Letteratura

De Giovanni, un delicato “Souvenir”

Credo di aver già detto altra volta che ritengo Maurizio De Giovanni il miglior giallista del momento, come conferma questo suo “Souvenir”, legato alla serie dei Bastardi di Pizzofalcone. Un’ottima e simpatica squadra di agenti, che ben riscattano la cattiva nomea da cui sono accompagnati, comportandosi invece con acume, prontezza di riflessi, simpatia dei loro casi umani. Proprio non si vede perché la nostra Rai abbia rinunciato a produrre nuovi episodi di questo filone, ma sembra proprio che un limite incancellabile delle nostre “fiction” televisive stia proprio nella fragilità e inconsistenza con cui si sfruttano anche le migliori combinazioni. Gli altri Paesi ci propinano infinite varianti dei loro Commissari Cordier e Comandanti Florent e Ispettori Barnaby, mentre noi non osiamo mai spingerci oltre pochi campioni, magari andando a rispolverare gli episodi di un Camilleri che però, proprio a causa di queste repliche, sta rivelando rughe, crepe, inverosimiglianze a catena. Mentre le storie che ci propina De Giovanni brillano proprio per un senso della misura e della credibilità delle vicende, niente di simile allo smaccato sfruttamento dell’orrido delittuoso cui si concede l’eroe nazionale Saviano, cui sembra che sia concessa una “licenza di uccidere”. Uno come lui che vive di accuse alla camorra ne può ricavare una sicura rendita di posizione, col diritto conquistato di calcare la mano fino all’eccesso. Mentre il nostro De Giovanni procede al contrario nel nome di una perfetta credibilità di casi. Come questo, di un italo-americano tornato a Sorrento, con la sorella, e soprattutto con la madre, grande diva del cinema del passato, mosso non si sa bene da quale scopo. Ma certo si infila in qualche triste storia che lo porta a recarsi con insistenza in una via malfamata di Napoli, a indagare, a fare ricerche, fino a suscitare il sospetto di due truci guardaspalle di un capo locale della camorra, che cercano di eliminarlo brutalmente. Come si vede, un “affaire” che in sé non ha nulla di eccezionale, ma viceversa eccezionale è la storia che la nostra brava squadra, con perfetto gioco combinato, riesce a ricostruire passo passo. A Sorrento, in altro tempo, si è consumata una romantica vicenda di amore e morte. La grande attrice statunitense, al colmo del suo successo, come una Ingrid Bergman che incontra un suo Rossellini, trova in realtà un modesto personaggio locale, ma tanto poetico nell’anima. I due concepiscono assieme un figlio, che è proprio il malcapitato che ora, messo sull’avviso da un epistolario fortunosamente ritrovato, muove alla ricerca del padre, o di una sorellastra, che costui ha avuto, essendo stato costretto ad abbandonare la tanto amata attrice, il cui produttore non le ha consentito di sputtanarsi facendo conoscere al mondo quel legame di basso conio, anche se condito con tanto sentimento. E dunque, lo statunitense, di nome Ethan, conduce una doppia “recherche”, di un padre, però già deceduto, e di una sorellastra che ancora esiste, ma che si deve nascondere dalla malavita, di cui è stata al servizio, e di cui conosce troppi segreti per poter essere lasciata in pace. Fin qui il dramma romantico, magari anche kitsch, svenevole, però condotto con mano delicata, non spiacevole, che fa versare qualche lacrima anche a un lettore smaliziato. Come sempre, accanto ai cattivi d’obbligo, ci sono pure i cattivi per procura, cioè le forze dell’ordine, anche loro alla ricerca della figliastra nascosta, quasi in una gara a chi la trova per primo. I nostri Bastardi si muovono con delicatezza, combattendo sui due fronti, e infine consentendo alla donna di riparare negli USA, dove il figlio che porta in seno e ne rallenta le mosse, potrà nascere con una cittadinanza che lo metterà al riparo dalla nostra delinquenza. La figura più riuscita del drammone è proprio l’anziana attrice americana, Charlotte Wood, ora divenuta una vecchietta svanita, fuori di senno, che proprio per questo ha cancellato il peso degli anni trascorsi e dialoga coi presenti come fossero i protagonisti di quel lontano tempo magico. I nostri Bastardi svolgono molto bene il loro compito di protettori dei guai, smarrimenti, sogni altrui, in cui del resto ritrovano qualche eco degli stessi problemi che assediano le loro esistenze personali.
Maurizio De Giovanni, Souvenir, Einaudi stile libero, pp, 328, euro 19.

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Larocchi tra rugiada e cristalli

