Letteratura

Cotroneo, un Caravaggio alquanto conformista

Ho avuto in passato buoni rapporti con Roberto Cotroneo, quando, negli anni ’80 e ’90, collaboravo all”Espresso” e lo avevo come caposervizio alla cultura, credo con stima reciproca. Poi un brutto giorno un direttore di passaggio ci licenziò entrambi, ma Cotroneo è caduto in piedi perché è divenuto magna pars all’università Luiss. Una volta andato in pensione, mi ero rivolto a lui per ottenere, come fanno tanti pensionati, un posticino supplementare. In apparenza accolse cordialmente quella mia richiesta in ricordo della ormai lontana collaborazione, ma a quanto mi risulta una sua caratteristica è di dare appuntamenti che poi non onora con la sua presenza. La cosa si è ripetuta di recente al nostro Istituto di cultura di Bruxelles il cui direttore, due anni fa, aveva deciso di organizzare un incontro in ricordo di Pier Vittorio Tondelli, e Cotroneo doveva essere accanto a me nella celebrazione, ma anche in quell’occasione si è dileguato nel nulla. Ora ricevo un suo saggio, “L’invenzione di Caravaggio”, di cui vado a dire maluccio, ma certo per non vendicarmi di quei mancati appuntamenti, sarebbe meschino da parte mia. Il saggio ha senza dubbio un merito, quello di ricordare uno dei titoli di grandezza di Roberto Longhi, il rilancio delle fortune del Caravaggio che, allorché Longhi si mise al lavoro, agli inizi del secolo scorso, erano alquanto impallidite. In una serie continua e coerente di interventi il critico piemontese-fiorentino ne ha rialzato i titoli, come senza dubbio era giusto, ma forse superando il segno, fino a creare una sorta di Caravaggio-mania che si è estesa a macchia d’olio, e appunto il contributo ossequioso di Cotroneo ne è uno dei molti risultati. Ma in proposito devo ricordare un mio ostinato cavallo di battaglia, la distinzione tra il moderno e il contemporaneo, intendendo col primo, in accordo coi manuali, l’arte che va dal Cinquecento a buona parte dell’Ottocento, di cui il realismo di Caravaggio è senza dubbio una struttura portante, ma occorre precisare che seguendo quella pista si arriva a Courbet e agli Impressionisti, e non oltre. L’arte caravaggesca, in tutto il contemporaneo, è inattuale, nessuno dei suoi protagonisti tra fine Ottocento e Novecento ha saputo che farsene di lui, anzi, ha dovuto allontanarsene. Del resto i conti tornano, dato che Longhi è stato un nemico del contemporaneo, pur dopo una brillante partenza giovanile in cui aveva riconosciuto i meriti di Boccioni. In seguito ha pronunciato qualche bestemmia contro i punti di forza del contemporaneo, per esempio in lode di un realista della Scuola romana anni Trenta ha asserito che per sua fortuna non sarebbe mai annegato in quelle piatte risaie con pochi pollici d’acqua in cui è naufragato Mondrian. E quando negli anni Cinquanta ha avuto in mano una rubrica giornalistica importante, l’ha sì condivisa con Francesco Arcangeli, tra i suoi migliori allievi, ma sbuffando di intolleranza quando l’altro celebrava, a parer suo con troppa insistenza, le lodi di Pollock. Ritornando in territorio caravaggesco, dove senza dubbio sono forti i meriti longhiani, ho pure più volte dovuto controbattere alla sua ipotesi centrale di una derivazione del Merisi dal Cinquecento lombardo, scambiando appunto per incunaboli di realismo “moderno” quanto invece, da parte del Lotto, e poi del Savoldo, del Moretto e di altri, era solo una derivazione dal capostipite del Rinascimento nordico, Albrecht Duerer: quel pilastro contro cui invece il Longhi non si è trattenuto dal borbottare riserve e dubbi. E poi, se nella Lombardia tra i due secoli ci fosse stata una cultura così fertile in termini di realismo-naturalismo, come mai, andato via proprio Caravaggio, di questo clima sono rimaste ben poche tracce? Il Seicento non è affatto un secolo prodigioso, in terra lombarda, mentre tutto si sposta su Roma, davvero in quel momento “caput mundi”. E ancora, proprio attorno al primo approdare del Merisi nell’Urbe, persiste un fitto mistero. Da dove gli è venuto quel miracoloso e meraviglioso iper-realismo “in chiaro”, di meticolosa consistenza nelle carni e negli abiti? Questa è una partita ancora tutta da giocare, e il retaggio lombardo vale molto poco a spiegarla.
Beninteso di tutta questa problematica non ci sono tracce nel saggio di Cotroneo, che procede tranquillo e sicuro per le vie dell’elogio acritico. in linea con l’opinione corrente e dominante. Questo essere “in”, nel fiume del consenso, gli consente di essere apprezzato e riverito, mentre io procedo per le mia via scomoda e solitaria, con ben pochi riconoscimenti di qualsiasi tipo.
Roberto Cotroneo, L’invenzione di Caravaggio, UTET, pp. 131, euro 18.

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Blanchot, un muro di incomunicabilità

