Attualità

Silava Grasso: l’errore di portare un abito rosso

Ogni volta che Silvana Grasso esce con qualche nuovo romanzo, le confermo la mia adesione, e dunque la ripeto anche per questo ultimo “La domenica vestivi di rosso”, anche se forse non si tratta di un esito particolarmente memorabile, ma, nel suo caso, “repetita iuvant”, e dunque, si parte pur sempre dal mondo meridionale, in versione siciliana, che è l’humus congeniale alla nostra autrice, da cui trare personaggi e trame. Ma per fortuna la Grasso si mostra ben decisa a gravare i suoi eroi ed eroine di qualche piaga, di qualche tara corporale che ne consente anche l’evasione da un deprecabile “giusto mezzo”, condannandoli, o destinandoli, a coltivare qualche eccesso, qualche anomalia. Così è nel caso della protagonista del presente romanzo, Nerina Spanò, che nasce come robusta e florida bambina, ma portatrice di una salvifica, o orrifica deviazione. Infatti in ciascuno dei suoi piedini ci stanno non le regolamentari cinque dita, bensì sei, e dunque questa creatura è marcata fin dalla nascita da un connotato di mostruosità. In sé è ben poca cosa, ma quanto basta, in quel mondo di persone troppo ossequienti alla norma, per far gravare su di lei una specie di maledizione o di interdetto. Peraltro salutare, dato che, sentendosi espulsa da un vivere comune, la nostra Nerina può darsi al capriccio, nascondendo i piedi irregolari ma mettendo a frutto la sua prestanza fisica, e anche mentale. Infatti riesce bene negli studi, si avvia a una laurea, sogna addirittura di scrivere una autobiografia. Sul piano fisico, sentendosi reietta dal mondo dei normali, coltiva l’eros in modi eccessivi, senza remore e freni. Anche perché si trova quasi subito nella condizione di orfana, con una madre che muore quasi subito, e un padre che, in omaggio a uno stereotipo meridionalista, se ne va a fare fortuna in America, portandosi dietro anche una sorella di Nerina. Ma lei può contare su una cugina portatrice di una felice complementarità nei suoi confronti. Questa Natalina, così si chiama, è completamente dentro alla norma, tutta casa e chiesa, negata agli stimoli erotici, destinata allo zitellaggio, persa nei giorni a eseguire i modesti lavori domestici, come lo stirare gli indumenti suoi propri e altrui. Ovviamente la Grasso, fertile produttrice di opere, è condizionata da qualche schema, e dunque in questa ennesima uscita si ritrovano alcune impostazioni già presenti nel precedente “Solo se c’è la luna”. Anche qui compare un duo, tra una creatura satanica, tutta dedita alla rivolta, alla trasgressione, e invece una compagna che le assicura un po’ di tranquillità domestica. Il carattere eccessivo in qualche modo provocato dall’anomalia anatomica di cui Nerina è vittima le consente di trasgredire per ogni verso, a cominciare da quello linguistico. Entrata nei suoi panni, la narratrice può concedersi un linguaggio volgare, molto prossimo al parlato, disseminato di “cazzo” e di altre scurrilità del genere, che del resto la nostra Silvana sarebbe pronta a gestire direttamente, da abile performer quale sa essere. Ma soprattutto ad animare la vicenda ci sta la sfrenatezza di Nerina in campo erotico, il che le consente di squadernarci una brillante galleria di amanti, molti dei quali appartengono come lei alla categoria degli anomali. C’è il coetaneo barricato nel silenzio, e in una esibizione di mezzi di trasporto di alto bordo, fino a rimanerne vittima in un incidente spettacolare. C’è il medico rinomato cui Nerina si rivolge per essere curata, ma che risponde alle sue avances chiudendosi in un silenzio gelido e scostante. C’è infine un anziano, quasi un equivalente della figura paterna, un tale Leonardo, persona piena di anomalie e singolarità. Se ne sta barricato in casa, assieme a un gatto maestoso, ha quotidiani aneliti a partire dal natio borgo selvaggio, così da recarsi in stazione ma, preso da ansia, fobia, interdetto, rientra sconsolato tra le mura domestiche, dove ha accumulato un patrimonio di libri. Sua unica occupazione, di apparente generosità, è quella di aiutare le giovani studentesse a stendere le loro tesi. E’ insomma un misto di angelismo e satanismo, che non può mancare di attrarre Nerina, sempre alla ricerca di casi aberranti e insoliti. Forte e sicura nell’impostare i profili, le sorti dei suoi personaggi, la Grasso ha poi qualche difficoltà a “chiudere”, a saltar fuori dalle sue trame. Qui si vale di una soluzione quasi in linea con i “gialli” che oggi vanno tanto di moda. Nasce un incredibile equivoco tra il professore e l’allieva, questa ritiene utile “vestirsi di rosso” per stimolare il partner reticente a uscir fuori dal riserbo, ma è una scelta psicologicamente sbagliata che Nerina paga con la vita. Il rosso portato a livello di indumento si muta nel sangue della ferita mortale inflittale dal professore nevrotico. Trovo qualche similarità con l’abito bianco, sacrificale, con cui la parente di Piero Manzoni faceva l’autostop per le vie della Turchia, quasi alla ricerca del sacrificio estremo, come in definitiva anche la nostra Nerina se lo è cercato.
Silvana Grasso, La domenica vestivi di rosso, Marsilio, pp. 187, euro 16.

