Letteratura

Selvaggia Lucarelli: una piacevole freschezza

Confesso di aver affrontato con molti sospetti la raccolta “Dieci piccoli infami” di Selvaggia Lucarelli, nota come presentatrice televisiva, cioè per prestazioni extra-letterarie, al pari di tanti altri giornalisti, attori, uomini politici, che un tempo magari ricercavano una promozione letteraria pubblicando una esile raccolta di versi, ora invece la meta appetibile è il prodotto narrativo, l’unico riconosciuto nell’Olimpo dei valori contemporanei. Questa decina di racconti sono davvero esili, ma quanto meno freschi, spontanei, soprattutto la nostra Lucarelli non cade nella fallacia che io denomino all’insegna di Giamburrasca, che non avendo troppa fiducia nelle sue capacità inventive per condurre il suo Giornalino, all’inizio va a rubare le pagine dai diari delle sorelle. Se penso a narratrici più in carriera rispetto alla Nostra, per esempio a due protagoniste del Campiello come Donatella di Pietrantonio e Laura Pugno, ognuna di loro, “ruba” da vecchi repertori per consolidare i rispettivi prodotti, la prima va a pescare nel logoro scenario della napoletudine con connesse miserie e sofferenze, l’altra si affida addirittura a vecchie leggende legate ai destini incrociati di due gemelle. Invece la Lucarelli accetta ben volentieri di muoversi su una leggera scena quotidiana fatta di piccoli incidenti senza particolare importanza, ammette cioè che si tratta di qualche “evento microcosmico”, ma in definitiva di questi è tramata la nostra esistenza, e dunque non vale la pena andare a cercare argomenti più profondi. Potremmo parlare quasi di una narrazione effettuata con l’aiuto del cellulare, volta a sorprendere scenette sul filo dell’attualità, minime in sé, ma suscettibili di creare traumi, di incidere sui nostri umori, fino addirittura a causare svolte sentimentali, mutamenti di comportamento. E’ il caso del primo di questi mini-racconti che documento di una delusione patita dall’autrice nell’infanzia, in cui era affezionata a un’amichetta del cuore, tale Susanna di Lello, così da spartire con lei lo stesso banco di scuola. Ma alla ripresa, un anno dopo, si compie il tradimento, la compagna non la guarda più in faccia, ritenendo di averne trovato un’altra più alla moda e promettente. C’è l’avventura notturna, di un’impresa in auto. L’autrice che si confessa, in modo franco e scoperto, viene a trovarsi in panne nelle tenebre di un bosco. C’è il piccolo trauma di un “parrucchiere anarchico”, creatore velleitario, che le tinge i capelli con un colore impossibile. Non mancano momenti di impensato riscatto, quando la nostra autrice-protagonista, senza mai porre una distinzione tra i due piani, da adolescente concorre a un premio di bellezza in un borgo selvaggio dove si trova a passare l’estate, e le riesce, incredibilmente, di battere una rivale che è già attricetta, salutata da successi, ma per tale ragione divenuta insopportabilmente spocchiosa, quindi punita dal pubblico. C’è soprattutto una tenace difesa dei propri diritti, della propria libertà, assieme a quelli di un figlioletto che la protagonista si trascina dietro, frutto di una relazione sbagliata. Con la conseguente ricerca di un’anima gemella, che questa finalmente è stata trovata, ma purtroppo si tratta di “Mister Amuchina”, cioè di un essere prigioniero di un culto maniacale dell’ordine, dei riti della pulizia e dell’igiene, tanto da rendere una magnifica residenza a più livelli, largamente accessoriata con ogni più avanzato ritrovato, in realtà molto simile a una prigione, a un gabbia asettica, dove non è possibile vivere, sia alla giovane madre sia al suo bambino, inducendoli a una fuga riparatrice. Sempre in questo capitolo della faticosa ricerca di un’anima gemella, capita alla Nostra un altro incidente sconcertante, una persona affabile e disponibile, che sembrerebbe pronta a uno scambio di amorosi sensi, interpreta un tale rapporto nel modo più grossolano mandandole l’immagine del proprio pene. E’ anche brillante e piacevole l’andare in su e in giù nel tempo, come scorrere una serie di foto non ben ordinate, per cui si retrocede all’improvviso ai tempi di un’infanzia e adolescenza rattristate dalla dura egemonia di suore, conduttrici di scuole private, prive di ogni senso di comprensione e di affetto come è nel caso di una inflessibile, ferrigna Suor Clelia. Il panorama, insomma, è piacevolmente variegato, pur sempre nella sua voluta leggerezza e frammentarietà.
Selvaggia Lucarelli, Dieci piccoli infami, Rizzoli, pp. 216, euro 17.

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Laura Pugno: una logora vicenda di gemelle