Quando Luciano Anceschi è morto, nel 1995, ha lasciato la sua cosa più preziosa, la rivista “il Verri”, come era giusto che fosse, all’unico figlio Giovanni, persona del tutto degna, ma specializzato in opere plastiche e in interventi nel ramo architettura-design in cui ha conseguito titoli di assoluta eccellenza. Ma la letteratura, che era invece la vocazione principale del padre, non è mai stata al centro dei suoi interessi. Non so se Anceschi avesse previsto che su questo fronte avrebbe ampiamente rimediato la nuora, e moglie di Giovanni, Milli Graffi, dotata di ottime qualità di poetessa e anche di critico, ma naturalmente, e giustamente, è pure in possesso di proprie idee, con connessa attitudine a sostenerle in modo grintoso e intollerante. Per un verso credo che si debba a lei, in gran parte, se “il Verri” ha continuato a vivere da allora ad oggi, sfornando numeri monografici di sicura intelligenza e attualità, ma anche seminando qualche vittima sulla sua strada, E tra queste, in primis c’è stato proprio lo scrivente, assieme a una personalità ben più ragguardevole, Nanni Balestrini, che del “Verri” anceschiano era stato a lungo l’artefice principale, accanto al padre spirituale e maestro. In un primo tempo, convinti della necessità che gli eredi del patrimonio anceschiano si dovessero stringere a coorte dopo la sua scomparsa, anche noi due andavamo alle riunioni nell’appartamento privato di Giovanni e Milly, nella milanese via Bramante, contribuendo anche alla ricerca, peraltro senza esito, di un editore del nuovo ciclo della rivista. Ma poi ci siamo allontanati, o quanto meno parlo per me stesso, in quanto con la Graffi il dialogo era impossibile, e non per disistima sulla sua attività poetica, io l’avevo inserita in un’antologia cui avevo affidato uno dei miei rari interventi in campo poetico, un “Viaggio al termine della parola”, dei primi anni ‘80, in cui avanzavo delle ipotesi su come il lavoro poetico potesse sopravvivere nei tempi nuovi. Ma in quel momento, anni ’90, ci trovavamo, Nanni e io, a sostenere i poeti del Gruppo 93, eredi del nostro 63, con Tommaso Ottonieri in testa e tanti altri bei talenti. Lo stesso avveniva anche su fronte della narrativa, che viceversa in passato era stato così esoso di buoni frutti per la neo-avanguardia. Il nostro impegno degli anni ’90 era tutto rivolto agli incontri di Reggio Emilia, RicercaRE, da cui stava emergendo una straordinaria ondata di nuovo narratori. Ma la Graffi aveva messo una sbarra proprio all’altezza dei “suoi” anni ’80, negando diritto di cittadinanza a quanto stava venendo fuori in seguito. Tanta pervicace negazione mi costrinse alla rinuncia, e dunque il mio nome non compare in alcun organo del nuovo “Verri”, il che mi pare valga anche nel caso di Balestrini, anche se la rivista non ha mancato di dedicargli un numero monografico.
Questa mia mancanza di consenso al clima stabilitosi attorno alla nuova serie del “Verri”, cui pure per decenni mi ero sentito legato come da un cordone ombelicale, avrebbe trovato conferma, se fossi rimasto in un qualche comitato interno, a proposito del numero monografico ora rivolto a Maurice Blanchot. Io, da anziano negli studi, sono essenzialmente francofono, ho preso il latte, in sequenza, da Bergson, Sartre, Merleau-Ponty, ed è perfino troppo nota la mia monomania a favore di Robbe-Grillet e del Nouveau Roman. Questo per ricordare che c’è almeno una metà, o un tre quarti del mondo francese in cui mi riconosco. Ma c’è pure un’altra parte che non comprendo, non riesco letteralmente a leggere. In questa schiera primeggia proprio il per me incomprensibile Blanchot, accanto ad altri grossi nomi, come Georges Bataille, fino a includere un Lacan, e buona parte dei nouveax philosophes. Nell’occasione ho tentato di rileggere qualche brano della prosa ermetica blanchottiana, ma con lo stesso esito, di sentirmi respinto, come da un muro di squistezza fine a se stessa, di ghirigori dell’incomunicabilità, come la beffa di qualcuno che oppone una parete cristallina, senza appigli a chi, pur mosso da un pizzico di buona volontà, vorrebbe tentare punti di approdo. Lascio l’esegesi di questo artefice di un muro di “non recevoir” a Stefano Agosti, che invece è uno specialista nell’affrontare percorsi impervi, come per esempio quelli eretti da Stéphan Mallarmé. Chi si vuole divertire, vada a leggere il “mio” Mallarmé, affidato al saggio Mursia sul Simbolismo in Europa, in cui vado a scoprire in lui certi versi giovanili di facile cantabilità, o l’arte estrema dei biglietti d’invito alle sue serate, che mandava ad amici e colleghi, splendide prove in anticipo sulla poesia concreta dei nostri giorni. In conclusione, è giusto che io resti fuori dalla attuale redazione del “Verri” e che ne venga ignorato.

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Laura Pugno: un bosco avvolto nel mistero

