Arte

Hockney: ritratti come si deve al giorno d’oggi

Avevo già manifestato tutta la mia adesione all’arte di David Hockney quando a Londra la Tate Britain gli aveva dedicato una retrospettiva per i suoi cinquant’anni di intensa attività, allora non sapevo che un grosso nucleo di suoi lavori sarebbe venuto dalle nostre parti. Ora infatti è approdata alla veneziana Ca’ Pesaro una serie di ben 82 ritratti, più una natura morta, civettuolo scampolo di un diverso tra i molti generi praticati con indifferenza dal pittore inglese. Va fatto merito a Gabriella Belli che, dalla direzione dei Musei civici veneziani, riesce a infilare a Ca’ Pesaro prestigiose tappe di mostre, che poi vanno in sedi di grande importanza, infatti la presente rassegna comparirà in successione al Guggenhiem di Bilbao e al Los Angeles County Museum. Questo era già avvenuto nel caso di uno dei grandi campioni dell’Ottocento statunitense, in piena sfida verso il nostro movimento principe europeo, l’Impressionismo. Si è trattato di William Merrit Chase, cui non ho mancato di rivolgere su queste pagine un deferente omaggio. E in definitiva c’è una continuità tra questi due artisti, dediti entrambi a una pittura meticolosa, a sfida del lucido responso fotografico. Naturalmente, quando Merrit Chase operava, di là dell’Atlantico non si agitava ancora lo spettro di soluzioni plastico-monumentali, mentre si sa bene che esso si è impadronito in seguito dei connazionali dell’artista statunitense, che alla Pop Art hanno dato la svolta tridimensionale, almeno nel caso rilevante di Oldenburg, ma anche, seppure più parzialmente, dei Wesselman e Rosenquist, e perfino Warhol e Lichtenstein. Mentre Hockney si attiene al culto, tipico della Pop Art in salsa britannica, della superficie, come del resto attestato anche da altri suoi connazionali, si pensi a Hamilton, Kitay, Blake. Anzi, proprio da qui viene un primo tratto di rilevanza da riconoscersi a Hockney. Recensendo poco fa, sulle colonne dell’”Unità” quando ancora usciva, l’enorme mostra di Hirst, anch’essa a Venezia, dichiaravo la mia tentazione di armarmi di un pungiglione per andare a forare le eccessive volumetrie che questo artista si compiace di assegnare ai suoi simulacri, per effettuarne un opportuno sgonfiamento, cioè, in sostanza, per riportarli alla superficie. Non bisogna infatti dimenticare che la nostra epoca, se pure ammette per un verso i mostri volutamente repellenti di Hirst, subito spalleggiato dal connazionale Marc Quinn e dal fiammingo Jan Fabre, celebra per altro verso, per bocca di un esponente tipico come il giapponese Murakami, la “super-flatness”. Da questo punto di vista Hockney è come un operatore virtuoso che si compiace di mostrare quanto si può fare attenendosi appunto alla tela dipinta, in omaggio a una misura classica e tradizionale. In questo caso si potrebbe parlare addirittura di un eccesso di tradizionalismo, infatti questi 82 ritratti soffrono, se si vuole, di un certo conformismo, o di una ripetizione non troppo differente, nelle pose dei vari personaggi ritratti, chiamati a sedere su una poltrona che fa bella mostra di sé in una sala, con invito al pubblico a sedervisi, quasi nella speranza che avvenga il miracolo e che scatti una foto per immortalarli nella posa. Suppongo che il Nostro si sia servito di quella medesima sedia o di altre assai simili, evitando ai personaggi i lunghi tempi della posa e prendendone immagini fotografiche. Questo spiega una certa fissità dei soggetti, che tutt’al più girano le teste, accavallano le gambe, distendono o contraggono le mani. In una parola, l’artista si guarda bene dal superare una barriera che potrebbe dare luogo a spiacevoli effetti di esagerato espressionismo. Credo che abbia sempre agito in lui il timore di concedere alle soluzioni, pur acclamate, di Lucian Freud, dove i volti delle persone ritratte si coprono di rughe, le carni appaiono cadenti, quasi martoriate, alla disperata ricerca di effetti di crudo, spudorato realismo quale si concedeva, nell’Ottocento, a Courbet e compagni. Invece Hockney sa bene, e da qui viene la sua forza e attualità, che al giorno d’oggi tutto viene mediato dal passaggio attraverso una documentazione fotografica, pronta ad alleggerire, o appunto ad appiattire. Il che spiega anche una certa stereotipia dei volti, su cui l’artista non calca la mano, anzi, sembra volerli allontanare, attenuarne, smorzarne i lineamenti. Anche perché, nella sua laboriosa navigazione, sa bene di dover evitare un altro scoglio, una immersione in profondità, alla maniera di Bacon, a discendere negli stati latenti e inconsci dei suoi personaggi. Per favore, sembra dire, atteniamoci a un codice di decoro, di normalità, niente esibizionismi, da parte di questa schiera di figuranti, che a dire il vero a un visitatore fuori dalla high society dei due mondi non dicono molto, ma di sicuro sono protagonisti in vista del bel mondo. Ma allora, dove sta l’abilità indubbia del ritrattista? Hockney appunto si ricorda della sua provenienza dalla Pop, e dunque si attacca soprattutto all’abbigliamento dei suoi personaggi in posa, con una profusione di magliette, camiciole, jeans, tutti rubati ai magazzini del prêt-á-porter, capaci di sciorinare una sinfonia di rigatini, di stoffe a fiori, colme di tutte le possibili attrattive del cattivo gusto, del kitsch. Un rito che si ripete anche per le scarpe, anche qui una perfetta esibizione di ogni possibile formato, e di ogni pellame di cattivo gusto, o al seguito dei dettami più sfacciati della moda. Anche il reticolo delle gambe delle sedie, dei braccioli, degli schienali ci mette la sua parte, andando a coprire i vari listelli di impasti morbidi, spalmati da una manteca luminosa che dà loro spessore, li rende protagonisti, quasi più dei volti arretrati in secondo piano, E poi, beninteso, quello che conta è lo sfondo, pronto a stringere compatto, come una morsa, quelle sagome, con tinte anch’esse rivolte a sfidare il buon gusto, a scegliere colori stridenti, chiassosi, negati alla finezza, alle mezze tinte. Per questo verso, ci potrebbe essere un incontro con Bacon, una delle cui risorse strategiche è di presentarci, sì, i mostruosi grovigli che va a pescare negli inferi dell’inconscio, ma mettendoli in scena come in stanze di uffici, di salotti confezionati secondo le ultime ricette del design. Il tutto, in definitiva, costituisce una lezione, emette un imperativo clamoroso, la stagione della pittura non è finita, sta anzi ritornando, pur di saperla usare nei modi giusti, in linea con la nostra attualità.
David Hockney, 82 ritratti e una natura morta, a cura di Edith Dewaney. Venezia, Ca’ Pesaro, fino al 22 ottobre. Cat. Silvana editoriale.

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