Letteratura

Brizzi: una riuscita “viandanza”

I miei rimbrotti alla “Felsina narratrix” conoscono alcune eccezioni, una delle quali riguarda Stefano Benni, come è risultato da una mia noterella apparsa su queste pagine due domeniche fa, accompagnata però dall’ammonizione che l’autore si sappia controllare e vada alla ricerca di nuove fonti più autentiche. Un’altra eccezione va ai prodotti di cui è sempre fertile Enrico Brizzi. Anche per lui mi ero espresso in termini molto positivi a proposito del “Matrimonio di mio fratello”, con cui è entrato in modo autorevole nell’attuale mercato di (finta) autonarrazione, o comunque di cronache molto verosimili stese sulle angustie e conflitti dei nostri giorni. Ma Brizzi si raccomanda per avere impostato due filoni molto redditizi, quello di una narrativa di fantapolitica, che in luogo di tentare di rimettere in piedi ambiziosi panorami del passato (l’impresa in cui si perdono regolarmente i Wu Ming in formazione completa e che regolarmente gli rimpovero), si avventura invece a immaginare un futuro sensazionale, come quello di un Mussolina tanto furbo dal rovesciare le alleanze abbandonando al suo destino Hitler e facendosi accogliere tra le braccia degli Alleati, con tante conseguenze per lui vantaggiose. Un filone di questo genere, invece che obbligare a ricostruire un passato poco conosciuto, consente di proiettare in là di qualche anno degli scenari abbastanza noti. E poi c’è l’altro filone, dei percorsi a piedi per raggiungere mete illustri. Su questo terreno lo ha raggiunto proprio uno dei Wu Ming, che si fregia del numero 2 e pare corrispondere a Giovanni Cattabriga, di cui, sempre in queste pagine solitarie, ho lodato il recente “Sentiero luminoso”, che fa seguito a prove precedenti della medesima matura, ma che non può pretendere di strappare a Brizzi un titolo prioritario in imprese del genere. Inoltre non ho mancato di rilevare due inconvenienti, nell’operazione di Cattabriga: la monotonia del percorso, da Bologna a Milano, e la tentazione connessa di rialzarlo con tuffi in un certo sinistrismo di maniera, come quello di aprire una polemica contro l’alta velocità e perfino contro l’Expo, che era l’evento dominante l’anno scorso, quando il Wu Ming 2 ha immaginato la sua lunga camminata. Ma gli ho pure dato atto di aver introdotto due nozione molto utili, quella generale di “viandanza”, sigla efficace per tutto questo genere di operazioni. E di considerarlo anche un “wikisentiero”, dove cioè il volonteroso viandante arricchisce i suoi passi con continui riferimenti a wikipedia, da cui trarre ogni genere di notizie, storiche, economiche, turistiche, sui luoghi attraversati. Brizzi, al confronto, in questo suo “Sogno del drago”, può vantare una “viandanza” più lunga, come indicato diligentemente dal sottotitolo, “Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre”. Col vantaggio, a mio avviso, di non incontrare o di evitare abilmente, gli spettri del sinistrismo, come sarebbero le ostilità dei “Notav”. Per il resto, siamo a un’applicazione se possibile ancor più integrale dei lumi provenienti da Wikipedia. Il progetto soffrirebbe di una sua sostanziale monotonia, dato che Brizzi in questo caso rinuncia a inserirvi un rischioso compagno di viaggio, ovvero un “Pellegrino dalle braccia d’inchiostro”, come avveniva in un’opera del 2007, in cui, molto ingegnosamente, sulla trama da “sendero luminoso”, allora consistente nel percorso francigeno verso Roma, veniva inserito uno spunto da “giallo” poliziesco. Qui Brizzi intende fare il puro, non aggiungere alla pulizia del pellegrinaggio elementi spuri, però sa fare ampio uso di ogni suggerimento laterale, e dunque è pronto a offrirci notizie a iosa sui luoghi attraversati, con diligente ricostruzione di mappe geologiche, indicazioni climatiche, digressioni nel passato. Impariamo come andarono le cose ai tempi degli Alibigesi, e si indietreggia pure fino al Re Sole, e al disgraziato Luigi XVI, di cui vengono evocati in diretta gli ultimi giorni. Inoltre il pellegrino è abile nel tenere aperti i canali con le figlie che lo attendono trepide, il cellulare oggi riesce a compiere miracoli di questo genere, e ci sono i rapporti con i compagni di viaggio, che lo lasciano a turno, ma sostituiti da tanti altri incontri con turisti o pellegrini di tutti i generi e provenienze e stati sociali. Un patito manzoniano come me, poi, non può che apprezzare il puntuale parallelo che il nostro viandante stabilisce con l’itinerario del Diacono Martino, un pezzo di bravura che da solo vale a riscattare l’altrimenti bistrattata tragedia dell’”Adelchi”. Brizzi ci induce a credere che Don Lisander lo avesse preceduto davvero nell’andare a esplorare come dal Piemonte, forse attraverso il Moncenisio o il Monginevro, si poteva andare a raggiungere il campo di Carlo Magno, e indicargli il sentiero, anche in quel caso luminoso, per calare in Italia e sorprendere alle spalle le truppe longobarde. Naturalmente nel nostro caso conta solo l’andata, ma la seguiamo, vi aderiamo, nelle mille difficoltà, di passare la notte in luoghi protetti, di trovare cibo e ogni altro elemento di necessaria sussistenza. Sono allegate anche le mappe di questo percorso, che sembra interminabile, si complica, si blocca, come quello di una formichina che trova ostacoli ovunque. E vale anche il classico detto secondo cui “motus in fine velocior”, cioè quando la mitica destinazione, Santiago de Compostela, giunge finalmente a tiro, sembra che l’Autore se la voglia cavare in fretta, chiudere una vicenda che è già stata troppo lunga. Da quale parte dell’orizzonte, dell’ampia mappa dei generi letterari, l’industrioso Brizzi ci colpirà la prossima volta?
Enrico Brizzi. Il sogno del drago. Ponte alle grazie, pp. 318, euro 14,90.

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Albinati: un adulterio del tutto normale

