Letteratura

Dove sta la sconfitta di Falco

Mi trovo a riflettere sul romanzo di Giorgio Falco, “Ipotesi di una sconfitta”, che rientra alla perfezione nel genere oggi dominante dell’autonarrazione, della vera o simulata autobiografia. Mi chiedo se questa non sia proprio la sconfitta agitata nel titolo, di una intera ondata di narratori che, consapevoli di non poter fare a meno, nelle loro opere, di una struttura portante, volgarmente detta “trama”, la vanno a cercare affidandosi a una cronaca più o meno puntuale dei loro casi di vita, anche se magari questo è solo un pretesto, e le loro esistenze si sono svolte in modi del tutto diversi. Ma quello che conta, evidentemente, è il criterio adottato. Si sa che in alternativa c’è l’altro refugium peccatorun consistente nel ricorso alle trame del giallo o del poliziesco. Visto un simile stato predominante o invasivo, chi mi legge sa che in recenti puntate ho lodato il genere breve del piccolo poema in prosa, quasi un modo di lasciarsi alle spalle gravi some, preferendo apparire leggeri e disponibili. Pensando a opere precedenti dello stesso Falco, mi chiedo se in definitiva non era preferibile lo sforzo che egli ha condotto ne “La gemella H” di mettere in scena tanti motivi diegetici. Per esempio, un padre che fugge dagli orrori della Germania nazista, raggiunge la famiglia mandata in un esilio insolito a Bolzano, e infine conclude la sua esistenza erratica andando a fare l’ albergatore nei lidi romagnoli, alle prese, con la condotta ambigua e dialettica delle gemelle evocate nel titolo. Ingegnosi sforzi mitopietici, magari col rischio di cadere nell’inverosimile o nel pretestuoso, ma disposti ad affrontare la fatica del mestiere. Qui invece tutto si srotola alla perfezione, nel senso che il narratore penetra a meraviglia in una serie di ambienti, di istiuzioni socio-economiche dei nostri giorni, percorrendole, illustrandole con perfetta e smaliziata competenza. Forse addirittura, misurato su una sponda del genere, il nostro Falco vince la gara, la sua Milano è più veritiera, e vissuta in misura più integrale, rispetto a quella che ci ha offerto Alberto Rollo in un’operazione per tanti versi simili, e in fondo egli supera pure la monotonia, i fallimenti a catena che compromettono le confessioni di Vitaliano Trevisan, quando, in un romanzo recente, anch’egli ha messo da parte le chiavi deformanti di impronta psicoanalitica per darsi a un riporto fin troppo puntuale dei fatti, e dei fallimenti incontrati. Forse in entrambi i casi nuoce proprio l’ordine troppo lineare con cui si succedono le varie incombenze, professioni, mestieri volta a volta abbracciati, e offerti in una lunga geremiade. In fondo un modello lucido e positivo di tutta questa procedura lo si troverebbe in Aldo Busi, il quale però sa dare fuoco alle polveri, inventa passaggi sprezzanti, blasfemi, irrituali, qui invece i fatti , anche se ben caratterizzati, con piena competenza professionale, si susseguono secondo un ordine tutto sommato prevedibile. Anche se, per degli intellettuali come in definitiva sono i lettori di questo tipo di opere, è pur sempre piacevole il progressivo elevarsi delle occasioni, di un povero travet che, dopo essere passato per tutti i lavori più umili e degradanti, trova infine la sua retta via nella condizione di scrittore, nel che è anche un avvicinamento dei fatti allo stato effettuale dell’autobiografia. Molto divertenti, per esempio, sono le pagine in cui ci viene dato conto delle varie manovre per tentare di imporsi al Campiello, con qualche indubbia prossimità a circostanze vissuta davvero in prima persona dall’autore, che ad ogni buon conto cresce di importanza, rasenta o raggiunge addirittura il successo. Quindi, e con ciò ritorno al motivo si partenza, la sconfitta qui ipotizzata non è quella personale della vita che ci viene esposta, ma di un’intera ondata di scrittori che non sanno bene come uscire dal guado, come dotare di trame originali i loro edifici.
Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta. Einaudi stile libero, pp. 379, euro 19,50.

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Attualità

Dom. 26-11-17 (Agrippa)

Parliamo ancora dei vari referendum che si sono svolti di recente in alcune regioni dell’Europa per fini non sempre ben chiari. Il più famoso, svoltosi a Barcellona, si è rivelato come un’impresa pretestuosa e caduta nel vuoto. L’ex-presidente della Generalitat catalana, Puigdemont, si è spinto troppo avanti verso la pretesa indipendenza di quella regione dalla Spagna, in fondo ha avuto dalla sua parte non più di due terzi della popolazione, ed è stato ampiamente ammonito che una Catalogna indipendente non sarebbe stata riconosciuta né dall’ONU ne dall’UE. E alquanto misera, da sprovveduto, è stata la sua fuga a Bruxelles. Poi è sceso il silenzio, non si sa in quale stato si trovi nella capitale del Belgio, se a piede libero o in attesa di estradizione. Però è anche vero che il governo centrale di Rajoy male ha fatto a incattivirsi nella negazione, in casi del genere bisogna trattare, andare a vedere se si può concedere qualcosa di più in fatto di autonomie regionali. A questo modo il conflitto permane, pronto a riaccendersi a ogni pie’ sospinto. Le elezioni indette prossimamente si risolveranno in una vittoria dei legittimisti, dato lo stato di manifesta inferiorità in cui si trovano ora gli indipendentisti, ma il conflitto rimarrà aperto, pronto a far versare di nuovo lacrime e sangue.
Invece i referendum nelle nostre regioni del Nord sono stati una mossa burlesca del governo, di alleggerimento, ben sapendo, o sperando, che non aprivano nessuna via verso l’indipendenza, e dunque non avrebbero avuto effetti tangibili. Il desiderio di pagare meno tasse è comune a tutti, ma evidentemente urta contro esigenze elementari di ogni comunità. Certo si devono evitare gli sprechi, di cui i Leghisti hanno imputato “Roma ladrona”, ma abbiamo visto che anche le Regioni non sono esenti da accuse del genere. E poi, le produttive regioni del Nord, Veneto, Lombardia, dovrebbero sapere che se strangolano quelle del Sud, si riduce il mercato dei loro stessi prodotti, a chi li vendono? Trovo curioso che nessuno in merito abbia ricordato il celebre apologo di Menenio Agrippa, delle membra che si rivoltano contro gli organi centrali. Tra gli uni e gli altri ci vogliono partite ben lubrificate di dare e avere.

