiamo accogliere”. Oppure, ancora peggio, sottoporli, proprio come si fa nelle università, ma su persone che se ne stanno tranquille sedute sui banchi, a un test, a una prova attitudinale, andando a salvare solo quelli che abbiano qualche conoscenza della nostra lingua? Come si vede, ipotesi grottesche, inattuabili, così come il consiglio papale che è solo di banale buon senso. Lo stesso si dica dell’invito all’integrazione dei salvati, come se non lo sapessimo, come se da quasi un decennio non ci arrabattassimo, e con noi tutta la UE, attorno a questo dilemma, come conciliare l’obbligo morale, umanitario, e anche cristiano, di salvare chi rischia la vita in mare, con un equo trattamento, una volta che sia giunto presso di noi? Per fortuna che i politici come Minniti tentano di andare oltre l’incosistente buon senso papale.

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Dom. 10-9-17 (scuola)

Tra i tanti temi che si affacciano periodicamente c’è anche quello della scuola, su cui Angelo Panebianco è intervenuto lunedì scorso 4 settembre sul “Corriere”, e oggi, seppure di passaggio, ne ha detto qualcosa anche Francesco Giavazzi. Entrambi hanno manifestato, in materia, una tipica visione liberal-conservatrice, diciamo pure di destra, al cui confronto può delinearsi una visione di sinistra, come quella sempre da me professata. Purtroppo, a dare loro qualche ragione, c’è il fatto che le scelte giuste, fatte via dal centro-sinistra, nelle varie anime e conduzioni, volte ad “aprire”, ad allargare gli accessi, sono poi state invariabilmente bloccate da interventi di uguale fonte, volti a chiudere, a limitare. Andiamo a vedere. Credo che sia stata giusta e necessaria l’apertura avvenuta non so bene quando, del resto in questi miei appunti a ruota libera, forse destinati al nulla, non mi preoccupo molto di starmi a documentare. E’ stato giusto porre fine al ridicolo, anacronistico pregiudizio che solo gli studi classi, con tanto di greco e di latino, fossero in grado di aprire le menti e di consentire l’accesso a qualsivoglia facoltà universitaria, Era invece la sopravvivenza di un criterio classista, di buona borghesia, che voleva destinare ai propri rampolli la via diretta alle lauree, impedendola ai provenienti da classi sociali inferiori, destinati agli studi tecnici, negati all’accesso universitario per le scarse risorse economiche delle rispettive famiglie, beninteso con le dovute eccezioni, per cui anche uno come me, di provenienza da piccola borghesia, ha visto i genitori fare sforzi per conquistare ai figli una promozione sociale. Ridicola la tesi di fondo, se si pensa che nel mondo una minima percentuale di laureati ha nel suo curriculum studi di latino e di greco, eppure questo non impedisce loro di mietere premi Nobel in tutto l’arco delle scienze, cosa vietata ai nostri pretesi super-maturi in quanto filtrati dalla pseudo-eccellenza delle lingue classiche. Giusto, dunque, liberalizzare gli accessi, consentire che alle università ci si presentasse con qualsivoglia maturità acquisita, attraverso una frequentazione quinquennale, unico requisito da rispettare.
