Letteratura

Dan Brown: un buon prodotto di para-letteratura

La presenza dei romanzi di Dan Brown, con relativo successo, sta a dimostrare che esiste senza dubbio quanto viene detto para-letteratura, cioè la confezione di prodotti narrativi che si raccomandano per la scorrevolezza di trama, spingendo il lettore fino a trangugiare le centinaia di pagine e a non aver pace prima di giungere alla soluzione finale. Ma poi, il libro si accantona, e difficilmente si va a rileggerlo, se non sia per decifrare qualche passaggio rimasto oscuro. E beninteso nelle produzioni del Nostro di queste zone grigie, di questi reati contro la verosimiglianza, ce ne sono tanti. Ma poi ci sono gli aspetti accattivanti, tra cui la ricomparsa in scena di personaggi che abbiamo già apprezzato, con l’accorgimento di ripeterne i tratti, pur di inserire anche qualche opportuna variante. Questo identikit vale per una costellazione di prodotti, i “gialli”, ma anche i “phantasy”, o i “quattro passi nel delirio”, modalità che il narratore statunitense sa frequentare molto bene e amalgamare tra loro, ponendosi alla testa di una vasta schiera di concorrenti. Fenomeno non certo nuovo, basti pensare che opere del genere, legate al filone cavalleresco, erano riuscite a togliere il senno a Don Chisciotte. Noi, più fortunati, cediamo soltanto a un ricatto momentaneo, a una sbornia temporale, per poi rientrare nei panni normali,
E dunque, mi ero già divorato “Il Codice da Vinci” e il successivo “Inferno”, cui ora fa seguito “Origin”, ma con la persistenza del medesimo protagonista, Robert Langdon. E’ infatti imperativo che a condurre il gioco ci sia un personaggio dai tratti simpatici, alla mano, con qualche piccola e perdonabile limitazione, ma per il resto pieno di buon senso, di riflessi pronti. Si aggiunga che la specialità di Langdon sta nella decifrazione di simboli o acronimi e simili, facoltà molto adatta a condurre come delle tortuose cacce al tesoro, alla ricerca di qualche verità occulta. Dall’altra parte ci deve essere una figura volta a rappresentare il genio del male, colui che sta tramando una minaccia letale per il genere umano. In “Inferno” era un “cattivo” assoluto, Bertrand Zobrist, che però, ammettiamolo, aveva diagnosticato una minaccia reale per il genere umano, la sovrappopolazione, fino a escogitare una epidemia letale, la cui diffusione avrebbe fatto strage dei nostri simili, fino farli discendere a un numero sopportabile. In questo caso non c’è un “cattivo”, anzi, un essere dotato di ogni virtù, intelligenza, abilità affaristica, perfino simpatico nei suoi tratti, Edmond Kirsch, e in definitiva la sua minaccia è più accettabile, in quanto volta a darci risposte sui massimi quesiti, da dove veniamo e dove stiamo andando. Questi geni del male o del bene, è opportuno che scompaiano presto, facendosi essi stessi vittine di suicidio, per lasciare libero l’uomo “come noi”, cioè Langdon, con la sua corte dei “buoni”, a sbrigarsela in mezzo a un mare di guai, anche se il genere pretende che si giunga a un lieto fine. Una componente piacevole nei romanzi di Brown è che queste enormi, labirintiche cacce al tesoro si svolgano in genere in luoghi altamente deputati alla cultura, e in particolare alle arti visive, o almeno questo, per un frequentatore di quest’area come me, è motivo di soddisfazione, e bisogna anche ammettere che il nostro autore si informa coscienziosamente in materia, consulta a fondo le guide turistiche. In precedenza ci aveva portato con estrema competenza al Louvre, o agli Uffizi, a San Marco, qui si parte dal Museo Guggenhein di Bilbao, la maestosa costruzione di Frank Gehry. E diciamo pure che la ricognizione nelle sale di quell’edificio è condotta in modi del tutto soddisfacenti. Poi ci si porterà a Barcellona, con perfetto sfruttamento dei monumenti che vi si trovano realizzati dal genio di Gaudì, dalla Pedrera alla Sagrada Familia. Entrano sempre in scena dei poveri esseri che sono preda di lusinghe, di plagi mentali, indotti quindi ad attentare ai rappresentanti del bene, e naturalmente l’abilità del narratore suscita una ridda di sospetti. Chi sono i maligni che vogliono impedire a Kirsch di enunciare la sua tesi, tale da smentire di colpo tutte le religioni più difuse, che cioè non ci sia stato un Dio creatore, che l’evoluzione della vita sulla terra si sia svolta per forze proprie? C’è la monarchia spagnola, con un re moribondo, in cui non si ravvisano affatto i lineamenti decisionisti di Juan Carlos, mentre il principe in attesa di successione sembra davvero una copia conforme dell’attuale regnante Felipe. Ma la sua fidanzata, anche in questo caso distaccandosi dalla realtà, è una intraprendente donna in carriera, capace di porsi fattivamente a fianco dell’eroe Langdon. E ci sono alti prelati, non si sa se intenti a tramare, magari anche contro il Papa di Roma, fino a contrapporgli un antipapa. Tra le presenze più simpatiche c’è pure quella di un robot, di nome Winston, perfetto servitore del Kirsch conduttore dei giochi, perfino troppo bravo nell’eseguire alla perfezione qualsiasi incarico gli venga affidato, e questa non è certo una novità, siamo assediati, oltre che in narrativa, al cinema e alla televisione da una folla di umanoidi di questo tipo. Qui comincia anche a manifestarsi l’inferiorità di queste creazioni di para-letteratura rispetto ai campioni di una autentica creazione letteraria. Winston, con tutta la sua perfezione di servitore efficiente, è solo una stinta malacopia di una autentica progenitrice, messa in campo dal narratoe frnces Villiers de l’Isle-Adam un secolo e mezzo fa, nella sua “Eva futura”.
Ma avviamoci verso il fondo, quando alla fine l’autore è costretto a dare delle risposte, a sciogliere l’enigma. A proposito della nostra “origine”, è da apprezzare la sua difesa di una soluzione laica, aconfessionale, secondo cui la vita sarebbe nata da sé. Se non si è riusciti a riprodurre in laboratorio il passaggio da una chimica dell’inorganico alla comparsa di sostanze organiche, ciò sarebbe dovuto alla nostra incapacità di spingere l’indagine indietro nel tempo a sufficienza, ma quando avremo la possibilità di velocizzare all’estremo questa indagine, riusciremo finalmente ad assistere al miracolo, non più miracolo, di veder apparire il vivente, il biologico dall’inorganico. E dall’altra parte? Su questo punto Brown fa apparire i limiti di chi naviga nel facile continente della paraletteratura rispetto agli autentici creatori che pure si muovono entro questi filoni. La stessa velocità di proiezione che ci permetterebbe di ricostruire il passato ci consentirebbe di prevedere anche il futuro, Qui Brown ha una eccellente carta in mano, quando dichiara che si vedrebbe una macchia nera crescere a dismisura, significando la comparsa di un alieno tra noi, fino a ingigantirsi, a schiacciarci. Qui ci stava una ingegnosa una soluzione alla maniera di Lovecraft, di un’insidia, di un insetto crescente a dismisura, di un mostro gigantesco pronto a inghiottirci. Ma la soluzione di Brown si limita a vaticinare che questa minaccia altro non sarebbe se non la crescita illimitata dei robot, dell’intelligenza artificlale, del resto pronta a stringere un patto d’alleanza con noi poveri umani. Soluzione ovvia, buonista, conciliante, che ci manda a letto sereni e tranquillizzati, Ma forse non è questa la risposta che ci attendiamo da una letteratura che conti davvero.
Dan Brown, Origin, Mondadori, pp. 559. Euro 25.

