Attualità

Dom. 8-4-2018 (governo del Presidente)

Ho già deprecato, in passati domenicali, l’insipienza del popolo italiano che ha creduto ai “fake programs” elettorali, di Salvini con relativo impegno a rimandare a casa 600.000 immigrati, e di Di Maio, di dare a tutti un reddito di cittadinanza. Dopo l’esito disastroso delle elezioni mi sembra che i nostri politici si barcamenino come possono, vittime semmai delle loro false promesse e degli scopi divergenti che queste esprimevano. Una categoria di cui si può dire tutto il male possibile è quella dei commentatori politici, che ci assediano sia dalle colonne dei quotidiani, sia soprattutto dalle vane chiacchiere dei salotti televisivi. Fino a pochi giorni fa questa mala genia era quasi unanime nel prevedere l’intesa Lega-Cinque stelle, senza essere capace di fare un piccolo calcolo numerico. Salvini, per quanta fregola possa avere di andare al governo, sa bene che se si separa da FI, col suo 17% ha circa la metà dei voti della controparte, e dunque dovrebbe rinunciare all’ambizione di essere lui il presidente del consiglio. Come dicevo, non esiste una poltrona per due. La sua situazione è quella della tartaruga, che magari può avere in gran dispitto la corazza cui è costretta, ma sa bene che se vi rinuncia resta scoperta e indifesa. E dunque, Salvini ha bisogno, seppure obtorto collo, di avere in suo appoggio le altre due componenti della coalizione. L’annuncio che andranno tutti e tre assieme alle prossime consultazioni al Quirinale ha interrotto per sempre i sogni dei Pentastellati di andare al matrimonio con un compagno disposto a essere succube e minoritario. E allora Di Maio si è prontamente rivolto all’altro fronte, dimenticando la infinita serie di “vaffan” pronunciata contro i Pd, rinunciando perfino al veto opposto alla eventuale presenza di Renzi. Naturalmente questo suo spudorato voltafaccia fa del male, dato che tutti gli anti-renziani, così numerosi dentro il Pd, sono già pronti a rispondere a questo specchietto delle allodole, ad andare a leccare il deretano al vincitore accontentandosi di qualche posticino minore nella compagine del governo, pare però che il grosso del partito per il momento resiste. E allora? Credo sia facile previsione dire che Mattarella sarà costretto a fare il governo del Presidente, tutti dentro, resterebbero fuori solo i Pentastellati, a strillare come aquile spennate gridando all’inciucio, al tradimento del voto e così via. Naturalmente questo “tutti dentro”, anche col Pd, potrebbe avvenire solo con un capo del governo neutro, al di sopra delle parti, e con un programma minimo, mosso in definitiva dal proposito di preparare nuove elezioni formulando una legge capace di portarci fuori dalle secche, che si confermerebbero se si rimanesse al sistema attuale, magari rivisto in proporzionale puro. Ci vuole cioè un robusto premio di maggioranza, non so bene in quale misura la nostra pavida e indecisa a tutto corte costituzionale sarebbe disposta a concederlo. Basterebbe raggiungere il 35%, o ci vorrebbe un 40%? Naturalmente, una soluzione del genere null’altro sarebbe se non il ballottaggio previsto dalla riforma Renzi, che i politici, sobillati dall’iniquo popolo, hanno così dannosamente bocciato. Credo che l’intero Parlamento, Cinque Stelle comprese, sarebbe propenso a votare una riforma del genere, con la speranza che esca vincitore, o il blocco di centrodestra, o il solitario fronte pentastellato. Purtroppo per il mio Pd al momento anche così non ci sarebbero speranze, bisogna attendere che l’uno o l’altro di questi pretendenti al momento più titolati possa dimostrare quanto vane e inutili fossero, e saranno anche in una prossima campagna elettirale, le loro “fake” promesse. Insomma, il Pd, spero sempre col dinamico Renzi alla testa, si deve accingere a una lunga traversata del deserto se vuole sperare di risorgere a nuova vita.

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