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Attualità

Dom. 23-12-18 (Mauro)

La mia riflessione di oggi è suscitata da un editoriale di Ezio Mauro apparso sulla “Repubblica” di mercoledì scorso, 19 dicembre, improntato alla solita moda attuale di dileggiare il Pd, di muovergli ogni possibile rimprovero, con la codardia che si rivolge ai perdenti. Intanto, attorno a Mauro, è sempre rimasto un mistero, almeno per chi come me è un povero cittadino fuori dai giochi, intendere la ragione per cui è stato esonerato dalla direzione di quel giornale, non certo per disaccordo con la proprietà e gestione di quel quotidiano, visto che ne è rimasto un commentatore privilegiato. E dunque, stanchezza sua personale, o che altro? E’ curioso che in un mondo della chiacchiera come l’attuale avvengano cose abbastanza consistenti, come la sostituzione di direttori di giornali, senza che ce ne venga spiegata la motivazione, mi riferisco ovviamente anche al passaggio delle consegne avvenuto al “Fatto quotidiano” da Padellaro a Travaglio. Ma dunque, veniamo alle gratuite irrisioni emesse da Mauro. La prima di queste riguarda la molteplicità di candidati in corsa per le primarie del Pd, invece di dargliene merito per essere l’unico partito italiano ad aver mantenuto l’abito democratico di stabilire per elezione chi ne debba essere il leader. Si noti che solo poco fa uno Scalfari aperto a tutto, a contraddirsi ad ogni uscita, proprio su “Repubblica” aveva rimproverato a Renzi il difetto di aver voluto agire da solo, come se in questo momento la politica italiana, e anche all’estero, non fosse fatta tutta di solisti, da Salvini a Di Maio, a un Berlusconi che solo da poco sembra aver accettato, per sua manifesta debolezza, di condividere qualche responsabilità con Tajani. Ma se si vuole evitare l’”uomo solo al comando”, ricorrendo proprio allo strumento democratico delle primarie, è inevitabile che ci sia una pluralità di candidature, e dunque un dato del genere non può essere occasione per fare dell’ironia gratuita a carico del Pd. Del resto, non è poi vero che il campo sia così affollato, in definitiva sono rimasti a contendersi solo due leader, Zingaretti e Martina, con pochi altri nomi senza alcuna possibilità di vittoria. L’aver tolto di mezzo un terzo incomodo, Minniti, è stato in definitiva un gesto salutare da parte di Renzi, che diversamente sarebbe stato accusato di volersi ingerire nell’elezione per interposta persona. Il bello è che attualmente, da giudici malintenzionati come Mauro, Renzi viene bacchettato qualunque cosa faccia. In definitiva, si era detto che dopo le due sconfitte successive patite dal Pd sotto la sua regia, egli avrebbe dovuto mettersi da parte, rifiatare, attendere magari un altro tempo di entrata. Ora che l’ha fatto davvero, apriti cielo, gatta ci cova, vuole minare il partito, scavargli la fossa. Si rasenta una tragica comicità quando Mauro muove accusa al Pd di stare coltivando il proposito di stringere una qualche alleanza col M5S. Questa era la soluzione suggerita da tanta parte dei cosiddetti liberi commentatori di sinistra. Quando Renzi aveva fatto la sua uscita contro, decisiva per bloccare una linea del genere, si era inveito contro di lui, accusandolo di essersi comportato ancora una volta come padrone del partito, arbitro della sua sorte, distogliendolo dal “sano” intento di ricucire con quel gruppo entro cui senza dubbio si è rifugiato un gran numero di elettori in uscita dal Pd. Il colmo del grottesco è che Mauro, sempre in quel suo editoriale degli equivoci, insinua che sia ancora presente nei Pd una tentazione del genere, mentre anche Martina, dopo qualche momento di esitazione, sembra ora sinceramente convinto di chiudere in quella direzione, questo almeno egli dichiara apertis verbis nel programma che enuncia nel dare la scalata alla segreteria del partito attraverso le primarie. E anche lo stesso Zingaretti non è proprio che si pronunci decisamente per una politica di alleanza coi Cinque Stelle.

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Arte

Il Perugino non arriva alla “maniera moderna”