Nell’ultimo RicercaBO (3-4 novembre 2017) è comparsa una poetessa, Marica Larocchi, che ha rappresentato la sua arte nel modo migliore e più essenziale. A dire il vero, non è comparsa per niente, per ragioni di salute, ma c’è stato chi, molto bene, ha letto per lei alcuni poemetti inediti della raccolta “Nel paese dei totem”, che del resto ha fatto seguito a un volumetto, “Di rugiada e cristalli” in cui si sono manifestate le stesse virtù. Che consistono in una efficace congiunzione tra espressioni di cruda materialità, anche corporale, e invece squisiti riferimenti all’area nobile della parola. Una mirabile congiunzione di questa natura si incontra subito in due versetti di apertura: “Poca spuma di sangue si è rappresa /agli angoli dell’ultima parola”, dove i due riferimenti si alleggeriscono a vicenda, ma anche si danno concretezza, tangibilità. E la navigazione continua sempre su questa rotta bipartita, un colpo al cerchio, uno alla botte, come quando si parla di un risveglio “…di metafore estinte”. Buone le annotazioni di paesaggio, quando si parla della “…cute metallica dei laghi” (il freddo è nota costante di questi versi), su cui peraltro scorrono “tristi scafi grevi d’esiliati”, con un immediata crescita che ne fa delle “… fragili carcasse abbandonate / sulla battigia tra la morte e il sonno”. Insomma, è tutto un gioco sapiente tra la concretezza di sensazioni e impressioni immediate, e invece l’innalzamento a quote metaforiche. Eccellente per esempio questo verso: “Liquida come fiume è la mia voce”. Poi questo stesso senso di liquido scorrimento fa comparire degli “affluenti”, subito trascesi nella loro consistenza naturale in quanto fatti divenire delle parole “che un tuono iroso stempera nel mare”. Non ci meraviglieremo di apprendere che “Ci sono cavità nella memoria”, il dato materiale-esistenziale sempre presente, cui fa subito seguito un innalzamento lirico: “abitate da fluidi sortilegi”. Infine un’altra visione di comune esperienza, “A galla tra meduse e bacche marce” che viene immediatamente inquietata, sconvolta, messa in stato d’allarme, in quanto vi “…oscillano rottami di galassie”.

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Il poemetto in prosa di Voltolini

Da qualche tempo vengo denunciando i rischi di un indulgere in eccesso alla cosiddetta autonarrazione, il che porta i nostri narratori a stendere lunghi brogliacci pieni delle vicende proprie e altrui, di genitori, fratelli, amici, e affollati curricula sovraccarichi di mille prove, disgrazie, patimenti. Ultimo campione di queste operazioni alquanto asfittiche, Giorgio Falco con la sua “Ipotesi di una sconfitta”, dove la sconfitta potrebbe proprio consistere in una mancata capacità di abbreviare i tempi e i modi di questa confessione. A rimedio di un simile procedere inflazionato ho lodato le vie brev adottate sia dalle “Nughette” di Loenardo Canella sia il “Promemoria” di Bajani. Ora si aggiunge anche Dario Voltolini col suo “Pacific Palisades”, smilzo volumetto in cui sta racchiuso un materiale autobiografico, almeno all’apparenza, che altri averbbe potuto avere la tentazione di diluire fino a misure estreme. Invece vi si procede in modi parchi ed essenziali, appunto in nome di uno sfoltimento utile, che non lascia cadere nulla dell’aspetto casuale, esistenziale, di cose, episodi, eventi, tutti appesi al gusto dell’attimo, dell’epifania occasionale. Forse, in un confronto con i due casi precedenti, a Voltolini si potrebbe muovere il rimprovero di apparire malgrado tutto ancora troppo “normale”, ovvero alquanto diluito, lungo nella gittata delle sue riflessioni, e soprattutto egli appare alquanto riluttante a valersi di quei contrasti, tra il marginale e l’importante, il sacro e il profano, di cui invece danno prove più incalzanti i suoi “competitors”, su questo fronte di una scrittura volutamente brachilogica. Naturalmente si para in prospettiva il continente ben noto del poemetto in prosa, di cui ormai abbiamo imparato a conoscere le varie possibilità è misure. E’ una miscela i cui ingredienti, come in una ricetta culinaria, possono entrare in varia misura. Nel caso di Voltolini, evidentemente la componente prosa è del tutto predominante e lascia scarso margine alla sua controparte, la poesia, che del resto è un ospite pericoloso e che bisogna contenere, amministrare in dosi giuste, evitando che pretenda di pesare troppo nell’equilibrio complessivo del componimento.
Dario Voltolini, Pacific Palisades, Einaudi, pp. 78, euro 10.

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Dove sta la sconfitta di Falco