Seguo con una certa fedeltà le prove narrative di Laura Pugno, ma purtroppo mi trovo a dover ripetere un discorso che passa attraverso un percorso anch’esso fedele e ripetuto. Parto riconoscendo il valore di “Sirene”, un’opera del 2007 che costituisce un capolavor, nel filone poco frequentato dai nostri narratori, della fantascineza o meglio dello horror. E’ un esito che resterà, io stesso, se mai dovessi stendere una cronistoria della narrativa “millennial” gli darei tutto il risalto che merita. Ma le prestazioni successive mi sono sembrate avviate lungo una parabola discendente. Il loro difetto comune è di ridurre via via ìl quoziente di fuoriuscita da un andamento naturale-verosimile, lasciandosene invece riassorbire, forse per difetto di invenzione. O al contrario, e proprio a compenso di questo deficit, si ha il ricorso a fattori di arcano o di “meraviglioso” abbastanza scontati e risaputi. Ancora valido “Quando verrai”, dove il fattore aberrante stava in certe macchie della pelle che colpivano alcuni esseri, conferendo loro un segno di elezione o di dannazione. In “Antartide” la Pugno ha visitato una sindrome abbastanza frequentata ai nostri giorni, la tematica della buona morte, che oggi molti anziani affidano a qualche “terminator” o “acabador”, pagando congrui tributi per ottenere una eutanasia vietata dalle leggi correnti. Ma già “La ragazza selvaggia” andava maluccio, col tema frusto delle gemelle, cioè in sostanza di uno sdoppiamento, tra un’anima intelligente, civile, e un’altra invece rimasta allo stato selvaggio, quasi con rivisitazione della favola kiplinghiana di Mowgli, dell’uomo-ranocchio. Con questo recente “La metà di bosco” mi pare che la nostra Pugno tocchi il fondo, le consiglerei di sostare per qualche tempo per ricaricare le batterie e trovare invenzioni di trama più degne del suo curriculum. Protagonista, per modo di dire, data una sua incertezza e incongruenza di fondo, è tale Salvo Calvi, che si dice in preda a un esaurimento e a una conseguente insonnia, da cui però guarisce in seguito misteriosamente, forse per il fatto di recarsi, tra la vacanza e il soggiorno terapeutico, in un’isola greca, Haiki, pare davvero esistente. Là trova una vita delle origini, patriarcale, primitiva, anche perché trova ad accudirlo una matrona che sembra racchiudere in sé tutta la saggezza popolare insita in quelle isole. La matura signora si chiama Magdalini e risulta essere molto legata a un figlio adolescente, Nikos. Curiosamente, si realizza una coabitazione tra il nostro vacanziere in cerca di guarigione e quel giovanotto, costretti a vivere fianco a fianco, ma nei modi parchi e rozzi che si addicono a quell’esistenza patriarcale. Del resto Nikos ha, come giusto, una sua vita particolare, riempita dall’amore per una giovane, Cora, con cui progetta una fuga sentimentale, o esilio, o luna di miele, su un isolotto vicino alla sede principale del racconto, Krev. Questo è appena uno scoglio, occupato dalla “metà di bosco” annunciata nel titolo. Da questo momento hanno inizio le varie “rivisitazioni” non troppo ingegnose e felici cui la Nostra si dà con insistenza. Intanto, quella capatina su un’isola confinante sa tanto di naufragio alla Robinson Crusoe, o meglio, funziona come luogo arcano adatto a consumarvi orge e riti strani. Infatti l’episodio centrale dell’intera storia sta nella scomparsa di Cora, un po’ alla maniera di quanto succede nell’”Avventura” di Antonioni, o in “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir, un film dominato anch’esso dalla scomparsa di una persona. Forse la Pugno avrebbe dovuto avere il coraggio di comportarsi allo stesso modo, di far sparire ogni traccia di Cora lasciandola avvolta nel mistero, ma invece, dopo faticose ricerche, ne fa ritrovare il cadavere. E si accenna perfino a una soluzione banale-verosimile, che cioè l’isola sia il rifugio di una schiera di contrabbandieri, indotti a eliminare una testimone pericolosa. Naturalmente basterebbe che Nikos “parlasse”, dicesse che cosa è successo davvero alla compagna del cuore, ma lui tace, favorendo così la soluzione del silenzio e della scomparsa misteriosa. Ma non del tutto, dato che poi Cora ritorna in spirito, come fantasma, e questa davvero risulta essere la carta più trita giocata dalla autrice. Molto ambigua anche la presenza, a dominare tutti gli eventi che si compiono in quelle terre, di uno strano padre-padrone, tale Hektor Neumann, non si capisce bene se nella parte di eudemone, propiziatore, o di cacodemone, di potenza ostile. Il guaio è che proprio la Pugno in definitiva è indecisa su quale ruolo far giocare a questi suoi vari personaggi.
Laura Pugno, La metà di bosco, Marsilio, pp. 139, euro 16.

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Morante: brividi non immorali, ma esistenziali

Credo di essere stato uno dei primi a vedere Laura Morante in azione come attrice. La cosa avvenne abbastanza casualmente negli anni ’80, quando mi trovai inserito nel comitato tecnico della serie televisiva “La parola e l’immagine” diretta da Bruno Modugno, nipote, se ben ricordo, del grande Domenico. Per quella serie proposi, tra l’altro, un incontro dedicato al poeta Antonio Porta (Leo Paolazzi), quando era ancora in vita, e lui, abituato a scendere di frequente a Roma dalla Milano in cui viveva, scelse di essere intervistato in una villa di suoi conoscenti nei pressi dell’Urbe, chiedendo che a intervistarlo, o a recitare le sue poesie, su un canovaccio apprestato da me, fosse appunto Laura Morante, allora ai primi passi, accolta con viva curiosità da parte mia per la sua discendenza dalla ben nota Elsa, di cui ammiravo pienamente il capolavoro anteguerra “Menzogna e sortilegio”. Laura mi apparve già allora con un che di fragile, di quasi anoressico, timida e tenace nello stesso tempo. Le qualità che poi ha sviluppato fino al successo che ormai ha conseguito nel cinema e nella televisione, per cui certo non ha alcun ricordo di quel lontano precedente. Ora, come tanti che hanno conseguito una sicura fama in qualche campo, si vuole concedere pure un riconoscimento letterario. Un tempo per ottenerlo si puntava alla raccolta di poesie, oggi giornalisti, uomini politici e di spettacolo pretendono la consacrazione nel più prestigioso genere narrativo. Così ha fatto pure la Nostra con una serie di racconti all’insegna, a mio avviso non troppo pertinente, di “Brividi immorali”. Sono testi che almeno un pregio lo hanno, ai miei occhi, di rispondere da vicino all’identikit della persona, sia a livello personale, vorrei dire perfino biologico, fisiologico, sia a livello attoriale. Sono condotti cioè in modi leggeri, esili, “magri”, evitando i gonfiori eccessivi cui invece oggi si concedono molti narratori patentati, alla caccia di vittorie nei concorsi letterari. Tanta fragilità deriva senza dubbio da un tratto negativo, dalla varietà di queste novelle, che saggiano una vasta gamma di tematiche. Alcune, diciamolo pure, sono improntate a quel ritorno in scena di una “commedia all’italiana” in cui incorrono oggi tanti autori più patentati di Laura, per esempio Cristina Comencini. Sia il primo racconto, “La mia amica Giovanna”, sia una degli ultimi, “Colpo di coda”, mettono in scena i vari equivoci di cui ai nostri tempi sono dominati tanti ménages, coniugali e no, con gelosie, tradimenti, esiti impensati, anche di impatto comico, come succede proprio nel secondo di questi racconti in cui un protagonista, Fabio, stanco della partner, Elena, non ha il coraggio di dirglielo, rimanda di ora in ora lo show down, ma poi scopre che la compagna, più risoluta, lo ha preceduto abbandonando decisamente il loro nido d’amore. Forse in queste vicende sta il tocco di “immoralità” vantato nel titolo, ma è quella incostanza di affetti, quasi obbligatoria, a cui tutti al giorno d’oggi sacrifichiamo. Però, a rendere più vibrante un tale clima in sé alquanto prevedibile, ci sono interventi in cui per fortuna riemergono la magrezza psichica, e quasi l’infantilismo, della scrittrice. Lei in merito ci parla di “interludi”, e addirittura allega alle novelle degli spartiti musicali, su cui non sono in grado di esprimermi, in quanto non so leggere la musica. Ma certo la tela un po’ troppo sicura nei casi sopra indicati, a volte si interrompe, dà luogo a momenti di sospensione, vogliamo evocare in proposito il termine magico di epifanie? Vorrei riportare una frase colta a volo, a p. 228, dove si dice che “… le cose sono ovunque, come le farfalle”, e dunque, dobbiamo comportarci in modi perplessi, esitanti, insicuri. Come pare che faccia la scrittrice, se per la strada esita a superare una vecchietta, stanca nel suo incedere, vittima del male di vivere. Da cui è colpita anche la Susanna che abita “In famiglia”, ma, vittima di autismo, si barrica nella sua stanza, rende difficili i rapporti coi genitori. C’è poi la storia di tre adolescenti che, oltre ai guai comuni propri dell’”età ingrata”, devono pure tutelare la vita delle cucciolate di gattini che il custode di casa è solito annegare, invece loro si mobilitano per salvare quelle povere esistenze. E’ un tentativo di reagire contro le nequizie del mondo degli adulti che avanza implacabile. In definitiva, la nostra Morante si comporta come quel suo personaggio che dichiara di essere affetto da “Tristezza per una zucchina”, di cui insegue la sorte quanto mai precaria, di povero prodotto ortofrutticolo abbandonato in un bidone della spazzatura. Insomma, se la Nostra vorrà tornare all’attacco anche in veste di narratrice, cosa che senza dubbio farà, oltre a decidere tra le varie frecce al suo arco, dovrà rimanere fedele al suo identikit, di esistenza che resta adolescenziale, fragile e sospesa sia, credo, nella vita come nella professione.
Laura Morante, Brividi immorali, La nave di Teseo, pp. 232, euro 17.