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Arte

Alberto Savinio, uscita “laterale”

Martedì 14 novembre 2017 ho avuto l’onore di tenere una conferenza al Center for Italian Modern Art (CIMA) di New York in occasione della mostra che vi si svolge dedicata ad Alberto Savinio, con esposizione di una ventina di dipinti, perfetto concentrato della sua opera. Grandi sono i meriti di questa istituzione che punta a una presentazione organica di artisti e aspetti della nostra arte contemporanea, senza il carattere di rara eccezione con cui taluni nostri maestri sono omaggiati dai grandi musei newyorkesi. Col mio inglese stentato, ma, almeno spero, chiaro, quasi scolastico, ho giocato soprattutto la carta di una analisi, o addirittura psicoanalisi del formidabile duo di casa De Chirico, con Giorgio nella parte di mattatore, forte di quei tre anni di maggiore età rispetto al fratello Andrea (1888 contro 1891), e soprattutto del sostegno della madre Gemma Cervetto, rimasta vedova di Evaristo, scomparso troppo presto nel 1905, ma in grado di lasciare alla famiglia una buona situazione economica. La madre, donna autoritaria, aveva riposto ogni sua compiacenza a favore del primogenito Giorgio, sul cui conto nutriva “Great Expectations”, per dirla col titolo di un celebre romanzo di Dickens. Il figlio minore Andrea viveva in una situazione subordinata, fino al punto di abbandonare nome e cognome per altrettanti pseudonimi, Alberto Savinio, atto che forse si può leggere in due sensi, come prova di sottomissione al primato dell’altro, con la pronuncia di un “non sum dignus”, o invece come disperato tentativo di procurarsi una via autonoma. Su Andrea-Alberto pesò l’interdetto materno di non ostacolare la professione maggiore assegnata a Giorgio, solo lui doveva essere il “pictor optimus” per antonomasia. L’altro doveva accontentarsi di percorrere strade secondarie, per quanto del tutto onorevoli, come la pratica della musica e della letteratura, in cui eccelse con una serie di racconti di viaggio conditi, già essi stessi, di fughe nell’evasione onirica, nella fantasticheria a ruota libera. Ma soprattutto pensando alla grande impresa della metafisica, che fu quasi un dono, una prerogativa esclusiva della famiglia De Chirico, fu proprio Alberto ad esserne il critico puntuale, nel segno di una grande devozione verso la riconosciuta superiorità di Giorgio. Dobbiamo quindi attendere fino circa ai suoi trent’anni dì età per vederlo finalmente superare l’interdetto materno e fraterno e accedere direttamente lui stesso alla pittura. Da notare che da quel momento in poi non mi pare che continuasse a praticare con pari convinzione l’attività musicale, vista dunque come un “pis aller”, come un surrogato di una più rispondente pratica della pittura che gli veniva negata. Tra i dipinti iniziali abbiamo il “Ritratto di bambino”, forse un autoritratto, dove l’artista si presenta quale doveva essere nei suoi primi anni, ragazzo triste, timido, con un’aria malaticcia. Da notare anche che in questo come in altri primi lavori egli non osa affidarsi a un colorismo pieno, ma si attiene in prossimità del bianco e nero propri del disegno o della fotografia. Frugando su questi inizi, eccezionale è un ritratto del padre, visto anch’esso come figura debole, affondata nella lontananza. Da notare che la figura paterna non esiste nella produzione di Giorgio, e lo si capisce, egli non aveva bisogno di chiederle assistenza, a ciò provvedeva con abbondanza l’amore ossessivo, possessivo prestatogli dalla madre. Andrea insiste nei teneri ricordi di famiglia, in un disegno in cui compaiono entrambi i genitori, con ai loro piedi un unico figlio, rappresentato come figura grassoccio, robusta, mentre non c’è traccia di lui stesso, un’assenza che anche in questo caso possiamo interpretare in due modi. O è il sentimento di una esclusione, oppure, più semplicemente, lo stato di fatto di un artista che si pone nei panni del fotografo chiamato a riprendere un quadretto domestico. Ma infine compare la madre, nel dipinto forse più famoso di Alberto, ma degradata al rango di sposa formosa, effigiata quasi con tratti folcloristici. Però quello che conta è che le sia accostata l’immagine ripugnante di un coccodrillo, nel che il figlio ripudiato consuma uno spirito di vendetta, di ritorsione, di profanazione. Si pensi invece come il prediletto Giorgio sia stato sempre pronto a celebrare la madre, trattandola alla stregua di un ritratto rinascimentale, e accostando a lei il suo proprio volto, entrambi innalzati ai cieli di un pieno valore auratico. Nel ricorso a quel coccodrillo troviamo anche la manifestazione della via specifica con cui Alberto aderisce alla poetica di famiglia. Pensando alla metafisica, dobbiamo proprio ritornare all’etimologia della parola, alla preposizione greca “meta” che, nelle nostre lingue occidentali, risponde al “trans”, cioè all’idea di uno spostamento, non necessariamente tale da negare i fatti fisici, ma senza dubbio come invito a spostarli, a mutarne l’ordine. Solo che questo coltivare il “meta” avviene, nei due artisti, in modi opposti. A Giorgio dobbiamo attribuire il compimento di “trasporti” lungo un asse verticale, da un presente volgare e incalzante verso lontane, gloriose mete storiche di impronta museale. Invece Alberto cerca e trova una via in proprio procedendo “lateralmente”, accostando a persone e cose dell’oggi immagini proveniente dal manuale di zoologia, o di geografia, o di paleontologia. In questo dipinto rivelatore, per esempio, sullo sfondo compare già una carta geografica, mentre c’è pure un riferimento a un’immagine super-classica. di quelle tanto care a Giorgio, ma non per nulla spostata di traverso, ovvero collocata lateralmente.
