Letteratura

Palandri alla ricerca dl Boccalone perduto

Nel dicembre scorso (2016) sono stato chiamato nella sede di un teatro bolognese a commemorare Pier Vittorio Tondelli, leggendo e commentando un brano della sua opera. Mi erano compagni in questa impresa due narratori molto legati allo scomparso, Enrico Palandri e Mario Fortunato. Una felice coincidenza vuole che essi facessero subito seguito, in un mio volumetto di nessuna fortuna, “E’ arrivata la terza ondata”, a un ampio esame dedicato a Tondelli (p. 42, se qualche ben intenzionato volesse ritrovare il volumetto, ora battente la bandiera Marsilio). Poi, come succede, i percorsi suo, di Palandri, e mio si sono allontanati, con un riavvicinamento improvviso per la circostanza appena ricordata, e per l’invio, da parte sua, dell’ultima sua fatica narrativa, “L’inventore di se stesso”. In preparazione di questo mio scritto, sono andato a rileggermi quanto scrivevo allora su “Boccalone”, cui Palandri deve la fama iniziale, col rischio, comune a quanti cominciano con un forte successo, di essere poi legati a quell’opera prima, loro stessi costretti a riprenderla pur con sapienti variazioni, A quella prima prova accreditavo i meriti di averci dato, col protagonista Boccalone, un felice protagonista di “gioventù bruciata”, secondo i parametri convenienti a una situazione anni Settanta, alla pari del resto con le creature tondelliane. Come suo tratto distintivo, riconoscevo anche caratteri “… di leggerezza, di svagatezza, di questa prosa, che si ferma a uno stadio di pur deliziosa provvisorietà”. Ebbene, è un giudizio che, quasi un quarantennio dopo, può convenire anche a questa prova recente di Palandri, pur di effettuare i dovuti cambiamenti, non tanto nello stile, quanto nei contenuti. Siamo in apparenza a una “autofiction”, il filone che oggi va tanto di moda, ma in questo caso direi che possiamo stare sicuri del prevalere del versante “fiction”, non credo che nessuno dei tratti, di personaggi e vicende che qui compaiono, rispondano davvero all’autobiografia dell’autore. Il protagonista ci parla spavaldo in prima persona, fino quasi a nascondere sotto il prorompere di questa sua soggettività, i propri dati anagrafici, Infatti non saprei riportarne nome e cognome, ma certo è un equivalente invecchiato di Boccalone, cioè un personaggio sognatore, amante del nomadismo, sia intellettuale che geografico. Lo incalza però un versante borghese, coi piedi ben per terra, in cui del resto egli mostra di sapersi adattare benissimo. C’è un suocero tutto portato agli affari che inevitabilmente diffida di lui per le sue tentazioni intellettuali, ma alla fine lo accetta, visto che diversamente avrebbe come erede un figlio debosciato, un altro Boccalone potenziale ma del tutto privo di virtù compensative. Del resto, a intraprendere una via di pieno successo affaristico assistono il nostro dialogante in prima persona sia una sorella, Olga, se possibile ancor più portata di lui agli affari, sia una moglie, Laura, anch’essa inflessibile nel tenerlo su un diritta via. E dunque, per ritrovare il versante nomadico, magnanimo, esuberante, degno dei tempi di Boccalone, deve intervenire il padre, portatore sia di un nome, Gregorio, che invano vorrebbe infliggere al nipote nascituro, sia un cognome, Licudis, che sarebbe di nobile prosapia, già portato da un antenato veneziano, ebreo, finito addirittura al servizio di Pietro il Grande, e da lui inviato in qualità di ambasciatore, o forse meglio di spia sulla Laguna. Poi si scoprirà che questo preteso lignaggio di grande livello è una pura e semplice invenzione del padre, in realtà si tratta di un povero orfano cresciuto in collegio, e dunque anche il padre alla fine raggiunge lo status originario di un Boccalone. Tuttavia queste origini nobiliari vantate rafforzano nel figlio il versante nomadico portandolo a escursioni sia su carte d’archivio, alla ricerca delle tappe di questo favoloso albero genealogico, sia nei luoghi in cui l’epopea familiare si sarebbe consumata. Tra i due rami del racconto c’è qualche discrepanza, forse Palandri concede troppo alla fase di ricostruzione degli annali della famiglia, così sfiorando esiti citazionisti, da NewI Italian Epic, sfidando i rigori filologici dei Wu Ming, Ma poi il tutto, come già dicevo per il Boccalone di partenza, si attenua, quando l’”inventore di se stesso” ritrova i toni leggeri, evasivi, anticonformisti, nei fatti e nello stile, che gli sono più congeniali.
Enrico Palandri, L’inventore di se stesso, Bompiani, pp. 156, euro 15.

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Attualità

Dom. 24-9-17 (Consip, Alitalia)

Assegnando un carattere non strettamente monografico a questi miei domenicali parlerò oggi di due fatti diversi, non comunicanti. Il primo riguarda l’intero dossier Consip, che mi sembra causato in origine da un enorme errore dell’amministrazione pubblica. Giusto cercare di evitare gli sprechi negli acquisti da parte dei singoli enti, ma massimalista, inutilmente concentratrice è la soluzione di creare un unico tesoro centrale, un mucchio di miele che attira a sé tanti insetti. Quasi inevitabile che ne nasca la tentazione per appalti truccati e altre operazioni di malaffare, come infatti è accaduto in questo caso. Eppure i nostri politici dovrebbero essere ben ammaestrati, dove si formano questi cumuli di grasso, ronzano i prevaricatori, e dunque basterebbe prestare un’attenzione puntuale, invece che intervenire a posteriori, quando i misfatti si sono già compiuti. O in alternativa basterebbe fissare un calmiere, indicare un prezzo di massima per i vari acquisti, che le singole sedi non dovrebbero superare, procedendo però loro stesse agli acquisti, senza creare un ammasso centrale pericoloso e tentatore.
L’altra questione è la liquidazione di Alitalia, magari con la possibilità di farla acquistare da Ryanair, una compagnia in questo momento resasi colpevole di una condotta del tutto abnorme, come la cancellazione di centinaia di voli per consentire le ferie ai propri dipendenti. Ma è un errore in sé liquidare una struttura statale di grande peso, non inferiore a Trenitalia, o agli interi sistemi scolastico, ospedaliero, pensionistico. I voli aerei sono ormai una consuetudine quotidiana, e non certo prestazioni di lusso. E poi, siamo davvero così negati alla gestione di grandi sistemi pubblici? In fondo, abbiamo pur dato vita al grandioso sistema autostradale, e di recente possiamo annoverare con soddisfazione la nascita dell’Alta velocità, a quanto pare senza ruberie rovinose. Dunque, se ci smette con un minimo di controllo, le strutture pubbliche possono anche funzionare. Io personalmente sono un nostalgico della vecchia IRI, la privatizzazione di tanti suoi rami non ha dato affatto esiti felici. E allora, se possibile, si torni indietro, si riconsideri la possibilità di mantenere Alitalia come compagnia di bandiera, al pari di tutti i Paesi europei di serie A, che hanno ciascuno la sua compagnia con tanto di sigla svettante appunto come una bandiera. Solo noi sembriamo rassegnati ad ammainare tristemente il nostro tricolore.

