Letteratura

Paolo Giordano: un minestrone non sgradeviole da “divorare”

Sono in presenza del romanzone, steso da Paolo Giordano, “Divorare il cielo”, terzo, se non sbaglio, nella sua produzione, dopo essermi già pronunciato sui due precedenti, “La solitudine dei numeri primi”, fortunato vincitore del Premio Strega, e il successivo “Il corpo umano”. Fossi in sede di pollici, come mi succede quando mi dichiaro sulle pagine dell’”Immaginazione”, nutrirei qualche incertezza se puntare il dito in alto o in basso. C’è ancora una volta una farraginosa quantità di materiali tra cui lo stesso autore non sa scegliere bene tra il buono e no, e lo stesso titolo qui assunto non aiuta per niente, non trova quasi corrispondenza con i contenuti interni. Ma nel complesso la navigazione, pur essendo faticosa, ricca al solito di continui ricorsi al flash back che ne ritardano il flusso, ha tuttavia una sua coerenza finale. Vediamo i vari segmenti che entrano nel polpettone, che però alla fine rende un sapore gradevole. Ci sono due protagonisti, Teresa Gasparro, di buona famiglia torinese, ma attratta dal Sud, dove la famiglia ha una villa con piscina, e dove le avviene di incontrare il suo partner di più lunga durata, noto con un breve Bern, pieno di valenze, fin troppe. In quelle calde terre meridionali Teresa incontra un mondo dissestato e precario, dove accanto a Bern compaiono altri due suoi compagni, con legami di parentela che si chiariscono solo in corso d’opera. I quattro adolescenti formano una comunità anarchica, protestataria, dedita a culti quasi feticistici, consistenti nel tentare di salvare animali, magari anche ripugnanti come le rane, salvo poi a dar loro delle esequie quasi con rito sacrale, incoraggiato da una coppia che si è fatta carico dei tre giovani costituendo con loro una specie di comunità mistica. E’ subito chiaro che il filo conduttore dell’intera vicenda è l’amore tra Teresa e Bern, però ostacolato all’infinito, simile a una corsa a ostacoli, con tanti episodi divaricati, tante storie frapposte. Infatti il maschio protago puònista compiacersi di un suo brutalismo, di un suo spirito violento che lo porta a mettere in campo svolte, tradimenti, con sequenze che senza dubbio in sé hanno una notevole efficacia, ma con qualche difficoltà a rifluire nel corpo centrale della vicenda. Per esempio Bern, sempre sprezzante nei confronti del sentimento che pure lo lega a Teresa, anche per reagire alla condizione borghese di lei, si tuffa nell’avventura con un’altra giovane, che mette incinta, così potendo infilare nella narrazione la cronaca di un aborto, come un tempo (siamo alquanto lontani dai nostri giorni) poteva avvenire in aree geografiche e culturali non pronte a renderlo agevole. Ma poi l’inevitabile piega sentimentale si impone, i due si mettono davvero assieme, col proposito di giungere a generare un figlio, vincendo l’apparente sterilità di lei, e qui altra sequenza in sé efficace, ma al solito spiazzante, che consiste nel soggiorno della coppia in un Paese in cui la fecondazione assistita è ammessa, e in attesa che questa possa avvenire, il seme di lui viene messo in banca per un eventuale uso futuro. La comunità in partenza quasi viscerale dei tre giovani si spezza, in quanto il solito Bern, sempre più anarchico e ribelle, giunge a provocare la morte del fraterno compagno Michele, passato invece a militare tra le forze dell’ordine. Da qui la necessità che egli si dia alla fuga, inseguito dalla dolente e inconsolabile Teresa. Devo dire che proprio questa fuga ha momenti convincenti, come quando il fuggitivo giunge a recuperare un padre vivente all’estero e fino a quel momento assente. Infine Bern ripara in un luogo del tutto imprevedibile e strampalato, come Islanda. Questo finale potrebbe essere tacciato di inverosimiglianza, ma ha una sua grandezza, infatti il tristo eroe va a vivere in una grotta, isolandosi dagli altri umani, patendo una voluta o subita reclusione, agitandosi in quella cavità come un anacoreta dei nostri giorni, come un santone disposto a dare udienza, a ricevere visite di persone, purché queste si sappiano tenere a debita distanza. Poi, se ne va, e allora Teresa può realizzare il vecchio sogno, andare a utilizzare il seme del suo amato rimasto congelato, farselo inoculare e averne finalmente un figlio, un erede. Difficile fare i conti, delle entrate e delle uscite, stabilire se la somma risultante, di tanto “suono e furia”, sia positivo o negativo, ma certo l’edificio, nonostante le molte crepe, risulta accattivante.
Paolo Giordano, Divorare il cielo. Einaudi, pp. 430, euro 22.

Pin It
Standard
Letteratura

“Loro” o “Lui”?

