Arte

Kassel e Atene: un matrimonio sbagliato

Ho visitato tutte le Documenta di Kassel fin dal lontano 1972, ebbene, ritengo di poter dire con assoluta sicurezza che la 14ma edizione, da me abbandonata ieri dopo una tre giorni di vernice, è decisamente la più brutta fra tutte, compromessa da una serie di incredibili errori, primo fra tutti quello di aver scelto un semisconosciuto curator, il polacco Adam Szymczyk. Ma pazienza, puntare su nomi nuovi potrebbe anche essere una virtù. Solo che la persona in questione con rara pervicacia ha voluto stringere un matrimonio di ferro tra la mostra tedesca e l’Atene del Partenone, non si sa bene se per decisione sua o suggerita da qualche potere occulto. Sembra quasi che abbia scambiato la rassegna di Kassel con un’olimpiade. Scherzando in altra sede, mi ero permesso di suggerirgli di reclutare una schiera di baldi artisti in qualità di “artofori” per accendere il sacro fuoco in Grecia e portarlo a tappe forzate fino a Kassel. Questa incombente presenza della Grecia ha continuato a imperversare su tanti altri aspetti dell’attuale manifestazione. Se si vanno a leggere le insolitamente numerose pagine che il direttore generale ha steso per il catalogo, si scopre che vi ha toccato un record. Ho già lamentato più volte che questi onnipotenti curators, divenuti ormai signori assoluti delle grandi mostre, non si occupano molto del tema principale, di dirci cioè dove va l’arte dei nostri giorni, ma qui invano si cercherebbe anche un misero accenno a una simile problematica capitale. Invece il testo è pieno di argomentazioni ideologiche, dove si scopre che in definitiva questo cordone ombelicale con la Grecia non viene stabilito nel nome di ragioni legate all’arte, ma solo perché quel Paese è visto come vittima delle bieche plutocrazie, con la Germania in testa. Quella Germania che d’altra parte ha pagato lautamente per assicurare l’ ennesima replica di Documenta. Quanto alla Grecia, giusto commemorare le pene del popoplo ellenico, costretto ai vari tagli brutali di risorse, ma senza dimenticare le colpe dei suoi governi che hanno consentito nel tempo una quasi totale evasione dalle tasse da parte dei ricchi, e tanti altri allentamenti dei pur necessari freni alla borsa.
Non è ancora finita, questo inoppotuno matrimonio tra Kassel e Atene prende forma attraverso un altro errore cruciale, l’aver occupato lo spazio principale di cui la mostra tedesca dispone, il maestoso Fridericianum, coi suoi tre piani, trasportandovi di pari peso le opere di un museo ateniese d’arte contemporanea di prossima apertura, un museo che a mio avviso parte male, attenendosi a uno sciovinismo del tutto inadeguato ai nostri tempi, esponendo cioè solo artisti che all’anagrafe potessero dimostrare di essere nati sul sacro suolo ellenico. Per cui, fra tanti noiosi replicanti di tendenze dei nostri tempi, se compaiono casi notevoli, del nostro Kounellis, di Lucas Samaras, di Lynda Benglis, risulta invariabilmente che i loro titoli di eccellenza se li sono conquistati fuggendo via dalla madrepatria per andare a produrre in Paesi più promettenti.
Si dirà che alla fine qualcosa di buono lo ha dato, questo curioso matrimonio, se si pensa al Partenone rifatto con tubi metallici e posto a dominare la piazza antistante il Fridericianum. Quest’opera dell’argentina Marta Minujn a suo tempo, quando l’ha eretta a Buenos Aires contro la dittatura dei militari, aveva mille ragioni da vendere, anche nella decisione di farcirla di libri vietati dai dittatori e dati alle fiamme. Ora invece, in un Paese che, questo almeno lo deve ammettere il curator pur nei suoi furori ideologici, i libri non li brucia, la costruzione prende il sapore di una immagine pubblicitaria ingigantita, frivola ed evanescente.
