Attualità

Dom. 10-2-18 (Italo)

Ritorno per una terza volta sulla questione se si debbano o no introdurre barriere doganali tra i vari Paesi. Uno dei sostenitori oltranzisti di un assoluto liberismo in tale materia è stato il nostro Ministro Carlo Calenda, però, intervistato dalla Berlinguer nel suo talk show, Cartabianca, ha ammesso qualche giorno fa che, in effetti, anche alcuni Paesi dell’Unione europea, come la Polonia e la Romania, sono molto lontani da noi nel costo del lavoro operaio, e dunque rischiano di farci una pericolosa concorrenza, se appunto, come del resto è prescritto dallo statuto dell’Unione, più che mai nei loro confronti è vietato porre ostacoli alla libera circolazione delle merci. La conclusione del Ministro è stata del tutto simile alla mia, che si doveva essere più cauti nell’ammetterli a pari grado tra di noi. Ma la cosa è già avvenuta, d’altra parte, proprio avvalendosi di questa stessa ammissione, si può ritenere che ben presto, quasi per il principio di un’ampia circolazione delle masse d’aria se non impedite da catene montane, anche quei Paesi si rimetteranno in linea coi nostri parametri. Ma credo che perché questo avvenga pure per la Cinindia, occorreranno numerosi decenni, e quindi nei loro confronti conviene adottare misure di contenimento.
Un fatto che si colloca in questa area di eventi economici è la scandalosa vendita di Italo da parte di un gruppo di privati a una società straniera, In proposito in un articolo odierno sul “Corriere della sera” Dario di Vico parla di una malaugurata “fatalità”, che cioè i nostri privati non ce la facciano a reggere il peso di aziende di vaste proporzioni. Io credo invece che sia il male insito in una conduzione privatistica, sta qui la ia eterna polemica con Francesco Giavazzi, accanito sostenitore della tesi secondo cui il privato è sempre meglio del pubblico. Questo può essere vero quando si tratta di medio-piccole industrie, dove senza dubbio i nostri operatori del privato si dimostrano capaci, come dimostra anche il buon esito dello export, quando invece si tratta di aziende di vaste dimenioni, non ce la fanno, ovvero non sopportano i rischi connessi, e alle prime difficoltà fuggono a gambe levate vendendo a chi capita capita, mossi solo dal proposito di ricavare dall’operazione lauti guadagni. Ovvero i nostri capitani non sono per nulla coraggiosi, ed è stato un errore immetterli, per sacrificare al mito della libera concorrenza, nel sistema nazionale del traffico ferroviario. A suo tempo mi sono chiesto in quale misura i soci di Italo abbiano pagato questo diritto di sfruttare una rete costruita con forte spesa di noi cittadini italiani. È ridicola ora la pretesa, avanzata nell’articolo del già menzionato Di Vico, di ricevere una qualche quota di compenso, da parte di chi, dei furbi venditori o dal subentrante straniero? Il bel risultato ora è appunto che in un ganglio vitale per il nostro sistema Pese è appunto entrato lo straniero, il che si viene a partecipare a industrie del latte o dei cosmetici, assai meno se si tratta della rete ferroviaria, o di quella delle comunicazioni, o di quella aerea. Si sanno i guai che questo principio secondo cui privatizzare è bello ha inflitto alla Telecom, al’Ilva, all’Alitalia. Ho già detto più volte che la differenza tra destra e sinistra passa proprio per questa frontiera: i grandi servizi nazionali non si privatizzano, la comunità deve assumersene gli oneri, certo evitando, se possibile, le ruberie, le lungaggini burocratiche, Ma l’inserire nell’organismo i privati porta senza dubbio a esiti peggiori.

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