Naturalmente ho sentito il dovere di precipitarmi a vedere pure la seconda parte dell’affresco concepito da Sorrentino, il “Loro 2” di cui pure si fa fatica a cogliere la necessità artistica, in quanto in sostanza è una ripetizione della parte precedente. O forse era meglio intitolarlo a un “lui”, pomposo, ieratico, scurrile, in quanto la controfigura di Berlusconi vi compare fin dall’inizio, purtroppo affidata alla maestria di Toni Servillo, con l’effetto già da me rilevato in precedenza, di rendere simpatico il faccione del despota, facendolo corrispondere quasi a una arguta maschera dell’arte, a un furbo Bertoldo, sempre padrone dei suoi riflessi, con all’intorno solo una schiera di ombre senza alcuna emergenza, affondate in un noioso moltiplicarsi di scene di sesso e di droga. Dispiace vedere che anche un eccellente attore come Riccardo Scamarcio viene malamente speso nel tentativo di assumere qualche protagonismo accanto alla statura dominante del padrone, cui pretende di dare astuti consigli o di trarre favori in modi maldestri, che l’altro blocca con prontezza di riflessi. Dallo stuolo delle “olgiatine” prive di personalità emerge solo la giovane interpretata da Kasia Smutniak, l’unica che ha il coraggio di contestare il tiranno obiettandogli che il suo fiato puzza di vecchio e di dentiera.
Poi anche in questa seconda parte ricompare il duetto tra Berlusconi e Veronica Lario (sempre interpretata dall’ottima Elena Sofia Ricci), come se il dialogo già impostato nella prima parte continuasse ininterrotto, e ancora una volta affidato alla nostalgia, al ritorno di fiamma. Già in precedenza notavo che siamo come al rinnovarsi di una coppia sentimentale e kitsch, alla maniera di Albano e Romina. Qui più che mai Sorrentino si guarda bene dal pronunciare condanne, o almeno la disputa che si apre tra i due è senza esclusione di colpi. Il tutto parte dal momento in cui la moglie denunciò urbi et orbi che il marito era impazzito al seguito di un incontenibile erotismo senile, quello che in effetti ha contribuito a destabilizzarlo e a fargli perdere consistenti quote di consenso popolare. Ma il tiranno ha modo di rispondere, obiettando che in definitiva, quando lui l’ha presa tra le sue braccia, Veronica altro non era che una “velina”, una potenziale “olgiatina”, pronta ad attaccarsi a lui per avere soldi e protezione. Infatti le ricorda che una grande vecchia della scena come la Borboni dichiarava di considerarsi fortunata in quanto la sua sordità le impediva di recepire la pessima recitazione dell’aspirante attrice. Al che Veronica si vendica ricordando quella che resta davvero la colpa fondamentale di Berlusconi, l’essersi fatto ricco riciclando i soldi della mafia nel costruire una città satellite alle porte di Milano, col famoso personaggio posto a controllarlo assumendo la fantomatica qualifica di stalliere, e con Dell’Utri nella veste di paziente tessitore dei collegamenti. Ma in sostanza tutta questa sequenza è intonata a un “amarcord”, a note di tristezza, quasi di virgiliane “lacrimae rerum”, di pianti dei due l’uno sulle spalle dell’altro. Poi c’è un finale che ci porta al terremoto dell’Aquila, tanto sfruttato a fini propagandistici dalla retorica berlusconiana, ma anche qui Sorrentino non colpisce. In fondo, a confermare la vacuità delle assicurazioni provenienti dall’allora capo del governo sarebbe bastato mostrare come i balconi delle casette tanto vantate siano crollati al primo uso. Invece il leader maximo è colto quando compie il gesto caritatevole di dare a una povera sinistrata la dentiera andata perduta nella fuga dal crollo. Infine, c’è una scena in cui mi pare che appaia tutto il debito enorme che il nostro regista ha nei confronti dell’ombra che lo assilla e lo assedia, il genio di Fellini. Anche qui, il processo al creatore di FI è sospeso, con buona pace di tutti gli oppositori di sinistra. Appare una sequenza generica, improntata a una “pietas” quasi senza soggetto, infatti si vedono i pompieri che con una scala di fortuna calano a terra una enorme statua di Cristo, come ostia, vittima sacrificale delle nostre colpe. È quasi una citazione dell’inizio stesso del capolavoro felliniano, della “Dolce vita”, con quei due elicotteri dai quali pende proprio l’immagine di un Cristo portato a sorvolare, a benedire o condannare una Roma divenuta del tutto simile a una Gomorra.

Pin It
Standard
Letteratura

Starnone: una grazia ariostesca

Voglio dire tutto il bene possibile di Domenico Starnone, un autore che ho già incontrato a più riprese, per “Autobiografia erotica di Aristide Scampia”, credo su “Tuttolibri”, quando ero riconosciuto degno di scrivervi, prima di esserne espulso non ho mai saputo per quale indegnità, e di recente per “Scherzetto”, quando mi sono ormai risolto ad accettare questa mia presente solitudine monologante. Ora egli ci propone tre racconti del passato come “false resurrezioni”, ma direi che l’aggettivo è da mutare da “false” in “felici”. La materia, se si vuole, è comune a tanti altri suoi colleghi, è si scena una famiglia allargata, dove un modesto travet, un piccolo insegnante di provincia non manca però di fare le corna alla moglie, ma in modi non gravi e anzi reversibili. Non compare l’accanimento ripetitivo e privo di inventiva, nel succedersi di una frusta trama di amori e disamori, che si ritrova in tante altre storie di questi tipo, condotte con compunta rassegnazione, come per sottostare a un rituale obbligato. Basti andare a leggere il mio verdetto implacabile steso sull’ultimo prodotto di un campione di questa fatta, Giorgio Montefoschi col suo. “Corpo”. Starnone non cade neppure nel fallo di rinforzare la monotona piattezza di cronache coniugali con l’inserimento di qualche fatto grosso, o di qualche fuga in avanti, a immaginare crolli, disastri futuri. Egli si vale di un ritmo scintillante, di una specie di “allegro andante”, del tutto opposto all’andamento greve che a vicende magari della stessa natura assegna la Ferrante, e ho già stigmatizzato l’errore imperdonabile di chi pretende di reperire in lui il tessitore di quei cupi e banali canovacci. Il presente recupero ci dona tre racconti, tutti all’insegna della grazia, della mano leggera. Nel primo, “Segni d’oro”, è di scena uno di quei personaggi minori che, come i malati, si rivoltano nel letto alla ricerca di miglior fortuna, ovvero il piccolo intellettuale di scena, che sa a memoria i passaggi delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, va sui Colli Euganei sulle tracce del suo eroe, quasi a volerne ritrovare i fasti sentimentali, il che gli riesce incontrando una giovane che non sembra insensibile al suo fascino. Ma il personaggio principale è quello di una sua scorbutica parente in apparenza destinata allo zitellaggio che invece, per incomprensibile colpo di dadi, ha suscitato una folle passione erotica in un padrone del vapore, odiato da tutti i dipendenti, ma disposto solo per lei a presentarsi in panni più amabili. Il nostro intellettuale di basso conio saltabecca da una situazione all’altro, ma sempre col conforto di borbottare tra sé e sé, e di servire con garbo a noi lettori, qualche chiosa di buona lega letteraria. In tal modo il divertimento è garantito, ad alleviare la tetraggine dei casi umani, che in genere non si presentano in termini più accettabili.
Forse ancor più divertente, anche perché più concentrato, il secondo racconto, “Eccesso di zelo”, che nasce dalla forzata convivenza del solito modesto travet, addetto a trascrivere a macchina dei testi bolsi e retorici, con una collega sedente sulla scrivania dirimpetto, la quale gli chiede assistenza da un ex-amante che le vuole imporre una forzata coabitazione. Il nostro buon samaritano accetta di indossare i panni mentiti di un fratello della amante delusa per indurre il non più gradito ospite a sloggiare, ma ne nascerà un duetto delizioso per colpi di una specie di karaté domestico, ricco di mosse improvvise e impreviste, in una commedia degli inganni, quasi di ariostesca leggerezza, il che ci tiene ben lontani dalle fosche, pseudo-romantiche vicende dell’Ortis.
Infine, il terzo racconto mette subito in campo fin dal titolo la sua ragion d’essere, “Denti”. Il nostro solito borghese “piccolo piccolo” è ossessionato da un lacerante dolore ai denti cui cerca rimedio andando a battere alle porte di dentisti, ma qui comincia una lunga via crucis, ovvero si dipana la solita commedia di errori e inganni. Qualche dentista altolocato lo respinge, fiutando in lui il cliente poco danaroso e girandolo a qualche collega di minore rinomanza ma di più miti pretese. E’ una serie di peripezie che, per noi lettori non ossessionati dallo stesso mal di denti, è fonte solo di divertimento, di piacere nell’andare a fare capolino in tanti gabinetti medici, stimolati dall’infelice protagonista a esaminare gli altri pazienti in attesa, a farne l’inventario, a indovinare le storie che si annidano in ognuno di loro. Insomma, la narrazione di Starnone è come un mobile, di quelli cui andava la predilezione di Kafka perché provvisti di tanti cassetti e comparti, da aprire, da andare a rovistare al loro interno per ricavarne un inventario ricco di tante minute scoperte.
Domenico Starnone, Le false resurrezioni, Einaudi, pp. 444, euro 17.