Concludo l’analisi, e valutazione, della cinquina in corsa per il Campiello esaminando “La ragazza selvaggia” di Laura Pugno. Sarei ben lieto di trovare in quest’opera un outsider meritevole di un adeguato riconoscimento, pur sempre dopo Covacich, assolutamente degno se non altro per tutta la sua storia alle spalle, e Massini, per la laboriosità della “macchina” narrativa con cui si presenta. La Pugno ha senza dubbio il merito di porsi fuori dall’”usato sicuro”, ovvero da una ennesima riedizione del vecchio neorealismo nostrano, in cui cade in definitiva Donatella Di Pietrantonio col suo “Arminuta”. A Lei dobbiamo un’opera superba come “Le sirene” del 2007, sicura, ben congegnata nel percorrere le vie di una fantascienza non troppo lontana da temi di attualità, da porre nello scaffale assieme agli esiti più prestigiosi di Pincio, come per esempio “Cinacittà”. Però, dopo quell’esito riuscito, la nostra narratrice mi sembra essere entrata in una parabola discendente, allontanandosi da quel livello. Qualche residua taccia di quei sentieri della malattia, della deroga da una normalità troppo tranquilla, si poteva trovare in “Quando verrai”, poi confusi, annacquati nel successivo “Antartide”, che ci ha presentato un quadro in bilico tra comune verosimiglianza e inquietanti comparse del “diverso”, ma solo perché il protagonista si mette sulle tracce di una associazione diabolica intenta a garantire a persone anziane la “buona morte”. In questa ultima prova l’indice di alienazione, che nella Pugno, per sua e nostra fortuna non manca mai, è affidato a un motivo davvero frusto e perfino banale, trattandosi di due gemelle, di cui c’è già stata tanta presenza in tutta la produzione narrativa, sia nel cartaceo che nel filmico. Si riaffaccia la sindrome ben nota per cui le gemelle sono legate da un cordone ombelicale di simpatia, nel senso letterale della parola, ma anche di opposizione, per cui l’una, che in questo caso si chiama Nina, è piena di doti, quasi sottratte alla sorella Sasha, che stenta a crescere, a parlare, a dare segni di normale intelligenza. Le due si dividono anche sul piano etico, in quanto Nina, orgogliosa delle sue capacità, si comporta con spietato cinismo e crudeltà verso la congiunta portatrice di handicap. Per mettere in campo le due protagoniste l’autrice inventa storie aggrovigliate, di coppie unite e poi divise, di adozioni cui si giunge attraverso peripezie astruse e dispersive, che però fungono solo da collanti, in quanto l’attenzione si concentra sulle due vere protagoniste della vicenda. Per complicate circostanze inutili da chiarire le due vengono a trovarsi in una dimora estiva attigua a un bosco, che diviene la meta di una tragica passeggiata. Infatti in quell’occasione Nina dà prova di una cattiveria inaudita, distruggendo a bella posta i segni che avrebbero permesso alla sorella di ritrovare la strada verso casa, così abbandonandola a se stessa, a lungo, per molti anni, e così costringendola a regredire a uno stato di natura. Finché una delle varie presenze non troppo decisive nel romanzo vede ricomparire la “ragazza selvaggia”, divenuta simile a una bestia, con quasi totale perdita di una condizione umana. Inutile stare a ricordare la folla di riferimenti che possono accompagnare un tema così abusato, dal Mowgli di Kipling al “buon selvaggio” di tanta letteratura filosofica. Col solito problema: che fare, di fronte a questo caso difficile, avviare un procedimento di rieducazione della “selvaggia”, o invece rinunciarvi? Il tutto complicato dall’obbligo di mantenere i due fronti. Nina nel frattempo sconta i suoi peccati, la sua troppa intelligenza, ma accompagnata a perfidia, entrando in un coma irreversibile, assistita dalla sorella totalmente devota, per nulla vendicativa, come fosse un animale fedele. Nulla da fare, la giovane fin troppo dotata se ne va all’altro mondo, e l’anima gemella in definitiva fa la stessa fine, ovvero i genitori adottivi, assieme a tutte le altre comparse, convinti della loro impotenza, restituiscono la “ragazza selvaggia” all’esistenza animalesca e boschiva. E’ quasi una dichiarazione di impotenza, l’autrice non sa come amministrare la situazione che ha messo in piedi, a quale esito condurla. Come aprire una porta, e subito dopo chiuderla per impotenza a procedere in qualche direzione.
La ragazza selvaggia, Marsilio, pp. 174, euro 16,50.

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Di Pietrantonio, ritorno all'”usato sicuro”

Continuo nel mio gioco preventivo di emettere giudizi sulla cinquina del Campiello, in anticipo sulla proclamazione ufficiale, e dunque ben diversamente da quanto mi è stato possibile fare circa nei confronti della cinquina dello Strega, su cui sono intervenuto il giorno dopo l’esito della votazione. Ma siccome i miei giudizi in merito sono stati affidati a una rivista che ha tempi rigidi di uscita, “L’immaginazione”, essi risulteranno noti in ritardo, in luogo dell’anticipo di cui godono i miei referti sul Campiello affidati al blog. Ho già detto che l’esito giusto sarebbe di riconoscere l’eccellenza di un autore come Mauro Covacich, ma temo l’impreparazione dei votanti, che dunque potrebbero preferirgli prodotti più facili. Questo vale anche per il laborioso documento di Massini, la storia dei Lehmann Brothers, che in definitiva potrebbe meritare anch’esso il primo premio. Purtroppo mi si dice che le preferenze di una giuria di votanti di scarso livello potrebbero andare allì”Arminauta” di Donatella Di Pietrantonio, confermando ancora una volta l’uscita di sicurezza, il preferire l’”usato sicuro”, che è lo stesso pregio o limite da riconoscersi anche alla terza arrivata allo Strega, Wanda Marasco col suo “La compagnia delle anime”. L’usato sicuro sta nel rivisitare ancora una volta il pauperismo meridionale, con la somma di privazioni, di vite immerse nella penuria, nella sofferenza, restando insomma in pieno realismo, senza il secondo “neo” di rilancio che a mio avviso riscatta talvolta prove del genere, anche se volte a rivisitare la “napoletudine”. L’”arminauta”in questione, ovvero la “ritornata”, sarebbe la lacrimevole vicenda di una figlia di povera famiglia del Sud, oberata da una delle piaghe del miserabilismo, ovvero di coppie che mettono al mondo troppi figli. Una di questi viene adottata da una famiglia più agiata, che sembra, al contrario, non riuscire a procreare una prole in proprio, per sterilità non si sa se di lui o di lei. Ma poi, e a lungo la decisione resta avvolta nel mistero, questi genitori adottivi rinviano al mittente la figlia presa in prestito, e così questa fanciulla, cresciuta negli agi, nella bambagia, si trova a un tratto restituita a un universo di povertà estrema. La famiglia ritrovata non è neppure in grado di darle un letto in proprio, costringendola a condividerlo con una sorella, Adriana, con cui del resto le riesce di stabilire un vero rapporto affettivo, nonostante che questa compagna sia afflitta da enuresi, per cui le avviene di pisciare nottetempo nel letto condiviso. E alla “ritornata” riesce di nutrire affezione anche verso un fratellino costretto nel limbo di una condizione down; o verso un vispo fratello maggiore, Vincenzo, che ovviamente adempie allo stereotipo, o realtà, tipici dell’universo della penuria e della forzata promiscuità, da cui gli viene l’impulso a commettere incesto con la ragazzina fin troppo perbene. capitatagli all’improvviso tra le braccia, e forse c’è anche da parte di lei una qualche rispondenza. Ma poi. si sa, lo stereotipo, o la realtà, ancora una volta così vogliono, il baldo ragazzo finisce male, muore mentre fugge in moto dopo un furto, inseguito dai carabinieri, andando a infilzarsi in una rete metallica. Anche dalla parte di là si ricade nello stereotipo, il rigetto della protagonista non è stato dovuto a ragioni lacrimevoli, come sarebbe una grave malattia della matrigna, ma al contrario dal fatto che questa è fin troppo arzilla, e avendo constatato che colpevole della mancata fecondazione era il marito, non ha esitato ad abbandonarlo mettendosi con un maschio fertile e rimanendo finalmente fecondata da lui, pertanto la figlia adottiva era divenuta inutile, ridondante. Del resto, diciamolo pure, la protagonista risulta del tutto incongrua sia da una parte che dall’altra, risultando a sé stante, fino a peccare di inverosimiglianza. L’autrice ne ha fatto un portento, una ragazzina brava a scuola, perfetta in tutto. E’ come se la Di Pietrantonio avesse voluto entrare nella sua stessa storia riservandosi un cantuccio privilegiato, capace di giudicare quelle usanze basse e ripugnanti, ma in questo modo anche essendo la prima a denunciarne la non rispondenza ai parametri del nostro vivere. Almeno la sua dirimpettaia dello Strega, la Marasco, una svista del genere non l’ha commessa, e ci ha servito in tavola una vicenda più coerente, chiusa per intero nell’inferno dei “bassi” napoletani. Ora mi resta da parlare, lo farò la domenica prossima, del quinto concorrente al Campiello, di Laura Pugno e della sua “Ragazza selvaggia”, che finalmente batte rotte più accettabili, ma senza ritrovare la forza del suo capolavoro iniziale, “Le sirene”.
Donatella Di Pietrantonio, “L’arminauta”, Einaudi, pp. 163, euro 17,50.