Il Comune di Milano ha da qualche anno la buona abitudine di offrire alla cittadinanza, in una sala della sua sede, Palazzo Marino, un capolavoro d’arte come biglietto di auguri natalizi. Quest’anno il felice compito è stato affidato a una delle tavole più note e riuscite del Perugino, l’”Adorazione dei Magi”, opera centrale nell’attività del maestro umbro. L’occasione è molto valida per me in quanto mi consente di riprendere subito la polemica che quasi sempre mi ha sorretto nel mio insegnamento di fenomenologia degli stili, contro il ricorso a talune denominazioni stilistiche pompose ma in sostanza molto equivoche. Domenica scorsa me l’ero presa con l’etichetta di Romanticismo, ma tra le righe avevo già dichiarato che la più equivoca e ingannevole fra tutte è quella di Rinascimento. Prova ne sia che il primo e migliore storico dell’arte che abbiamo avuto, Giorgio Vasari, non ne ha mai fatto uso, limitandosi a porre all’inizio di tutto, con grande chiaroveggenza, Cimabue e il suo “voltare” il linguaggio della pittura dal “greco”, che per lui stava per “bizantino”, in “latino”, certamente alludendo a una rinascita del naturalismo della grande tradizione greco-romana, ma da non potersi contrarre in una formula unica. Anzi, il grande Aretino dava a quel nuovo inizio una lunga storia, scandendola in “maniere”, che per lui erano equivalenti di “stili”, dato che nel suo lessico non era ancora avvenuto il “trasporto” metaforico da un umile strumento materiale, lo “stilo” degli scribi romani con cui scalfivano per usi quotidiani delle tavolette fittili ricoperte da uno strato di cera, a un significato “superiore”. Ma appunto grande merito del Vasari è stato di non contrarre quella “maniera” in un unico, amorfo prodotto, ma di darle un ampio sviluppo diacronico distribuito in tre fasi, culminanti nella “maniera moderna”, di Leonardo e Michelangelo, e del loro erede migliore, Raffaello, Ma di quella “maniera moderna” il Perugino è stato solo un profeta, non un praticante, a lui, e ai suoi pur validissimi coetanei, nati all’incirca alla metà del ‘400, cioè i vari Botticelli, e Signorelli e Ghirlandaio, toccò il destino di fermarsi nel limbo della “seconda maniera”, quella che certo possedeva già una pratica disinvolta delle anatomie e fisionomie, ma mancava di articolazione spaziale. I volti, per esempio, come proprio succede in questa tavola, si accalcano in primo piano, guancia a guancia, quasi incollati, quasi a impedire che tra l’uno e l’altro circoli dell’aria, come pesci che stanno annaspando nella rete. Caso mai, per evitare che tutti quei corpi franino a terra per eccesso di assembramento, l’artista pone nella scena dei tronchi verticali, come assi, putrelle, travi per sorreggere quell’affollamento di corpi, che ignorano assolutamente una possibilità alternativa, quale sarebbe il distribuirsi nello spazio. Questo resta nulla più che una quinta schiacciata, come il fondale per uno spettacolo. Ecco un tratto tipico di “quasi” tutti i protagonisti della seconda maniera, l’essere dominati da una paura dello spazio profondo, così da indurre i propri personaggi a evitarlo. Tra di loro, c’è stato soltanto un coetaneo capace di compiere il passo decisivo, Leonardo, che non per nulla nelle mie lezioni, fondate sul metodo del materialismo culturale e del criterio delle omologie, ho paragonato a quanto fatto da un altro suo coetaneo, Cristoforo Colombo, che ebbe l’ardire di dirigere le tre mitiche caravelle verso il largo, verso il mare aperto, mentre fin lì i naviganti si limitavano a bordeggiare lungo la costa. Nella sua “Annunciazione” il Maestro di Vinci spinge lo sguardo in lontananza, in campo lungo, facendo invadere lo spazio dalla tenuità azzurrina dell’atmosfera, di cui per primo intuisce la presenza, a “sfumare” la visione, che invece nel Perugino e compagni resta troppo nitida, lunare, in quanto non disturbata per nulla da quel gas stemperante che è appunto l’aria. Sarà invece pronto a intendere questa grande e inevitabile innovazione il giovane Raffaello, esattamente nel momento in cui abbandona la scuola del Perugino per passare a quella decisamente “moderna” del Vinci. E se si confrontano due celebri esecuzioni dell’uno e dell’altro attorno allo “Sposalizio della Vergine”, si nota a meraviglia lo scarto intervenuto, con il giovane che induce i personaggi ad allontanarsi dal primo piano, a distribuirsi in profondità, mentre anche il tempio in lontananza non è più un pura sagoma piatta, sforbiciata e incollata sullo sfondo, ma assume anch’esso un inizio di rotondità, anche se si dovrà andare ben oltre quell’ancora timido inizio, e Raffaello stesso crescerà ben presto su se stesso inoltrandosi coraggioso lungo i sentieri della modernità. In questa animata e decisiva vicenda il “rinascimento” ha ben poco da dirci, potrebbe essere solo fonte di inciampi e di inutili battute d’arresto.
Perugino, Adorazione dei Magi, a cura di Marco Pierini. Milano, Palazzo Marino, Sala Alessi, fino al 13 gennaio. Cat. Silvana Editoriale.

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Letteratura

Wu Ming: difficoltà di scrivere un romanzo “misto di storia e di invenzione”

