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De Cataldo, quattro passi nel caos

Ho preso atto più volte che la produzione di una narrativa “gialla” di carattere popolare sta dilagando, fenomeno non insolito negli annali del romanzo, basti pensare alla voga estrema dei poemi cavallereschi nel medioevo, fino a produrre la follia di Don Chisciotte, capace per ciò stesso di affrettarne anche l’inevitabile fine. Questo evento apotropaico non si è ancora compiuto nel nostro tempo, quindi non ci resta che andare a vedere chi, in tanto diluvio, si salvi o no. E’ quanto sto facendo sia in queste noticine private sia nelle poche apparizioni “in chiaro”, cioè in cartaceo, che mi sono concesse dalla rivista ”L’ Immaginazione”. Così, ho avuto un giudizio oscillante sul mio concittadino Lucarelli, tra consensi e dissensi, ho denunciato l’ambiguità di Saviano, tra il volto del santone ufficiale e invece lo spietato sfruttatore di una materia purulenta. Mi hanno convinto le scritture pulite e i buoni ingranaggi di Gianrico Carofiglio e di Maurizio De Giovanni, assieme alle prove appartate del duo bolognese Ida & Zap. Invece non avevo mai avuto occasione di misurarmi su uno degli autori di grido di questa ondata, Giancarlo De Cataldo, me ne dà il pretesto l’uscita di un suo “L’agente del Caos”, ma devo dichiarare subito la mia delusione, non lo metterei certo in una squadra di promossi assieme ai Carofiglio e De Giovanni, con cui peraltro risulta che abbia collaborato a più riprese. Fossi in sede di “Immaginazione”, si tratterebbe di un pollice verso. Parafrasando il titolo, possiamo dire che siamo di fronte non a un “agente”, bensì a un “autore del Caos”. Il che potrebbe anche essere un bene, se un narratore il caos riesce ad amministrarlo, ma questo non avviene nel prodotto del Nostro, che nel caos precipita in misura incontrollata. Tutt’al più, gli si potrebbe attribuire la categoria dello hellzapoppin, di una rapida sfilata di comparse mobili e cangianti, come del resto rivelano gli smilzi capitoletti di questa narrazione. C’è uno scrittore in prima persona che ha misteriosi incontri romani con un a sua volta misterioso avvocato, tale Alwin Flint, che vorrebbe convincerlo a scrivere la biografia di un suo cliente, anche lui personaggio misterioso e cangiante, fin nei nomi da attribuirgli, e nei natali da riconoscergli, con tante variazioni sul motivo, in una impazzita pallina di roulette che alla fine si arresta nella casella dove troviamo un Jay Dark. Che dire di questo protagonista? Gli si può attribuire ogni capacità e qualità, è un bricconcello che vive di furti, no, è un giovane forte e furbo, padrone di se stesso, a cominciare dal fisico che gli permette di guadagnare qualche soldo sottoponendosi a test su droghe varie, ingurgita zollette di zucchero intinte di succhi fatali, lsd o prodotti analoghi, che però sopporta con disinvoltura, o invece no, cade nel delirio, sprofonda in incubi, e noi con lui. Il tutto nell’ambito di un ugualmente misterioso progetto escogitato dalla CIA o comunque dai poteri forti, che sarebbe di sconfiggere i giovani hippies statunitensi, allergici alla guerra del Vietnam, rovinandoli sotto un diluvio di droga riversata a piene mani. Uno dei tratti positivi del romanzo sarebbe di portarci a rivivere gli anni ’60 dei Figli dei Fiori, o ancor prima della beat generation, con i suoi riti fastosi, in un San Francisco dei tempi d’oro, e relativi santoni, come per esempio l’apostolo appunto dei viaggi favoriti dall’acido lisergico, Timothy Leary. In fondo, la scapigliatura di De Cataldo vorrebbe far rinascere la scrittura libera e disinvolta di un William Burroughs, ma senza la capacità di darsi un ordine, una regia, vivendo di espedienti, di trovate momentanee, come avviene al suo eroe principale Jay Dark, un momento sull’altare, ma il momento dopo sprofondato nella polvere, nella disgrazia, da cui però sa sempre riscuotersi riuscendo a farsi finanziare, e a vivere alla grande zampettando da New York a Los Angeles a Londra. Però in definitiva gli unici momenti per noi lettori apprezzabili e a misura d’uomo sono gli incontri in trattorie romane, tra il narratore autorizzato e lo strano figuro che pretende di ingaggiarlo. E ci sono tanti altri personaggi che passano in rapida successione, il lettore non fa quasi a tempo a memorizzarli, è consigliabile che si procuri un taccuino per prendere nota dei nomi, se no, a un passaggio successivo, non si ricorda di chi si tratta, che cosa ha fatto, da dove viene. Del resto in genere si tratta di comparse di poca durata, di puri flatus vocis, come fuochi d’artificio che sfrigolano nel buio e nel vuoto. E come si sa, può anche succedere che taluni di questi ordigni non riescano ad accendersi, restino a pesare inerti sulla pagina.
Giancarlo De Cataldo, L’agente del caos, Einaudi stile libero, pp. 321, euro 19.

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