Letteratura

Di Pietrantonio, ritorno all'”usato sicuro”

Continuo nel mio gioco preventivo di emettere giudizi sulla cinquina del Campiello, in anticipo sulla proclamazione ufficiale, e dunque ben diversamente da quanto mi è stato possibile fare circa nei confronti della cinquina dello Strega, su cui sono intervenuto il giorno dopo l’esito della votazione. Ma siccome i miei giudizi in merito sono stati affidati a una rivista che ha tempi rigidi di uscita, “L’immaginazione”, essi risulteranno noti in ritardo, in luogo dell’anticipo di cui godono i miei referti sul Campiello affidati al blog. Ho già detto che l’esito giusto sarebbe di riconoscere l’eccellenza di un autore come Mauro Covacich, ma temo l’impreparazione dei votanti, che dunque potrebbero preferirgli prodotti più facili. Questo vale anche per il laborioso documento di Massini, la storia dei Lehmann Brothers, che in definitiva potrebbe meritare anch’esso il primo premio. Purtroppo mi si dice che le preferenze di una giuria di votanti di scarso livello potrebbero andare allì”Arminauta” di Donatella Di Pietrantonio, confermando ancora una volta l’uscita di sicurezza, il preferire l’”usato sicuro”, che è lo stesso pregio o limite da riconoscersi anche alla terza arrivata allo Strega, Wanda Marasco col suo “La compagnia delle anime”. L’usato sicuro sta nel rivisitare ancora una volta il pauperismo meridionale, con la somma di privazioni, di vite immerse nella penuria, nella sofferenza, restando insomma in pieno realismo, senza il secondo “neo” di rilancio che a mio avviso riscatta talvolta prove del genere, anche se volte a rivisitare la “napoletudine”. L’”arminauta”in questione, ovvero la “ritornata”, sarebbe la lacrimevole vicenda di una figlia di povera famiglia del Sud, oberata da una delle piaghe del miserabilismo, ovvero di coppie che mettono al mondo troppi figli. Una di questi viene adottata da una famiglia più agiata, che sembra, al contrario, non riuscire a procreare una prole in proprio, per sterilità non si sa se di lui o di lei. Ma poi, e a lungo la decisione resta avvolta nel mistero, questi genitori adottivi rinviano al mittente la figlia presa in prestito, e così questa fanciulla, cresciuta negli agi, nella bambagia, si trova a un tratto restituita a un universo di povertà estrema. La famiglia ritrovata non è neppure in grado di darle un letto in proprio, costringendola a condividerlo con una sorella, Adriana, con cui del resto le riesce di stabilire un vero rapporto affettivo, nonostante che questa compagna sia afflitta da enuresi, per cui le avviene di pisciare nottetempo nel letto condiviso. E alla “ritornata” riesce di nutrire affezione anche verso un fratellino costretto nel limbo di una condizione down; o verso un vispo fratello maggiore, Vincenzo, che ovviamente adempie allo stereotipo, o realtà, tipici dell’universo della penuria e della forzata promiscuità, da cui gli viene l’impulso a commettere incesto con la ragazzina fin troppo perbene. capitatagli all’improvviso tra le braccia, e forse c’è anche da parte di lei una qualche rispondenza. Ma poi. si sa, lo stereotipo, o la realtà, ancora una volta così vogliono, il baldo ragazzo finisce male, muore mentre fugge in moto dopo un furto, inseguito dai carabinieri, andando a infilzarsi in una rete metallica. Anche dalla parte di là si ricade nello stereotipo, il rigetto della protagonista non è stato dovuto a ragioni lacrimevoli, come sarebbe una grave malattia della matrigna, ma al contrario dal fatto che questa è fin troppo arzilla, e avendo constatato che colpevole della mancata fecondazione era il marito, non ha esitato ad abbandonarlo mettendosi con un maschio fertile e rimanendo finalmente fecondata da lui, pertanto la figlia adottiva era divenuta inutile, ridondante. Del resto, diciamolo pure, la protagonista risulta del tutto incongrua sia da una parte che dall’altra, risultando a sé stante, fino a peccare di inverosimiglianza. L’autrice ne ha fatto un portento, una ragazzina brava a scuola, perfetta in tutto. E’ come se la Di Pietrantonio avesse voluto entrare nella sua stessa storia riservandosi un cantuccio privilegiato, capace di giudicare quelle usanze basse e ripugnanti, ma in questo modo anche essendo la prima a denunciarne la non rispondenza ai parametri del nostro vivere. Almeno la sua dirimpettaia dello Strega, la Marasco, una svista del genere non l’ha commessa, e ci ha servito in tavola una vicenda più coerente, chiusa per intero nell’inferno dei “bassi” napoletani. Ora mi resta da parlare, lo farò la domenica prossima, del quinto concorrente al Campiello, di Laura Pugno e della sua “Ragazza selvaggia”, che finalmente batte rotte più accettabili, ma senza ritrovare la forza del suo capolavoro iniziale, “Le sirene”.
Donatella Di Pietrantonio, “L’arminauta”, Einaudi, pp. 163, euro 17,50.

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