Arte

Cucullu, Monterastelli, il vincolo che li unisce

Oggi intendo collegare tra loro le mostre di due artisti in apparenza, e forse anche in realtà, molto diversi tra loro, che però mi sembrano collegati da un filo di vicinanza, e che comunque sono molto interessanti. Il primo di questi è Luca Monterastelli (1983), emerso nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2015, curato da Vincenzo Trione, e ora ripreso in un’ampia monografia, distribuita sui tre piani espositivi del palazzetto di Lia Rumma a Milano, una istituzione privata che contende orgogliosamente lo spazio ai maggiori musei ambrosiani dediti al contemporaneo. Monterastelli intende materializzare i vincoli che allacciano tra loro i membri di una comunità umana. A dire il vero sembra che non ami la componente organica, carnale, dei nostri corpi, preferendo evidenziarne gli scheletri, nudi, spolpati, oppure mettendo a nudo il reticolo dei nostri gesti. Ma se il fine è unitario, l’artista ricorre a materiali piacevolmente diversi. Così, a pianterreno, questo tessuto di gesti potenziali è reso con tubature metalliche, rigide ma anche contorte, come se più che di esseri umani si trattasse ormai di robot, obbligati a movimenti angolosi e spezzati. Invece in un altro piano permane lo spolpamento delle nostre componenti organiche, ma per mettere a nudo degli scheletri silicei, come se fossimo diventati dei molluschi, le cui membra col tempo spariscono e ne resta solo una trama arida, calcinata, quasi come una serie di “ossi di seppia”. Se comunque entrambe queste apparizioni sono improntate a un plasticismo, robusto, ben tramato, c’è pure una terza modalità di apparizione in cui invece queste formazioni antropologiche vengono schiacciate contro la parete, e si pensa allora a qualche reperto archeologico, a tavolette mesopotamiche, che però dalla notte del passato potrebbero risvegliarsi a nuova attualità andando ad animare le pareti di edifici, in uno dei molti aspetti che l’”arte pubblica” potrebbe utilmente assumere, dando luogo a una serie di bassorilievi, di poca sporgenza ma pieni di animazione al loro interno.
Molto lontana per tante ragioni la mostra di Santiago Cucullu, nato quasi vent’anni prima del suo giovane corrispondente (1983), in Argentina, poi trasferitosi negli USA, e dunque a grande distanza dalla Romagna dove Monterastelli ha visto la luce, così come ben distante dalla Lia Rumma di Milano è la napoletana Galleria Umberto di Martino dove ora questo artista espone. Che però mi è stato molto vicino, avendolo io invitato nel 2002 a Officina America, piazzata a Bologna e in altre sedi emiliane, dove Cucullu aveva già dato valide dimostrazioni di “wall painting”, come va ripetuto per questa sua prestazione napoletana. Il tratto in comune con Monterastelli è nel fatto che lui pure traccia sulla parete il gomitolo di rapporti con cui si può manifestare la presenza di un essere vivente nello spazio, quasi che il “dripping” pollockiano si fosse raddrizzato, e invece che piovere sul pavimento, venisse proiettato sui muri. Anche in questo caso l’arruffato rotolo dei legamenti appare spolpato, sennonché tra i lacci, come di una piovra che si sia impadronita di una preda, sopravvivono le icone ben riconoscibili delle vittime. E se Monterastelli sa variare abilmente la sua presa attraverso il ricorso a materiali diversi, il suo socio lontano (e forse solo abusivamente da me chiamato in causa) gioca invece la carta delle dimensioni. Infatti talvolta queste soffici matasse si allargano, spaziose, elastiche, in un vasto tratto di parete, in altri casi vengono raccolte su piatti, su stoviglie, come se quella abbondante e fertile pioggia meritasse di essere raccolta su superfici e contenitori più minuti, come se una abbondante sorgente di liquido vitale, invece di sprecarsi per intero nel vuoto, venisse raccolta e conservata. Si pensa magari alle preziose secrezioni del caucciù estratte da tronchi altrimenti contorti, esagitati, improntati a un generoso spreco di sé.
Luca Monterastelli, Milano, Galleria Lia Rumma, fino al 13 gennaio. Santiago Cucullu, Napoli, Galleria Umberto Di Martino, fino al 12 marzo.

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