L’anno scorso in queste mie pagine del tutto private avevo dato un pieno assenso al conferimento del Premio Strega a Edoardo Albinati con la sua “Scuola cattolica”, dichiarandolo il miglior rappresentante di quello che Spinazzola chiamerebbe un New Italian Realism, e io più prosaicamente un neo-neorealismo, volto a fare il ritratto della vita comune come si svolge ai nostri giorni, in una società malgrado tutto opulenta e affluente. Caso mai, in quell’opera bulimica l’errore dell’autore stava proprio nel voler uscite da una media statistica, che era capace di frequentare così bene, per inserire un fattaccio, quale il delitto del Circeo, i cui protagonisti con tutta evidenza si inoltravano in un cammino eccessivo e perverso. Ora a breve distanza, è come se Albinati avesse effettuato il prelievo di un campione di tessuto, da quella sua prova così vasta, andando a cavarne fuori “un adulterio”, ovvero un episodio del tutto normale e statisticamente frequente, presentandolo nei modi più ligi a come un qualcosa del genere si può ben supporre che si possa consumare nei nostri tempi. E dunque, incontro fortuito tra i due, entrambi inseriti nella buona società, come attesterebbero i nomi fastosi, Clementina lei, Eraldo lui, ma subito “abbassati” in abbreviazioni più correnti, Clem, Erri. Entrambi tutto sommato stanchi del ménage coniugale, con tanto di figli, ma non al punto di avere il coraggio di romperlo, decisi tutt’al più a prendersi una vacanza sessuale, ma nel rispetto di certi confini. Così per esempio “lui”, prima di ogni accoppiamento, si raccomanda che “lei” non gli lasci segni, graffi, altre tracce del trasporto erotico, che sarebbe difficile giustificare rientrando nella vita normale di coppia. Inoltre, altro segno dei tempi, entrambi restano collegati attraverso i rispettivi cellulari ai legittimi consorti, avendo tutt’al più attenzione a non far filtrare rumori, voci, altri indizi che rivelino la presenza del partner, Anche questo è tipico dei nostri tempi, e della narrativa che intende esserne copia conforme, il fermo proposito di evitare drammi sentimentali, legami affettivi nutriti in profondità. E c’è anche il tacito impegno, del narratore con se stesso, di evitare l’incidente, il caso, il fato, con inserimenti crudeli e spietati. Molte circostanze ci fanno stare con il fiato sospeso, temendo, o augurandoci ad ogni passo che scatti qualche sciagura. I due consumano, tra mille sotterfugi, la loro evasione sentimentale ovviamente su un’isola, con immersioni in un mare magnifico, in cui Clem si esibisce con maggiore scioltezza e capacità natatoria, ma creando un leggero clima di suspense. Forse si allontana troppo dal battello noleggiato, forse non riesce a rientrare a bordo? Sarebbe decisamente fuori luogo supporre l’intervento di uno squalo. E quando i due, felici come scolaretti in vacanza, se ne vanno in motorino, con guida maldestra, rasentando gli orli di un precipizio, non è che ci cadono, che ci scappa il morto? Ma no, il tutto, come già detto, rispetta un andamento medio che non prevede catastrofi. E così pure in albergo non ci sono spiacevoli incontri, comparse di terzi che magari conoscono uno dei due amanti e smascherano la loro tresca. Tutto insomma si svolge nella norma, ma con pienezza di dati sensoriali, atmosferici, natatori, e beninteso e prima di tutto erotici, con i due che applicano il manuale di tutte le pose corporali possibili. Ma il racconto non spinge mai i pedali in qualche direzione irreversibile, tiene le carte in sospeso, finché non c’è il ritorno all’ovile, che proprio la pausa intervenuta, la piacevole e distensiva parentesi, fanno apparire più accettabile. I due si lasciano con vaghe promesse di mantenere il rapporto, ma tutto ciò se ne sta “fuori quadro”, il bozzetto, il cartone ha esaurito il suo compito.
Edoardo Albinati, Un adulterio, Rizzoli, pp. 126, euro 16.

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Un consiglio per Benni: proceda “con juicio”

Le mie invettive contro la “Felsina narratrix”, nei suoi esponenti più acclamati, non si rivolgono certo a Stefano Benni, che resta ben alto nella mia stima. Ma anche lui si deve guardare da un esercizio delle sue virtù eccessivamente ripetitivo, e soprattutto deve evitare di allargarlo troppo, di ritenere che tutto gli sia consentito. Mi consiglia a formulare un simile invito, a procedere “con juicio”, l’appena uscito “Prendiluna”, anche se, per coerenza con me stesso, mi devo compiacere del fatto che egli abbia rimesso addosso la maschera carnevalesca con cui ha ottenuto i suoi successi. Se l’era tolta, in qualche misura, accedendo a un cauto “ Amarcord”, nel semi-autobiografico “Di tutte le ricchezze”, che mi aveva fatto temere il compiersi in lui di una svolta irreversibile. Invece ora merita, con questa ennesima prova, un “bentornato”, con indosso la solita maschera, purchè faccia attenzione, come dicevo sopra, agli allargamenti eccessivi. Già il titolo del nuovo libro è un po’ rischioso, intitolato com’è a Prendiluna, un nome che implica un connotato magico, favolistico. Ma per fortuna Prendiluna, in sostanza, è una vecchia coi piedi per terra. Certo, le è piovuta addosso una missione salvifica, ma affidata alla banalità e prosaicità di andare a regalare a personaggi di buona e salda umanità alcuni mici, per la precisione Diecimici, che la vecchia trasporta con sé in un misero sacco, da cui le bestiole lasciano emanare puzze, afrori, che sono anche loro del tutto terrestri. Accanto a lei, ci sono altri due eroi, Dolcino e Michele, dai profili anch’essi terra-terra, sono individui non proprio normali per salute psichica, tanto che devono evadere dalla casa di cura in cui sono racchiusi, e scatta una caccia nei loro confronti. E’ evidente che Benni si ispira a certi miti dei nostri giorni, affidati soprattutto al cinema. I due sono molto vicini ai Blue Brothers, anch’essi pronti a mescolare il sacro col profano, mossi da un lontano intento benefico e umanitario, ma proprio nel suo nome pronti a commettere tutte le possibili infrazioni e colpi bassi. Oppure si può anche intravedere qualche eco della Compagnia dell’Anello di Tolkien, con la consegna dei gatti, incaricati di salvare il mondo, in sostituzione del sacro compito di precipitare l’anello fatale nel vulcano redentore. Ma che Benni, nella sue scorpacciate insaziabili, vada a rubare anche motivi da “romance”, beninteso all’altezza della nostra attuale sensibilità, non è indebito e criticabile. Lo può diventare se decide di insistere un po’ troppo in questa direzione, come succede in tutta la parte del libro in cui viene tratteggiato un regno del male, Maxonia, affidato a una setta di criminali in guanti bianchi, sotto mentite sembianze professorali, detti gli Annibaliani. O in altre parole, quando Benni insegue da vicino certi miti dei nostri giorni, si lascia un po’ prendere dal gioco, non lo riscatta andando a pizzicare al momento buono la corda del basso. Questa invece ritrova i suoi effetti esilaranti quando fa i conti da vicino con i difetti e limiti e rituali della nostra comune umanità, che oggi si risolve in una moltitudine di persone poste tutte in contemplazione dei rispettivi telefonini, equiparati a pozzanghere, perfetta contaminazione tra l’alto e il il basso. E poi ci sono le deliziose osservazioni riguardanti i diversi modi di consumare la pizza, con la divisione dell’umanità secondo tipologie precise, di chi mangia solo il centro del prodotto e chi invece preferisce l’orlo esterno, e c’è poi chi osserva con sospetto il vicino di tavolo temendo di vederlo servito in anticipo. Un nome arcano, presumibile parola d’ordine di un intrigo spionistico, 4P, si risolve in null’altro che nella sigla di un Poderoso Panino al Pecorino Piccante. Anche i gatti hanno diritto alla parola, e tra loro il più eloquente è quello chiamato Prufrock, sopravvissuto a una sequenza interminabile di ben nove catastrofi, tra cui l’investimento da parte di un camion, l’avvelenamenti da cocktail di cocaina e veleno per topi, un’abbuffata con ben sei chili di baccalà, un combattimento acquatico con una nutria, e così via. Ma forse il fulcro dell’intera narrazione è una visita dei comuni avventori al Centro Commerciale Butterman, che è il vero tempio dei nostri giorni, il luogo che custodisce segreti, amori, passioni, ben più che i vani fantasmi insediati in Maxonia e coltivati dal bieco schieramento degli Annibaliani. Finché il gatto Prufrock riesce a conservare un qualche residuo delle sue nove vite, ci possiamo salvare da ogni sciagura immanente, e anche Benni riesce a reggere la sua navigazione mantenendola in una rotta accettabile, senza sforare troppo.
Stefano Benni, Prendiluna, Feltrinelli, pp.212, euro 16,50.