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Faletti e l’ospite perturbante

Giorgio Faletti è scomparso troppo presto (1950-2002), ma ci ha lasciato un buon ricordo di sé, lo rimpiangiamo per quella sua faccia simpatica di persona ben vissuta, di adulto pieno di comprensione per il mestiere di vivere, come ha dimostrato fra l’altro nelle sue apparizioni di attore cinematografico. Ma in questa sede devo ricordare soprattutto il giallista cui si devono due forti successi, “Io uccido” e “Io sono Dio”, opere nelle quali ha ecceduto il plafond medio dei nostri giallisti, che in definitiva cadono in una routine prevedibile, invece le sue trame toccavano limiti di noir o di horror, quasi degni di uno Stephen King, che sappiamo essere misure e temperature molto rare presso di noi. Ora appaiono due suoi racconti, di cui l’uno, il secondo, “Per conto terzi”, non esce fuori da una certa media, come ci avverte già il titolo, che in fondo si rifà a una ben nota invenzione giù sfruttata dal grande Hitchcok, vale a dire la trovata del due compari desiderosi di vendicare i torti subiti incrociando i crimini, in modo che ciascuno di loro risulti al di sopra di ogni sospetto. Protagonista di questo racconto è un balordo, un povero disgraziato infelice di aspetto, tanto da essere soprannominato il Bradipo, costretto a poter godere soltanto di qualche amore venale pagato a caro prezzo, e dunque deve procurarsene i soldi con piccoli reati di delinquenza spicciola, Ma, in fuga su auto dopo una di queste sue misere delinquenze, ha investito e ucciso in circostanze diverse due giovanotti, lasciando un ovvio strascico di dolore nei genitori, i quali decidono di coalizzarsi per far fuori questo tristo antieroe, simulando un suo suicidio per impiccagione, che rivela ben presto la vera sostanza del fatto, lasciando però il detective incaricato dell’indagine a grattarsi il capo per trovare la giusta strada che porti al vero colpevole. E’, se si vuole, un racconto ben costuito, ma in nessun modo fuori della media di tante storie che oggi ci vengono presentate, dove le morti pregresse, e tante volte proprio per incidenti d’auto, costituiscono i presupposti dei crimini che seguono a scatto ritardato.
Molto più saporito il primo episodio, “L’ospite d’onore”, anche se comincia in modo conforme, si potrebbe dire che c’è perfino una specie di autoritratto di Faletti stesso, sotto specie di un uomo di spettacolo, tale Walter Celi, colmo di successo, ma che al culmine della sua notorietà sparisce nel nulla, tanto che bisogna promuovere una spedizione di ricerca per andare a ritrovarlo. E anche lungo questo cammino per circa metà strada rimaniamo nell’ovvio. Infatti l’amico e collega che si incarica del ritrovamento scopre che il bellimbusto ha sedotto una sua giovane nipote lasciandola addirittura incinta. Col suo aiuto diventa quindi agevole ritrovarlo, in una clinica dove anche lui è stato ricoverato per incidente d’auto. Ma resta il mistero della scomparsa, dell’ uscita di scena.Ebbene, qui si piazza l’inserimento horror o noir o diabolico che dir si voglia. Infatti il Celi, fin troppo uomo navigato, rotto a tutte le astuzie e malizie, come ci sembra essere stato proprio lo stesso Faletti, ha incontrato all’improvviso un essere umano abbigliato in modo del tutto improbabile, gilet giallo, farfalla rossa, giacca scura, e soprattutto col vezzo di masticare un lecca-lecca. Diciamolo pure, questa è una incarnazione di Satana, che mi ricorda come il grande Fellini, nell’episodio da lui firmato di “Quattro passi nel delirio”, ha raffigurato a sua volta il diavolo, sotto forma di una fanciulla dal volto malizioso. Si sa che il modo giusto per chiamare in scena il Diavolo è di dargli un volto sorprendente, come non ce lo aspettiamo, fuori da ogni ordine prevedibile, niente di diabolico in modo troppo esplicito ed ostentato, ma qualcosa di scostante, di alieno, che però proprio per questo esercita una efficace azione deterrente. Il Celi, spaventato a morte, ha rinunciato dopo quell’apparizione a ogni comparsa pubblica, mondana. Inoltre un simile effetto terrifico si diffonde a raggiera,
giunge a sfiorare lo stesso narratore del racconto, che chiude il suo resoconto confessando: “Adesso avevo paura”.
Giorgio Faletti, L’ospite, Einaudi stile libero, pp. 117, euro 13.