Ma intanto l’aver occupato indebitamente l’unica sede ampia a sufficienza in dotazione della mostra tedesca ha aggravato il suo ben noto problema di dover andare alla disperata ricerca di spazi utili per alloggiare le centinaia di creature convocate. Visitarle tutte, e ancor prima rintracciarle, con l’aiuto di mappe molto mal abbozzate, è una dura fatica, aumentata nei giorni scorsi dall’inclemenza del tempo, freddo e piovoso (evidentemente questo non lo si può addebitare al curator). Anche i cataloghi poco aiutano, parlo al plurale perché ce ne sono due, entrambi parziali e sofferenti per difetto. Un mattone pesante reca solo i numerosi testi, a cominciare in apertura col già deplorato compitino ideologico del leader maximo. Ce n’è invece uno con i soli artisti, ma come sempre, questo succede anche nella nostra Biennale, le foto, consegnate per tempo, non corrispondono alle opere in mostra, i nomi sono in un curioso ordine non alfabetico, per cui male ha fatto chi non ha preso diligenti appunti in visita, contando di ritrovare le opere in catalogo.
Ma infine, qualcosa di buono ci sarà pure. Molto poco, anche perché, unico riconoscimento, questa volta la mastodontica rassegna non soffre del difetto consueto alle sue pari grado, cioè di far sfilare i “soliti noti”, ma al contrario ha il merito di aver cercato voci nuove, però offerte alla rinfusa, senza nessun tentativo di accorparle per filoni, tendenze, tecniche. E dire che proprio la molteplicità delle sedi avrebbe reso possibile una articolazione di questo genere. Che fare? Mi limiterò a segnalare pochi casi emergenti, visti nelle sedi più consistenti di numero e di spazio. Partiamo dalla Neue Galerie, che poi è un vecchio museo rimesso in uso, come del resto era già avvenuto in quasi tutte le precedenti occasioni. Qui ammettiamolo, spiccano due “soliti noti”, che oltretutto battono bandiera italiana. C’è un omaggio a Maria Lai, che replica quello di cui ha goduto nella nostra Biennale, e dunque l’artista sarda gode ora di un pieno risarcimento dall’oblio in cui era stata lasciata in vita. In un salone sotterraneo spicca la coppia Gianikian-Ricci Lucchi, con una parete occupata da una decina di schermi in cui i due sciorinano i loro film rifatti, ridipinti, in bilico tra la crudezza della denuncia documentaria e invece un fare naif, da cartone animato, il che trova rispondenza nei disegnini di una sciolta e scattante manualità. In un padiglione confinante spicca la ben nota guatemalteca Regina Galindo, cui spetterebbe il premio per il miglior video, in cui, ancora una volta, l’artista spezza la sua lancia a favore dell’oppressa condizione femminile, mettendo in scena una povera giovane ansimante in fuga davanti alla minaccia di un carro armato che la insegue protervo puntandole contro la canna di un cannone. Un vecchio edificio postale, enorme, angoscioso per lo stato di abbandono dei suoi stanzoni, ospita quella che, con raddoppio, viene detta la Neue Neue Galerie, qui ci sono almeno tre cose notevoli. La finlandese Maret Anne Sara sfrutta molto bene l’orrore dei teschi di renne massacrate componendo con questi orride pire, o invece collane, in cui la natura lugubre del materiale raggiunge invece un fascino decorativo. I vari piani di questa cupa costruzione sono riscattati da una serie di performer che sotto la guida della cipriota Maria Hassabi invertono una tendenza illustre dei nostri tempi, che sarebbe di immobilizzare la natura, umana o vegetale, ricorrendo a dei facsimile fatti di cera, di ceramica, di polistirolo, sappiamo bene a chi mi riferisco. Qui invece sono i corpi viventi, con tanto di abiti, che si immobilizzano in pose rigide. Infine ci sono pure dei video, gli unici che potrebbero contrastare il primato della Galindo, dovuti al polacco Artur Zmijewki, che presenta un balletto, se si osa usare questa parola, di soggetti focomelici, con moncherini e tronconi di gambe agitati nel vuoto.
I miei scarsi appunti sono quasi alla fine. Un altro spazio immancabile è la Documenta Halle, dove si agitano le vivaci liane di un rosso fuoco ordite dalla cilena Cecilia Vicugna, mentre con qualche sforzo, se si volesse cogliere una tendenza oggi in netta ripresa, riportabile alla vecchia pittura, una segnalazione potrebbe andare al greco Apostolos Georgiou, a voler resistere alla lecita conclusione che di roba greca qui se ne vede già troppa. Sede nobile è anche il Museo Ottoneum, dove compare un raffinatissimo mongolo, Nomin Bold. Come antidoto alle opere fracassone, chiassose, inutilmente complicate, forse ci potrebbe salvare un ritorno alla veccia arte delle miniature, della iscrizioni su pergamena, della compilazione di mappe per la scoperta di qualche tesoro immaginario.

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