Mi trovo a riflettere sul romanzo di Giorgio Falco, “Ipotesi di una sconfitta”, che rientra alla perfezione nel genere oggi dominante dell’autonarrazione, della vera o simulata autobiografia. Mi chiedo se questa non sia proprio la sconfitta agitata nel titolo, di una intera ondata di narratori che, consapevoli di non poter fare a meno, nelle loro opere, di una struttura portante, volgarmente detta “trama”, la vanno a cercare affidandosi a una cronaca più o meno puntuale dei loro casi di vita, anche se magari questo è solo un pretesto, e le loro esistenze si sono svolte in modi del tutto diversi. Ma quello che conta, evidentemente, è il criterio adottato. Si sa che in alternativa c’è l’altro refugium peccatorun consistente nel ricorso alle trame del giallo o del poliziesco. Visto un simile stato predominante o invasivo, chi mi legge sa che in recenti puntate ho lodato il genere breve del piccolo poema in prosa, quasi un modo di lasciarsi alle spalle gravi some, preferendo apparire leggeri e disponibili. Pensando a opere precedenti dello stesso Falco, mi chiedo se in definitiva non era preferibile lo sforzo che egli ha condotto ne “La gemella H” di mettere in scena tanti motivi diegetici. Per esempio, un padre che fugge dagli orrori della Germania nazista, raggiunge la famiglia mandata in un esilio insolito a Bolzano, e infine conclude la sua esistenza erratica andando a fare l’ albergatore nei lidi romagnoli, alle prese, con la condotta ambigua e dialettica delle gemelle evocate nel titolo. Ingegnosi sforzi mitopietici, magari col rischio di cadere nell’inverosimile o nel pretestuoso, ma disposti ad affrontare la fatica del mestiere. Qui invece tutto si srotola alla perfezione, nel senso che il narratore penetra a meraviglia in una serie di ambienti, di istiuzioni socio-economiche dei nostri giorni, percorrendole, illustrandole con perfetta e smaliziata competenza. Forse addirittura, misurato su una sponda del genere, il nostro Falco vince la gara, la sua Milano è più veritiera, e vissuta in misura più integrale, rispetto a quella che ci ha offerto Alberto Rollo in un’operazione per tanti versi simili, e in fondo egli supera pure la monotonia, i fallimenti a catena che compromettono le confessioni di Vitaliano Trevisan, quando, in un romanzo recente, anch’egli ha messo da parte le chiavi deformanti di impronta psicoanalitica per darsi a un riporto fin troppo puntuale dei fatti, e dei fallimenti incontrati. Forse in entrambi i casi nuoce proprio l’ordine troppo lineare con cui si succedono le varie incombenze, professioni, mestieri volta a volta abbracciati, e offerti in una lunga geremiade. In fondo un modello lucido e positivo di tutta questa procedura lo si troverebbe in Aldo Busi, il quale però sa dare fuoco alle polveri, inventa passaggi sprezzanti, blasfemi, irrituali, qui invece i fatti , anche se ben caratterizzati, con piena competenza professionale, si susseguono secondo un ordine tutto sommato prevedibile. Anche se, per degli intellettuali come in definitiva sono i lettori di questo tipo di opere, è pur sempre piacevole il progressivo elevarsi delle occasioni, di un povero travet che, dopo essere passato per tutti i lavori più umili e degradanti, trova infine la sua retta via nella condizione di scrittore, nel che è anche un avvicinamento dei fatti allo stato effettuale dell’autobiografia. Molto divertenti, per esempio, sono le pagine in cui ci viene dato conto delle varie manovre per tentare di imporsi al Campiello, con qualche indubbia prossimità a circostanze vissuta davvero in prima persona dall’autore, che ad ogni buon conto cresce di importanza, rasenta o raggiunge addirittura il successo. Quindi, e con ciò ritorno al motivo si partenza, la sconfitta qui ipotizzata non è quella personale della vita che ci viene esposta, ma di un’intera ondata di scrittori che non sanno bene come uscire dal guado, come dotare di trame originali i loro edifici.
Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta. Einaudi stile libero, pp. 379, euro 19,50.

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Veltroni: scavi stratigrafici ben riusciti

E’ certamente lecito nutrire dubbi quando un personaggio distintosi in alcuni settori di attività, come per esempio la politica, avanzi titoli per meritare consenso anche in ambito di narrativa. Ma basterà andare a vedere se c’è della stoffa autentica, in quella pretesa, oppure no. Mi è capitato già almeno tre volte di darla buona nel caso di Walter Veltroni narratore, riconoscendo che in lui esiste un mondo autentico, pronto a riaffacciarsi da una prova all’altra, e oltretutto sorretto da una buona armatura, che poi in termini di romanzo corrisponde alla capacità di inserire nell’opera una valida trama. Di cui invece danno segni di carenza tanti narratori dei nostri giorni, tra i più patentati e anche capaci di riportare prestigiosi premi letterari. Mi è capitato di lamentare proprio su queste pagine il fatto che ora, come pugili in difficoltà che si attaccano al corpo a corpo con gli avversari, molti narratori di casa nostra praticano in eccesso o il “giallo”, o l’autonarrazione. Invece Walter Veltroni possiede una valida ricetta, di stabilire collegamenti a distanza, ricorrendo a colpi di bacchetta magica che però ha il merito di presentare con una buona aria di verosimiglianza. Penso a “La scoperta dell’alba”, dove la soluzione magica sta nel riuscire a collegarsi, per via di telefono, a distanza di tanti anni, con un se stesso della prima adolescenza. Per questa via si solca il tempo trascorso, si attraversano periodi ormai accantonati, in una specie di stratigrafia. Come se la vita e la storia fossero dei pasticci di carne, dei polpettoni da cui prelevare delle trance a diversi livelli di profondità. Col che ritroviamo un’altra delle imprese più consistenti del Veltroni narratore, il “Noi” del 2009, dove quel plurale di prima persona è proprio il cognome di una famiglia di lunga percorrenza, i cui drammi, stati d’animo, composizione anagrafica vengono saggiati proprio conducendo dei sondaggi periodici sul filo dei decenni, quasi con ricorso a una specie di TAC a fette. Poi, in merito a un dialogo con un padre scomparso, c’è stato pure il “Ciao”, penultimo nato, dove la telefonata rivelatrice, o il sondaggio, l’ecografia va a sondare i movimenti, le aspirazioni, i timori e speranze di un padre anche in questo caso troppo presto scomparso. Questi vari validi ingredienti ritornano ora in “Quando”, dove la soluzione della telefonata che supera il muro degli anni è sostituita da un fenomeno sicuramente di malcerta credibilità, ma si sa bene che la poesia è il regno non del vero bensì del verosimile. Questa volta il protagonista, Giovanni, nel lontano 1984, mentre partecipa a Roma, piazza San Giovanni, a una dimostrazione politica in morte di Berlinguer vene colpito dalla caduta accidentale di uno striscione, il che lo getta in un coma profondo, ritenuto irreversibile. Ma ecco il miracolo, che è poi un efficace espediente narratologico, di far risvegliare il sempreverde riportandolo ai nostri giorni. Come già in “Noi” o in “Ciao”, siamo a una ingegnosa navigazione tra due strati, poco alla volta il risvegliato ricostruisce lo strato di partenza, anni dello scorso fine-secolo, allietato dalla vicinanza dei genitori e di una bella ragazza conquistata sul campo dell’amore. Poi, vuoto, buio, come nella notte più cupa o nel vaneggiamento onirico più inconcludente, fino all’inopinata uscita dal coma, in cui nessuno sperava più, con la difficile opera di rieducazione del risorto allo strato in cui giacciono tutte le acquisizioni dei nostri tempi, telefonini, moneta unica, carta geopolitica interamente mutata, situazione partitica anch’essa radicalmente cambiata. Il racconto ha la possibilità di alimentarsi a ritmo alterno frugando tra passato e presente. Il rinato alla vita è simile a un Robinson Crusoe di nuovo conio, anzi, a un Venerdì che occorre rieducare con pazienza insegnandogli daccapo come si vive al giorno d’oggi, con i vari ritrovati che sono stupefacenti per chi si è fermato a un trentennio fa. Purtroppo il tempo non è trascorso invano, il padre è deceduto, la madre, rimbambita forse anche a causa del dolore patito per la perdita del figlio, giace ebete in un ospizio, l’amata Flavia, da brava ragazza qual era, è andata a trovare il promesso sposo entrato nella notte finché ha potuto, ma poi si è sentita autorizzata a costituirsi una nuova famiglia, però dalla breve unione con Giovanni è nata una figlia. Perfetto e sicuro nel gioco di rimbalzo tra passato e presente, il narratore ha qualche incertezza nel riabilitare il resuscitato a una vita normale. Come comportarsi con la figlia naturale, farsi riconoscere o lasciarla convinta di essere stata generata dall’attuale compagno della madre? E come la mettiamo sul piano dei sentimenti, ricucire con Flavia, o essere riconoscente verso la dottoressa che ha presieduto a questo suo supplemento di esistenza, fino a stabilire una relazione con lei? E come pagare il grosso debito verso una suora che giorno per giorno lo ha assistito, forse con qualche ricordo di una vicenda analoga, ma girata al maschile, presente nel capolavoro di Almodovar, “Habla con ella”? I dubbi, le incertezze di Giovanni sono condivisi dall’autore, che non sa bene quale soluzione adottare, si tiene le varie carte nella manica, quasi chiedendo a noi lettori di decidere. Ma c’è stata la valida forza e pertinenza di quel continuo giocare tra due livelli, al di qua e al di là dei tempi.
Walter Veltroni, Quando. Rizzoli, pp. 217, euro 19.

