Letteratura

Tamaro, un giusto canto d’amore

Non ho mai mancato di dichiarare un certo interesse, e talora anche una cauta adesione alle opere via via stese da Susanna Tamaro, a cominciare da quella che l’ha intronizzato, il “Va’ dove ti porta il cuore”. Un atteggiamento alquanto curioso, da parte di un critico considerato “cattivo”, tanto che, voglio sperare, è solo questa la ragione che mi ha espulso da tutte le sedi a stampa della repubblica delle lettere, con la sola eccezione della rivista “L’immaginazione”. O invece è una mia totale imperizia e mancanza di capacità critiche? Certo è che, invece di allearmi al coro di deplorazioni con cui è stata accolta la Tamaro, e proprio a cominciare da quel suo primo successo, io ho continuato a chiosarla benevolmente, soprattutto in favore del penultimo “Illmitz”, per cui mi sono permesso di osservare che la scrittrice in quel caso ha opportunamente rovesciato il punto di vista, non facendo più parlare una nonna, bensì un giovane, magari proprio il o la nipote che la nonna aveva tentato di raggiungere col suo flebile lamento. Meglio insomma un asse diretto, la parola ai giovani, immersi in uno stato di bisogno, di disagio, sia psichico che materiale, mentre i parenti, soprattutto i genitori, si mostrano lontani e indifferenti, e non si salvano neppure le nonne, così da smentire il quadretto idillico suggerito dal successo iniziale. Tutto ciò affidato anche a motivi di narrazione, a deambulazioni, casi di vita, come vogliono le regole del “plot”. Ora invece, in questo “Il tuo sguardo illumina il mondo”, la Tamaro accorcia ancor più le distanze, ci parla in prima persona, si cala nei panni dell’”autofiction”, quasi stendendo pagine di diario. Anzi, la nonna non solo è lontana ma rientra nel capo d’accusa lanciato in genere contro tutti i parenti, ance se poi tra le righe la scrittrice deve riconoscere che è stata proprio l’ava in apparenza lontana e indifferente ad avere la buona idea di farla partecipare al concorso per il Centro Sperimentale di Cinematografia, da cui è partito il cursus honorum della Nostra. Che comunque qui punta a dialogare alla pari con un partner, con il poeta Pierluigi Cappello, che ammetto di non conoscere, di non aver mai letto, ma poco importa, dato che questo monologo si rivolge a una persona che giace in un letto d’ospedale, immobilizzato in carrozzella, e del resto non è un canto d’amore fisico, di un qualche rapporto sessuale consumato. La narratrice dichiara un abbastanza palese rapporto di omosessualità con una vigile governante-badante che le è al fianco, e le permette di tuffarsi in deliziose riflessioni a contatto col mondo vegetale e animale. Sono proprio le sensazioni ed emozioni suscitate da questi rapporti a costituire il meglio di una confessione, emessa da chi dichiara di partecipare a un “apprendistato entomologico”. Forse potrei invitare la Tamaro ad andare a leggersi i saggi che Maurice Maeterlink, nella fase tarda della sua carriera, e chiusi i capitoli della poesia e del teatro, ha dedicato al mondo degli insetti, formiche, api, termiti. E’ questo il versante del cosmo che suscita nella scrittrice le migliori metafore, come quella di paragonarsi ai canarini che i minatori di un tempo si portavano al fondo delle miniere in quanto quelle bestiole erano le prime ad avvertire quando l’aria diveniva irrespirabile per lo sprigionarsi di gas, interrompendo il canto. Fuor di metafora, ad allarmarci sono i gas, i miasmi che emanano da tutta la nostra presente civiltà, piena di prodotti artificiali, lontani dalla genuinità di ciò che è semplice e naturale. A differenza dei minatori di un tempo, la Nostra, beninteso, non è tenuta a sprofondarsi nel sottosuolo, ma certo basta frugare in superficie i segreti dei boschi, dei ceppi che magari sembrano morti, ma svolgono ancora malgrado tutto un “irresistibile nursering”, ospitando il nido di qualche minuto e indifeso animaletto. Un’altra efficace metafora è quella secondo cui. per simpatia verso il poeta cui va la sua triste elegia, anche lei è come si ponesse in una “sedia a rotelle interiore”, un po’ come succede, in una bella novella di Mauro Covacich, a quel triste amante che si fascia gli occhi con una benda per condividere la cecità della sua beneamata. In fondo, lo stesso “amor di terra lontana”, l’infelice poeta Cappello, corrisponde al canarino piazzato nel bel mezzo del nostro ginepraio, a denunciare i pericoli di asfissia che ne emanano.
Susanna Tamaro, Il tuo sguardo illumina il mondo, Solferino, pp. 205, euro 15.

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Christian Raimo: una “perfetta” mediocrità