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De Giovanni: delitto e castigo di un Angelo

In passato mi ero espresso favorevolmente rispetto a un prodotto di uno dei tanti giallisti d’assalto presenti nel nostro mondo letterario, Maurizio De Giovanni, all’altezza di “Pane”, appartenente alla serie dei “Bastardi di Pizzofalcone”, forse perché ben disposto dalla vista di episodi di quella serie resi in modo efficace alla Tv. Ora di fronte al “Purgatorio dell’Angelo”, appartenente all’altra serie di successo di questo narratore, legata al Commissario Ricciardi, mi devo ricredere, o quanto meno devo rilevare i numerosi limiti, che del resto questo specifico prodotto ha in comune con tante altre imprese sue pari. Intanto, pare che una simile formula implichi l’obbligo che il commissario abbia qualche insoluto guaio sentimentale. Nel caso del più illustre campione del filone, il commissario Montalbano, interviene la stucchevole litania degli infiniti “incontrarsi e dirsi addio” con Livia, speriamo che Camilleri si decida a lasciar perdere quel remoto legame e lasci libera la sua creatura di valersi di incontri femminili, occasionali ma assai più appetitosi. Una serie minore intitolata al “Commissario Manara” vede anch’essa l’irritante va e vieni tra l’eponimo di queste inchieste e una compagna di banco, si può giurare che in ogni puntata i due si lasciano per ritrovarsi un momento dopo. Forse però non è un obbligo stretto impostare questi defatiganti duetti, se pensiamo che i due campioni massimi della categoria, Conan Doyle col suo Sherlock Holmes e Agatha Christie coi suoi Poirot e Miss Marple, hanno lasciato i rispettivi eroi in totale stato di “singles”, senza dover pagare un qualche scotto presso il loro vasto pubblico.
Ma a parte la noiosa vicenda sentimentale che tiene legato il nostro Riccardi, altri sono i motivi stereotipati, come per esempio l’obbligo che in ogni puntata accanto all’episodio principale ce ne sia uno minore e laterale, una matassa lasciata da sbrogliare al numero due delle indagini, in questo caso il buon Maione, intento a scoprire l’inevitabile, anche questo un motivo ricorrente, mela marcia che si annida nella compagine degli onesti poliziotti. Ma il peggio sta evidentemente nel motivo centrale, nel delitto che ha portato a spaccare la testa di un austero e in apparenza irreprensibile sacerdote, un Angelo di nome ma anche di fatto. Chi lo ha convocato nottetempo in un tratto deserto e scomodo del litorale napoletano per ucciderlo in modo barbaro? Il prete però ha atteso il colpo mortale in ginocchio, quasi offrendosi alla ferita, considerandola come una espiazione dovuta. C’è dunque nel marcio, nell’esistenza in apparenza retta e conforme del religioso. Il lettore lo intuisce dall’apparire di un episodio dai lineamenti volutamente tenuti segreti e coperti, come una carta del mazzo che al momento non si vuole giocare. Si parla di due giovani studenti di un convitto che per evitare un compito di greco fanno ingerire al docente una pozione che credono solo destabilizzante a tempo, ma che invece si rivela mortale. Lo sappiamo bene, i nostri giallisti, ma anche i Cordier e Barnaby di nazioni a noi vicine non fanno eccezione, usano valersi di delitti avvenuti nel passato, pronti a rimbalzare inopinatamente nel presente. Quel maldestro, e inverosimile, e improbabile attentato dei due giovani ha provocato la morte di un genitore con conseguente dramma del figlioletto che è stato messo a crescere proprio in quel medesimo collegio in cui padre Angelo è diventato una figura sacra e inviolabile, ma evidentemente tormentato dal ricordo di quel lontano peccato, che deve condividere col compagno del crimine giovanile, anche lui ormai divenuto un austero e reputato signore anziano quasi sull’orlo della tomba. Col tempo il rampollo rimasto orfano, ignaro di quale sia stato il crudele destino del genitore, diviene il devoto allievo di padre Angelo. Ma poi, appresa la triste verità, decide di fare vendetta, tremenda vendetta, andando a consumarla in quel modo brutale che si è detto. Il nostro candidato all’angelismo e al paradiso ha da scontare in precedenza un doloroso purgatorio, come ogni lettore di buon senso non dovrebbe aver esitato a sospettare, senza bisogno che sia io a rompere le uova nel paniere, dove stanno frutti non particolarmente freschi e gustosi.
Maurizio De Giovanni, Il purgatorio dell’angelo, Einaudi stile libero, pp. 314, euro 19.

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Di Battista: una diva davvero ultima