Ma poi le università hanno remato contro introducendo, in tanti casi, il numero chiuso, che è un palese gesto di sfiducia sulla capacità di giudizio dei colleghi dell’insegnamento medio-superiore. Non ci si può fidare delle maturità da loro concesse, occorre una verifica ulteriore. Senza dubbio sappiamo del reato di manica larga che si commette nel concedere questa buonuscita dalle medie, ma il modo giusto sarebbe di vigilare, controllare, con ispezioni e altro, affinché questi titoli fossero assegnati a ragion veduta. In questo modo, invece, la scuola statale mette in dubbio se stessa, non si fida dei responsi dati da un precedente livello di studi. Se qualcuno sbaglia a iscriversi a una facoltà per cui non ha né attitudine né preparazione sufficiente, deve esserci una selezione interna, attraverso esami condotti con la opportuna severità, tali da convincere l’iscritto a cambiare al più presto, a passare a un curriculum più su sua misura. Si sa invece quanto balorde e assurde siano queste prove di selezione, basate su quiz, i cui esiti vengono spediti a solerti informatici indiani. L’unico criterio di selezione accettabile dovrebbe essere solo di carattere quantitativo, se cioè una qualche facoltà dimostrasse di non essere in grado di ospitare più di un certo numero di frequentanti, ma in questo caso toccherebbe al governo garantire che nel complesso ci fosse disponibilità adeguata ad accogliere tutti i richiedenti.
L’altro aspetto contraddittorio è insito nel criterio tre più due, che a un certo punto è divenuto legge di stato, dopo che in una prima fase l’allora ministro dell’istruzione Berlinguer si era sbracciato a dichiarare intangibile la misura quadriennale, Ma, si è detto, la tre più due è stata scelta europea, argomento capitale, l’istruzione sarebbe proprio uno di quei pilastri che l’UE dovrebbe avere in comune. E sarebbe un ripartizione logica, se si fosse stati capaci di dare sbocchi professionali ai triennalisti. Ma in proposito si è compiuto uno dei quei capolavori di suicidio del nostro ministero dell’istruzione. Si sarebbe dovuto consentire che appunto col triennio di primo grado si potesse andare subito a insegnare nelle scuole elementari e medie. Nossignori, si è imposto di acquisire anche la laurea cosiddetta magistrale, del biennio successivo, magari con ulteriori due anni di specializzazione. Un capolavoro negativo, che poi ha riscontro in ogni altro settore professionale, riducendo così il titolo triennale a carta straccia
Visto che siamo in tema, tocco un altro argomento, su cui sono già intervenuto in altre sedi, forse con maggiore visibilità. Ogni anno ci vengono propinate le classifiche mondiali sui migliori atenei, dove le nostre Università sono le cenerentole, questa volta pare che solo le due sedi di Pisa siano entrate per il rotto della cuffia. Il mio onore di ex-docente universitario si sente gravemente offeso, ho predicato che i nostri rettori dovrebbero rifiutare queste incredibili graduatorie, dove evidentemente primeggia l’anglofonia, e dove non si fa differenza tra università private dove si pagano rette enormi, e quelle pubbliche, che ovviamente sono più povere di strumenti ausiliari. A proposito, qui tocchiamo un pallino di Giavazzi, infaticabile predicatore dei vantaggi del privato sul pubblico. Ma il privato in Italia, a livello di scuola media, vuole dire istituti furbi che servono a promuovere gli asini. A livello universitario troviamo gli atenei con corsi per corrispondenza informatica, cari alla Gelmini, che in loro favore ha progetta la sua nefasta riforma. Allargando il discorso, Dio ci salvi dai “capitani coraggiosi” dell’industria privata, si pensi in che stato hanno ridotto Telecom, Ilva, Alitalia. Al confronto, giganteggia quell’enorme creazione dell’IRI, con cui il nostro Paese rivaleggiò col New deal di Roosvelt. E chi ha salvato il nostro sistema bancario, se non l’intervento dei miliardi dello stato?