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Rondi dalla A alla Z, e viceversa

Ricevo una ricca produzione di Mario Rondi, in poesia e in prosa, che fa seguito a un proficuo mio contatto con lui avvenuto nell’ormai lontano 1981, quando pubblicai uno smilzo libretto dal titolo “Viaggio al termine della parola”, Feltrinelli, la mia più audacia puntata nel settore della poesia, che in genere non mi vede particolarmente attivo. In quel minuscolo saggio, accompagnato anche da un’antologia di testi pertinenti, svolgevo la tesi che, essendosi ormai espletate tutte le vie di cercare il nuovo rimanendo entro i limiti della grammatica e del vocabolario, ovvero praticando tutte le possibili combinazioni sintattiche e semantiche, agli sperimentatori rimaneva aperta una via estrema, che era di spezzare l’unità dei vocaboli per ricavarne associazioni inedite, neologismi azzardati. Era del resto la via già indicata da Joyce con il suo “Finnegans Wake”, che così si rivelava un eccellente introito alla seconda metà del secolo e oltre. Non si creda che a quel modo io indicassi una specie di ricetta obbligata, da applicare in modo uniforme e standardizzato, anzi, venivo a rendere possibili tante ingegnose varianti. Rondi, per esempio offriva come dei mozziconi di frasi che venivano continuate da possibili prolungamenti, messi tra parentesi, o segnalati da un trattino a indicare che ci poteva stare una giuntura. Mi viene da pensare alle “tendine” dei nostri cellulari, che si tirano in giù fornendo tanti dati accessori altrimenti invisibili; oppure, più semplicemente, a delle serrande di negozi che vanno su e giù, mostrando o nascondendo vetrine colme di oggetti. Nella mia multiforme attività, sono colpevole di non seguire pazientemente le mie scoperte, le abbandono al loro destino, così è avvenuto pure nel caso di Rondi, finché, di recente, lui stesso non mi ha gratificato inviandomi la schiera delle pubblicazioni successive dove sembra essersi dimenticato, lui per primo, di quella lontana modalità operativa così ingegnosa, passando a praticare una poesia del tutto esplicitata, ricca di afflussi oggettuali, di riferimenti a frutti e verdure, ad animali commestibili o no, ad ogni altra merce che si può acquistare a un supermercato o a qualche bancarella di mercatino rionale, il tutto in un tono tra il crepuscolare e il nonsensical, sulle orme di un Erba, di un Risi, o di uno Scialoja. Insomma, a prima vista, nessuna traccia del coraggioso esploratore dei vecchi tempi. Ma, spingendomi avanti nella lettura, e arrivando a un ultimo prodotto, “Amori effimeri”, Genesi, 2015, trovo un racconto che è in grado davvero di realizzare la cucitura tra quei lontani tronconi e le pratiche attuali. E’ il primo della serie, intitolato “Né carne né pesce”, dove è protagonista un certo Ferdinando, un alter ego dell’autore, che come tanti di noi frequenta abitualmente uno spaccio alimentare, ma adottando una procedura particolare, che sta nel fare razzia dei bigliettini numerati con cui si acquisiscono i diritti di precedenza nell’essere serviti. Perfetto, siamo in presenza di una via del tutto omologa all’altra a dottata a suo tempo, consistente nel porsi con piena, aperta disponibilità davanti al possibile afflusso delle merci, ovvero delle circostante, dei dati oggettuali cui fare riferimento. Infatti, quando viene “chiamato”, il nostro Ferdinando si presenta al banco, ma interdetto, stupito, frastornato dall’abbondanza dei prodotti che gli si parano davanti, per cui decide di non decidere, ovvero rifila il suo titolo di precedenza a qualche altro avventore, incredulo di questa piccola fortuna. Lui “passa”, si tiene disponibile per una prossima chiamata, salvo a ripresentare la medesima recita di una titubanza costitutiva e di una ferma decisione di non decidere. Ovvero, la decisione è di tenere aperte e sospese tutte le possibilità, né carne né pesce, come dice il titolo del racconto, che è esattamente il ritrovare la disponibilità a tentare la sorte che in quelle lontane prove veniva affidata alla punteggiatura, alle parentesi o ai trattini. Ora la stessa pratica di una generosa apertura si rivolge alla concretezza di cose corpose e tangibili, ma il modello, la formula permangono identici, pieni di lusinghe e di promesse.

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Fois: un falso giallo per un falso rapimento

Non sono certo un sostenitore della “Felsina narratrix”, se penso alla lunga serie di bocciature o quanto meno di giudizi tiepidi che ho emesso nei confronti di vari esponenti più o meno acclamati dell’officina bolognese, a cominciare dalla premiata ditta Wu Ming, con doccia scozzese tra approvazioni e invece stroncature. Anche la Avallone è entrata in questo mio carosello a colpi alterni, e perfino l’ampiamente da tutti omaggiato Lucarelli talvolta dalla mia pagella è uscito riportando voti bassi. Mi tengo lontano dal bamboleggiamento primitivistico di Paolo Nori e seguaci. Perfino il mio costante riconoscimento verso i reduci da RicercaRE ha presentato qualche flessione, come nel caso dell’ultimo prodotto di Simona Vinci, mentre, passando ai pochi giudizi positivi, mantengo in genere un convinto approccio ai prodotti di Brizzi e della Verasani, e di recente ho pure scoperto e apprezzato gli apporti di un ousider come Guglielmo Forni Rosa. Ma la bestia nera di questi miei umori negativi è senza dubbio Marcello Fois, verso cui non mi ha certo riconciliato il recente “Del dirsi addio”. Anche se, almeno, un merito gli devo riconoscere in partenza, di essersi finalmente distaccato dalle ataviche radici della sua Sardegna, in cui invano tentava di trasferire i lieviti della nostra scena attuale. Ora ha invertito la rotta spingendosi verso Nord Est, dalle parti di Bolzano, ma patendo di una evidente mancanza di familiarità con quel nuovo ambiente. Forse quella localizzazione gli è stata suggerita dal ben noto sceneggiato televisivo “Quattro passi dal cielo”, diversamente non si spiega l’insolita e ingiustificata scelta geografica. Del resto, sappiamo bene quale effetto di trascinamento producano oggi i “serial” del piccolo schermo sui prodotti cartacei. Infatti uno dei nuclei di questo nuovo romanzo sta nella relazione omosessuale tra l’ispettore protagonista, Sergio Striggio, e un più giovane Leo, il che sembra ripreso, questa volta, dalla serie TV dei “Balordi di Pizzofalcone”, anche se la coppia omosessuale in quel caso è al femminile, ma per il resto le titubanze, le incertezze se far apparire alla luce del sole la relazione “scandalosa” ci sono tutte. Comunque, la prestazione dell’ispettore Striggio è quanto di più valido e accettabile troviamo nel romanzo, che ha al centro la misteriosa sparizione di un bambino, Michele, mentre padre e madre, Nicola e Gea Ludovisi, sostano con l’auto in una piazzola di servizio per permettere, a padre e figlio, di andare a orinare all’esterno. Ma in quella circostanza il ragazzo scompare, nel più fitto mistero, favorito dall’oscurità della notte. Qui scatta forse l’unica invenzione positiva della trama, il fatto che non ci sia stato nessun sequestro di minore, ma solo un trasferimento, il piccolo è stato accolto sull’auto di una figura ambigua di prete, che sarà il primo a dare l’allarme, senza con questo suscitare i sospetti degli inquirenti. Attorno al motivo dello pseudo-rapimento si colloca una trama imbrogliata, piena di inverosimiglianze. A cominciare dal padre, Nicola, che è un “macho”, portato a cornificare abbondantemente la moglie Gea, fiero di una sua poderosa massa muscolare, esibita allo specchio. Ma allora, come mai questo super-dotato ha una relazione con una donnetta modesta, in tutti i sensi, una insegnante del luogo, che giunge al suicidio in quanto abbandonata da un amante così inadeguato al suo standard? E come è possibile che la madre Gea possa sospettare il marito, non tanto di tradimenti coniugali, ma addirittura di avere propositi di pederastia ai danni del figlio? Anche se si allontana, almeno, l’infame accusa di un possibile incesto, in quanto la vicenda contorta ci fa scoprire che in realtà Michele è figlio di altri, ed è legato da complicata parentela col falso sacerdote, legato a sua volta a Gea. Da qui l’idea di mettere in salvo il bambino sottoposto a minaccia trasbordandolo su un’auto più sicura. Ma la matassa è davvero imbrogliata, più di quanto sia ammissibile anche in un “giallo”, cui in genere si concede di intricare le carte, purché alla fine i vari elementi vadano al loro posto, il che in questo caso avviene con molte difficoltà. Senza parlare di taluni inserti storici in cui compaiono il fiorentino Rucellai e il signore di Rimini Sigismondo Malatesta, con ben scarsa giustificazione rispetto a una vicenda che batte acque territoriali del tutto ambientate ai nostri giorni.
Marcello Fois, Del dirsi addio, Einaudi, pp. 296, euro 20.