Pin It
Standard
Letteratura

“Loro 1”: un contrasto insanabile tra le due parti

Mi sono precipitato, come tanti, a vedere “Loro 1” di Paolo Sorrentino, in attesa del “Loro 2” che dovrebbe uscire a breve scadenza, e come tutti ho constatato la curiosa spaccatura in due del film, tra la completa assenza del nume ispiratore dell’intera impresa, Berlusconi, nella prima parte, mentre nella seconda c’è fin troppo, e col verificarsi del solito fenomeno inevitabile. Quando un “cattivo”, un “genio del male”, come appunto Intende essere presentato Berlusconi, è però interpretato da un attore di qualità, in questo caso Toni Servillo, scatta un rovesciamento, cioè il personaggio in partenza condannato diventa invece gradevole, perfino simpatico. Servillo dà al Berlusca il faccione ilare di una maschera dell’arte, di un Bertoldo, di un “villano arguto”, cinico, astuto, nei consigli di pratica e disinvolta furbizia che dà a un nipotino, invitandolo anche a immaginare la presenza nella baia sarda dove sorge la principesca dimora delle vacanze, di una nave del consociato, in furberia e ribalderia, Putin. Ma la cosa più strana è l’indietreggiamento, l’”amarcord” che ci porta a un amore vetusto del Diavolo, con Veronica Lario, nel segno di un nostalgico ritrovato affetto. Accentuato anche in questo caso dalla bravura dell’interprete. Elena Sofia Ricci. Sembra quasi di assistere a una variante del nuovo affetto ricucito tra Albano e Romina, siamo insomma in pieno kitsch, in un clima affettuoso e sentimentale che è in pieno contrasto con la prima parte del film, dove Berlusconi è presente solo come perfida esalazione, come ispiratore occulto di una ridda satanica di perversioni, coiti, sodomie, nefandezze di ogni tipo, cui gli attori, anche se di vaglia, come Riccardo Scamarcio e Fabrizio Bentivoglio, danno copro ma ridotti a maschere, a entità precarie, quasi a comparse sfuggenti, senza che il regista gli dia spago, agio di muoversi in modi sciolti e personalizzati. Il racconto si sbriciola in una serie di skteches, quasi venendo meno alla ragione istituzionale del genere narrativo, che non dovrebbe mai mancare di rispettare un filo conduttore, una trama, mentre in questo caso la narrazione dà luogo a tante performances, pronte a calarsi in altrettanti video, ma di quelli brevi, più adatti a una galleria d’arte che a una sala cinematografia, dove il pubblico è abituato a esigere una certa consequenzialità, mentre se entra in una galleria d’arte accetta di lanciare brevi occhiate a qualche monitor. Il dio inspiratore di questo Sorrentino, che come ne “La grande belllezza” o in “Youth” procede per lampi e illuminazioni, è ovviamente Fellini, ma con un grado di smobilitazione di qualsivoglia spunto narrativo assai più spinto, tanto che lo spettatore si trova sottoposto a un bombardamento di scene, alcune magari anche forti, come quando il regista fa un uso improvviso e impensato di comparse di animali, la pecora subito in primo piano all’inizio del film, o la rapida e scomposta cavalcata di un rinoceronte su una spiaggia. E’ un centone di frammenti, di illuminazioni, prendere o lasciare, alcuni forti e incisivi, altri monotoni, ripetitivi, o addirittura senza capo né coda. Resta da chiedersi come sarà la continuazione, il “Loro 2”. A quale chiave si ispirerà il regista, riuscirà a evitare la ripetizione, il ricadere in meriti e difetti, reggerà la visione, o avremo soltanto un’antologia di pezzi, che magari ogni spettatore potrebbe tagliuzzare ad libitum e portarseli a casa?