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Dom. 3-9-17 (migranti)

Il fatto dominante della settimana resta quello concernente l’enorme fenomeno della migrazione, su cui è intervenuto l’incontro francese ad altissimo livello, con i premier dei principali Paesi europei e africani in qualche modo coinvolti nel fenomeno. L’ottimismo ufficiale che se ne è voluto proclamare è da suddividere in alcune componenti. Del tutto vacuo se concerne il Paesi della fascia subsahariana, paesi corrotti e in mano a dittatori, che non hanno né mezzi né volontà per fermare masse di profughi in fuga dalle pessime condizioni di vita che loro stessi contribuiscono a mantenere, La soluzione a questo problema può venire solo tra decenni, dovremmo davvero impostare, come ha detto una volta Sgarbi, tra tante cose sgangherate che usa pronunciare, un neo-colonialismo di segno contrario a quello del passato. Allora i Paesi progrediti dell’Occidente sottraevano alle colone le loro risorse di ogni genere, ora al contrario dovrebbero mandare forze, soldi, quadri dirigenti per tentare di installare là industrie capaci di assorbire la mano d’opera locale evitandone l’esodo verso condizioni migliori di vita. Sarebbe anche un modo per sopperire alla nostra disoccupazione giovanile. Diciamoci la verità, l’incremento del Pil dalle nostre parti non potrà ormai che registrare piccoli incrementi di poche unità, o decimali. Inoltre i nostri giovani sono riluttanti a svolgere quei lavori bassi e manuali cui ormai vengono impiegati gli extra-comunitari. Se dunque i nostri giovani intendono esercitare ruoli superiori, vadano a dirigere questo possibile programma di sviluppo nelle ex-colonie.
La speranza, ora, è che forze libiche locali intervengano a fermare gli scafisti. Se noi li paghiamo per fargli esercitare un simile controllo, mi sembra cosa giusta e opportuna. Ridicolo invece è supporre che noi paghiamo direttamente gli scafisti, che non hanno nessun tornaconto a porre fine al loro redditizio commercio. Però si fa avanti l’esigenza che le autorità libiche vogliano creare sulle loro sponde dei luoghi di permanenza di passabile livello umano. E’ giusta la pretesa, espressa da Tajani, che l’Europa voglia sborsare a tale scopo i miliardi di cui è stata generosa con la Turchia di Erdogan per indurlo a bloccare la via dei Balcani. Intervengano sia l’EU sia l’ONU per verificare che questi siti di giacenza in Libia siano gestiti in modo corretto.
Ma siccome continuerà sicuramente l’esodo via mare di profughi sulle incerte carrette degli scafisti, anche da noi si dovrebbe procedere allo stesso modo, aumentando di numero e migliorando nella qualità di gestione i nostri centri di accoglienza. Nei quali, certo, si dovrà procedere all’identificazione dei profughi, ma si lasci cadere la vana pretesa di stare a distinguere tra migranti in fuga da conflitti e altri spinti dalla fame, dal bisogno materiale. E, per le ragioni dette sopra, si lasci pure cadere la speranza di un rinvio di un buon numero di questi profughi nei Paesi d’origine. Ce li dobbiamo tenere noi, tentando una davvero utile operazione, di invitarli a svolgere quei lavori materiali cui i nostri giovani sono del tutto riluttanti, e che già oggi vengono svolti da profughi giunti presso di noi in ondate precedenti, e malamente sfruttati dalle varie forme di caporalato, La Mrekel in parte lo ha capito, questa potrebbe essere una utile riserva di forze lavorative per un’Europa in crisi demografica, e in preda a una evidente rinuncia da parte dei nostri giovani a fare lavori di bassa manovalanza. Solo alla luce di questi criteri potrebbe avvenire una ricollocazione dei rifugiati via dai siti di accoglienza, verso Paesi che ne facciano richiesta per coprire posti di lavoro altrimenti disertati. Insomma, una redistribuzione ben calcolata e ben finalizzata.

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Dom. 27-8-17 (elezioni)

I fatti micidiali della settimana inviterebbero a parlare dello sgombero di edifici occupati abusivamente, con relative procedure da adottare. O dell’eterna questione dei migranti, o della lotta contro l’abusivismo e delle case mal costruite, facili vittime delle immancabili scosse sismiche. Ma fin troppo, qualche volta con toni accettabili, si è discusso di questi rompicapi. Preferisco rimetterne in campo uno diverso, che però risulta cruciale per i prossimi tempi, fondamentale in particolare se si vuole lasciare aperta la possibilità che Renzi ritorni a essere il nostro premier, eventualità a me cara. Purtroppo però le prospettive non sono affatto rosee in questa direzione, soprattutto se la legge elettorale sarà di stampo proporzionale. Renzi non avrà mai una maggioranza disposta a nominarlo alla premiership. Diventa più probabile che, a capo di una inevitabile “grosse coalition” di casa nostra, venga confermato Gentiloni, o promosso Minniti, che sta mietendo consensi, mentre Renzi dovrebbe accontentarsi di esercitare un duopolio da segretario del Pd. A permettergli di ritornare in pole position ci starebbe solo un premio di maggioranza, che se non sbaglio la pronuncia della Consulta consente per il partito o per la coalizione che raggiungano il 35% dei voti. Naturalmente non si parli di coalizione, che per la sinistra ha già dato per ben due volte una pessima performance mandando a casa Romano Prodi. Del resto i Cinque Stelle non la vogliono, tanto meno Renzi, che saprebbe di dover andare a primarie con qualche alleato-oppositore, per esempio con Pisapia. E non la vorrebbe neppure Berlusconi, che allo stesso modo dovrebbe giocarsi la guida di quella carica con l’insidioso Salvini. Ma forse ci sarebbero forze in Parlamento per strappare un premio di maggioranza al 35%, però col rischio che nessun partito riesca a superare quella soglia. Renzi potrebbe lasciarsi tentare e fare la scommessa, contando sul 40% che ha riportato nel referendum costituzionale, e nella stessa somma di consensi ottenuta nelle ormai mitiche elezioni europee. Però dall’attuale cifra inferiore al 30% il passo sembra davvero lungo per raggiungere quel traguardo, e beninteso uguali speranze le potrebbe nutrire pure l’avverso fronte pentastellato. Ma se si va alla soluzione cosiddetta tedesca, nulla da fare, l’asticella per ottenere seggi potrebbe essere portata, per entrambe le camere, al 5%, nel quale caso sia i moderati di centro, sia una sinistra non scalmanata a conduzione Pisapia potrebbero passare, ma anche così sommando i rispettivi voti e seggi al certamente consistente esito del Pd non si riuscirebbe ad avere una maggioranza parlamentare, e di governo. Niente da fare, o l’azzardo di un premio di maggioranza, o un futuro di coalizione obbligata, affidata a un moderato, capace di ottenere suffragi da una parte e dall’altra, ma così costretto a dare vita a una navigazione timida e immobilista.

