Letteratura

Postorino: autrice incerta e confusa

Il Premio Campiello non brilla mai troppo nella scelta del vincitore, questo non tanto per colpa della giuria di esperti, propositori ogni anno di una cinquina tra cui fare l’elezione finale, ma per la regola di affidarsi per tale atto ultimo a un voto popolare. Ora, la democrazia è doverosa e imprescindibile nella vita politica, dove anche il miglior politologo potrebbe essere tentato di dare il suo voto non secondo equità ma per ragioni di interesse personale. E’ invece un criterio inaccettabile nel giudizio estetico, dove i molti hanno tutt’al più il diritto di esprimersi attraverso l’atto dell’acquisto. Questa volta, con riferimento alla cinquina, era logico che si scartasse Helena Janeczek, già laureata allo Strega, ma c’era in prima linea Ermanno Cavazzoni con la sua “Galassia dei dementi”. opera troppo complessa e difficile per i “popolari”, che quindi hanno preferito premiare Rosella Postorino per “Le assaggiatrici”. Un romanzo che certo ha vari ingredienti per accontentare facili attese, ma stenta a tenerli assieme, affidandosi a sequenze divergenti tra loro, non ben concomitanti. Certo il tema più accattivante è proprio quello offerto dal titolo, è interessante venire a sapere che tra le tante storture del regime hitleriano c’era pure quella di provocare il forzato ritiro di una schiera di fanciulle costringendole ad assaggiare i cibi che poi venivano somministrati al gran capo, sempre diffidente, timoroso di essere avvelenato. Questo in definitiva è l’aspetto più gradevole e accettabile del romanzo, anche perché si iscrive in un filone cui stanno arridendo molti successi. Si pensi alle accurate ricostruzioni che ci sono state date attorno alla figura di Margherita Sarfatti, amante principale del Duce, per non parlare della monumentale biografia che Scurati gli ha dedicato. Ma senza dubbio la Postorino non è stata capace di un uguale grado di accuratezza filologica. Comunque è pur sempre interessante avere, anche se per vie traverse, qualche primo piano del dittatore, qualche incursione nei suoi gusti gastronomici, nelle manie e idiosincrasie del suo privato. E sarebbe pure interessante esaminare i casi di questa pattuglia di fanciulle segregate, quasi come internate in un lager, private di molti diritti primari, con connesse rivalse, ma da prendersi per vie nascoste. Naturalmente si fa avanti la protagonista, tale Rosa Sauer, trapiantata brutalmente da una Berlino metropolitana nel borgo selvaggio che sta ai piedi del nido dell’aquila, anzi dell’avvoltoio rapace che sovrasta sui destini di tutti. Inizialmente la Postorino, incerta nelle sue scelte, decide di fare il vuoto attorno a questo personaggio, privandola dei genitori, di un fratello partito per l’America, e perfino di un amato marito, Gregor, che tutto lascia pensare sia caduto sul fronte russo. Tanto che, nel vuoto sentimentale prodottosi, Rosa cede alla seduzione di un tale Ziegler, duro ufficiale della Ghestapo, in apparenza crudele e vendicativo, ma disponibile invece alla tresca amorosa, che però mette Rosa in una situazione ambigua. Come detto, la nostra Postorino costeggia risaputi motivi di trama, ma sempre fermandosi un passo prima. In questo caso siamo al filone della collaborazionista, che poi all’arrivo delle forze della resistenza verrebbe rapata a zero o addirittura fucilata, anche se non siamo esattamente a questo punto, in fondo Rosa milita anche lei in un ramo dell’esercito tedesco, e tra lei e l’amante c’è solo un’infrazione al regolamento, ai rapporti gerarchici. Ma poi, ecco subito la tentazione successiva, Rosa è figura elegante, tanto da suscitare l’attenzione di una nobildonna, alla cui corte, tanto per infilare nel rosario una nuova perla, si fa vedere il Von Stauffenberg promotore del disastroso attentato a Hitler, con l’esito infausto che tutti sanno. Se si va a leggere con quanta informazione e perizia, nel suo “Mussolini”, Scurati ha ricostruito il delitto Matteotti, sarà possibile misurare il pressapochismo con cui la concorrente conduce un episodio in qualche misura affine. Ma la parte più sorprendente, e indebita, sta nel finale della vicenda. In fondo, logica voleva che il povero marito Gregor riposasse in pace, defunto, come i suoi stessi genitori e la moglie afflitta avevano ipotizzato, rassegnandosi a quello che sembrava essere un verdetto implacabile. E invece no, la narratrice decide alla fine di far rivivere il morto, che ritorna a casa in pessime condizioni fisiche, ma non tanto dal precludersi di abbandonare la moglie rimasta malgrado tutto in trepida attesa, stabilendo un ménage con un’altra donna, fino addirittura a procreare un figlio con lei, invece che con la legittima Rosa. Questa è l’ultima giravolta della storia, che ormai ha raggiunto un numero congruo di pagine, e dunque si può ricevere un punto fermo di chiusura.
Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, pp. 287, euro 17.