Nel mio attuale stato di bassa fortuna non mi posso certo permettere di disprezzare i “libri ricevuti”, dato che me ne arrivano ben pochi, accordo quindi un po’ di attenzione a “L’ultima diva dice addio”, di tale Vito di Battista, che mi sembra essere proprio come me un autore “tra presenza e assenza”, forse votato più alla seconda che alla prima. Infatti le note autobiografiche sulla bandella del libro assommano ad appena tre righe, un record in questo filone che invece altri nutre fino all’eccesso, e naturalmente non dicono quasi nulla. I caratteri a stampa sono anch’essi deboli, quasi al limite di una scrittura in inchiostro simpatico che potrebbe sparire da un momento all’altro, se non ci si affretta a leggerli. Nel testo colgo una frase che la dice lunga sull’intera operazione, infatti vi si parla di qualcosa che giunge con “50 anni di ritardo”, il che può divenire proprio la sigla dell’intero romanzo, dove semmai sarebbe da prolungare la lunghezza del ritardo, estenderlo al secolo e oltre. Pare di essere di fronte a un erede di Henry James intento a stendere un “Ritratto di signora” tardivo, fuori tempo massimo. Per di più la signora in questione è, come ci dice il titolo, un’”ultima diva”, una controfigura di Greta Garbo o di Marlene Dietrich, dal nome di Molly Buck, a cui il protagonista che dice io in queste pagine vota un culto supremo. Ma si tratta di una divinità cui rivolgere quello che si dovrebbe definire un culto negativo, più facile infatti dire che cosa questa “ultima diva” non è più, ogni suo dono e carattere va coniugato rigorosamente al passato, Un tempo era celebre, amata, riverita, al centro della vita mondana, ora se ne sta neghittosa, solitaria, ma assolutamente non vinta, anche se è avara in tutto, nel concedere memorie di sé, o queste emergono fuori con estrema difficoltà. Il suo devoto adoratore gliele deve strappare fuori dalla bocca come farebbe un dentista. Il personaggio è sfuggente, ma anche su questo piano è alquanto difficile ricostruire gli itinerari, le soste, le permanenze che ha condotte nel tempo. Dove, come, quando ha avuto davvero successo’ IlL nostro servitore fedele si sente perfino indotto a compiere un viaggio negli USA alla ricerca di un passato della diva, colmo peraltro di ombre che in definitiva egli stesso non ama dissolvere. Da ogni parte che ci si volta, insomma, si scorgono cartelli sul tipo di “non varcate quella soglia”. Come è negli articoli di ogni fede che si rispetti, bisogna credere sulla fiducia, sulla parola, o rifugiarsi in un “credo quia absurdum”. E proprio in ciò sta il fascino di questo esercizio così desueto, fuori moda e tempo, quando tutto attorno premono su di noi prodotti di rapida confezione schiacciati sulle modeste vicende del quotidiano. Qui invece c’è il bagliore di fiamme lontane, anche se il narratore si guarda bene dal precisarle troppo. Oppure sì, se indaga più a fondo, emergono immagini che emettono però il medesimo sapore di fantasmi di altri tempi. Come è il caso dell’unica parente della diva che assume qualche tratto fisso. Si tratta della sorella Anna, a cui però, neanche dubitarne, viene assegnato un profilo caratterizzato dai soliti “50 anni di ritardo”. Basti dire che questa congiunta è stata una ospite di case di tolleranza, ma quando erano di alto bordo, ben frequentate, e quindi essere legati a quel carro era quasi un segno di distinzione, non si confonda coi miseri bordelli di infino ordine. Tanto è vero che, udite udite, ne viene anche un’aspra condanna della legge Merlin, non si sa bene se pronunciata da Anna, meretrice di lusso, in carta patinata, o dal protagonista, o addirittura dall’autore, d’accordo con la sua creatura. Il tutto a ribadire l’aura museale, sotto campana di vetro, in cui si colloca questa prova, il che d’altra parte contribuisce a darle il fascino di quanto ci giunge quasi dall’altro mondo, quasi fuori classifica.
Vito di Battista, L’ultima diva dice addio, Società editrice milanese, pp.213, euro 15.

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Letteratura

Michel Serres e le valide ragioni di Pollicina

Concordo pienamente con Umberto Eco quando dichiara che “Michel Serres è la mente filosofica più fine che esista oggi in Francia”. Questa frase compare nel retro di un delizioso libriccino dell’autore francese, tra i tanti da lui scritti, pubblicato presso di noi col titolo “Contro i bei tempi andati”, e che è una opportuna dichiarazione di guerra a ogni tentazione di far risuonare qualche “laudatio temporis acti”. Io sono solito dire che quando una simile giaculatoria dovesse uscir fuori dalle mie labbra, vorrebbe dire che sono ormai fuori gioco e del tutto degno della pensione. Si tratta di un delizioso dialogo tra un Brontolone, bolso sostenitore dei vantaggi appunto dei “bei tempi andati”, e una Pollicina, che invece è l’arguta sostenitrice dei tanti vantaggi che la tecnologia è venuta elargendoci nei decenni trascorsi. Non so bene quali siano i vocaboli francesi, tradotti con questi due termini da una mia ex-collega dei “bei tempi andati”, quelli sì, quando ero docente al DAMS, Chiara Tartarini. Nel libello Serres passa in ordinata rassegna tutti i possibili temi. Capitolo dittatori? Per fortuna non ci sono ombre di Mussolini o Hitler o Caudillo ritornanti, almeno nei nostri Paesi, se riusciamo a esorcizzare Salvini, come i Francesi ce l’hanno fatta con la Le Pen. Ma se allunghiamo lo sguardo, quanti dittatori vediamo all’opera in altri Paesi, e neppure molto lontani da noi, se si pensa a Putin o a Erdogan, o allo stesso Trump. Questo forse un limite, alla salutare iniezione di ottimismo che ci viene impressa dal nostro filosofo. Quello che vale per l’Occidente, in cui si può tracciare un bilancio dei “tempi moderni” del tutto in positivo, lascerebbe invece molto a desiderare per altre parti del mondo, in cui davvero c’è ancora parecchio da fare. Malattie? In questo campo l’igiene, la profilassi, e più in genere la medicina e la chirurgia hanno fatto passi da gigante, Donne? Certo è ancora lungo il cammino perché la condizione femminile acquisisca una completa parità, di sbocchi professionali, retribuzioni, inserimento nella società, al pari dei maschi, ma anche qui si sono fatti progressi notevoli. Lavori domestici? Oggi questi beneficiano di lavatrici, frigoriferi e tanti altri strumenti proprio a vantaggio delle donne. Non parliamo poi quando si giunge al tema delle comunicazioni, col diffondersi della onnipervasiva ondata elettronica, e lo stabilirsi del mcluhaniano villaggio globale, col relativo status di “tutti in rete” che questo ci assicura. E così via, il bilancio continua, sempre al positivo. Ma proprio perché siamo in sede filosofica, ci sta pure un’osservazione finale, ovvero non concediamo troppo a un diverso stereotipo, contestiamo pure quello secondo cui “si stava meglio prima”, però senza approdare necessariamente a un elogio a senso unico rivolto alle “magnifiche sorti e progressive”. Questi bilanci di vantaggi e perdite non si risolvono mai, in sede storica, a senso unico, molto si guadagna, ma alcune capacità e possibilità si perdono. Occorre ingegno, senso di responsabilità per porre rimedio agli squilibri che proprio il progresso tecnologico rischia di produrre, per esempio causando una forte perdita di posti di lavoro. Era già avvenuto proprio al compiersi di uno dei grandi rivolgimenti tecnologici del passato, l’avvento della tipografia di Gutenberg, che aveva reso disoccupati i poveri amanuensi dei conventi, addetti a copiare a mano i vari testi, tanto che la pur avanzata e progressiva Università di Bologna fu una fiera avversaria di quella innovazione. Ma niente da fare, non si resiste, non si frappongono barriere ai nuovi ritrovati della tecnologia, bisogna però correre ai ripari. Forse dovremo ridurre gli orari di lavoro, senza però abbassare le retribuzioni, altrimenti addio consumismo. O la nostra mano d’opera ormai eccedente dovrà andare ad aiutare i Paesi arretrati permettendogli di raggiungere un livello di vita e di economia accettabili. Insomma, una qualche attenzione alle lamentele di Brontolone bisogna pure concederla.
Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, pp. 73, euro 8.