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Massini: una ballata troppo estesa

Rispetto al Premio Strega di quest’anno mi è capitata la circostanza fortunata di dover mandare all’unica sede cartacea che mi è rimasta, l’”Immaginazione”, i due soliti pollici. Ne ho approfittato per dedicarli entrambi all’appena giunto responso dello Strega, dichiarando, secondo il mio solito muovermi in controtendenza, che da anni non si era vista una cinquina così debole, per cui comunque il referto era da rovesciare. L’unica opera di un certo livello era quella di Nucci, a seguire le altre in ordine inverso rispetto alla votazione ufficiale, col vincitore Cognetti da mettere all’ultimo posto. Succede così come già l’’anno scorso che il Campiello può funzionare da vendicatore incoronando qualche vittima del confratello pur in genere considerato superiore di grado. Quindi è stato bene che nel 2016 il riconoscimento maggiore sia andato a Simona Vinci, anche se non con la sua opera migliore. Su questa falsariga mi auguro che quest’anno il riconoscimento non sfugga a Mauro Covacich, con la sua “Città interiore”, a risarcimento dello Strega sfuggitogli due anni fa. Ho pure già dato un giudizio abbastanza positivo, su queste pagine semi-clandestine, alla concorrente Alssandra Sarchi, “La notte ha la mia voce”, opera ben condotta ma alquanto fragile, non credo che possa puntare al posto maggiore in graduatoria. Laura Pugno è una mia vecchia conoscenza, andrò a vedere con molta curiosità come si presenta l’ultima sua produzione, “La ragazza selvaggia”. Non so nulla di Donatella Di Pietrantonio, “L?arminauta”, da leggere e valutare nella prossima vacanza agostana. Mi tocca ora parlare di Stefano Massini e del suo “Qualcosa sui Lehman”, molto probabile concorrente alla vittoria finale, se non altro per la sua mole di più di 700 pagine, e per l’autorevolezza del narratore, a dire il vero sfuggitomi, forse per la sua collocazione nell’ambito del teatro, da me poco frequentato, dove egli se ne sta ben piazzato, addirittura nei panni di erede di Luca Ronconi, cui in effetti l’opera è dedicata. E a quanto pare è ben nota all’estero, in cui ha mietuto consensi a bizzeffe, come risulta dalle citazioni nel retro del libro. Cominciando la mia analisi in proprio, dirò che il titolo è ironico, con quel “qualcosa” di limitativo, mentre si dovrebbe leggere “tutto”, da voce enciclopedica, da wikipedia, sui Lehman Brothers, sì, proprio quella banca il cui crollo è stato al centro della depressione partita in quel momento, 2008, da cui non siamo ancora del tutto usciti. Osservo quindi che siamo di nuovo in un’area di sospensione tra il vero della storia e il verosimile spettante alla poesia, che è il dubbio amletico da cui risultano afflitte tutte le attuali autonarrazioni a pioggia. Qui non è il caso di “auto”, in quanto Massini di suo non ci mette proprio niente, ma segue pedissequamente i fatti della poderosa famiglia, in tutti i molti risvolti, accenni di crisi, passi avanti, marcia progressiva verso successi sempre più clamorosi. Non c’è quindi alcun estro immaginativo, in questa sterminata distesa di riscontri puntuali, affidati a una lunga sequela di nascite e morti, tanto che per seguirla bisogna tenere d’occhio la lista dei personaggi, l’albero genealogico offertoci proprio in apertura, con un curioso limite, incomprensibile, che cioè quel diligente diagramma è stato privato al completo delle presenze femminili. Eppure i vari modi con cui i pupilli della fortunata dinastia si sono conquistati i cuori delle mogli, sempre tenendo in vista lo scopo della fortuna crescente da inseguire, offrono un motivo di interesse, e pure di divertimento, dando prova di un estro che però, ancora una volta, non si sa in che misura accreditare al narratore o invece alla cronaca nuda e cruda, fedelmente ricalcata.
Massini ha ritenuto di conquistarsi un posto in proprio presentando questa materia soffocante per rigoglio sotto forma di ballata, ma il genere risulta improprio, a mettere in tavola tanta roba. Mi viene in mente l’aneddoto dell’angelo che, a un Agostino pensieroso nel meditare il dogma dell’infinità di Dio, gli fa presente che sarebbe come pretendere di i svuotare il mare a colpi di cucchiaino. Lo stesso si potrebbe dire anche per questa saga della grande famiglia, lo sbocconcellarne le vicende in tanti frammenti certo ravviva una piatta cronistoria, ma alla lunga stanca, invita a saltare i troppi passaggi intermedi, a cercare di estrarre il succo di tante vicende dispersive. Il tutto poi mi sembra, curiosamente, in piena dissidenza rispetto a una logica teatrale. Mettere in scena una simile miriade di personaggi richiederebbe una intera schiera di attori, roba da far tremare le vene e i polsi a qualsiasi produttore e regista. Vero è che proprio il padrino di questo opus magnum, Ronconi, era solito mandare in rovina chi avesse avuto la temeraria idea di mettere davvero in scena i lavori da lui escogitati. Il nostro Massini ci ha provato, ma non so quanto sia riuscito nell’impresa. Confesso che personalmente non ho retto a quel ritmo a singhiozzo, a quel minuto sgocciolio dei fatti. Tanto, si sapeva in partenza che la “family” sarebbe sempre stata unita e concorde nel procedere da un affare all’altro, dal cotone grezzo al caffé ai treni agli aerei, culminando nel sistema bancario. In fondo, c’è davvero del dramma, e un’autentica temperatura teatrale, quando nelle ultime pagine i membri della dinastia tornano tutti in scena, i vivi e i morti, slittando dall’ordine terreno cui si erano sempre attenuti verso una dimensione metafisica.
Stefano Massini, Qualcosa sui Lehman, Mondadori, pp. 773, euro 24.