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Attualità

dom. 30-9-18 (ancora Mattarella)

Mi meraviglio che nessuna voce più autorevole abbia ripreso il mio quasi inudibile squittio contro Mattarella e la sua decisione criminosa di affidare il governo a due forze scellerate, la Lega e i Cinque Stelle, i quali, a onor del vero, non avevano fatto mistero dei loro disegni rovinosi e sovversivi. E’ un po’ tardi scoprire ora che la decisione presa di recente di portare il deficit al 2,4% si deve considerare anticostituzionali, ora non c’è più rimedio, dato che se anche il Quirinale si rifiutasse di firmare qualche atto, si sa che basterebbe ripresentarlo e il Presidente sarebbe obbligato a sottoscriverlo. D’altra parte, se per un verso Mattarella si è deciso a protestare con riferimento ad articoli precisi della nostra Costituzione, pare che per altro verso, se si dà retta al quirinalista patentato del “Corriere>”, Marzio Breda, non rinunciato a premere su Tria per indurlo a rimanere nel governo, Quanto a quest’ultimo, vale per lui, ma peggiorato, il detto di Francesco I sconfitto da Carlo V, tutto è perduto tranne l’onore, solo che appunto Tria ha perso pure l’onore, ogni credibilità residua, e non vale neppure l’alibi che sarebbe rimasto abbarbicato alla sua poltrona per “salvare il salvabile”. Quanto meno, nei tre anni prossimi per i quali è stato dichiarato il mantenimento del deficit programmatico non sarà possibile far recedere la cricca al governo, solidale più che mai. E certo il pavido Mattarella non oserebbe imitare il suo predecessore Napolitano nel mandare a casa i leader, se lo spread dovesse impennarsi al di là del sopportabile. Purtroppo non pare che niente ci possa salvare dal passare per le forche caudine di un default dei nostri conti, tale da persuadere il popolo votante dell’errore fatto nel dare piena fiducia ai due partiti nella loro politica disastrosa. Temi bui ci attendono, ma almeno si riconoscano i torti, le colpe in merito di Mattarella.

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Arte

Courbet, capostipite di realismo e di impegno

Il ferrarese Palazzo dei Diamanti dedica una mostra molto corretta e completa a Gustave Courbet (1819-1877), interrompendo una sua assenza dal nostro Paese che durava da circa un mezzo secolo: dimenticanza, disaffezione incredibili, se si pensa quanto invece in anni recenti siamo stati assediati da mostre a ripetizione sugli Impressionisti francesi, che pure tutti considerano usciti da una sua costola. Ma evidentemente l’astuto promotore dell’assedio impressionista nei nostri musei, Marco Goldin, non ha amato molto un simile personaggio, troppo robusto e severo, troppo impegnato. Del resto, anche nel dedicargli questa ben condotta retrospettiva, perfino i curatori hanno ritenuto doverne attenuare l’immagine, agganciandolo alla nozione di “natura”, forse temendo che parlare per lui di realismo fosse troppo ingombrante, e suscitatore di inopportuni fantasmi. Ma invece è proprio la nozione di natura, soprattutto se scappasse la tentazione di associarle l’epiteto di “morta”, a stare molto stretta, a questo artista, che pretendeva di agire con totale ampiezza e libertà di mosse, così da dare un posto di rilievo alla propria immagine, in forti autoritratti, anche se immersi in ambienti di natura. La componente umana ebbe sempre un ruolo dominante, nella sua pittura, e dove magari questa presenza si allentava, sopperiva ampiamente quella degli animali, cavalli, cani pronti allo scatto muscolare, selvaggina, anche in questo caso non “morta”, non posta a fare bella figura di sé in mense imbandite, ma al contrario fieramente zampettante negli intrichi boschivi. Del resto, Courbet fu un punto fermo non solo per chi partendo da lui voleva guardare in avanti, verso gli Impressionisti, ma soprattutto indietro, a rilanciare di riflesso le fortune del realista numero uno di tutta la storia dell’arte, il Caravaggio, magari non dimenticando di passare anche per i casi di Rubens, Rembrandt, Velàzquez. Forse fu una personalità perfino troppo forte, per cui il suo paesaggismo scartò fin dall’inizio le visioni pacate, soleggiate, mediterranee di Corot, volto piuttosto a stabilire, seppur da lontano, un patto di alleanza con i protagonisti della Scuola di Barbizon, con i loro folti boschivi, con le chiome degli alberi squassate dal vento. Ai muri vegetali il suo territorio d’origine, e da lui sempre amato, la Franca Contea, aggiungeva ugualmente pesanti strati geologici, rocce dalle fiancate poderose, come del resto quelle di donne e animali, che si stringevano a morsa sui primi piani, assediandoli, ingolfandoli, e determinando anche di riflesso una tavolozza terrosa, fangosa, ocracea, da cui Courbet non riusciva a fuggire neppure, quando, in qualche fase della sua carriera, andò a piazzare il cavalletto sulle coste della Normandia, a contemplare le onde del mare, avanzanti in fitta schiera, anch’esse pronte ad agitare nei loro vortici la rena, e dunque ad apparire pure loro sporche, fangose. Questo senso di una densità di cose e tessuti è anche il tratto distintivo tra questo padre, difficile, faticoso da reggere, e i figli impressionisti, più svelti e disinibiti, che ben compresero come si dovesse alleggerire la presa, ricorrere a colori più liquidi, trasparenti. Proprio in Normandia avvenne lo scontro tra Courbet e il più giovane di lui, di quasi un’intera generazione, James Mc Neill Whistler, personaggio quasi apolide, quasi a rendere più scorrevole il sangue nelle sue vene, e soprattutto a stemperarlo, in visioni di mare azzurrine, che si comunicavano anche alle presenze femminili. I due, il padre e il figlio putativo, in quelle località marine si disputarono perfino un amore, nella persona di una giovane, Marie Jo, dai capelli fulvi. Vincitore fu il più giovane tra i due, che sapeva trattare l’icona femminile con un senso di vaporosiità e di eleganza quali le erano dovuti, pronto anche ad accogliere tra i primi qualche suggerimento dalle stampe giapponesi che stavano arrivando in Occidente, e che davano lezioni su come impaginare proprio le azioni umane. E proprio Whistler, e a sfida con lui Edouard Manet, ne seppe prontamente approfittare, nel narrare le scene di vita urbana, o di scampagnate nei dintorni. E’ significativo il riscontro tra come Courbet tratta due signore in libera uscita proprio in natura, ma portandosi dietro la pesantezza degli abiti, con tutti gli immancabili fronzoli, e in definitiva calcando il suolo con tutta la pesantezza dei loro corpi, laddove, nello stesso momento, Manet sa raccontare una scena per tanti versi simile nei modi leggeri, per sagome quasi piatte, sforbiciate in un tessuto compatto, dandoci il suo famoso “Déjeuner sur l’herbe”. Al confronto Courbet è sempre serio, per non dire serioso, o usiamo anche un termine ancor più fatidico, è “impegnato” nella realtà, perfino nelle componenti che le danno più consistenza, i fattori del politico e del sociale. Si sa quanto egli si compromise con la Comune, militando orgogliosamente tra le forze della sinistra incipiente, incitandole a distruggere il cimelio dell’ancien régime, la Colonna Vendome, fino a venire punito con la condanna all’esilio, che se ne andò tristemente a consumare in Svizzera, non mancando però di specchiarsi nelle acque al solito melmose, al suo sguardo, del Lago Lemano, o di sogguardare da lontano i picchi innevati del Monte Bianco. E’ curioso, ma anche esaltante, ricordare che il capofila della corrente da lui avversata, il David infaticabile promotore del Neoclassicismo, fu pure lui costretto a morire in esilio, a Bruxelles, accomunato con quel suo lontano oppositore nel disprezzo verso un regime conservatore. Solo che David si batteva in difesa del suo idolo, Napoleone, mentre Courbet fu il vendicatore dei torti del lontano parente, di Napoleone III, detto anche il Piccolo. Ma entrambi hanno onorato come meglio non si poteva la causa dell’”impegno”.
Courbet e la natura, a cura di Maria Luisa Pacelli, Vincent Pomarède e altri. Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 6 gennaio, cat. autoedito.