Pin It
Standard
Letteratura

Petrella, fragile non è solo la notte

Insisto anche questa volta a parlare di un prodotto dell’enorme “coiné” che si è impadronita del mondo intero, sfornando opere narrative improntate a trame gialle o pioliziesche, sfornate in cartaceo o ben più spesso in formato elettronico, per cinema e televisione. E’ un fenomeno, come, già detto, paragonabile ad altre fasi di narrativa popolare di vasto consumo, si pensi ai medievali poemi cavallereschi, o all’ondata di romanzo “nero” o gotico in Inghilterra sul finire del Settecento, o alla serie dei segreti di Parigi stesi da Eugène Sue nel cuore dell’Ottocento. Oggi parlo di una cosa a dire il vero molto povera e provvisoria di uno scrittore, Angelo Petrella, che però avrebbe i numeri per far molto meglio, mentre qui si è dato a fornire un prodotto facile, di pronto uso, pur manifestando qualche eco di una qualità superiore: per esempio, lascia ben pensare il titolo, “Fragile è la notte”, una felice accoppiata che naturalmente ci fa pensare a un classico come Scott Fitzgerald, e in definitiva non del tutto spregevole è il protagonista, Denis Carbone, portatore di un’angoscia, di un’ansia autodistruttiva che lo spinge a tuffarsi nell’alcol, con interminabili bevute di una marca specifica di wisky, Macallan, e uso di sigarette Rothmans. Il tutto con nausee, crampi allo stomaco, vomiti. Insomma la scheda dei “dolori del giovane Denis” è quanto di meglio ci offre la vicenda, e qualcosa del genere si potrebbe ripetere anche per il personaggio ideato da uno scrittore ben più quotato del nostro Petrella, il Lucarelli ideatore dell’ispettore Coliandro, a dire il vero apparso solo in un sequel televisivo, affidato a un eccellente attore, Giampaolo Morelli. Nell’uno e nell’altro caso riusciamo a simpatizzare, a provare solidarietà, umana partecipazione per le vicende personali dei due tristi eroi, nel caso di Coliandro anche per l’abbondante accompagnamento di buone cariche di umorismo involontario in cui affonda, mentre i dati di trama risultano di disarmante stereotipia. I due vengono degradati, ma trovano modo di far valere le loro buone attitudini portando a soluzione i rispettivi casi. Questi in genere sono di smaccato sensazionalismo, qui la vittima è una signora, tale Ester Fornario, che via via ci appare come una incredibile megera dedita alla pratica del sesso estremo. Naturalmente c’è di mezzo, a un certo punto, un dischetto su cui sono registrati segreti quasi di stato, rivolte, congiure, il che provoca l’uccisione della donna, sfortunata detentrice di questo tesoretto elettronico. I sospetti cadono su un poco di buono, che però in questa circostanza risulta innocente, e anzi sarà tra le vittime a ripetizione che la storia richiede. Si sa bene che questo genere narrativo ampiamente codificato chiede sangue a profusione, il rituale della morte di qualcuno si ripete a ogni pie’ sospinto. Si aggiunga l’immancabile corruzione dei superiori, che qui tocca anche l’alto grado di un questore, orditore di intrighi, con una accolita di funzionari e poliziotti che lo seguono anche sulle vie del malaffare e del delitto. Ci sono sparatorie, scontri, anche all’arma bianca, descritti con passabile icasticità e irruenza. Fra l’altro Petrella non esita a sottoporre il suo eroe a prove estreme, gli vengono iniettate sostanze narcotizzanti, resta vittina di spettacolari incidenti d’auto, da cui si salva miracolosamente per tirare avanti, fino alla immancabile conclusione positiva. E’ però merito di Petrella, e indice di sue buone doti, che il finale non sia trionfalistico ma echeggi un esistenziale e pessimista “viaggio al termine della notte”. Così come, tra tante imprese prevedibili, conformi a miti e riti del filone seguito, il protagonista, tra una bevuta e l’altra, un crampo allo stomaco, un qualche avvoltoio fisico e metafisico che gli rode il fegato, riesce pure ad avere qualche visione felice del Golfo di Napoli, seppure ü passant, di chi non ha tempo di soffermarvisi ma deve tirare diritto per la rotta obbligata.
Angelo Petrella, Fragile è la notte, Marsilio, pp. 159, euro 16,50

Pin It
Standard
Letteratura

Montefoschi: una narrativa fatta di “non-luoghi”