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Macchiavelli: uno sterminio di stelle, e di luoghi comuni

Nelle mie requisitorie contro la “Felsina narratrix”, ricche di molte condanne e di poche assoluzioni, non mi sono mai espresso su colui che è il numero uno per quanto riguarda il filone, il più frequentato e amato, del giallo o del poliziesco, Loriano Macchiavelli. E’ ora che mi pronunci anche su di lui, approfittando dell’ultimo suo prodotto, “Uno sterminio di stelle”. Dico subito che lo considero un padre corrotto di figli a loro volta corrotti, se penso a Lucarelli, ma capaci di scantonare verso esiti più proficui (Verasani, Zap e Ida). Naturalmente Macchiavelli pratica alla grande tutti gli stereotipi del genere, che ha in comune con suoi colleghi di altre regioni e generi, basti pensare, per stare all’oggi, alle gesta del Montalbano di Camilleri, o del Commissario Cordier di una fortunata serie televisiva. E dunque, il detective principe, in questo caso Sarti Antonio, si deve distinguere per molto fiuto ma gestito in abiti dimessi, sempre pronto alla rivolta sprezzante e ironica verso superiori dispotici o addirittura corrotti, e portatore di tante innocue manie o tic escogitati per renderlo gradevole e alla mano. In Montalbano sarà il fare gli occhi di triglia, non solo per modo di dire, ai cibi che la governante gli fa trovare nel frigo. Cordier, appena può, va a mangiare la trippa, il nostro Sarti prende troppi caffè, nel che c’è anche una limitazione, in quanto si tratta di un prodotto che non concede molte varianti. Accanto a lui, ci sarà qualche bravo agente degno e zelante, meglio se in gonnella, qui in tale veste si presenta Prenotato Salvatrice. Tra i vari tic, c’è quello di fare il verso al linguaggio burocratico, presentando di continuo i personaggi con cognome anteposto al nome, come avviene nei verbali di polizia, e anche con insistita replica di epiteti, alla maniera della poesia epica di stampo omerico, che però è un accorgimento stilistico privo di rispondenza in altre simili cadenze, e dunque funziona a vuoto. Magari, per il pubblico bolognese, c’è il piacere di leggere vicende ambientate in un esatto quadro toponomastico, mi chiedo però come un aspetto del genere possa sedurre lettori di altre parti d’Italia, o addirittura del mondo. La novità di questo romanzo, non so se già sperimentata in precedenza dall’autore, sta in un antefatto che risale addirittura a due millenni fa, quando una squadra di barbari sottrae agli Etruschi signori dei luoghi un prezioso cimelio. Fra l’altro, data l’acribia filologica che l’autore dimostra in proposito, dichiaro il mio piacere nell’aver appreso che Felsina deriva da Velzna. E mi piace pure che il tutto prenda le mosse da un paesaggio che mi è caro, da Montovolo, svettante su Riola di Vergato, patria del da me molto amato Luigi Ontani, che infatti mi ha condotto in devoto pellegrinaggio su quel “pan di zucchero”. Però, non ne ho mai visitato il “mondo disotto”, che invece il Nostro qui mette in gioco, in quanto è da lì che i predatori sottraggono un favoloso tesoro, riuscendo a trasportarlo fino alla pianura che si estende attorno al Reno, ma là vengono raggiunti dai Felsinei vendicatori che li decapitano e gli spezzano i femori. Poi passano i secoli, e veniamo al presente, che Macchiavelli sa frequentare con più disinvoltura. Siamo agli scavi che in zona vengono effettuati per la costruzione del nuovo stadio bolognese, non so bene con quale fedeltà lo scrittore ricalchi il dossier relativo a quest’impresa. Che naturalmente si avvale di un architetto con velleità di archeologo, e qui sta il guaio, perché, quando gli scavi fanno apparire le illustri mummie, egli vorrebbe sospendere le operazioni, ma la ditta non se lo può permettere, e dunque il malcapitato fa la fine dei trucidati nei tempi lontani, i cadaveri aumentano di numero, il che apre lo spazio per le indagini di Sarti Antonio, contrastate, neanche dirlo, da superiori ottusi, o forse in combutta con i gestori delle operazioni, largamente succubi della mafia. Dirla infiltrata ovunque non fa mai male, è come condire un succulento piatto emiliano con una buona grattugiata di “forma”. Non è che il “mondo disotto” scompaia del tutto, esso continua a intervenire a singhiozzo, con qualche rispetto del mito lontano, infatti c’è un tale che si fissa nella possibilità di recuperare quella sacra reliquia, non avendo compreso che essa è stata trascinata altrove per sempre. Ma la sua custodia da vigile mastino sugli inutili segreti di quelle catacombe contrasta con un altro dei piani criminosi dell’azienda immanicata con la mafia, che sarebbe di servirsi di quei cunicoli per trasferirvi i detriti provocati dagli scavi dei lavori in corso. Il quadro si aggroviglia, si riempie di “ammazzatine” varie, per dirla nel linguaggio di Camilleri-Montalbano. Il guaio è che lo scioglimento del giallo non reca nessuna sorpresa, l’omicida altri non è che il custode degli scavi bolognesi, lo si era capito fin dal primo momento, come dire che l’assassino è un facente-funzione di maggiordomo. Temo che non andrò ad acquistare qualche altra puntata, vecchia o nuova, delle imprese di Sarti Antonio.
Loriano Macchiavelli, Uno sterminio di stelle. Sarti Antonio e il mondo disotto, Mondadori, pp. 317, euro 19.