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Magrelli tra tradizione e innovazione

Ricevo da Valerio Magrelli un suo recente prodotto, una esile raccolta di versi, “Guida allo smarrimento dei perplessi”, e mi sembra giusto gratificarlo dedicandogli qualche parola, anche se questo mi porta ad affrontare il territorio a me non particolarmente familiare della poesia. Ma credo di avere le idee abbastanza chiare per quanto concerne tutto questo settore di lavori, anche se forse improntate a un certo dogmatismo. Per un coerente membro della neoavanguardia come il sottoscritto, prima di tutto, nel secondo dopoguerra, vengono i Novissimi, che hanno dominato la scena fino al ’68, quando c’è stato il disperdersi del Gruppo 63, ma beninteso ciascuno degli autori che vi si erano riconosciuti ha continuato nel proprio cammino. Fino agli anni ’90, quando sulla scena è ricomparso un successivo orizzonte di ricerca, tanto che per la poesia Alfredo Giuliani, già teorico e introduttore dei Novissimi, ha potuto scorgere la nascita di eredi, di un Gruppo 93, dando modo, a me e a Balestrini, di lanciare la serie degli incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia. In mezzo c’è stata un’onda depressiva, al rientro, come del resto è nella fisiologia di tutti i fenomeni, organici e inanimati. Questo avallamento è stato contrassegnato dall’uscita dell’antologia “La parola innamorata”, 1978, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, volta a raccogliere per strada quanti avevano combattuto proprio l’estremismo dei Novissimi, o che per anno di nascita, come Magrelli (1957), non avevano fatto a tempo a sintonizzarsi su quel passo. Era una situazione di “entre les deux”, per un verso occhieggiante verso la tradizione, magari non proprio dell’ermetismo prebellico, ormai defunto, ma almeno verso soluzioni di recupero di un certo crepuscolarismo, di una elegia sospesa tra buoni sentimenti “d’antan” e cauti inserimenti di una prosaicità aggiornata sui nuvi dti ambientali. Questa scialuppadi salvataggio aveva preso a bordo anche un protagonista come Cesare Viviani, che invece, circa nei medesimi anni, aveva intrapreso una via nuova, andando oltre lo spirito collagista tipico dei Novissimi, forte soprattutto nell’aggregare un materiale semantico, mentre l’audacia di Viviani stava nel praticare una scissione della parola, frammentandola e ricomponendone gli spezzoni fino a ricavare altrettanti neologismi. Ma in seguito anche lui è rientrato nel gruppo. Che però, almeno nei membri più interessanti, continua a chiaroscurare certi toni fin troppo affabili con improvvisi inserimenti di volute banalità e citazioni dal quotidiano. Tra i più fini cultori di questo “entre les deux” c’è proprio il nostro Magrelli. Notiamo “en passant” che già il titolo della raccolta tematizza una simile situazione di sospensione, insistendo sui concetti di “smarrimento” e di “perplessità”. Se affrontiamo la prima lirica della raccolta, la troviamo aprirsi con “Questa è la mia preghiera del mattino”, un verso che non potrebbe aver scritto né un membro dei Novissimi né dei successivi e ancor più arrembanti membri del Gruppo 93, dato che esso sfuma nel passato, lo potremmo trovare in Saba, in Montale. Ma poi, a contrasto con questo tono tranquillo, che sarebbe condannabile, troviamo nel verso successivo una più vivace dichiarazione del poeta a voler controllare il suo “cc”, cruda inserzione di un elemento ripreso “tale e quale”, completato da un accenno successivo a una “password”. Dunque, c’è un aggiornamento da dirsi genericamente futurista. Poi, di nuovo il rientro in una tonalità più sentimentalmente tranquilla, “ogni volta ritrovo la tua data / di nascita”. Pensosa bonarietà pure in un seguente “Penso l’intero giorno senza pensarti mai, / eppure non c’è alba in cui dolente / tu non mi vieni incontro”, ma poi ecco l’opportuna nota stridente, ovvero l’aggressione di una attualità incalzante: “mentre effettuo un bonifico”. E molto buono mi sembra anche un riferimento mitico, “come un Lazzaro uscito dalla tomba”, la pratica dei novissimi, detto in accezione liturgica e non come riferimento ai cinque della neoavanguardia, è sempre una valida mossa. E felice, per accoppiamento tra un concetto secolare e una improvvisa attualizzazione risulta un ancora successivo “Ti levi dal sepolcro del computer”. Una opportuna aggressione semantica è anche in chiusura della lirica “Dopo una visita in clinica a Zeichen”, dove il ricordo di un autore spregiudicato e sperimentale trascina anche Magrelli a porsi sul medesimo livello, attribuendo al poeta una funzione definita in termini di arido specialismo medico, secondo cui il poeta sarebbe un “logopedista”, e dunque il trattamento del materiale verbale a lui adatto non seguirebbe le armonie, le malinconie di un vecchio repertorio, ma farebbe di lui, su questa strada finalmente avventurosa, “il profeta, l’esteta, l’atleta”. E mi piace molto che nella decima, e ultima, di queste liriche entrino in scena “I brutti gabinetti / di certi ristoranti di paese”. Insomma, è bene che la tentazione a retrocedere verso un empireo altrimenti abbastanza convenzionale, sia interrotta da sussulti, da brutture, da improvvise concessioni verso “il male di vivere”, senza piangerci sopra.
Valerio Magrelli, Guida allo smarrimento dei perplessi. Carteggi letterari, pp. 37, senza prezzo.

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D’Orazio: un romanzo a tre stadi