Il recente romanzo di Christian Raimo, “La parte migliore”, rientra perfettamente nell’ambito di quello che Spinazzola chiamerebbe un Italian New Realism, e io un realismo con due “neo”, per distinguerlo da quello infausto di altre stagioni, Ma purtroppo nell’epiteto di “perfetto” che gli attribuisco sta il veleno, la narrazione si adatta a un simile verdetto in modi freddi e plumbei, invano vi si cercherebbe quel tratto di ironia divertita che risultava, fin dal titolo, in una prova precedente, “Tranquillo prof la richiamo”, dove protagonista era un docente ma tipicamente “imbranato”, un inetto della più bella specie, che però proprio per questa evidente sua mancanza si faceva perdonare dagli allievi, pronti anzi ad adottarlo, a fargli da sponda, a coprirlo in tutti i limiti conseguenti a un simile stato di disagio psichico. Qui invece i protagonisti sono del tutto mediani, mediocri, perfettamente rispondenti alle qualifiche, ai guai e torti che gli spettano, secondo il manuale di un vivere quotidiano, nel segno dell’attuale società che certo è in preda a “nuove povertà”, ma non senza che una residua presenza di stato assistenziale faccia una sua parte. Vediamo le varie “dramatis personae”, cominciando da Laura, una giovane non ancora maggiorenne cui le capita il guaio più prevedibile, ai nostri giorni, anche a livello di statistica, di scoprirsi cioè incinta, senza sapere bene neppure come, quando, ad opera di chi la cosa sia successa, ma anche in questo caso potremmo replicare il titolo dell’opera precedente, “Tranquilla, Laura, ci pensa lo stato sociale a risolverti il caso”. E c’è una madre, Leda, anch’essa perfettamente in regola con le statistiche attuali, cioè divisa dal marito, provvista di un nuovo compagno, occupata in un lavoro decoroso che se non le dà un pieno agio e tranquiliità economica, non la lascia neppure nelle strette del bisogno, una eventualità che il codice dei nostri giorni in genere non ammette. Dovrà occuparsi, tra un impegno e l’altro del suo lavoro, a risolvere i casi della figlia. Che del resto non resta accasciata sotto il colpo del destino, come avveniva una volta alle povere giovani che si scoprivano messe incinta loro malgrado, con le tristi soluzioni di dover ricorrere a delle mammane, o addirittura di abbandonare il figlio della colpa in qualche cassonetto. Il che, beninteso, ci dicono le cronache, succede ancora oggi, ma non è di bon ton occuparsene, oppure appunto vuol dire indietreggiare a soluzioni di vecchio e datato patetismo di altri tempi. Ora anzi l’adolescente incinta si può permettere una vita di tutto agio, non mancando di frequentare festicciole, con relative possibilità di sballo. Del resto, non è neppure del tutto assente il padre di lei, anche se abbandonato dalla moglie, e portatore di una colpa non ben precisata, per cui si è autoinflitto la punizione di stare lontano dalla figlia, ma non completamente, infatti mantiene, o tenta di riallacciare, con lei un dialogo, affidato a lettere fin troppo concettuali, ben scritte. Ma si sa, i poveri diavoli di questa scena neo-neorealista non sono degli ignoranti analfabeti, hanno pur fatto qualche studio e qualche buona lettura, Probabilmente Raimo si è avveduto di quanto fosse piatto e privo di sussulti l’andamento di questa sua narrazione, e allora ha voluto inserivi un motivo drammatico, catastrofico. Infatti sui tre membri di questo menage incombe un “vautour”, un avvoltoio, la scomparsa in tenera età di un rispettivamente figlio e fratello. Adriano, il cui ricordo incombe su di loro quasi ad ogni passi, e forse costituisce appunto “la parte migliore” della loro esistenza, anche se sommersa, virtuale, ma ossessiva, rimbalzante quasi per via onirica. Forse però era meglio che questa presenza assillante rimanesse confinata nei limiti della mediocrità che incombe sull’intera prova, meglio pensare che a sopprimere Adriano fosse stata una malattia, o un incidente d’auto. Invece, inopinatamente, e quasi in fase finale, l’autore ha deciso di dare a questa morte remota una dimensione eccezionale, ma in modi inverosimili, impropri. La famigliola, quando era ancora felicemente unita, ha avuto la visita di un parente peccaminoso, addirittura con simpatie brigatiste, portatore di una rivoltella che ha lasciato sul tavolo, consentendo a Adriano di impadronirsene e di usarla contro di sé, in un suicidio come gesto gratuito e immotivato. Evento tragico che troppo tarda a scoccare, fuori tempo massimo, anche se pretende di far avvertire la sua presenza a ritroso sull’intera vicenda.
Christian Raimo, La parte migliore, Einaudi, pp. 205, euro 18,50.

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De Carlo tra banalità e interventi dall’alto

A Andrea De Carlo non sono mai riuscito a negare un consenso di massima, nel recensire quasi tutti i romanzi usciti dalla sua industre officina, pur riconoscendone i limiti, pronti però a mutarsi anche in punti di forza. Come per esempio quello di valersi di una prosa “scorri via”, senza nessuna pretesa di complicazioni stilistiche, limpida e trasparente come acqua di rubinetto. Ma anche un inesausto sostenitore di una narrativa dotata del bene della leggibilità, Massimo Bontempelli, aveva predicato a suo tempo l’opportunità di costruirla “a pareti lisce”, proprio come quelle erette dal nostro infaticabile narratore, senza pieghe o anfratti cui attaccarsi nello scalarle. E ancora, forse che questa sua inesausta intraprendenza ad abbozzare sempre nuove trame, appoggiate appunto a questa dote o colpa di inespressività, non sembra ricordare il nostro maggior esponente di attitudini del genere, Albero Moravia? Ecco di nuovo un autore cui è andata la mia “lunga fedeltà”, pronta a confermarsi anche di fronte a prodotti magari zoppicanti, nella fretta di innalzare i suoi castelli di carta. Infine, mi aveva pure piacevolmente colpito l’opera prima di De Carlo, quel “Treno di panna” dell’81, in cui, in mezzo a un panorama di prove incerte e confuse, seguite al crollo delle azioni del nostro Gruppo 63, peraltro mai troppo brillanti in ambito di narrativa, avevo ravvisato la presenza di una lucidità, oggettività di scrittura, quasi da riallacciarsi al nouveau roman francese. Era insomma, come se il giovane autore venisse a proclamare un suo “les choses sont jà”, ovvero una perfetta trascrizione della nostra più banale, vile, prosaica realtà quotidiana, Anche se poi, a illuminare tanta apparente banalità e trasparenza, veniva quasi sempre ad accendersi un lampo, a balenare una scintilla di misticismo, una intenzione di riscatto malgrado tutto. Ora sono davanti a questo recente prodotto, “Una di Luna”, al solito di totale piattezza descrittiva. Questa volta il tema dominante è addirittura una sorta di estesa “prova del cuoco” che vede al centro un grande chef, Achille Malventi, con relativi umorosi tic, manie di grandezza, incapacità negli affari che ne segnano la rovina, portando al fallimento il raffinato ristorante che pretendeva di gestire a Venezia. Malventi è un tiranno domestico che regna su moglie e figlia, ma quest’ultima, Margherita, pur non mancando di amarlo e ammirarlo, ha un suo fondo di resistenza indomita. Il clou della vicenda, e anche la fonte di maggiore divertimento per il lettore, è quando il famoso chef, però decaduto, viene invitato a Milano, ospite d’onore in una delle tante trasmissioni televisive di cui è costellato proprio il nostro panorama quotidiano. Sono pagine che scivolano via perfette, tra finti onori tributati alla grandezza appannata del vecchio chef, e invece la volgarità dello scenario, dei mezzi cui la troupe televisiva ricorre per risparmiare, o per ricavare dall’evento gli effetti pubblicitari ripromessi. La figlia Margherita assiste a questo balletto comico divertita come noi, prendendosi però delle pause, delle evasioni, che d’altra parte la portano a infilarsi nelle acque ugualmente mediocri di un supermarket. L’umore atrabiliare di Achille trova il maggior exploit quando, a risarcimento del tempo che gli viene fatto perdere, è invitato a cenare in un super-hotel sottoposto agli arbitri di uno chef ovviamente anche lui super-stellato. Ma a questo punto L’autore innesca, come fa quasi ogni volta, la via d’uscita, infatti tra i vicini di tavola dei due c’è l’arcana presenza di un signore che si dichiara mago di professione, personaggio dall’identità del tutto misteriosa, ma affascinante. Forse De Carlo non sa di aver costruito in questo caso un eroe del tutto simile alla creazione più squisita e ugualmente misteriosa della coppia Fruttero-Lucentini, colui che da loro fu presentato come “L’amante senza fissa dimora”. Una definizione del genere si attaglia alla perfezione a questo misterioso Jules, presenza salvifica che si pone alle costole di Margherita, procurandole il riscatto da una relazione al solito piatta, conforme alla più usuale precettistica della coppia in crisi, che la legherebbe a un tale Luca, Eppure, nonostante il grado mediocre di quella relazione, essa era stata cementata da un evento del tutto eccezionale, infatti quado i due giovani ai primi approcci si erano appartati in un angolo di un’isola della laguna veneta, su di loro era sceso dall’alto addirittura un meteorite. A dire il vero quel segno di mistica prelazione sarebbe stato più conveniente a battezzare l’unione con cui si chiude la storia, tra Margherita e la presenza incognita, forse di un dio in temporanea discesa dal cielo, consistente nel maturo Jules. Al solito, doppio canone interpretativo, è un finale di totale, quasi nauseante prevedibilità, oppure no, è la discesa dall’alto di un deus ex machina, seppure in debiti panni attuali?
Andrea De Carlo, Una di Luna, La nave di Teseo, pp. 268, euro 18.

