Arte

L’arte intrigante di Maria Lai

Sono stato un po’ lento nel riconoscere l’importanza di Maria Lai (1919-2013), ma ne divenni già pienamente convinto in occasione di una mostra al MART di Rovereto curata da Francesca Pasini e Giorgio Verzotti, dal titolo molto significativo, “Il racconto del filo”, di cui l’artista sarda era la principale animatrice. E poi l’ho rivista in congiunzione con l’opera di un illuminato stilista, anche lui isolano, come Antonio Marras, cui mia moglie Alessandra Borgogelli ha prestato molta attenzione. La comparsa della Lai al recente Documenta, di cui ha costituito uno dei pochi episodi notevoli, assieme alla coppia Gianikian-Ricci Lucchi, mi aveva già convinto a dedicarle un pieno riconoscimento. Ora interviene una sede di massimo prestigio quale il fiorentino Museo degli Uffizi, seppure in un luogo, se così si può dire, “minore”, una sala di Palazzo Pitti, a celebrarla ulteriormente in una esauriente retrospettiva. Dove a dominare è proprio il filo, con tutti i suoi derivati o omologhi, corda, cordone, laccio, fibra, elementi utili che hanno consentito all’artista di conseguire in un colpo solo numerosi vantaggi. Intanto, di procedere, per così dire, stando abbarbicata alla superficie ma nello stesso tempo balzandone fuori, con estroflessioni lievi quanto tenaci e inclusive, quasi procedendo fino al livello di vere e proprie installazioni. Nello stesso tempo quei lacci confermano pure un vincolo con la terra, con la tradizione, con robuste radici terragne, di vecchi riti, magari addirittura di migranti dalle poche risorse, di quelli che anche noi, decenni fa, abbiamo incontrato sui treni con enormi valige piene fino a scoppiare, ma assicurate da cinghie e da altri rozzi sistemi di legatura. Del resto, anche nelle famiglie si fa ricorso a quei sistemi di pronto impiego per tenere assieme fragili documenti, carte che altrimenti si sparpaglierebbero. Ma seguiamo pure le articolazioni della mostra, partendo dai “Telai”, da cui la Nostra ha preso le mosse per il suo fortunato esercizio, i quali in definitiva sono stati nei secoli i primi strumenti della tessitura, i produttori di quelle lunghe, sottili, elastiche emissioni, come di artificiali bachi da seta. Se poi i fili non uscivano con la necessaria lunghezza, bastava procedere a cucirli tra di loro, ed ecco una seconda sezione della mostra. Ci si potrebbe chiedere che cosa ci stia a fare in questo ambito di artigianalità primaria, e dunque di cultura materiale, un fenomeno più raffinato e intellettuale come la scrittura, ma Maria ha proceduto giocando sui due capi, lo si può ben dire, della fune, mostrando che quel “filo” primordiale, se opportunamente intrecciato, può dar luogo ai grafismi delle parole, ma con un possibile ritorno, in quanto quei nodi, quei gliommeri possono “sciogliere le sparse chiome” e spiovere in giù, ritrovare una natura primordiale di lunghi cordoni, come del resto succede proprio alla scrittura se ci piove sopra e se i suoi caratteri si liquefanno, mutandosi in informi strisce verticali, spioventi in basso, quasi come i rami di salici piangenti. Del resto, si aggiunge anche un altro effetto, grazie a quei filamenti, a quelle barbe. In definitiva. è come se la scrittura fiorisse, o invecchiasse un po’ troppo, fino ad ospitare, nella sua trama di occhielli e di gambe, la nidificazione di insetti, nocivi ma nello stesso tempo vitali. Il tutto insomma vale a ricordarci l’origine materiale della scrittura, e anche del suo accumularsi fino a produrre il libro, che come il suo antenato, il codice, rimanda pur sempre a qualcosa di vegetale, e dunque di organico, di vivente. Il tutto proprio nel nome della ricerca di esiti cumulativi: rendere animati i prodotti della cultura, fargli emettere barbe, getti, polloni, come succede alla vegetazione quando sopraggiunge la primavera, ma anche col rischio di mascherarli. In definitiva, la Lai riprende pure il gesto di Isgrò della cancellazione di parole e di frasi, ma in modi più gentili e parziali, mettendo in maschera le frasi, le sentenze, senza negare loro una leggibilità residua, ma accrescendola con “valori aggiunti”. Ovviamente, questa è anche una via sicura per arrivare all’esito oggi così presente ed esteso del “libro d’artista”, ma pochi operatori visivi lo sanno conseguire con la ricchezza, fertile ambiguità, misteriosa incertezza di cui la nostra “scrittrice” sa avvolgerlo.
Maria Lai, Il filo e l’infinito, a cura di Elena Pontiggia. Firenze, Pitti, fino al 3 giugno. Cat. Sillabe, euro 20.

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