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Barbolini: un tritacarne che macina bene

Seguo da tempo, con adesione crescente, la multiforme attività di narratore, saggista, giornalista di Roberto Barbolini, che ormai si trascina dietro una numerosa serie di opere, ma forse tutte riconducibili a un fenomeno cui si può dare un “correlativo oggettivo” ricavato dalla gastronomia, ingrediente immancabile in uno scrittore che si vanta delle sue origini emiliane. Dopotutto, in questo curriculum sono comprese “Ricette di famiglia”, del 2011. Mi viene dunque in mente l’operazione di chi macina col tritacarne dei cibi in partenza solidi, e magari anche distinguibili tra loro, separati, ma poi ne esce una striscia continua, multiforme, con tante striature e sfumature. E soprattutto quello che conta è il gesto con cui il condutttore dell’operazione fa scattare il taglio secco e perentorio che interrompe quelle emissioni, ottenendone dei segmenti di varia lunghezza. Questa dinamica spiega la ragione per cui nella produzione di Barbolini si alternano pezzi lunghi, di cose che puntano alla dimensione del romanzo, e altri invece perfino troppo brevi. Questo è anche il carattere della raccolta appena uscita, “Vampiri conosciuti di persona”. Se si va all’indice e si contano le pagine dei vari pezzi raccolti, si vedrà appunto come il coltello del cuoco abbia tagliato secondo misure varie e irregolari, qualche volta forse perfino troppo rapidamente. Ma per tornare al carattere multiforme, eteroclito dell’impasto, prendiamo ancora il titolo dell’ultimo nato, dove a un mostro sacro, orrorifico come quello dei vampiri viene assegnato un carattere del tutto intimo, privato, colloquiale, insito in quell’essere “conosciuti di persona”. Ovvero, Barbolini pratica allegramente un mix tra il sacro e il profano, tra punte di raffinata preparazione culturale, degna di chi ha studiato alla corte di Luciano Anceschi, e improvvise incursioni verso il basso, il prosaico, perfino lo scurrile, senza paura di dar luogo appunto a impasti in apparenza inconciliabili. Si potrebbe anche dire che la musa del Nostro è fondamentalmente “bastarda”, come del resto era indicato dal titolo forse più significativo dei molti espressi dalla sua instancabile officina, quando, in un’opera del ’98, ha denominato la sua Modena originaria “Piccola città bastardo posto”. Vale la pena di ricordare che, risalendo per li rami, un modenese patentato come lui può rivendicare tra i suoi antenati il grande Tassoni. Confesso che nell’andare a leggerlo, ero partito prevenuto, ritenendo che la sua “Secchia rapita” fosse cosa modesta, intrisa di folclore, invece vi ho trovato proprio una delle manifestazioni più efficaci di ibridazione continua, di fusione tra l’alto e il basso. Si pensi alle dee dell’Olimpo che, convocate dal padre Giove, tardano ad andare al concistoro perché impegnate a fare il bucato. Naturalmente, oltre al remoto antenato Tassoni, Barbolini raccoglie pure l’eredità ben più vicina di Delfini, senza contare che non gli manca neppure l’essere andato a navigare in più alte acque, con la trasferta che ne ha fatto un milanese, e dunque si può mettere in lista anche un riferimento a Gadda. Oppure, se si vuole, ritornando quasi ai conflitti tra Modena e Bologna degni della “Secchia rapita”, si potrebbe impostare un confronto tra questo campione della città della Ghirlandina e il nume bolognese della comicità e della parodia, Stefano Benni. Con la differenza che forse l’esponente bolognese ha la tendenza a frequentare di più certi esiti concettosi, iperbolici, futuribili, mentre il contendente modenese si attiene a un cabotaggio in definitiva più tranquillo, con oscillazioni dagli estremi più ravvicinati.
Nel taglio del flusso indifferenziato che sgorga dalla sua macina, l’autore, come indica il titolo, ha voluto privilegiare la presenza del vampiro Dracula, ma beninteso nulla di terrifico, si dà il caso che lo abbiano invitato a tenere una dotta conferenza proprio sull’oscuro nobile della Transilvania, nella sua terra, ma si dà il caso che gli era capitato di incontrarlo davvero, il tristo signore, nella sua incarnazione cinematografica più nota, cioè nella persona dell’attore Christopher Lee, di remote origini modenesi, e dunque la “bastarda città” aveva potuto accoglierlo con tutti i dovuti onori. Ne viene anche l’ameno contrasto tra il figurino del personaggio sanguinario e invece il suo rappresentante, che ai concittadini Modenesi si era presentato in abiti più che decorosi. Roba, insomma, degna di una conferenza da Rotary Club, come l’autore non manca di sottolineare ironicamente.
La striscia policroma ed eterogenea continua a uscir fuori, da un “blocco compatto di passato presente futuro”, e così si affacciano tante apparizioni, tra l’effimero, il casuale, il dotto, subito pronto a inabissarsi nel volgare, dalle stelle della più squisita formazione culturale alle stalle di quanto si addice appunto a un mondo bastardo, dialettale. Si potrebbe anche chiamare in causa la categoria, oggi così diffusa, dell’autonarrazione, dell’autobiografismo, e in effetti Barbolini vi si concede senza troppe remore o pudori. E proprio nel nome di un’esperienza diretta, vissuta “di persona” come più non si potrebbe, dalla macchinetta salta fuori il grumo più forte, più consistente, relativo a una crisi cardiaca subita dal narratore, e ricostruita in tutte le sue fasi, con estrema concretezza, efficacia, urgenza di sensazioni, impressioni. Tanto che forse sarebbe stato meglio isolare questa vasta zona di vissuto, darle un rilievo autonomo. Ma capisco che sarebbe stata anche una infrazione a un metodo generale di lavoro, quello di una macina decisa a procedere per la sua strada, a metter fuori vermi esili, filiformi, o invece grumi poderosi, di grande stazza.
Roberto Barbolini, Vampiri conosciuti di persona, La nave di Teseo, pp. 237, euro 15.