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Postorino: autrice incerta e confusa

Il Premio Campiello non brilla mai troppo nella scelta del vincitore, questo non tanto per colpa della giuria di esperti, propositori ogni anno di una cinquina tra cui fare l’elezione finale, ma per la regola di affidarsi per tale atto ultimo a un voto popolare. Ora, la democrazia è doverosa e imprescindibile nella vita politica, dove anche il miglior politologo potrebbe essere tentato di dare il suo voto non secondo equità ma per ragioni di interesse personale. E’ invece un criterio inaccettabile nel giudizio estetico, dove i molti hanno tutt’al più il diritto di esprimersi attraverso l’atto dell’acquisto. Questa volta, con riferimento alla cinquina, era logico che si scartasse Helena Janeczek, già laureata allo Strega, ma c’era in prima linea Ermanno Cavazzoni con la sua “Galassia dei dementi”. opera troppo complessa e difficile per i “popolari”, che quindi hanno preferito premiare Rosella Postorino per “Le assaggiatrici”. Un romanzo che certo ha vari ingredienti per accontentare facili attese, ma stenta a tenerli assieme, affidandosi a sequenze divergenti tra loro, non ben concomitanti. Certo il tema più accattivante è proprio quello offerto dal titolo, è interessante venire a sapere che tra le tante storture del regime hitleriano c’era pure quella di provocare il forzato ritiro di una schiera di fanciulle costringendole ad assaggiare i cibi che poi venivano somministrati al gran capo, sempre diffidente, timoroso di essere avvelenato. Questo in definitiva è l’aspetto più gradevole e accettabile del romanzo, anche perché si iscrive in un filone cui stanno arridendo molti successi. Si pensi alle accurate ricostruzioni che ci sono state date attorno alla figura di Margherita Sarfatti, amante principale del Duce, per non parlare della monumentale biografia che Scurati gli ha dedicato. Ma senza dubbio la Postorino non è stata capace di un uguale grado di accuratezza filologica. Comunque è pur sempre interessante avere, anche se per vie traverse, qualche primo piano del dittatore, qualche incursione nei suoi gusti gastronomici, nelle manie e idiosincrasie del suo privato. E sarebbe pure interessante esaminare i casi di questa pattuglia di fanciulle segregate, quasi come internate in un lager, private di molti diritti primari, con connesse rivalse, ma da prendersi per vie nascoste. Naturalmente si fa avanti la protagonista, tale Rosa Sauer, trapiantata brutalmente da una Berlino metropolitana nel borgo selvaggio che sta ai piedi del nido dell’aquila, anzi dell’avvoltoio rapace che sovrasta sui destini di tutti. Inizialmente la Postorino, incerta nelle sue scelte, decide di fare il vuoto attorno a questo personaggio, privandola dei genitori, di un fratello partito per l’America, e perfino di un amato marito, Gregor, che tutto lascia pensare sia caduto sul fronte russo. Tanto che, nel vuoto sentimentale prodottosi, Rosa cede alla seduzione di un tale Ziegler, duro ufficiale della Ghestapo, in apparenza crudele e vendicativo, ma disponibile invece alla tresca amorosa, che però mette Rosa in una situazione ambigua. Come detto, la nostra Postorino costeggia risaputi motivi di trama, ma sempre fermandosi un passo prima. In questo caso siamo al filone della collaborazionista, che poi all’arrivo delle forze della resistenza verrebbe rapata a zero o addirittura fucilata, anche se non siamo esattamente a questo punto, in fondo Rosa milita anche lei in un ramo dell’esercito tedesco, e tra lei e l’amante c’è solo un’infrazione al regolamento, ai rapporti gerarchici. Ma poi, ecco subito la tentazione successiva, Rosa è figura elegante, tanto da suscitare l’attenzione di una nobildonna, alla cui corte, tanto per infilare nel rosario una nuova perla, si fa vedere il Von Stauffenberg promotore del disastroso attentato a Hitler, con l’esito infausto che tutti sanno. Se si va a leggere con quanta informazione e perizia, nel suo “Mussolini”, Scurati ha ricostruito il delitto Matteotti, sarà possibile misurare il pressapochismo con cui la concorrente conduce un episodio in qualche misura affine. Ma la parte più sorprendente, e indebita, sta nel finale della vicenda. In fondo, logica voleva che il povero marito Gregor riposasse in pace, defunto, come i suoi stessi genitori e la moglie afflitta avevano ipotizzato, rassegnandosi a quello che sembrava essere un verdetto implacabile. E invece no, la narratrice decide alla fine di far rivivere il morto, che ritorna a casa in pessime condizioni fisiche, ma non tanto dal precludersi di abbandonare la moglie rimasta malgrado tutto in trepida attesa, stabilendo un ménage con un’altra donna, fino addirittura a procreare un figlio con lei, invece che con la legittima Rosa. Questa è l’ultima giravolta della storia, che ormai ha raggiunto un numero congruo di pagine, e dunque si può ricevere un punto fermo di chiusura.
Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, pp. 287, euro 17.