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Dom. 20-8-17 (Regeni)

L’argomento del giorno potrebbe essere il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo, su cui sono piovute reprimende, accuse di debolezza del nostro Stato, o addirittura di condotta vergognosa e rinunciataria. In questo senso si è pronunciato un fondo di Franco Venturini sul “Corriere” di giovedì 17 agosto, ma mi sembra che una reazione del genere sia esagerata e ingiustificata. La cosa, ahimé, va ripetuta anche nei confronti dei genitori di Giulio Regeni, i quali, invece di inveire a posteriori sulla condotta troppo debole dei nostri organi governativi, avrebbero dovuto vegliare di più sul figlio, scoraggiarlo dall’intraprendere un viaggio pericoloso, in preda a eccessi di ambizione, a bramosia di distinguersi per qualche operazione brillante e meritevoli di encomio. Molte responsabilità si devono attribuire anche ai docenti universitari che pure loro non hanno dissuaso l’allievo dall’andare a compiere indagini così pericolose. Si sa anche quanto sia stato grave il loro silenzio, la loro reticenza su questo caso, tanto da giustificare i sospetti che in effetti fosse stata data al povero Regni qualche missione occulta, al di là delle motivazioni ufficiali. Si fa luce il sospetto che a indurre le ignote forze di polizia segreta egiziana a infierire in misura così selvaggia e abnorme sul povero ragazzo non ci siano stati per nulla i suoi rapporti con sindacati messi al bando, bensì appunto il sospetto che egli fosse legato a una rete di spie britanniche, da qui la tortura, la crudeltà inaudita messe in atto nei suoi confronti. Comunque, dopo il gesto puramente simbolico di richiamare per qualche tempo il nostro ambasciatore, il nostro governo non poteva fare altrimenti, non poteva perseverare nel fare “la faccia feroce”. In definitiva, Regeni non era stato mandato in missione da noi, era in Egitto per ragioni private e anche abbastanza oscure, o tutt’al più per un incauto donchisciottismo, che genitori e autorità accademiche avrebbero douto frenare. Che si voleva da noi, che dichiarassimo guerra all’Egitto, che lo invadessimo? Mentre sono evidenti gli interessi che ci impongono di ristabilire, pur con un dittatore spietato come Al Sisi. un modus vivendi. Non è vero forse che oggi si usa rimproverare l’Occidente di aver sterminato Gheddaffi, o forse addirittura Saddam Hussein, così destabilizzando quelle regioni? Si sa bene qual è la posta in gioco, lubrificare i rapporti con Al Sisi perché lui a sua volta si faccia mediatore tra noi e Haftar, il dittatore di Bengasi con cui dobbiamo fare i conti in Libia. E dunque, gesto corretto, dovuto, quello di ristabilire normali relazioni diplomatiche con l’Egitto. Semmai, in tutta questa vicenda emergono i torti della nostra “intelligence”, toccava ai nostri servizi segreti cercare di appurare il vero motivo dell’accanimento contro il povero Regeni, e soprattutto capire a quale livello erano poste le forze del male intervenute su di lui. Se addirittura queste risalivano al dittatore Al Sisi, nulla da fare se non abbozzare, tacere, mandar già. Ma la cosa è molto improbabile. Per quanto incauto sia stato Regeni, difficile pensare che le sue minacce fossero giunte a colpire in così alto loco, e dunque è intervenuto contro di lui qualche organismo intermedio, Toccava alla nostra “intelligence” indicare al governo di quale livello di quali responsabili si è trattato, nel quale caso forse le alte autorità egiziane avrebbero potuto far cadere qualche testa intermedia per ristabilire una normalità di rapporti con noi. Purtroppo il silenzio totale che i nostri servizi segreti non sono riusciti a dissipare porta a una molto probabile cancellazione dell’intero caso.