Circa vent’anni fa opponevo un risoluto “pollice verso” sulla rivista ”L’immaginazione” a un romanzo di Giorgio Montefoschi, uscito allora, “Il volo”, lo potrei ripetere quasi con le stesse parole a proposito del suo recente “Il corpo”, se non fosse che in genere non replico mai le mie sentenze di morte nella medesima sede, un ritorno di condanna sta bene in una sede minore, forse sfuggente, come questa del mio blog solitario. Naturalmente, se il giudizio di qualità è lo stesso, mutano di volta in volta i motivi di trama adottati dallo scrittore. Montefoschi, si potrebbe dire, è un frequentatore di quelli che in ambito architettonico Marc Augé ci ha abituato a chiamare i “non-lieux”, luoghi anonimi, banali, fatti in serie, come aeroporti, supermarket eccetera. Nei quali a dire il vero ci potrebbe anche essere del buono, del resto è pur necessario abituarsi a ciò che ci si presenta come inevitabile, chiamandoci a “far buon viso a cattivo gioco”. C’è in effetti un fascino insito nel banale, non per nulla proprio nel tentativo di giustificare il viaggio del nostro autore in luoghi frusti e anonimi si sono invocati nomi grossi, da Joyce a Robbe-Grillet. Solo che in lui la piattezza risulta definitiva, inappellabile, senza riscatto. Si sa invece quale partito utile ne sapeva trarre proprio Robbe-Grillet, cui venne commissionato a un certo punto di scrivere un romanzo tale da presentare con volto piacevole gli aspetti didattici della grammatica francese, coniugazioni, tempi dei verbi e così via, ne venne un gioiello. “Djinn”. Allo stesso modo nel caso del romanzo del Nostro si potrebbe dire che gli è stato commissionato o dal sindaco di Roma per illustrare la toponomastica della Capitale, come ci si muove da una via o piazza all’altra, oppure dall’associazione ristoratori per presentarci una sfilata di trattorie con relativi menu, e devo dire che in definitiva questo è l’aspetto più gradevole ed accettabile del racconto, per chi come me si picca di avere anche una piccola componente di gourmet. A consentire queste diligenti perlustrazioni c’è ovviamente la trama del romanzo, tipica dei nostri giorni, di matrimoni, ménage, consuetudini coniugali, accoppiamenti sessuali che si sciolgono. Qui sono di scena due fratelli, Giovanni e Andrea, con relative mogli, Serena e Ilaria, e figli, nipoti e così via, infatti è opportuno che il panorama sia gremito per poter abbozzare una specie di calcolo combinatorio tra i vari possibili accoppiamenti. In questo caso Giovanni, che dei due fratelli è il più vispo, bravo negli affari, dispotico nei confronti della moglie Serena, e anche con buone attitudini sessuali, a rompere le consegne, a invaghirsi della cognata Ilaria, fino a intessere con lei una vicenda di incontri, abboccamenti, accoppiamenti consumati in assenza dei rispettivi legittimi consorti. Il corpo del titolo c’entra molto poco, se non nella misura che quello dei vari attori viene trasportato da un quartiere della Capitale all’altro, come si diceva, e più che sui vari rapporti sessuali veniamo edotti sugli spuntini, pasti rapidi o raffinati, in casa o fuori che i diversi attori consumano, nelle varie combinazioni previste. Tanta piattezza e superficialità si guarda bene dall’incorrere in esiti catastrofici, da tragedia, in definitiva i fratelli riescono a non rompere del tutto tra loro, anche perché Ilaria, che potrebbe essere il pomo della discordia nella famiglia, a un tratto si dichiara sazia della relazione col cognato, non gli apre la porta, non si capisce bene perché. E anche la malattia da cui questi è colpito, che potrebbe essere una utile manifestazione delle componenti corporali, non incide più di tanto. Il troppo presuntuoso Giovanni viene colpito da una crisi, subisce un ricovero ospedaliero, da cui però si riscuote per andare subito a rituffarsi nel girotondo di incontri previsti dalla vicenda. La logica dei “non-lieux”, che è anche il trionfo dei non-eventi, riprende subito ad affermare il suo dominio.
Giorgio Montefoschi, Il corpo, Mondadori, pp. 220, euro 19.

Pin It
Standard
Letteratura

Giuseppe Conte, salvataggio tardivo a Istanbul

Non so per quale misterioso connubio un poeta tendenzialmente austero e dedito al sublime, rivolto a praticare il “poetichese”, come Giuseppe Conte, insista anche a scrivere romanzi intonati a una vena facile, quanto mai leggibili. Mi era già capitato di lodare una sua precedente prova appartenenti a un filone storico, “citazionista”, consistente nella ricostruzione delle avventure e della morte di un suo grande predecessore, il poeta inglese Percy Bysse Shelley (“La casa delle onde”, 2005). Ora invece, con “Sesso e Apocalisse a Istanbul”, Conte è sceso a più miti pretese, entrando nell’agone in cui si colloca tanta produzione attuale, di turismo dedito ad avventure erotiche inframmezzate da incursioni nel terrorismo. Roba insomma da fiancheggiare, su un livello ridotto, i romanzoni di Dan Brown e altra roba del genere. E tuttavia, al termine della lettura, dopo momenti in cui stavo per rigettare il libro ritenendo inutile proseguire nella sua lettura, mi sento di assolverlo, per un finale non privo di grandezza, dove magari l’autore ritrova le doti epiche e altisonanti care anche al poeta. Andiamo a vedere. Protagonista è una donna, Veronica, meglio nota con l’abbreviazione Vero, stanca di un consorte potente ma distratto, tanto da sentirsi autorizzata a trovare un partner più efficace, tale Giona Castelli. Tutto sembra seguire un percorso molto facile, i due vanno a sfogare i loro appetiti erotici a Istanbul, sappiamo quanto questa città sia divenuta epicentro di trame del genere per merito dell’esempio trascinante proprio di Dan Brown. Giona, pur essendo maestro di erotismo, è pure un intellettuale che approfitta di quel soggiorno per visitare alcuni intellettuali del luogo. Assieme a loro ha la pessima idea di andare con una prostituta, anche se la cosa ci resta alquanto celata, la verremo a conoscere solo per gli effetti tragici che ne derivano. Infatti salta fuori un vendicatore della notte, una esistenza bruciata dalla droga, di un giovane caduto nelle mani di una setta religiosa e di relativi santoni, ispirati all’Isis o a roba del genere. Da questo punto in poi il modello Brown si impone, infatti questo giovinastro, proprio come l’essere subumano che compare nel “Codice da Vinci”, non ha mai goduto dei piaceri del sesso. Però lo turba un incontro del tutto casuale con la fascinosa Vero, che lo investe con la sua auto sportiva, avendo cura di lui, mostrandogli un po’ di quell’attenzione, colma di lusinghe, di cui egli è sempre stato privo. Da un lato questo spirito votato alla ribellione e alla vendetta avrebbe l’incarico di vendicare la prostituta e di uccidere chi ha approfittato di lei, infatti la vicenda si tinge di giallo per la morte in circostanze misteriose dei due intellettuali che hanno avuto i rapporti carnali con la donna. Infine giunge il turno di punire anche Giona, il vendicatore lo raggiunge nella sua camera d’albergo, ma vi si sente combattuto tra la missione da compiere e invece l’attrazione erotica per la bella signora da cui si sente irresistibilmente attratto. Lotta strenua in lui tra le due pulsioni, copia conforme di tante scene di sequestro, coll’invasore che applica cerotti e altri legami sulle due vittime, i quali però riescono a liberarsi, avendo nel frattempo compreso che, ben oltre i loro casi individuali, il giovane folle mira a una strage di massa, per cui in definitiva non ha tempo da perdere con loro, se ne allontana, assorbito dal compito rituale-micidiale che lo guida. Scatta a questo punto una mutazione spirituale in Giona, l’essere vizioso, sfruttatore di donne, approfittatore di ogni circostanza si muta in un “eroe del nostro tempo”, corre a perdifiato, in affanno, nel tentativo di fermare lo stragista prima che compia l’atto nefando. Riesce infatti a giungere sul luogo del crimine appena un minuto prima, e si getta, allargando le braccai, frapponendo il suo corpo, quasi per raccogliere su di sé i proiettili che il kamikaze sta sputando fuori da una mitraglietta. Gesto eroico che salva la situazione e riscatta l’intellettuale dalla sua mediocrità. Lo stesso si potrebbe dire anche del nostro Conte, che con questo esito “sublime” riscatta la stereotipia del suo prodotto, anche se siamo ancora una volta alla replica di imprese ben note che ci sono già state narrate in tanti film e serial televisivi. Il bravo detective, risollevandosi dagli inevitabili trascorsi di drogato o di alcolista, giunge sempre a bloccare lo spietato omicida, proprio come avviene anche in questa vicenda.
Giuseppe Conte, Sesso e Apocalisse. Giunti, pp.235, euro 16.

