Letteratura

De Martino, un intrigante “fattaccio napoletano”

Ho ricevuto il romanzo di Alessandra De Martino, “Fattaccio napoletano”, e ne do un giudizio positivo, il che succede raramente per opere che mi arrivano non richieste e da editori non particolarmente noti. Come dice il titolo, siamo in pieno nella “napoletudine”, che resta un’area di consolidata presenza nella nostra narrativa vecchia e nuova. A livello storico, basta pensare al capolavoro di Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”, mentre anche di recente pure nelle cinquine dei due maggiori premi nazionali, Strega e Campiello, sono comparse delle cultrici di questo ambiente. Per il primo, ricordo Wanda Marasco e la sua “Compagnia delle anime finte”, da me accolta abbastanza bene proprio su queste pagine, per il secondo si può menzionare Donatella di Pietrantonio, “L’arminuta”, su cui viceversa non mi sono espresso con molto consenso. La De Martino si iscrive con efficacia in questo filone ricalcandone, ma anche esasperandone, i rispettivi stereotipi. Ci dà una folla di personaggi, col merito di dare spago a ciascuna delle loro vicende, delineando tanti medaglioni familiari, anche se non può evitare di nutrirli dei soliti elementi: penuria, miseria, fatica a sbarcare il lunario, aggravate da quello che era in passato, oggi forse non più, un dato di fatto connesso col degrado sociale, la procreazione di gran numero di figli, il che, a livello narrativo, alimenta le varie vicende risultanti di un materiale copioso, tanto da perderne il conto. Sicuramente la De Martino è abile nel giocare di sponda, entrando e uscendo da questi medaglioni, come fossero tanti dossier da arricchire di volta in volta di nuove pagine. Apprezzabile soprattutto l’aspetto linguistico, che sa conciliare molto bene un italiano corretto con voci dialettali. Anche lo sfondo sociale, il nostro Paese alle prese con gli ultimi conati del regime fascista, retroazione a imprese coloniali, trepida attesa che arrivino gli Americani, è ben delineato, anche se i protagonisti, che sono “povera gente”, cercano di tenersi lontani da queste trame capaci di procurare solo dei guai, a meno che qualcuno, più cinico di altri, non tenti di approfittarne. Si aggiunga che sullo sfondo c’è pure una trama da “giallo”, col che la nostra autrice rende omaggio a un dato oggi invasivo, ma lo fa però tenendolo prudentemente tra le quinte, mettendo in primo piano il brulicare delle saghe familiari. Certo è però che come stella polare del racconto c’è la scoperta di un cadavere, di una donna, Brigida De Luca, che sembrerebbe eccedere il livello basso del polipaio circostante, da nobile icona di cui anche quel sottobosco, intento avidamente alla chiacchiera, a tagliare i panni addosso al prossimo, non riesce, o non osa dire male. Eppure, il delitto c’è stato, la signora di inappuntabile comportamento, da vedova senza macchia, è stata soffocata nel letto, e un dato osceno è che l’appartamento è stato inondato da un disturbante sentore di piscio, nota stridente rispetto alla ieraticità con cui si presenta il cadavere della defunta. Forse era bene se la scrittrice si fosse fermata qui, mantenendo attorno alla morta un’aura di sospensione, di riserva, di mistero, altrimenti è risultato inevitabile che quella sacra icona venisse scomposta in brutali dati biografici. Infatti si viene a sapere poco alla volta che da fanciulla è stata “venduta” da una zia terribile a un signore potente che ha abusato di lei. Poi, un matrimonio riparatore, una collocazione in quella nicchia in cui la morte l’ha colpita, ma in realtà quell’esistenza solo in apparenza integerrima era macchiata da una relazione che la donna, ancora giovane e piacente, intratteneva con un “cattivo”, con una “camicia nera” pronta ad abusare di lei, come era avvenuto in un lontano passato, e perfino a “prestarla” a un complice, e proprio i due sarebbero colpevoli del barbaro assassinio. Ma lo scioglimento del plot è alquanto oscura, non del tutto convincente, per la ragione già indicata che la De Martino mette il “giallo” in secondo piano. A dominare il suo racconto c’è il vivente, ardente polipaio che si annida, come una colonia di mitili, nelle crepe del condominio popolare e negli spazi confinanti.
Alessandra De Martino, Fattaccio Napoletano, Astoria, pp. 228, euro 16.

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