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Janeczek, persuasiva cantrice di Gerda Taro

Sono reduce dalla lettura del romanzo di Helena Janeczek, “La ragazza con la Leica”. Dico subito che ne ho riportato un’ottima impressione, tanto da farmi asserire che quest’opera avrebbe potuto vincere indifferentemente uno qualunque dei tre nostri premi maggiori, lo Strega, su cui tra poco, attraverso due “pollici” affidati all’”Immaginazione”, comparirà la mia valutazione che perfidamente capovolge l’ordine d’arrivo della cinquina. E avrebbe potuto vincere pure il Campiello e il Viareggio, su cui si possono leggere qui stesso i miei giudizi. Del resto mi ero già espresso favorevolmente anche a proposito del romanzo precedente di questa scrittrice, “Le rondini di Montecassino”, del 2010, giudizio espresso su “Tuttolibri”, da cui poi sono stato espulso, e il modo ancor m’offende. Da notare una certa fedeltà della Nostra a uno schema, che però, ovviamente, nei due casi, viene riempito di circostanze e personaggi che non potrebbero essere più diversi. In quella prova precedente all’origine di tutto c’era un evento storico straordinario, di portata epica, quasi leggendario, l’assedio di Montecassino e della sua Abbazia, difesa coi denti dalle truppe tedesche, assediata, aggredita dagli Alleati, con un miscuglio di etnie, dai polacchi agli statunitensi ai canadesi. Se Montecassino era il faro su cui ruotava tutta la vicenda, esso però risultava avvolto in una vasta coperta intessuta di valori comuni. Infatti a quella fonte, come a una Mecca, ritornavano sia i pochi superstiti di quegli scontri, sia soprattutto eredi, figli, parenti, o anche solo estimatori, giovani desiderosi di misurarsi all’altezza di quei fatti drammatici. Insomma, il mondo molto prosaico della chiacchiera quotidiana, della cultura Pop, entrava in connubio con la leggenda, tanto che io parlavo di un ben riuscito amalgama tra un New Realism e una New Epic, secondo l’arguta dicotomia proposta dallo Spinazzola. In questa nuova storia tutto cambia, ma, come dicevo, non la struttura portante. Il lato storico, ma anche mitico, questa volta è dato dalla Guerra civile spagnola, che però si incarna in un personaggio, diversamente da quanto avveniva nella vicenda precedente. Al centro di tutto ora c’è Gerda Taro, pseudonimo di una tedesca, di origini polacche, dal cognome impossibile, Pohorylle. Basta lei da sola a costituire un centro gravitazionale, un astro attorno a cui ruotano tanti pianeti. In genere evito di avvalermi dei risvolti di copertina, ma questa volta vale la pena di riportare quanto recita il quarto del libro: “Gerda… era gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque”. Così è, questa stella effimera emette la sua luce intensa, fino a estinguersi in una morte precoce, ed eroica, sul fronte spagnolo, meritando solenni e commosse onoranze funebri a Parigi, dai suoi amici reduci dalla disfatta. Ma Gerda è tutt’altro che stella fissa, in quanto la scrittrice la insegue in un fitto gioco di passi avanti e indietro, la coglie nelle vicende domestiche, in una Germania in cui già furoreggia la persecuzione nazista, da cui sono afflitti i suoi familiari. E poi c’è l’esilio a Parigi, e l’andata, in qualità di fotografa armata di Leica, sul fronte spagnolo, con accanto un altro personaggio da leggenda, André Friedmann, che porta anche lui un soprannome attraverso cui tutti lo conosciamo, Robert Capa. I due si incontrano, si amano, si separano, in una trama fin troppo rotta, a pulsazioni alterne, in cui non è facile raccapezzarsi, è opportuno che il lettore si armi di penna, prendendo appunti per inseguire le acrobazie di queste due folli, agitate esistenze. Con accanto altri amanti, reali o potenziali, tra loro in particolare Georg Kuritzkes e Willy Chardack, cui è affidato il compito di assicurare la platea di noi esseri comuni. Infatti con pronto rimbalzo siamo trascinati nel dopoguerra, quando entrambi, usciti indenni dall’inferno della Guerra e delle persecuzioni franchiste e naziste, dialogano da lontano, l’uno trovandosi in una Roma anni ’60, l’altro per le vie di Boston. Entrambi in definitiva si scaldano ancora al fuoco di quella fiamma lontana che li ha travolti, e che ancora non ha cessato di emettere i suoi raggi salvifici, le sue cariche di energia, di voglia di vivere. Incredibile è l’accuratezza con cui la Janeczek ha documentato questi vari fronti, con rimbalzi incessanti dall’uno all’altro, perfino troppo. Il lettore talvolta avrebbe l’impulso di consigliarla a rallentare il ritmo, a prendere qualche pausa, ma lei continua ad agitare il suo caleidoscopio dalle mille facce, o a inserire nuove tessere in un puzzle fin troppo gremito.
Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, pp. 333, euro 18.

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Palandri alla ricerca dl Boccalone perduto