L’offesa, la vendetta contro la madre toccano il loro culmine nell’assegnarle la testa di un gallinaceo con tanto di schifosi bargigli pendenti. Ecco un modo di praticare la metafisica andando a pescare nel contiguo, che Giorgio non ammetterebbe mai. Del resto bisogna riconoscere che Alberto è coerente nel suo procedere, applica anche a se stesso una simile urtante metamorfosi. In un autoritratto ci si mostra con una testa di civetta, proprio come avviene in un film dell’orrore in cui un avventuroso scienziato tenta il “trasporto” di se stesso altrove entrando in una cabina, ma senza accorgersi che con lui è entrata anche una mosca, e dunque nella stazione di arrivo egli si ritrova proprio con la testa dello schifoso insetto.
Non sempre Savinio si sente in obbligo di consumare queste profanazioni vendicative nei confronti della madre, forse egli raggiunge il suo standard migliore quando in definitiva ammette lo stato di degradazione, di insulsaggine a cui la genitrice spietata lo ha condannato. Egli cioè accetta un pirandelliano “come tu mi vuoi”, mi escludi dalle vie maggiori della gloria concesse solo al primogenito? Ebbene, io allora mi avventuro in un mondo infantile, in una specie di Disneyland dove trovano posto balocchi, puzzle, giochetti a incastro, labirinti e altro. Un mondo in definitiva felice, lieto del suo disimpegno, che consente all’artista di darsi alla pittura in modi precisi, anzi, gli si può attribuire un precisionismo, un iper-realismo, o diciamo pure che in questi suoi deliziosi dipinti egli entra in collusione con un aspetto del Surrealismo ufficiale, con la linea Magritte-Dalì, come loro egli pratica una pittura di maniacale evidenza, raggiungendo la stessa leggerezza che troviamo nelle realizzazioni più virtuose di Dalì. Sembra quasi che l’artista imbarchi pile di balocchi su una nave per avviarli verso una fortunata Isola del tesoro. Qualche volta svetta su questi cumuli davvero una vela per prendere il vento, oppure questi grappoli incantati si librano in aria, leggeri, mobili, ma anche pronti ad atterrare, o a trasvolare su mari azzurrini. Da notare che gli oggetti sono presenti anche nell’arte di Giorgio, ma sempre disposti lungo un asse verticale, dove affiorano statue, busti di classicità greca, e accanto a loro cose banali dell’oggi, banane, occhiali da sole, guanti di gomma, dipinti “tali e quali”, in modi sfacciati. Mi è capitato molte volte di osservare che per questa via Giorgio va molto vicino all’artista che pure ne sembrerebbe il contraltare, a Marcel Duchamp e al suo “ready-made”. Il Francese prende i volgari oggetti dell’oggi “tali e quali”, “già fatti”, portandoli nell’opera. De Chirico li dipinge, ma in modi fedeli, senza alcun valore aggiunto. Invece, anche nel trattare questo versante dell’oggettistica, Savinio ci mette tutta la sua lateralità evasiva, ne fa un regno di delicati, o estrosi, o mirabolanti talismani. Forse, se avesse tentato di adire le vie di soluzioni plastiche, avrebbe potuto procedere come Joseph Cornell e comporre delle “scatole magiche”, colmandole appunto di cianfrusaglie, di “buone cose di cattivo gusto”, dandoci insomma una serie di “wunderkammern”. O, se vogliamo un tuffo verso i nostri giorni, avrebbe potuto procedere come Haim Steinbach, e dunque esporre quelle sue stimolanti scoperte allineandole una per volta sui ripiani di uno scaffale. Ma queste accumulazioni, queste piramidi sono eleganti, colme di promesse. In altri casi l’artista si dà a soluzioni teatrali, illuminotecniche, per esempio offrendoci delle ribalte, dei palcoscenici immersi nell’oscurità, da cui emergono dei tracciati luminosi ottenuti quasi simulando la pratica di quei minuti corpi elettrici che oggi si chiamano “led”. D’altra parte, le scelte di Savinio non sono mai unilaterali, la componente ”fisica” gioca sempre un suo ruolo, talvolta quelle aeree costruzioni veleggiano alte ma su una ribalta fatta di terra, di vegetazione ardita e accesa, tanto che ci sta pure l’accostamento a un’altra soluzione surrealista, quella di André Masson, che porta in direzione dell’Informale. Oppure, in altri dipinti, è presente una carnalità piena, magari dominata da uno dei soliti casi di metamorfosi animalesca, ovvero un concentrato di muscoli rispettosi del manuale di anatomia umana si vede però sormontato da una testa di tigre o di altro animale feroce. I passi “laterali”, gli sconfinamenti da un ambito del creato a un altro, sono sempre coltivati da Alberto, in rivolta contro gli esiti volutamente “sublimi” del fratello.