Pin It
Standard
Letteratura

Costanza Savini e “quel ramo del lago di Garda”

Mercoledì scorso 21 marzo, alla presentazione del mio ultimo saggio Mursia, l’amico Roiss mi ha fatto conoscere la giovane narratrice Costanza Savini che mi ha consegnato sia una sua opera precedente, “Morte nei boschi”, co-firmata con Giorgio Celli, sia un appena uscito “Il lago in soffitta”, tutto di sua mano, entrambi usciti presso il mio medesimo editore, Mursia. Quando mi giungono prodotti non previsti e non annunciati in alcun modo, sono alquanto restio a spendere quel tanto di attenzione che ogni lettura richiede, in questo caso però mi ci sono accinto, sia per la pressione gentile dell’amico, sia per la comunanza di casa editrice, e devo dire con consenso crescente. In definitiva, siamo davanti a un caso non molto diverso da quello costituito dal romanzo di Marco Balzano, “Resto qui”, salutato da un buon successo di critica, e accolto favorevolmente anche da me in questa sede. Altrettanto spero che possa capitare pure al “Lago” della Savini, se non ostasse un editore non di uguale capacità pubblicitaria. In fondo, siamo a una variante del ricorso alla categoria del “vero”, che costituisce pur sempre un buon punto di partenza per ogni “storia”, di cui non va mai dimenticata l’origine dalla categoria greca dell’”id”, del vedere coi proprio occhi. Occorre però che intervengano anche opportuni arricchimenti di trama, ovvero appropriati affondi nel verosimile, e che quindi dalla piatta presenza della “storia” si passi a un esito di “poesia”. Nel caso di Balzano, la singolarità di sapore documentario, di rispetto verso un “vero” storico, sta nell’intrattenerci su reazioni e sentimenti che provavano gli abitanti altoatesini del ceppo originario germanofono quando furono sottoposti alla violenza italianizzante del regime fascista. Anche qui in partenza c’è l’andare a sfruttare un singolare cantuccio della storia recente, quando la protagonista, Nina del Meis, più giovane rispetto ai personaggi di Balzano, trovandosi immersa nei disgraziati anni della seconda guerra mondiale, affronta, subito all’inizio, uno “sfollamento “ della famiglia bolognese fino a una località sul lago di Garda, Costermano, ritenuta più sicura, E intanto, già un vivace sapore del tempo ce lo rende il viaggio stesso di trasferta, compiuto in baroccio trainato da un cavallo, essendo ormai divenuto, nei primi ’40, assai difficile trovare come mezzo di trasporto un’auto o furgone. Singolare, e fonte di appezzabili conseguenze, il fatto che questa famiglia di sfollati sia costretta a dividere l’abitazione con un generale tronfio e pomposo al servizio della Repubblica di Salò, del resto propinqua sullo stesso Lago, nella ben nota e famigerata località di Salò, dove il Duce risiedeva in una villa Feltrinelli. Il generale, come del resto la famiglia Del Meis, possiede una abbondante serie di figli, detti con epiteto divertente Generalini. Se i genitori mantengono le distanze, le rispettive figliolanze si consorziano in gustose avventure adolescenziali che hanno un primo scopo nella costruzione di una rudimentale teleferica. Del resto pure il capofamiglia, il Generale in persona, medita di affidarsi a qualche marchingegno della stessa natura, intuendo che la fine della Repubblica di Salò è ormai imminente e bisogna pensare a vie di fuga. Uno dei motivi di fascino, nel nome del “vero”, di quanto ci viene narrato dalla Savini sta proprio nel descrivere il clima di tragedia, di impazzimento, di erotismo da ultimo colpo in canna, che si respira in quell’angolo sperduto d’Italia, dove a dominare ci sono proprio i due temi indicati nel titolo del romanzo, il Lago, misterioso, sfuggente, con le sue nebbie, le sue notti nel buio, ma anche la soffitta, che come in tanta letteratura classica diviene meta di perlustrazioni dei Generalini e di Nina, con una serie di avvincenti scoperte. Ci sono strani e misteriosi armadi, si scoprono cassapanche contenenti corpi mummificati di sacerdoti, forse vi si custodisce pure il favoloso tesoro di Dongo. Infatti si accenna alla possibilità che nottetempo quel luogo così caro alle fantasie infantili dei giovani abitanti venga pure visitato dal Duce in persona. Insomma, la nostra Savini gioca abilmente tra il “vero” e l’immaginario di esplorazioni e avventure fantastiche, forse perfino con ricchezza eccessiva, dimostrando di possedere troppe frecce al suo arco, troppi assi nella manica. Forse in una prossima occasione dovrebbe selezionare meglio tra tanta ricchezza di spunti, che alcune volte le scappano di mano e affondano in una eccessiva ambiguità. Ma il composto risultante, la torta finale appaiono succulenti, appetitosi.
Costanza Savini, Il lago in soffitta. Mursia, pp. 225, euro 17.

