Attualità

Dom. 1-4-18 (ancora la costituzione)

Credo che a molti politici e giornalisti nostrani farebbe bene un ripasso delle norme costituzionali. Forse Di Maio la smetterebbe di proclamare un inesistente diritto di essere incaricato dal Presidente della Repubblica, con il suo 32%, di costituire il governo, senza alcuna garanzia di trovare i molti voti che gli mancano a costituire una maggioranza. Salvini, almeno, è più prudente e non proclama di avere un pari diritto, si accontenterebbe che l’incarico andasse comunque a una persona del suo schieramento, ma perché sa di avere alle spalle una larga coalizione, mentre i Cinque Stelle sono totalmente isolati. Ma veniamo al fatto più incredibile, cioè alla pretesa, di commentatori politici che pure dovrebbero intendersene, quali Ignazi, Pasquino, perfino Franco e tanti altri, secondo cui il rimanere fuori dai giochi, da parte del PD, è appunto incostituzionale, o addirittura immorale, o comunque dannoso, per il loro partito e per tutto il Paese. Chi ragiona così ignora una legge pressoché costante della democrazia, chi perde va all’opposizione, punto e basta, questo vuole la dignità, un corretto gioco delle parti, il rispetto dei dettami costituzionali. Se guardiamo i maggiori Paesi dell’Occidente, né Francia né Inghilterra né Usa hanno mai dato prova di un inciucio che abbia visto i vincitori, ma relativi, privi di maggioranza, raggranellare i voti mancanti con l’apporto dei perdenti. Questo è avvenuto, e trova conferma, solo in Germania, ma per la serietà delle due parti che vanno a stringere la “grosse coalition”. Da noi sarebbe invece solo inciucio, papocchio, trasformismo. Si vorrebbe che il Pd andasse cappello in mano, deferente, in ginocchio, a porgere il deretano a chi lo ha accusato, sbeffeggiato fino a ieri, subendo contrito e pentito il rito del “vaffanculo”. Naturalmente questa predica assurda ai danni della riluttanza del Pd a concepire una possibile alleanza con il M5S ha un addentellato, che prima quel partito debba cacciar via Renzi. Non sono gli organi di quel partito a dover decidere, no, sono gli illuminati consiglieri esterni, loro sì che se l’intendono, rispettosi del motto pronunciato dal Gattopardo, che in Italia bisogna soprattutto sconfiggere chi vuole cambiare davvero. I loro predecessori si sono accaniti a suo tempo contro Craxi, e in definitiva anche Prodi non è uscito bene, mandato via due volte dal governo e una dalla pole position in cui si trovava per essere eletto nostro Presidente. Ora continua l’accanimento terapeutico contro Renzi. Invece è un coro di lodi a favore di Aldo Moro. Ieri è comparso sul “Corriere” un articolo contorto, tra il dire e il non dire, come è suo costume, di Ernesto Galli della Loggia, di cui tuttavia una volta tanto condivido la conclusione. Moro non avrebbe cambiato nulla, con la sua soluzione compromissoria e di esito dubbio, fin dal titolo, delle “convergenze parallele”. Si loda uno statista mediocre, pronto ad ogni compromesso, si crocifigge chi invece ha tentato davvero di cambiare le cose.

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