Ancora una volta sono chino a esaminare, come un medico, l’ennesimo prodotto del collettivo che firma Wu Ming, uscito tempestivamente attorno ai grandi eventi della Rivoluzione russa. Ne è venuto “Proletkult”, condotto a modo loro, il che significa un arrovellarsi attorno a una problematica molto difficile. A suo tempo il Manzoni l’aveva battezzata con la formula del “romanzo misto di storia e di invenzione”, denunciandone gli ostacoli, i rischi, tanto che, dopo la splendida riuscita dei “Promessi sposi”, non ci aveva più provato, con grande delusione del pubblico italiano che era rimasto in avida attesa di un nuovo capolavoro. Il fatto è che si tratta di mettere d’accordo due corni difficilmente conciliabili, dove è la storia che alla fine rischia di prevalere, come fu proprio, nel caso di Don Lisander, quando ci diede la “Colonna infame”. Forse un eccellente, ben equilibrato esito tra i due piatti della bilancia ce lo ha dato di recente Helena Janeczek, con “La ragazza con la Leica”, cui io stesso, su queste colonne private, avevo annunciato un brillante avvenire, realizzatosi quest’anno con l’assegnazione del Premio Strega. Ma già in un caso ancor più recente, il “Mussolini” di Scurati, pur ottimo lavoro da me molto lodato sull’”Immaginazione”, e dunque con un’uscita “in chiaro”, in cartaceo, mi sono posto il quesito se ormai il prodotto non risulti troppo pendente dalla parte della storia, a danno della “fiction”. I Wu Ming fanno senza dubbio salti mortali per conciliare i due corni del dilemma, cercando di dare un’aria “fantasy” a fatti che pure vanno a pescare con zelante acribia negli annali della storia. Ma quando si cerca di servire due padroni, il pericolo è di lasciarli entrambi insoddisfatti. In questo caso la partenza è folgorante nel segno della “finzione”, balza in primo piano un tale Leonid Voloch, francamente non so se a suo tempo davvero esistito o se sia una “invenzione” del nostro collettivo. Certo è che la sua entrata in scena appare fragorosa, quindi si stenta a ricondurre l’evento a una trama storica, che però vigila e incalza nelle retrovie. Leonid è un terrorista della più bell’acqua, che nel 1905 conduce un grave attentato contro un convoglio carico di rubli ancora stampati dal regime zarista. E’ un evento quasi da western, ma poi sappiamo che quell’attentato ci fu davvero, per finanziare coi proventi di quella rapina le imprese rivoluzionarie di Lenin e compagni. Subito viene cucito a questo primo evento senza dubbio sconvolgente un altro episodio ugualmente fuori norma, sembra quasi che questo personaggio, destinato a scomparire e poi a riapparire a intervalli regolari, si sia rifugiato su un’astronave in partenza per un altro pianeta. Strabuzziamo gli occhi, mai possibile che i nostri diligenti archivisti osino tanto? Ma no, tranquilli, la storia è pronta a riassorbire questi slanci, infatti il vero protagonista della vicenda è un rivoluzionario di prima forza, Bogdanov, figura davvero esistita, e tra i primi autori di fantascienza, attraverso l’invenzione di un pianeta felice dove la rivoluzione proletaria è avvenuta davvero e l’uguaglianza sociale è stata raggiunta. Poi per qualche tmpo non sappiamo più niente di un simile UFO misterioso, se non per il fatto che da quella stella piove una figura deliziosa, la giovane Denni, vissuta a lungo in una specie di letargo. Infatti ricompare sul suolo russo quando la rivoluzione di ottobre è già avvenuta, ma lei non ne sa nulla, basti pensare che tenta di spendere proprio quei rubli fuori corso a suo tempo ottenuti con la lontana rapina iniziale. Verremo a sapere che, per vie molto strane e impreviste, la giovane è figlia dell’erratico Leonid, di cui va alla ricerca disperata. L’obiettivo però si sposta sul vero protagonista, appunto Bogdanov, che ha partecipato a tutte le fasi incubatrici della grande rivoluzione di ottobre, in dialogo, incontro e scontro, con Lenin e con gli altri grandi capi, attraverso riunioni, conciliabili, partite a scacchi che hanno giocato in esilio sull’isola di Capri, e perfino in un scuola organizzata a Bologna, chi mai lo aveva saputo? L’acribia dei Wu Ming ha scoperto perfino questa remota presenza di sussulti eversivi nella nostra comune dimora. Ma poi, a rivoluzione avvenuta, Bogdanov è divenuto sospetto all’ala vincitrice del partito, quasi sconfessato da Lenin, del resto già scomparso, mentre anche Stalin si sta già scaldando i muscoli per la conquista del potere. Bogdanov ormai è visto con sospetto, ma si salva sia per i suoi gloriosi trascorsi accanto ai leader della rivoluzione, sia per essersi dato a un ramo marginale, divenendo un grande medico che vuole inseguire il progetto della “cultura proletaria”, di un enorme afflato collettivista e unitario attraverso una curiosa tecnica delle trasfusioni, non da un donatore a un paziente che ne ha bisogno, ma anche da quest’ultimo all’altro, nel nome di una fusione dei sangui, proprio come ideale miracolosamente unitario. In definitiva se Lenin e compagni sono diffidenti nei confronti di una simile terapia, appaiono anche giustificati e comprensibili. Ma a Bogdanov va tutto il nostro appoggio quando proprio di Lenin denuncia l’ottuso materialismo ancora di specie ottocentesca, positivista, ostile ai nuovi traguardi della scienza. Però nulla da fare, Bogdanov si trova nei guai, pur coltivando generosi progetti scientifici e umanitari. Ricompare a salvarlo il lontano e a lungo sparito compagno Leonid, che però è diventato un genio del male, al servizio della Ghepeu. Qui i nostri narratori forse sfruttano qualche ricordo del “Terzo uomo”, del film dominato da una gigantesca interpretazione di Orson Welles. Il “cattivo” Leonid ha tradito tutti i passati ideali, ma a sua volta non può tradire il compagno di un tempo, che oltretutto si sta adoperando per gettargli tra le braccia quella figlia sconosciuta e in sostanza rinnegata. E così via, la vicenda si tiene in altalena tra i vari momenti e passioni e obiettivi, senza decidere a favore dell’uno o dell’altro, ma ci ha permesso di navigare in anni cruciali della rivoluzione bolscevica, senza pretendere di ricavarne alcuna morale.
Wu Ming, Proletkult. Einaudi stile libero, pp. 333, euro 18,50.

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Attualità

Dom. 16-12-18 (Renzi)

Certamente sarei reo di una certa ipocrisia, quasi nel senso letterale della parola, di chi cerca di evitare di dare un giudizio, se continuassi a tacere sui passi attuali compiuti da Renzi. Tutto sommato confermo la fiducia che ho espresso tante volte a suo favore, ritenendo che solo da lui possa venir fuori una qualche azione salvifica per il Pd. E’ ridicola la tesi espressa da uno Scalfari ormai ondivago che insiste nello stendere ogni domenica qualche lenzuolo di stampa sulla “Repubblica” riempiendolo di pareri discordi. Che ci sia stato, e ci possa ancora essere del protagonismo in Renzi, è una ricetta che trova conferma in tanti altri leader del momento, in Salvini, Di Maio, Macron, Merkel, perfino nella May. Ormai, piaccia o no, più che i collettivi, dominano coloro che ne alzano le bandiere. Venendo a Renzi, non credo che egli voglia uscir fuori dal Pd per creare un uovo partito, sa bene che, come dicono i sondaggi, non potrebbe sperare di andare oltre un 10%. E del resto lo dovrebbe scoraggiare l’esito meschino dei suoi antagonisti di un tempo, Bersani and Company. Forse è il caso di prenderlo sul serio, che cioè per qualche tempo voglia davvero stare fuori dalla mischia, godersi lo spettacolo masticando pop corn. L’alternativa sarebbe stata di creare una mini-corrente a proprio nome, dall’esito incerto, affidata a un Minniti timoroso, e un po’ troppo segaligno, con un unico exploit alle spalle, la trattativa con la Libia per evitare le migrazioni, dall’esito molto incerto non tanto per colpa sua quanto per l’inesistenza di un soggetto politico attendibile, sull’altra sponda del Mediterraneo, con cui sostenere un dialogo costruttivo. Credo che Renzi si auguri che nessuno tra i contendenti rimasti in campo raggiunga nelle primarie il 50% più uno, a riprova che non c’è un leader capace di sostituirlo. In fondo, egli fa quanto i suoi critici lo accusano di non aver fatto subito dopo le due successive disfatte al referendum e alle elezioni del marzo scorso: prendersi una vacanza, stare a vedere alla finestra. Ritengo che sia quanto egli intende fare per il momento, aspettando il tempo giusto per un suo rientro in scena, ma nella parte del conduttore dei giochi, che è l’unica che gli si addice. Intanto, può benissimo svolgere il compito sacrosanto di oppositore del miserabile governo gialloverde, nei cui confronti ha il merito di aver dissuaso i compagni dal lasciarsi incantare da quel falso flauto magico. E quando si smetterà di dire che il Pd non fa opposizione seria? In definitiva il povero Martina si è sgolato in quel senso a più non posso. Per andare oltre ci sarebbe solo da fare la mossa che i migliori romanzieri hanno affidato a qualche malato terminale, rendersi utile per esempio, si legga Dostoevskij, andando a sparare allo zar o a qualche altro dittatore del momento.