Pin It
Standard
Letteratura

Andrea Inglese, una perfetta continuità tra poesia e prosa

Ricevo e commento ben volentieri “Un’autoantologia” compilata da Andrea Inglese, che è stato tra i protagonisti dell’edizione 2011 di RicercaBO. Molto interessante che un pre-titolo ne dichiari il contenuto, “Poesie e prose 1998-2016”. In genere, essendo stato promotore dei “laboratori di nuova scrittura” condotti sul finire del secolo scorso a Reggio Emilia (RicercaRE), poi reimpiantati proprio nella mia citta, Bologna, a partire dal 2006 in avanti (RicercaBO), mi sento in obbligo di valorizzarne le varie presenze. Cosa molto facile per le edizioni reggiane, in cui ci fu una straordinaria invasione della narrativa, fino a costituire il decennio che considero più ricco nell’intero panorama italiano del Novecento. Più incerti gli esiti del nostro ritorno in scena nel nuovo secolo, dove a livello di narrativa mi sembra che non si sia ancora coagulata una situazione netta. Ma la poesia, come del resto è quasi sempre avvenuto presso di noi, continua a dettare legge. Se, in RicercaBO, c’è stato un fenomeno chiaramente visibile, lo si deve a “Prosa in prosa”, anche se l’etichetta sembrerebbe indicare un passo indietro della poesia, fino a indossare i panni della rivale. Ma è una sottile mossa tattica, di sfida sorniona. Sta di fatto che Inglese, allora, era comparso indossando proprio i panni del prosatore, ma io avevo reperito in lui i tratti classici di una prosa che già in passato aveva adottato una navigazione intermedia, tra una poesia dichiarata e manifesta e una narrativa riposta invece sulle misure lunghe, magari dotata di trama. In sostanza, come conferma questa “autoantologia”, nel nostro Inglese c’è un percorso unico, dalla poesia alla prosa, che ignora tutte le possibili staccionate divisive, mentre si cimenta “sul serio” in entrambe le direzioni, a differenza dei colleghi, Giovenale e compagni, che quando visitano i lidi della prosa, lo fanno per finta, rivolgendole in sostanza uno sberleffo, menando i lettori in una trappola, ovvero abbandonandoli a metà, lasciandoli privi di qualche esito circostanziato. Il tratto fondamentale da riconoscere in Inglese è quello di una straordinaria densità semantica, basta dare un’occhiata alle sue poesie, composte di versi tutti più o meno della stessa lunghezza, tetragoni, compatti, sia nei confini esterni, sia soprattutto nei contenuti, che spaziano da un vocabolario di completa, ostentata materialità, corporalità, gestualità, in cui sono compresi tutti gli stati psichici e fisici riguardanti il sesso, la malattia, la sofferenza, ma sempre contrastati da riferimenti dotti, perfino burocratici. Qualche verifica ad apertura di pagina, come si usa dire in questi casi. Compare un dato tranquillo come un tramonto, che però risulta adagiato su “creste sedimentarie”. Uno sfarinarsi di “tronchi di ghiaia”, dato quanto mai materiale, viene però riportato a “segnaletiche”, e beninteso non mancano gli oggetti della civiltà urbana, indicati però con una “callida iunctura , venendo definiti “balene di quindici piani”. Forse il nostro poeta non si sente del tutto estraneo a “un funzionario in divisa” che porge “fogli da controfirmare”. E si sente anche “Come un astrologo azteco / coartato da incompiuta / nascita a lunga / deviazione cosmologica”. Questo procedere per chiasmi, tra volgarità e raffinatezza intellettuale, trova forse una delle sue più piene affermazioni nel proclamare il culto di “chirurgie angelicanti”.
Una simile pienezza e alta densità semantica riscontrabile già nei componimenti che si presentano come poesia consente un passaggio del tutto naturale alle prose, che in lui non corrispondono affatto alla pratica di un “pis aller”, diversamente rispetto ai suoi colleghi. In fondo, Inglese intende riallacciarsi al padre più autorizzato di questo genere, al Baudelaire dei “Petits poèmes en prose”, che nel sommo Charles non volevano certo indicare un mutamento di pedale, ma un proseguimento nella stessa tematica, solo affidandola ad altri mezzi, in definitiva più liberi, più sciolti, ma evitando con cura il nemico, ovvero la trama, il senso compiuto, intendendo invece fermarsi un momento prima, a cogliere, a infilzare nello spiedo stati di disagio, di sofferenza, di inquietudine. Baudelaire iscriveva tutte le sue prove nella categoria dello “spleen”, termine quasi intraducibile, o comunque dai mille significati cangianti, tanto che proprio per evitare di doverlo definire il poeta francese ricorreva a un vocabolo inglese, sia perché era alla moda, sia perché gli permetteva di non risolvere l’enigma. In definitiva, anche gli stati d’animo saggiati da Inglese potrebbero essere posti all’insegna di uno “spleen”, ugualmente sfuggente ed enigmatico, posto all’altezza dei nostri tempi.
Questo suo “fare sul serio”, nel coltivare il poema in prosa, lo distanzia risolutamente dalle pratiche dei colleghi, che invece procedono “per scherzo”, con spirito post-dadaista, o da Oulipo, alla maniera di Queneau e di Perec. Invece a Inglese bisogna attribuire la discendenza giusta e appropriata di questa forma d’arte, a partire dal gran padre Baudelaire e passando per un suo continuatore del Novecento come Francis Ponge, senza dimenticare qualche affinità, rimanendo sempre in terra di Francia, con l’”école du regard”. Non per nulla uno di questi poemetti si intitola “Quello che si vede”, e che ci sia un atteggiamento di primo grado, attaccato proprio alle possibilità del visivo-percettivo, lo dicono anche i sottotitoli di queste prose, che chiamano in aiuto tutta una nomenclatura presa in prestito proprio dalle arti visive: puntasecca, olio su tela, rotoli di feltro e tubi al neon, con la consapevolezza che nell’ambito stesso dell’arte ora si è pronti ad abbandonare una visività stretta per accogliere altre dimensioni e tecniche di registrazione. Compare quindi pure una prova affidata al magnetofono e alla proiezione super otto. Però, non è che Inglese venga meno del tutto a un compito sperimentale-eversivo, che non starà nel prendersi gioco di quanto enunciato in apparenza, ma nel condurre l’impresa con assorto, totalizzante impegno, così da darci reperti fitti, di grande peso specifico.
Andrea Inglese. Un’autoantologia autoriale”, Edizioni Dot Com Press, pp. 175, euro 15.