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Brizzi, un regresso o un progresso?

Tra tutti i miei amatissimi narratori emersi negli anni ’90 e consacrati dagli appuntamenti reggiani di RicercaRE, Enrico Brizzi è forse in assoluto il più prolifico, con addirittura migliaia di pagine fatte uscire nelle varie caselle di un laboratorio narrativo che riesce a trovare via via nuove risorse. Può valere per lui l’immagine dell’ammalato, ma in realtà bene in salute, che decide di rivoltarsi nel letto scoprendo sempre nuove posizioni. C’è stata la partenza nel segno delle tenere ma un po’ esangui vicende adolescenziali, il “Jack frusciante è uscito dal gruppo”, ormai una “cult novel” al pari dei primi romanzi di Silvia Ballestra. Poi, con attenta regia, ha pensato di dover calcare la mano immettendo in quelle trame qualche carica di violenza, ed è venuta un’opera a mio avviso sbagliata, “Bastogne”. suggestionata da film hollywoodiani intonati alla brutalità più spinta. Poi, la scoperta di nuovi fertili orizzonti, come i resoconti di viaggi a piedi, lungo la via francigena o di un pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e poi ancora una invenzione di cui gli va dato tutto il merito, una specie di fantapolitica, consistente, non già nel rivisitare il passato tentando la carta del romanzo storico, bensì ipotizzando un futuro ipotetico di un Mussolini capace di cambiare fronte e di schierarsi con le sue milizie dalla parte dei vincitori, degli Alleati, risalendo addirittura la nostra Penisola con le loro truppe. Più di recente, un’opera diciamo di grado zero, collocata ai nostri giorni, di un bravo giovane mandato dai genitori ansiosi a indagare sulla comparsa di un fratello, titolare di un “Matrimonio” corrispondente al titolo del romanzo relativo. In tutte queste prove Brizzi si è mostrato in possesso di sottile spirito analitico, alleggerito da un pregevole senso del comico, capace di trarre profitto da ogni vicenda, anche se minore o minuscola, con visuale ad ampio raggio, pronta a far luce su mille dettagli marginali. Una corda che invece non mi pare che gli convenga è quella della violenza, della ferocia, come far penetrare un elefante in un negozio di vasellame, di casalinghi comodi e confortevoli. Ora, temendo di aver esaurito tutte le posizioni da assumere nel letto proverbiale, sembra quasi che il Nostro abbia deciso di ricominciare daccapo, ritornando al romanzo di avvio, tale almeno è stato visto dai commentatori, in base a una sua stessa presentazione, il recente “Tu che sei di me la miglior parte”. E’ dunque un narratore che a distanza di un trentennio ritorna, non certo sul luogo del delitto, ma anzi in un paradiso perduto di deliziose vicende adolescenziali, di ragazzini solerti, ingegnosi, curiosi di conoscere le vie del sesso, rotti a mille sotterfugi, in un rapporto di competizione con genitori, maestri, autorità di ogni specie. Per giustificare la ripresa Brizzi si tuffa in una moltiplicazione di effetti, come se quanto nella prova giovanile era dato tutto d’un pezzo ora venisse sbocconcellato, rifratto come da uno specchio smerigliato, da un caleidoscopio. Col rischio, evidente nel porre la questione proprio in questi termini, di non riuscire a evitare una certa ripetizione, un sorta di “piétiner sur place”, e questo proprio a cominciare dai personaggi di più risoluta presenza plastica di cui una narrazione non può fare a meno. E dunque, siamo assediati da tutti i minuti accadimenti gravanti sul protagonista che ci parla in prima persona, Tommy Bandiera: malattie, disgrazie, primi amori infelici. Qualcosa del genere si deve ripetere per il deuteragonista, che si chiama Raul, e che diviene come un asso pigliatutto, un mito, cui attribuire ogni virtù, anzi, ogni vizio, una guida spirituale in ogni mancanza, in ogni oltraggio da commettere contro il mondo dei “grandi”. E beninteso, si crea un rapporto di subordinazione, tra questa sorta di “grande amico”, alla maniera dell’indimenticabile “Grand Maulnes” del francese Fournier, e l’umile narratore, pronto a sottostare perfino ai giochi sessuali dall’altro, ad accettare che gli porti via i favori della terza protagonista, Ester, che diviene la posta in gioco tra i due. Ma soprattutto, l’essersi messo sulla via del remake comprende pure il ritorno alla chiave della violenza. Questi ragazzini, in linea di massima deliziosi nella loro inesperienza, o nei loro “peccadillos” senza troppo peso, a un certo momento diventano degli arrabbiati, approfittando delle tensioni tra opposte tifoserie. Sembra quasi che il narratore bolognese abbia deciso di fare concorrenza al Gazzaniga vincitore di un Premio Calvino del 2012 e del suo “A viso coperto”, ma in quel caso ci si parlava davvero degli scontri tra le forze dell’ordine e gruppi d’assalto pronti a ogni violenza, invece le scorrerie dei nostri giovanotti non hanno avuto cittadinanza nel mondo felsineo. Caso mai, Brizzi avrebbe dovuto indietreggiare al drammatico ’77, ma non ha inteso farlo, si sarebbe sentito troppo condizionato da un dato effettivo di cronaca o di storia. Però, quella barbarie messa in scena da lui in quest’occasione è davvero eccessiva, stona con l’epica leggera per lo più dominante. E c’è anche un gran finale, ma anche in questo caso alquanto esorbitante dal tono prevalente, e felicemente dispiegato nella maggior parte di queste pagine. Alla fine i tre protagonisti, il narratore, Ester e Raul si trovano per un rendiconto, un duello giocati su ogni tasto, da eroi decisi ad assumere un rilievo gigante. Ma è troppo tardi, o quanto meno è una svolta che stride, stona con la tela intessuta fino a quel momento, quasi che Brizzi avesse deciso che era già l’ora di trovare un’altra posizione nel letto.
Enrico Brizzi, Tu che sei di me la miglior parte, Mondadori, pp. 543, euro 20.