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Dom. 13-8-17 (Haftar)

Il problema dei problemi continua a essere quello dei migranti dalla Libia. Appena si intravede uno sprazzo di lice, un’ombra minacciosa viene a contrastarlo. La sacrosanta pretesa che le OGM firmino un impegno di rispetto di certe regole col nostro governo, e che sta avendo un quasi pieno successo, ha d’altra parte un lato negativo, dato che in questo modo saremo obbligati ad accogliere le persone salvate da loro. Un nostro intervento a fianco delle forze regolari della Libia non si sa se è accettato o no, da un lato a quanto pare una nostra nave-laboratorio è in piena azione a Tripoli per rimettere in funzione le loro navi costiere danneggiate dagli attacchi anti-Gheddafi, ma salta fuori la volce di un rancoroso Haftar che dichiara che comunque un qualche intervento nelle loro acque sarebbe un atto di ostilità, aggiungendo anche, cosa incredibile se vera, che nessuno da parte nostra l’avrebbe consultato, puntando in esclusiva sul debole Serraj, mal servito perfino da altre autorità tripolitane. Sarebbe di grande aiuto che sulle coste libiche si creassero degli “hub” per accogliere i respinti, o i recuperati dalle nostre navi, ma giungono voci tremende, quei luoghi sono delle carceri invivibili. Ci vorrebbe un intervento massiccio dell’ONU, o dell’EU. Giustamente si invoca un trattamento paritario rispetto alla Turchia, che con soldi della Comunità è riuscita davvero a creare una zona per trattenere l’emigrazione attraverso i Balcani. Ma là c’è un dittatore che ha il controllo totale del Paese, cosa che non sussiste minimamente in Libia. Suggestiva è pure la tesi di Haftar che la vera barriera di contenimento va posta a Sud, alla frontiera tra la Libia e i Paesi subsahariani da cui proviene il maggior numero di migranti, ma ci vorrebbe un piano faraonico di posti di contenimento della lunghezza di migliaia di chilometri. Sarebbe davvero una bella impresa se Macron riuscisse davvero a dare a Haftar i mezzi per costruire questa Maginot di nuovo genere, ma ormai la credibilità del napoleonide francese è messa a dura prova. E anche da noi le cose non funzionano, i nostri “hub” sono luoghi carcerari invivibili, del resto, proprio per un tale infimo trattamento emettono un invito implicito ai poveri confinati ad andarsene, a sgattaiolare fuori invadendo le nostre contrade e più ancora premendo alle frontiere con i Paesi del Nord, che li temono come una invasione di cavallette. Anche qui, più che una distribuzione di questi ospiti inattesi a piccoli spezzoni, sarebbe più opportuno migliorare i centri di accoglienza e di farli funzionare da filtri, da erogatori di persone nella misura che ci sia una richiesta ufficiale di questa forza-lavoro. Sempre meglio che dei migranti entrati nella clandestinità cadano vittime del caporalato e si vedano costretti a lavorare in condizioni bestiali. Ho già detto che sarebbe un sacrosanto compito dei nostri sindacati vegliare su tutta questa partita, invece che incattivirsi nella contesa con Renzi per recuperare il vecchio collateralismo col PCI cui erano tanto affezionati. L’accusa che questi migranti, una volta inquadrati e avviati a un lavoro, rubino il posto ai nostri giovani è solo una leggenda metropolitana, in quanto i nostri giovani si rifiutano ai lavori umili, preferiscono farsi mantenere da padri e nonni, se non trovano posti di buon livello. E’ da parte loro una richiesta legittima, ma allora non si dica che l’impiego dei migranti gli sottrae posti che non vogliono, e dunque si profila la possibilità di un impiego funzionale di questa enorme forza-lavoro, che potrebbe anche passare la frontiera, essere richiesta in forme esplicite da altri Paesi del benessere che si trovano di fronte al nostro medesimo problema, cioè a un rifiuto dei loro giovani a essere impiegati per lavori ritenuti bassi e sconvenienti.

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