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De Giovanni, parti buone e altre no

Nella pletora di autori dediti a praticare il giallo e il poliziesco da cui è caratterizzata l’attuale situazione della nostra narrativa, avevo già dichiarato una certa preferenza per il mestiere pulito e corretto manifestato da Maurizio De Giovanni. Lo avevo fatto nell’unica sede pubblica che mi è rimasta, “L’immaginazione”, a proposito di “Pane” della serie, fortunata anche per un trasferimento in TV, dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Ma il nostro autore ha tante frecce al suo arco, ovvero tanti tavoli, tanti telai su cui tessere, ci sta anche la serie fortunata che ha per protagonista il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, di cui ora De Giovanni ci ammannisce un’altra impresa, “Rondini d’inverno”. Dico subito che in parte vi trovo una conferma, così da replicare il mio giudizio positivo, ma in parte vi trovo pure tante componenti inutili di cui l’opera nel suo complesso risulterebbe più funzionale, se liberata come da zavorra inutilmente imbarcata. Purtroppo queste parti spurie e inconcludenti sono comuni anche ad altri produttori della stessa categoria, a cominciare da chi ne è il portabandiera, lo stesso Camilleri. C’è la tendenza a indugiare nei fatti sentimentali del conduttore delle indagini. Nel caso di Montalbano, sono davvero insopportabili le battute di quell’estenuante dialogo a distanza che ha con la sua amante a tempo perso, Livia, che ci gratifica di rare, incongrue, inopportune comparse in scena. Se ci portiamo alla serie fortunata d’oltralpe intitolata al Commissario Cordier, ugualmente insopportabili sono i duetti che la sua condotta rude, tutta azione e prontezza di riflessi, è costretto a intrattenere con quella macchietta del folclore italiota che è la moglie Lucia. Beati, al confronto, i casi in cui l’interlocutore è un maschio, non sospetto di omosessualità, come il Watson di Sherlock Holmes, o il capitano Hastings di Hercules Poirot. Qui è da considerarsi stucchevole e superflua tutta la porzione degli amori sospesi e irresoluti che il nostro Ricciardi intrattiene con tale Enrica, combattuto lui, e pure lei, dalla tentazioni di diverse soluzioni sentimentali. Ma c’è di peggio, ovvero la pretesa di accompagnare al nucleo centrale della trama un episodio secondario, qui costituito dalle circostanze alimentate da Lina, una prostituta gentile, nobile d’animo, oltre il lecito e il verosimile, che si sacrifica per mantenere un padre e un figlio ingrati, a sua volta trattata come santa in un casino di alto bordo, frequentato, come si andrebbe in chiesa, dal commissario in seconda, Raffaele Maione, con relative indagini e tormenti. Pagine inutili, che si potrebbero tranquillamente eliminare. Ma infine c’è il nucleo stretto della narrazione, e questo funziona davvero, con un enigmatico delitto che si compie coram populo, quando un attore sulla via del declino, Michelangelo Gelmi, secondo copione dovrebbe sparare in scena alla moglie, nella finzione e nella vita, Fedora Marra, più giovane di lui e in sicura ascesa. Ma beninteso dovrebbero essere colpi a salve, a vuoto, e così è nel caso di un primo sparo, diretto all’amante, sempre secondo la finzione scenica. Ma quello diretto alla moglie invece va a segno, e la povera Marra muore in un lago di sangue. Ci sarebbe un classico movente, la gelosia, per spiegare il gesto omicida del Gelmi, ma perché consumarlo così sfacciatamente in pubblico, come sperare di sottrarsi alla responsabilità? Però lo sventurato si difende coi denti, giura di non capire come quel proiettile sia entrato nel caricatore, visto che lui la pistola se la teneva sempre chiusa nel suo camerino, da cui non si sarebbe allontanato. Diciamo che in questo quadro tutto funziona al modo giusto, ogni personaggio è credibile, il Gelmi nella sua situazione di attore sulla via del tramonto, che si sente ormai incapace di trattenere a sé una moglie troppo vivace, sicuramente portata a farsi amanti più giovani. Azzeccata anche la trafila che porta a risolvere il rebus, infatti in quel teatro, lo Splendor, esiste pure una anziana tutto-fare, quella che dovrebbe essere la più ferma testimone circa il fatto che nessuno si è introdotto nel camerino, a mettere in canna il colpo fatale. Ma da lei si risale a un marito, e soldato agli ordini del Gelmi nella Grande Guerra, da cui è uscito distrutto, avendo protetto il superiore dallo scoppio di una granata, Si intravede pertanto la possibilità, da parte della moglie, di una vendetta in ritardo, Ma come mai, dopo tanti anni? Subentra un più valido motivo, che mette in gioco la figlia dei due, Italia, innamorata del giovane su cui la irrequieta e “mangiatrice d’uomini” Fedora ha messo gli occhi, sentendosi avvolta, catturata da una sorta di prezioso manto che il giovane traccia ogni sera, ma a livello di suoni, emettendo una sinfonia col suo mandolino. E dunque, Italia ha addirittura un doppio movente, nel porre in canna il fatale proiettile, vendicare seppure a posteriori il padre, far fuori colei che pretende di portargli via il giovane amato. E nella sua esasperazione la ragazza giunge perfino a sparare al commissario Ricciardi, quando capisce che lui è ormai sul punto di capire ogni cosa. Da qui il sottotitolo di questo romanzo, “Sipario per il commissario Ricciardi”. Anche questo è un topos ricorrente, nella narrativa del genere, prima o poi viene il turno che qualcuno spari all’investigatore principe. Ma sta anche scritto che, proprio come in teatro, questi si risollevi da terra e riprenda a indagare come prima. A meno che l’attore che lo impersona nella inevitabile trasposizione televisiva non abbia scadenze contrattuali, e allora bisogna eliminarlo davvero. Il che non è il nostro caso, e dunque lunga vita a Ricciardi, appuntamento a una prossima uscita. Quanto al titolo, che c’entrano le rondini? Qui a dire il vero un’altra buona soluzione del racconto, infatti nelle prime pagine compare una “rondine” ritornata al nido ma fuori tempo. E’ il mandolinista incolpevole, straziato per quegli eventi, andato all’estero per decenni a medicare la piaga, ma poi tornato a casa, e pronto a narrarci la storia.
Maurizio De Giovanni, Rondini d’inverno. Einaudi stile libero, pp. 356, euro 19.

