Arte

Dalla Cina un aiuto a favore del pennello

Le mie recenti prese di posizione a favore di un ritorno all’uso del pennello trovano ora uno straordinario punto d’appoggio in una mostra al Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano, un luogo che sta svolgendo una eccellente opera di ricognizione a tutto tondo. E’ una rassegna dal titolo eloquente: “The Act of Painting in Contemporary China”, con riferimento a una per me misteriosa tradizione, o ritualità denominata Jing Shen. Del resto questo mio nuovo positivo avvistamento fa subito seguito all’approvazione appena rivolta a un altro cinese, Li Songsong, qui neppure nominato, a riprova che la vendemmia potrebbe essere cospicua e multilaterale, come del resto conviene a un intero continente quale appunto la Cina. Aggiungo che non ritrovo neppure alcuno dei pittori da me a suo tempo esposti in “Officina Asia”, nell’ormai lontano 2004, se si fa eccezione di Wang Gongxin, peraltro più noto come videoartista, ed esposto non al PAC ma alla Malpensa.
Naturalmente l’attuale ritorno al pennello deve essere condotto “con juicio”, non come atto di selvaggia libertà, o di ritorno a vecchie tradizioni, bensì con riferimento ai nuovi mezzi tecnologici che pure tenterebbero di metterne fuori uso la ricomparsa in scena. Per esempio, è del tutto significativo il caso di Kan Xuan che riprende la millenaria tradizione della scrittura ad inchiostro nella versione ideografica tipica di quel Paese, colma di fantasia e di estro, diversamente dal deprimente razionalismo del nostro alfabeto. L’attuale maestro calligrafo espone i suoi virtuosismi su tanti monitor che ci permettono di ammirare il sapiente esercizio “in fieri”, mentre si fa sotto i nostri occhi. Se poi usciamo dal puro esercizio di scrittura, ecco le icone, leggere, eleganti, di Qiu Zhije, che trasformano certi motivi folclorici in deliziose macchine, non si sa se di piacere o di tortura. Dal pennello appuntito e pronto a ricamare si passa a un suo uso volutamente più grossolano e violento con Liao Guhoe, compilatore di brutali tatzebao dove l’immagine è subito completata da sferzanti frasi, anche se per noi illeggibili. C’è poi chi, come Yan Pei-Ming, lascia cadere del tutto la presenza della scrittura, portata a rallentare e frenare, per far esplodere una ribollente barbarie di animali inferociti e aggressivi, ma curiosamente dedica pure un omaggio al nostro Alighiero, colto nel rapporto gemellare con l’altra sua metà, con il Boetti con cui amava spartirsi. Un collegamento in diretta tra l’antica pratica del disegno a china, disteso con tracciato trasparente e liquido, e invece la mobilità del video, ci viene fornito da Chen ShaoXiong, che affronta il repertorio della civiltà urbana, o la presenza dei personaggi alla moda del giorno, ma appunto rifacendoli a mano, anche se resi fluenti dal nastro magnetico.
Se fin qui il messaggio figurativo, iconico, risulta compilato su misure ridotte, proprio come si conviene a fogli di un manoscritto, in altri casi il discorso si espande, come succede con Zhang Enli, fino a invadere tutte le pareti di un’ampia sala, il che mi ricorda una tappa nel mio passato, condotta con a fianco Francesca Alinovi, quando a Milano, Palazzo Reale, proposi, anno 1979, la mostra “Pittura ambiente”, ma allora l’attenzione andava solo ai nostri artisti occidentali, ora il testimone è ripreso e rilanciato dai loro colleghi dell’Estremo Oriente. Che inoltre hanno pure la virtù di passare prontamente da esiti iconici, figurativi, ad altri di pura fantasia aniconica, astratto-decorativa, e il tramite è dato pur sempre dalla frusciante, fragile traccia deposta dall’inchiostro di China. Li Huasheng insegue i ritmi tesi, allungati, ma non privi di brividi e sussulti, che scorgiamo anche nei nostri cardiogrammi, mentre Ding Yi compone ampi mosaici sfruttando in tutte le possibili combinazioni un motivo cruciforme, e beninteso dalle soluzioni su carta si potrebbe passare a imprimere quei minuti patterns su mattonelle o carte da parato. Nulla vieta poi che la trama minuta, quasi impalpabile degli apparati grafici possa partorire da sé all’improvviso delle escrescenze di portata oggettuale, si veda il caso di He Xiangyu che dopo aver disteso su superficie lievi gomitoli, nodi enigmatici di difficile soluzione, passa a dare consistenza volumetrica a quei pallidi fantasmi, erigendo piccoli monumenti all’insegna del precario, improntati al riuso di materiali di scarto, tra cui entrano perfino i denti sottostati a qualche dolorosa estrazione ma che ora si riscattano assumendo l’aria nobile di ciondoli preziosi. Insomma, dalle due alle tre dimensioni, andata e ritorno, come dimostra Xu Zhen, un caso di “citazione”, o di “ripetizione differente”, infatti l’artista entra in punta di piedi in un museo che custodisca preziosi vasi ceramici con i fianchi cosparsi di eleganti tatuaggi, ma imprime loro, senza parere, alcune deformazioni, ne piega i colli, come fossero di cigni, ne dirotta gli orifizi. Altre volte, armatosi con gli strumenti di un maestro pasticcere, ne fa sgorgare, affidandosi a materiali sintetici non commestibili, una selva di guglie o pinnacoli, come per istoriare la vasta superficie di una torta, che diviene anche simile a una carta geografica in rilievo. Insomma, questa ampia rassegna di un rinnovato “Act of Painting” sfida il triangolo di Kosuth, si mostra capace di rispondere punto su punto, di emulare la foto, l’oggetto stesso e la scrittura. Il pennello riesce a essere competitivo rispetto a quei pur legittimi concorrenti.
Jing Shen, The Act of Painting in Contemporary China, a cura di D. Quadrio e M. Torrigiani, Milano, PAC, fino al 6 settembre, cat. Silvana.

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