Nel dicembre scorso (2016) sono stato chiamato nella sede di un teatro bolognese a commemorare Pier Vittorio Tondelli, leggendo e commentando un brano della sua opera. Mi erano compagni in questa impresa due narratori molto legati allo scomparso, Enrico Palandri e Mario Fortunato. Una felice coincidenza vuole che essi facessero subito seguito, in un mio volumetto di nessuna fortuna, “E’ arrivata la terza ondata”, a un ampio esame dedicato a Tondelli (p. 42, se qualche ben intenzionato volesse ritrovare il volumetto, ora battente la bandiera Marsilio). Poi, come succede, i percorsi suo, di Palandri, e mio si sono allontanati, con un riavvicinamento improvviso per la circostanza appena ricordata, e per l’invio, da parte sua, dell’ultima sua fatica narrativa, “L’inventore di se stesso”. In preparazione di questo mio scritto, sono andato a rileggermi quanto scrivevo allora su “Boccalone”, cui Palandri deve la fama iniziale, col rischio, comune a quanti cominciano con un forte successo, di essere poi legati a quell’opera prima, loro stessi costretti a riprenderla pur con sapienti variazioni, A quella prima prova accreditavo i meriti di averci dato, col protagonista Boccalone, un felice protagonista di “gioventù bruciata”, secondo i parametri convenienti a una situazione anni Settanta, alla pari del resto con le creature tondelliane. Come suo tratto distintivo, riconoscevo anche caratteri “… di leggerezza, di svagatezza, di questa prosa, che si ferma a uno stadio di pur deliziosa provvisorietà”. Ebbene, è un giudizio che, quasi un quarantennio dopo, può convenire anche a questa prova recente di Palandri, pur di effettuare i dovuti cambiamenti, non tanto nello stile, quanto nei contenuti. Siamo in apparenza a una “autofiction”, il filone che oggi va tanto di moda, ma in questo caso direi che possiamo stare sicuri del prevalere del versante “fiction”, non credo che nessuno dei tratti, di personaggi e vicende che qui compaiono, rispondano davvero all’autobiografia dell’autore. Il protagonista ci parla spavaldo in prima persona, fino quasi a nascondere sotto il prorompere di questa sua soggettività, i propri dati anagrafici, Infatti non saprei riportarne nome e cognome, ma certo è un equivalente invecchiato di Boccalone, cioè un personaggio sognatore, amante del nomadismo, sia intellettuale che geografico. Lo incalza però un versante borghese, coi piedi ben per terra, in cui del resto egli mostra di sapersi adattare benissimo. C’è un suocero tutto portato agli affari che inevitabilmente diffida di lui per le sue tentazioni intellettuali, ma alla fine lo accetta, visto che diversamente avrebbe come erede un figlio debosciato, un altro Boccalone potenziale ma del tutto privo di virtù compensative. Del resto, a intraprendere una via di pieno successo affaristico assistono il nostro dialogante in prima persona sia una sorella, Olga, se possibile ancor più portata di lui agli affari, sia una moglie, Laura, anch’essa inflessibile nel tenerlo su un diritta via. E dunque, per ritrovare il versante nomadico, magnanimo, esuberante, degno dei tempi di Boccalone, deve intervenire il padre, portatore sia di un nome, Gregorio, che invano vorrebbe infliggere al nipote nascituro, sia un cognome, Licudis, che sarebbe di nobile prosapia, già portato da un antenato veneziano, ebreo, finito addirittura al servizio di Pietro il Grande, e da lui inviato in qualità di ambasciatore, o forse meglio di spia sulla Laguna. Poi si scoprirà che questo preteso lignaggio di grande livello è una pura e semplice invenzione del padre, in realtà si tratta di un povero orfano cresciuto in collegio, e dunque anche il padre alla fine raggiunge lo status originario di un Boccalone. Tuttavia queste origini nobiliari vantate rafforzano nel figlio il versante nomadico portandolo a escursioni sia su carte d’archivio, alla ricerca delle tappe di questo favoloso albero genealogico, sia nei luoghi in cui l’epopea familiare si sarebbe consumata. Tra i due rami del racconto c’è qualche discrepanza, forse Palandri concede troppo alla fase di ricostruzione degli annali della famiglia, così sfiorando esiti citazionisti, da NewI Italian Epic, sfidando i rigori filologici dei Wu Ming, Ma poi il tutto, come già dicevo per il Boccalone di partenza, si attenua, quando l’”inventore di se stesso” ritrova i toni leggeri, evasivi, anticonformisti, nei fatti e nello stile, che gli sono più congeniali.
Enrico Palandri, L’inventore di se stesso, Bompiani, pp. 156, euro 15.

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Giovannetti: percorso privo di un asse storico

Devo alla cortesia di Giancarlo Brioschi l’aver ricevuto, su richiesta, il saggio di Paolo Giovannetti “La poesia italiana degli anni Duemila”, non estraneo ai miei interessi letterari che non mancano di lambire il continente della poesia, anche se più di frequente sono dedicati alla narrativa. E’ opera ben informata, colma di dati, e le si deve anche riconoscere un apprezzabile intento equanime, volto cioè a dare il giusto rilievo anche agli autori del versante sperimentale, legato alle varie neo-avanguardie. Però tanta indubbia correttezza è viziata, a mio avviso, da una mancanza di fondo. L’autore ha sfilato via il fondamentale asse della diacronia, della storia. I vari apporti si allineano in modo alquanto inerte, senza un’architettura interna che li animi. Si aggiunga che l’asse della storia si allaccia subito a quella sua principale manifestazione consistente nelle vicende legate alla tecnologia. Non mi stancherò mai di dire che per comprendere tutta l’avventura delle avanguardie vecchie e nuove occorre legarle all’avvento della tecnologia di specie elettromagnetica, o più ancora elettronica, a contrasto con il macchinismo ottocentesco, certo sopravvivente anche nel Novecento, ma avviato a una sconfitta, o almeno a un crescente declino. Mi verrebbe di valermi di una similitudine con l’antro della Sibilla, in cui come è noto nei tempi antichi ci si rivolgeva deponendo davanti alla sua porta i quesiti, e magari avendone le risposte, che però un colpo di vento sconvolgeva, e dunque i richiedenti dovevano fare da sé, ricomporre lo stuolo di dati irrelati. Si vuole qualche riscontro a questa assenza di rilievo plastico, di movimentazione cronologica? Bisogna attendere la pagina 85 per vedere menzionato un evento decisivo quale fu l’introduzione, da parte di Marcel Duchamp. del “ready made”, cioè dell’oggetto banale e qualunque caricato invece di una decisiva responsabilità estetica, anche se ottenuta proprio attraverso una sua negazione, un ricorso a pratiche an-estetiche. Si dirà che quella invenzione era interna alla storia delle arti visive, ma è senza dubbio un merito di Giovannetti indicarne l’equipollenza con le varie poetiche, ben presenti fin dai primi del Novecento, dell’”objet trouvé”, e anche del ricorso al comportamento, all’installazione. Peggio ancora, dopo aver già parlato di Balestrini in pagine precedenti, solo in seguito, a p. 99, compare un riferimento alla sua principale operazione dei primi ’60, il ricorso a un antenato del computer per ottenere un responso poetico del tutto affidato al gioco combinatorio, alla casualità. Si aggiunga subito, a ulteriore dimostrazione della necessità di un percorso storico, che quello altro non era che un ricorso centuplicato a un evento già presente nelle avanguardie storiche, il “cadavre exquis”, ideato da Breton, con l’invito a scrivere una prima frase nascondendola agli occhi di chi veniva dopo, chiamato ad aggiungere una frase nella totale ignoranza di quanto la precedeva. Quello era un ricorso al caso, diciamo così, di specie manuale, rudimentale. Balestrini è stato un perfetto interprete del fenomeno generale, su cui io mi sono permesso di insistere fino alla noia, per cui il secondo Novecento, e le varie neo-avanguardie, nulla inventano di radicalmente nuovo, tranne che di imporre a tutte le pratiche già esistenti un enorme sviluppo quantitativo, con riscontro in ogni altro ambito operativo, il visivo, il sonoro-musicale. La presenza di questo fattore tecnologico vale a mettere fuori gioco le prove dei vari Sereni e Fortini e Pasolini. In fondo, Giovannetti fa bene a dedicare anche a loro un atto di riconoscimento, ma il gioco crudele dell’asse storico-tecnologico li ha condannati, ne ha fatto dei testimoni incerti del loro tempo. Inutile tentare di ricavare un canone della poesia di oggi se non si tengono presenti questi fattori dominanti. E anche certe loro conseguenze, infatti di neo-avanguardie se ne sono succedute tante, e va ancora riconosciuto a Giovannetti di esserne l’accurato catalogatore, ma gli sfugge il nesso, il fattore incalzante della ricerca del nuovo, che pure è requisito primario per chiunque faccia ricerca estetica, in qualsivoglia ambito: bisogna andare oltre il “già fatto”, anche se ad opera di predecessori senza dubbio stimabili, accettabili. Credo che, in ultima istanza, sia questo il motivo per comprendere il fenomeno detto della “prosa in prosa” di Giovenale e compagni, di cui, ancora una volta bisogna riconoserlo, il nostro autore dà ampia e corretta informazione. Ma alla base di tutto ci sta il fatto che lo storico “poemetto in prosa”, addirittura di baudelairiana memoria, col tempo si era logorato, e dunque bisognava ravvivarlo con un guizzo di rinnovata originalità, da qui il raddoppio del ricorso alla “prosa”, come misura apotropaica. O se si vuole, più in generale, il nostro Giovannetti è digiuno di fenomenologia degli stili, ignora fra l’altro il movimento dialettico esistente tra forme chiuse e aperte, con i relativi ricorsi, per cui quando si è esagerato con l’aperto, bisogna chiudere di nuovo, ritornare all’antico, da cui, in arte, è venuta l’esperienza di De Chirico, e di tutti i citazionisti degli anni scorsi, e nella poesia troviamo l’attività di Gabriele Frasca, ancora una volta debitamente menzionato dal Nostro, che addirittura volontariamente indossa il cilicio della storica sestina, o qualcosa di assai simile. Insomma, Giovannetti avrebbe dovuto immergere i suoi fogli sparsi in un vivificante campo elettromagnetico capace di imprimervi linee di forza.
Paolo Giovannetti, La poesia italiana degli anni Duemila, Carocci, pp. 125, euro 13.