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Lucarelli e un suo peccato, forse non mortale

Continuo a esprimere diffidenza e dubbi sugli esiti di uno dei nostri giallisti tra i più pregiati, Carlo Lucarelli, non cedendo al ricatto dell’abbondanza di riferimenti topografici e culinari alla mia stessa città, Bologna, di cui questo autore è prodigo, per lo meno nella serie intestata al Commissario De Luca. Avevo già espresso dubbi e riserve a proposito di un suo romanzo precedente, “Intrigo italiano”, li devo confermare pure per l’ultimo uscito, “Peccato mortale”, magari col rischio di ricalcare le pagine di un unico cahier de doléances. E’ curiosa e impropria la mania del nostro autore di andare a piazzare le sue vicende in anni fin troppo caratterizzati da fatti socio-politici in cui la trama del giallo rischia di perdere di incidenza, tanto che può sembrare una pedanteria, proprio da parte del Commissario, stare a perdere tempo nello sbrogliare la sua piccola matassa, mentre attorno il mondo gli cade a pezzi. Come proprio è il caso soprattutto di questo recente prodotto, si pensi che esso si situa tra il ’43 e il ’44, scandito da eventi terrifici, caduta di Mussolini, presunta fine del conflitto, ma presa del potere da parte dei nazisti, il tutto inframezzato da disastrosi bombardamenti, come se la città petroniana fosse soggetta a periodiche e inesorabili scosse sismiche. Si immagini quali e quanti rivolgimenti, nel passaggio da un potere all’altro, infieriscono su un piccolo impiegato dello stato, a complicare la vicenda, tanto che in qualche misura anche il lettore si sente di dover ripetere l’accusa irosa e ironica nello stesso tempo che amici e congiunti dell’investigatore gli rivolgono: chi te lo fa fare, in tanto sconquasso? Naturalmente noi possiamo rivolgere la stessa domanda incredula all’autore: chi te lo fa fare di mescolare le carte, di imbastire la tela modesta di certi fatti cruenti nel bel mezzo dell’accumularsi di fatti straordinari? Ma certo i crimini che stimolano l’indagine del nostro Commissario sono di insolita gravità, non indenne da una buona carica di umor nero. Si tratta infatti del ritrovamento di due delitti simmetrici: un corpo senza testa, subito seguito da un successivo ritrovamento di una testa decollata con cura da un tronco. A complicare oltretutto le cose sta il fattoi che si tratta di individui diversi. Devo dire che queste due macabre scoperte hanno una loro forza, però destinata a diminuire via via che l’indagine prosegue e fa i suoi progressi, anche se il nostro commissario deve agire tra mille difficoltà, trovandosi alle prese con mutamenti istituzionali tali da mettere nei guai la sua stessa posizione. Ma purtroppo, con l’avvicinarsi della soluzione, la terribilità dei misfatti rientra in un ordine comprensibile, i due decapitati erano entrambi dei cittadini stranieri internati in un campo profughi, desiderosi di recuperare i denari che erano stati costretti a lasciare nelle banche dei paesi d’origine, da qui la decisione sciagurata di mettersi nelle mani di persone di malaffare per effettuare il recupero di queste somme, dietro promessa di compensi. Ma i malviventi capiscono che è molto meglio far fuori i due malcapitati e troppo fioduciosi così da impadronirsi direttamente di quel denaro, andando poi a investirlo nientemeno che in una partita di cocaina. Confesso in proposito la mia imperizia in merito, forse a differenza di Lucarelli, ma mi chiedo se con ciò non siamo di fronte a uno di quei soliti goffi tentativi di retrospezione che in genere vengono commessi da chi si lascia tentare da uno scenario storico, per quanto ravvicinato. La cocaina allora era già quel prodotto vincente, tale da stimolare ogni ghiotta manovra per appropriarsene, come poiu è divenuto al giorno d’oggi? Vero è che al centro di questa trama delinquenziale Lucarelli pone il solito figlio debosciato del solito nobile, e dunque la rarità del consumo, per quegli anni, può trovare giustificazione nella snobberia, nel “noblesse oblige” di un esponente della Bologna bene. Attorno a lui c’è tutto un balletto di delinquenti, tali per professione, o attratti da ingordigia, da prospettive di facili guadagni, tra cui, neanche dirlo, non sono certo estranei i rappresentanti delle forze dell’ordine. Tanto che il povero De Luca, oltre a perseguire i vizi della società bene, si deve guardare alle spalle, resistere a colpi bassi, a depistaggi e insidie. Il tutto in un panorama di deliziose visite a osterie e trattorie e cibi che magari a un petroniano come me possono provocare qualche sollucchero, qualche crescita di succhi gastrici, ma che cosa possono mai dire a un lettore di diversa ubicazione? Resta poi aperto il quesito di quale mai sia il “Peccato mortale” del titolo, io chioserei che esso consiste nella pervicace pretesa dello scrittore di servire due padroni nello stesso tempo, l’affresco storico-geografico e il crudo evento delittuoso, che però non sembrano coesistere nel modo migliore.
Carlo Lucarelli, Peccato mortale, Einaudi stile libero, pp. 248, euro 17, 50.

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Carofiglio e Levi: il vero, cattivo consigliere