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Arte

Mario Nanni, l’atto del muratore

Giovedì scorso 14 settembre, nel quadro del Festival dell’Unità a Bologna, sono state assegnate, come d’abitudine, due targhe Volponi, rispettivamente a Mario Nanni e a Bruno Raspanti. Io sono stato chiamato a dire qualche parola sul primo, a seguito di una presentazione a cura della nipote Miretti, che è anche la più valida studiosa del congiunto. Nanni, nato nel 1922, è ora un vispo e alacre ultranovantenne. Ha visto la luce nel Chianti, di cui ai suoi inizi ha dipinto qualche veduta paesistica, ma non si è mai dimostrato amante di quei panorami fin troppo celebrati da una tradizione naturalista, anzi, trasferitosi a Bologna, ha rinnegato del tutto quel primo approccio manifestando al contrario una strenua adesione all’urbanesimo, assai più di quanto lo autorizzasse la città petroniana, che non è certo una metropoli proiettata verso il futuro. La vicenda di Nanni comincia, come quella di tanti altri, nel segno dell’Informale, ben presente dai primi ’50 nella città felsinea, ma nella versione, cara ad Arcangeli, dell’”Ultimo naturalismo”, il che implicava un forte legame con la terra, anche se era una terra colta in profondità, negli strati materici messi a nudo dagli sconvolgimenti bellici, in linea con un andare a pescare nei meandri della nostra psiche turbata da tanti eventi esteriori. C’era però un indubbio legame con la natura, per cui, dicevamo scherzosamente, la visione arcangeliana appariva immersa nella clorofilla, come testimoniavano le tre celebri “emme” su cui Momi fondava il suo discorso, Morlotti, Moreni, Mandelli, e anche in parte i coetanei o poco più giovane di Nanni, quali Bendini, Ferrari, Pulga e Vacchi. Ma appunto Nanni non ne volle mai sapere di quella variante “verde”, un colore che nel suo percorso egli ha aborrito, eliminandolo dalla sua tavolozza. Egli aderiva piuttosto alla poetica del muro, che allora trovava seguaci emeriti, da Jean Dubuffet a Antoni Tàpies. Ma in qualche modo il nostro artista andava ai primordi di quell’atto, si poneva nei panni di un muratore che aggredisce il muro con la calcina stendendovi sopra strati di bianca, opaca materia, piena di gonfiori, di escrescenze. In realtà, io avrei potuto da subito applicare a lui una frase memorabile che mi era giunta da Piero Manzoni, un mio coetaneo, e dunque più giovane rispetto a Nanni di un buon decennio, anche lui intento a seguire un percorso assai simile, dai suoi famosi monocromi, di un bianco calcinato, verso gli sviluppi ben più interessanti che già invadevano la sfera del “concettuale”. Quella frase, che purtroppo non ho conservato, mi prescriveva di dire, in un testo che avrei dovuto stendere per quelle sue opere, che lui non faceva il muro, bensì, il “gesto” del muratore, col che alludeva già a un passaggio dall’opera al comportamento. Lo stesso si può dire del nostro Nanni, che infatti, scavalcato il fatidico confine del ’60, partecipava al destino di Manzoni, e soprattutto di certi suoi colleghi romani come Lo Savio, Carrino, Uncini, ben comprendendo che, finita la stagione delle rovine postbelliche, era di nuovo apparso un “tempo di costruire”, di riconoscere che il futuro ormai spettava alle macchine. Del resto, già sui suoi soliti letti di calce l’artista usava stampare dei cerchi, pronto poi a svilupparli in altezza ricavandone dei cilindri, delle colonne. Il circolo, si rifletta, è del tutto alieno alla natura, che non vi ricorre nei vegetali e negli animali sgorganti da una sua creatività diretta, infatti una stagione fitomorfa per eccellenza quale il Liberty (Art nouveau) usava l’ellissi e altre curve “eccentriche”, mai la circonferenza, lasciando semmai quest’ultima in dote al successivo Art Déco, che non per nulla, nato negli anni ’20, tentava già di stabilire una convivenza con l’angolo retto delle macchine. Comunque, da quel momento in poi, l’intera arte di Nanni vede una coesistenza, non sempre pacifica, tra schemi circolari e altri rettilinei. In una mostra nel sotterraneo che negli anni ’60 veniva adibito dalla Galleria La Loggia in piazza Santo Stefano per mostre molto sperimentali egli riempì lo spazio addirittura di anelli pendenti dal soffitto, installazione di cui, ahimé, non abbiamo più trovato traccia fotografica. Ma quasi nello stesso tempo, rispondendo a una suggestione che gli veniva da Flavio Caroli, presenza allora molto attiva a Bologna, egli escogitò una serie dedicata al “mitico computer”, e si trattava davvero di una anticipazione “mitica”, dato che a quei tempi il computer era ancora un oggetto lontano e del tutto ipotetico, ma il Nostro già immaginava che il foglio si potesse riempire di esili tracciati lineari pronti a rimbalzare da una sponda all’altra, come in un gioco al biliardo, così riempiendo la superficie di una trama di segmenti felicemente zigzaganti. Proprio questa vocazione urbanistica, quasi rivolta a un perpetuo inno di specie boccioniana alla “città che sale”, ha portato Nanni a trasferire sulla tela delle mappe, delle piante topografiche di compiaciuto intrico, dei reticoli in cui perdersi, alternati, come avviene di norma nei progetti architettonici, con visioni in alzato, portate a un maggiore livello di precisazione. Da questo fondo laborioso, al solito, non hanno mai mancato di levarsi, come già si diceva, delle colonne, del resto pronte a macularsi, a chiazzarsi di interventi pittorici. Infatti l’arte di Nani è sostanzialmente diarchica, data questa origine, tra un Informale mai del tutto respinto e un intento costruttivista, che però a sua volta non ha mai voluto lasciarsi delibare in tutta purezza. Talvolta nelle colonne compare addirittura un effetto “Two Towers” anzitempo, cioè esse appaiono trafitte da fenditure, da tagli orizzontali che vengo a inficiarne la robustezza, magari col rischio di farle cadere nella morta gora di quel pavimento di mappe cittadine. Gli si potrebbe applicare una dicotomia centrale per i nostri giorni, quella del rigido, dello “hard”, a testimoniare di una tenace adesione allo spirito del macchinismo emerso con gli anni ’60, e quella del soft, del morbido, o diciamo pure del decorativo. Infatti l’adesione a uno spirito urbanistico e cortruttivista in Nanni non si dà mai allo stato puro, ma intende convivere sapientemente col ritorno di motivi circolari, quasi di branche che intendono aderire ai muri, alle pareti, così da dar loro un soffio di vita, un piacere policromo, una festa per gli occhi, da cui, beninteso, è assente la tonalità del verde, che non si addice a una dimensione urbana accolta come destino ultimo e insuperabile, ma proprio per questo chiamata a farsi altamente abitabile, perfino confortevole.