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Calligarich, un Premio Viareggio ben dato

Questa mia nota arriva a poche ore di distanza dalla proclamazione del vincitore del Campiello, dove le cose sono andate come mi aveva preannunciato un Covacich già rassegnato alla ennesima sconfitta, ma si può consolare pensando che uguale destino era toccato ai “Fratelli d’Italia” di Arbasino, e così lui può rimanere in corsa per un prossimo Strega. Ha vinto l’”usato sicuro” dell’”Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, su cui, si vada a vedere il mio giudizio di qualche domenica fa, mi ero espresso in termini abbastanza negativi. Ma si sa bene che il corpo votante del Premio veneto è in genere di bassa estrazione culturale, facile quindi che si lasci conquistare da un motivo “strappalacrime” della mai tramontante napoletudine. Ancora peggio si era comportato l’elettorato dello Strega, che aveva scavalcato un prodotto analogo, di Wanda Marasco, in definitiva meglio impaginato, più coerente, pur nel seguire vecchie e ben collaudate ricette. Per leggere i miei giudizi in merito alla cinquina dello Strega bisogna attendere i “pollici” affidati all’”immaginazione”, unica sede cartacea che mi è rimasta, ma assoggettata ai tempi lunghi delle pubblicazioni a stampa. Si vedrà come in quell’occasione mi sono permesso di rovesciare l’ordine d’arrivo, trascinando all’ultimo posto il vacuo romanzetto del vincitore Cognetti.
Ora per completare l’opera mi resta da esprimere un’opinione sul vincitore del Viareggio, Gianfranco Calligarich, con “La malinconia dei Crusich”. Noto intanto, con piacere, che la presenza di una giuria competente, e non “popolare”, come quella del Viareggio, ha i suoi vantaggi. Andando indietro negli anni registro un buono stato di servizio. L’anno scorso, Franco Cordelli, cui ho dedicato un “pollice” abbastanza “recto” proprio sull’”Immaginazione”, meritandomi perfino un apprezzamento dell’autore, dall’alto del suo attuale successo, verso un poverello come me, sceso ai minimi livelli. E mi pare di aver detto bene, da qualche parte, anche di Antonio Scurati, vincitore del Viareggio ’14, e in particolar modo dell’Alessandro Mari dell’11, che avevo anche presentato in uno dei miei incontri cortinesi. “Pollice verso”, invece, contro il mal cucito vincitore del ’12, Nicola Gardini.
Venendo ora al Calligarich, dico subito che nel complesso, nell’ambito delle tre premiazioni di quest’anno, mi sembra l’opera meglio riuscita, nonostante certe apparenze che potrebbero farla apparire alquanto scontata, sulla scia di opere precedenti. Siamo alla storia del secolo scorso percorsa a tappe, dalla prima guerra, con appendice coloniale, alla seconda e oltre, il tutto visto attraverso il succedersi di varie ondate generazionali, affidate a una numerosa figliolanza che si riproduce per li rami e può essere utilmente inviata a rendere testimonianza sui vari eventi storici, e pure nelle varie parti del mondo. Un’impresa che come si sa bene ha già avuto tanti cultori, alcuni in modi stanchi, bolsi, prevedibili, altri invece con accenti interessanti, capaci di apportare nuove conoscenze, si vedano i casi di Pennacchi e di Veltroni. Qui si va da un avo che parte da Trieste, con un gesto selvaggio e appassionato nello stesso tempo, di andare a svellere da una tomba l’immagine della donna amata e presto scomparsa, da portarsi dietro nelle tappe dell’esilio, tortuoso e movimentato. Questa la radice da cui nasce un albero ricco di fronde, di cui ovviamente non è possibile inseguire l’infinità delle svolte, dei percorsi, dei drammi, ma bisogna riconoscere al nostro autore l’abilità di piazzare sempre al momento giusto una similitudine felice, come quella a epilogo dei vari tempi passati nelle nostre colonie dal protagonista numero due, disperso nei “grandi cieli africani”, e ancora prima nella “invisibile gabbia degli anni”, che forse è la metafora migliore per sintetizzare tutto un simile brulichio di vicende. Queste ci fanno vedere i vari protagonisti da diversi angoli, del tempo e dello spazio. Per esempio, il patriarca, ormai invecchiato, divenuto un nonno cupo e accasciato, ha però i denti d’oro che lampeggiano “come faro”. Felice del resto la presentazione della famiglia, centro di gravità di tutto questo universo in continua espansione, definita “come un’isola”, quando i membri sparsi ai quattro angoli del mondo e delle fortune professionali riescono a ritrovarsi a tavola per qualche ricorrenza. Appropriati anche certi appunti di viaggio, come quando uno di questi argonauti giunge a Milano e ne contempla il Duomo, che gli sembra “un istrice di marmo”. E così via, questa lunga via crucis, che potrebbe apparire tediosa e prefabbricata, riesce quasi sempre a vivacizzarsi con un guizzo, un’invenzione, anche per il tono adottato dal narratore, che non è di fredda e scostante distanza, ma intermedio, quasi mettendosi nei panni dei suoi tanti personaggi. Se a vincere il Campiello fosse stato il Massini con la sua sapiente ballata dedicata alle vicende dei Lehman Brothers, avevo già pronta una battuta conclusiva, attribuendo a Calligarich una più accattivante ballata concepita dal basso, rivolta a glorificare una famigli qualunque, come ce ne sono tante, indipendente quindi dagli appuntamenti obbligati con la grande storia.
Gianfranco Calligarich, La malinconia dei Crusich, Bompiani, pp. 441, euro 20.