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Attualità

Dom. 19-11-17 (nella cabina)

Oggi, lunedì 20 novembre, sono appena rientrato da una settimana trascorsa a New York, il che spiega il ritardo di un giorno nella compilazione del mio solito domenicale, che per una volta tabto diventa un lunediale. Per me è stata anche una settimana di pausa dai piccoli attriti della nostra misera politichetta locale, di cui non ci sono tracce nella stampa nordamericana, Ma appena rientrato, e appena ho avuto modo di scorrere i nostri due quotidiani a maggiore tiratura, mi sono subito trovato immerso nelle solite patetiche questioni, ce la farà o no, la sinistra, a unirsi? Credo che in proposito valga una vecchia massima proposta dal defunto Guareschi, quando in una vignetta diceva all’incirca, in vista dei quesiti elettorali di quei tempo: nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin, o qualsivoglia delegato del PCI, allora leader della sinistra ufficiale, invece no, non ti vede, e dunque tu, militante di sinistra, sei libero di comportarti come meglio credi. Lasciamo perdere Dio, cui un sano esponente di sinistra non può dare molto credito, ma un appello a un voto incurante degli ordini di capi e capetti, questo sì, mi sembra valido. Ovvero, osservavo già nel precedente domenicale, è un incredibile errore quello di credere che i vari spezzoni del variegato arco piazzato a sinistra del PD si trascinino dietro compatti i rispettivi aderenti, con relative cifre molto basse, a rischio di non superare la soglia di sbarramento. Si può appunto pensare che nel segreto dell’urna un sano membro di quel largo fronte faccia i suoi conti, si attenga alla ragione di dare un voto utile. Per fortuna, su un qualche militante di base non agiscono motivi di ripicca, odio, vendetta personale, rivincita, che sono gli impulsi per cui mai i Bersani e D’Alema, e ora aggiungiamo pure i Grasso e Boldrini, accetteranno di votare per Renzi, quali che siano i più o meno virtuosi intermediari. Si sa bene che per loro l’unico motivo valido a farli ricredere e a votare in accordo col PD è che alla guida di questa formazione scompaia l’odiato invasore, Renzi stesso, questa è la conditio sine qua non per avere una loro adesione. Ma siccome nessuno può costringere il ritenuto usurpatore ad andarsene, visto che ha avuto un enorme consenso da parte dei simpatizzanti col suo partito, il discorso è chiuso, nessuno potrà mai riaprire quella porta. Ma appunto è un errore che nel prevedere l’esito delle prossime votazioni si debba fare la somma, o sottrazione matematica delle formazioni così come si presentano ora. Ci potranno sicuramente essere effetti di deriva, di attrazione, di confluenza, e questo sia nei collegi uninominali sia nella componente maggioritaria del voto dato per liste distinte. Insomma, non mi sembrano del tutto vane le speranze del renzismo di portare a casa una maggioranza relativa, rispetto ai due fronti avversi sia della destra berlusconiana-salviniana, sia dei Cinque stelle. Detto questo, resta arduo immaginare quale possa essere il passo successivo, capace di costituire davvero una maggioranza di governo.
In merito c’è una novità sensazionale, che apprendo dalla nostra stampa, ignorata invece da quella statunitense, troppo preoccupata nel seguire i casi del dittatore Mugawe, come si addice a una potenza che resta ancora di portata mondiale e non vuole farsi ghettizzare dalle faccende europee. Pare che perfino la grande, potente Merkel si trovi nei guai nel tentare di comporre una maggioranza di governo con varie rappresentanze tali da colmare la non sufficiente consistenza del suo partito. Si parla della necessità di ricorrere a nuove elezioni, come una Spagna qualunque, o forse come un’italia avviata anch’essa su questa brutta china. Ma allora, ci vorrebbe davvero un forte movimento europeo di opinione pubblica per ottenere che i vari Paesi si trovino uniti nell’adottare tutti insieme il criterio del ballottaggio, quello che ha funzionato per Macron, che purtroppo ha funzionato anche per Trump, e che avrebbe funzionato anche nel nostro Paese, se non se ne avesse avuto paura, votando contro la riforma costituzionale renziana, con una tarda conferma venuta, ma a giochi ormai fatti, da una pusillanime Corte costituzionale, che ha escluso a posteriori il ricorso al ballottaggio, ma quando l’ombra di questa ipotesi aveva già prodotto il malanno, cioè aveva agito come una spinta in più ad affossare la riforma proposta dal renzismo. Solo questa soluzione può essere la via del futuro per rimediare a esiti elettorali diversamente sempre più frammentati e senza possibilità di confluenze.

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Letteratura

Veltroni: scavi stratigrafici ben riusciti

E’ certamente lecito nutrire dubbi quando un personaggio distintosi in alcuni settori di attività, come per esempio la politica, avanzi titoli per meritare consenso anche in ambito di narrativa. Ma basterà andare a vedere se c’è della stoffa autentica, in quella pretesa, oppure no. Mi è capitato già almeno tre volte di darla buona nel caso di Walter Veltroni narratore, riconoscendo che in lui esiste un mondo autentico, pronto a riaffacciarsi da una prova all’altra, e oltretutto sorretto da una buona armatura, che poi in termini di romanzo corrisponde alla capacità di inserire nell’opera una valida trama. Di cui invece danno segni di carenza tanti narratori dei nostri giorni, tra i più patentati e anche capaci di riportare prestigiosi premi letterari. Mi è capitato di lamentare proprio su queste pagine il fatto che ora, come pugili in difficoltà che si attaccano al corpo a corpo con gli avversari, molti narratori di casa nostra praticano in eccesso o il “giallo”, o l’autonarrazione. Invece Walter Veltroni possiede una valida ricetta, di stabilire collegamenti a distanza, ricorrendo a colpi di bacchetta magica che però ha il merito di presentare con una buona aria di verosimiglianza. Penso a “La scoperta dell’alba”, dove la soluzione magica sta nel riuscire a collegarsi, per via di telefono, a distanza di tanti anni, con un se stesso della prima adolescenza. Per questa via si solca il tempo trascorso, si attraversano periodi ormai accantonati, in una specie di stratigrafia. Come se la vita e la storia fossero dei pasticci di carne, dei polpettoni da cui prelevare delle trance a diversi livelli di profondità. Col che ritroviamo un’altra delle imprese più consistenti del Veltroni narratore, il “Noi” del 2009, dove quel plurale di prima persona è proprio il cognome di una famiglia di lunga percorrenza, i cui drammi, stati d’animo, composizione anagrafica vengono saggiati proprio conducendo dei sondaggi periodici sul filo dei decenni, quasi con ricorso a una specie di TAC a fette. Poi, in merito a un dialogo con un padre scomparso, c’è stato pure il “Ciao”, penultimo nato, dove la telefonata rivelatrice, o il sondaggio, l’ecografia va a sondare i movimenti, le aspirazioni, i timori e speranze di un padre anche in questo caso troppo presto scomparso. Questi vari validi ingredienti ritornano ora in “Quando”, dove la soluzione della telefonata che supera il muro degli anni è sostituita da un fenomeno sicuramente di malcerta credibilità, ma si sa bene che la poesia è il regno non del vero bensì del verosimile. Questa volta il protagonista, Giovanni, nel lontano 1984, mentre partecipa a Roma, piazza San Giovanni, a una dimostrazione politica in morte di Berlinguer vene colpito dalla caduta accidentale di uno striscione, il che lo getta in un coma profondo, ritenuto irreversibile. Ma ecco il miracolo, che è poi un efficace espediente narratologico, di far risvegliare il sempreverde riportandolo ai nostri giorni. Come già in “Noi” o in “Ciao”, siamo a una ingegnosa navigazione tra due strati, poco alla volta il risvegliato ricostruisce lo strato di partenza, anni dello scorso fine-secolo, allietato dalla vicinanza dei genitori e di una bella ragazza conquistata sul campo dell’amore. Poi, vuoto, buio, come nella notte più cupa o nel vaneggiamento onirico più inconcludente, fino all’inopinata uscita dal coma, in cui nessuno sperava più, con la difficile opera di rieducazione del risorto allo strato in cui giacciono tutte le acquisizioni dei nostri tempi, telefonini, moneta unica, carta geopolitica interamente mutata, situazione partitica anch’essa radicalmente cambiata. Il racconto ha la possibilità di alimentarsi a ritmo alterno frugando tra passato e presente. Il rinato alla vita è simile a un Robinson Crusoe di nuovo conio, anzi, a un Venerdì che occorre rieducare con pazienza insegnandogli daccapo come si vive al giorno d’oggi, con i vari ritrovati che sono stupefacenti per chi si è fermato a un trentennio fa. Purtroppo il tempo non è trascorso invano, il padre è deceduto, la madre, rimbambita forse anche a causa del dolore patito per la perdita del figlio, giace ebete in un ospizio, l’amata Flavia, da brava ragazza qual era, è andata a trovare il promesso sposo entrato nella notte finché ha potuto, ma poi si è sentita autorizzata a costituirsi una nuova famiglia, però dalla breve unione con Giovanni è nata una figlia. Perfetto e sicuro nel gioco di rimbalzo tra passato e presente, il narratore ha qualche incertezza nel riabilitare il resuscitato a una vita normale. Come comportarsi con la figlia naturale, farsi riconoscere o lasciarla convinta di essere stata generata dall’attuale compagno della madre? E come la mettiamo sul piano dei sentimenti, ricucire con Flavia, o essere riconoscente verso la dottoressa che ha presieduto a questo suo supplemento di esistenza, fino a stabilire una relazione con lei? E come pagare il grosso debito verso una suora che giorno per giorno lo ha assistito, forse con qualche ricordo di una vicenda analoga, ma girata al maschile, presente nel capolavoro di Almodovar, “Habla con ella”? I dubbi, le incertezze di Giovanni sono condivisi dall’autore, che non sa bene quale soluzione adottare, si tiene le varie carte nella manica, quasi chiedendo a noi lettori di decidere. Ma c’è stata la valida forza e pertinenza di quel continuo giocare tra due livelli, al di qua e al di là dei tempi.
Walter Veltroni, Quando. Rizzoli, pp. 217, euro 19.