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Le nughette di Bajani

Attualmente la nostra narrativa è ostruita dal predominare di due filoni, il giallismo, dove è difficile stabilire se gli autori del cartaceo siano a rimorchio dei prodotti video o viceversa; e in alternativa assistiamo a un dilagare di autonarrazioni, di autobiografie più o meno trasposte, a mascherare una mancanza di capacità inventive. Forse il meglio ora è dato da agili formazioni intermedie tra prosa e poesia, approdanti alla ben nota misura del poemetto in prosa, anche senza dover invocare la formula estrema, ironica, consapevole del proprio estremismo, che Govenale e compagni hanno definito della prosa in prosa. Proprio su queste pagine ho lodato poco fa una serie bis di “Nughette” stese da Leonardo Canella, un corsaro libero che colpisce dalla periferia, con celeri incursioni, ritraendo subito la mano che ha scagliato i suoi dardi aguzzi. Gli può essere affiancato un personaggio ben più autorevole e centrale, Andrea Bajani, di cui ho avuto l’occasione di lodare la sua precedente “La vita non è in ordine alfabetico”, dove già si affidava al caso mediante una astuta formula di un docente illuminato, che invitava i suoi allievi a estrarre una lettera e a farne il fulcro di un racconto. Ora è come se Bajani avesse saltato una inutile cornice agendo direttamente, in proprio, e con un titolo scoperto “Promemoria”, divenendo lui stesso lo sfruttatore di tante “occasioni”, magari in accezione montaliana, o si potrebbe parlare anche delle epifanie joyciane, o con riferimento all’attuale civiltà elettronica potremmo anche riferirci ai twit. Si tratta infatti invariabilmente di brevi componimenti, anche se la misura non ne è fissa e stabile, l’autore procede “secondo quantità”, o “quanto basta”, per valerci di espressioni che compaiono in quei fogli di uso spicciolo che sono i menu dei ristoranti, o i ricettari di cucina. Potrei trasferire a Bajani tutte le consonanze di genere, anche nobilmente letterario, che già ho affibbiato alla produzione degli haiku di Canella. Si possono ricordare gli inviti a cena stesi da Orazio, o addirittura gli straordinari poemetti in prosa che Mallarmé ha composto in gran numero per convocare gli amici, letterati e artisti, a pranzi, merende, altri incontri conviviali. In un mio saggio di prossima uscita presso Mursia, “Il Simboilismo nella letteratura europea dell’Ottocento”, ho un capitolo dedicato al grande poeta francese in cui oso dire che forse il meglio della sua produzione sta proprio in questa ampia serie di documenti in apparenza “minori” e marginali. La virtù principale di questo vero e proprio genere sta nel saper mescolare sapientemente qualche tono elevato, sentenzioso, a immediate cadute nel prosaico più vile e banale. Non c’è bisogno di guardare lontano, basta analizzare il poemetto in prosa, lo haiku, o diciamo pure la nughetta stampata sulla copertina di questo aureo libretto, dove si parte con l’eterna questione di un amore da ritrovare, il che significa, appunto in accezione volgare, che la partner ce lo debba restituire “riparato”, come si farebbe per qualsiasi utensile domestico. Seguono di nuovo consigli di bassa routine, come l’invito a “non dimenticarla accesa”, quella fiamma ritrovata, equiparata alla luce emessa da una lampadina. Si sa che è utile spegnere una lampadina perché non si consumi troppo, e anche “per non farla fulminare”, con il consiglio aggiunto di “non guardarla fissa”. Delizioso è il gioco di sponda tra la futilità di certe circostanze materiali e invece le implicazioni d’ordine psicologico. E così via, ognuno di questi twit o haiku o nughette ci consegna una sfilza di note di tranquilla navigazione quotidiana, ma con improvvisi sussulti emotivi. Ognuno di noi tiene in casa una “lavagnetta”, o uno scartafaccio, in cui segna le incombenze della giornata cui adempiere: “sale grosso multa carta da regalo”. Una tranquilla routine, però rialzata da un sussulto finale: “andare Verano per la cremazione” dove la piccola navigazione quotidiana va a toccare una sfera di sentimenti, preferendo però non renderli espliciti. In conclusione, potrà essere questa via di “fare piccolo” una possibilità di salvezza per la narrativa dei nostri giorni?
Andrea Bajani, Promemoria, Einaudi, pp. 62, euro 10.