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Letteratura

Lucarelli e un suo peccato, forse non mortale

Continuo a esprimere diffidenza e dubbi sugli esiti di uno dei nostri giallisti tra i più pregiati, Carlo Lucarelli, non cedendo al ricatto dell’abbondanza di riferimenti topografici e culinari alla mia stessa città, Bologna, di cui questo autore è prodigo, per lo meno nella serie intestata al Commissario De Luca. Avevo già espresso dubbi e riserve a proposito di un suo romanzo precedente, “Intrigo italiano”, li devo confermare pure per l’ultimo uscito, “Peccato mortale”, magari col rischio di ricalcare le pagine di un unico cahier de doléances. E’ curiosa e impropria la mania del nostro autore di andare a piazzare le sue vicende in anni fin troppo caratterizzati da fatti socio-politici in cui la trama del giallo rischia di perdere di incidenza, tanto che può sembrare una pedanteria, proprio da parte del Commissario, stare a perdere tempo nello sbrogliare la sua piccola matassa, mentre attorno il mondo gli cade a pezzi. Come proprio è il caso soprattutto di questo recente prodotto, si pensi che esso si situa tra il ’43 e il ’44, scandito da eventi terrifici, caduta di Mussolini, presunta fine del conflitto, ma presa del potere da parte dei nazisti, il tutto inframezzato da disastrosi bombardamenti, come se la città petroniana fosse soggetta a periodiche e inesorabili scosse sismiche. Si immagini quali e quanti rivolgimenti, nel passaggio da un potere all’altro, infieriscono su un piccolo impiegato dello stato, a complicare la vicenda, tanto che in qualche misura anche il lettore si sente di dover ripetere l’accusa irosa e ironica nello stesso tempo che amici e congiunti dell’investigatore gli rivolgono: chi te lo fa fare, in tanto sconquasso? Naturalmente noi possiamo rivolgere la stessa domanda incredula all’autore: chi te lo fa fare di mescolare le carte, di imbastire la tela modesta di certi fatti cruenti nel bel mezzo dell’accumularsi di fatti straordinari? Ma certo i crimini che stimolano l’indagine del nostro Commissario sono di insolita gravità, non indenne da una buona carica di umor nero. Si tratta infatti del ritrovamento di due delitti simmetrici: un corpo senza testa, subito seguito da un successivo ritrovamento di una testa decollata con cura da un tronco. A complicare oltretutto le cose sta il fattoi che si tratta di individui diversi. Devo dire che queste due macabre scoperte hanno una loro forza, però destinata a diminuire via via che l’indagine prosegue e fa i suoi progressi, anche se il nostro commissario deve agire tra mille difficoltà, trovandosi alle prese con mutamenti istituzionali tali da mettere nei guai la sua stessa posizione. Ma purtroppo, con l’avvicinarsi della soluzione, la terribilità dei misfatti rientra in un ordine comprensibile, i due decapitati erano entrambi dei cittadini stranieri internati in un campo profughi, desiderosi di recuperare i denari che erano stati costretti a lasciare nelle banche dei paesi d’origine, da qui la decisione sciagurata di mettersi nelle mani di persone di malaffare per effettuare il recupero di queste somme, dietro promessa di compensi. Ma i malviventi capiscono che è molto meglio far fuori i due malcapitati e troppo fioduciosi così da impadronirsi direttamente di quel denaro, andando poi a investirlo nientemeno che in una partita di cocaina. Confesso in proposito la mia imperizia in merito, forse a differenza di Lucarelli, ma mi chiedo se con ciò non siamo di fronte a uno di quei soliti goffi tentativi di retrospezione che in genere vengono commessi da chi si lascia tentare da uno scenario storico, per quanto ravvicinato. La cocaina allora era già quel prodotto vincente, tale da stimolare ogni ghiotta manovra per appropriarsene, come poiu è divenuto al giorno d’oggi? Vero è che al centro di questa trama delinquenziale Lucarelli pone il solito figlio debosciato del solito nobile, e dunque la rarità del consumo, per quegli anni, può trovare giustificazione nella snobberia, nel “noblesse oblige” di un esponente della Bologna bene. Attorno a lui c’è tutto un balletto di delinquenti, tali per professione, o attratti da ingordigia, da prospettive di facili guadagni, tra cui, neanche dirlo, non sono certo estranei i rappresentanti delle forze dell’ordine. Tanto che il povero De Luca, oltre a perseguire i vizi della società bene, si deve guardare alle spalle, resistere a colpi bassi, a depistaggi e insidie. Il tutto in un panorama di deliziose visite a osterie e trattorie e cibi che magari a un petroniano come me possono provocare qualche sollucchero, qualche crescita di succhi gastrici, ma che cosa possono mai dire a un lettore di diversa ubicazione? Resta poi aperto il quesito di quale mai sia il “Peccato mortale” del titolo, io chioserei che esso consiste nella pervicace pretesa dello scrittore di servire due padroni nello stesso tempo, l’affresco storico-geografico e il crudo evento delittuoso, che però non sembrano coesistere nel modo migliore.
Carlo Lucarelli, Peccato mortale, Einaudi stile libero, pp. 248, euro 17, 50.