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Letteratura

Giovannetti: percorso privo di un asse storico

Devo alla cortesia di Giancarlo Brioschi l’aver ricevuto, su richiesta, il saggio di Paolo Giovannetti “La poesia italiana degli anni Duemila”, non estraneo ai miei interessi letterari che non mancano di lambire il continente della poesia, anche se più di frequente sono dedicati alla narrativa. E’ opera ben informata, colma di dati, e le si deve anche riconoscere un apprezzabile intento equanime, volto cioè a dare il giusto rilievo anche agli autori del versante sperimentale, legato alle varie neo-avanguardie. Però tanta indubbia correttezza è viziata, a mio avviso, da una mancanza di fondo. L’autore ha sfilato via il fondamentale asse della diacronia, della storia. I vari apporti si allineano in modo alquanto inerte, senza un’architettura interna che li animi. Si aggiunga che l’asse della storia si allaccia subito a quella sua principale manifestazione consistente nelle vicende legate alla tecnologia. Non mi stancherò mai di dire che per comprendere tutta l’avventura delle avanguardie vecchie e nuove occorre legarle all’avvento della tecnologia di specie elettromagnetica, o più ancora elettronica, a contrasto con il macchinismo ottocentesco, certo sopravvivente anche nel Novecento, ma avviato a una sconfitta, o almeno a un crescente declino. Mi verrebbe di valermi di una similitudine con l’antro della Sibilla, in cui come è noto nei tempi antichi ci si rivolgeva deponendo davanti alla sua porta i quesiti, e magari avendone le risposte, che però un colpo di vento sconvolgeva, e dunque i richiedenti dovevano fare da sé, ricomporre lo stuolo di dati irrelati. Si vuole qualche riscontro a questa assenza di rilievo plastico, di movimentazione cronologica? Bisogna attendere la pagina 85 per vedere menzionato un evento decisivo quale fu l’introduzione, da parte di Marcel Duchamp. del “ready made”, cioè dell’oggetto banale e qualunque caricato invece di una decisiva responsabilità estetica, anche se ottenuta proprio attraverso una sua negazione, un ricorso a pratiche an-estetiche. Si dirà che quella invenzione era interna alla storia delle arti visive, ma è senza dubbio un merito di Giovannetti indicarne l’equipollenza con le varie poetiche, ben presenti fin dai primi del Novecento, dell’”objet trouvé”, e anche del ricorso al comportamento, all’installazione. Peggio ancora, dopo aver già parlato di Balestrini in pagine precedenti, solo in seguito, a p. 99, compare un riferimento alla sua principale operazione dei primi ’60, il ricorso a un antenato del computer per ottenere un responso poetico del tutto affidato al gioco combinatorio, alla casualità. Si aggiunga subito, a ulteriore dimostrazione della necessità di un percorso storico, che quello altro non era che un ricorso centuplicato a un evento già presente nelle avanguardie storiche, il “cadavre exquis”, ideato da Breton, con l’invito a scrivere una prima frase nascondendola agli occhi di chi veniva dopo, chiamato ad aggiungere una frase nella totale ignoranza di quanto la precedeva. Quello era un ricorso al caso, diciamo così, di specie manuale, rudimentale. Balestrini è stato un perfetto interprete del fenomeno generale, su cui io mi sono permesso di insistere fino alla noia, per cui il secondo Novecento, e le varie neo-avanguardie, nulla inventano di radicalmente nuovo, tranne che di imporre a tutte le pratiche già esistenti un enorme sviluppo quantitativo, con riscontro in ogni altro ambito operativo, il visivo, il sonoro-musicale. La presenza di questo fattore tecnologico vale a mettere fuori gioco le prove dei vari Sereni e Fortini e Pasolini. In fondo, Giovannetti fa bene a dedicare anche a loro un atto di riconoscimento, ma il gioco crudele dell’asse storico-tecnologico li ha condannati, ne ha fatto dei testimoni incerti del loro tempo. Inutile tentare di ricavare un canone della poesia di oggi se non si tengono presenti questi fattori dominanti. E anche certe loro conseguenze, infatti di neo-avanguardie se ne sono succedute tante, e va ancora riconosciuto a Giovannetti di esserne l’accurato catalogatore, ma gli sfugge il nesso, il fattore incalzante della ricerca del nuovo, che pure è requisito primario per chiunque faccia ricerca estetica, in qualsivoglia ambito: bisogna andare oltre il “già fatto”, anche se ad opera di predecessori senza dubbio stimabili, accettabili. Credo che, in ultima istanza, sia questo il motivo per comprendere il fenomeno detto della “prosa in prosa” di Giovenale e compagni, di cui, ancora una volta bisogna riconoserlo, il nostro autore dà ampia e corretta informazione. Ma alla base di tutto ci sta il fatto che lo storico “poemetto in prosa”, addirittura di baudelairiana memoria, col tempo si era logorato, e dunque bisognava ravvivarlo con un guizzo di rinnovata originalità, da qui il raddoppio del ricorso alla “prosa”, come misura apotropaica. O se si vuole, più in generale, il nostro Giovannetti è digiuno di fenomenologia degli stili, ignora fra l’altro il movimento dialettico esistente tra forme chiuse e aperte, con i relativi ricorsi, per cui quando si è esagerato con l’aperto, bisogna chiudere di nuovo, ritornare all’antico, da cui, in arte, è venuta l’esperienza di De Chirico, e di tutti i citazionisti degli anni scorsi, e nella poesia troviamo l’attività di Gabriele Frasca, ancora una volta debitamente menzionato dal Nostro, che addirittura volontariamente indossa il cilicio della storica sestina, o qualcosa di assai simile. Insomma, Giovannetti avrebbe dovuto immergere i suoi fogli sparsi in un vivificante campo elettromagnetico capace di imprimervi linee di forza.
Paolo Giovannetti, La poesia italiana degli anni Duemila, Carocci, pp. 125, euro 13.