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Un felice RicercaBO (2017)

Venerdi 3 novembre pomeriggio e sabato 4 mattina si è svolto il RicercaBO 2017, decimo della serie bolognese. Com’è andata? Mi sembra che i presenti ne abbiano riportato un’impressione positiva, condivisa da me. Intanto, partiamo da un dato esterno ma significativo. Per la prima volta si è raggiunta una piena parità tra colletti rosa e azzurri, sei per parte, a riprova che le donne si stanno conquistando il diritto all’eguaglianza, per lo meno in attività leggere e sovrastrutturali come la letteratura e le arti, mentre lunga e dura resta la lotta per la penetrazione nei poteri forti, politica ed economia. Venendo alle indicazioni stilistiche, questa edizione si è caratterizzata per una supremazia della narrativa, o diciamo, per non comprometterci troppo, della prosa. Nelle edizioni precedenti i narratori vagavano incerti, tra realismo magico, clima favolistico, metafisico e simili. Quest’anno c’è stato un ritorno alla testimonianza diretta, ai drammi del presente, a un incalzante “qui e ora”, aperto, se si vuole dalle pagine di autoanalisi offerte da Paola Silvia Dolci, con un tono freddo e davvero clinico, ma affondante nei remoti recessi della vita psichica, a fornirci una attenta e puntuale “Daseinanalyse”. Che, si badi, è cosa assai diversa dalla autonarrazione, compiaciuta e tutto rovesciata sui dati sociali, in cui oggi incorrono tanti narratori “maggiori” che magari affollano i premi ufficiali. Anche quest’anno la un buon numero di testi è venuto dai partecipanti al Premio Calvino, che ovviamente restano inediti a pochi mesi dalla loro comparsa in quella sfilata, e quindi, con il consenso del Presidente di quel Premio, Mario Ugo Marchetti, RicercaBO è in grado di metterli alla prova, fornendo utili indicazioni agli editori, nel caso che le vogliano raccogliere. Ebbene, i quattro testi provenienti da quella sorgente confermano un tono aggressivo, seppure con ritmi e velocità, anche di lettura, molto diversi tra loro. Nicolò Cavallaro e Andrea Esposito vanno alla carica con brutalismo martellante, tanto che mi sono sentito autorizzato a fare un richiamo alla Gioventù cannibale, indimenticabile stagione anni Novanta e delle sessioni di RicercaRE, utili da menzionare anche in ricordo dello scomparso Severino Cesari, che col socio Repetti aveva diretto quella carica travolgente. Ho pure ricordato il giudizio che Edoardo Sanguineti, intervenuto a Reggio in una di quelle parate di nipotini, li aveva incoraggiati al suono do un celebre titolo di uno degli Spaghetti western: bravi, continuate così, a essere brutti, sporchi e cattivi. E’ una formula che conviene perfettamente ai due reduci dal Calvino sopra menzionati, trovandosi d’accordo con altri di provenienza autonoma, come Luca Bernardi, Simone Burratti e Luciano Mazziotta, quest’ultimo capace anche di portarci un altro fenomeno vivo e intrigante di questa edizione, l’ibridazione dei generi. Infatti il suo testo ha pure valenze teatrali, ovvero il dramma esistenziale si accampa nel chiuso di stanze protette, divampando al loro interno. Ritornando ai reduci dal Calvino, le due voci femminili rallentano, come hanno sottolineato le autrici con letture forse fin troppo pacate, e dunque nel loro caso da una scrittura nera, violenta, tempestosa si passa a toni bianchi, asettici in apparenza. Come il duo di adolescenti che, nel brano letto da Emanuela Canepa. sperimentano in modi prudenti e circospetti il dramma di una omosessualità latente, quasi mettendo in atto una delle autoanalisi promosse dalla Dolci. Dell’enorme romanzo steso da Serena Patrignanelli avevo conoscenza completa, avendolo presentato nel mini-festival che tengo ogni anno al Grand Hotel Savoia di Cortina, e dunque so bene quanto difficile sia poterlo apprezzare appieno alla lettura di un brano ridotto, dove compaiono solo pochi dei personaggi che lo animano, così numerosi, che nella pubblicazione che certo non mancherà consiglierei all’autrice di premettere la lista completa delle dramatis personae. Comunque, è un mondo di ragazzini abbandonati a loro stessi, senza padri né madri, intenti a raccapezzarsi in un paesaggio desolato di rovine, a montare con un industrioso quanto povero bricolage dei pezzi superstiti di un universo industriale naufragato. Questa potrebbe essere anche l’indicazione metaforica per l’intero destino di questa ondata di nuovi narratori, decisi appunto a fare da sé, a ritornare ai primordi del genere, pronti del resto a farne dei poemetti in prosa, quasi delle prose liriche, come sono quelle fornite da Piero Tallarico.
Di fronte a questa offensiva della narrativa, ma pronta a farsi carico di battute lirico-esistenziali, la poesia quest’anno ha fatto marcia indietro, lasciando alla sola Eva Macali il compito di testimoniare a favore di uno sperimentalismo pronto a disseminarsi sulla pagina, invece che raccogliersi e concentrarsi come nei testi in prosa. Il caso più esemplare è stato quello di Marica Larocchi, peraltro già assai nota, perfetta nel conciliare una quasi classicità metrica, di sfruttamento di esatti e corretti endecasillabi, che però compattano al loro interno una multiforme semantica volta ad appropriarsi di ogni possibile materia di esperienza. In fondo, anche i prosatori sopra ricordati avrebbero potuto tentare di far entrare le loro esperienze nel contenitore stretto dei versi, così come la Larocchi, a sua volta, potrebbe spargere le chiome e dare in soluzione continua i suoi arditi “cadaveri squisiti”. Le è risultata al fianco la più giovane Marilina Ciaco, anche lei intenta a far entrare un multiforme materiale di vita in forme eleganti e con qualche accento tradizionale.