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Arte

Il pieno gotico di Ambrogio Lorenzetti

Tra tante mostre inutili e ripetitive finalmente si è riusciti a dedicarne una a Ambrogio Lorenzetti, mai fatta prima, superando i tanti ostacoli, difficile trasportabilità delle tavole preziose, problemi di attribuzione ancora aperti, e poi, si sa, il bene della pittura del Trecento e oltre è affidato all’affresco, per natura intrasportabile, salvo a offrirne ampie riproduzioni su cataloghi e manuali. Ambrogio viene a salvare la prima metà del Trecento dall’occlusione compiuta da Giotto, implacabile, estrema, con le sue forme massicce. Dopo di lui il Trecento a Firenze boccheggia, segna il passo, avvalendosi del comodo giustificativo della Peste nera, venuta proprio alla metà del secolo a imporre una vistosa cesura, un blocco evidente. La stessa data infausta agisce anche a Siena, spegnendo fra gli altri proprio il nostro Ambrogio, che però negli anni precedenti aveva fatto in tempo a saltar fuori dall’eccesso di volumetria e di plasticità di Giotto e compagni, beninteso con l’aiuto dei maggiori di lui negli anni Simone Martini e il fratello Pietro. Vale senza dubbio lo stereotipo che attribuisce alla Scuola senese l’aver praticato un linearismo sciolto e zigzagante nello spazio. Diciamo la parola, i Senesi sono i veri gotici, mentre l’appellativo suona stonato proprio nel caso di Giotto, che transita dal romanico verso l’incipiente Rinascimento di Masaccio e compagni, L’architettura gotica, coi suoi fragili colonnini e baldacchini, ci sta male, per esempio in un capolavoro come la Pala d’Ognissanti, si vorrebbe quasi poterla espungere, togliere di scena. Mentre il goticismo dei Senesi è davvero intrinseco, anzi, si vorrebbe dichiarare che esso si proietta ormai verso la fase tarda del gotico fiorito. Se non ci fosse circa un mezzo secolo di mezzo, potremmo dire che Ambrogio anticipa già i Gentile da Fabriano e i Pisanello. Andiamo a vedere, per esempio le varie Madonna con Bambino. In quella conservata a Brera spicca la benda attorcigliata attorno al pargolo, quasi un simbolo dell’intera poetica dell’artista, volta ad assottigliare i corpi, a renderli affusolati, come dei salami ben stretti da un giro di lacci. Si sa poi quale capolavoro di avvolgimenti curvilinei sia la Madonna e Bambino conservata a Siena, Museo Diocesano, ma forse il capolavoro della serie è l’esemplare del Louvre, col Bambino che con gesto aggraziato, perfino lezioso, si porta a succhiarsi le dita della sinistra mentre con quelle della destra, divaricandole, si aggancia al manto della Vergine, campito con un compatto fondo scuro proprio per consentire a quei ditini di stagliarsi quasi come ombre cinesi. Passando ai polittici, è di nuovo una dichiarazione di poetica che uno di questi, delle Storie di San Michele conservate a Firenze, S. Procolo, si dica per tradizione composto “in figure piccole”. Questo è proprio il segreto dell’officina di Ambrogio, a totale contrasto col giottismo: ridurre, affidarsi a sagome snelle, serpeggianti nello spazio, il che gli consente pure di acquisire una straordinaria capacità descrittiva, fisionomica. Al centro di tutto ci sta “La professione pubblica di S. Ludovico da Tolosa” (Siena, S. Francesco), con i cappelli del clero in primo piano che sembrano come tanti dischi lanciati a fendere lo spazio, mentre le figurine si accalcano sul retro, inserendo i loro volti negli interstizi. Il giottismo esclude qualsivoglia capacità ritrattistica, in quanto insegue invariabilmente un modello unitario, solenne, statuario dell’umanità. Ambrogio, invece, proprio in virtù di una fattura sempre agile, sottile, disincantata riesce mirabilmente a caratterizzare i singoli volti, a variarne all’infinito i modelli, le tipologie, cogliendo per strada anche l’aiuto che, verso un esito del genere, può essere dato da tanti complementi fisionomici quali le barbe o i costumi. C’è infatti in lui una curiosità a espatriare, a guardare fuori sede, una voglia di erranza, di nomadismo. Se Firenze, con Giotto, si sentiva caput mundi, non così la minore Siena, desiderosa di puntare all’esterno, di impadronirsi appunto di costumi, mode, abbigliamenti foresti. Il trionfo di tutto ciò sta proprio nelle già ricordate Storie di San Nicola, per antonomasia dipinte “in figure piccole”, dove la fragile architettura gotica, fatta di esili, filiformi colonnine, ci sta a meraviglia, nessuno la vorrebbe eliminare, a differenza dell’impulso suscitato dalle “false”, improprie strutture gotiche dei capolavori giotteschi. Ovviamente le “piccole figure” si iscrivono alla perfezione in questi scrigni magici, ben attente a rispettare misure leggere, a gesticolare in modi contenuti, che quasi non afferrano spazio, non hanno alcun desiderio di farsi ingombranti. Naturalmente tutte queste virtù hanno il loro approdo, la consacrazione definitiva nei grandi murali che si ammirano nel Palazzo Pubblico, dove il Buon Governo si raccomanda per la moltitudine di personaggi che sfilano in parata, ciascuno dotato di tratti fisionomici e abiti abbastanza dettagliati, mentre nel Mal Governo emerge la centrale figura satanica, coi due cornetti deliziosamente scontornati, da un artista pronto ad affidarsi al gioco delle “ombre cinesi”. Ma il clou, ben lo sappiamo, sta nella straordinaria visione panoramica di un paesaggio che si allarga, si estende. Non sarebbe mai stato possibile un esito del genere a qualche giottesco, costretto a trascinarsi dietro l’immane peso dei corpacci cui quell’insegnamento lo condannava. Invece il fare piccolo di Ambrogio, che trasforma gli esseri umani quasi in saltellanti cavallette, gli consente di andare ad abitare le vaste distese, è appunto, conviene dirlo di nuovo, il miracolo, la virtù di procedere con “figure piccole”.
Ambrogio Lorenzetti, a cura di A. Bagnoli, R. Bartalini, M. Seidel. Siena, S. Maria della Scala, fino al 21 gennaio. Cat Silvana.

