Letteratura

Massini: una ballata troppo estesa

Rispetto al Premio Strega di quest’anno mi è capitata la circostanza fortunata di dover mandare all’unica sede cartacea che mi è rimasta, l’”Immaginazione”, i due soliti pollici. Ne ho approfittato per dedicarli entrambi all’appena giunto responso dello Strega, dichiarando, secondo il mio solito muovermi in controtendenza, che da anni non si era vista una cinquina così debole, per cui comunque il referto era da rovesciare. L’unica opera di un certo livello era quella di Nucci, a seguire le altre in ordine inverso rispetto alla votazione ufficiale, col vincitore Cognetti da mettere all’ultimo posto. Succede così come già l’’anno scorso che il Campiello può funzionare da vendicatore incoronando qualche vittima del confratello pur in genere considerato superiore di grado. Quindi è stato bene che nel 2016 il riconoscimento maggiore sia andato a Simona Vinci, anche se non con la sua opera migliore. Su questa falsariga mi auguro che quest’anno il riconoscimento non sfugga a Mauro Covacich, con la sua “Città interiore”, a risarcimento dello Strega sfuggitogli due anni fa. Ho pure già dato un giudizio abbastanza positivo, su queste pagine semi-clandestine, alla concorrente Alssandra Sarchi, “La notte ha la mia voce”, opera ben condotta ma alquanto fragile, non credo che possa puntare al posto maggiore in graduatoria. Laura Pugno è una mia vecchia conoscenza, andrò a vedere con molta curiosità come si presenta l’ultima sua produzione, “La ragazza selvaggia”. Non so nulla di Donatella Di Pietrantonio, “L?arminauta”, da leggere e valutare nella prossima vacanza agostana. Mi tocca ora parlare di Stefano Massini e del suo “Qualcosa sui Lehman”, molto probabile concorrente alla vittoria finale, se non altro per la sua mole di più di 700 pagine, e per l’autorevolezza del narratore, a dire il vero sfuggitomi, forse per la sua collocazione nell’ambito del teatro, da me poco frequentato, dove egli se ne sta ben piazzato, addirittura nei panni di erede di Luca Ronconi, cui in effetti l’opera è dedicata. E a quanto pare è ben nota all’estero, in cui ha mietuto consensi a bizzeffe, come risulta dalle citazioni nel retro del libro. Cominciando la mia analisi in proprio, dirò che il titolo è ironico, con quel “qualcosa” di limitativo, mentre si dovrebbe leggere “tutto”, da voce enciclopedica, da wikipedia, sui Lehman Brothers, sì, proprio quella banca il cui crollo è stato al centro della depressione partita in quel momento, 2008, da cui non siamo ancora del tutto usciti. Osservo quindi che siamo di nuovo in un’area di sospensione tra il vero della storia e il verosimile spettante alla poesia, che è il dubbio amletico da cui risultano afflitte tutte le attuali autonarrazioni a pioggia. Qui non è il caso di “auto”, in quanto Massini di suo non ci mette proprio niente, ma segue pedissequamente i fatti della poderosa famiglia, in tutti i molti risvolti, accenni di crisi, passi avanti, marcia progressiva verso successi sempre più clamorosi. Non c’è quindi alcun estro immaginativo, in questa sterminata distesa di riscontri puntuali, affidati a una lunga sequela di nascite e morti, tanto che per seguirla bisogna tenere d’occhio la lista dei personaggi, l’albero genealogico offertoci proprio in apertura, con un curioso limite, incomprensibile, che cioè quel diligente diagramma è stato privato al completo delle presenze femminili. Eppure i vari modi con cui i pupilli della fortunata dinastia si sono conquistati i cuori delle mogli, sempre tenendo in vista lo scopo della fortuna crescente da inseguire, offrono un motivo di interesse, e pure di divertimento, dando prova di un estro che però, ancora una volta, non si sa in che misura accreditare al narratore o invece alla cronaca nuda e cruda, fedelmente ricalcata.
Massini ha ritenuto di conquistarsi un posto in proprio presentando questa materia soffocante per rigoglio sotto forma di ballata, ma il genere risulta improprio, a mettere in tavola tanta roba. Mi viene in mente l’aneddoto dell’angelo che, a un Agostino pensieroso nel meditare il dogma dell’infinità di Dio, gli fa presente che sarebbe come pretendere di i svuotare il mare a colpi di cucchiaino. Lo stesso si potrebbe dire anche per questa saga della grande famiglia, lo sbocconcellarne le vicende in tanti frammenti certo ravviva una piatta cronistoria, ma alla lunga stanca, invita a saltare i troppi passaggi intermedi, a cercare di estrarre il succo di tante vicende dispersive. Il tutto poi mi sembra, curiosamente, in piena dissidenza rispetto a una logica teatrale. Mettere in scena una simile miriade di personaggi richiederebbe una intera schiera di attori, roba da far tremare le vene e i polsi a qualsiasi produttore e regista. Vero è che proprio il padrino di questo opus magnum, Ronconi, era solito mandare in rovina chi avesse avuto la temeraria idea di mettere davvero in scena i lavori da lui escogitati. Il nostro Massini ci ha provato, ma non so quanto sia riuscito nell’impresa. Confesso che personalmente non ho retto a quel ritmo a singhiozzo, a quel minuto sgocciolio dei fatti. Tanto, si sapeva in partenza che la “family” sarebbe sempre stata unita e concorde nel procedere da un affare all’altro, dal cotone grezzo al caffé ai treni agli aerei, culminando nel sistema bancario. In fondo, c’è davvero del dramma, e un’autentica temperatura teatrale, quando nelle ultime pagine i membri della dinastia tornano tutti in scena, i vivi e i morti, slittando dall’ordine terreno cui si erano sempre attenuti verso una dimensione metafisica.
Stefano Massini, Qualcosa sui Lehman, Mondadori, pp. 773, euro 24.

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Attualità

Dom. 30-7-17 (ancora Macron)