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Sempre valide le Nughette di Canella

Al RicercaBO del 2013 Leonardo Canella ha riportato un buon successo con le sue “Nughette”, tanto da sentirsi autorizzato a offrirne ora una nuova serie, insistendo sulla medesima formula. Che forse si colloca proprio nello spazio intermedio, tra prosa e poesia, che sembra essere la migliore nota dominante del Ricercare impiantato in territorio bolognese, dopo la felice stagione reggiana. La prosa, o diciamo più precisamente la narrativa, a questo modo viene esentata dall’obbligo di darsi laboriose trame, andando a cercarle o in più o meno trasposte autobiografie, o nell’armamentario dei gialli di cui assai miglior dispensatrice è la televisione. D’altro canto la poesia trova una garanzia di non cadere nel “poetichese”, in un facile lirismo, o in un errore di segno opposto, in uno sperimentalismo troppo astruso e asettico. In realtà questi componimenti leggeri, delicati, sfuggenti si collocano malgrado tutto in tradizioni prestigiose. Non per nulla due delle serie incluse sono intitolate “Inviti a cena” e “Caffè”, col che siamo a una riedizione in veste attuale dei deliziosi poemetti con cui Orazio e altri poeti latini esprimevano il desiderio di avere ospiti ai loro banchetti (“Cenabis bene, mi Fabulle, apud me…”), magari anche con autorizzazione di portarsi dietro qualche “umbra”, qualche altro commensale, ma non troppi, per evitare che l’orrido puzzo di capra, di ascelle non lavate, rendesse l’aria irrespirabile, dal che si comprende che i Romani non erano poi frequentatori assidui delle terme. Ma invito Leonardo a leggere una parte notevolissima dell’opera di Mallarmé, costituita appunto dai biglietti di invito a cena o ad altro che mandava ad amici, il fior fiore del Parnaso parigino, giocando abilmente su indirizzi, numeri civici, frasi contorte, piene di analessi e prolessi. In fondo, anche queste nughette sono come tanti inviti a cena, dove fra l’altro l’invitante si vanta della sua bravura nel cuocere un’anatra all’arancia o nell’impastare un puré. Ma teme anche che l’anguilla scivoli già dal buco del lavandino. La prosa più piatta e banale, al limite con la volgarità, è sempre pronta a insidiare, a giocare di contropiede, coi suoi miscugli, dove la lattina di coca cola si unisce alle rane e ai preservativi. Ci sono poi, a fare da contraccolpo, le invocazioni in onore di ospiti ambiti e propiziatori, quasi con innalzamento fino ai sonetti erotici di Shakespeare. Il dato basso e pedestre è sempre pronto a farsi da parte per puntare verso l’ alto: “se ti avessi scoperchiato il cranio avrei visto il cielo stellato”. Immagine troppo elevata e nobile, e dunque conviene subito accennare a un passo indietro, al ribasso: “E il purè era niente male”, salvo poi a riprendere alla prima occasione il moto di risalita verso climi degni della New Age: “tra uno yogurt e le melanzane, c’è Dio che mi ha aspettato”. Oltre al ritmo verticale dal basso all’alto, se ne coglie anche uno orizzontale, tra frenate, nel procedere a pazienti elenchi di cose e circostanze, e invece improvvise accelerazioni, tanto che le singole parole rinunciano alla loro autonomia e si stringono in composti improvvisi, sul tipo di “grigiocespuglio”, “occhioperlaceo”. Qualcosa del genere avviene anche a livello visivo, come rivela la copertina del libello. Vi compaiono infatti delle figurine, come ritagliate da qualche album, ma non messe al posto giusto nel raccoglitore che gli spetta, anzi, accorpate tra loro, sovrapposte in modi innaturali.
Leonardo Canella, Nuove nughette, Edizioni Prufrock, pp, 78, euro 12.