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Pollice verso per “Dunkirk”

Sono corso a vedere il film “Dunkirk” del regista Christopher Nolan, secondo un’attrazione forse ancora di natura infantile-adolescenziale per i grandi film di guerra, di cui il capolavoro, che non mi stanco mai di rivedere, è “Il giorno più lungo”, attenta, scrupolosa, trascinante ricostruzione dello sbarco degli Alleati in Normandia, nel giugno 1944. Purtroppo al confronto quest’opera è del tutto inferiore, inadeguata, non fa capire nulla di quell’evento storico, per averne un’idea bisogna andarsi a rileggere l’ampia informazione che ce ne offre l’enciclopedia portatile di cui oggi disponiamo, google. Il regista spezzetta l’azione in tanti episodi parziali, a sé stanti, il più delle volte incominicanti tra loro, come squarci di bravura spesso anche condannati all’inverosimiglianza. Io evidentemente, coi miei cinque anni d’età, ero del tutto ignaro di quel dramma, i miseri mass media di allora non ce ne restituivano immagini sufficienti, ma ritengo che fosse contrario a ogni buona regola tattica che i soldati in attesa del reimbarco di emergenza se ne stessero sulla spiaggia in lunghe file, come tanti birilli offerti alle raffiche dell’aviazione tedesca. Suppongo che gli ufficiali raccomandassero alla truppa di starsene acquattata tra i cespugli, o stesa a terra, in attesa dell’attracco delle navi salvatrici. Saranno anche belle, ma del tutto inverosimili, quelle file di soldatini immobili, in attesa di ricevere i colpi fatali dai voli della Luftwaffe. Inutili, periferici propri questi voli, e i duelli con gli spitfire dell’aviazione inglese, quasi che il regista, per mancanza di fantasia, si fosse portato dietro qualche scampolo della “Battaglia d’Inghilterra”, tutta fondata sugli scontri aerei che le due aviazioni combatterono allora sulla Manica. Soprattutto nel film manca un tentativo di inquadramento, come invece ci è fornito dall’ammirevole “Giorno più lungo”. Il nemico tedesco è del tutto assente, piovono colpi, bombe, fucilate, come una imperscrutabile pioggia dal cielo. Nulla ci è detto dello scontro tra i comandi francese e inglese, che pare fosse molto aspro e accanito. C’è qualche raro tentativo di discriminazione, qualche soldato inglese che blocca il passo al collega dell’altro esercito, ma poi il tutto finisce in niente. Assurdi gli episodi in cui la grande trama collettiva si risolve. Ci viene narrata la vicenda di una delle tante imbarcazioni inglesi da diporto che passarono il Canale per andare a recuperare un qualche drappello delle truppe in fuga, ma grottesco è che questi bravi yachtmen trovino sulla loro strada un profugo aggrappato sul relitto di una nave affondata da un Uboat. C’era bisogno di mettere anche questo mezzo nel calderone generale degli strumenti offensivi? Inutile, fuorviante la divagazione che ne risulta, del superstite stressato che non vuole che si ritorni verso la costa da cui lui stesso è fuggito, ma certo è pessima idea quello si isolarlo sprangandolo in cabina, e dunque appare perfino giusto che quando ne esce si vendichi infliggendo una ferita mortale a un giovane dell’equipaggio. Fra tanti deceduti, c’era bisogno di farne fuori uno anche in via così marginale? Ma non è certo questo l’unico episodio assurdo, uno peggiore sta in quel gruppo di fuggiaschi che si vanno a rinchiudere in una carretta del mare in attesa dell’alta marea per tentare di partire, ma che a un certo punto sono vittime di un tiro a segno che li decima. Chi spara? Non possono essere i Tedeschi, ancora lontani, sono allora dei commilitoni che si esercitano in un vacuo tiro al bersaglio? Mistero, come tutto è misterioso e incerto, in questa ricostruzione dove ogni tanto il regista tira a sorte e, tanto per mantenere il clima del disastro, fa saltare in aria, silurata bombardata, una nave da trasporto, con tutto il suo carico. Se parliamo degli attori, si stenta a riconoscerli, perché ci si presentano con volti oscurati dal fango, o dal carburante fuoriuscito che li ha inondati. Non riusciamo neanche a capire come vanno a finire le singole sorti, le varie persone muoiono, o invece rinascono e ce le ritroviamo poco dopo a saltellare come grilli in mezzo alla baraonda generale? L’unico attore riconoscibile è Kenneth Branagh, nelle vesti di un comandante della marina, fin troppo paziente nell’attesa di mezzi che non arrivano. Se poi, assieme ai reduci che giungono sulla sponda inglese cerchiamo di capire in che modo fossero accolti, anche qui tutto è incerto, loro stessi si sentono come degli eroi o come degli sconfitti che abbiamo dato prova con la fuga di viltà dovendone provare vergogna? Insomma, non c’è quadro, prospettiva, informazione, siamo in presenza di un campionario fine a se stesso di orrori, mattanze, affondamenti, da cui è bravo chi riesce a ricavare un senso, se non andando a leggere google, l’unica possibilità di inquadrare tanta dispersione.

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Patrignanelli: un mondo misterioso di adolescenti