Le timide denunce che già avevo cominciato a portare sul ciclone Macron sono ormai divenute valanga, tutti sollevano un coro di accuse contro questa figura, che, capovolgendo tutte le promesse fatte intravedere nel corso della campagna elettorale, è divenuto un perfetto sostenitore di sovranismo, nazionalismo esasperato, bonapartismo ecc., comportandosi da buon erede di De Grulle. Mentre digito le mie solite inutili noterelle, sento alla televisione qualcuno osservare giustamente che egli sta svolgendo un programma, seppure nei suoi modi sornioni e velati, assai simile a quanto avrebbe fatto la Le Pen, se la vittoria fosse arrisa a lei. Come agire, di fronte all’inghippo dei cantieri di cui ci eravamo assicurati il pacchetto di maggioranza? Ritengo che non ci sia nulla da fare, di fronte a tanta violenza di stato, meglio uscire se possibile, ritirare i nostri soldi, e imparare la lezione, cui invece non ci siamo attenuti. Sempre nel già menzionato dibattito televisivo si sta dicendo, giustamente, che siamo stati dei grandi stupidi a privatizzare la TIM, permettendole così di finire in mani francesi. Purtroppo la politica cara ai liberisti di casa nostra, a coloro per cui il privato è bello, mentre lo stato si deve ritirare, si è rivelata un disastro, si pensi all’Ilva di Taranto, e anche a Alitalia. Bene il salvataggio a duro prezzo delle banche. Lo stato, ai tempi di Roosvelt, ha salvato gli USA dalla depressione del ’29, il che si è ripetuto quasi un secolo dopo con Obama di fronte alla nuova crisi del sistema fondato sui privati. E’ un errore demonizzare l’intervento pubblico, che quando vuole, o quando si prendono le opportune precauzioni, sa pure funzionare, se penso a certe imprese epocali come la costruzione della rete autostradale, e di recente i rami funzionanti dell’Alta velocità. E in definitiva, pure la RAI sta in piedi, pur con oscillazioni e difficoltà, e resiste abbastanza bene agli assalti di Mediaste, di Sky, della 7. Trovo che sarebbe giusto impostare una ritorsione nei confronti della Francia riprendendo il controllo di Telecom, o TIM che dir si voglia. Sempre per rimanere alla saggezza di certi discorsi che si facevano stamane in uno dei tanti salotti televisivi, la Francia è anche colpevole di far uscire dagli stati che erano sue ex-colonie la massa di migranti prontipoi a spingersi sulle coste della Libia, per cercare gli imbarchi disperati che ben conosciamo. Se Macron non si limita a pretendere di ricavare qualche vantaggio di immagine cercando di apparire più abile di noi nel bloccare questa ondata emigratoria, prenda provvedimenti concreti, non solo a parole, là dove gli sarebbe possibile agire davvero, cioè nei paesi subsahariani rimasti per gran parte sotto il controllo dell’esercito francese.

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Arte

Agnetti, artista capace di ogni “oltraggio”

Sono stato molto amico e instancabile sostenitore di Vincenzo Aggetti (1926-1981), fin da quando agli inizi dei ’70 aveva deciso di entrare in campo, dopo una fase di attesa e anche di parziale dispersione. Tanto che quando, fine anni ’80, mi trovai ad avere un particolare potere presso il Comune di Milano, retto da Carlo Tognoli, all’ombra del Garofano, tentai di dedicargli una retrospettiva, per esempio alla Besana, allora datami quasi in appalto proprio da quel sindaco, che è rimasto tra i più amati dai Milanesi. Ma allora me lo impedì la vedova, Bruna Soletti, convinta che fosse troppo presto per commemorare il marito e che gli giovasse attendere con pazienza la sua ora. Questa finalmente sembra venuta, infatti in una suite di stanze sul fianco di Palazzo Reale il percorso di Vincenzo si dsipiega al completo. Peccato che io non sia stato inserito nel comitato organizzatore, guidato dalla figlia Germana, e certo con colleghi ferrati e degni quali Bruno Corà, Marco Meneguzzo, Giorgio Verzotti. Io ho sempre combattuto la mia battaglia in suo onore, nelle mie incessanti reprimende verso Germano Celant, con l’ammonizione a non pretendere di portar via l’intero piatto degli esiti post-68 con la sua Arte povera. Un posto d’onore, nell’albo degli ingiustamente dimenticati, spettava proprio a lui, a Vincenzo, in compagnia di altri quali Vaccari, Mattiacci, Patella. Per la stessa ragione, parlando della presuntuosa “Ytalia” proposta a Firenze da Risaliti, mi sono permesso di dichiarare che quella selezione non rappresenta al completo la”mia” Italia, dato che appunto non vi trova posto Agnetti. Che ho anche gratificato dell’appellativo di “concettuale” numero uno, tra le nostre file, procurando la gelosia di qualche altro aspirante a quello stesso titolo.
Eppure, a prima vista, nulla sembrerebbe giustificare questa mia stima profonda, in quanto Agnetti appare come un campione di uno spirito “analitico”, il più lontano dalle mie preferenze in tutti i campi, non solo dell’arte ma anche della riflessione filosofica, che ho coltivato a fondo. Io ho combattuto quella tendenza nei vari fronti, a cominciare dagli “analitici” viennesi Carnap e Wittgenstein, che a mio avviso hanno esteso il loro influsso negativo anche sull’intera operazione semiotica, portandomi appunto ad avversarla, Non parliamo poi delle pretese di traghettare quel medesimo atteggiamento anche nell’arte, avanzando la pretesa di una pittura “analitica”, improntata a un geometrismo rigido e stantio, Del resto, proprio in nome della sintesi e contro un possibile predominio dell’analisi ho incrociato spesso i ferri anche con l’amico Filiberto Menna, che in territorio artistico è stato proprio il più convinto assertore del primato da assegnarsi a una “linea analitica”. Ma allora, da che parte sta il nostro Agnetti? Non è forse in lui un esercizio fedele e rigoroso di linee rette, diagrammi e simili? In prima apparenza è proprio così, ma nelle sue proposte scorgevo l’arrivo, prima o poi, di una deviazione, di uno scarto a riguadagnare buoni coefficienti di libertà, di disordine, di anarchia, tanto più eloquenti proprio in quanto nascenti da un terreno in apparenza contrario. Andiamo a vedere la sequenza di tali scarti, approfittando della completa sventagliata di opere offertaci dalla presente mostra. In partenza, magari, c’è una esibizione di tasselli dai formati tutti uguali, irreprensibili nel taglio, ma non per nulla l’intera operazione è posta nel nome del “Perturbabile”, dato che quelle stringhe sono mobili, possono essere spostate a piacere. Viene poi la contemplazione di una calcolatrice Olivetti, che sarebbe un atto di resa, di ortodossia duchampiana, al “tale e quale”, ma ci viene subito detto che si tratta di un ingranaggio “drogato”, tale da emettere responsi non controllabili, non certo ligi alle regole di una corretta sintassi o semantica. Ecco infatti che una sezione successiva si intitola “Oltre il linguaggio”, con una parola da prendersi come tematica, c’è sempre stato in Agnetti un impulso “oltranzista”, tanto più forte in quanto scattante da posizioni in apparenza ligie a certe formule standard. La quintessenza di questo oltranzismo, pronto a esibirsi in campo nemico, là dove meno ce lo aspetteremmo, si ha nel suo ricorso a diagrammi, a prima vista perfetti, su pannelli di bachelite rigorosamente anneriti, sul cui piano le linee, le curve intese a imbrigliare qualche fenomeno si stampano, lucide, perfette, senza sbavature. Ma andiamo a leggere le frasi, le didascalie che le accompagnano, magari slittando verso il capitolo posto sotto il cappello delle “Epigrafi”, e troveremo altrettanti inni alla devianza, alla negazione dei presupposti iniziali. Mi limito a citarne appena due, ma già del tutto eloquenti in questo senso: “Quando mi vidi non c’ero”, “Sempre arrivò preceduto da se stesso”. Potrei fare in proposito un aggancio a un altro artista da me molto amato, a Salvo, nella fase anch’essa “concettuale” anche in quel caso di epigrafi, di pietre tombali, dominate da frasi paradossali. Poi però, come è ben noto, Salvo avrebbe fatto confluire su quei suoi monogrammi un colorismo sfacciato, esaltato ed esaltante, mentre Agnetti non ha mai rinunciato, da autentico “concettuale” negato a ogni giro di valzer, un austero abito in bianco nero, non tale però da cancellare, da appiattire, livellare le scosse che malgrado questa livrea egli riusciva a imprimere. DeL resto, questa coltivazione dei paradossi in atto trova la sua sublimazione nel concetto del “dimenticato a memoria”, una tipica, vistosa contraddizione in termini, fiera di esibirsi in mille modi, magari cominciando con un libro con le pagine assenti, affondate in una voragine. Nel che mi sembra di cogliere un gesto eversivo, di negazione, più forte di quanto Emilio Isgrò affida alla sua pratica, divenuta troppo ripetitiva, delle cancellazioni multiple, che lasciano trasparire il fantasma del non più esistente, mentre Aggetti sa ricacciarlo in una profondità abissale. E così via, se si passa al ricorso ai telegrammi, anche in questo caso il Nostro vi sa far ricorso in modi meno prevedibili rispetto a On Kawara, anche lui troppo diligente nell’attenersi a un copione prestabilito, quello che invece manca assolutamente nelle strategie di Aggetti. Magari si potrà obiettare che nel suo repertorio non manca la tautologia, si veda il caso della telefonata che rivolge a se stesso, ma anche in questo caso c’è il cortocircuito che azzera la portata prevedibile dell’atto. Trovo poi giusto che nella copertina del catalogo si dia conto di una performance da lui concepita, assolutamente rivelatrice delle sue modalità. Anche in questo caso posso rivendicare l’onore di averla ospitata al tempo della prima delle Settimane internazionali della performance, 1977. Fu una delle più brevi in assoluto, ma delle più geniali: l’artista entra nella saletta dei convegni armato di una pila di fogli, finge di incespicare, al che quei lacerti, quei brani di scrittura più o meno conforme a qualche stereotipo si disperdono a raggiera, con bellissimo effetto casuale. E sono stato anche pronto ad ammirare le “Stagioni”, ultima produzione dell’artista, sul punto del decesso, quando, a scanso di equivoci, egli abbandona i diagrammi rigidi di ortodossia euclidea per adottare curve in regola con la geometria dei frattali, iscrive sul solito fondo nero come di lavagna degli schemi tremolanti, quasi ritrovando la grazia fitomorfa della stagione liberty. O sono vetrate delle antiche cattedrali, quando la luce filtrava con parsimonia dai pannelli in alabastro.
Vincenzo Agnetti, A cent’anni da adesso. Milano, Palazzo Reale, fino al 24 settembre. Cat. Silvana Editoriale.