Mi è già capitato più volte di osservare che la generica categoria degli “intellettuali” dei nostri giorni, si tratti di critici di ogni genere, di uomini politici, di giornalisti, mentre un tempo tentavano di acquisire qualche titolo di nobiltà pubblicando un libretto di poesia, ora invece puntano piuttosto alla forma più coinvolgente e popolare del romanzo. Non fa eccezione Costantino D’Orazio, ottimo operatore nelle arti visive, tra contributi informativi, comparse televisive, studi critici. Ora anche lui ci dà il suo inevitabile romanzo, “Ma liberaci dal male”, con esito tutt’altro che malvagio, anche perché nel romanzo si lasciano intravedere tre componenti con diverso grado di interesse e attendibilità, cosicché il lettore può scegliere tra una parte e l’altra. La protagonista si chiama Virginia, abbreviata in Vivì, e ci narra in prima persona il suo dramma familiare, affidandolo a caratteri in corpo piccolo, quasi per farsi perdonare il fatto che lo scriva in prima persona, mentre quando poi passa a una più corretta terza persona i caratteri crescono di corpo, a significare un andamento più oggettivo. Vivì ha alle spalle un triste dramma familiare, di una madre nevrotica che giunge al suicidio, e di un padre premuroso ma incapace di condurla nell’esistenza, tanto da spingerla a un passo estremo, di farsi novizia in un convento di clausura, presso la chiesa romana dei Santi Quattro Coronati, che diventerà ben presto l’ombelico attorno a cui ruoterà il seguito della vicenda. Ci potremmo arrestare un momento a un primo commento. Non è troppo credibile che Vivì, di buon livello sociale e di studi, ricca di interessi, del tutto inserita nel mondo attiuale, voglia autopunirsi nella forma grave della clausura. Ma scatta in proposito il secondo segmento della vicenda, e davvero c’è da chiedersi chi abbia fornito a D’Orazio l’eccellente documentazione di cui si vale, quasi che fosse stato ammesso con salvacondotto a sperimentare lui stesso la vita monacale. Certo è che ce ne offre in modo esaustivo e credibile un diario perfetto, di come le monache passano la giornata, tra preghiere, refezioni, indicate analiticamente, e tante altre cure quotidiane che in definitiva riempiono il loro tempo. E ci sono pure le reazioni psicologiche nei confronti della novizia, alcune sorelle sono dure e aggressive verso di lei, come in particolare, oltre a una inevitabile Madre Superiora, un’altra figura autoritaria, una Implacabile Suor Elisabetta. Questo introdurci a vivere ora per ora quanto succede in quello strano e insolito alveare è la parte migliore del romanzo, quella che lo distingue nel numero dei tanti altri che io sono solito iscrivere nella categoria di un neo-neorealismo, e infatti che cosa ci può essere di più insolito quanto l’andare a sperimentarlo, piuttosto che in un mondo di drogati o di assatanati del sesso, nei silenzi austeri della clausura, rivelatasi però anch’essa piena di sussurri e grida?
Scatta infine la terza componente, forse la più prevedibile, ricordando che la vicenda è narrata da un critico d’arte chiamato anche a un ruolo di guida ai monumenti romani. Qui francamente non so che cosa ci sia di vero o di inventato, da questo punto in avanti, e riconosciamo anche che il Nostro, forse senza saperlo, si muove al seguito della grande Jane Austen, quando immagina che una fanciulla, ospite di un baronetto inglese, nasconda nel solaio un segreto di famiglia. Forse il nostro Costantino si mette nei panni di un suo personaggio, tale Andrea Rizzuto, posto spasmodicamente alla ricerca di un segreto artistico che si dovrebbe celare in quel monastero e nella chiesa attigua, una misteriosa Aula Gotica di cui nei secoli si sarebbe persa la memoria. Rizzuto sfrutta le armi della seduzione sulla novizia per riuscire a penetrare nel luogo misterioso, di cui le suore custodiscono con tenacia il segreto. E’ un luogo dell’orrore, dove le nostre brave sorelle si riuniscono per inique cerimonie sanguinarie, magari seppellendovi i frutti di amori illeciti? No, in proposito si ha la migliore invenzione romanzesca del nostro autore, in quelle stanze negate ai comuni mortali le sorelle si ritirano per prendere una boccata di normalità, per rientrare nei loro panni “borghesi”, dandosi a lavare e stirare gli indumenti intìmi, Ma è vero che allo sguardo ammirato del perlustratore si rivelano affreschi portentosi che permetterebbero addirittura di anticipare l’inizio del Rinascimento, togliendolo a Cimabue e dandolo a ignoti pittori di ambiente romano, così da smentire la “leggenda” del primato toscano, nella storia della rinascita della nostra arte. Da collega di D’Orazio, dissento da questa tesi, ma da narratologo trovo che questo motivo è ben giocato, anche se egli trova sulla sua strada non solo l’ingombrante ricordo della Austen, ma le manovre ben più vicine e incalzanti di un Dan Brown. Che poi Vivì se ne vada dal convento, è una decisione che sicuramente incontra il plauso di ogni lettore.
Costantino D’Orazio, Ma liberaci dal male, Sperling & Kupfer, pp. 3°1, euro 16,90.

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Sarchi: notte o luce diurna diffusa e monotona?