La nota odierna colpisce due opere narrative, unificate in un giudizio molto limitativo, in base a una riflessione di qualche peso, che cioè bisogna sempre fare la differenza tra il vero e il verosimile. La narrativa, in quanto figlia della “Poetica” aristotelica, deve essere il regno della seconda categoria, cioè il narratore deve sforzare la sua fantasia a trovare casi immaginari, che però, se non veri, siano attendibili. Il vero, invece, appartiene alla storia che, come non manco mai di ricordare, viene dalla radice greca di “id”, del vedere coi proprio occhi, e dunque del farsi testimone di quanto accaduto. Non posso dimenticare che alcuni grandi narratori dei nostri tempi, a cominciare dal mio amatissimo Pirandello, hanno dichiarato che talvolta il vero batte per forza e novità il verosimile, ma bisogna che i fatti accaduti si carichino di un potenziale capace di andare ben oltre una piatta statistica. Comincio le mie reprimende con un’opera di Gianrico Carofiglio, “Le tre del mattino”. Nei suoi confronti mi ero espresso favorevolmente a proposito dell’”Estate fredda”, che mi era apparso un poliziesco ben condotto, proprio con la freddezza annunciata nel titolo, ma mi ero scordato di avere invece presentato un “pollice verso”, sull’”Immaginazione””, per una precedente uscita di questo autore, “Il silenzio dell’onda”, di cui invano si cercherebbe menzione nel breve curriculum ospitato nel risvolto di copertina dell’attuale prodotto, secondo il deprecabile uso di elencare solo quanto di un certo autore è stato pubblicato sotto le bandiere del medesimo editore che ora ne gode i diritti, clausola commerciale che mi sembra vile e deprecabile quando si tratta di prodotti intellettuali, e che sottrae al lettore validi strumenti di giudizio. Allora, Carofiglio aveva tentato le vie del verosimile, con la vicenda di un poliziotto infiltrato, ma in modi così smaccati da rendere offesa proprio al vero, alla prudenza dei malviventi che fiutano da lontano la puzza dei traditori. Poi invece, nel romanzo da me lodato, aveva proceduto in modo misurato e corretto. Questa volta Carofiglio getta alle ortiche la sua professione di giallista appezzato, per tuffarsi in una vicenda che ha tutto il sapore di una pagina di diario personale, anche se una premessa si affretta a mettere le mani avanti e a dire che no, si tratta proprio di un prodotto di “finzione”. Ma allora, quale portata esemplare, quale valore paradigmatico ha una vicenda così meschina e riduttiva, come questa, di un figlio che soffre di turbe psichiche, tanto che un padre comprensivo lo porta in visita da uno specialista a Marsiglia, il quale prescrive un rimedio singolare, stare sveglio per tre notti consecutive, a digiuno e senza dormire. E così, comincia la peregrinazione di padre e figlio per le vie della seconda città della Francia, se si vuole, una “rimpatriata” tra i due congiunti, costretti a ritrovare una vicinanza, a sopportarsi, a comprendersi e possibilmente ad amarsi a vicenda, ma nulla più. Invano un lettore spera che da qualche viottolo dei bassifondi della città portuale sbuchino malviventi, o che i due in utile esercizio di astinenza scoprano un cadavere. Nulla di tutto questo, restano pagine di un diario molto personale ed esclusivo.
Certamente più efficace è la documentazione del vero condotta da Lia Levi, in “Questa sera è già domani”, arrivata ultima nella cinquina conclusiva dello Strega, e mi sembra che in quel caso il verdetto sia stato giusto. Il vero affrontato in questo caso è della massima importanza, dato che riguarda le persecuzioni antisemite come si svolsero, dopo il ’39, per la sciagurata decisione mussoliniana, esaminate negli effetti su una comunità ebrea di Genova. La Levi tenta di inserire elementi “verosimili”, come la vicenda del protagonista principale, Alessandro Rimon, che sarebbe un “enfant prodige”, tanto intelligente da indurre i genitori a fargli saltare un anno delle elementari e da andare alle medie in anticipo. Male gliene incoglie, perché a quel modo, e anche per un suo certo spirito saccente, diviene lo zimbello di compagni più maturi di lui, tanto da indurlo a condotte protestatarie, quasi a voler reprimere quelle buone doti naturali che sono causa dei suoi disagi. Questo il nocciolo autonomo della vicenda, su cui ben presto si abbatte il capitolo delle persecuzioni antisemite. La Levi ha il merito di esaminarle con mano leggera, sempre attenta a non fare offesa al vero, ma a questo modo ne viene un deficit di climax, di cariche drammatiche o addirittura tragiche. Per un verso le dobbiamo essere grati per non aver pescato nel repertorio, ben noto delle sciagure inflitte in quegli anni agli ebrei d’Europa. La nostra autrice procede in modi cauti, con tutti gli alleggerimenti possibili. Per esempio, il padre di Alessandro viene perseguitato, ma in un primo tempo non tanto perché ebreo bensì perché straniero, belga di nascita, portatore di passaporto inglese, per cui contro di lui scatta l’internamento. Quando l’Italia entra in guerra, lo si costringe a vivere in un paesello remoto, raggiunto da moglie, e figlio, sempre più scontroso, deciso perfino, pur essendo ancora un ragazzino, a entrare nelle file dei partigiani, al crollo del regime fascista e quando il nostro Paese è occupato dai tedeschi. Ma è mossa velleitaria, la Levi ritrae subito la mano, come un giocatore di scacchi che ha capito di avere fatto una mossa sbagliata. Poi i giochi si fanno duri, viene l’ora di tentare la fuga all’estero, nella solita e provvida Svizzera. Il guaio è che su questa strada abbiamo già il capolavoro affidato da Hemingway alle pagine finali dell’”Addio alle armi”. E’ vero che il suo eroe fuggiva da una possibile accusa di diserzione dall’esercito italiano, ma le insidie, i pericoli in quel frangente erano già tutti ben evidenziati. La Levi ha letto quelle pagine? E allora perché pretendere di ricalcarle, oltretutto in modo piatto, come sempre aderente, si può supporre, a un vero che non sale mai di tono per acquisire tinte sostenute e ben chiaroscurate?
Gianrico Carofiglio, Le tre del mattino, Einaudi stile libero, pp. 165, euro 16,50.
Lia Levi, Questa sera è già domani, edizioni e/o, pp. 217, euro 16,50.