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Arte

Un Romanticismo di facciata

Nella mia carriera di docente di fenomenologia degli stili ho sempre invitato a diffidare proprio di due “stili” troppo invadenti e indeterminati, quali il Rinascimento e il Romanticismo. Lasciamo perdere al momento il primo di questi, parliamo del secondo a cui è intitolata una mostra corposa alle Gallerie d’Italia, nel pieno centro di Milano, con un’appendice lì vicino, al Poldi Pezzoli, il tutto a cura di Fernando Mazzocca, che da tempo gode di una ufficialità forse per il suo conformismo, per un’adesione a concezioni stereotipate e convenzionali da cui non manco mai di prendere le distanze, rimpiangendo le sue fasi giovanili quando non disprezzava di partecipare con me a rassegne un po’ più originali. Un primo difetto di questa sua nuova impresa è proprio di non affrontare la duplicità dell’ etichetta, infatti i Romanticismi in sostanza sono due, quello che più conta risponde in definitiva a una accezione generica che lo lega al sentimento, all’imporsi di un irrazionale che cominciò a soffiare in Europa già sul finire del ‘700, soprattutto con alcuni eccezionali artisti inglesi, o là accolti, come un numero uno, lo svizzero Fuseli, e soprattutto un allora disprezzato William Blake, che però ha redatto le due immagini più calzanti per “questo” Romanticismo, da un lato un vecchione assiderante da lui denominato Urizen, guardate un po’ che cos’è “your reason”, a sfida della ragione illuminista, considerandola raggelante, mortale, cui si doveva contrappore l’immagine di un baldo giovane pieno di slancio, da lui denominato con due anagrammi, Los e Orc, Sole e Cuore, che costituivano i due principi di base dell’autentica rivolta romantica, pronta a proseguire fino alle rivoluzioni di Freud e di Einstein. Ma da un punto di vista filologico, purtroppo, è vero che “romantico” è quanto riguarda le lingue e letterature romanze, con la loro rivolta tematica alla mitologia classica, e dunque è lecito dire che furono romantici i pittori che ricostruivano scene, episodi, miti medievali, ma purtroppo in modi spesso leccati al limite con l’oleografico, come purtroppo avvenne in Italia, sotto la guida di un artista senza dubbio dotato come Francesco Hayez, ma che mancava della carica travolgente di un Géricault o di un Delacroix. Morale di questa storia, i veri “romantici” sarebbero i due inglesi, Fuseli e Blake, subito affiancati dall’onda travolgente di Turner, o dallo spagnolo Goya, col suo scatenamento del mondo onirico del sottosuolo, e perfino, a leggerli bene, certi neoclassici come David e il nostro Canova, quando anche lui faceva l’”inglese” ispirandosi proprio ai fantasmi di Fuseli e di Blake. Passato quel momento, il Romanticismo da noi fu solo una questione tematica, di soggetti che si ispiravano alle epopee medievali, ma trattandole con mortifera compostezza, con un realismo meticoloso, o appunto oleografico, sulla scia di un Hayez che aveva rinnegato il periodo giovanile trascorso proprio alla scuola di Canova, lasciandolo al collega e rivale De Min che pagò duramente quella sua fedeltà venendo praticamente cancellato. Accanto ad Hayez, sussiste lo stuolo degli stentati, accademici Molteni, Podesti, Lipparini eccetera. Che oltretutto in questa mostra vengono spezzettati in tanti piccoli settori tematici che ne sbriciolano le personalità impedendone una lettura globale. Per cui anche taluni validi, perché periferici, paesaggisti come Bagetti, col suo procedere in modi da primitivo, quasi da “candido”, o Ippolito Caffi, con la sua capacità di stupirci e di superare uno standard normale portandoci ad ammirare un incendio o una nevicata, vengono frantumati in tante apparizioni separate. Lo stesso si dica per il protagonista numero uno della Scuola di Posillipo, Giacinto Gigante, l’unico che tra noi fu capace di gareggiare con Corot, o addirittura con Turner. Mentre i pur interessanti Puristi, con in primis Minardi, e i ritratti tra il surreale e l’espressionista di Tominz vengono lasciati alla sede di complemento, al Poldi Pezzoli, che ha pure il merito di mettere in mostra un medievalista coi fiocchi, capace di ricavare dal passato tutto il possibile fascino, come il Cigola. Il corpo grande delle Gallerie d’Italia risponde davvero a un Paese dei morti, come senza esagerare gli stranieri dell’epoca definivano la nostra cultura artistica, da cui qualche segno di riscatto lo si poteva trovare caso mai nel Piccio, che almeno immergeva le scene oleografiche degli altri in un fare più fluido e stemperato. Tra gli scultori, ci sta bene Bartolini coi suoi candori che già annunciano il riscatto di un verismo capace almeno di lasciar cadere l’immaginario troppo leccato e lezioso di altri, in attesa che quel mondo pigro e inerte venisse scosso dalle sculture baldanzose di Vincenzo Vela, Dovremo aspettare la seconda metà del secolo per assistere al risveglio dell’Italia, con i Macchiaioli e altri, ma per fortuna nessuno avrebbe più parlato di Romanticismo, almeno in questa accezione assolutamente bolsa, priva di cuore e di anima.
Romanticismo, a cura di Fernando Mazzocca. Milano, Gallerie d’Italia e Poldi Pezzoli, fino al 17 marzo. Cat. autoedito.