Non ero stato molto favorevole, nel giudicare l’”opera prima” di Alessandra Sarchi, “La violazione”, del 2012, affidando la mia recensione alle pagine dell’autorevole ”Tuttolibri” della “Stampa”, da cui poi sono stato radiato, forse per insufficiente capacità critica. Per cui un parziale risarcimento ora attribuito a “La notte ha la mia voce”, appena uscito, compare in forma semi-privata e destituita di ogni credito, come sono queste mie noterelle marginali. In quell’altro romanzo la Sarchi non si liberava da qualche residua traccia di verismo addirittura alla Verga, facendo giganteggiare la figura di un “padre padrone”, feroce possidente di “roba” e pronto a imporre una specie di “ius primae noctis” alle serve extra-comunitarie assunte a vario titolo nella sua fattoria. Contro di lui risultavano impotenti le mosse intraprese da personaggi più sensibili ai nuovi valori, un garzoncello non certo “scherzoso” che voleva impedire al Mastro Don Gesualdo reincarnato di abbattere alberi a suo piacere, fino a meritare la morte nella riedizione di un duello rusticano in salsa non molto mutata rispetto al vecchio copione. E impotenti erano pure due coniugi intellettuali che a loro volta cercavano di trovare ospitalità presso quel brutale colono, tentando anche loro di portarlo a una condotta più ligia ai parametri della nostra civiltà.
Tutto cambia in questo nuovo romanzo, a cui posso dare un secondo “neo”, riportarlo nell’alveo di un neo-nerorealismo, così come Standard and Poor potrebbe rialzare le quotazioni dell’economia di un Paese. Ora siamo in piena attualità, come del resto è ribadito dal fatto stesso che la protagonista ci parla in prima persona, così da simulare una sorta di autonarrazione, come è di moda al giorno d’oggi. E anche l’incidente di cui resta vittima è del tutto in linea con possibili accadimenti dei nostri tempi. Infatti le è capitato uno scontro in auto dai cui rottami è stata estratta, ma ormai paralizzata per sempre, dall’ombelico in giù. E il diario degli interventi cui viene sottoposta, con tutto il corredo di resoconti di operazioni estenuanti, di visite mediche in cui la paziente si sente ridotta a numero, a oggetto passivo, e la sofferenza di non poter più appoggiare i piedi a terra, di dover apprendere nuove, limitate possibilità di deambulazione, eccetera, tutto ciò è materiale fresco e apprezzabile. Viene in mente un caso analogo, anche se giocato su tutt’altro tavolo, della Parrella che forse non è mai stata così forte e toccante come quando ci ha narrato il dramma di una madre posta in vigile e spasmodica attesa accanto a una incubatrice in cui se ne sta un figlioletto nato prematuro. Così concentrata com’è sulla propria sorte, la protagonista trascura troppo di dirci in quale modo riesce a comportarsi verso un compagno e una figlia, che pure non l’hanno abbandonata al suo triste destino. Peccato, perché alla lunga il minuzioso diario di sofferenze, cure asfissianti, visite mediche che prendono anche il tono di una sopraffazione sessuale, rischia di stancare il lettore. Se ne avvede anche l’autrice, che capisce di non poter continuare sul medesimo tono. Bisogna mettere in gioco un diversivo, e ci riesce abbastanza bene, nella persona di una compagna di sventura, anche lei con gli arti immobilizzati, l’uno addirittura amputato, l’altro sostituito da una protesi artificiale. Ma per fortuna Giovanna è l’opposto della protagonista, per parte sua fin troppo sensibile e raffinata, che infatti deve ammettere di essere una “intellettuale”, con la pubblicazione di qualche libro alle sue spalle. L’altra invece è di bassa cultura, viene fuori dal popolo, ma è sanguigna e autoritaria, tanto da meritare il soprannome di Donnagatto, per la sua abilità nello scivolare tra i guai della vita e nel rovesciarli a suo favore. Inoltre, altra invenzione positiva, la nostra Donnagatto, per arrotondare il magro mensile che le viene dalla assicurazione, lavora in un call center, amministra un “telefono amico” dedito alla causa dei solitari affettivi. Col nome di Veronica, sollecita i loro istinti erotici, così anche soddisfacendo quella vita sessuale cui la sua stessa disgrazie non le consentirebbe di dare un giusto compimento. E l’amica del cuore le sta accanto, partecipa anche lei a quelle immaginarie avventure sessuali. Ma poi la nostra autrice non sa come saltar fuori dalla trama che pure ha abilmente impostato. La Donnagatto a un tratto scompare, forse dandosi a un nomadismo libertino e licenzioso quale è sempre stato nel suo carattere di fondo, e dunque la persona che si confessa deve riprendere a tessere il suo “cahier des doléances”, ma quando ormai tutte le corde sono state pizzicate e non resta molto da aggiungere.
Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce. Einaudi stile libero, pp.165, euro 16,50.
Non ero stato molto favorevole, nel giudicare l’”opera prima” di Alessandra Sarchi, “La violazione”, del 2012, affidando la mia recensione alle pagine dell’autorevole ”Tuttolibri” della “Stampa”, da cui poi sono stato radiato, forse per insufficiente capacità critica. Per cui un parziale risarcimento ora attribuito a “La notte ha la mia voce”, appena uscito, compare in forma semi-privata e destituita di ogni credito, come sono queste mie noterelle marginali. In quell’altro romanzo la Sarchi non si liberava da qualche residua traccia di verismo addirittura alla Verga, facendo giganteggiare la figura di un “padre padrone”, feroce possidente di “roba” e pronto a imporre una specie di “ius primae noctis” alle serve extra-comunitarie assunte a vario titolo nella sua fattoria. Contro di lui risultavano impotenti le mosse intraprese da personaggi più sensibili ai nuovi valori, un garzoncello non certo “scherzoso” che voleva impedire al Mastro Don Gesualdo reincarnato di abbattere alberi a suo piacere, fino a meritare la morte nella riedizione di un duello rusticano in salsa non molto mutata rispetto al vecchio copione. E impotenti erano pure due coniugi intellettuali che a loro volta cercavano di trovare ospitalità presso quel brutale colono, tentando anche loro di portarlo a una condotta più ligia ai parametri della nostra civiltà.
Tutto cambia in questo nuovo romanzo, a cui posso dare un secondo “neo”, riportarlo nell’alveo di un neo-nerorealismo, così come Standard and Poor potrebbe rialzare le quotazioni dell’economia di un Paese. Ora siamo in piena attualità, come del resto è ribadito dal fatto stesso che la protagonista ci parla in prima persona, così da simulare una sorta di autonarrazione, come è di moda al giorno d’oggi. E anche l’incidente di cui resta vittima è del tutto in linea con possibili accadimenti dei nostri tempi. Infatti le è capitato uno scontro in auto dai cui rottami è stata estratta, ma ormai paralizzata per sempre, dall’ombelico in giù. E il diario degli interventi cui viene sottoposta, con tutto il corredo di resoconti di operazioni estenuanti, di visite mediche in cui la paziente si sente ridotta a numero, a oggetto passivo, e la sofferenza di non poter più appoggiare i piedi a terra, di dover apprendere nuove, limitate possibilità di deambulazione, eccetera, tutto ciò è materiale fresco e apprezzabile. Viene in mente un caso analogo, anche se giocato su tutt’altro tavolo, della Parrella che forse non è mai stata così forte e toccante come quando ci ha narrato il dramma di una madre posta in vigile e spasmodica attesa accanto a una incubatrice in cui se ne sta un figlioletto nato prematuro. Così concentrata com’è sulla propria sorte, la protagonista trascura troppo di dirci in quale modo riesce a comportarsi verso un compagno e una figlia, che pure non l’hanno abbandonata al suo triste destino. Peccato, perché alla lunga il minuzioso diario di sofferenze, cure asfissianti, visite mediche che prendono anche il tono di una sopraffazione sessuale, rischia di stancare il lettore. Se ne avvede anche l’autrice, che capisce di non poter continuare sul medesimo tono. Bisogna mettere in gioco un diversivo, e ci riesce abbastanza bene, nella persona di una compagna di sventura, anche lei con gli arti immobilizzati, l’uno addirittura amputato, l’altro sostituito da una protesi artificiale. Ma per fortuna Giovanna è l’opposto della protagonista, per parte sua fin troppo sensibile e raffinata, che infatti deve ammettere di essere una “intellettuale”, con la pubblicazione di qualche libro alle sue spalle. L’altra invece è di bassa cultura, viene fuori dal popolo, ma è sanguigna e autoritaria, tanto da meritare il soprannome di Donnagatto, per la sua abilità nello scivolare tra i guai della vita e nel rovesciarli a suo favore. Inoltre, altra invenzione positiva, la nostra Donnagatto, per arrotondare il magro mensile che le viene dalla assicurazione, lavora in un call center, amministra un “telefono amico” dedito alla causa dei solitari affettivi. Col nome di Veronica, sollecita i loro istinti erotici, così anche soddisfacendo quella vita sessuale cui la sua stessa disgrazie non le consentirebbe di dare un giusto compimento. E l’amica del cuore le sta accanto, partecipa anche lei a quelle immaginarie avventure sessuali. Ma poi la nostra autrice non sa come saltar fuori dalla trama che pure ha abilmente impostato. La Donnagatto a un tratto scompare, forse dandosi a un nomadismo libertino e licenzioso quale è sempre stato nel suo carattere di fondo, e dunque la persona che si confessa deve riprendere a tessere il suo “cahier des doléances”, ma quando ormai tutte le corde sono state pizzicate e non resta molto da aggiungere.
Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce. Einaudi stile libero, pp.165, euro 16,50.
Non ero stato molto favorevole, nel giudicare l’”opera prima” di Alessandra Sarchi, “La violazione”, del 2012, affidando la mia recensione alle pagine dell’autorevole ”Tuttolibri” della “Stampa”, da cui poi sono stato radiato, forse per insufficiente capacità critica. Per cui un parziale risarcimento ora attribuito a “La notte ha la mia voce”, appena uscito, compare in forma semi-privata e destituita di ogni credito, come sono queste mie noterelle marginali. In quell’altro romanzo la Sarchi non si liberava da qualche residua traccia di verismo addirittura alla Verga, facendo giganteggiare la figura di un “padre padrone”, feroce possidente di “roba” e pronto a imporre una specie di “ius primae noctis” alle serve extra-comunitarie assunte a vario titolo nella sua fattoria. Contro di lui risultavano impotenti le mosse intraprese da personaggi più sensibili ai nuovi valori, un garzoncello non certo “scherzoso” che voleva impedire al Mastro Don Gesualdo reincarnato di abbattere alberi a suo piacere, fino a meritare la morte nella riedizione di un duello rusticano in salsa non molto mutata rispetto al vecchio copione. E impotenti erano pure due coniugi intellettuali che a loro volta cercavano di trovare ospitalità presso quel brutale colono, tentando anche loro di portarlo a una condotta più ligia ai parametri della nostra civiltà.
Tutto cambia in questo nuovo romanzo, a cui posso dare un secondo “neo”, riportarlo nell’alveo di un neo-nerorealismo, così come Standard and Poor potrebbe rialzare le quotazioni dell’economia di un Paese. Ora siamo in piena attualità, come del resto è ribadito dal fatto stesso che la protagonista ci parla in prima persona, così da simulare una sorta di autonarrazione, come è di moda al giorno d’oggi. E anche l’incidente di cui resta vittima è del tutto in linea con possibili accadimenti dei nostri tempi. Infatti le è capitato uno scontro in auto dai cui rottami è stata estratta, ma ormai paralizzata per sempre, dall’ombelico in giù. E il diario degli interventi cui viene sottoposta, con tutto il corredo di resoconti di operazioni estenuanti, di visite mediche in cui la paziente si sente ridotta a numero, a oggetto passivo, e la sofferenza di non poter più appoggiare i piedi a terra, di dover apprendere nuove, limitate possibilità di deambulazione, eccetera, tutto ciò è materiale fresco e apprezzabile. Viene in mente un caso analogo, anche se giocato su tutt’altro tavolo, della Parrella che forse non è mai stata così forte e toccante come quando ci ha narrato il dramma di una madre posta in vigile e spasmodica attesa accanto a una incubatrice in cui se ne sta un figlioletto nato prematuro. Così concentrata com’è sulla propria sorte, la protagonista trascura troppo di dirci in quale modo riesce a comportarsi verso un compagno e una figlia, che pure non l’hanno abbandonata al suo triste destino. Peccato, perché alla lunga il minuzioso diario di sofferenze, cure asfissianti, visite mediche che prendono anche il tono di una sopraffazione sessuale, rischia di stancare il lettore. Se ne avvede anche l’autrice, che capisce di non poter continuare sul medesimo tono. Bisogna mettere in gioco un diversivo, e ci riesce abbastanza bene, nella persona di una compagna di sventura, anche lei con gli arti immobilizzati, l’uno addirittura amputato, l’altro sostituito da una protesi artificiale. Ma per fortuna Giovanna è l’opposto della protagonista, per parte sua fin troppo sensibile e raffinata, che infatti deve ammettere di essere una “intellettuale”, con la pubblicazione di qualche libro alle sue spalle. L’altra invece è di bassa cultura, viene fuori dal popolo, ma è sanguigna e autoritaria, tanto da meritare il soprannome di Donnagatto, per la sua abilità nello scivolare tra i guai della vita e nel rovesciarli a suo favore. Inoltre, altra invenzione positiva, la nostra Donnagatto, per arrotondare il magro mensile che le viene dalla assicurazione, lavora in un call center, amministra un “telefono amico” dedito alla causa dei solitari affettivi. Col nome di Veronica, sollecita i loro istinti erotici, così anche soddisfacendo quella vita sessuale cui la sua stessa disgrazie non le consentirebbe di dare un giusto compimento. E l’amica del cuore le sta accanto, partecipa anche lei a quelle immaginarie avventure sessuali. Ma poi la nostra autrice non sa come saltar fuori dalla trama che pure ha abilmente impostato. La Donnagatto a un tratto scompare, forse dandosi a un nomadismo libertino e licenzioso quale è sempre stato nel suo carattere di fondo, e dunque la persona che si confessa deve riprendere a tessere il suo “cahier des doléances”, ma quando ormai tutte le corde sono state pizzicate e non resta molto da aggiungere.
Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce. Einaudi stile libero, pp.165, euro 16,50.