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Attualità

Dom. 23-9-18 (pensioni)

Il tema di questo domenicale è del tutto sull’onda dell’altro di una settimana fa, riguarda talune scelte di fondo che la Comunità europea avrebbe dovuto fare già all’atto di fondazione, per essere tale, e che comunque dovrebbe fare al più presto, se vuole sopravvivere. L’altra volta indicavo l’opportunità che i Paesi aderenti si dessero una medesima formula elettorale consistente nel ballottaggio al secondo turno, in modo da avere alla fine un unico partito vincitore, evitando le difficili alchimie cui al giorno d’oggi quasi ogni nazione è condannata. L’altra adozione comune dovrebbe riguardare l’età del pensionamento. Se questa è diversa per i vari Paesi, determina differenze di impiego delle risorse che mi pare rendano impossibile procedere allo stesso passo, come se tra i cavalli di un tiro alcuni avessero le zampe impastoiate. Naturalmente i sindacati dovrebbero avere forte voce in capitolo, nel decidere una materia come questa. Se si arrivasse a stabilire una soglia unica, si porrebbe fine al balletto insopportabile da cui in questi giorni proprio il nostro Paese è afflitto, con le due forze alleate nello sciagurato governo che ci è stato dato dall’insipienza di Mattarella, che tra tante discordie, solo in una cosa marciano compatte, cioè nel pretendere di abbassare la soglia del pensionamento, producendo nei nostri conti pubblici quella voragine cui la legge Fornero aveva tentato di rimediare per rimettere in ordine i nostri conti. Questa tormentosa e affliggente problematica non esisterebbe se all’atto stesso di ingresso nell’EU fossimo stati costretti ad accettare proprio un livello comune di accesso alla pensione, questa è materia essenziale, da non lasciare ad libitum dei singoli Paesi, ne va appunto della loro possibilità di procedere allo stesso passo.