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Letteratura

Piccolo: un animale per fortuna sempre contrastato

Esiste una specie di proporzionalità inversa, tra Francesco Piccolo e me. Man mano che il suo successo cresce, fino alle proporzioni attuali che lo vedono entrare un po’ dovunque come indispensabile sceneggiatore di film e di spettacoli televisivi, diminuisce il mio consenso, che invece era pieno e cordiale quando lui si presentò ai per me indimenticabili appuntamenti di Reggio Emilia (RicercaRE) degli anni ’90, con quella vicenda minima ma assolutamente esemplare del ragazzino che si chiede perché mai i genitori gli impongano di viaggiare sul lato esterno della strada quando accompagna il fratello minore: è una forma di omaggio, o invece di sottovalutazione a favore dell’altro, considerato persona più importante da proteggere? In seguito Piccolo ha continuato a lungo in questo suo giocare alla morra cinese applicata a tante altre piccole occasioni (“senza importanza”, avrebbe chiosato Tabucchi). Quale mossa fare per sorprendere l’avversario, o comunque per uscir fuori dal seminato delle risposte ovvie e prevedibili? L’ho esaltato tante volte, in queste sue prove un po’ fragili ma deliziose, per cui credo che ora egli mi tenga “in gran dispitto”, o mi dedichi un tradizionale “non ti curar (di lui) ma guarda e passa”. Già in presenza dell’opera del ’14 che pure gli ha dato lo Strega, “Il desiderio di essere come tutti”. ho manifestato qualche dubbio, o meglio ho tentato di riportarlo al suo motivo originale in quanto nella autoconfessione doveva pur ammettere di aver violato un desiderio pur tanto comune, così da essere combattuto tra l’adesione a Craxi, eretica per un qualche esponente, allora, della sinistra, o invece il culto “come tutti” rivolto a osannare Berlinguer. Ora, con “L’animale che mi porto dentro” siamo al medesimo bivio, ma aggravato, dato che l’autore parte dal presupposto che in lui, “come tutti”, almeno del versante maschile, prevalga il motivo dell’aggressione e del dispotismo, ai danni dell’altra metà del sesso, e in effetti queste pagine sono anche un diario dei mille casi in cui il brutale animale maschio dentro all’autore si è manifestato allo scoperto, in modi diretti e senza attenuanti. Ma se si va a leggere da vicino, si scorge che i passi più vivaci e anche divertenti sono quelli in cui in lui rinasce il procedere doppio, con una componente che frena o serve d’impaccio allo spirito bellicoso e aggressivo, quando invece della risolutezza in lui prevalgono l’incertezza, l’impaccio, l’esitazione, il che lo porta a muoversi come un classico “imbranato”. Si hanno così situazioni intrinsecamente comiche, come quella di uscire in tre, e non solo con la fidanzata del momento, o come la gaffe di non saper gestire bene il preservativo e di smarrirlo dentro l’organo della partner, o addirittura di “venire” dentro di lei per fretta incontrollata, indegna di un vero conquistatore. Insomma, invece che trovarci di fronte a tanti trionfi dell’animale che senza dubbio cova in noi, troviamo una serie di insuccessi, di goffaggini, di passi falsi a catena, il che conduce a un esito trionfale quando il nostro amatore si trova a dover fare i conti con una partner diabetica che cade in deliquio, sottoponendolo a una serie di imbarazzanti quesiti: dove trovare lo zucchero necessario per farla uscire dal coma, o come telefonare per chiedere soccorso, avendo il cellulare scarico? Non so se il Piccolo divenuto ormai uno sceneggiatore principe del nostro cinema si sia reso conto di aver costeggiato a questo modo una delle sequenze più forti ed entusiasmanti del capolavoro di Tarantino, “Pulp Fiction”, quando un magnifico Travolta se la cava rianimando la pupa del capo gangster con una puntura avventurosa inflitta in vicinanza del cuore. Quindi, in definitiva, Piccolo stia tranquillo, l’animale che si porta dentro è sempre ostacolato da una inguaribile controtendenza, di impaccio, di debolezza, Ma forse questa mia insistenza a volerlo riportare a un filo conduttore è proprio quanto detesta nei miei presenti interventi su di lui, come si teme un testimone di vecchi tempi che si ritengono ormai superati verso più luminosi traguardi.
Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro, Einaudi, pp. 228, euro 19,50.

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Attualità

Dom. 9-12-18 (applausi)