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Letteratura

Macchiavelli: uno sterminio di stelle, e di luoghi comuni

Nelle mie requisitorie contro la “Felsina narratrix”, ricche di molte condanne e di poche assoluzioni, non mi sono mai espresso su colui che è il numero uno per quanto riguarda il filone, il più frequentato e amato, del giallo o del poliziesco, Loriano Macchiavelli. E’ ora che mi pronunci anche su di lui, approfittando dell’ultimo suo prodotto, “Uno sterminio di stelle”. Dico subito che lo considero un padre corrotto di figli a loro volta corrotti, se penso a Lucarelli, ma capaci di scantonare verso esiti più proficui (Verasani, Zap e Ida). Naturalmente Macchiavelli pratica alla grande tutti gli stereotipi del genere, che ha in comune con suoi colleghi di altre regioni e generi, basti pensare, per stare all’oggi, alle gesta del Montalbano di Camilleri, o del Commissario Cordier di una fortunata serie televisiva. E dunque, il detective principe, in questo caso Sarti Antonio, si deve distinguere per molto fiuto ma gestito in abiti dimessi, sempre pronto alla rivolta sprezzante e ironica verso superiori dispotici o addirittura corrotti, e portatore di tante innocue manie o tic escogitati per renderlo gradevole e alla mano. In Montalbano sarà il fare gli occhi di triglia, non solo per modo di dire, ai cibi che la governante gli fa trovare nel frigo. Cordier, appena può, va a mangiare la trippa, il nostro Sarti prende troppi caffè, nel che c’è anche una limitazione, in quanto si tratta di un prodotto che non concede molte varianti. Accanto a lui, ci sarà qualche bravo agente degno e zelante, meglio se in gonnella, qui in tale veste si presenta Prenotato Salvatrice. Tra i vari tic, c’è quello di fare il verso al linguaggio burocratico, presentando di continuo i personaggi con cognome anteposto al nome, come avviene nei verbali di polizia, e anche con insistita replica di epiteti, alla maniera della poesia epica di stampo omerico, che però è un accorgimento stilistico privo di rispondenza in altre simili cadenze, e dunque funziona a vuoto. Magari, per il pubblico bolognese, c’è il piacere di leggere vicende ambientate in un esatto quadro toponomastico, mi chiedo però come un aspetto del genere possa sedurre lettori di altre parti d’Italia, o addirittura del mondo. La novità di questo romanzo, non so se già sperimentata in precedenza dall’autore, sta in un antefatto che risale addirittura a due millenni fa, quando una squadra di barbari sottrae agli Etruschi signori dei luoghi un prezioso cimelio. Fra l’altro, data l’acribia filologica che l’autore dimostra in proposito, dichiaro il mio piacere nell’aver appreso che Felsina deriva da Velzna. E mi piace pure che il tutto prenda le mosse da un paesaggio che mi è caro, da Montovolo, svettante su Riola di Vergato, patria del da me molto amato Luigi Ontani, che infatti mi ha condotto in devoto pellegrinaggio su quel “pan di zucchero”. Però, non ne ho mai visitato il “mondo disotto”, che invece il Nostro qui mette in gioco, in quanto è da lì che i predatori sottraggono un favoloso tesoro, riuscendo a trasportarlo fino alla pianura che si estende attorno al Reno, ma là vengono raggiunti dai Felsinei vendicatori che li decapitano e gli spezzano i femori. Poi passano i secoli, e veniamo al presente, che Macchiavelli sa frequentare con più disinvoltura. Siamo agli scavi che in zona vengono effettuati per la costruzione del nuovo stadio bolognese, non so bene con quale fedeltà lo scrittore ricalchi il dossier relativo a quest’impresa. Che naturalmente si avvale di un architetto con velleità di archeologo, e qui sta il guaio, perché, quando gli scavi fanno apparire le illustri mummie, egli vorrebbe sospendere le operazioni, ma la ditta non se lo può permettere, e dunque il malcapitato fa la fine dei trucidati nei tempi lontani, i cadaveri aumentano di numero, il che apre lo spazio per le indagini di Sarti Antonio, contrastate, neanche dirlo, da superiori ottusi, o forse in combutta con i gestori delle operazioni, largamente succubi della mafia. Dirla infiltrata ovunque non fa mai male, è come condire un succulento piatto emiliano con una buona grattugiata di “forma”. Non è che il “mondo disotto” scompaia del tutto, esso continua a intervenire a singhiozzo, con qualche rispetto del mito lontano, infatti c’è un tale che si fissa nella possibilità di recuperare quella sacra reliquia, non avendo compreso che essa è stata trascinata altrove per sempre. Ma la sua custodia da vigile mastino sugli inutili segreti di quelle catacombe contrasta con un altro dei piani criminosi dell’azienda immanicata con la mafia, che sarebbe di servirsi di quei cunicoli per trasferirvi i detriti provocati dagli scavi dei lavori in corso. Il quadro si aggroviglia, si riempie di “ammazzatine” varie, per dirla nel linguaggio di Camilleri-Montalbano. Il guaio è che lo scioglimento del giallo non reca nessuna sorpresa, l’omicida altri non è che il custode degli scavi bolognesi, lo si era capito fin dal primo momento, come dire che l’assassino è un facente-funzione di maggiordomo. Temo che non andrò ad acquistare qualche altra puntata, vecchia o nuova, delle imprese di Sarti Antonio.
Loriano Macchiavelli, Uno sterminio di stelle. Sarti Antonio e il mondo disotto, Mondadori, pp. 317, euro 19.