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Arte

A Venezia due mostre per celebrare il Tintoretto

A Venezia il comunale Palazzo Ducale e le statali Gallerie dell’Accademia si sono consociati per prepararsi a celebrare assieme i cinque secoli dalla nascita di Jacopo Robusti, il Tintoretto (1519-1594). Compito difficile, dato che questo artista appartiene alla serie dei grandi che si sono espressi non tanto con opere da cavalletto quanto con vaste tele murali o affreschi, i secondi due disperdendo i loro capolavori in tante località dell’Occidente. Nel caso del Tintoretto, la città della Laguna ne ospita la quasi totalità, per cui voglio sperare che i visitatori, oltre a recarsi nelle due mostre in oggetto, non rinuncino a portarsi nella vicina Scuola di San Rocco, le cui pareti ospitano l’enorme contributo che in tre decenni di forsennato lavoro il Tintoretto ha affidato a quelle pareti, E tanti altri ancora sono i numerosi dipinti da lui lasciati nelle chiese della città che non hanno voluto o potuto privarsene per far loro raggiungere le due esposizioni. Queste si dividono salomonicamente il compito, le Gallerie insistendo sul primo decennio di attività del pittore, il Palazzo Ducale offrendo un’antologia di quanto da lui fatto in seguito. Personalmente ho già dato il mio contributo al genio del Tintoretto dedicandogli un corso, quando ero docente al DAMS di Bologna, con dispensa poi confluita nel volume edito da Feltrinelli “Maniera moderna e Manierismo” (2004), di cui invano si cercherebbe traccia nella pur enorme bibliografia che accompagna entrambi i cataloghi, ma si sa che io sono il “critico inesistente” (sull’aria del calviniano “Cavaliere inesistente”). In particolare, ho scritto pagine di cui ancora mi compiaccio proprio sul “Miracolo dello schiavo”, il dipinto che, presente nelle Gallerie dell’Accademia, e nella mostra relativa, segna lo spartiacque tra gioventù e maturità dall’artista. A questo proposito devo causare una delusione alla pur diligente commentatrice in catalogo Roberta Battaglia che, a p. 91, si ritiene la prima a notare che in quel dipinto fondamentale il Robusti “cita” un particolare dell’affresco di Raffaello, al centro della seconda delle Stanze vaticane, dedicato alla “Cacciata di Eliodoro dal tempio”, ghiotto episodio pubblico per cui una donna del popolo col figlioletto in braccio si gira per meglio ammirare lo spettacolo, e c’è pure un giovanotto che si arrampica su una colonna, tocchi di deliziosa quotidianità che appartengono all’universo del Sanzio, mentre il sublime Michelangelo li avrebbe sdegnati, considerandoli indegni del suo alto profilo. Infatti, tutti sono pronti ad ammettere che il giovane Tintoretto è imbevuto di ricordi dai due grandi protagonisti della scena romana, assai superiori ai Vasari e Salvini che in genere vengono considerati come gli introduttori delle novità manieriste nell’ambiente, ancora belliniano-giorgionesco, di Venezia, fino a far girare la testa anche al pacato Tiziano, pronto però a riprendere la sua strada maestra. Il Tintoretto invece, fin da quella prima ora, fu pronto ad accogliere quella lezione, in modo così fedele che si riaffaccia l’ipotesi di un suo viaggio proprio a Roma, sulla metà del secolo. Ma alla fine si riconosce che non ce n’era bisogno, a nutrirsi del midollo del leone di quei due campioni bastavano le stampe, le riproduzioni, che affluivano copiose. Del resto, correndo in avanti, fino a una presenza ugualmente profetica e piena di energia come l’inglese William Blake, balzato in campo più di due secoli dopo, pure lui si nutrì dell’insegnamento congiunto Buonarroti-Sanzio, ma senza fare il viaggio a Roma, per il quale non aveva soldi, ma neppure la sollecitazione a compierlo davvero, gli bastava “immaginarlo” nella mente, e qualcosa del genere vale anche per il Tintoretto. Ma visto che ci siamo, proprio questo suo dipinto “matriciale” ci invita a guardare più in direzione di Raffaello che di Michelangelo. Il catalogo della mostra all’Accademia ha il pregio di mettere a confronto, col “Miracolo dello schiavo”, una piena visione del “Giudizio universale”, da cui emerge la distinzione della scena, pur gremita, ma scissa in tanti episodi autonomi, come dire che il Buonarroti rimaneva essenzialmente scultore, pronto a scolpire anche in pittura come dei gruppi da ammirare in soluzione distaccata. Invece il Tintoretto, pittore fino in fondo, preferiva avviluppare, attorcere le sue figure, invischiarle tra loro, pur impregnandole di tensione muscolare, di slanci e cariche energetiche degni di Michelangelo. E certamente il santo in picchiata dall’alto è “citazione” dal Buonarroti, che però non lo avrebbe mai fatto planare su un parterre di personaggi predisposti ad accogliere quella caduta rovinosa, e perfino, se si vuole, a cercare di porle un rimedio, apprestando come una coperta accogliente, al modo di come potrebbe fare una squadra di provvidi pompieri. E per rendere più soffice e sicuro quell’atterraggio, ci pensano i cappelli di una folla effigiata secondo i costumi arabi, cioè con tanti copricapi a turbante, simili a capocchie di viti, provvidenziali proprio per fissare quel grembo, per consentirgli di reggere il colpo.
Il giovane Tintoretto, a cura di Roberta Battaglia, Paola Marini, Vittoria Romani, Venezia, Gallerie dell’Accademia, fino al 6 gennaio, cat. Marsilio; Tintoretto 1519-1594, a cura di Robert Echols e Frederik Ilchman, Venezia, Palazzo Ducale, fino al 6 gennaio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Carofiglio e Levi: il vero, cattivo consigliere