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Letteratura

Problemi di “autonarrazione”

Ho già osservato, domenica scorsa, parlando del romanzo di Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”, dell’infittirsi, in questo momento, e nella narrativa di casa nostra, di opere rientranti nel filone detto dell’auto-narrazione, o se si preferisce, dell’”autofiction”. Prova eloquente, il fatto che nella cinquina dello Strega appena assegnato ben quattro prove rientrassero in questa categoria, accomunate peraltro da una certa mediocrità. Per cui, al contrario, spiccava l’unica prova, di Matteo Nucci, già per il fatto stesso di uscire dalle righe. Del resto questo nutrito quanto esangue plotone fa corteo a una serie di produzioni ben più valide procedenti nello stesso senso, di cui mi sono occupato qui o altrove, vedi alle voci di Covacich, Mari, Brizzi e così via. Merita pertanto aprire un’indagine su un fenomeno così vasto. Come si sa, mi valgo con insistenza della bipartizione proposta da Spinazzola, tra un New Italian Realism e una New Italian Epic. Questa seconda via, di andare a pescare validi spunti nel passato, nella storia, o nel futuro, o comunque nell’altrove, richiede un forte investimento inventivo, e dunque appare ardua da battere. L’altra rischia di affondare nel trito e risaputo, e soprattutto di soffrire per una carenza della componente principale della “fiction”, cioè proprio della presenza di una trama, di un motivo “fittizio”. Seguire invece diligentemente una sequenza di fatti, propri o altrui, come si sono svolti, offre una specie di valida ringhiera di appoggio. Osservo, tra le righe, che io stesso, in una ripresa di attività pittorica, che ovviamente interessa l’altro fonte della mia persona, quello rivolto al visivo, avverto una medesima fatica a livello di invenzione autonoma di forme, e dunque seguo fedelmente la traccia di un “vero” quale mi viene fornito dalle foto del reale, oggi così abbondantemente ottenibili anche solo attraverso la pratica dei cellulari, Per questa via si potrebbe spiegare l’attuale eclissi di motivi “fittizi”, il che però non risolve il problema. In merito devo lodare la prontezza con cui “il Verri” ha fatto uscire un numero quasi unico intitolato appunto a “l’io in finzione”, con contributi che però trovo troppo analitici, affidati a speculazioni forse un po’ troppo sottili. Naturalmente, che al centro di qualsivoglia pratica di autofinzione ci sia il ricorso al soggetto di prima persona, non è certo elemento decisivo, anzi, tutti i cultori della critica narrativa sanno bene quanto sia forte, cogente l’avviso ai naviganti, non si osi confondere il Marcel che dice io nella grande “Recherche”, col Marcel Proust in carne e ossa, che pure ne è stato il tenace e instancabile produttore. Su un fronte opposto, anche l’”io di merda” proclamato da Céline esige lo stesso trattamento precauzionale, anche in quel caso bisogna distinguere tra il personaggio, che assume una maschera volutamente degradante, e l’uomo, come ci appare quando se la toglie. Ma allora, che fare? Come distinguere tra il “vero”, cioè una documentazione dei fatti, propri o altrui, che si affidano al criterio della precisione, della “storia”, passibili di rispondere a un andare a vedere coi propri occhi (questa in definitiva l’origine etimologica della storia, dall’”id” greco, della vista, che si cela dietro una “esse” assunta solo per ragioni di eufemia), e invece coefficienti “finzionali”, in cui cioè dal vero, storico, si passa al verosimile, tipico della funzione poetica? Aristotele in merito “docet”. Credo che tocchi all’autore distribuire in corso d’opera segnali, tracce, piste per indicare il crocevia, l’imbocco di una pista piuttosto che di un’altra. E al critico, al lettore spetta una decisione dello stesso tipo, stabilire in quale categoria, tra vero e verosimile, storia o finzione, si debba valutare quella certa opera. Voler affidare questo discrimine a una serie di indizi semantici, semiotici, formali è impresa forse troppo difficile e in fin dei conti sterile.

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Rollo e l”autonarrazione”