Anche in questo agosto 2017 ho tenuto al Grand Hotel Savoia di Cortina d’Ampezzo una corta serie di incontri, rivolti più alla narrativa che all’arte, per rispetto a quanto quell’Hotel era stato negli anni ’80 e ’90, prima di una lunga interruzione che ha permesso ad altri di inserirsi, come, a lungo, i coniugi Cisnetto con una sorta di teatro-tenda, ora la “Montagna di libri”, gestita direttamente dal Comune. Ma questi continuatori in sostanza, a mio avviso, hanno dimenticato la nobile natura di piccola capitale culturale che Cortina era stata, avendo proprio nell’Hotel Savoia il prezioso salotto per quei riti, in cui officiavano Domenico Porzio, col suo mese Mondadori a Cortina, e Giancarlo Vigorelli, chiamato a presentare a turno gli aspiranti al Premio Campiello. Purtroppo ora Cortina ha sostituito al ricordo di quegli eventi molto significativi un facile ricorso ai divi della televisione, con un Bruno Vespa che domina sovrano, non capendo che poi il divo della Tv è chiamato da qualunque altro centro turistico, e dunque non conferma una tradizione ma anzi la nega alle radici. Io invece, intendendo proprio rispettare una simile tradizione, ho ricordato una serie di grandi narratori che in questo luogo hanno soggiornato, traendone anche spunti per la loro opera. L’elenco è stupefacente, comprende Hemingway, Moravia, Comisso, Parise, e, quest’anno, la squisita Gianna Manzini, la nostra migliore scrittrice del primo Novecento, assieme a Elsa Morante. Ma siccome non mi voglio certo ingessare nel culto del passato, ogni anno propongo anche baldi rappresentanti dell’attualità, come per esempio, quest’anno, Roberto Pazzi col suo “Lazzaro”, e Gabriele Pedullà con “Lame”, opere che hanno riportato il meritato successo sulla stampa migliore, ma mi spingo anche avanti, sfruttando le preziose indicazioni che vengono dal Premio Calvino, di cui si devono pure ricordare i legami con Cortina, visto che la fondatrice Delia Frigessi, nell’86, e il grande storico dell’arte Enrico Castelnuovo, suo marito, oltre a esserne stati in successione i presidenti, hanno soggiornato a lungo nella capitale delle Dolomiti, cosa di cui questa località, insensibile e incurante dei suoi titoli di merito, si è del tutto scordata. Si sa che il Calvino propone romanzi inediti di giovani autori, vi avevo già fatto ricorso presentando un vincitore del passato, Cazzaniga. Quest’anno ho rivolto l’invito a una scrittrice entrata nella terna finale, Serena Patrignanelli, autrice di un romanzo che a mio avviso ha titoli di merito superiori a tante opere entrate nelle due cinquine privilegiate dello Strega e del Campiello. Il titolo di questo voluminoso inedito, di circa 400 pagine, “La fine dell’estate”, può trarre in inganno, facendo pensare a un romanzo di iniziazione adolescenziale nel clima affettuoso di una vacanza nell’agio, nel conforto di genitori magari temuti ma comunque vigili e presenti. Qui invece siamo invitati a seguire le imprese di un gruppo di ragazzini che intendono fare da sé, protesi a concepire un’avventura decisamente impossibile, come quella di rimettere in moto un’auto sgangherata, ritrovandone i pezzi mancanti e cercando un insolito mezzo di locomozione, la legna. I capofila di questa impresa assurda sono Augusto e Pietro, ma subito attorniati da tanti compagni e compagne di vie, infatti il romanzo è decisamente corale. Fin qui, però, non è ancora comparso il tratto differenziale rispetto a comuni storie di adolescenza, questo sta nella decisione della banda di minorenni di “fare da sé”, prendendo le distanze dal mondo dei grandi, fino a costituire una consorteria autonoma, anarchica. Per agevolare un simile clima di straniamento l’autrice, molto opportunamente, rende irriconoscibili i dati cronologici e ambientali della vicenda. Dove siamo, e soprattutto che cosa succede, in quella borgata sperduta? Chi sono i militari che intervengono fino a fare retate degli adulti, e da quale armata provengono gli aerei che bombardano il borgo selvaggio? Da cui del resto la componente maschile dei padri se n’è andata, forse morta. Un tipico episodio per indicare questo clima di autosufficienza dei nostri ragazzini viene dalla principale protagonista al femminile, portatrice del nome pomposo di Semiramide, la quale riceve un telegramma annunciante la morte del padre, ma non ne dà comunicazione né alla madre né alla sorella. Perché quel silenzio, per risparmiare loro un dolore? Niente affatto, è per cancellare la presenza comunque inopportuna del genitore, vivo o morto che sia, e in modo simile si comportano tutti gli altri membri di questo sodalizio, orgoglioso di fare da sé, di spartire il poco cibo, le scarse risorse, ma affidandosi a una ferrea solidarietà schierata contro i “grandi”, di cui pare lecito, o addirittura doveroso, diffidare. A questo modo la nostra Patrignanelli si allontana da un piatto realismo per conferire a tutte queste vicende una tonalità “magica”, dove i fatti, gli oggetti, le circostanze, pur narrati con prosa nuda e di totale evidenza, assumono un carattere “autre”, di sottile straniamento. Crediamo di assistere a scene di comune prosaicità, ma invece scopriamo indici di irrealtà penetrante, siamo trasportati quasi in una dimensione onirica, che si espande a investire mille minuti fatterelli che si accumulano, soprattutto nelle stanze, case, casupole, baracche che i nostri “indiani” occupano, sempre attenti a fare a meno di aiuti esterni, quasi protesi a tessere una tela di ragni industriosi. E quando poi l’estate annuncia la sua fine, per loro non ci sarà un ritorno alla scuola, a incombenze normali, confortanti, bensì la fuga verso un destino che beninteso si annuncia più che mai alieno e misterioso.

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Selvaggia Lucarelli: una piacevole freschezza