La nota odierna colpisce due opere narrative, unificate in un giudizio molto limitativo, in base a una riflessione di qualche peso, che cioè bisogna sempre fare la differenza tra il vero e il verosimile. La narrativa, in quanto figlia della “Poetica” aristotelica, deve essere il regno della seconda categoria, cioè il narratore deve sforzare la sua fantasia a trovare casi immaginari, che però, se non veri, siano attendibili. Il vero, invece, appartiene alla storia che, come non manco mai di ricordare, viene dalla radice greca di “id”, del vedere coi proprio occhi, e dunque del farsi testimone di quanto accaduto. Non posso dimenticare che alcuni grandi narratori dei nostri tempi, a cominciare dal mio amatissimo Pirandello, hanno dichiarato che talvolta il vero batte per forza e novità il verosimile, ma bisogna che i fatti accaduti si carichino di un potenziale capace di andare ben oltre una piatta statistica. Comincio le mie reprimende con un’opera di Gianrico Carofiglio, “Le tre del mattino”. Nei suoi confronti mi ero espresso favorevolmente a proposito dell’”Estate fredda”, che mi era apparso un poliziesco ben condotto, proprio con la freddezza annunciata nel titolo, ma mi ero scordato di avere invece presentato un “pollice verso”, sull’”Immaginazione””, per una precedente uscita di questo autore, “Il silenzio dell’onda”, di cui invano si cercherebbe menzione nel breve curriculum ospitato nel risvolto di copertina dell’attuale prodotto, secondo il deprecabile uso di elencare solo quanto di un certo autore è stato pubblicato sotto le bandiere del medesimo editore che ora ne gode i diritti, clausola commerciale che mi sembra vile e deprecabile quando si tratta di prodotti intellettuali, e che sottrae al lettore validi strumenti di giudizio. Allora, Carofiglio aveva tentato le vie del verosimile, con la vicenda di un poliziotto infiltrato, ma in modi così smaccati da rendere offesa proprio al vero, alla prudenza dei malviventi che fiutano da lontano la puzza dei traditori. Poi invece, nel romanzo da me lodato, aveva proceduto in modo misurato e corretto. Questa volta Carofiglio getta alle ortiche la sua professione di giallista appezzato, per tuffarsi in una vicenda che ha tutto il sapore di una pagina di diario personale, anche se una premessa si affretta a mettere le mani avanti e a dire che no, si tratta proprio di un prodotto di “finzione”. Ma allora, quale portata esemplare, quale valore paradigmatico ha una vicenda così meschina e riduttiva, come questa, di un figlio che soffre di turbe psichiche, tanto che un padre comprensivo lo porta in visita da uno specialista a Marsiglia, il quale prescrive un rimedio singolare, stare sveglio per tre notti consecutive, a digiuno e senza dormire. E così, comincia la peregrinazione di padre e figlio per le vie della seconda città della Francia, se si vuole, una “rimpatriata” tra i due congiunti, costretti a ritrovare una vicinanza, a sopportarsi, a comprendersi e possibilmente ad amarsi a vicenda, ma nulla più. Invano un lettore spera che da qualche viottolo dei bassifondi della città portuale sbuchino malviventi, o che i due in utile esercizio di astinenza scoprano un cadavere. Nulla di tutto questo, restano pagine di un diario molto personale ed esclusivo.
Certamente più efficace è la documentazione del vero condotta da Lia Levi, in “Questa sera è già domani”, arrivata ultima nella cinquina conclusiva dello Strega, e mi sembra che in quel caso il verdetto sia stato giusto. Il vero affrontato in questo caso è della massima importanza, dato che riguarda le persecuzioni antisemite come si svolsero, dopo il ’39, per la sciagurata decisione mussoliniana, esaminate negli effetti su una comunità ebrea di Genova. La Levi tenta di inserire elementi “verosimili”, come la vicenda del protagonista principale, Alessandro Rimon, che sarebbe un “enfant prodige”, tanto intelligente da indurre i genitori a fargli saltare un anno delle elementari e da andare alle medie in anticipo. Male gliene incoglie, perché a quel modo, e anche per un suo certo spirito saccente, diviene lo zimbello di compagni più maturi di lui, tanto da indurlo a condotte protestatarie, quasi a voler reprimere quelle buone doti naturali che sono causa dei suoi disagi. Questo il nocciolo autonomo della vicenda, su cui ben presto si abbatte il capitolo delle persecuzioni antisemite. La Levi ha il merito di esaminarle con mano leggera, sempre attenta a non fare offesa al vero, ma a questo modo ne viene un deficit di climax, di cariche drammatiche o addirittura tragiche. Per un verso le dobbiamo essere grati per non aver pescato nel repertorio, ben noto delle sciagure inflitte in quegli anni agli ebrei d’Europa. La nostra autrice procede in modi cauti, con tutti gli alleggerimenti possibili. Per esempio, il padre di Alessandro viene perseguitato, ma in un primo tempo non tanto perché ebreo bensì perché straniero, belga di nascita, portatore di passaporto inglese, per cui contro di lui scatta l’internamento. Quando l’Italia entra in guerra, lo si costringe a vivere in un paesello remoto, raggiunto da moglie, e figlio, sempre più scontroso, deciso perfino, pur essendo ancora un ragazzino, a entrare nelle file dei partigiani, al crollo del regime fascista e quando il nostro Paese è occupato dai tedeschi. Ma è mossa velleitaria, la Levi ritrae subito la mano, come un giocatore di scacchi che ha capito di avere fatto una mossa sbagliata. Poi i giochi si fanno duri, viene l’ora di tentare la fuga all’estero, nella solita e provvida Svizzera. Il guaio è che su questa strada abbiamo già il capolavoro affidato da Hemingway alle pagine finali dell’”Addio alle armi”. E’ vero che il suo eroe fuggiva da una possibile accusa di diserzione dall’esercito italiano, ma le insidie, i pericoli in quel frangente erano già tutti ben evidenziati. La Levi ha letto quelle pagine? E allora perché pretendere di ricalcarle, oltretutto in modo piatto, come sempre aderente, si può supporre, a un vero che non sale mai di tono per acquisire tinte sostenute e ben chiaroscurate?
Gianrico Carofiglio, Le tre del mattino, Einaudi stile libero, pp. 165, euro 16,50.
Lia Levi, Questa sera è già domani, edizioni e/o, pp. 217, euro 16,50.