Allo Strega di quest’anno si è creata una situazione curiosa, se si pensa che ben quattro delle cinque opere entrate in finale, e in attesa dell’assegnazione del Premio, sono di natura sospesa tra l’autobiografia, ora detta autonarrazione, e l’intervento di margini consistenti di “fiction”, sia nel senso tecnico, anglosassone della parola, sia anche nel volgare italiano di “finzione”. Sorge cioè l’interrogativo, fino a che punto gli autori parlano davvero di sé, o invece introducono elementi di invenzione? Questo vale sia per il primo arrivato nella votazione provvisoria, Paolo Cognetti, “Le otto montagne”, per Teresa Ciabatti, numero due con “La più amata”, e a seguire Wanda Marasco, “La compagnia delle anime finte”, Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”. Unico a cantare fuori dal coro, Matteo Nucci col suo “E’ giusto obbedire alla notte”. Il problema si allarga a macchia d’olio se aggiungiamo a questa pattuglia non esigua altre autonarrazioni condotte da firme più celebri, di cui mi sono occupato o in questa sede o in quella ufficiale dell’”Immaginazione”. Mi limito a elencarne i nomi: Michele Mari, Mauro Covacich, Enrico Brizzi. Giunge pertanto del tutto a proposito l’ultimo numero del “Verri” intitolato proprio all’”io in finzione”. Questione difficile da risolvere, si potrebbe chiosare che forse basterebbe chiedere allo scrivente una “autodichiarazione”, dica lui, o lei, a lettori e critici in quale categoria si voglia porre, dato che i metri di giudizio cambiano, un lavoro autobiografico si colloca nella categoria del vero storico, mentre se prevale la componente della “fiction”, subentra il verosimile, come già Aristotele ci aveva detto.
In attesa della votazione allo Strega, di cui mi occuperò nei prossimi “pollici” per l’”Immaginazione”, comincio a parlare del contributo di Rollo, dato che la rivista di Manni ha un severo codice per cui non se ne possono recensire sulle sue colonne i libri pubblicati sotto la sua sigla. Attendo con curiosità di vedere come il prodotto di Rollo verrà collocato all’atto finale dello Strega. Se valutato al palo di partenza, non ci sono ragioni di anteporlo o posporlo ai suoi concorrenti. E’ nel complesso forse l’opera più pulita e onesta, ovvero, rifacendomi al tormentone di cui sopra, è quella che tende di più al polo della “storia”. Questa parola, vale la pena ricordare ancora una volta, deriva dalla radice greca ”id”, del vedere coi propri occhi. Discrepanza curiosa, dato che Rollo è stato a lungo il caposervizio della Feltrinelli proprio per la narrativa, e dunque ha visto sfilare sotto i suoi occhi decine di opere intente a praticare il valore contrario, il verosimile, l’invenzione, l’intreccio, piuttosto che la piatta documentazione. Forse Rollo si è comportato come lo chef di alta cucina, capace di consigliare o produrre piatti raffinati e complicati, che però quando si ciba personalmente preferisce un onesto salame e formaggio. E dunque, riferendosi al sottotitolo dell’opera in questione, “Il romanzo di una città e di una generazione”, c’è forse da togliere proprio il termine di “romanzo”, per il resto abbiamo un diario efficace, esauriente, ben articolato di una Milano, non certo da “bere”, ma anzi sondata negli anni duri del primo dopoguerra, quando forti erano i confini di classe, e il proletariato, da cui il narrante viene fuori, si trovava confinato ai margini, con esistenza, divertimenti, in una parola, possibilità di vita che risultavano in netto contrasto con quanto era concesso alle classi più agiate. Questo dramma sociale, puntualmente documentato, trova eco in tanti addentellati, mezzi di trasporti, edilizia, risorse. E dunque la testimonianza è davvero puntuale, fortemente plastica, anche per chi, come lo scrivente, non è proprio cittadino milanese, ma può vantare numerose frequentazioni della città ambrosiana, e quindi, attraverso i preziosi apporti dell’autore, può collocare tante tessere, seppure a ritroso, chiudere capitoli del passato, di cui gli sono giunte memorie, ricordi personali. Semmai, man mano che il narrante procede negli anni e si avvicina alla sua destinazione finale, di intellettuale posto in grado di lasciarsi alle spalle i limiti, le privazioni di un destino proletario, il discorso si fa meno convincente, anche perché sembra accelerare, come se Rollo, in definitiva, fosse riluttante a entrare nella funzione assunta, comportandosi, come si diceva, da cuoco più affezionato a certe diete semplici e alla buona, restio invece a indossare i panni di un agio e di una condizione superiore raggiunti. A fare da cerniera tra le due fasi può esserci l’incontro con Feltrinelli, e il dramma della sua tragica scomparsa, cui Rollo non manca di recare un commosso omaggio a posteriori. In proposito, gli potrei rimproverare che dai suoi ricordi di una Milano capitale dell’editoria egli ha escluso tutta la parte che riguarda la neoavanguardia e il Gruppo 63. Si sa bene che Giangiacomo ne è stato, fino alla sua scomparsa, l’affezionato e appassionato sostenitore, ma in queste pagine non compare traccia di quanto riguarda questa sua avventura. Per cui la mia preferenza va decisamente a favore dei capitoli in cui l’”educazione milanese” del Nostro si volge nel segno della penuria e del disagio.
Alberto Rollo, Un’educazione milanese. Manni, pp. 317, euro 16.

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Brizzi: una riuscita “viandanza”

I miei rimbrotti alla “Felsina narratrix” conoscono alcune eccezioni, una delle quali riguarda Stefano Benni, come è risultato da una mia noterella apparsa su queste pagine due domeniche fa, accompagnata però dall’ammonizione che l’autore si sappia controllare e vada alla ricerca di nuove fonti più autentiche. Un’altra eccezione va ai prodotti di cui è sempre fertile Enrico Brizzi. Anche per lui mi ero espresso in termini molto positivi a proposito del “Matrimonio di mio fratello”, con cui è entrato in modo autorevole nell’attuale mercato di (finta) autonarrazione, o comunque di cronache molto verosimili stese sulle angustie e conflitti dei nostri giorni. Ma Brizzi si raccomanda per avere impostato due filoni molto redditizi, quello di una narrativa di fantapolitica, che in luogo di tentare di rimettere in piedi ambiziosi panorami del passato (l’impresa in cui si perdono regolarmente i Wu Ming in formazione completa e che regolarmente gli rimpovero), si avventura invece a immaginare un futuro sensazionale, come quello di un Mussolina tanto furbo dal rovesciare le alleanze abbandonando al suo destino Hitler e facendosi accogliere tra le braccia degli Alleati, con tante conseguenze per lui vantaggiose. Un filone di questo genere, invece che obbligare a ricostruire un passato poco conosciuto, consente di proiettare in là di qualche anno degli scenari abbastanza noti. E poi c’è l’altro filone, dei percorsi a piedi per raggiungere mete illustri. Su questo terreno lo ha raggiunto proprio uno dei Wu Ming, che si fregia del numero 2 e pare corrispondere a Giovanni Cattabriga, di cui, sempre in queste pagine solitarie, ho lodato il recente “Sentiero luminoso”, che fa seguito a prove precedenti della medesima matura, ma che non può pretendere di strappare a Brizzi un titolo prioritario in imprese del genere. Inoltre non ho mancato di rilevare due inconvenienti, nell’operazione di Cattabriga: la monotonia del percorso, da Bologna a Milano, e la tentazione connessa di rialzarlo con tuffi in un certo sinistrismo di maniera, come quello di aprire una polemica contro l’alta velocità e perfino contro l’Expo, che era l’evento dominante l’anno scorso, quando il Wu Ming 2 ha immaginato la sua lunga camminata. Ma gli ho pure dato atto di aver introdotto due nozione molto utili, quella generale di “viandanza”, sigla efficace per tutto questo genere di operazioni. E di considerarlo anche un “wikisentiero”, dove cioè il volonteroso viandante arricchisce i suoi passi con continui riferimenti a wikipedia, da cui trarre ogni genere di notizie, storiche, economiche, turistiche, sui luoghi attraversati. Brizzi, al confronto, in questo suo “Sogno del drago”, può vantare una “viandanza” più lunga, come indicato diligentemente dal sottotitolo, “Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre”. Col vantaggio, a mio avviso, di non incontrare o di evitare abilmente, gli spettri del sinistrismo, come sarebbero le ostilità dei “Notav”. Per il resto, siamo a un’applicazione se possibile ancor più integrale dei lumi provenienti da Wikipedia. Il progetto soffrirebbe di una sua sostanziale monotonia, dato che Brizzi in questo caso rinuncia a inserirvi un rischioso compagno di viaggio, ovvero un “Pellegrino dalle braccia d’inchiostro”, come avveniva in un’opera del 2007, in cui, molto ingegnosamente, sulla trama da “sendero luminoso”, allora consistente nel percorso francigeno verso Roma, veniva inserito uno spunto da “giallo” poliziesco. Qui Brizzi intende fare il puro, non aggiungere alla pulizia del pellegrinaggio elementi spuri, però sa fare ampio uso di ogni suggerimento laterale, e dunque è pronto a offrirci notizie a iosa sui luoghi attraversati, con diligente ricostruzione di mappe geologiche, indicazioni climatiche, digressioni nel passato. Impariamo come andarono le cose ai tempi degli Alibigesi, e si indietreggia pure fino al Re Sole, e al disgraziato Luigi XVI, di cui vengono evocati in diretta gli ultimi giorni. Inoltre il pellegrino è abile nel tenere aperti i canali con le figlie che lo attendono trepide, il cellulare oggi riesce a compiere miracoli di questo genere, e ci sono i rapporti con i compagni di viaggio, che lo lasciano a turno, ma sostituiti da tanti altri incontri con turisti o pellegrini di tutti i generi e provenienze e stati sociali. Un patito manzoniano come me, poi, non può che apprezzare il puntuale parallelo che il nostro viandante stabilisce con l’itinerario del Diacono Martino, un pezzo di bravura che da solo vale a riscattare l’altrimenti bistrattata tragedia dell’”Adelchi”. Brizzi ci induce a credere che Don Lisander lo avesse preceduto davvero nell’andare a esplorare come dal Piemonte, forse attraverso il Moncenisio o il Monginevro, si poteva andare a raggiungere il campo di Carlo Magno, e indicargli il sentiero, anche in quel caso luminoso, per calare in Italia e sorprendere alle spalle le truppe longobarde. Naturalmente nel nostro caso conta solo l’andata, ma la seguiamo, vi aderiamo, nelle mille difficoltà, di passare la notte in luoghi protetti, di trovare cibo e ogni altro elemento di necessaria sussistenza. Sono allegate anche le mappe di questo percorso, che sembra interminabile, si complica, si blocca, come quello di una formichina che trova ostacoli ovunque. E vale anche il classico detto secondo cui “motus in fine velocior”, cioè quando la mitica destinazione, Santiago de Compostela, giunge finalmente a tiro, sembra che l’Autore se la voglia cavare in fretta, chiudere una vicenda che è già stata troppo lunga. Da quale parte dell’orizzonte, dell’ampia mappa dei generi letterari, l’industrioso Brizzi ci colpirà la prossima volta?
Enrico Brizzi. Il sogno del drago. Ponte alle grazie, pp. 318, euro 14,90.