Pin It
Standard
Letteratura

Pupi Avati, affascinante viaggio nelle tenebre

Per fortuna Pupi Avati ha risposto prontamente all’auspicio con cui chiudevo una recensione del tutto positiva della sua prima prova narrativa in prosa, “Il ragazzo in soffitta”, auspicio che ne venisse una nuova opera, come accade ora con “Il signor diavolo”. Come si sa bene, siamo in un periodo in cui i narratori tradizionali sembrano scrivere storie pronte a essere riversate su pellicola cinematografica, o in “serial” televisivi. Pupi Avati, signore della regia con decine di capolavori a suo merito, segue invece un percorso a ritroso, abbandona cioè i mari da lui dominati del cinema per risalire i torrenti oggi minoritari della scrittura, quasi come fanno i salmoni. Non solo, ma non si limita a ripetere quanto da lui già intrapreso nella prima uscita, e a bordeggiare i successi cinematografici, come in definitiva succedeva nel romanzo precedente. Anche là, come in tante sue pellicole, si partiva da una Bologna ben assestata in confortanti salotti borghesi, anche se nella soffitta di una casa bene erano andate a vivere in modo periglioso delle esistenze poste fuori da quell’area di sicurezza, inquietanti, ma in definitiva non sfuggenti del tutto al controllo dei “normali”. Qui invece Pupi Avati decide di dare un calcio ad ogni sgabello confortante, ad ogni margine di certezza, per avventurarsi nelle acque infide già da lui esplorate nei primi film della sua carriera. Basti pensare ad opere come “La mazurca del barone, della santa e del fico fiorone”, del ’75, o meglio ancora a “La casa delle finestre che ridono”, ’78. Chissà che questo ritorno alle origini, oltre all’esito cartaceo, non ne conosca anche uno filmico, starà all’autore decidere. Qui, intanto, avviene subito il tuffo nella corrente, o meglio, nella palude. L’”opera prima” cartacea rimaneva ancora dominata da una presenza ragionevole, “come noi”, con delega ricevuta dall’autore, pur chiamata a sperimentare vicende contrassegnate da fatti orrorifici. Qui siamo a una “full immersion”, in quanto il protagonista che dice io nella vicenda, tale Furio Momenté, è personaggio di dubbia moralità. Si tratta di un piccolo funzionario della burocrazia romana che vuole emergere, quindi accetta di farsi spedire nella provincia veneta a seguire un caso giudiziario dai connotati incerti, che rischiano proprio di avere risvolti diabolici, di entrare nel territorio proibito dei malefici, delle comparse in scena del “signor diavolo”, come promette il titolo. Siamo in regime democristiano, quindi Momenté sa bene che suo primo compito è di mettere a tacere le strane voci che avvolgono un crimine dai lineamenti molto confusi, restaurando la pubblica quiete, eliminando ogni lato oscuro. Del resto, fin dall’inizio questo modesto travet ci appare improntato a dubbia moralità, basti dire che per far quadrare il bilancio domestico accetta addirittura che la moglie si prostituisca. Nel corso della sua missione Momenté viene in contatto con un giudice istruttore, Marino Melchionda, che vorrebbe attenersi a una limpida razionalità, ma si trova di fronte a fatti oscuri e controversi. Imputato è un giovanotto, Carlo Mongiorgi, che avrebbe ucciso un suo coetaneo perverso e molto chiacchierato, tale Emilio Vestri Musi, ma in modi non chiaramente accertati. Sarebbe entrato nella scatola cranica attraverso il bulbo oculare colpito da un sasso tirato con una fionda, ma non sembra che l’accusato, figura gracile, abbia in sé tanta forza, e dunque già qui subentra il sospetto di essere stato aiutato, al gesto improbabile di un Davide dell’innocenza contro un Golia delle tenebre, da un suo compagno già deceduto, Paolo Osti. Ma il lato più misterioso, terrifico, diabolico sta nella vittima stessa, nel Vestri, forse davvero una incarnazione del Diavolo, o quanto meno di un lupo mannaro, dotato di canini affilati con cui, si dice, avrebbe sbranato una povera fanciulla. Del resto da questo regno inquieto e perverso balza fuori una realtà incontestabile, infatti il nostro funzionario chiamato a spegnere, a far rientrare la vicenda in una tranquilla normalità, si vede recapitare un pacchetto che contiene proprio i denti laceranti dell’accusato, della figura satanica che in definitiva muove i fili di tutta la storia, anche se l’opinione pubblica cerca di rimuovere questa inquietante realtà. Siamo insomma ben lontana dalla logica accomodante dell’intera ondata di “gialli” o polizieschi che oggi ci vengono ammanniti, non c’è il bravo poliziotto, il Montalbano, il Cogliandro che pur attraverso tormentate peripezie risolve gli intrighi facendo ritornare il sereno. Pupi Avati rinuncia a queste accomodanti soluzioni, fa pesare sull’intera vicenda un clima ossessivo, di visioni e fenomeni perturbanti, gli stessi che del resto visitano molto spesso le sue trame, anche quando sembrano seguire un verso giusto. Penso a una storia come l’”Avventura scolastica”, dove al gruppo di ragazzini condotti a compiere un normale e salutare trekking sull’appennino compaiono appunto visioni macabre, come quella dei due coniugi defunti trainati su un improvvisato carro funebre.
Pupi Avati. Il signor diavolo, Ugo Guanda, pp. 202, euro 16.

Pin It
Standard