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Attualità

Dom. 23-7-17 (hubs)

Il problema dominante resta quello dell’immigrazione dalla Libia. In proposito mi piacerebbe avere una risposta ad alcuni miei interrogativi, ma non sarà certo la mia voce pressoché inesistente ad ottenerla.
E’ possibile o no respingere unilateralmente la legge di Dublino, ovvero rifiutare lo sbarco degli immigrati se arrivano su navi battenti bandiere diverse dalla nostra, o senza nostra autorizzazione? Sarebbe il modo giusto di contrastare la pretesa di altri Paesi del Mediterraneo di sottrarsi all’obbligo dell’accoglimento. Naturalmente non ci rifiuteremmo al dovere di fornire acqua, cibo, assistenza medica al carico di immigrati salvati da questi battelli stranieri. C’è il rischio che, in vista del pericolo di doversi tenere a bordo gli ospiti indesiderati, gli equipaggi di queste navi fuggano via, lasciando annegare, fingendo di non vedere i disgraziati incontrati sulle loro rotte, ma sarebbe un grave venire meno alle leggi umanitarie e della navigazione.
Probabilmente, ammettiamolo, abbiamo impostato male il problema in generale, non si tratta di sistemare i migranti qua e là nelle nostre località, pretendendo che gli altri Paesi dell’EU ne prendano quote concordate. Come ho già osservato, dovremmo attenerci al modello turco, che pare avere funzionato per sbarrare la rotta balcanica. Ovvero, l’Europa dovrebbe finanziare dei centri di accoglienza da noi allestiti, nel nome dell’efficienza e del rispetto dei diritti umani, evitando che questi di fatto agiscano astutamente come colabrodi, liberandoci di quelle importune presenze, lasciandole evadere, e così determinando lo spargersi a pioggia di persone senza fissa dimora e occupazione che vanno a premere alle frontiere per varcarle di soppiatto, provocando gli atteggiamenti di rigetto dei relativi Paesi, si vedano le crisi di Ventimiglia, o del Brennero, o di Calais. In questi “hub”, condotti come si deve, e in numero adeguato, si dovrebbe tentare la tanto reclamata cernita tra i fuggiaschi da guerre e dittature, e invece gli emigranti cosiddetti “economici”. Ma sapendo che una distinzione del genere è difficilissima, e in definitiva anche ingiusta, E che non è possibile il rinvio degli “economici” ai Paesi di origine, del tutto indisponibili a riprenderseli, nonostante il valoroso sbracciarsi di Minnniti. In questi “hub” gli immigrati dovrebbero rimanere, ma trattati come si deve, in attesa di futuri eventi, oppure potrebbero accogliere l’invito a svolgere attività lavorative, e in tale veste si potrebbe procedere a una loro ridistribuzione mirata, nei vari luoghi d’Italia e anche all’estero. Diciamoci una grande verità, contro lo spettro della disoccupazione giovanile, che aleggia non solo da noi ma in ogni altro Paese sviluppato. I nostri giovani si rifiutano a ogni lavoro manuale, operaio, artigianale, considerato di basso profilo, essi mirano solo a occupazioni di buon livello amministrativo, commerciale, bancario, informatico. E dunque, sono proprio le nostre aziende a denunciare per prime la mancanza di braccia, ricorrendo in larga misura agli extra-comunitari già accolti presso di noi. E sono proprio loro, come giustamente ci avvisa Boeri, a dare un forte contributo al nostro Pil, e anche alla cassa pensioni. Qui si profilerebbe un grande compito per i sindacati, di gestire questa ridistribuzione fondata su braccia di immigrati per andare a svolgere lavoro ai bassi livelli, con relative eque retribuzioni, da sottrarre ai controlli del caporalato.
Naturalmente, ancora più ragionevole sarebbe che questi “hub” sorgessero sulle coste della Libia, a spese dell’Eu, o ai confini tra questa e le popolazioni subsahariane, ma prima che ciò sia possibile dovranno passare decenni. E dunque, al momento, l’Italia funzioni in parallelo con quanto realizzato da Erdogan, anche se l’accostamento può parere irritante e perfino blasfemo.