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Attualità

Dom. 17-9-17 (papa in aereo)

Papa Francesco ha preso dai suoi predecessori l’abitudine di tenere conferenze stampa per i giornalisti presenti sull’aereo che lo riporta dai viaggi all’estero. Questi suoi interventi sono improntati a un generico buon senso, che è anche alla base del suo pontificato e che gli fa ottenere consensi alquanto facili, mentre a mio avviso da uno come lui, di formazione gesuitica, si potrebbe pretendere qualche intervento sui dogmi della fede. L’ho già criticato quando, al rientro, mi sembra, da un viaggio nelle Filippine ha esortato le coppie del credenti a non esagerare nella procreazione, limitandosi a non più di tre figli. Ma se un consiglio del genere non tocca la proibizione dogmatica di non accettare alcun metodo contraccettivo che non sia quello “naturale” Ogino Knaus, si tratta di un consiglio di scarsa efficacia, nullo proprio per le parti del mondo dove la copula, come già diceva Baudelaire, è uno dei pochi piaceri dei poveri, e dunque, perché vietare loro il ricorso ai preservativi? Basterebbe consentirlo, una volta che la coppia abbia adempiuto al precetto di fare “almeno” qualche figlio.
Al rientro dalla Colombia, Papa Francesco ha esternato un altro di questi suoi alquanto vacui consigli di buon senso, quello di essere sì ospitali, nei confronti degli immigrati, ma con prudenza, con senso della misura, in modo da non superare quantitativi sopportabili. Consiglio davvero curioso, cosa dovrebbero fare le navi che ancora oggi, per fortuna in occasioni minori di numero, devono soccorrere le imbarcazioni precarie? Fermarsi quando il “numero chiuso”, lo stesso di cui domenica scorsa deprecavo l’imposizione nelle università, risulti superato, magari facendo apparire una scritta: “spiacenti, voi siete fuori numero, non vi possiamo accogliere”. Oppure, ancora peggio, sottoporli, proprio come si fa nelle università, ma su persone che se ne stanno tranquille sedute sui banchi, a un test, a una prova attitudinale, andando a salvare solo quelli che abbiano qualche conoscenza della nostra lingua? Come si vede, ipotesi grottesche, inattuabili, così come il consiglio papale che è solo di banale buon senso. Lo stesso si dica dell’invito all’integrazione dei salvati, come se non lo sapessimo, come se da quasi un decennio non ci arrabattassimo, e con noi tutta la UE, attorno a questo dilemma, come conciliare l’obbligo morale, umanitario, e anche cristiano, di salvare chi rischia la vita in mare, con un equo trattamento, una volta che sia giunto presso di noi? Per fortuna che i politici come Minniti tentano di andare oltre l’incosistente buon senso papale.