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Letteratura

Le nughette di Bajani

Attualmente la nostra narrativa è ostruita dal predominare di due filoni, il giallismo, dove è difficile stabilire se gli autori del cartaceo siano a rimorchio dei prodotti video o viceversa; e in alternativa assistiamo a un dilagare di autonarrazioni, di autobiografie più o meno trasposte, a mascherare una mancanza di capacità inventive. Forse il meglio ora è dato da agili formazioni intermedie tra prosa e poesia, approdanti alla ben nota misura del poemetto in prosa, anche senza dover invocare la formula estrema, ironica, consapevole del proprio estremismo, che Govenale e compagni hanno definito della prosa in prosa. Proprio su queste pagine ho lodato poco fa una serie bis di “Nughette” stese da Leonardo Canella, un corsaro libero che colpisce dalla periferia, con celeri incursioni, ritraendo subito la mano che ha scagliato i suoi dardi aguzzi. Gli può essere affiancato un personaggio ben più autorevole e centrale, Andrea Bajani, di cui ho avuto l’occasione di lodare la sua precedente “La vita non è in ordine alfabetico”, dove già si affidava al caso mediante una astuta formula di un docente illuminato, che invitava i suoi allievi a estrarre una lettera e a farne il fulcro di un racconto. Ora è come se Bajani avesse saltato una inutile cornice agendo direttamente, in proprio, e con un titolo scoperto “Promemoria”, divenendo lui stesso lo sfruttatore di tante “occasioni”, magari in accezione montaliana, o si potrebbe parlare anche delle epifanie joyciane, o con riferimento all’attuale civiltà elettronica potremmo anche riferirci ai twit. Si tratta infatti invariabilmente di brevi componimenti, anche se la misura non ne è fissa e stabile, l’autore procede “secondo quantità”, o “quanto basta”, per valerci di espressioni che compaiono in quei fogli di uso spicciolo che sono i menu dei ristoranti, o i ricettari di cucina. Potrei trasferire a Bajani tutte le consonanze di genere, anche nobilmente letterario, che già ho affibbiato alla produzione degli haiku di Canella. Si possono ricordare gli inviti a cena stesi da Orazio, o addirittura gli straordinari poemetti in prosa che Mallarmé ha composto in gran numero per convocare gli amici, letterati e artisti, a pranzi, merende, altri incontri conviviali. In un mio saggio di prossima uscita presso Mursia, “Il Simboilismo nella letteratura europea dell’Ottocento”, ho un capitolo dedicato al grande poeta francese in cui oso dire che forse il meglio della sua produzione sta proprio in questa ampia serie di documenti in apparenza “minori” e marginali. La virtù principale di questo vero e proprio genere sta nel saper mescolare sapientemente qualche tono elevato, sentenzioso, a immediate cadute nel prosaico più vile e banale. Non c’è bisogno di guardare lontano, basta analizzare il poemetto in prosa, lo haiku, o diciamo pure la nughetta stampata sulla copertina di questo aureo libretto, dove si parte con l’eterna questione di un amore da ritrovare, il che significa, appunto in accezione volgare, che la partner ce lo debba restituire “riparato”, come si farebbe per qualsiasi utensile domestico. Seguono di nuovo consigli di bassa routine, come l’invito a “non dimenticarla accesa”, quella fiamma ritrovata, equiparata alla luce emessa da una lampadina. Si sa che è utile spegnere una lampadina perché non si consumi troppo, e anche “per non farla fulminare”, con il consiglio aggiunto di “non guardarla fissa”. Delizioso è il gioco di sponda tra la futilità di certe circostanze materiali e invece le implicazioni d’ordine psicologico. E così via, ognuno di questi twit o haiku o nughette ci consegna una sfilza di note di tranquilla navigazione quotidiana, ma con improvvisi sussulti emotivi. Ognuno di noi tiene in casa una “lavagnetta”, o uno scartafaccio, in cui segna le incombenze della giornata cui adempiere: “sale grosso multa carta da regalo”. Una tranquilla routine, però rialzata da un sussulto finale: “andare Verano per la cremazione” dove la piccola navigazione quotidiana va a toccare una sfera di sentimenti, preferendo però non renderli espliciti. In conclusione, potrà essere questa via di “fare piccolo” una possibilità di salvezza per la narrativa dei nostri giorni?
Andrea Bajani, Promemoria, Einaudi, pp. 62, euro 10.