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Arte

Hockney: ritratti come si deve al giorno d’oggi

Avevo già manifestato tutta la mia adesione all’arte di David Hockney quando a Londra la Tate Britain gli aveva dedicato una retrospettiva per i suoi cinquant’anni di intensa attività, allora non sapevo che un grosso nucleo di suoi lavori sarebbe venuto dalle nostre parti. Ora infatti è approdata alla veneziana Ca’ Pesaro una serie di ben 82 ritratti, più una natura morta, civettuolo scampolo di un diverso tra i molti generi praticati con indifferenza dal pittore inglese. Va fatto merito a Gabriella Belli che, dalla direzione dei Musei civici veneziani, riesce a infilare a Ca’ Pesaro prestigiose tappe di mostre, che poi vanno in sedi di grande importanza, infatti la presente rassegna comparirà in successione al Guggenhiem di Bilbao e al Los Angeles County Museum. Questo era già avvenuto nel caso di uno dei grandi campioni dell’Ottocento statunitense, in piena sfida verso il nostro movimento principe europeo, l’Impressionismo. Si è trattato di William Merrit Chase, cui non ho mancato di rivolgere su queste pagine un deferente omaggio. E in definitiva c’è una continuità tra questi due artisti, dediti entrambi a una pittura meticolosa, a sfida del lucido responso fotografico. Naturalmente, quando Merrit Chase operava, di là dell’Atlantico non si agitava ancora lo spettro di soluzioni plastico-monumentali, mentre si sa bene che esso si è impadronito in seguito dei connazionali dell’artista statunitense, che alla Pop Art hanno dato la svolta tridimensionale, almeno nel caso rilevante di Oldenburg, ma anche, seppure più parzialmente, dei Wesselman e Rosenquist, e perfino Warhol e Lichtenstein. Mentre Hockney si attiene al culto, tipico della Pop Art in salsa britannica, della superficie, come del resto attestato anche da altri suoi connazionali, si pensi a Hamilton, Kitay, Blake. Anzi, proprio da qui viene un primo tratto di rilevanza da riconoscersi a Hockney. Recensendo poco fa, sulle colonne dell’”Unità” quando ancora usciva, l’enorme mostra di Hirst, anch’essa a Venezia, dichiaravo la mia tentazione di armarmi di un pungiglione per andare a forare le eccessive volumetrie che questo artista si compiace di assegnare ai suoi simulacri, per effettuarne un opportuno sgonfiamento, cioè, in sostanza, per riportarli alla superficie. Non bisogna infatti dimenticare che la nostra epoca, se pure ammette per un verso i mostri volutamente repellenti di Hirst, subito spalleggiato dal connazionale Marc Quinn e dal fiammingo Jan Fabre, celebra per altro verso, per bocca di un esponente tipico come il giapponese Murakami, la “super-flatness”. Da questo punto di vista Hockney è come un operatore virtuoso che si compiace di mostrare quanto si può fare attenendosi appunto alla tela dipinta, in omaggio a una misura classica e tradizionale. In questo caso si potrebbe parlare addirittura di un eccesso di tradizionalismo, infatti questi 82 ritratti soffrono, se si vuole, di un certo conformismo, o di una ripetizione non troppo differente, nelle pose dei vari personaggi ritratti, chiamati a sedere su una poltrona che fa bella mostra di sé in una sala, con invito al pubblico a sedervisi, quasi nella speranza che avvenga il miracolo e che scatti una foto per immortalarli nella posa. Suppongo che il Nostro si sia servito di quella medesima sedia o di altre assai simili, evitando ai personaggi i lunghi tempi della posa e prendendone immagini fotografiche. Questo spiega una certa fissità dei soggetti, che tutt’al più girano le teste, accavallano le gambe, distendono o contraggono le mani. In una parola, l’artista si guarda bene dal superare una barriera che potrebbe dare luogo a spiacevoli effetti di esagerato espressionismo. Credo che abbia sempre agito in lui il timore di concedere alle soluzioni, pur acclamate, di Lucian Freud, dove i volti delle persone ritratte si coprono di rughe, le carni appaiono cadenti, quasi martoriate, alla disperata ricerca di effetti di crudo, spudorato realismo quale si concedeva, nell’Ottocento, a Courbet e compagni. Invece Hockney sa bene, e da qui viene la sua forza e attualità, che al giorno d’oggi tutto viene mediato dal passaggio attraverso una documentazione fotografica, pronta ad alleggerire, o appunto ad appiattire. Il che spiega anche una certa stereotipia dei volti, su cui l’artista non calca la mano, anzi, sembra volerli allontanare, attenuarne, smorzarne i lineamenti. Anche perché, nella sua laboriosa navigazione, sa bene di dover evitare un altro scoglio, una immersione in profondità, alla maniera di Bacon, a discendere negli stati latenti e inconsci dei suoi personaggi. Per favore, sembra dire, atteniamoci a un codice di decoro, di normalità, niente esibizionismi, da parte di questa schiera di figuranti, che a dire il vero a un visitatore fuori dalla high society dei due mondi non dicono molto, ma di sicuro sono protagonisti in vista del bel mondo. Ma allora, dove sta l’abilità indubbia del ritrattista? Hockney appunto si ricorda della sua provenienza dalla Pop, e dunque si attacca soprattutto all’abbigliamento dei suoi personaggi in posa, con una profusione di magliette, camiciole, jeans, tutti rubati ai magazzini del prêt-á-porter, capaci di sciorinare una sinfonia di rigatini, di stoffe a fiori, colme di tutte le possibili attrattive del cattivo gusto, del kitsch. Un rito che si ripete anche per le scarpe, anche qui una perfetta esibizione di ogni possibile formato, e di ogni pellame di cattivo gusto, o al seguito dei dettami più sfacciati della moda. Anche il reticolo delle gambe delle sedie, dei braccioli, degli schienali ci mette la sua parte, andando a coprire i vari listelli di impasti morbidi, spalmati da una manteca luminosa che dà loro spessore, li rende protagonisti, quasi più dei volti arretrati in secondo piano, E poi, beninteso, quello che conta è lo sfondo, pronto a stringere compatto, come una morsa, quelle sagome, con tinte anch’esse rivolte a sfidare il buon gusto, a scegliere colori stridenti, chiassosi, negati alla finezza, alle mezze tinte. Per questo verso, ci potrebbe essere un incontro con Bacon, una delle cui risorse strategiche è di presentarci, sì, i mostruosi grovigli che va a pescare negli inferi dell’inconscio, ma mettendoli in scena come in stanze di uffici, di salotti confezionati secondo le ultime ricette del design. Il tutto, in definitiva, costituisce una lezione, emette un imperativo clamoroso, la stagione della pittura non è finita, sta anzi ritornando, pur di saperla usare nei modi giusti, in linea con la nostra attualità.
David Hockney, 82 ritratti e una natura morta, a cura di Edith Dewaney. Venezia, Ca’ Pesaro, fino al 22 ottobre. Cat. Silvana editoriale.