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Arte

Un omaggio al “divino” Guido Reni

Si è realizzato un intelligente scambio tra il Louvre e la Pinacoteca nazionale di Bologna. Il primo ha imprestato, fino al 7 gennaio, un’opera favolosa di Guido Reni, “Nesso e Dejanira”, realizzata circa alla metà del percorso del “Divino Guido” (1575-1642), verso il 1620, per Ferdinando Gonzaga. Questo capolavoro ha preso il posto di un’altra tela del Reni, se possibile ancor più prestigiosa, “La strage degli innocenti”, che per qualche tempo si potrà ammirare a Chantilly, dove è andata a raggiungere una gemma preziosa dell’ancor più divino Raffaello, “Le tre Grazie”. La Pinacoteca di Bologna può vantare una sorta di mostra monografica reniana permanente, nel piano-terra di un salone al cui ammezzato se ne stanno altri testi celebri della Scuola bolognese. Uguale ventura, mi sembra, non arride allo sfidante ufficiale del nostro artista, al Caravaggio, quasi coetaneo, di cui tra poco si potrà ammirare l’ennesimo omaggio resogli dal Palazzo Reale di Milano. E sarà proprio un big match, spina dorsale dell’enorme Seicento, e del dominio esercitato su quel secolo decisivo per le sorti del “moderno” proprio dalla nostra arte. Si sa bene che il secolo scorso aveva decretato la palma del primato al genio lombardo, infliggendo invece ai Bolognesi una specie di degradazione, accusandoli di mali esiziali, se appunto valutati con criteri “moderni” (attenzione, i pochi che mi leggono sanno bene che nel mio gergo questa etichetta è ben diversa dal “contemporaneo”, o meglio ancora dal “postmoderno”). Artefice numero uno dell’innalzamento delle fortune caravaggesche contro quelle di Reni e compagni, Roberto Longhi, secondo una delle impostazioni a mio avviso errate del pur grande storico dell’arte, vittima di una sorta di retroazione. Nel suo orientamento, volto per intero a premiare il “moderno”, la vetta di questa tendenza starebbe nel realismo-naturalismo da Courbet agli Impressionisti, di cui il Merisi sarebbe l’insuperabile maestro, mentre i Bolognesi, proprio se valutati con questo metro, rivelerebbero tutti i loro limiti. Si aggiunga da parte di Longhi, e proprio in merito al Caravaggio, una seconda linea a mio avviso insostenibile, che ne farebbe l’erede di un realismo “lombardo”, in piena rivolta contro la classicità raffaellesca-tizianesca. Io ho sempre pensato che di questo nocciolo lombardo invano si cercherebbero le tracce nel primo Merisi, soprattutto andando a indagare sul periodo estremamente enigmatico di quando giunge a Roma e dà luogo a un eccellente, perfetto realismo magico” anzitempo, di cui non ci sono tracce nei suoi presunti progenitori sul tipo del Savoldo e compagni, vittime semmai di un certo arcaismo, di chi non ha inteso la “maniera moderna” predicata dal Vasari. Ma su questo enigma storiografico, magari, ritornerò in occasione della prossima mostra milanese.
Veniamo ora al capolavoro del Reni, giunto a Bologna in trasferta. Uno degli argomenti per abbassare questo artista è stato nella sua assoluta incapacità di dar corso a toni di gravità, dramma, tragedia. Vediamola, questa scena, in cui il feroce Nesso si comporta, in realtà, come un antesignano di Nurejev, cioè di un ballerino certamente alquanto fatuo, compiaciuto della sua agilità che gli permette di sollevare senza difficoltà una Dejanira del tutto consenziente, forse appena un po’ sorpresa per l’improvviso innalzamento, che però le dà un senso di piacevole ebbrezza. Chi, in questa scena di danza leggiadra, di balletto favoloso, è del tutto fuori posto, risulta essere il povero Ercole simile a uno gnomo impotente, a un “cornuto” che assiste al tutto da lontano, ridotto a un ruolo insignificante. Naturalmente, caratteri affini, di spegnimento del dramma, si colgono ancor più nell’ancor più celebre ed eccellente “Strage degli innocenti”, in cui Guido insegue una strategia opposta a quella del rivale storico. Gli scherani sono quasi nascosti, mentre emergono i volti delle madri, certo non con espressioni di gaudio, come nella scena precedente, ma non di particolare afflizione, o meglio, si potrebbe dire che le madri abbiano già elaborato il lutto, quasi con rassegnazione, e così elevano verso il cielo dei volti pallidi, irrorati da una diafana luce lunare, che è una grande specialità del nostro autore. Ci si guardi attorno, nella magnifica sala che la Pinacoteca bolognese gli dedica, e quali che siano i soggetti, un S. Sebastiano, un Sansone vittorioso, perfino un Cristo incoronato di spine, e anche le figure muliebri, a cominciare da uno spettrale ritratto della madre, ovunque si vedrà l’imporsi di una mano leggera, portata allo sfumato, ai mezzi toni, quasi stesi con un inchiostro simpatico con tempi di durata contingentati, quasi che quelle morbide figure fossero destinate a sparire col tempo, o a lasciare delle nude nicchie, delle pallide ombre. Ovviamente, questi dati stilistici costituiscono il massimo contrasto con le tinte cupe, notturne, radicate in un colore pastoso, melmoso, cui via via il Caravaggio si è dato, con giubilo di chi esige dall’arte note tragiche, di dramma incombente. Tranne, beninteso, quel misterioso periodo giovanile di vigilia che, come detto, è ancora tutto da indagare. Proprio per questo suo svuotare i corpi da ogni consistenza carnale Guido sarà maestro nella tecnica dell’affresco, invece negata al suo rivale, e ad ogni altro seguace della medesima scuola. Sempre una visita alla Pinacoteca bolognese conferma tra l’altro il ruolo centrale del Reni, perfetto erede di Annibale, di cui riprende tutte le migliori virtù, trasmettendole poi al Domenichino, che a sua volta è perfetto nel mettere in corsa il genio francese, Nicolas Poussin. Mentre a Ludovico spetta il compito di farsi timido anticipatore del Caravaggio, trascinandosi dietro Il Guercino, sospeso a metà, tra la pittura fangosa ereditata proprio da Ludovico, e invece gli alleggerimenti di Guido. Del resto, verso la metà del secolo i giochi sono fatti, il caravaggismo perde colpi nell’intero panorama dell’Europa di fede cattolica, mentre sono proprio i parametri di Guido a imporsi, come riconosce perfino un fino a quel momento perfetto erede del caravaggismo quale lo Spagnoletta, Jusepe Ribera. Per attendere il rilancio di quella tradizione bisogna aspettare l’arrivo del Longhi, e l’innalzamento a parametro fisso, a unità di misura, del realismo francese dell’Ottocento, punto terminale del “moderno”, poi travolto dal “contemporaneo”, o meglio dal “postmoderno”, che si riconosce di più nei caratteri del “divino Guido”.

