Arte

Gilardi: un contrasto insanabile tra arte e biopolitica

Ho sul tavolo il grosso volume di Piero Gilardi, “La mia biopolitica”, col sottotitolo “Arte e lotta del vivente. Scritti 1963-2014”. Invano vi si cercherebbe qualche traccia di una mia presenza, che pure c’è stata, e molto attiva, al fianco di questo artista, ma non certo a favore di quella metà del suo impegno che, per me malauguratamente, ha preso la via delle lotte per nuovi orizzonti della psichiatria e comunque per mete di ordine sociale. Detto brutalmente, tutta quella metà del suo curriculum è sorta nell’esatta misura in cui Gilardi ha capito di non riuscire a mutare il volto e il copione dei suoi primi anni, in cui aveva recitato alla perfezione una strada che più “disimpegnata” di così non si poteva immaginare. Infatti, nella prima metà dei Sessanta, egli è stato un eccellente campione della Pop Art, cioè di un’arte volta a celebrare il consumismo, uno stato di società affluente, che credeva nel miraggio di una tecnologia adulta capace di sfidare la natura sul suo stesso terreno e di ricavarne prodotti migliori, più attraenti, per i salotti della buona borghesia, e non certo per le classi popolari. Siamo agli anni in cui in tutto il mondo occidentale si affermano appunto i riti della Pop Art a prevalente conduzione statunitense. Qui da noi cercano ci contrastarla, ma anche sbirciandone taluni esiti, i Pop di rito romano, ma gli episodi più forti si hanno a Torino, e proprio col duo rappresentato da Gilardi e da Michelangelo Pistoletto, che per nettezza e rigore di scelte distaccano compagni di via quali Ugo Nepolo e Aldo Mondino, pur validi anch’essi, capaci di soluzioni addirittura più personali. Ma solo loro due hanno diritto di accesso nell’olimpo in cui siedono e dominano gli Oldenburg, Lichtenstein, Warhol eccetera, come attestò, nel ’67, una perfetta mostra al Palazzo Grassi di Venezia, allora a conduzione Paolo Marinotti, quale erede della paterna Snia Viscosa, poi caduta nelle mani della Fiat, da cui il suo uso per alcuni anni di quella sede, prima che subentrasse Pinault. Gilardi era l’assoluto, sicuro, produttore dei facsimile di piante e frutti della terra, rifatti con i nuovi materiali sintetici, ed era appunto la celebrazione dell’artificio, che in quel momento si sentiva sovrano, pronto a fare dell’arte un convincente oggetto merceologico, ottimo per entrare nei salotti bene. Al suo fianco, in una molto diversa ma in sostanza equipollente impresa, stavano le limpide superfici specchianti di Pistoletto, che incorporavano, come un insetto in un blocco di cristallo, le immagini di persone anche in quel caso della buona società. Non si entrava in quegli specchi se non si era “qualcuno”. Tanta è la forza delle mode che in quel momento anche Gian Enzo Sperone appariva del tutto dedito a quella impresa, cosicché fu ben felice quando io, già del tutto convinto dell’eccellenza di quelle formazioni gilardiane, ne procurai una mostra in una Galleria bolognese, La Nuova Loggia, di buona routine commerciale, tanto che Sperone mi pregò di tentare di strappare ai padroni di casa, in quell’occasione, qualche acquisto di “tappeti di natura” per rimpinguare le magre casse sue e dell’allora eroe preferito della sua squadra. Ma i tempi cambiano in fretta, di lì a poco il pendolo della ricerca si sarebbe totalmente invertito abbandonando l’oggetto a favore del concetto, dell’installazione, della performance e simili, Sperone sarebbe diventato il trascinatore della nascente Arte povera, con a fianco Germano Celant, non mancando di sostare, per qualche tempo, in una ambigua situazione di geometrismo minimalista. In quel momento si consuma il dramma di Piero, che non riesce a fare il salto, a balzare agilmente entro il nuovo fronte, a differenza del compagno di via Pistoletto, che invece, quanto a mutamenti tattici, la sa lunga, e infatti da quel momento dà inizio a una successione di cambi di pelle stupefacenti, molti dei quali, sia ben chiaro, risultano del tutto efficaci e accettabili. Ma Piero no, guarda quella carovana che si allontana, non è da lui disciogliere la presenza ossessiva dell’oggetto nella vaghezza di un Informale di ritorno. Oppure no, egli ebbe allora una fase del massimo interesse, da artista fin troppo legato al precisionismo avvertì a sua volta come l’Arte povera, ai suoi inizi, peccasse ancora di rigidità di mosse, e dunque fu il più rapido nell’intuire l’avvento dell’Anti-Form, sulla scia del mutamento radicale compiuto da Bob Morris. Proprio il suo successo come Pop autorizzato, di rito americano, consentiva al Nostro di visitare gli USA, da cui ritornò con poderosi cahiers colmi di foto di questi nuovi prodotti di sapore “aperto”, neo-informale, e con molta determinazione ne andò a reperire i casi più stimolanti anche in Europa. Ci fu dunque una seconda fase del mio attaccamento verso di lui, e della mia volonterosa mediazione per farlo accettare alla bolognese Nuova Loggia, che anche lei si era acconciata al cambio di pedale prendendo un sotterraneo assai adatto a quelle che oggi si chiamerebbero installazioni “site specific”, e là, sotto l’incalzante suggestione di Piero, mettemmo alla prova due olandesi, Boezem e Van Elk, che poi hanno vivacchiato ai margini del “main stream”. Ma Piero, se a livello teorico era risoluto nell’indicare questa nuova via, all’atto pratico risultava però inibito a seguirla, quasi paralizzato. Per questo oso dire che l’opzione verso la “biopolitica” fu allora, per lui, un compromesso, un modo per essere libero e sciolto in un settore alternativo, non potendo esserlo nel suo ambito primario dell’arte. Del resto, passati i momenti dell’abiura totale, a quell’abile mestiere di consumata perfezione artigianale Gilardi è tornato, tentando tutt’al più di avvicinarla al dinamismo dei praticanti l’Anti-Form in modi esteriori e meccanici. I rami dei suoi alberi, con l’aiuto di qualche motorino, si sono dati alle danze, ma appunto in modi rigidi, del tutto inorganici. E ha tentato pure vari innesti elettronici, ma niente da fare, egli resta pur sempre legato allo “hardware”, nel senso etimologico della parola, il “soft” gli è sconosciuto, le sue mani gravi e impacciate non riescono a praticarlo. Capisco quindi molto bene quanto sia legittimo da parte sua radiarmi dall’albo dei suoi estimatori.
Piero Gilardi, La mia biopolitica, a cura di Tommaso Trini. Prearo Editore, pp. 346, euro 30.

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