Attualità

Dom. 19-11-17 (nella cabina)

Oggi, lunedì 20 novembre, sono appena rientrato da una settimana trascorsa a New York, il che spiega il ritardo di un giorno nella compilazione del mio solito domenicale, che per una volta tabto diventa un lunediale. Per me è stata anche una settimana di pausa dai piccoli attriti della nostra misera politichetta locale, di cui non ci sono tracce nella stampa nordamericana, Ma appena rientrato, e appena ho avuto modo di scorrere i nostri due quotidiani a maggiore tiratura, mi sono subito trovato immerso nelle solite patetiche questioni, ce la farà o no, la sinistra, a unirsi? Credo che in proposito valga una vecchia massima proposta dal defunto Guareschi, quando in una vignetta diceva all’incirca, in vista dei quesiti elettorali di quei tempo: nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin, o qualsivoglia delegato del PCI, allora leader della sinistra ufficiale, invece no, non ti vede, e dunque tu, militante di sinistra, sei libero di comportarti come meglio credi. Lasciamo perdere Dio, cui un sano esponente di sinistra non può dare molto credito, ma un appello a un voto incurante degli ordini di capi e capetti, questo sì, mi sembra valido. Ovvero, osservavo già nel precedente domenicale, è un incredibile errore quello di credere che i vari spezzoni del variegato arco piazzato a sinistra del PD si trascinino dietro compatti i rispettivi aderenti, con relative cifre molto basse, a rischio di non superare la soglia di sbarramento. Si può appunto pensare che nel segreto dell’urna un sano membro di quel largo fronte faccia i suoi conti, si attenga alla ragione di dare un voto utile. Per fortuna, su un qualche militante di base non agiscono motivi di ripicca, odio, vendetta personale, rivincita, che sono gli impulsi per cui mai i Bersani e D’Alema, e ora aggiungiamo pure i Grasso e Boldrini, accetteranno di votare per Renzi, quali che siano i più o meno virtuosi intermediari. Si sa bene che per loro l’unico motivo valido a farli ricredere e a votare in accordo col PD è che alla guida di questa formazione scompaia l’odiato invasore, Renzi stesso, questa è la conditio sine qua non per avere una loro adesione. Ma siccome nessuno può costringere il ritenuto usurpatore ad andarsene, visto che ha avuto un enorme consenso da parte dei simpatizzanti col suo partito, il discorso è chiuso, nessuno potrà mai riaprire quella porta. Ma appunto è un errore che nel prevedere l’esito delle prossime votazioni si debba fare la somma, o sottrazione matematica delle formazioni così come si presentano ora. Ci potranno sicuramente essere effetti di deriva, di attrazione, di confluenza, e questo sia nei collegi uninominali sia nella componente maggioritaria del voto dato per liste distinte. Insomma, non mi sembrano del tutto vane le speranze del renzismo di portare a casa una maggioranza relativa, rispetto ai due fronti avversi sia della destra berlusconiana-salviniana, sia dei Cinque stelle. Detto questo, resta arduo immaginare quale possa essere il passo successivo, capace di costituire davvero una maggioranza di governo.
In merito c’è una novità sensazionale, che apprendo dalla nostra stampa, ignorata invece da quella statunitense, troppo preoccupata nel seguire i casi del dittatore Mugawe, come si addice a una potenza che resta ancora di portata mondiale e non vuole farsi ghettizzare dalle faccende europee. Pare che perfino la grande, potente Merkel si trovi nei guai nel tentare di comporre una maggioranza di governo con varie rappresentanze tali da colmare la non sufficiente consistenza del suo partito. Si parla della necessità di ricorrere a nuove elezioni, come una Spagna qualunque, o forse come un’italia avviata anch’essa su questa brutta china. Ma allora, ci vorrebbe davvero un forte movimento europeo di opinione pubblica per ottenere che i vari Paesi si trovino uniti nell’adottare tutti insieme il criterio del ballottaggio, quello che ha funzionato per Macron, che purtroppo ha funzionato anche per Trump, e che avrebbe funzionato anche nel nostro Paese, se non se ne avesse avuto paura, votando contro la riforma costituzionale renziana, con una tarda conferma venuta, ma a giochi ormai fatti, da una pusillanime Corte costituzionale, che ha escluso a posteriori il ricorso al ballottaggio, ma quando l’ombra di questa ipotesi aveva già prodotto il malanno, cioè aveva agito come una spinta in più ad affossare la riforma proposta dal renzismo. Solo questa soluzione può essere la via del futuro per rimediare a esiti elettorali diversamente sempre più frammentati e senza possibilità di confluenze.

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