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Letteratura

Scarpa e la “sintesi” della poesia

Seguo direi fin dagli inizi la produzione letteraria di Tiziano Scarpa, con responsi in genere favorevoli, nella forma di “pollici retti” se affidati alla rivista l’”Immaginazione”, o comunque con toni positivi se invece consegnati, come questa volta, alla sfera semi-privata del mio blog. Ma non ero mai intervenuto sulla sua attività poetica, come invece faccio questa volta, rivolgendomi all’appena uscito “Le nuvole e i soldi”. In genere chi mi conosce sa bene che, in ambito letterario, il mio interesse va in primo luogo alla narrativa, e infatti sono proprio i romanzi di Tiziano ad aver sollecitato i miei interventi, ma un altro mio settore di attività, il “laboratorio di nuove scritture” detto ora Ricercabo, in quanto esercitato a Bologna, mi spinge a occuparmi dei lavori di poesia per la buona ragione che da questa provengono i più raffinati ed estrosi prodotti proprio “di nuove scritture”, mentre la narrativa appare più lenta nelle sue mosse. Quello che tradizionalmente si direbbe il territorio della poesia è, forse per la sua innata leggerezza, più mobile e irrequieto, gli elementi verbali sono pronti a frantumarsi, a disseminarsi sulla pagina, e anche a saltarne fuori aggredendo le dimensioni del suono, dell’immagine, del comportamento. Soprattutto, vige per la poesia il criterio dominante della brevità, o diciamo della sintesi, laddove la prosa è per sua natura affidata alla lunghezza, a uno spirito analitico. Altre volte mi sono valso di una similitudine presa dalla strategia bellica, soprattutto di specie navale. I romanzi sono le corazzate, le ammiraglie, i maxi-trasporti, laddove le prove poetiche sono i mas, le imbarcazioni fragili, agili da manovrare. Questo lungo prologo per dire che lo Scarpa in versione poetica viaggia a grande distanza dai raffinati frequentatori delle rive della poesia, niente a che fare neppure con un Marco Giovenale e con i suoi sodali, quando pure simulano di avvicinarsi all’avversario parlando di una “prosa in prosa”. Dopotutto, anche Scarpa, nel voltare pagina, può rifarsi a un classico del continente lirico, il baudelairiano “petit poème en prose”, che non per nulla, affrontato dal grande Charles, si apre proprio con un elogio delle nuvole. Non so se di ciò ci sia stata memoria espressa nel nostro autore, che nell’affrontare il territorio non familiare della poesia potrebbe aver pensato di iniziare proprio nel nome di quella tradizionale vacuità, leggerezza, inconsistenza spettante alla controparte. Ci sta bene insomma una invocazione alla “nifologia”, come si direbbe con termine in punta di penna, invocato pure da un narratore di successo come Tabucchi, del resto trovatosi a vivere in perenne fuga dai gravosi impegni narratologici. Invece Scarpa è narratore pesante, incardinato nella prosa più densa, grezza, materiale, e dunque ci sta bene che la futilità nifologica venga subito contrastata, sempre nel titolo, dalla comparsa dei “soldi”, cioè della componente più pesante e sporca che compare nella nostra vita di relazione. In effetti, i temi di queste liriche, a volerli estrarre, altro non sono che un condensato di tutti i motivi forti, aggressivi, tenebrosi che l’autore perlustra proprio nei suoi romanzi, non c’è nessun cambio di tema, ma solo di pedale. Vale a dire che egli abbandona il metro analitico, scompositivo, per abbracciarne uno sintetico, riduttivo, volto a stringere, ad accorciare, a condensare, ma nel rispetto della stessa brutalità, nell’affrontare i temi scabrosi del sesso, dei rapporti con i genitori, e quant’altro compare nell’opera narrativa, ivi compreso un immanente senso di ironia, di humour, pronto anche ad assumere il colore del nero. Insomma, nel trasbordo dei temi dal continente prosa a quello della poesia, nessuno sconto, nessun alleggerimento, ma solo l’intervento, ora, del criterio della sintesi, della riduzione, quasi della condensazione. Voglio far notare a questo proposito una brillante soluzione che appare nelle pagine di questo volumetto, e che potrebbe sembrare una concessione, da parte di Tiziano, a qualche marchingegno formale di cui sono così fecondi i suoi compagni del versante poesia. Ci sono alcune di queste liriche in cui la pagina è riempita da un sottofondo di frasi assolutamente prosastiche, ripetute continuamente, a fare muro, ma dal loro tessuto neutro l’autore preleva, e sottolinea ricorrendo a caratteri in grassetto, alcune frasi, alcune verità scomode, urtanti, sconvolgenti, che emergono da quel grigiore, da quel ronzio di fondo. Qualcuno potrebbe pensare al ricorso a uno stratagemma degno della poesia visiva, o dei giochi tra il cancellare e il lasciar sopravvivere che è proprio di Emilio Isgrò, ma lungi da Scarpa l’intenzione di lavorare di fioretto, di risorse formali. È invece proprio l’affidarsi al nudo criterio della sintesi, al lasciar emergere nella maniera più nuda e diretta alcuni dati scabrosi, drammatici, perfino tragici dell’esistenza.
Tiziano Scarpa, Le nuvole e i soldi. Einaudi, pp. 123, euro 11,50.

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Giorgino. un ritorno al tema letteratura e industria