Il “Corriere della sera” di ieri, come del resto ogni altro quotidiano, ha riferito dei fitti applausi con cui è stata salutata la presenza del Presidente della Repubblica Mattarella alla prima della Scala. Io invece, se fossi stato presente, lo avrei sonoramente fischiato, come logica conseguenza di quanto ho detto su queste private e solitarie mie colonne, senza che alcun altro interprete di me più titolato mi abbia ripreso (in entrami i sensi della parola, confermando quanto da me detto, o sdegnosamente contestandolo). Io rinnovo l’accusa contro di lui di aver consegnato il Paese ai due gaglioffi che ci stanno portando alla rovina, un Di Maio, che almeno a sua conforto aveva un 32% di consenso elettorale, e un Salvini, che allora era fermo al 17%, ma che ben presto ha capito che poteva fare tesoro della sua posizione ricattando Di Maio, affacciato letteralmente sull’abisso, in quanto, se non andava al governo, sarebbe stato fagocitato dai compagni di partito. Come già detto da me varie volte, Mattarella ha agito per pura ignavia, per paura di dover affrontare i rischi e imbarazzi di compiere l’unico atto doveroso, di mandarci a nuove elezioni. Egli si è comportato da quell’essere vacuo, insignificante, con occhio spento, come Crozza ha magistralmente messo in evidenza mettendo a confronto una sua foto a quattro anni con una di oggi, mostrando la continuità di un carattere sfuggente e incerto. Non capisco neppure le ragioni di un consenso confermato di fronte alle ulteriori fughe dalla responsabilità del nostro Presidente, che invece di rimandare indietro le leggi che hanno destabilizzato i nostri risparmi ha proceduto a firmarle, a scanso di guai, limitandosi ad accompagnarle appena con un inutile fervorino di difesa di certi principi costituzionali, mentre sapeva bene che, dando il potere a quei due, tali principi sarebbero stati sistematicamente violati. L’unico apprezzamento che si può rivolgere al governo gialloverde, è di aver chiaramente preannunciato le sue mosse, e dunque Mattarella non si poteva illudere, sapeva bene che, a non fermarli, ci portava in casa la peste.
Ma c’è dell’altro in quegli applausi frenetici con cui è stato salutato l’Attila verdiano, del resto cosa consueta, il melodramma, e in particolare le sue messe in scena alla Scala, sono l’unica manifestazione artistica che riscuote omaggi sproporzionati, come non avviene per qualsivoglia proiezione cinematografica o commedia teatrale, e tanto meno a favore di un autore se si presenta qualche suo libro. Quanto alle mostre d’arte, là per fortuna non c’è il costume di applaudire. Invece alla Scala questo si fa, forse perché è un evento tranquillizzante, una conferma di benessere delle classi al potere che si “congratulano”, nell’accezione etimologica della parola, per quell’atto di sopravvivenza e di conferma di un solido “status quo”. Che poi lo spettacolo in sé meriti davvero quell’omaggio così retorico, è cosa tutta da dimostrare. Io, come credo qualsiasi altro cultore della contemporaneità su tutti i fronti della ricerca, mi sento del tutto refrattario all’opera dell’Ottocento, che per me vale fino a Mozart e Rossini, e caso mai ricomincia con Puccini. Qualche volta ci provo, a misurare le mie reazioni di fronte al melodramma, per verificare se col tempo ho raggiunto un qualche grado di accettazione. Venerdì scorso, trovandomi disoccupato in una camera d’albergo, ho tentato di assistere all’esecuzione dell’Attila, ma proprio non ce l’ho fatta, a cominciare dal libretto, gonfio di retorica, di un vocabolario già del tutto vecchio e sorpassato anche per quegli anni, spiriti di Manzoni e di Leopardi dove siete? Chi si sintonizza sul loro linguaggio non può che respingere quella lingua bolsa, che avrebbe bisogno di traduzione ai margini. Non me ne intendo affatto di musica, ma mi sembra che quel continuo “papazum” non sia particolarmente apprezzabile, oppure mi viene fatto di procedere a un accostamento alla mostra del Romanticismo che ho visitato, e stroncato nel settore di questo blog dedicato all’arte. C’è una corrispondenza tra Verdi e Hayez, magari, diciamo pure, a favore del primo, non dubito che in opere posteriori abbia dimostrato quell’eccellenza che usualmente gli si riconosce, ma nell’Attila mi pare che corrisponda davvero a quei dipinti accademici, oleografici che i nostri falsi romantici dedicavano a vicende medievali. Magari gli interpreti, la regia, le scene ci hanno messo del buono, per rendere accettabile un vecchio prodotto, così come uno chef tenta di ridare vita a vecchi cibi conservati nel freezer.

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Arte

Bansky: illustratore satirico di qualità

Credo che sia ormai ora di mutare la quarta lettera dell’acronimo MUDEC, Museo delle culture del Comune di Milano, nella “A” di arte, facendone, come doveva essere in origine, prima di un infausto dirottamento verso scopi più larghi, il tanto atteso e necessario Museo milanese per l’arte contemporanea. Lo attesta la mostra eccellente di Paul Klee che ancora vi si può ammirare, unico maestro del Novecento a non aver subito quel calo di qualità dopo il 1930 di cui invece sono stati vittime tanti suoi colleghi. E prima di lui avevamo potuto ammirare mostre ugualmente eccellenti di Jean-Michel Basquiat e di Frida Kahlo. Si aggiunga che in questo momento ci sta pure un’esposizione dell’artista oggi più alla ribalta, quel Bansky che si avvolge nel mistero biografico. Chi è davvero, dove vive, qual è la sua età? E’ invece facile rispondere a un quesito in definitiva più pertinente, nel caso di un artista: quale è il filone cui lo si deve ascrivere? Non c’è dubbio, egli appartiene a pieno titolo alla serie degli illustratori satirici, con alle spalle una illustre progenie, che magari, se non prima, può partire tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, includendovi i disegnatori della francese “Assiette au beurre” e i nostri che, sul tipo di Galantara, stendevano le vignette satiriche dell’”Avanti!” della Domenica, fino a giungere agli attuali illustratori che gareggiano sulle pagine dei maggiori quotidiani, Forattini, Gianelli, Altan, Staino, eccetera. Arma comune di tutta la categoria, quasi segno distintivo, valersi soprattutto del bianco e nero, con sagome stagliate su fondo bianco, o viceversa, e rare applicazioni del colore. Bansky, in più, si vale di una possibilità concessa dai nostri tempi, l’ingrandimento, fino a coprire intere pareti, sfruttando la facoltà accordata dalla street art. Ma forse proprio nell’affrontare questo ingrandimento, quasi affidato al pantografo, il discorso di Bansky si fa incerto, perde di mordente. Meglio che le sue sferzanti scenette si trasferiscano, seppure su pareti esterne e visibili, quasi come delle decalcomanie, estratte dalla sede primaria di nascita sul foglio, quindi diligentemente applicate. Beninteso la base, la ragion d’essere di questo linguaggio non può che essere un intento di denuncia, di contestazione, di attacco a qualsivoglia sistema dominante. Si tratta di una componente contenutistica in confronto alla quale l’aspetto stilistico viene quasi a rimorchio, né del resto Bansky se ne preoccupa molto, la sua attenzione e intenzione primaria vanno alla punta, alla provocazione, seppure affidate all’effetto prima di tutto visivo. Un primo obiettivo polemico è ovviamente la guerra, intesa come un malanno sempre da condannare, da investire e travolgere col discredito della satira. E così, i combattenti diventano come i giocatori di bocce che invece di lanciare le biglie inviano nello spazio delle bombe a mano già innescate. O minacciosi carri armati avanzano innalzandolo i pasticcini del breakfast del mattino. Alla Regina Vittoria viene imposto un volto di scimmia, la Madonna diventa addirittura un mito avvelenato, una “Toxic Mary”, e così via. Se per un verso il fine è di denigrare, di seppellire sotto uno sghignazzo, sotto un’amara risata i pretesi valori positivi e retorici, per un altro si dovrà innalzare ciò che usualmente viene considerato vile e basso, per esempio l’intera esistenza, carriera, sopravvivenza della denigrata famiglia dei topi, dimostrando che in definitiva essi sono come noi, anzi, meglio di noi, e che la persecuzione condotta contro di loro è del tutto pretestuosa e ingiustificata. E così via, senza dubbio con buono spirito inventivo, con acuminato gusto della satira, ma forse esercitata con modalità alquanto seriose e rigide, senza troppo controcanto di specie ironica. Con due conseguenze, che proprio per la loro portata di chiaro impegno ideologico interventi di questo tipo non possono essere installati su pareti pubbliche o private per via abusiva, occorre chiedere autorizzazione, ottenere un consenso da parte di chi è costretto a subire immagini del genere. In secondo luogo, senza dubbio questa popolazione di anatemi, imprecazioni, denunce risponde a buoni propositi di specie didattica, forse è salutare che, seppure per via consensuale, questi “memento” vengano inseriti, fatti conoscere “urbi et orbi”. Ma certo, proprio per la loro validità di ordine ideologico, non hanno troppo valore aggiunto di portata estetica, ovvero non contribuiscono a un compito ornamentale-decorativo, che invece dovrebbe essere il fine primario di quella che oggi viene definita street art.
A Visual Protest. The Art of Bansky, a cura di Gianni Mercurio. Milano, Mudec, fino al 14 marzo. Cat. 24ore cultura.