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“Dogman”, un Davide contro Golia

Mi valgo ancora una volta della da me più volte proclamata equipollenza tra prodotti di narrativa cartacea e opere cinematografiche per parlare di nuovo di un film. Domenica scorsa mi ero occupato della fresca pellicola di Pupi Avati, con la rivelazione di una magnifica attrice fanciulla, che si inoltra senza esitazione nell’universo del delirio. Questa volta la scena cambia, infatti vado a parlare dell’ultimo film di Matteo Garrone, “Dogman”, che è autore che ama darci storie di brutalismo, di ferocia, contrapponendo alla “bellezza” estenuata di cui il regista bolognese talora è capace, l’orrida aggressione di una “bestia” trionfante. Infatti proprio per la forte recitazione di Marcello Fonte questo film si è imposto a Cannes, riportando il premio per il miglior attore. E così Cannes ha rimediato al torto che allo stesso Garrone aveva inflitto nel 2015, quando il suo “Racconto dei racconti”, pur invitato nella selezione principale, non aveva ricevuto dalla giuria alcun riconoscimento. Eppure già là si manifestava la mostruosità latente nella poetica di questo autore. Mi aveva impressionato un episodio marginale di quel film, ma rivelatore, quando un principe aveva indetto una gara a chi riconoscesse quale fosse l’animale di cui si mostrava un ingrandimenti spinto. E solo uno tra i partecipanti vi aveva intravisto la presenza gonfiata oltremisura di una pulce. Col che possiamo entrare subito nel film di cui intendo parlare, ispirato da un vero fatto di cronaca, avvenuto nel 1988 in uno dei quartieri più desolati di Roma, la Magliana, dove un “canaro”, un addetto alla tolettatura dei cani, si era vendicato di un minaccioso prepotente. Non per nulla il “canaro” che qui compare si misura con cagnoni enormi, che però si prestano docili alle sue cure, quando ne ritaglia gli unghioni o ne pettina l’irto pelo, del resto traendone anche la sua stessa immagine, quasi in base al proverbio di “chi va con lo zoppo”, con quel che segue. L’attore Fonte non si tira indietro, impresta alla vicenda la sua faccia, contratta quasi un continuo spasmo, in un ghigno rigido, tanto da fare proprio di lui la mitica “bestia”, l’orrido Quasimodo di una cattedrale victorhughiana dei nostri giorni, beninteso sommersa, franata al suolo, anzi, sospesa a bagno Maria, minacciata da pozzanghere, da un’invasione di acque limacciose. Come vuole pur sempre il mito, la “bestia” ha un cuor d’oro, a cominciare dall’amore per una figlioletta, così intenso da trasportare l’intera scena in una dimensione utopica. Infatti non si capisce come un soggetto così basso e degradato, costretto a guadagnarsi la vita con un mestiere volgare, anche se irrobustito da traffici con la droga e da compromessi con la piccola delinquenza locale, si possa concedere di tanto in tanto delle magnifiche vacanze in paradisi tropicali, dove lo vediamo compiere serene battute di pesca subacquea, con tutti gli attrezzi che ci vogliono, in compagnia della ragazzina amata. Sono intervalli “fuori scena”, quasi onirici, che interrompono una vita di stenti, dove fra l’altro il nostro cuor d’oro, ma debole, vittima della sua bassa statura, deve fare i conti con un prepotente che pretende di dominarlo e di trascinarlo sulla via del crimine. Infatti lo obbliga ad aprire un buco nel suo misero negozio per accedere a quello di un vicino e andarvi a compiere una rapina. Ne verranno guai, il nostro sarà arrestato come complice, dovrà scontare un anno intero di carcere, e all’uscita, il prepotente sarà subito pronto a riannodare la sequela di minacce per spingerlo di nuovo a delinquere. Da qui un impulso vendicativo del “canaro”, che prende a mazzate la moto del rivale, provocando in lui una pronta ritorsione, fino quasi a causarne il decesso per un carico di botte in cui il violento scatena tutta la sua ira. Ma il canaro è aguzzo d’ingegno, riesce a catturare il bestione, a farlo entrare in una gabbia. Ne segue una sequenza selvaggia in cui i due fanno a gara a chi ci mette più di sadismo, di crudeltà, fino a limiti estremi. Qui, diciamolo pure, Garrone arieggia le violenze efferate di cui è capace Tarantino, ma d’altra parte riconosciamo che lui stesso quasi per natura è abituato a camminare su quella strada. Il piccolo, debole, imbelle canaro con la forza dell’astuzia vince il Golia sfrontato, e non gli resta che affrontare il problema di come disfarsi del cadavere della vittima. Se lo addossa alle spalle, lo infila nel proprio furgoncino, pensando poi di far scomparire ogni traccia del delitto dando fuoco all’auto. Ma no, ecco un guizzo di orgoglio, il canaro cambia idea, torna a caricarsi dell’ingombro del cadavere e lo trasporta al centro dello spiazzo in cui gli abitanti di quella colonia diseredata conducono la loro stentata vita comunitaria. Lì lo piazza, in attesa di esporlo all’ammirazione dei vicini, e intanto impone al suo volto un fiero cipiglio che quasi ne abbellisce i tratti, li rende sublimi. Il regista capisce che siamo al clou dell’intera storia, e dunque si sofferma su quel momento, induce l’attore a rivolgere un’occhiata trionfale a tutto tondo verso tutti i punti dell’orizzonte. Forse proprio in quel momento Fonte conquista il diritto a essere premiato. In fondo fin lì la sua era stata solo una abbastanza consueta vicenda di brutalità, di arretratezza, cose da quartieri bassi, ma quello sguardo diviene davvero intrepido, intenso, dominatore.

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