Letteratura

Macchiavelli: uno sterminio di stelle, e di luoghi comuni

Nelle mie requisitorie contro la “Felsina narratrix”, ricche di molte condanne e di poche assoluzioni, non mi sono mai espresso su colui che è il numero uno per quanto riguarda il filone, il più frequentato e amato, del giallo o del poliziesco, Loriano Macchiavelli. E’ ora che mi pronunci anche su di lui, approfittando dell’ultimo suo prodotto, “Uno sterminio di stelle”. Dico subito che lo considero un padre corrotto di figli a loro volta corrotti, se penso a Lucarelli, ma capaci di scantonare verso esiti più proficui (Verasani, Zap e Ida). Naturalmente Macchiavelli pratica alla grande tutti gli stereotipi del genere, che ha in comune con suoi colleghi di altre regioni e generi, basti pensare, per stare all’oggi, alle gesta del Montalbano di Camilleri, o del Commissario Cordier di una fortunata serie televisiva. E dunque, il detective principe, in questo caso Sarti Antonio, si deve distinguere per molto fiuto ma gestito in abiti dimessi, sempre pronto alla rivolta sprezzante e ironica verso superiori dispotici o addirittura corrotti, e portatore di tante innocue manie o tic escogitati per renderlo gradevole e alla mano. In Montalbano sarà il fare gli occhi di triglia, non solo per modo di dire, ai cibi che la governante gli fa trovare nel frigo. Cordier, appena può, va a mangiare la trippa, il nostro Sarti prende troppi caffè, nel che c’è anche una limitazione, in quanto si tratta di un prodotto che non concede molte varianti. Accanto a lui, ci sarà qualche bravo agente degno e zelante, meglio se in gonnella, qui in tale veste si presenta Prenotato Salvatrice. Tra i vari tic, c’è quello di fare il verso al linguaggio burocratico, presentando di continuo i personaggi con cognome anteposto al nome, come avviene nei verbali di polizia, e anche con insistita replica di epiteti, alla maniera della poesia epica di stampo omerico, che però è un accorgimento stilistico privo di rispondenza in altre simili cadenze, e dunque funziona a vuoto. Magari, per il pubblico bolognese, c’è il piacere di leggere vicende ambientate in un esatto quadro toponomastico, mi chiedo però come un aspetto del genere possa sedurre lettori di altre parti d’Italia, o addirittura del mondo. La novità di questo romanzo, non so se già sperimentata in precedenza dall’autore, sta in un antefatto che risale addirittura a due millenni fa, quando una squadra di barbari sottrae agli Etruschi signori dei luoghi un prezioso cimelio. Fra l’altro, data l’acribia filologica che l’autore dimostra in proposito, dichiaro il mio piacere nell’aver appreso che Felsina deriva da Velzna. E mi piace pure che il tutto prenda le mosse da un paesaggio che mi è caro, da Montovolo, svettante su Riola di Vergato, patria del da me molto amato Luigi Ontani, che infatti mi ha condotto in devoto pellegrinaggio su quel “pan di zucchero”. Però, non ne ho mai visitato il “mondo disotto”, che invece il Nostro qui mette in gioco, in quanto è da lì che i predatori sottraggono un favoloso tesoro, riuscendo a trasportarlo fino alla pianura che si estende attorno al Reno, ma là vengono raggiunti dai Felsinei vendicatori che li decapitano e gli spezzano i femori. Poi passano i secoli, e veniamo al presente, che Macchiavelli sa frequentare con più disinvoltura. Siamo agli scavi che in zona vengono effettuati per la costruzione del nuovo stadio bolognese, non so bene con quale fedeltà lo scrittore ricalchi il dossier relativo a quest’impresa. Che naturalmente si avvale di un architetto con velleità di archeologo, e qui sta il guaio, perché, quando gli scavi fanno apparire le illustri mummie, egli vorrebbe sospendere le operazioni, ma la ditta non se lo può permettere, e dunque il malcapitato fa la fine dei trucidati nei tempi lontani, i cadaveri aumentano di numero, il che apre lo spazio per le indagini di Sarti Antonio, contrastate, neanche dirlo, da superiori ottusi, o forse in combutta con i gestori delle operazioni, largamente succubi della mafia. Dirla infiltrata ovunque non fa mai male, è come condire un succulento piatto emiliano con una buona grattugiata di “forma”. Non è che il “mondo disotto” scompaia del tutto, esso continua a intervenire a singhiozzo, con qualche rispetto del mito lontano, infatti c’è un tale che si fissa nella possibilità di recuperare quella sacra reliquia, non avendo compreso che essa è stata trascinata altrove per sempre. Ma la sua custodia da vigile mastino sugli inutili segreti di quelle catacombe contrasta con un altro dei piani criminosi dell’azienda immanicata con la mafia, che sarebbe di servirsi di quei cunicoli per trasferirvi i detriti provocati dagli scavi dei lavori in corso. Il quadro si aggroviglia, si riempie di “ammazzatine” varie, per dirla nel linguaggio di Camilleri-Montalbano. Il guaio è che lo scioglimento del giallo non reca nessuna sorpresa, l’omicida altri non è che il custode degli scavi bolognesi, lo si era capito fin dal primo momento, come dire che l’assassino è un facente-funzione di maggiordomo. Temo che non andrò ad acquistare qualche altra puntata, vecchia o nuova, delle imprese di Sarti Antonio.
Loriano Macchiavelli, Uno sterminio di stelle. Sarti Antonio e il mondo disotto, Mondadori, pp. 317, euro 19.

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