Confesso di aver affrontato con molti sospetti la raccolta “Dieci piccoli infami” di Selvaggia Lucarelli, nota come presentatrice televisiva, cioè per prestazioni extra-letterarie, al pari di tanti altri giornalisti, attori, uomini politici, che un tempo magari ricercavano una promozione letteraria pubblicando una esile raccolta di versi, ora invece la meta appetibile è il prodotto narrativo, l’unico riconosciuto nell’Olimpo dei valori contemporanei. Questa decina di racconti sono davvero esili, ma quanto meno freschi, spontanei, soprattutto la nostra Lucarelli non cade nella fallacia che io denomino all’insegna di Giamburrasca, che non avendo troppa fiducia nelle sue capacità inventive per condurre il suo Giornalino, all’inizio va a rubare le pagine dai diari delle sorelle. Se penso a narratrici più in carriera rispetto alla Nostra, per esempio a due protagoniste del Campiello come Donatella di Pietrantonio e Laura Pugno, ognuna di loro, “ruba” da vecchi repertori per consolidare i rispettivi prodotti, la prima va a pescare nel logoro scenario della napoletudine con connesse miserie e sofferenze, l’altra si affida addirittura a vecchie leggende legate ai destini incrociati di due gemelle. Invece la Lucarelli accetta ben volentieri di muoversi su una leggera scena quotidiana fatta di piccoli incidenti senza particolare importanza, ammette cioè che si tratta di qualche “evento microcosmico”, ma in definitiva di questi è tramata la nostra esistenza, e dunque non vale la pena andare a cercare argomenti più profondi. Potremmo parlare quasi di una narrazione effettuata con l’aiuto del cellulare, volta a sorprendere scenette sul filo dell’attualità, minime in sé, ma suscettibili di creare traumi, di incidere sui nostri umori, fino addirittura a causare svolte sentimentali, mutamenti di comportamento. E’ il caso del primo di questi mini-racconti che documento di una delusione patita dall’autrice nell’infanzia, in cui era affezionata a un’amichetta del cuore, tale Susanna di Lello, così da spartire con lei lo stesso banco di scuola. Ma alla ripresa, un anno dopo, si compie il tradimento, la compagna non la guarda più in faccia, ritenendo di averne trovato un’altra più alla moda e promettente. C’è l’avventura notturna, di un’impresa in auto. L’autrice che si confessa, in modo franco e scoperto, viene a trovarsi in panne nelle tenebre di un bosco. C’è il piccolo trauma di un “parrucchiere anarchico”, creatore velleitario, che le tinge i capelli con un colore impossibile. Non mancano momenti di impensato riscatto, quando la nostra autrice-protagonista, senza mai porre una distinzione tra i due piani, da adolescente concorre a un premio di bellezza in un borgo selvaggio dove si trova a passare l’estate, e le riesce, incredibilmente, di battere una rivale che è già attricetta, salutata da successi, ma per tale ragione divenuta insopportabilmente spocchiosa, quindi punita dal pubblico. C’è soprattutto una tenace difesa dei propri diritti, della propria libertà, assieme a quelli di un figlioletto che la protagonista si trascina dietro, frutto di una relazione sbagliata. Con la conseguente ricerca di un’anima gemella, che questa finalmente è stata trovata, ma purtroppo si tratta di “Mister Amuchina”, cioè di un essere prigioniero di un culto maniacale dell’ordine, dei riti della pulizia e dell’igiene, tanto da rendere una magnifica residenza a più livelli, largamente accessoriata con ogni più avanzato ritrovato, in realtà molto simile a una prigione, a un gabbia asettica, dove non è possibile vivere, sia alla giovane madre sia al suo bambino, inducendoli a una fuga riparatrice. Sempre in questo capitolo della faticosa ricerca di un’anima gemella, capita alla Nostra un altro incidente sconcertante, una persona affabile e disponibile, che sembrerebbe pronta a uno scambio di amorosi sensi, interpreta un tale rapporto nel modo più grossolano mandandole l’immagine del proprio pene. E’ anche brillante e piacevole l’andare in su e in giù nel tempo, come scorrere una serie di foto non ben ordinate, per cui si retrocede all’improvviso ai tempi di un’infanzia e adolescenza rattristate dalla dura egemonia di suore, conduttrici di scuole private, prive di ogni senso di comprensione e di affetto come è nel caso di una inflessibile, ferrigna Suor Clelia. Il panorama, insomma, è piacevolmente variegato, pur sempre nella sua voluta leggerezza e frammentarietà.
Selvaggia Lucarelli, Dieci piccoli infami, Rizzoli, pp. 216, euro 17.

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Laura Pugno: una logora vicenda di gemelle

Concludo l’analisi, e valutazione, della cinquina in corsa per il Campiello esaminando “La ragazza selvaggia” di Laura Pugno. Sarei ben lieto di trovare in quest’opera un outsider meritevole di un adeguato riconoscimento, pur sempre dopo Covacich, assolutamente degno se non altro per tutta la sua storia alle spalle, e Massini, per la laboriosità della “macchina” narrativa con cui si presenta. La Pugno ha senza dubbio il merito di porsi fuori dall’”usato sicuro”, ovvero da una ennesima riedizione del vecchio neorealismo nostrano, in cui cade in definitiva Donatella Di Pietrantonio col suo “Arminuta”. A Lei dobbiamo un’opera superba come “Le sirene” del 2007, sicura, ben congegnata nel percorrere le vie di una fantascienza non troppo lontana da temi di attualità, da porre nello scaffale assieme agli esiti più prestigiosi di Pincio, come per esempio “Cinacittà”. Però, dopo quell’esito riuscito, la nostra narratrice mi sembra essere entrata in una parabola discendente, allontanandosi da quel livello. Qualche residua taccia di quei sentieri della malattia, della deroga da una normalità troppo tranquilla, si poteva trovare in “Quando verrai”, poi confusi, annacquati nel successivo “Antartide”, che ci ha presentato un quadro in bilico tra comune verosimiglianza e inquietanti comparse del “diverso”, ma solo perché il protagonista si mette sulle tracce di una associazione diabolica intenta a garantire a persone anziane la “buona morte”. In questa ultima prova l’indice di alienazione, che nella Pugno, per sua e nostra fortuna non manca mai, è affidato a un motivo davvero frusto e perfino banale, trattandosi di due gemelle, di cui c’è già stata tanta presenza in tutta la produzione narrativa, sia nel cartaceo che nel filmico. Si riaffaccia la sindrome ben nota per cui le gemelle sono legate da un cordone ombelicale di simpatia, nel senso letterale della parola, ma anche di opposizione, per cui l’una, che in questo caso si chiama Nina, è piena di doti, quasi sottratte alla sorella Sasha, che stenta a crescere, a parlare, a dare segni di normale intelligenza. Le due si dividono anche sul piano etico, in quanto Nina, orgogliosa delle sue capacità, si comporta con spietato cinismo e crudeltà verso la congiunta portatrice di handicap. Per mettere in campo le due protagoniste l’autrice inventa storie aggrovigliate, di coppie unite e poi divise, di adozioni cui si giunge attraverso peripezie astruse e dispersive, che però fungono solo da collanti, in quanto l’attenzione si concentra sulle due vere protagoniste della vicenda. Per complicate circostanze inutili da chiarire le due vengono a trovarsi in una dimora estiva attigua a un bosco, che diviene la meta di una tragica passeggiata. Infatti in quell’occasione Nina dà prova di una cattiveria inaudita, distruggendo a bella posta i segni che avrebbero permesso alla sorella di ritrovare la strada verso casa, così abbandonandola a se stessa, a lungo, per molti anni, e così costringendola a regredire a uno stato di natura. Finché una delle varie presenze non troppo decisive nel romanzo vede ricomparire la “ragazza selvaggia”, divenuta simile a una bestia, con quasi totale perdita di una condizione umana. Inutile stare a ricordare la folla di riferimenti che possono accompagnare un tema così abusato, dal Mowgli di Kipling al “buon selvaggio” di tanta letteratura filosofica. Col solito problema: che fare, di fronte a questo caso difficile, avviare un procedimento di rieducazione della “selvaggia”, o invece rinunciarvi? Il tutto complicato dall’obbligo di mantenere i due fronti. Nina nel frattempo sconta i suoi peccati, la sua troppa intelligenza, ma accompagnata a perfidia, entrando in un coma irreversibile, assistita dalla sorella totalmente devota, per nulla vendicativa, come fosse un animale fedele. Nulla da fare, la giovane fin troppo dotata se ne va all’altro mondo, e l’anima gemella in definitiva fa la stessa fine, ovvero i genitori adottivi, assieme a tutte le altre comparse, convinti della loro impotenza, restituiscono la “ragazza selvaggia” all’esistenza animalesca e boschiva. E’ quasi una dichiarazione di impotenza, l’autrice non sa come amministrare la situazione che ha messo in piedi, a quale esito condurla. Come aprire una porta, e subito dopo chiuderla per impotenza a procedere in qualche direzione.
La ragazza selvaggia, Marsilio, pp. 174, euro 16,50.

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