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Attualità

Dom. 12-11-17 (ancora Sicilia)

E’ incredibile e vergognosa la gazzarra seguita all’esito delle elezioni in Sicilia, esito scontatissimo che io stesso, l’ultimo e meno titolato dei commentatori, nel mio domenicale del mattino del giorno elettorale avevo potuto prevedere. Del resto, fin dai primi exit poll, alle ore 22 di quella domenica, le previsioni date dal TG7 di Mentana erano vicine al risultato finale, e mai il pur bravo direttore della Sette ha condotto una trasmissione più inutile e priva di motivi di interesse. Meglio avrebbe fatto a non rinunciare, il lunedì dopo, a darci il solito sondaggio sulle intenzioni di voto, ma a livello nazionale, nei cui confronti i risultati siciliani sono quasi del tutto irrilevanti, mai hanno costituito un attendibile prologo a esiti successivi di più vasta scala, E quando saremo di fronte a questi, si deve sperare che la quota dei votanti si innalzi, mentre si sa che in Sicilia questa è stata scandalosamente bassa, inoltre chiaramente inquinata da collusioni di mafia o di clientelismo. Insomma, è veramente stupida, o malintenzionata, la protervia con cui i commentatori si sono affrettati a trarre sinistri auspici nei confronti del futuro politico di Renzi. Neanche male se questi venissero dai partiti avversi al Pd, ma la vera vergogna della sinistra è quella di maggiorenti che non accettano mai i verdetti interni, sempre pronti a metterne in discussione gli effetti, nel caso specifico, sempre pronti, dall’interno, a mettere Renzi sulla graticola. Al momento, nulla può porre a rischio la leadership renziana, ma certo questo vale fino all’esito delle elezioni nazionali. Quando questo ci sarà, se gli dovesse essere sfavorevole, allora sì che la sua supremazia entrerebbe in discussione. In merito, come mi è già avvenuto di dire, è stolto fare i conti come se i capetti delle varie frazioni della sinistra, compreso l’ultimo arrivato Grasso, fossero capaci di trascinarsi dietro nel voto le sparute schiere dei loro aderenti. Nel segreto delle urne potranno compiersi aggregazioni, attrazioni verso il principio di dare un voto utile. Il popolo della sinistra sa ragionare meglio delle teste d’uovo dei commentatori patentati.
Da notare quanto sia stato stupido, supino il conformismo che ha portato a rieleggere Visco alla Banca d’Italia, così tagliando le gambe alla commissione parlamentare guidata da Casini, che pure sta mettendo in luce le magagne di controllori che non hanno controllato. Non era proprio possibile prorogare la conferma di Visco, non era saggia la mozione renziana volta a non assolverlo prima del tempo?

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Arte

Il capolavoro di Arturo Schwarz

E’ certamente un bene per la vita artistica di Bologna aver acquisito, pare ormai in forma stabile, Palazzo Albergati, nobile edificio rinascimentale, come sede di mostre, gestite, almeno per il momento, dal gruppo Artemisia. A dire il vero alcune puntate precedenti non erano state esaltanti, perché volte ad assicurare una tappa petroniana a cose già viste tante altre volte, come le personali dedicate a Escher, Mirò, Frida Kahlo. Ma questa volta è approdata in quel luogo una mostra assolutamente superba, di serie A, che qualsiasi altro museo tra i più altolocati del mondo, dal MOMA al Beaubourg, potrebbero desiderare (e forse ne è previsto il trasferimento). Il merito di tutto ciò spetta al Gran Vegliardo numero due del nostro universo artistico, di cui il numero uno, ovviamente, è l’ormai leggendario Gillo Dorfles coi suoi 107 anni, ma lo segue a ruota Arturo Schwarz, età 93, che con lunghi decenni di attività bene spesa nel collezionare capolavori di Dada e del Surrealismo, accompagnandoli con saggi e antologie sempre puntuali e aderenti, ha costituito in tali ambiti un patrimonio invidiabile, direi privo di concorrenti nell’intero pianeta. Ascoltando la voce del sangue e della sua storia personale, Schwarz ha deciso di donare questo enorme patrimonio al Museo di Gerusalemme, e non so se si debbano lodare o rampognare le competenti autorità del nostro Paese per aver concesso la fuoriuscita di tanti capolavori. Spero che il pubblico bolognese si renda conto di quale incredibile Ufo è atterrato a casa sua e sappia rendere il giusto onore a questo ben di Dio. C’è prima di tutto Marcel Duchamp al gran completo, naturalmente attraverso varianti, rifacimenti, facsimile. Infatti tra i meriti, o le colpe, di Duchamp c’è stato quello di distruggere la nozione di opera unica. L’artista è fonte di “concetti” e invenzioni che si possono incarnare in tanti modi, qui ci sono alcune delle apparizioni più celebri dell’operazione “ready made”, ma anche delle tante altre esperienze attraverso cui il maggiore protagonista del Dadaismo ha scorrazzato lungo tutte le vie, tra il materialismo e l’ìmmaterialismo più spinti. E ci sono anche i rifacimenti delle installazioni da lui realizzate in occasioni di due festival del Surrealismo, il soffitto tappezzato di sacchi, lo spazio di una galleria solcato da un reticolo di corde, che sono stati il viatico del dominatore della prima metà del secolo fornito ad aprire pure le strade della seconda metà e oltre. L’infinita varietà di installazioni “site specific” che oggi ci assedia trae da qui la prima origine. E attorno al Gran Padre di ogni innovazione c’è la schiera degli scudieri e accompagnatori, a cominciare dal fedelissimo, e anche lui estroso precorritore di ogni via innovativa, Man Ray, nonché un Francio Picabia con un piede già rivolto anche a invertire la marcia verso un ritorno a forme più tradizionali. Se il Dada in versione duchampiana fu soprattutto “cosa mentale”, non mancano qui i testimoni di altre “colonie” di quel movimento che invece furono affascinati dai residui, dai detriti, dal trash della vita quotidiana, e con questi combinarono degli assemblages arditi, profanatori, come fu nel caso del tedesco Kurt Schwitters, che nei primi anni Dieci rubò la battuta a Duchamp divenendo il suggeritore sia del New Dada di Rauschenberg e Johns, sia del Nouveau Réalisme dei francesi. Dopo la perfetta campionatura del Dadaismo nelle sue varie facce, Schwarz ha accumulato tesori del movimento successivo, il Surrealismo, che cambia le carte in tavola, sfruttando la musa che il fondatore André Breton, ne poneva alla base, cioè il lavoro onirico, Noi nel sogno godiamo come della proiezione di un museo privato, aberrante, ma pieno di forme e colori, e così, pur attraverso un percorso che resta ardito e innovatore, sua maestà la pittura ritorna in scena. Magari non era questo il fine del severo caposcuola Breton, che infatti non amò i giri di valzer di due seguaci in definitiva ribelli, come René Magriitte e Salvador Dalì, con cui, per la gioia di un pubblico magari voglioso di soluzioni tradizionali, si ritorna proprio a dipinti leccati, ben dettagliati, a gara con il nostro De Chirico e la sua Metafisica. Ma l’effetto, come confermano anche le opere di Yves Tanguy, Max Ernst, Victor Brauner, Wilfredo Lam, Sebastian Massa, è pur sempre perverso, deviante, e dunque del tutto equipollente agli effetti “stranianti” che il gran padre Dalì sapeva raggiungere senza ricorrere al pennello, ma avvalendosi degli oggetti già esistenti, procedendo solo a spostarli, a ribaltarli, oppure agendo solo in forza di “pensieri”, mettendo più che altro al lavoro le sue cellule grigie.
Duchamp, Magritte, Dalì. Capolavori dall’Israel Museum di Gerusalemme, a cura di Adina Kamien-Kazdahn, Bologna, Palazzo Albergati, fino all’11 febbraio. Cat. Skira.