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Letteratura

De Giovanni, parti buone e altre no

Nella pletora di autori dediti a praticare il giallo e il poliziesco da cui è caratterizzata l’attuale situazione della nostra narrativa, avevo già dichiarato una certa preferenza per il mestiere pulito e corretto manifestato da Maurizio De Giovanni. Lo avevo fatto nell’unica sede pubblica che mi è rimasta, “L’immaginazione”, a proposito di “Pane” della serie, fortunata anche per un trasferimento in TV, dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Ma il nostro autore ha tante frecce al suo arco, ovvero tanti tavoli, tanti telai su cui tessere, ci sta anche la serie fortunata che ha per protagonista il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, di cui ora De Giovanni ci ammannisce un’altra impresa, “Rondini d’inverno”. Dico subito che in parte vi trovo una conferma, così da replicare il mio giudizio positivo, ma in parte vi trovo pure tante componenti inutili di cui l’opera nel suo complesso risulterebbe più funzionale, se liberata come da zavorra inutilmente imbarcata. Purtroppo queste parti spurie e inconcludenti sono comuni anche ad altri produttori della stessa categoria, a cominciare da chi ne è il portabandiera, lo stesso Camilleri. C’è la tendenza a indugiare nei fatti sentimentali del conduttore delle indagini. Nel caso di Montalbano, sono davvero insopportabili le battute di quell’estenuante dialogo a distanza che ha con la sua amante a tempo perso, Livia, che ci gratifica di rare, incongrue, inopportune comparse in scena. Se ci portiamo alla serie fortunata d’oltralpe intitolata al Commissario Cordier, ugualmente insopportabili sono i duetti che la sua condotta rude, tutta azione e prontezza di riflessi, è costretto a intrattenere con quella macchietta del folclore italiota che è la moglie Lucia. Beati, al confronto, i casi in cui l’interlocutore è un maschio, non sospetto di omosessualità, come il Watson di Sherlock Holmes, o il capitano Hastings di Hercules Poirot. Qui è da considerarsi stucchevole e superflua tutta la porzione degli amori sospesi e irresoluti che il nostro Ricciardi intrattiene con tale Enrica, combattuto lui, e pure lei, dalla tentazioni di diverse soluzioni sentimentali. Ma c’è di peggio, ovvero la pretesa di accompagnare al nucleo centrale della trama un episodio secondario, qui costituito dalle circostanze alimentate da Lina, una prostituta gentile, nobile d’animo, oltre il lecito e il verosimile, che si sacrifica per mantenere un padre e un figlio ingrati, a sua volta trattata come santa in un casino di alto bordo, frequentato, come si andrebbe in chiesa, dal commissario in seconda, Raffaele Maione, con relative indagini e tormenti. Pagine inutili, che si potrebbero tranquillamente eliminare. Ma infine c’è il nucleo stretto della narrazione, e questo funziona davvero, con un enigmatico delitto che si compie coram populo, quando un attore sulla via del declino, Michelangelo Gelmi, secondo copione dovrebbe sparare in scena alla moglie, nella finzione e nella vita, Fedora Marra, più giovane di lui e in sicura ascesa. Ma beninteso dovrebbero essere colpi a salve, a vuoto, e così è nel caso di un primo sparo, diretto all’amante, sempre secondo la finzione scenica. Ma quello diretto alla moglie invece va a segno, e la povera Marra muore in un lago di sangue. Ci sarebbe un classico movente, la gelosia, per spiegare il gesto omicida del Gelmi, ma perché consumarlo così sfacciatamente in pubblico, come sperare di sottrarsi alla responsabilità? Però lo sventurato si difende coi denti, giura di non capire come quel proiettile sia entrato nel caricatore, visto che lui la pistola se la teneva sempre chiusa nel suo camerino, da cui non si sarebbe allontanato. Diciamo che in questo quadro tutto funziona al modo giusto, ogni personaggio è credibile, il Gelmi nella sua situazione di attore sulla via del tramonto, che si sente ormai incapace di trattenere a sé una moglie troppo vivace, sicuramente portata a farsi amanti più giovani. Azzeccata anche la trafila che porta a risolvere il rebus, infatti in quel teatro, lo Splendor, esiste pure una anziana tutto-fare, quella che dovrebbe essere la più ferma testimone circa il fatto che nessuno si è introdotto nel camerino, a mettere in canna il colpo fatale. Ma da lei si risale a un marito, e soldato agli ordini del Gelmi nella Grande Guerra, da cui è uscito distrutto, avendo protetto il superiore dallo scoppio di una granata, Si intravede pertanto la possibilità, da parte della moglie, di una vendetta in ritardo, Ma come mai, dopo tanti anni? Subentra un più valido motivo, che mette in gioco la figlia dei due, Italia, innamorata del giovane su cui la irrequieta e “mangiatrice d’uomini” Fedora ha messo gli occhi, sentendosi avvolta, catturata da una sorta di prezioso manto che il giovane traccia ogni sera, ma a livello di suoni, emettendo una sinfonia col suo mandolino. E dunque, Italia ha addirittura un doppio movente, nel porre in canna il fatale proiettile, vendicare seppure a posteriori il padre, far fuori colei che pretende di portargli via il giovane amato. E nella sua esasperazione la ragazza giunge perfino a sparare al commissario Ricciardi, quando capisce che lui è ormai sul punto di capire ogni cosa. Da qui il sottotitolo di questo romanzo, “Sipario per il commissario Ricciardi”. Anche questo è un topos ricorrente, nella narrativa del genere, prima o poi viene il turno che qualcuno spari all’investigatore principe. Ma sta anche scritto che, proprio come in teatro, questi si risollevi da terra e riprenda a indagare come prima. A meno che l’attore che lo impersona nella inevitabile trasposizione televisiva non abbia scadenze contrattuali, e allora bisogna eliminarlo davvero. Il che non è il nostro caso, e dunque lunga vita a Ricciardi, appuntamento a una prossima uscita. Quanto al titolo, che c’entrano le rondini? Qui a dire il vero un’altra buona soluzione del racconto, infatti nelle prime pagine compare una “rondine” ritornata al nido ma fuori tempo. E’ il mandolinista incolpevole, straziato per quegli eventi, andato all’estero per decenni a medicare la piaga, ma poi tornato a casa, e pronto a narrarci la storia.
Maurizio De Giovanni, Rondini d’inverno. Einaudi stile libero, pp. 356, euro 19.

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Attualità

Dom.-16-7-17 (Avanti)