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Pazzi: nuovo appuntmento con la realtà romanzesca

Sono ben lieto di constatare che Roberto Pazzi, con questo recente “Lazzaro”, è rientrato in pieno nei panni di principale esponente, presso di noi, di quella che Spinazzola chiamerebbe una “New Italian Epic”, ovvero una narrativa data alla citazione del passato, un ambito in cui il narratore ferrarese presenta sostanziosi vantaggi rispetto al collettivo Wu Ming, cui, nonostante io sia legato a loro dalla comune cittadinanza bolognese, sono meno propenso a dare pieni voti. Questa sua posizione dominante Pazzi se l’è conquistata di primo acchito, con la fortunata opera prima, in ambito narrativo (dato che ne ha pure una di poeta cui tiene molto), “Cercando l’imperatore”, di più di trent’anni fa. Lo aveva scoperto Giovanni Roboni, ma non trattenendosi dall’accompagnare il giudizio positivo con la triste profezia in lui molto usuale, fatta scattare perfino contro il Moravia degli “Indifferenti”, che i tanto felici iniziatori non sarebbero più stati capaci di eguagliare, non diciamo superare, tanto estro. Invece Pazzi ha proceduto impavido su quella medesima strada snocciolando ulteriori capolavori, come per esempio “Conclave”, del 2001, che poi è stato in sostanza plagiato, senza che il fatto allora sia stato sufficientemente segnalato, dal pur ben riuscito film di Nanni Moretti, “Habemus papam”, di dieci anni dopo. Naturalmente Pazzi, industre ape operaia, ha continuato a ingrossare la sua arnia, ma forse per un momento disperando che valesse ancora la pena insistere su questa chiave di culto del passato, in una sua prova recente, “La trasparenza del buio”, si è avvicinato, sempre per stare alle categorie opportune messe in campo da Spinazzola, a un New Italian Realism, sfornando la vicenda di un professionista dei nostri giorni che maschera con impaccio la sua omosessualità. Ora, a dire il vero, non è che abbia recuperato vicende del passato, si è ispirato a una realtà dei nostri giorno, capace però di affondare già nel mito, o di recuperare canovacci di antica consistenza. Protagonista è tale Alberto Cantagalli, che si mette in testa di fare il vendicatore della democrazia repressa da un tiranno in vesti di stretta attualità, in cui si intravede agevolmente la figura di Berlusconi, ma con tanti opportuni accomodamenti. Intanto, si tratta di un uomo politico andato fino in fondo, presentato a noi nella veste di dittatore, quasi di vecchio imperatore romano profondamente corrotto che dalla reggia, un palazzo sull’Esquilino, domina le sorti del nostro Paese, come un dittatore della genia sudamericana. Infatti non so se Pazzi abbia avuto presente un capolavoro di Garcia Márquez quale “L’autunno del patriarca”, ma questa definizione calza a pennello al Leo Bonsi, chiamato ad adombrare il preteso dittatore nostrano. Bonsi, nonostante l’enorme potere che amministra, è oberato da mille mali, costretto a vivere in carrozzella, praticamente prigioniero di una squadra di guardie del corpo che lo aiutano nelle misere bisogne quotidiane, e perfino soddisfano alle sue voglie erotiche. Infatti, trattandosi di giovani robusti e in piena maturità sessuale, costretti a convivere col tiranno malandato, hanno strappato da lui il diritto di portare nel medesimo conclave anche le compagne. Il tiranno-patriarca ha aperto dei pertugi che gli permettono, nottetempo, di darsi a un avido voyeurismo, a spostarsi cioè di stanza in stanza per contemplare gli amplessi di quella sorta di figlioli adottivi, ammirandone le prestazioni erotiche, siano esse di specie etero oppure omo, la cosa, per la bramosia del vecchio impotente, non fa differenza. Naturalmente l’Autore si è ispirato alle “cene eleganti” cui il padrone di Mediaset si è dato in anni recenti, però avvalendosi in pieno del diritto di portare la vile realtà su un piano romanzesco calcando la mano, irrobustendo gli effetti. Certo è che tanta corruzione e miseria spirituale arma la mano omicida del Cantagalli, provvisto di revolver Berretta con cui si reca a Roma e comincia una attenta sorveglianza sulla sua vittima, fiero di sentirsi all’altezza dei grandi regicidi del passato, dal Gavrilo Princip che a Sarajevo uccide l’erede dell’impero austriaco provocando la prima guerra mondiale, fino a Lee Oswald, cui si attribuisce l’uccisione di un monarca dei nostri giorni quale Jack Kennedy. Fin qui parti nette, ben distribuite nel recitare i rispettivi copioni, nettamente contrastanti, ma poi il narratore imbroglia le piste, e a questo punto davvero agisce in lui il citazionista, talvolta portandolo anche a esiti incerti, che forse sfuggono anche alla mia comprensione. A cominciare proprio dall’inserimento della figura evangelica di Lazzaro, che dopotutto dà il titolo all’intera storia. La parabola evangelica viene qui percorsa alla rovescio, in quanto Gesù non riesce a resuscitare l’amico. È come un mettere le mani avanti, annunciare che l’intera vicenda sfumerà i suoi lineamenti? Forse Pazzi capisce che deve saltar fuori dalla trama impostata, la storia, la cronaca, la testimonianza dei fatti non gli danno spazio, nessuno ha sparato a Berlusconi, pardon a Bonsi. In definitiva, il Nostro riedita la lontana ma magica vicenda degli esordi. Anche là, qualche lettore forse lo ricorda, un pugno di armati fedeli allo Zar prigioniero dei bolscevichi tenta di raggiungerlo a marce forzate, ma ben capendo di non farcela su un piano di realtà fisica, spiccano il volo, e vi giungono solo sotto forma di uccelli. Anche qui succede qualcosa del genere, l’attentatore, colpevole di indugi, di irresolutezza, prende anche lui il volo, per meglio tenere d’occhio la propria vittima, e procede a questa metamorfosi in due modi, sia mutandosi in una ripugnante mosca, in omaggio al Golding del “Signore delle mosche”, e così manifestando tutta la crudeltà insita nel suo stesso proponimento. Ma in alternativa assume l’immagine tenera, fragile, infantile di Teresa, che è nello stesso tempo la santa protettrice ma anche la fanciulla insidiatrice della “gentil farfalletta”. Noi lettori potremmo anche rimanere delusi, defraudati della speranza che l’intero romanzo procedesse verso uno scioglimento finale, verso una catastrofe di specie tragica, con soppressione dell’immondo Leo, che poi a conti fatti corrisponderebbe a uno “happy end”. Ma forse a procurare questa soluzione ci pensano le stesse forze istituzionali. Infatti un inopinato rigurgito di potere democratico manda la polizia ad arrestare il genio del male per le sue troppe malefatte, e dunque l’insetto ronza a vuoto. In definitiva il nostro narratore non può sottrarsi alla vecchia saggezza secondo cui “i sogni muoiono all’alba”.
Roberto Pazzi, Lazzaro, Bompiani, pp. 211, euro 17. E anche ristampa di Conclave, pp. 274, euro 10