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Attualità

Dom. 16-9-18 (Svezia)

Il tema di questo domenicale viene dal risultato delle elezioni che si sono appena fatte in Svezia. Ancora una volta una legge elettorale di specie proporzionale si è dimostrata difettosa, anche là dovranno fare sforzi enormi per rappattumare una maggioranza possibile. Il caso si aggiunge ai molti già verificatisi, In Germani, in Italia, in Spagna, perfino la Gran Bretagna non ne è stata indenne. Gli unici due stati dell’Occidente che non hanno patito di questa impasse sono la Francia, per effetto della riforma costituzionale a suo tempo voluta da De Gaulle, che ha introdotto il ballottaggio, di cui ha usufruito Macron, l’unico leader europeo oggi sufficientemente in sella, salvo errori suoi, gli unici che ne possono corrodere il potere. E Beninteso gli USA, che procedono risolutamente a colpi di ballottaggio sia dentro le file dei due unici partiti, sia nello spareggio finale tra questi. E proprio gli USA dimostrano che c’è una provvidenza interna a questo metodo, per cui i vincitori si alternano, nessun partito manda per tre volte consecutive un proprio esponente al governo, e dunque è possibile un ricambio fisiologico. Il nostro Renzi aveva tentato di introdurre anche da noi questo sistema provvidenziale, ma è stato “gambizzato”, dagli elettori, e anche da una pavida corte costituzionale, che ammette il ballottaggio per la nomina dei sindaci ma, chissà perché, non lo concede a livello di elezioni nazionali. Si parla tanto di riforme per l’EU, credo che la prima e più impellente sia proprio di far adottare a tutti i membri della Unione questo sistema del ballottaggio, a costo di espellere chi non lo accetta.

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Arte

Le molte aggressioni spaziali di Bonalumi

Sono stato molto amico di Agostino Bonalumi, del resto mio perfetto coetaneo (1935-2013). Ricordo con non cessata gratitudine che era uno dei pochi a rispondere alle mie convocazioni, quando fui nominato, da Claudio Martelli, allora braccio destro di Bettino Craxi, alla carica di responsabile nazionale arti visive per il PSI, e appunto cercavo di riunire le scarse schiere di simpatizzanti in una delle sale del quartier generale che il PSI aveva in via del Corso. E appunto Bonalumi rispondeva quasi sempre, sedendo con seria disponibilità in prima fila, in irreprensibile tenuta professorale. Magari, accanto poteva sedere pure il grande presentatore Paolo Brosio, venuto a vedere con un filo di curiosità che cosa mai potesse venire fuori da quei raduni. Sul limitare della sua esistenza terrena, nel 2006, gli avevo pure assegnato il Premio Belluno Cortina artista dell’anno. Credo che, nella sua carriera, sia sempre stato amareggiato dalla continua preferenza attribuita, su di lui, al collega Enrico Castellani, questo in nome dell’inguaribile minimalismo della nostra critica ufficiale, sempre pronta a osannare chi meno fa, chi tende al monocromo, alla semplificazione assoluta. E Castellani è stato perfetto, in una simile direzione, con quelle sue superfici che appena solleticavano l’ambiente con estroflessioni molto parche, tutte messe in ordinata fila come soldatini, o come biglie su un pallottoliere, tutte immerse in qualche non-colore, per lo più un bianco candido e immacolato, Monumento alla noia, alla ripetizione priva di scatti differenziali. Invece Bonalumi, per parte sua, contravveniva sistematicamente a queste rinunce. Sul fronte cromatico ha coltivato tutti i colori possibili, in genere tenendosi lontano proprio dallo sterile bianco, preferendo al suo posto i blu notte, i rossi sgargianti, i gialli fosforescenti, e così via. Ma soprattutto era vario proprio nella ragion stessa d’essere di quella stagione, il ricorso alle estroflessioni, che in lui hanno praticato ogni possibile morfologia, tra le due e le tre dimensioni, il cerchio, l’allungarsi in griglie, in “strisciate”, così da simulare le tapparelle, gli infissi delle nostre case. Qualche volta ha spinto con decisione sul pedale delle invasioni ambientali, come nella “Struttura modulare bianca”, una serie di corpi panciuti, quasi come dei tortelli, come dei piatti recanti qualche portata, o come i piatti di una batteria, in partenza diligentemente impilati l’uno sull’altro, ma recati come da un cameriere sbadato che perde l’equilibrio, e dunque quegli elementi plastici gli cascano, si diffondono a pioggia, pare quasi di sentire il suono che provocano cadendo a terra, pronti a emettere una sinfonia arcana, al limite con gli ultrasuoni. Del resto, se per gran parte della sua attività Bonalumi era stata un buon cultore di geometrie regolari fondate sulla linea e il circolo, negli ultimi tempi aveva ben compreso come fosse ormai giunta l’ora di buttar via il vecchio manuale della geometria euclidea per coltivare le nuove proposte, fino alla geometria del frattali. Comunque bisognava incrinare la superficie, assegnarle dei colpi, saggiarne la capacità di resistere, trovare i punti fragili di rottura, magari senza spingere fino fondo, senza violarne una residua unità finale, ma tracciandovi sopra come tante possibili linee di frattura, però sempre fermandosi un momento prima. Insidiando insomma, assediando il principio dell’unità, senza lasciarsi intimorire dalla sua sacralità, mettendo in atto tutto un balletto di attacchi, di provocazioni, di minacce, che pure sono sempre rimaste deliziosamente sospese tra il virtuale e il reale. Insomma, una morfologia sempre varia, rinnovata, pronta a valersi di tutti i suggerimenti di una libera invenzione.
Bonalumi 1958-2013, a cura di M. Meneguzzo. Milano, Palazzo Reale, fino al 30 settembre. Cat. Silvana editoriale,