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Attualità

De Giovanni: tutto vuoto o tutto pieno?

Eccomi di nuovo a muovermi nello sconfinato territorio di para-letteratura oggi costituito dalla produzione di “gialli”, in cui appena due domeniche fa ho apprezzato l’ultima fatica del nostro giallista numero uno, Camilleri. Ora sono a dire abbastanza bene di un altro esponente di questa larga famiglia, Maurizio De Giovanni, che mi sembra raggiungere qualche grado di maggiore validità quando ci porge i frutti della serie intestata ai Bastardi di Pizzofalcone, mentre, sempre rovistando in questo territorio, ero stato severo verso un romanzo appartenente alla serie del commissario Ricciardi (“Il purgatorio dell’angelo”). Data appunto la validità di tale prodotto, mi chiedo perché la Rai si sia fermata, non abbia ricavato un ennesimo episodio del serial, confermando la curiosa stitichezza che affligge le nostre produzioni in materia, tutte ansimanti, boccheggianti, pronte a cessare dopo qualche prova, laddove i Cordier e i Barnaby della concorrenza straniera si prolungano in interminabili puntate. D’altra parte non è certo improprio giocare di rimbalzo, dall’esito televisivo a quello cartaceo, dove addirittura il rapporto si capovolge. La mia lettura è stata senza dubbio agevolata dal fatto che “vedevo” i personaggi, appena evocati sulla pagina, mi venivano incontro i volti degli attori che li hanno gestiti nelle poche puntate apparse sul piccolo schermo, e quasi divenivo io stesso il regista della puntata mancante, o lo spettatore virtuale di uno spettacolo inesistente.
Al solito, un primo requisito che ci deve guidare in queste letture e conseguenti valutazioni è il grado di verosimiglianza che presentano i vari lavori, dato che i nostri giallisti in genere sono renitenti a scivolare nel nero o nello “horror”. Da questo punto di vista l’attuale storia è ben confezionata, anche se non si capisce bene perché mai l’autore le abbia imposto il titolo di “Vuoto”. Certo, la vittima, tale Chiara Fimiani, ha un’esistenza abbastanza vuota, ma non più di tanti altri personaggi femminili, tutti “casa e chiesa”, assorbiti da una attività professionale, che nella fattispecie vede la nostra nei panni di una brava insegnante, dedita al riscatto di esistenze gravate di malanni, mentre non manca di rimanere fedele e devota a un marito, anche se questi la trascura, trattandosi di un uomo d’affari, posto al centro di un regno di commerci e traffici che gli danno agiatezza, come per esempio il possesso di uno yacht prestigioso. Il motivo di trama è molto semplice, questa brava donna e insegnante scompare, con preoccupazione dei colleghi, e difficoltà di intervento per i Bastardi, dato che il marito non ha affatto denunciato la scomparsa della coniuge, mentre i soliti superiori, burocratici, messi lì per impantanare la generosità dei bravi sottoposti, raccomandano che non si disturbi il manovratore, quell’insigne commendatore che oltretutto si dà pure a operazioni benefiche. Come quasi sempre succede in questi casi, le pagine più divertenti ed efficaci sono quelle dedicate proprio all’équipe dei Bastardi, ciascuno di loro coi propri difettucci e patemi e guai esistenziali cui ci siamo affezionati. Anche De Giovanni si permette qualche variante, come già era avvenuto nell’ultima prestazione di Camilleri, in cui Montalbano si era preso una vacanza dallo stucchevole e tedioso amore per la compagna sempre assente e lontana, invaghendosi di una collega comparsa all’improvviso al suo fianco. Qui succede la stessa cosa, nell’équipe dei Bastardi viene all’improvviso inserita una valida commissaria, Elsa Martini, e ne potrebbe nascere del tenero, con l’introverso e cupo Lojacono, impersonato da un Alessandro Gassmann decisamente lontano dal tratto aperto, conviviale, straripante del padre, per chiudersi a riccio a covare una sua infelice problematica, che non riesce a condividere con un’altra persona chiusa come lui, la procuratrice Piras. Ovviamente non devo incorrere nel reato di propinare a qualche mio incauto lettore, se mai esiste, la soluzione del giallo. Ho detto che ci muoviamo in un’orbita di verosimiglianza, ma questo significa anche che l’autore va a pescare in un repertorio prevedibile e scontato. Basti dire che il potente commendatore, al di là del volto perbenista di cui gode nel sistema, si macchia di orridi delitti contro minori. Ma questo non è un vuoto, al contrario, è un tutto pieno di emozioni, reazioni e orrori da cui l’esistenza della vittima, la brava Fimiani, viene travolta.
Maurizio De Giovanni, Vuoto, Einaudi stile libero, pp. 344, euro 19.

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