Naturalmente il fatto del giorno è l’uscita del libro di Matteo Renzi, “Avanti”, in cui il leader ha ricapitolato e fornito chiare delucidazioni su tutti gli atti compiuti nei pochi anni del suo esercizio del potere. Chi mai avesse seguito le mie opinioni domenicali, sa bene che mi sono sempre associato con convinzione a tutte le decisioni e relative motivazioni attraverso cui egli è passato, inutile quindi che in questo caso io ripeta o riassuma. Vorrei solo insistere su due punti, IL primo di questi risulta del tutto a suo favore. Quando ci furono le primarie benevolmente consentite da Bersani, allora segretario del Pd, che si sentiva in una botte di ferro e che avrebbe anche potuto fare a meno di bandirle, in quanto lo statuto del partito lo indicava come naturale aspirante alla presidenza del consiglio, ci fu la sconfitta di Renzi, allora appena agli inizi della sua prodigiosa discesa in campo. Ma egli si guardò bene dall’andarsene dal partito sbattendo la porta, accettò il verdetto, attese pazientemente che si ripresentasse l’occasione di riprovarci. E’ un atto di accettazione delle regole democratiche di cui viceversa tutti i personaggi in seguito mandati da lui all’opposizione si sono dimostrati del tutto incapaci, dandosi a tramare contro di lui, a opporsi, a rompergli le uova nel paniere, il giorno dopo l’avvenuta sconfitta. La ragione per cui Bersani e compagni alla fine se ne sono andati è dovuta a questo stesso rifiuto della regola democratica, per il fatto di aver ben compreso che al momento non erano in grado di batterlo in campo aperto e di riconquistare, alle primarie, il controllo del partito. Non vorrei che anche Orlando ed Emiliano ora si mettessero sulla stessa strada, non accettando anch’essi il chiaro responso uscito dalle recenti primarie. Da qui vorrei anche partire per un confronto col caso Macron, che i soliti anti-renziani di casa nostra pretendono di contrapporre al nostro leader. Renzi non ha per nulla distrutto il Pd, che è rimasto forte come prima, solo indebolito della frazione scissionista. E non si dica che la loro uscita è stata causata dalla trasformazione del Pd a guida renziana in un partito di centro, e non più di sinistra, Purtroppo nel nostro Paese resiste la convinzione, alimentata da tanti intellettuali, protagonisti degli inutili talk show, che solo il postcomunismo è sinistra, la variante socialdemocratica è un falso, un’ipotesi vuota e inesistente. La verità sta nel contrario, è proprio il postcomunismo a vedersi ridotto ai minimi termini, in tutta Europa, Questi impenitenti orfani di una sinistra “dura e pura” di recente si sono attaccati al discutibile successo di Corbyn nelle elezioni inglesi, ma nulla è cambiato, Corbyn non ha certo concretato la sua peraltro infondata pretesa di essere chiamato a governare. Quanto a Macron, il suo trionfo è passato attraverso la demolizione dei partiti tradizionali, sulle rovine del Partito socialista francese, inaugurando un’operazione dai connotati molto ambigui e sconcertanti, temo che i Francesi presto dovranno pentirsi delle cambiali in bianco che gli hanno rilasciato. Invece dietro a Renzi c’è un partito che contende ai pentastellati il primato nei sondaggi, e dunque non c’è il vuoto, come pretende la schiera dei gufi e dei profeti di sventura a lui ostili.
Sempre a scorrere le pagine di “Avanti”, si sente però la mancanza di un capitolo. Fortunatamente il discorso che vi si svolge non è a conforto delle sconfitte passate, ma tutto proteso a delineare un’Italia “in marcia”, attraverso vie più corrette di quelle pericolose imboccate dal monarca francese. Ma allora, il discorso sulla legge elettorale diventa fondamentale, mentre Renzi se ne ritrae con tedio. E’ legittimo il suo desiderio di ritornare a capo del governo, ma sa bene che questo dipenderà dall’esito delle prossime elezioni. Come spera di uscirne? Con un successo sul tipo delle famose elezioni europee, raggiungendo cioè una soglia elevata? Magari non il 40% di quella fortunata occasione, ma almeno un 35%. Del resto Renzi non ha mai fatto mistero della sua speranza di portare a casa proprio quel 40% che al referendum gli è stato favorevole. Ma allora, ci vorrebbe un premio maggioritario, nella legge elettorale, sfidando il rischio che esso possa invece andare al centro-destra unito o ai Cinque stelle? O bisogna salvaguardare Alfano ed eventuali suoi associati nella speranza di superare un 5%? Idem si dica per un fronte di sinistra coagulato attorno a Pisapia? C’è poco da fare, se vogliamo sperare che l’Italia vada “avanti”, non vedo chi meglio di un Renzi di nuovo premier potrebbe farci sperare in questa possibilità.

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Arte

Boltanski in versione totale

Il Comune di Bologna ha avuto senza dubbio un’idea felice nel chiamare l’artista francese Christian Boltanski a lavorare attorno al museo eretto in memoria della caduta dell’aereo Itavia nel cielo di Ustica, ormai più di un trentennio fa. Già la ricostruzione del relitto, ripescato pezzo a pezzo in mare, è un qualcosa di rispondente al gusto cimiteriale di Boltanski, specializzatosi nel trattare indizi, reperti, memorie di estinti, cari o meno, forse cancellati per sempre dal nostro ricordo se non fosse per minime foto, sull’orlo di svanire del tutto, forse proprio ricacciate nel nulla per effetto di quella loro stessa presenza tanto vaga e precaria. Del resto, Boltanski può vantare, o noi per lui, una assidua presenza presso le nostre istituzioni. Forse sono stato io ad averlo convocato per una prima volta nel 1994, quando alla vecchia GAM, allora felicemente sorgente nel quartiere fieristico, in stretta collaborazione con Pierre Restany, e proprio per sfruttare la nostra solida amicizia e la sua forte autorevolezza, concepii la mostra “Arte in Francia”, a partire dal 1970, e Boltanski non poteva mancare già a quell’appuntamento, assieme all’altro cavallo di razza dell’allevamento francese, Daniel Buren. La mostra godeva del pieno appoggio dell’allora direttore della GAM Nino Castagnoli, nonché, grazie al carisma di Restany, di un cospicuo finanziamento da parte dell’AFAA, che vorrebbe dire Agence Française d’Action Artistique, e avrebbe dovuto trasferirsi in altre sedi, a cominciare da Napoli, che stava per ospitare un G 7 (quello il numero dei convitati, al momento). Ma era scoppiato un dissidio tra me e Castagnoli circa il mantenimento o meno della GAM in quella zona periferica, e lui per protesta contro la mia tesi continuista, da paladino per un trasferimento della Galleria in area più centrale, preferì impacchettare subito la mostra e rimandarla al mittente, a Parigi, con grande disappunto dell’AFAA, che invece avrebbe voluto farle fare un ampio tour europeo. Ricordo ancora l’emozione di quando, alla ricerca di un Boltanski valido, mi ero recato nel cuore della Ville Lumière, presso il CNAC (Centre National d’’Art Contemporain), già provvisto di tutte le immagini in memoria presenti, di quell’artista e di ogni altro di qualche fama, nei vari musei del Paese. Potei dunque scegliere con comodo l’opera più indicata per rappresentare quell’artista nel suo modo di procedere. E appunto egli stava già seguendo in pieno il rito delle piccole immagini, disposte su altarini, corredate da altrettanto piccole lucine elettriche, in una specie di succursale di visioni cimiteriali. Poi era intervenuto il successore di Castagnoli alla guida della GAM, Danilo Eccher, con ottima conduzione, anche per la capacità di sfruttare adeguatamente una seconda sede della GAM, che poi era la prima esistita, cioè Villa delle Rose. Nel frattempo Boltanski aveva ingrandito le sue immagini fantomatiche, con la buona idea di trasformarle in lenzuoli non fissati ai bordi, e dunque liberi di agitarsi al vento, attraverso finestre mantenute aperte, come appunto avveniva a Villa delle Rose. Il tutto ne aumentava ancor più il senso di fragilità. Poi anch’egli aveva sofferto del limite che affligge, al giorno d’oggi, ma forse anche in passato, gli artisti giunti a elaborare una formula felice, ma che si vedono costretti a iterarla, in una accanita ricerca di come potenziarla, o saltarne fuori. Buren, rimasto prigioniero volontario delle sue strisce policrome, le riscatta però attraverso installazioni ardite e sempre diverse. Boltanski ci ha provato industrializzando addirittura il suo motivo di base, come ha fatto a una Biennale di Venezia quando gli venne dato il padiglione del suo Paese, facendo scorrere le immagini su un nastro trasportatore, quasi come su catena di montaggio. Ora, avendo a sua disposizione l’intero spazio della nuova sede del Mambo, vi erige una sorta di cortina o di baluardo di veli recanti i fantasmi del passato, e il visitatore si deve aprire il cammino scostandoli, come in una giungla madreperlacea, mentre alle pareti occhieggiano le luminarie erette attorno a una infinità di altarini. Dato il molto spazio a sua disposizione, e l’occasione di particolare importanza, l’artista ne approfitta per passare in rassegna tutte le sue ulteriori invenzioni, sempre collegate al nucleo di partenza, ma con estensioni metodiche. Come quella di raccogliere, non solo le sembianze dei morti, facendole diventare sempre più pallide ed evanescenti, ma anche i loro indumenti, accumulati in pile orride, in carrelli, anch’essi destinati a procedere verso forni crematori, e dunque a essere cancellati. Nel che, a dire il vero, Boltanski rischia di rasentare certe soluzioni dell’ex-moglie Annette Messager, che si è specializzata nell’accumulo di reperti “soffici”. Sempre alla ricerca di margini innovativi, in una mostra al milanese Hangar Pirelli Boltanski ha pure tentato un ulteriore esperimento, sempre in tema di ridare presenza a minime tracce corporali, mettendo a punto uno strumento che consente di udire i battiti cardiaci, come un orologio che scandisce quanto manca, a ciascuna esistenza, per superare la soglia fatidica. Non vedo, tra questa interessante escussione di tutte le varianti sperimentate da un artista che teme di vedersi inchiodato a un repertorio fisso, una ingegnosa trovata messa in atto in una mostra alla torinese Fondazione Merz, consistente nel presentare una serie di scatoloni “cellophanati”, come tante tombe mute, anonime, che però non lasciano dubbi circa il loro contenuto inevitabilmente mortuario. Non manca, in questa rassegna davvero completa, una eccellente idea concepita dal Nostro in occasione di una recente Biennale di Venezia, in cui ha esposto un’ampia proiezione video di un cimitero raggiunto per vie insolite, trattandosi di una giungla di fusti magri, rinsecchiti, sorgenti da una piana ugualmente sterile, il deserto di Atacama. Non più foto agitate al vento, ma campanelli, con traduzione da un senso all’altro, dalla vista al suono. In fondo, è lo stesso procedimento con cui Boltanski sostituisce alle incerte presenze visive affidate alle foto i rimbombanti battiti del nostro cuore. Confesso che preferisco di gran lunga questa diversa manifestazione sonora, sottile, aerea, spirituale, cui davvero conviene il titolo globale che Boltanski assegna a questa sua totale presenza bolognese, iscritta sotto il nome di “Anime”.
Christian Boltanski, “Anime. Da un luogo all’altro”, a cura di Danilo Eccher, Bologna, Mambo e altre sedi, fino al 12 novembre. Cat. Silvana Editoriale.