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Letteratura

Scarpa e la “sintesi” della poesia

Seguo direi fin dagli inizi la produzione letteraria di Tiziano Scarpa, con responsi in genere favorevoli, nella forma di “pollici retti” se affidati alla rivista l’”Immaginazione”, o comunque con toni positivi se invece consegnati, come questa volta, alla sfera semi-privata del mio blog. Ma non ero mai intervenuto sulla sua attività poetica, come invece faccio questa volta, rivolgendomi all’appena uscito “Le nuvole e i soldi”. In genere chi mi conosce sa bene che, in ambito letterario, il mio interesse va in primo luogo alla narrativa, e infatti sono proprio i romanzi di Tiziano ad aver sollecitato i miei interventi, ma un altro mio settore di attività, il “laboratorio di nuove scritture” detto ora Ricercabo, in quanto esercitato a Bologna, mi spinge a occuparmi dei lavori di poesia per la buona ragione che da questa provengono i più raffinati ed estrosi prodotti proprio “di nuove scritture”, mentre la narrativa appare più lenta nelle sue mosse. Quello che tradizionalmente si direbbe il territorio della poesia è, forse per la sua innata leggerezza, più mobile e irrequieto, gli elementi verbali sono pronti a frantumarsi, a disseminarsi sulla pagina, e anche a saltarne fuori aggredendo le dimensioni del suono, dell’immagine, del comportamento. Soprattutto, vige per la poesia il criterio dominante della brevità, o diciamo della sintesi, laddove la prosa è per sua natura affidata alla lunghezza, a uno spirito analitico. Altre volte mi sono valso di una similitudine presa dalla strategia bellica, soprattutto di specie navale. I romanzi sono le corazzate, le ammiraglie, i maxi-trasporti, laddove le prove poetiche sono i mas, le imbarcazioni fragili, agili da manovrare. Questo lungo prologo per dire che lo Scarpa in versione poetica viaggia a grande distanza dai raffinati frequentatori delle rive della poesia, niente a che fare neppure con un Marco Giovenale e con i suoi sodali, quando pure simulano di avvicinarsi all’avversario parlando di una “prosa in prosa”. Dopotutto, anche Scarpa, nel voltare pagina, può rifarsi a un classico del continente lirico, il baudelairiano “petit poème en prose”, che non per nulla, affrontato dal grande Charles, si apre proprio con un elogio delle nuvole. Non so se di ciò ci sia stata memoria espressa nel nostro autore, che nell’affrontare il territorio non familiare della poesia potrebbe aver pensato di iniziare proprio nel nome di quella tradizionale vacuità, leggerezza, inconsistenza spettante alla controparte. Ci sta bene insomma una invocazione alla “nifologia”, come si direbbe con termine in punta di penna, invocato pure da un narratore di successo come Tabucchi, del resto trovatosi a vivere in perenne fuga dai gravosi impegni narratologici. Invece Scarpa è narratore pesante, incardinato nella prosa più densa, grezza, materiale, e dunque ci sta bene che la futilità nifologica venga subito contrastata, sempre nel titolo, dalla comparsa dei “soldi”, cioè della componente più pesante e sporca che compare nella nostra vita di relazione. In effetti, i temi di queste liriche, a volerli estrarre, altro non sono che un condensato di tutti i motivi forti, aggressivi, tenebrosi che l’autore perlustra proprio nei suoi romanzi, non c’è nessun cambio di tema, ma solo di pedale. Vale a dire che egli abbandona il metro analitico, scompositivo, per abbracciarne uno sintetico, riduttivo, volto a stringere, ad accorciare, a condensare, ma nel rispetto della stessa brutalità, nell’affrontare i temi scabrosi del sesso, dei rapporti con i genitori, e quant’altro compare nell’opera narrativa, ivi compreso un immanente senso di ironia, di humour, pronto anche ad assumere il colore del nero. Insomma, nel trasbordo dei temi dal continente prosa a quello della poesia, nessuno sconto, nessun alleggerimento, ma solo l’intervento, ora, del criterio della sintesi, della riduzione, quasi della condensazione. Voglio far notare a questo proposito una brillante soluzione che appare nelle pagine di questo volumetto, e che potrebbe sembrare una concessione, da parte di Tiziano, a qualche marchingegno formale di cui sono così fecondi i suoi compagni del versante poesia. Ci sono alcune di queste liriche in cui la pagina è riempita da un sottofondo di frasi assolutamente prosastiche, ripetute continuamente, a fare muro, ma dal loro tessuto neutro l’autore preleva, e sottolinea ricorrendo a caratteri in grassetto, alcune frasi, alcune verità scomode, urtanti, sconvolgenti, che emergono da quel grigiore, da quel ronzio di fondo. Qualcuno potrebbe pensare al ricorso a uno stratagemma degno della poesia visiva, o dei giochi tra il cancellare e il lasciar sopravvivere che è proprio di Emilio Isgrò, ma lungi da Scarpa l’intenzione di lavorare di fioretto, di risorse formali. È invece proprio l’affidarsi al nudo criterio della sintesi, al lasciar emergere nella maniera più nuda e diretta alcuni dati scabrosi, drammatici, perfino tragici dell’esistenza.
Tiziano Scarpa, Le nuvole e i soldi. Einaudi, pp. 123, euro 11,50.

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