Arte

Frida Kahlo, un’artista che resiste al mito

La bella e ampia mostra che il MUDEC di Milano dedica a Frida Kahlo (1907-1954) si propone di andare “oltre il mito”, come promette il sottotitolo, e ci riesce davvero, per lo scrupoloso saggio che le dedica il curatore, Diego Sileo, ad oggi uno dei migliori contributi stesi per la conoscenza dell’artista messicana. Ma il mito di Frida resiste, essendo forse il più consistente nell’intero panorama dell’arte femminile del secolo scorso, non saprei vedere quale altra presenza tra le donne potrebbe esserle contrapposta con speranza di successo. E lo dimostra la folla, che si assiepa davanti ad ogni opera presente nella rassegna, rendendo difficile la lettura delle relative didascalie, il che è sempre il segno eloquente del buon successo di una esposizione. Le ragioni di un simile mito sono tante, tutte da ricercare nel fatto che Frida ostenta, come trofei, tutti gli aspetti che pure avrebbero potuto costituire per lei un insopportabile handicap, a cominciare dal fatto stesso della sua femminilità, che in tutto il Novecento non era certo un fattore di successo. Si aggiunga la malattia, la poliomielite che la colpisce a pochi anni di vita facendone, si direbbe oggi, una “diversamente abile”, portata però a non nascondere questa sua menomazione, ma anzi ad ostentarla, quasi a farsene vanto, incitamento a ergersi rigida come una stele, come un fittone, al centro del quadro, facendo ruotare attorno a sé l’intero universo degli affetti, delle memorie, private e collettive. Si aggiunga la femminilità stessa, vissuta fino in fondo, attraverso l’amore nutrito per Diego Rivera, nonostante e forse proprio per la loro opposta natura, tanto da rinverdire il mito della “bella e la bestia”: lei, affetta da una anoressia costitutiva, divenuta arma di combattimento, di provocazione. Lui invece obeso, come una rana gonfiata, come un bue, come un ciclope con strati di carne ammassati attorno agli occhi. Straziante è la storia d’amore tra i due, anche perché, come ben noto, lui l’ha tradita a più riprese, ma anche per questo verso compare un connotato in linea con le nostre esigenze, che non accetterebbero una donna succube e prona, in eterna attesa che il maschio ritorni a lei. Frida seppe rendergli pan per focaccia, ebbe le sue avventure sentimentali, anche se l’immagine di lui era incorporata in lei, ficcata quasi nel suo DNA. Giusto anche il ruolo, perfino stilistico, che seppe tenere nei confronti del marito e dei suoi compagni di via, gli altri due muralisti messicani, Orozco e Siqueiros, tutti loro violenti nelle forme, massicci, esasperati, in preda a un machismo seppure di buona lega, nutrito dei giusti lieviti di una sinistra protestataria. Cui neppure lei rinuncia, ma forgiandone appunto una legittima versione al femminile, fatta di eleganza, sottigliezza, incisività, a cominciare dal quel suo raccogliersi su un’esile verticale. Giusto anche il rapporto con la fotografia, di cui comprese a fondo la centralità a venire, quasi anticipando i nostri tempi in cui l’arte si sarebbe affidata più all’obiettivo fotografico che al pennello. Ma lei seppe amministrare con sapienza il ricorso a entrambi gli strumenti. Tuttavia, al centro di tutto domina la sua auto-rappresentazione, come di essere arcano, disceso dal cielo, o sputato fuori dalle tenebre dell’inconscio, a indossare tutti i panni possibili, come per una sfilata di moda, da modella di se stessa, senza peraltro disprezzare i lati che potevano rendere sgradevole quella manifestazione di sé, a cominciare dalla leggera peluria tra naso e labbra, da mettere in conto a tutte le tracce della menomazione fisica. Ma accanto a una apparizione volutamente dimessa e prosaica, ecco subito le superbe assunzioni, come a chiamare attorno a sé oggetti, indumenti, esseri, umani e animali, degni di entrare in quella superba parata. Mantiglie favolose, abiti da sposa, o invece presenze animali, anche questo come valida intuizione anticipatrice, al giorno d’oggi è partita una crociata messianica a favore dei nostri compagni minori nell’universo delle esistenze organiche, Oppure feticci del passato, a riscattare le tradizioni, le radici del suo popolo. Come assistere a una scena fissa, dominata da un personaggio mutante, pronto ad assumere mille sembianze, ma anche a rientrare sempre nella propria pelle, padrone di sé, della propria esistenza.
Frida Kahlo. Oltre il mito, a cura di Diego Sileo. Milano, MUDEC, fino al 3 giugno, cat. 24ore cultura

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