Sono molto grato a Simone Giorgino che per ben tre volte, in anni successivi, si è prestato a presentare, alla Feltrinelli di Lecce, tre dei miei saggi usciti come in un “serial” presso Mursia, dedicati a vari aspetti della narrativa internazionale tra il moderno e il contemporaneo. Non è per un rito di scambio che ora mi impegno a mia volta sul suo saggio recente, “Poeti in rivolta”, dedicandogli uno scritto di cui certo non ha ragione di rallegrarsi, dato che esce in questa mia rubrica solitaria, in definitiva è come se gli inviassi una lettera del tutto privata e personale di commento a quanto da lui affrontato in pubblico, toccando un tema illustre, quale il rapporto tra la ricerca letteraria e i fattori “pesanti” della cultura materiale, il lavoro, l’industria. E’ stato un tema che ha assillato particolarmente la nostra critica proprio al tornante decisivo tra anni Cinquanta e Sessanta, quando l’Italia conobbe il grande mutamento, da una immersione nella civiltà contadina a un ingresso, con tutti i relativi disagi e problemi, nell’età industriale avanzata. Il quadro socio-economico che Giorgino traccia come sfondo della sua ricerca è corretto e puntuale, e così pure sono opportunamente scelti i protagonisti e testimoni di quella svolta epocale. Del resto, così facendo, il nostro critico ha aggiornato, rivisitato un dibattito illustre che allora si tenne sulla rivista letteraria più titolata dei quel momento, il “Menabò”, sotto l’autorevole guida di Elio Vittorini e di Italo Calvino, con un numero, nel 1961, dedicato per intero proprio a questo argomento, e uno successivo in cui veniva presa in esame la reazione che ai nuovi orizzonti sociali stava fornendo proprio il fenomeno di cui io stesso ero protagonista, la neoavanguardia del Gruppo 63. A questo proposito non posso che confermare la mia adesione a un saggio fondamentale affidato da Umberto Eco alla seconda di quelle puntate, e provvisto di un titolo che ne è già anche il riassunto nel modo più chiaro: “Del modo di formare come impegno sulla realtà”. Era un Eco allora in gran forma, da vero e proprio nostro fratello maggiore, come allora eravamo tutti pronti a riconoscergli. Ma poi sono venuti da parte sua le delusioni, i tradimenti, i giri di walzer che io personalmente non gli ho perdonato. Lui, paladino del concetto di “opera aperta”, di lì a poco si sarebbe tuffato nell’impresa asfissiante, chiusa al massimo, della semiotica. E da ottimo esegeta dell’opera più avanzata dello sperimentalismo del primo Novecento, il “Finnegans Wake” di Joyce, si sarebbe dato a stendere quei romanzacci di intreccio, di avventure che tentavano di rubare il mestiere a Dan Brown, senza peraltro riuscirvi. Invece, in quel saggio magistrale, egli imboccava la via giusta di affrontare il problema, che non sta, per valerci di una felice similitudine fornita proprio da Vittorini, nel “suonare il piffero alla rivoluzione”, ovvero i poeti e narratori non devono impadronirsi dei nuovi temi, propositi, lieviti di rivolta eccetera, condendoli in bella forma, rendendoli appetitosi. La via maestra, anche se non mi pare che Eco ne fosse del tutto consapevole, stava nel seguire la via imboccata dal sociologo francese Lucien Goldman: la letteratura, o in genere l’attività artistica di ricerca, non deve essere succube dei contenuti, ma impostare degli schemi d’azione innovativi, in profonda corrispondenza (omologia) con le nuove strutture e tendenze che la realtà stessa, nella sua materialità sta seguendo. Il nostro obiettivo polemico, in quella stagione, era Pier Paolo Pasolini, perfetto nell’enunciare nella sua poesia tutti i temi sociali del giorno, ma col limite di “dirli” in forma “chiusa”, con lessico e metrica di impeccabile impronta classica. Mentre al contrario occorreva che la poesia acquisisse lo stesso ritmo sussultante, dinamico, di coinvolgimento immediato di cui si dotavano nello stesso momento anche i meccanismi produttivi. Insomma, la stessa azione doveva battere all’unisono nella prassi materiale e nella contemporanea produzione artistico-poetica, senza intercapedine, senza la fatale distanza e separazione che potrebbero dividere la cosa e la sua immagine riportata. Ecco perché la poesia “novissima” era fondamentalmente asintattica, praticava un collage immediato di oggetti linguistici brutalmente accostati, senza margini, in luogo delle ben lubrificata sintassi, con tutte le congiunzioni e preposizioni al posto giusto, di cui Pasolini non sapeva né voleva privarsi. Tra le poesie indagate da Giorgino ci sono pure quelle di Pagliarani, e beninteso anche nel suo caso vale la “presa diretta”, nel narrare le tristi vicende della “Ragazza Carla” egli passa al riporto “tale e quale” di frasi fatte, simili a stereotipi, proprio come in un collage, o meglio in un décollage, come quelli che stava fabbricando in ambito visivo Mimmo Rotella. Anche se, lo ammetto, il riporto del “tale e quale” nel caso di Pagliarani era pure accompagnato da un po’ di solvente, il che gli permetteva di essere l’eternamente salvato tra i “Novissimi”, da tutti i nostalgici delle buone maniere, mentre i “cattivi”, i reprobi, erano Sanguineti e Balestrini, proprio per l’assoluta mancanza di interstizi nel loro muro oggettuale. Infine vorrei menzionare un caso che però non entra tra gli esempi di Giorgino, quello fornito da Paolo Volponi, non tanto come poeta quanto come narratore. Poteva sembrare un caso tipico, una dimostrazione probante del disagio che il lavoro industriale causa alla nostra psicologia, se pensiamo all’alienazione di cui dà prova Albino Saluggia, stendendo il suo “Memoriale”, che pare proprio essere il puntuale referto dei guai che il lavoro in fabbrica provoca su un uomo qualunque. Sennonché Volponi ha proceduto a rifiutare poco dopo questo solido ancoraggio contenutistico, scegliendo un protagonista lontano dal mondo della fabbrica, anzi, tuffato in un pigro sfondo agricolo, come quello delle colline marchigiane, assunto come terreno d’elezione della “Macchina mondiale”. Non c’è più il pretesto del male prodotto da iniqui sistemi sociali, l’essere umano è solo con se stesso, a indagare sulla propria ansia esistenziale. E’ un rifugio nell’individualismo, nell’eccezione? No, perché quel personaggio davvero “in rivolta”, senza evidenti provocazioni esterne, corrisponde alla nostra umanità che corre in avanti, magari verso le prospettive di liberazione, di vita sottratta alle cure, a realizzare il villaggio globale, il “tutti in rete”, che verranno buoni con la svolta del ’68. Ma mi rendo conto che sto prevaricando sulle intenzioni di questo saggio, però è anche l’invito al nostro Giorgino perché voglia mettere in cantiere al più presto un seguito, intitolato non più all’industria, ma alla post-industria, alle modalità di vivere e di fare arte dei nostri giorni.
Simone Giorgino, Poeti in rivolta. Lavoro e industria nella poesia italiana contemporanea, Edizioni Sinestesie, pp. 174, euro 15.

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Per Alida Valli

Un tentativo di furto in uno studio che mi serve da deposito di libri e da laboratorio per il mio ritorno alla pittura mi ha obbligato a rientrare in fretta e furia in una Bologna deserta, con tutto chiuso, a patire il caldo, e a tentare una misera consolazione aggrappandomi allo zapping televisivo, funestato dal fatto che i vari Commissari Cordier e Ispettori Barnaby insistono a riproporsi in repliche senza fine. Ma fra tanta noia, mi ha risollevato il morale la programmazione del classico di Hitchcock, “Il caso Paradine”, del 1947, già visto in passato, ma quando si tratta di capolavori, “repetita iuvant”, soprattutto quando un film è dominato dalla radiosa epifania di una grande attrice come Alida Valli. Ebbene, sì, lo confesso, mi sono innamorato di lei, del suo fascino freddo e misterioso, come nel film avviene all’avvocato che tenta di assumerne la difesa, impersonato da un giusto Gregory Peck, perché molto umano e titubante, e d’improvviso colpito dalla sindrome di cui io sono stato lontano e misero epigono. Alida Valli è stata di gran lunga, in tutto il secondo Novecento, la nostra attrice più forte, più dotata, capace di sfidare le dive più memorabili dell’intero cast internazionale. Naturalmente, avendo deciso di parlarne in questa mia solitaria rubrica, in cui diviene possibile confessare perfino un innamoramento così balordo e fuori tempo, sono andato a consultare l’enciclopedia portatile di cui tutti oggi disponiamo, wikipedia, apprendendo che per quella parte il produttore Selznick aveva pensato addirittura a Greta Garbo, trovandola però indisponibile per precedenti impegni. Perfetto, la nostra Valli merita di essere considerata a tutti gli effetti una degna erede della divina Garbo. Allo stesso modo per la parte dell’avvocato difensore il produttore Selznick aveva puntato in alto, pensando a Lawrence Olivier, ma anche il grande attore inglese era risultato impegnato altrove, il che è stata una fortuna, un attore marmoreo come lui avrebbe reso difficile il ruolo di trepido amante, assunto invece dal più dubbioso e incerto Peck. Ma lei è sublime, murata in una corazza di nobiltà, acquisita malgrado la bassa provenienza sociale, decisa a difendere coi denti la sua privacy, e l’amore disperato che l’aveva avvinta al giovane attendente del marito, parte sostenuta molto bene da Louis Jourdan. Nessun tremore, nessun dubbio in lei, ma un atteggiamento di sfida totale contro tutto e tutti, con la maschera della gran dama, conquistata attraverso anni di sacrificio alle costole di un marito anziano e cieco, tollerato come “pis aller”, con l’unico sollievo dell’avventura erotica col bell’attendente. In questo dramma si respira la stessa aria di mali estremi, di sorti sull’orlo del baratro che si trova nel capolavoro di Emily Bronte, “Cime tempestose”. La grande signora fissa i paletti per la propria difesa che il suo patrocinatore non dovrà superare: non coinvolgere, non gettare il sospetto sul giovane. Ma il difensore non può fare altro, inducendo il malcapitato, affranto dalla coscienza di aver tradito il suo signore, a commettere suicidio. Viene così meno l’ancora di salvezza, la via di fuga che la signora Paradine sperava di essersi costruita, non le resta che assumere un ruolo tragico, ammettere il delitto e andare impavida verso la forca.
La grandezza di Alida Valli si misura anche da questo destino, ripreso in altri film celebri, di non chiedere per sé grazia, perdono, compassione, ma di procedere solitaria, orgogliosa, fino al termine della notte. E’ quanto avviene in un altro capolavoro, “Il terzo uomo”, il film del regista Carol Reed, in cui a dire il vero compare un degno comprimario di lei, un Orson Welles che sa essere superbo campione del male assoluto, spingendosi fino a una morte spettacolare, da autentico dannato che trova nelle fogne il suo inferno. In questo caso la donna è indenne da colpe particolari, ma non vuole compensi, misericordia, comprensione, intraprende ancora una volta un orgoglioso viaggio verso il nulla che ne esalta la forza espressiva.
Nell’occasione non posso non menzionare un terzo capolavoro, “Senso” di Visconti, del 1954, che curiosamente ha tanti punti di contatto col Caso Paradine. Anche là c’è una dama di alta caratura, che però cede a un amore di bassa lega, da cui è spinta a commettere ogni possibile crimine. In questo caso, non c’è punizione per il personaggio interpretato dalla Valli, se non l’affondare nell’abiezione, nel pentimento per le orrende azioni cui si è data. Senza dubbio buoni studiosi di storia del cinema saprebbero menzionare tanti altri titoli di merito della nostra attrice, a me basta emettere questo curioso, solitario, risibile grido d’amore a distanza.