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Albinati: un adulterio del tutto normale

L’anno scorso in queste mie pagine del tutto private avevo dato un pieno assenso al conferimento del Premio Strega a Edoardo Albinati con la sua “Scuola cattolica”, dichiarandolo il miglior rappresentante di quello che Spinazzola chiamerebbe un New Italian Realism, e io più prosaicamente un neo-neorealismo, volto a fare il ritratto della vita comune come si svolge ai nostri giorni, in una società malgrado tutto opulenta e affluente. Caso mai, in quell’opera bulimica l’errore dell’autore stava proprio nel voler uscite da una media statistica, che era capace di frequentare così bene, per inserire un fattaccio, quale il delitto del Circeo, i cui protagonisti con tutta evidenza si inoltravano in un cammino eccessivo e perverso. Ora a breve distanza, è come se Albinati avesse effettuato il prelievo di un campione di tessuto, da quella sua prova così vasta, andando a cavarne fuori “un adulterio”, ovvero un episodio del tutto normale e statisticamente frequente, presentandolo nei modi più ligi a come un qualcosa del genere si può ben supporre che si possa consumare nei nostri tempi. E dunque, incontro fortuito tra i due, entrambi inseriti nella buona società, come attesterebbero i nomi fastosi, Clementina lei, Eraldo lui, ma subito “abbassati” in abbreviazioni più correnti, Clem, Erri. Entrambi tutto sommato stanchi del ménage coniugale, con tanto di figli, ma non al punto di avere il coraggio di romperlo, decisi tutt’al più a prendersi una vacanza sessuale, ma nel rispetto di certi confini. Così per esempio “lui”, prima di ogni accoppiamento, si raccomanda che “lei” non gli lasci segni, graffi, altre tracce del trasporto erotico, che sarebbe difficile giustificare rientrando nella vita normale di coppia. Inoltre, altro segno dei tempi, entrambi restano collegati attraverso i rispettivi cellulari ai legittimi consorti, avendo tutt’al più attenzione a non far filtrare rumori, voci, altri indizi che rivelino la presenza del partner, Anche questo è tipico dei nostri tempi, e della narrativa che intende esserne copia conforme, il fermo proposito di evitare drammi sentimentali, legami affettivi nutriti in profondità. E c’è anche il tacito impegno, del narratore con se stesso, di evitare l’incidente, il caso, il fato, con inserimenti crudeli e spietati. Molte circostanze ci fanno stare con il fiato sospeso, temendo, o augurandoci ad ogni passo che scatti qualche sciagura. I due consumano, tra mille sotterfugi, la loro evasione sentimentale ovviamente su un’isola, con immersioni in un mare magnifico, in cui Clem si esibisce con maggiore scioltezza e capacità natatoria, ma creando un leggero clima di suspense. Forse si allontana troppo dal battello noleggiato, forse non riesce a rientrare a bordo? Sarebbe decisamente fuori luogo supporre l’intervento di uno squalo. E quando i due, felici come scolaretti in vacanza, se ne vanno in motorino, con guida maldestra, rasentando gli orli di un precipizio, non è che ci cadono, che ci scappa il morto? Ma no, il tutto, come già detto, rispetta un andamento medio che non prevede catastrofi. E così pure in albergo non ci sono spiacevoli incontri, comparse di terzi che magari conoscono uno dei due amanti e smascherano la loro tresca. Tutto insomma si svolge nella norma, ma con pienezza di dati sensoriali, atmosferici, natatori, e beninteso e prima di tutto erotici, con i due che applicano il manuale di tutte le pose corporali possibili. Ma il racconto non spinge mai i pedali in qualche direzione irreversibile, tiene le carte in sospeso, finché non c’è il ritorno all’ovile, che proprio la pausa intervenuta, la piacevole e distensiva parentesi, fanno apparire più accettabile. I due si lasciano con vaghe promesse di mantenere il rapporto, ma tutto ciò se ne sta “fuori quadro”, il bozzetto, il cartone ha esaurito il suo compito.
Edoardo Albinati, Un adulterio, Rizzoli, pp. 126, euro 16.

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