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Letteratura

Calligarich, un Premio Viareggio ben dato

Questa mia nota arriva a poche ore di distanza dalla proclamazione del vincitore del Campiello, dove le cose sono andate come mi aveva preannunciato un Covacich già rassegnato alla ennesima sconfitta, ma si può consolare pensando che uguale destino era toccato ai “Fratelli d’Italia” di Arbasino, e così lui può rimanere in corsa per un prossimo Strega. Ha vinto l’”usato sicuro” dell’”Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, su cui, si vada a vedere il mio giudizio di qualche domenica fa, mi ero espresso in termini abbastanza negativi. Ma si sa bene che il corpo votante del Premio veneto è in genere di bassa estrazione culturale, facile quindi che si lasci conquistare da un motivo “strappalacrime” della mai tramontante napoletudine. Ancora peggio si era comportato l’elettorato dello Strega, che aveva scavalcato un prodotto analogo, di Wanda Marasco, in definitiva meglio impaginato, più coerente, pur nel seguire vecchie e ben collaudate ricette. Per leggere i miei giudizi in merito alla cinquina dello Strega bisogna attendere i “pollici” affidati all’”immaginazione”, unica sede cartacea che mi è rimasta, ma assoggettata ai tempi lunghi delle pubblicazioni a stampa. Si vedrà come in quell’occasione mi sono permesso di rovesciare l’ordine d’arrivo, trascinando all’ultimo posto il vacuo romanzetto del vincitore Cognetti.
Ora per completare l’opera mi resta da esprimere un’opinione sul vincitore del Viareggio, Gianfranco Calligarich, con “La malinconia dei Crusich”. Noto intanto, con piacere, che la presenza di una giuria competente, e non “popolare”, come quella del Viareggio, ha i suoi vantaggi. Andando indietro negli anni registro un buono stato di servizio. L’anno scorso, Franco Cordelli, cui ho dedicato un “pollice” abbastanza “recto” proprio sull’”Immaginazione”, meritandomi perfino un apprezzamento dell’autore, dall’alto del suo attuale successo, verso un poverello come me, sceso ai minimi livelli. E mi pare di aver detto bene, da qualche parte, anche di Antonio Scurati, vincitore del Viareggio ’14, e in particolar modo dell’Alessandro Mari dell’11, che avevo anche presentato in uno dei miei incontri cortinesi. “Pollice verso”, invece, contro il mal cucito vincitore del ’12, Nicola Gardini.
Venendo ora al Calligarich, dico subito che nel complesso, nell’ambito delle tre premiazioni di quest’anno, mi sembra l’opera meglio riuscita, nonostante certe apparenze che potrebbero farla apparire alquanto scontata, sulla scia di opere precedenti. Siamo alla storia del secolo scorso percorsa a tappe, dalla prima guerra, con appendice coloniale, alla seconda e oltre, il tutto visto attraverso il succedersi di varie ondate generazionali, affidate a una numerosa figliolanza che si riproduce per li rami e può essere utilmente inviata a rendere testimonianza sui vari eventi storici, e pure nelle varie parti del mondo. Un’impresa che come si sa bene ha già avuto tanti cultori, alcuni in modi stanchi, bolsi, prevedibili, altri invece con accenti interessanti, capaci di apportare nuove conoscenze, si vedano i casi di Pennacchi e di Veltroni. Qui si va da un avo che parte da Trieste, con un gesto selvaggio e appassionato nello stesso tempo, di andare a svellere da una tomba l’immagine della donna amata e presto scomparsa, da portarsi dietro nelle tappe dell’esilio, tortuoso e movimentato. Questa la radice da cui nasce un albero ricco di fronde, di cui ovviamente non è possibile inseguire l’infinità delle svolte, dei percorsi, dei drammi, ma bisogna riconoscere al nostro autore l’abilità di piazzare sempre al momento giusto una similitudine felice, come quella a epilogo dei vari tempi passati nelle nostre colonie dal protagonista numero due, disperso nei “grandi cieli africani”, e ancora prima nella “invisibile gabbia degli anni”, che forse è la metafora migliore per sintetizzare tutto un simile brulichio di vicende. Queste ci fanno vedere i vari protagonisti da diversi angoli, del tempo e dello spazio. Per esempio, il patriarca, ormai invecchiato, divenuto un nonno cupo e accasciato, ha però i denti d’oro che lampeggiano “come faro”. Felice del resto la presentazione della famiglia, centro di gravità di tutto questo universo in continua espansione, definita “come un’isola”, quando i membri sparsi ai quattro angoli del mondo e delle fortune professionali riescono a ritrovarsi a tavola per qualche ricorrenza. Appropriati anche certi appunti di viaggio, come quando uno di questi argonauti giunge a Milano e ne contempla il Duomo, che gli sembra “un istrice di marmo”. E così via, questa lunga via crucis, che potrebbe apparire tediosa e prefabbricata, riesce quasi sempre a vivacizzarsi con un guizzo, un’invenzione, anche per il tono adottato dal narratore, che non è di fredda e scostante distanza, ma intermedio, quasi mettendosi nei panni dei suoi tanti personaggi. Se a vincere il Campiello fosse stato il Massini con la sua sapiente ballata dedicata alle vicende dei Lehman Brothers, avevo già pronta una battuta conclusiva, attribuendo a Calligarich una più accattivante ballata concepita dal basso, rivolta a glorificare una famigli qualunque, come ce ne sono tante, indipendente quindi dagli appuntamenti obbligati con la grande storia.
Gianfranco Calligarich, La malinconia dei Crusich, Bompiani, pp. 441, euro 20.

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Attualità

Dom. 10-9-17 (scuola)

Tra i tanti temi che si affacciano periodicamente c’è anche quello della scuola, su cui Angelo Panebianco è intervenuto lunedì scorso 4 settembre sul “Corriere”, e oggi, seppure di passaggio, ne ha detto qualcosa anche Francesco Giavazzi. Entrambi hanno manifestato, in materia, una tipica visione liberal-conservatrice, diciamo pure di destra, al cui confronto può delinearsi una visione di sinistra, come quella sempre da me professata. Purtroppo, a dare loro qualche ragione, c’è il fatto che le scelte giuste, fatte via dal centro-sinistra, nelle varie anime e conduzioni, volte ad “aprire”, ad allargare gli accessi, sono poi state invariabilmente bloccate da interventi di uguale fonte, volti a chiudere, a limitare. Andiamo a vedere. Credo che sia stata giusta e necessaria l’apertura avvenuta non so bene quando, del resto in questi miei appunti a ruota libera, forse destinati al nulla, non mi preoccupo molto di starmi a documentare. E’ stato giusto porre fine al ridicolo, anacronistico pregiudizio che solo gli studi classi, con tanto di greco e di latino, fossero in grado di aprire le menti e di consentire l’accesso a qualsivoglia facoltà universitaria, Era invece la sopravvivenza di un criterio classista, di buona borghesia, che voleva destinare ai propri rampolli la via diretta alle lauree, impedendola ai provenienti da classi sociali inferiori, destinati agli studi tecnici, negati all’accesso universitario per le scarse risorse economiche delle rispettive famiglie, beninteso con le dovute eccezioni, per cui anche uno come me, di provenienza da piccola borghesia, ha visto i genitori fare sforzi per conquistare ai figli una promozione sociale. Ridicola la tesi di fondo, se si pensa che nel mondo una minima percentuale di laureati ha nel suo curriculum studi di latino e di greco, eppure questo non impedisce loro di mietere premi Nobel in tutto l’arco delle scienze, cosa vietata ai nostri pretesi super-maturi in quanto filtrati dalla pseudo-eccellenza delle lingue classiche. Giusto, dunque, liberalizzare gli accessi, consentire che alle università ci si presentasse con qualsivoglia maturità acquisita, attraverso una frequentazione quinquennale, unico requisito da rispettare.
Ma poi le università hanno remato contro introducendo, in tanti casi, il numero chiuso, che è un palese gesto di sfiducia sulla capacità di giudizio dei colleghi dell’insegnamento medio-superiore. Non ci si può fidare delle maturità da loro concesse, occorre una verifica ulteriore. Senza dubbio sappiamo del reato di manica larga che si commette nel concedere questa buonuscita dalle medie, ma il modo giusto sarebbe di vigilare, controllare, con ispezioni e altro, affinché questi titoli fossero assegnati a ragion veduta. In questo modo, invece, la scuola statale mette in dubbio se stessa, non si fida dei responsi dati da un precedente livello di studi. Se qualcuno sbaglia a iscriversi a una facoltà per cui non ha né attitudine né preparazione sufficiente, deve esserci una selezione interna, attraverso esami condotti con la opportuna severità, tali da convincere l’iscritto a cambiare al più presto, a passare a un curriculum più su sua misura. Si sa invece quanto balorde e assurde siano queste prove di selezione, basate su quiz, i cui esiti vengono spediti a solerti informatici indiani. L’unico criterio di selezione accettabile dovrebbe essere solo di carattere quantitativo, se cioè una qualche facoltà dimostrasse di non essere in grado di ospitare più di un certo numero di frequentanti, ma in questo caso toccherebbe al governo garantire che nel complesso ci fosse disponibilità adeguata ad accogliere tutti i richiedenti.
L’altro aspetto contraddittorio è insito nel criterio tre più due, che a un certo punto è divenuto legge di stato, dopo che in una prima fase l’allora ministro dell’istruzione Berlinguer si era sbracciato a dichiarare intangibile la misura quadriennale, Ma, si è detto, la tre più due è stata scelta europea, argomento capitale, l’istruzione sarebbe proprio uno di quei pilastri che l’UE dovrebbe avere in comune. E sarebbe un ripartizione logica, se si fosse stati capaci di dare sbocchi professionali ai triennalisti. Ma in proposito si è compiuto uno dei quei capolavori di suicidio del nostro ministero dell’istruzione. Si sarebbe dovuto consentire che appunto col triennio di primo grado si potesse andare subito a insegnare nelle scuole elementari e medie. Nossignori, si è imposto di acquisire anche la laurea cosiddetta magistrale, del biennio successivo, magari con ulteriori due anni di specializzazione. Un capolavoro negativo, che poi ha riscontro in ogni altro settore professionale, riducendo così il titolo triennale a carta straccia
Visto che siamo in tema, tocco un altro argomento, su cui sono già intervenuto in altre sedi, forse con maggiore visibilità. Ogni anno ci vengono propinate le classifiche mondiali sui migliori atenei, dove le nostre Università sono le cenerentole, questa volta pare che solo le due sedi di Pisa siano entrate per il rotto della cuffia. Il mio onore di ex-docente universitario si sente gravemente offeso, ho predicato che i nostri rettori dovrebbero rifiutare queste incredibili graduatorie, dove evidentemente primeggia l’anglofonia, e dove non si fa differenza tra università private dove si pagano rette enormi, e quelle pubbliche, che ovviamente sono più povere di strumenti ausiliari. A proposito, qui tocchiamo un pallino di Giavazzi, infaticabile predicatore dei vantaggi del privato sul pubblico. Ma il privato in Italia, a livello di scuola media, vuole dire istituti furbi che servono a promuovere gli asini. A livello universitario troviamo gli atenei con corsi per corrispondenza informatica, cari alla Gelmini, che in loro favore ha progetta la sua nefasta riforma. Allargando il discorso, Dio ci salvi dai “capitani coraggiosi” dell’industria privata, si pensi in che stato hanno ridotto Telecom, Ilva, Alitalia. Al confronto, giganteggia quell’enorme creazione dell’IRI, con cui il nostro Paese rivaleggiò col New deal di Roosvelt. E chi ha salvato il nostro sistema bancario, se non l’intervento dei miliardi dello stato?