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Piersanti, vani tentativi di evasione

Non ho molta dimestichezza col mondo di Claudio Piersanti, che pure ha al suo attivo una decina di romanzi. Forse mi sono misurato direttamente solo sul suo “Luisa e il silenzio”, del lontano 1997. Riprendo ora il contatto con l’appena uscita “Forza di gravità”, eppure mi pare di intravedere in lui un tratto ricorrente. I suoi personaggi patiscono di una situazione concentrazionaria, se ne stanno racchiusi in stanze, da cui anelano di saltar fuori, ma questo loro giusto impeto, che risponde a una delle migliori istanze di tutta la contemporaneità, l’ansia di fuggire, di cercare uno stato libero e nomadico, viene sempre frustrato. Ovvero i protagonisti, appena usciti da una prigione, ricadono in un’altra. Il tutto è certo segno di una autenticità di ispirazione, ma anche di un limite, di una tensione a evadere, a liberarsi che non riesce mai raggiungere un buon fine. Andiamo a vedere il caso presente. Protagonista principale è Serena, una diciottenne prigioniera appunto del suo pur confortevole appartamento, dipendente da una zia che le tiene il posto della madre, troppo presto scomparsa, e anche di un genitore praticamente assente, incapace di esercitare il suo ruolo. Serena, in definitiva, si adatta molto bene a quella condizione di prigionia protetta, ha una condotta improntata ad ogni possibile correttezza, aspira a fare buoni studi, a distinguersi nella vita professionale, a costo di sacrificare le valenze sessuali, ignora quasi l’amore, finché non incontra un’anima gemella, tale Ottavio Celeste, che la sfiora con un bacio, ma se ne sta pure lui racchiuso in un’altra scatola. E in definitiva la preoccupazione principale di Serena è di rendersi utile a un’altra presenza, pure quella segregata, in stato concentrazionario esattamente come lei. Si tratta del personaggio detto il Professore, abitante in un appartamento adiacente, che a sua volta è prigioniero delle sue ripicche, manie, fobie, da cui si sente indotto a tenere l’intero mondo ”in gran dispitto”, progettando una protesta di carattere forse un po’ troppo singolare e inusitato. Infatti costruisce, coi suoi pochi mezzi, addirittura un modello di ghigliottina, rivolto a punire qualsivoglia rappresentante del potere costituito che intenda riportarlo all’ordine. In sostanza, il verdetto dei benpensanti è che il Professore sia uno psicopatico, bisognoso di internamento, di reclusione in clinica, come infatti tentano di fare due infermieri. Ma mal gliene incoglie, dato che il Professore è ben lieto di far intervenire contro di loro proprio la ghigliottina progettata a questo scopo, mozzando all’uno una mano, e infliggendo all’altro una ferita quasi mortale. Col che è costretto a darsi alla fuga, ma qui si verifica la strana sindrome di cui si ho già detto. Chissà, forse il romanzo doveva finire qui, quando il Professore intraprende il suo sconclusionato e folle “viaggio al termine della notte”. Ma no, l’autore a quanto pare non sopporta il vuoto, la libertà totale, e dunque il nostro protestatario in realtà approda a un nuovo luogo confortevole, trova chi lo ospita, i rischi della legge che egli ha offeso gravemente sembrano non avere effetto nel suo caso, come se l’avventura cruenta da lui provocata nella stanza di partenza fosse stata appena uno scherzo. Naturalmente la nostra anima bella, la nostra crocerossina veglia su di lui per rendergli la fuga agevole e propizia. Ma a lungo andare anche la sua stessa condizione si sta logorando, la vita in ospedale cui approda dopo studi, compiuti con la diligenza che le è propria, a un certo punto non la soddisfa più, e dunque anche lei sente di dover partecipare a quella fuga da ogni ordine stabilito cui si è già dato il suo protetto. Ma, si potrebbe concludere, questi estremi tentativi di “straniamento”, di liberazione da ogni ceppo, in entrambi i personaggi restano fuori campo, la maggior parte delle pagine del romanzo sono piene dei loro successivi stati di imprigionamento, quello che si disegna è un continuo passaggio da una gabbia all’altra, anche se sostenuto con perizia e abbondanza di dettagli.
Claudio Piersanti, La forza di gravità. Feltrinelli, pp. 297, euro 18.

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