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Verasani: una prova comvincente a metà

Non ho mai lesinato il mio consenso ai narratori che hanno nel loro consuntivo il merito di essere intervenuti ai fortunati incontri di RicercaRE, tra cui Grazia Verasani, ma naturalmente questo non è un obbligo permanente, sono ammesse variazioni di consenso. In merito a quest’ultima uscita, “La vita com’è”, il mio giudizio si ferma a metà strada, un po’ sì e un po’ no, anche se bisogna pur apprezzare l’onestà, l’autolimitazione espresse dall’autrice già nel titolo, e ulteriormente precisate nel sottotitolo, da prendere alla lettera. Si tratta davvero di una “storia di bar, piccioni, cimiteri e giovani scrittori”, dove, dico subito, i primi termini della sfilata sono accettabili, costituiscono quanto c’è di buono nella narrazione, mentre qualche difficoltà nasce alla comparsa in scena di “giovani scrittori”, che poi in realtà sono da declinare al singolare. Nella fattispecie c’è un unico Giovane Scrittore il cui intervento in scena suona sempre alquanto falso. Come del resto lo è l’ìntera serie dedicata alle lettere. Non se la cavano meglio un antecedente Scrittore tout court, e anche uno Sceneggiatore. Diciamo insomma che le maiuscole fanno risuonare, nell’intera vicenda, tasti alquanto falsi, mentre sono i piccoli eventi con cui non è affatto il caso di sprecare delle maiuscole, quelli che davvero fanno presa e costituiscono un apprezzabile tessuto. Come per esempio i numerosi bar in cui il personaggio che parla in prima persona, e che certo adombra in larga parte l’autrice stessa, va a fare le piccole colazioni, o si prende momenti di pausa, o di incontri con amici. Per fortuna questi episodi minimi sono costellati dalla presenza di cani che leccano il pavimento per raccoglierne le briciole dei cornetti caduti dalle labbra dei consumatori. Ed è divertente anche la guerra di nervi con la cliente che si impossessa del quotidiano del giorno, con tanto di asticciola, e non lo molla. Non è poi sbagliato inserire nella sfilata la vicenda del piccione che blocca l’incedere della protagonista a bordo di un’auto, come del resto apprezziamo la gatta maestosa che allieta l’altrimenti triste abitazione della madre. Abbastanza divertente è la goffaggine del padre novantenne che ancora pretende di toccare il fondoschiena di qualche signora, sollevando le rimostranze della moglie. Come si capisce, siamo nel quadro dell’autonarrazione, oggi così diffusa tra i nostri autori, forse per sfiducia nelle loro doti inventive a livello di trama. Ma se si cercasse di trovare la soluzione pescando nelle vicende professionali, di un autore in cerca non già di personaggi bensì di promozione, editoriale, pubblicitaria, giornalistica, allora la fantasia è scarsa, soprattutto se questo capitolo viene affidato al Giovane Scrittore e alla sua petulanza. La narratrice ce lo rende insopportabile, con le sue telefonate a tutte le ore, la sua sicumera e baldanza, C’è però da chiedersi se questo modo di comportarsi del Giovane Scrittore non sia semplicemente la malacopia dell’iter che la stessa narratrice ci snocciola, Ovvero, lei c’è già passata, per quelle tappe, e dunque, inutile irritarsi se qualcuno pretende di adempiere ai medesimi riti. Del resto, la nostra scrittrice senza maiuscola in definitiva lo comprende, accetta le avances dell’autorello, giunge perfino a baciarlo, gli promette aiuto. In conclusione, e in sede di bilancio, visto che affrontare “la vita com’è” non è poi fonte di tante risorse, e le tappe dell’ascesa al Parnaso, anche quelle, non sembrano una valida via d’uscita, forse si può consigliare alla Verasani di rimettere in pista la sua detective, Giorgia Cantini, dove ad assicurare al racconto una spina dorsale ci sono i delitti e gli altri reati, mentre l’indagine porta ad applicare una lente d’ingrandimento su “la vita com’è”, dandole evidenza e sapore.
Grazia Verasani, La vita com’è, La nave di Teseo, pp. 219, euro 17.