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Arte

Gnoli, una viglia già significativa

Sono stato un pronto estimatore di Domenico Gnoli (1933-1970) quando, nel 1967, ebbi l’occasione di presentarlo alla bolognese De’ Foscherari, nel suo volto classico ormai raggiunto. Il solo altro criticio che in quel momento si curava di lui era Luigi Carluccio. In seguito, convinto della sua importanza, convinsi l’amico Marcello Rumma, collezionista, intrepido organizzatore di mostre, infine editore in quel di Salerno, ad acquistarne un dipinto, con disappunto dei suoi conterranei, Filiberto Menna, ma ormai emigrato a Rona, e l’emergente Achille Bonito Oliva, che si affrettarono a consigliarlo di disfarsi di un’opera così in disaccordo con i requisiti ufficiali della allora dominante Pop Art di rito statunitense, pedissequamente seguita nell’ambiente romano. Io invece sono sempre stato portato ad allargare il quadro degli “ismi”, nel nome di uno Zeitgeist che ignora muretti e sponde. Del resto Rumma mi aveva dato credito consentendomi di organizzare nel ’67, ad Amalfi, sede allora a sua disposizione, un molto inclusivo “Ritorno alle cose stesse”, tentativo di raccogliere le varie pratoche oggettuali seguite in quegli anni nel nostro Paese. Poi lo sguardo di tutti si era allargato, e Gnoli era stato ammesso, anche dagli amici romani, in un canone ufficiale, al punto da indurre una coraggiosa curatrice come Maria Corral, insediata nella barcellonese Caja de Pensiones, a dedicargli un’ampia mostra, sul finire degli Ottanta, chiedendo a me di stendere il relativo testo introduttivo. Dovrei andare a vedere se già in quel caso accennavo ai suoi “Disegni per il teatro”, stesi tra il 1951 e il ‘55, cui ora è dedicata una mostra molto utile a Spoleto. Infafti è sempre stata mia opinione che gli artisti autentici si rivelano fin dai primi passi, e anche attraverso errori o falsi scopi che magari al momento gli capita di coltivare. Infatti il sottile e abile disegnatore, quale Gnoli era già nei suoi vent’anni, non va sicuramente ammirato quando si fissa su personaggi a tutto tondo, presentati in costumi vezzosi da operetta, con copricapi monumentali, barocchi, arzigogolati in eccesso, in ottemperanza a un mondo fatuo e del tutto di stampo occasionale, che però potrebbe avere avuto in Gnoli un utile effetto apotropaico, inducendolo a giurare a se stesso che di corpi e teste così totalmente al servizio dell’occasionale e della moda non ne avrebbe più fatti. Forse da qui la decisione di decapitare quelle figure tronfie e pompose, proprie per liberarsi dagli orpelli che si trascinavano dietro e che gli imponevano di rispettare. Libero da tutto quell’apparato degno di un trovarobe teatrale, divenne finalmente libero di concentrarsi non su un “totale”, ma su dettagli resi significativi attraverso un avvicinamento lenticolare, e sorpresi secondo un costume finalmente attuale, o diciamo pure di specie “popular”, di pettinature, scriminature appena uscite dal parricchiere, o di imoeccabili colletti duri con tanto di cravatta. Magari se il prelievo dei singoli dettagli era già parzializzante e ingrandente, la fattura, secondo i canoni ufficiali della Pop di rito statunitense-romano, appariva troppo grassa, corpacciuta, nel che tuttavia stava uno dei tratti più interessanti dell’arte di Gnoli, che infatti lanciava un ponte all’indietro, a ricongiungersi alla stagione dei Valori Plastici, o al Surrealismo di Magritte. Del resto già qui, in questa produzione per il teatro, con connessa esigenza di dare fiato a un protagonismo, anzi, a un gigionismo attoriale, il sottile disegnatore tenta di concentrarsi sui margini, di andare a tratteggiare i rigati orizzontali di calzettoni, o le strisce verticali di camiciole, gonne e altro. Agisce insomma in lui una irresistibile attrazione verso tutte le possibilità di tradire un insieme troppo convenzionale per andare a portare l’attenzione ai lati, ai residui, al “fuori campo”. Un altro aspetto assolutamente anticipatore è dato anche dalle scansie che spesso si aprono alle spalle di coloro che recitano in modi gonfi e reboanti in primo piano. E’ una geometria di orizzontali-verticali fatta apposta per sostenere una selva di oggetti che se ne stanno tranquilli e immoti, ma in evidente attesa che venga il momento di essere chiamati in scena: quando, presto, scoccherà l’ora di rimandare tra le quinte i personaggi fatui e pomposi, e di fissare da vicino quella famiglia di oggetti inanimati, secondo la fame di oggettualità che percorse buona parte degli anni Sessanta, fino alla svolta del ’68, e che si incarnò in varie possibilità e alternative, con buona pace dei colleghi romani fissati a ritenere valide solo le soluzioni di specie Pop.
Domenico Gnoli, Disegni per il teatro 1951-55, a cura di Bruno Toscano e Michele Drascek, Spoleto, Palazzo Comunale, fino al 1° ottobre. Cat. Editoriale Umbra.