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Letteratura

Un felice RicercaBO (2017)

Venerdi 3 novembre pomeriggio e sabato 4 mattina si è svolto il RicercaBO 2017, decimo della serie bolognese. Com’è andata? Mi sembra che i presenti ne abbiano riportato un’impressione positiva, condivisa da me. Intanto, partiamo da un dato esterno ma significativo. Per la prima volta si è raggiunta una piena parità tra colletti rosa e azzurri, sei per parte, a riprova che le donne si stanno conquistando il diritto all’eguaglianza, per lo meno in attività leggere e sovrastrutturali come la letteratura e le arti, mentre lunga e dura resta la lotta per la penetrazione nei poteri forti, politica ed economia. Venendo alle indicazioni stilistiche, questa edizione si è caratterizzata per una supremazia della narrativa, o diciamo, per non comprometterci troppo, della prosa. Nelle edizioni precedenti i narratori vagavano incerti, tra realismo magico, clima favolistico, metafisico e simili. Quest’anno c’è stato un ritorno alla testimonianza diretta, ai drammi del presente, a un incalzante “qui e ora”, aperto, se si vuole dalle pagine di autoanalisi offerte da Paola Silvia Dolci, con un tono freddo e davvero clinico, ma affondante nei remoti recessi della vita psichica, a fornirci una attenta e puntuale “Daseinanalyse”. Che, si badi, è cosa assai diversa dalla autonarrazione, compiaciuta e tutto rovesciata sui dati sociali, in cui oggi incorrono tanti narratori “maggiori” che magari affollano i premi ufficiali. Anche quest’anno la un buon numero di testi è venuto dai partecipanti al Premio Calvino, che ovviamente restano inediti a pochi mesi dalla loro comparsa in quella sfilata, e quindi, con il consenso del Presidente di quel Premio, Mario Ugo Marchetti, RicercaBO è in grado di metterli alla prova, fornendo utili indicazioni agli editori, nel caso che le vogliano raccogliere. Ebbene, i quattro testi provenienti da quella sorgente confermano un tono aggressivo, seppure con ritmi e velocità, anche di lettura, molto diversi tra loro. Nicolò Cavallaro e Andrea Esposito vanno alla carica con brutalismo martellante, tanto che mi sono sentito autorizzato a fare un richiamo alla Gioventù cannibale, indimenticabile stagione anni Novanta e delle sessioni di RicercaRE, utili da menzionare anche in ricordo dello scomparso Severino Cesari, che col socio Repetti aveva diretto quella carica travolgente. Ho pure ricordato il giudizio che Edoardo Sanguineti, intervenuto a Reggio in una di quelle parate di nipotini, li aveva incoraggiati al suono do un celebre titolo di uno degli Spaghetti western: bravi, continuate così, a essere brutti, sporchi e cattivi. E’ una formula che conviene perfettamente ai due reduci dal Calvino sopra menzionati, trovandosi d’accordo con altri di provenienza autonoma, come Luca Bernardi, Simone Burratti e Luciano Mazziotta, quest’ultimo capace anche di portarci un altro fenomeno vivo e intrigante di questa edizione, l’ibridazione dei generi. Infatti il suo testo ha pure valenze teatrali, ovvero il dramma esistenziale si accampa nel chiuso di stanze protette, divampando al loro interno. Ritornando ai reduci dal Calvino, le due voci femminili rallentano, come hanno sottolineato le autrici con letture forse fin troppo pacate, e dunque nel loro caso da una scrittura nera, violenta, tempestosa si passa a toni bianchi, asettici in apparenza. Come il duo di adolescenti che, nel brano letto da Emanuela Canepa. sperimentano in modi prudenti e circospetti il dramma di una omosessualità latente, quasi mettendo in atto una delle autoanalisi promosse dalla Dolci. Dell’enorme romanzo steso da Serena Patrignanelli avevo conoscenza completa, avendolo presentato nel mini-festival che tengo ogni anno al Grand Hotel Savoia di Cortina, e dunque so bene quanto difficile sia poterlo apprezzare appieno alla lettura di un brano ridotto, dove compaiono solo pochi dei personaggi che lo animano, così numerosi, che nella pubblicazione che certo non mancherà consiglierei all’autrice di premettere la lista completa delle dramatis personae. Comunque, è un mondo di ragazzini abbandonati a loro stessi, senza padri né madri, intenti a raccapezzarsi in un paesaggio desolato di rovine, a montare con un industrioso quanto povero bricolage dei pezzi superstiti di un universo industriale naufragato. Questa potrebbe essere anche l’indicazione metaforica per l’intero destino di questa ondata di nuovi narratori, decisi appunto a fare da sé, a ritornare ai primordi del genere, pronti del resto a farne dei poemetti in prosa, quasi delle prose liriche, come sono quelle fornite da Piero Tallarico.
Di fronte a questa offensiva della narrativa, ma pronta a farsi carico di battute lirico-esistenziali, la poesia quest’anno ha fatto marcia indietro, lasciando alla sola Eva Macali il compito di testimoniare a favore di uno sperimentalismo pronto a disseminarsi sulla pagina, invece che raccogliersi e concentrarsi come nei testi in prosa. Il caso più esemplare è stato quello di Marica Larocchi, peraltro già assai nota, perfetta nel conciliare una quasi classicità metrica, di sfruttamento di esatti e corretti endecasillabi, che però compattano al loro interno una multiforme semantica volta ad appropriarsi di ogni possibile materia di esperienza. In fondo, anche i prosatori sopra ricordati avrebbero potuto tentare di far entrare le loro esperienze nel contenitore stretto dei versi, così come la Larocchi, a sua volta, potrebbe spargere le chiome e dare in soluzione continua i suoi arditi “cadaveri squisiti”. Le è risultata al fianco la più giovane Marilina Ciaco, anche lei intenta a far entrare un multiforme materiale di vita in forme eleganti e con qualche accento tradizionale.

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