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Letteratura

Problemi di “autonarrazione”

Ho già osservato, domenica scorsa, parlando del romanzo di Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”, dell’infittirsi, in questo momento, e nella narrativa di casa nostra, di opere rientranti nel filone detto dell’auto-narrazione, o se si preferisce, dell’”autofiction”. Prova eloquente, il fatto che nella cinquina dello Strega appena assegnato ben quattro prove rientrassero in questa categoria, accomunate peraltro da una certa mediocrità. Per cui, al contrario, spiccava l’unica prova, di Matteo Nucci, già per il fatto stesso di uscire dalle righe. Del resto questo nutrito quanto esangue plotone fa corteo a una serie di produzioni ben più valide procedenti nello stesso senso, di cui mi sono occupato qui o altrove, vedi alle voci di Covacich, Mari, Brizzi e così via. Merita pertanto aprire un’indagine su un fenomeno così vasto. Come si sa, mi valgo con insistenza della bipartizione proposta da Spinazzola, tra un New Italian Realism e una New Italian Epic. Questa seconda via, di andare a pescare validi spunti nel passato, nella storia, o nel futuro, o comunque nell’altrove, richiede un forte investimento inventivo, e dunque appare ardua da battere. L’altra rischia di affondare nel trito e risaputo, e soprattutto di soffrire per una carenza della componente principale della “fiction”, cioè proprio della presenza di una trama, di un motivo “fittizio”. Seguire invece diligentemente una sequenza di fatti, propri o altrui, come si sono svolti, offre una specie di valida ringhiera di appoggio. Osservo, tra le righe, che io stesso, in una ripresa di attività pittorica, che ovviamente interessa l’altro fonte della mia persona, quello rivolto al visivo, avverto una medesima fatica a livello di invenzione autonoma di forme, e dunque seguo fedelmente la traccia di un “vero” quale mi viene fornito dalle foto del reale, oggi così abbondantemente ottenibili anche solo attraverso la pratica dei cellulari, Per questa via si potrebbe spiegare l’attuale eclissi di motivi “fittizi”, il che però non risolve il problema. In merito devo lodare la prontezza con cui “il Verri” ha fatto uscire un numero quasi unico intitolato appunto a “l’io in finzione”, con contributi che però trovo troppo analitici, affidati a speculazioni forse un po’ troppo sottili. Naturalmente, che al centro di qualsivoglia pratica di autofinzione ci sia il ricorso al soggetto di prima persona, non è certo elemento decisivo, anzi, tutti i cultori della critica narrativa sanno bene quanto sia forte, cogente l’avviso ai naviganti, non si osi confondere il Marcel che dice io nella grande “Recherche”, col Marcel Proust in carne e ossa, che pure ne è stato il tenace e instancabile produttore. Su un fronte opposto, anche l’”io di merda” proclamato da Céline esige lo stesso trattamento precauzionale, anche in quel caso bisogna distinguere tra il personaggio, che assume una maschera volutamente degradante, e l’uomo, come ci appare quando se la toglie. Ma allora, che fare? Come distinguere tra il “vero”, cioè una documentazione dei fatti, propri o altrui, che si affidano al criterio della precisione, della “storia”, passibili di rispondere a un andare a vedere coi propri occhi (questa in definitiva l’origine etimologica della storia, dall’”id” greco, della vista, che si cela dietro una “esse” assunta solo per ragioni di eufemia), e invece coefficienti “finzionali”, in cui cioè dal vero, storico, si passa al verosimile, tipico della funzione poetica? Aristotele in merito “docet”. Credo che tocchi all’autore distribuire in corso d’opera segnali, tracce, piste per indicare il crocevia, l’imbocco di una pista piuttosto che di un’altra. E al critico, al lettore spetta una decisione dello stesso tipo, stabilire in quale categoria, tra vero e verosimile, storia o finzione, si debba valutare quella certa opera. Voler affidare questo discrimine a una serie di indizi semantici, semiotici, formali è impresa forse troppo difficile e in fin dei conti sterile.

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