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Siti: dove sta lo scandalo?

Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.
Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.
Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.
Ovviamente in questa domenica non posso mancare di occuparmi del romanzo del giorno, del “Bruciare tutto” di Walter Siti, ma evitando di immergermi nello scandalo pretestuoso delle più o meno esplicite dichiarazioni di pedofilia, che come vedremo sono poi meno gravi di quanto la confusa polemica suscitata da quest’opera ha fatto nascere. Semmai, il romanzo ha difetti intrinseci, quali una normale critica ha tutto l’agio di mettere in luce, senza scomodare tormentoni di portata moralistica. In fondo, quet’opera conferma meriti e limiti quali erano già apparsi nel precedente “Resistere non serve a nulla”, come avevo accertato in una recensione apparsa sull’”Immaginazione”. Il lato positivo stava allora, e trova conferma ora,. nel metter davanti a tutto un protagonista “come noi”, impastato di mediocrità, che questa volta è il sacerdote Leo Bassoli, ma niente affatto intinto di sacra aura, non guardingo e insopportabile difensore della missione sacra che pure gli sarebbe affidata, pronto invece a interloquire con i comuni mortali, a colpi di uscite dialettali, sempre in linea con le povere esistenze che incontra sul proprio cammino, costituite in larga parte da extra-comunitari. La disinvoltura con cui l’autore si muove in questo pelago mi fa ripetere una possibile sua inclusione nella categoria di un neorealismo del tutto degno di essere accreditato di un secondo “neo”, proprio per una piena rispondenza agli usi e costumi della nostra esistenza quotidiana. Resta però un interrogativo, perché assumere in partenza la figura di un sacerdote? C’è in questo qualche eco della biografia di Siti, egli è stato per qualche tempo in seminario? Oppure è già l’abile predisposizione a entrare nella questione della pedofilia, che sappiamo bene pesare tanto sulla casta sacerdotale dei nostri giorni? Ma per circa una metà del romanzo Siti sembra esitare a imboccare questa pista, un lettore pruriginoso si chiede se per caso non è stato ingannato dai clamori pubblici suscitati attorno all’opera. C’è in questo una certa rassomiglianza con la prova precedente, il cui protagonista, anche lui di bassa fortuna, ma esente dal sacerdozio, esita prima di imboccare la pista di risoluto e cinico uomo d’affari. Ma finalmente lo spettro del passato si presenta, però, ancora una volta, in vesti accettabili e piene di savoir faire. Infatti, nel bel mezzo delle pratiche caritatevole del nostro prete, che ci sa fare, seppure tra esitazioni e dubbi, compare un tale Massino che gli chiede aiuto, proprio nel nome di un loro lontano rapporto omosessuale, ma in definitiva vissuto con disinvoltura, senza lasciare troppi strascichi, del resto si tratta di vicenda che pare ormai chiusa. Piuttosto, i severi censori di questa vicenda avrebbero dovuto soffermarsi su un passo agghiacciante, seppure marginale. Il buon Leo sa bene di nutrire in sé la vergognosa pulsione verso la pedofilia, e se ne vuole confessare secondo il rito previsto da Madre Chiesa. Non so, di nuovo, se Siti attinga in merito a qualche esperienza vissuta in proprio, sta di fatto che il confessore incontrato fortuitamente in una simile occasione, invece di condannare la colpa, si esibisce in una serie di astuti consigli su come evitare esiti dannosi, su come non irritare i poveri innocenti suscitando le loro rimostranze o denunce, Questo è il vero scandalo, che dovrebbe sollecitare a promuovere un’inchiesta per accertare se ci sono davvero dei confessori che si comportano in modi così ipocriti e davvero riprovevoli. Ma intanto Leo cresce di grado, ovvero frequenta persone più altolocate, che per questa ragione vivono in ménage incerti, di amori multipli, accedendo a ogni genere di vizi. Nel mezzo di questo ambiente di élite compare la tenera esistenza di Arturo, un ragazzino che l’assenza al suo fianco dei genitori, troppo intenti a coltivare i rispettivi vizi, ha abituato a crescere in orgogliosa solitudine e in precoce maturità, come i parenti riconoscono affibbiandogli il soprannome, tra l’ammirato e il preoccupato, di Geniussy. E siamo ormai al punto contestato, che però ha uno svolgimento tutt’altro che blasfemo. Il pietoso Leo non può mancare di essere attratto dalla vita sconsolata, priva di affetti, di Geniussy, e certo riemerge in lui la vecchia pulsione pedofila, ma in definitiva il sacerdote sa contenersi, evitare di ricadere nella colpa. Che poi, nell’intimità procurata proprio dall’assistenza, morale e anche corporale, che il bravo sacerdote rivolge al ragazzino, quest’ultimo sia preso da una pulsione sessuale e gli accarezzi gli organi genitali, è cosa del tutto verosimile. Sappiamo quanta curiosità gravi sull’infanzia in tal senso, lo stesso Freud ha svelato la sessualità potenziale che incombe su quella fase evolutiva. Comunque, Leo si controlla, allontana da sé la tentazione. Che poi Andrea reagisca in modo violento procurandosi la morte, è atto crudele che può trovare tante giustificazioni, l’abbandono da parte del mondo degli adulti, la croce di dover reggere da solo le prime inquietudini sessuali e l’intero capitolo delle relazioni sociali. Oltranzista, radicale è la reazione di Leo, che ancora una volta dimostra quanto egli non accetti il ruolo sacerdotale impostogli dall’autore. C’è in lui davvero un viaggio al termine della notte che si conclude col “Bruciare tutto” del titolo, il sacerdote ormai sul punto di spretarsi si porta in un luogo derelitto alla periferia di Napoli e là si dà fuoco, cioè si impone un’orrida modalità di morte, eccessiva rispetto ai falli commessi, o in definitiva evitati. I lettori distratti non hanno notato che ben peggiore e più colpevole era l’esito del romanzo precedente, dove un equivalente laico di Leo, salito in alto nella potenza economica, costringe un debitore a concedergli di soddisfare le sue voglie sessuali sul corpo innocente di una figlia minorenne.
Walter Siti, Bruciare tutto, Rizzoli, pp. 369, euro 20.

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