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Letteratura

Pollice verso per “Dunkirk”

Sono corso a vedere il film “Dunkirk” del regista Christopher Nolan, secondo un’attrazione forse ancora di natura infantile-adolescenziale per i grandi film di guerra, di cui il capolavoro, che non mi stanco mai di rivedere, è “Il giorno più lungo”, attenta, scrupolosa, trascinante ricostruzione dello sbarco degli Alleati in Normandia, nel giugno 1944. Purtroppo al confronto quest’opera è del tutto inferiore, inadeguata, non fa capire nulla di quell’evento storico, per averne un’idea bisogna andarsi a rileggere l’ampia informazione che ce ne offre l’enciclopedia portatile di cui oggi disponiamo, google. Il regista spezzetta l’azione in tanti episodi parziali, a sé stanti, il più delle volte incominicanti tra loro, come squarci di bravura spesso anche condannati all’inverosimiglianza. Io evidentemente, coi miei cinque anni d’età, ero del tutto ignaro di quel dramma, i miseri mass media di allora non ce ne restituivano immagini sufficienti, ma ritengo che fosse contrario a ogni buona regola tattica che i soldati in attesa del reimbarco di emergenza se ne stessero sulla spiaggia in lunghe file, come tanti birilli offerti alle raffiche dell’aviazione tedesca. Suppongo che gli ufficiali raccomandassero alla truppa di starsene acquattata tra i cespugli, o stesa a terra, in attesa dell’attracco delle navi salvatrici. Saranno anche belle, ma del tutto inverosimili, quelle file di soldatini immobili, in attesa di ricevere i colpi fatali dai voli della Luftwaffe. Inutili, periferici propri questi voli, e i duelli con gli spitfire dell’aviazione inglese, quasi che il regista, per mancanza di fantasia, si fosse portato dietro qualche scampolo della “Battaglia d’Inghilterra”, tutta fondata sugli scontri aerei che le due aviazioni combatterono allora sulla Manica. Soprattutto nel film manca un tentativo di inquadramento, come invece ci è fornito dall’ammirevole “Giorno più lungo”. Il nemico tedesco è del tutto assente, piovono colpi, bombe, fucilate, come una imperscrutabile pioggia dal cielo. Nulla ci è detto dello scontro tra i comandi francese e inglese, che pare fosse molto aspro e accanito. C’è qualche raro tentativo di discriminazione, qualche soldato inglese che blocca il passo al collega dell’altro esercito, ma poi il tutto finisce in niente. Assurdi gli episodi in cui la grande trama collettiva si risolve. Ci viene narrata la vicenda di una delle tante imbarcazioni inglesi da diporto che passarono il Canale per andare a recuperare un qualche drappello delle truppe in fuga, ma grottesco è che questi bravi yachtmen trovino sulla loro strada un profugo aggrappato sul relitto di una nave affondata da un Uboat. C’era bisogno di mettere anche questo mezzo nel calderone generale degli strumenti offensivi? Inutile, fuorviante la divagazione che ne risulta, del superstite stressato che non vuole che si ritorni verso la costa da cui lui stesso è fuggito, ma certo è pessima idea quello si isolarlo sprangandolo in cabina, e dunque appare perfino giusto che quando ne esce si vendichi infliggendo una ferita mortale a un giovane dell’equipaggio. Fra tanti deceduti, c’era bisogno di farne fuori uno anche in via così marginale? Ma non è certo questo l’unico episodio assurdo, uno peggiore sta in quel gruppo di fuggiaschi che si vanno a rinchiudere in una carretta del mare in attesa dell’alta marea per tentare di partire, ma che a un certo punto sono vittime di un tiro a segno che li decima. Chi spara? Non possono essere i Tedeschi, ancora lontani, sono allora dei commilitoni che si esercitano in un vacuo tiro al bersaglio? Mistero, come tutto è misterioso e incerto, in questa ricostruzione dove ogni tanto il regista tira a sorte e, tanto per mantenere il clima del disastro, fa saltare in aria, silurata bombardata, una nave da trasporto, con tutto il suo carico. Se parliamo degli attori, si stenta a riconoscerli, perché ci si presentano con volti oscurati dal fango, o dal carburante fuoriuscito che li ha inondati. Non riusciamo neanche a capire come vanno a finire le singole sorti, le varie persone muoiono, o invece rinascono e ce le ritroviamo poco dopo a saltellare come grilli in mezzo alla baraonda generale? L’unico attore riconoscibile è Kenneth Branagh, nelle vesti di un comandante della marina, fin troppo paziente nell’attesa di mezzi che non arrivano. Se poi, assieme ai reduci che giungono sulla sponda inglese cerchiamo di capire in che modo fossero accolti, anche qui tutto è incerto, loro stessi si sentono come degli eroi o come degli sconfitti che abbiamo dato prova con la fuga di viltà dovendone provare vergogna? Insomma, non c’è quadro, prospettiva, informazione, siamo in presenza di un campionario fine a se stesso di orrori, mattanze, affondamenti, da cui è bravo chi riesce a ricavare un senso, se non andando a leggere google, l’unica possibilità di inquadrare tanta dispersione.

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