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Letteratura

Dan Brown: un buon prodotto di para-letteratura

La presenza dei romanzi di Dan Brown, con relativo successo, sta a dimostrare che esiste senza dubbio quanto viene detto para-letteratura, cioè la confezione di prodotti narrativi che si raccomandano per la scorrevolezza di trama, spingendo il lettore fino a trangugiare le centinaia di pagine e a non aver pace prima di giungere alla soluzione finale. Ma poi, il libro si accantona, e difficilmente si va a rileggerlo, se non sia per decifrare qualche passaggio rimasto oscuro. E beninteso nelle produzioni del Nostro di queste zone grigie, di questi reati contro la verosimiglianza, ce ne sono tanti. Ma poi ci sono gli aspetti accattivanti, tra cui la ricomparsa in scena di personaggi che abbiamo già apprezzato, con l’accorgimento di ripeterne i tratti, pur di inserire anche qualche opportuna variante. Questo identikit vale per una costellazione di prodotti, i “gialli”, ma anche i “phantasy”, o i “quattro passi nel delirio”, modalità che il narratore statunitense sa frequentare molto bene e amalgamare tra loro, ponendosi alla testa di una vasta schiera di concorrenti. Fenomeno non certo nuovo, basti pensare che opere del genere, legate al filone cavalleresco, erano riuscite a togliere il senno a Don Chisciotte. Noi, più fortunati, cediamo soltanto a un ricatto momentaneo, a una sbornia temporale, per poi rientrare nei panni normali,
E dunque, mi ero già divorato “Il Codice da Vinci” e il successivo “Inferno”, cui ora fa seguito “Origin”, ma con la persistenza del medesimo protagonista, Robert Langdon. E’ infatti imperativo che a condurre il gioco ci sia un personaggio dai tratti simpatici, alla mano, con qualche piccola e perdonabile limitazione, ma per il resto pieno di buon senso, di riflessi pronti. Si aggiunga che la specialità di Langdon sta nella decifrazione di simboli o acronimi e simili, facoltà molto adatta a condurre come delle tortuose cacce al tesoro, alla ricerca di qualche verità occulta. Dall’altra parte ci deve essere una figura volta a rappresentare il genio del male, colui che sta tramando una minaccia letale per il genere umano. In “Inferno” era un “cattivo” assoluto, Bertrand Zobrist, che però, ammettiamolo, aveva diagnosticato una minaccia reale per il genere umano, la sovrappopolazione, fino a escogitare una epidemia letale, la cui diffusione avrebbe fatto strage dei nostri simili, fino farli discendere a un numero sopportabile. In questo caso non c’è un “cattivo”, anzi, un essere dotato di ogni virtù, intelligenza, abilità affaristica, perfino simpatico nei suoi tratti, Edmond Kirsch, e in definitiva la sua minaccia è più accettabile, in quanto volta a darci risposte sui massimi quesiti, da dove veniamo e dove stiamo andando. Questi geni del male o del bene, è opportuno che scompaiano presto, facendosi essi stessi vittine di suicidio, per lasciare libero l’uomo “come noi”, cioè Langdon, con la sua corte dei “buoni”, a sbrigarsela in mezzo a un mare di guai, anche se il genere pretende che si giunga a un lieto fine. Una componente piacevole nei romanzi di Brown è che queste enormi, labirintiche cacce al tesoro si svolgano in genere in luoghi altamente deputati alla cultura, e in particolare alle arti visive, o almeno questo, per un frequentatore di quest’area come me, è motivo di soddisfazione, e bisogna anche ammettere che il nostro autore si informa coscienziosamente in materia, consulta a fondo le guide turistiche. In precedenza ci aveva portato con estrema competenza al Louvre, o agli Uffizi, a San Marco, qui si parte dal Museo Guggenhein di Bilbao, la maestosa costruzione di Frank Gehry. E diciamo pure che la ricognizione nelle sale di quell’edificio è condotta in modi del tutto soddisfacenti. Poi ci si porterà a Barcellona, con perfetto sfruttamento dei monumenti che vi si trovano realizzati dal genio di Gaudì, dalla Pedrera alla Sagrada Familia. Entrano sempre in scena dei poveri esseri che sono preda di lusinghe, di plagi mentali, indotti quindi ad attentare ai rappresentanti del bene, e naturalmente l’abilità del narratore suscita una ridda di sospetti. Chi sono i maligni che vogliono impedire a Kirsch di enunciare la sua tesi, tale da smentire di colpo tutte le religioni più difuse, che cioè non ci sia stato un Dio creatore, che l’evoluzione della vita sulla terra si sia svolta per forze proprie? C’è la monarchia spagnola, con un re moribondo, in cui non si ravvisano affatto i lineamenti decisionisti di Juan Carlos, mentre il principe in attesa di successione sembra davvero una copia conforme dell’attuale regnante Felipe. Ma la sua fidanzata, anche in questo caso distaccandosi dalla realtà, è una intraprendente donna in carriera, capace di porsi fattivamente a fianco dell’eroe Langdon. E ci sono alti prelati, non si sa se intenti a tramare, magari anche contro il Papa di Roma, fino a contrapporgli un antipapa. Tra le presenze più simpatiche c’è pure quella di un robot, di nome Winston, perfetto servitore del Kirsch conduttore dei giochi, perfino troppo bravo nell’eseguire alla perfezione qualsiasi incarico gli venga affidato, e questa non è certo una novità, siamo assediati, oltre che in narrativa, al cinema e alla televisione da una folla di umanoidi di questo tipo. Qui comincia anche a manifestarsi l’inferiorità di queste creazioni di para-letteratura rispetto ai campioni di una autentica creazione letteraria. Winston, con tutta la sua perfezione di servitore efficiente, è solo una stinta malacopia di una autentica progenitrice, messa in campo dal narratoe frnces Villiers de l’Isle-Adam un secolo e mezzo fa, nella sua “Eva futura”.
Ma avviamoci verso il fondo, quando alla fine l’autore è costretto a dare delle risposte, a sciogliere l’enigma. A proposito della nostra “origine”, è da apprezzare la sua difesa di una soluzione laica, aconfessionale, secondo cui la vita sarebbe nata da sé. Se non si è riusciti a riprodurre in laboratorio il passaggio da una chimica dell’inorganico alla comparsa di sostanze organiche, ciò sarebbe dovuto alla nostra incapacità di spingere l’indagine indietro nel tempo a sufficienza, ma quando avremo la possibilità di velocizzare all’estremo questa indagine, riusciremo finalmente ad assistere al miracolo, non più miracolo, di veder apparire il vivente, il biologico dall’inorganico. E dall’altra parte? Su questo punto Brown fa apparire i limiti di chi naviga nel facile continente della paraletteratura rispetto agli autentici creatori che pure si muovono entro questi filoni. La stessa velocità di proiezione che ci permetterebbe di ricostruire il passato ci consentirebbe di prevedere anche il futuro, Qui Brown ha una eccellente carta in mano, quando dichiara che si vedrebbe una macchia nera crescere a dismisura, significando la comparsa di un alieno tra noi, fino a ingigantirsi, a schiacciarci. Qui ci stava una ingegnosa una soluzione alla maniera di Lovecraft, di un’insidia, di un insetto crescente a dismisura, di un mostro gigantesco pronto a inghiottirci. Ma la soluzione di Brown si limita a vaticinare che questa minaccia altro non sarebbe se non la crescita illimitata dei robot, dell’intelligenza artificlale, del resto pronta a stringere un patto d’alleanza con noi poveri umani. Soluzione ovvia, buonista, conciliante, che ci manda a letto sereni e tranquillizzati, Ma forse non è questa la risposta che ci attendiamo da una letteratura che conti davvero.
Dan Brown, Origin, Mondadori, pp. 559. Euro 25.

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