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Pulini: una affascinante biografia del Guercino

Massimo Pulini (1958) è un personaggio con molte frecce al suo arco. Docente di pittura all’Accademia di belle arti di Bologna, pittore egli stesso con la produzione di dipinti “seriali” di notevole interesse, assessore alla cultura della sua città, Rimini, con due mandati consecutivi, nel corso dei quali gli è stato possibile creare una Biennale del disegno, ora alla terza edizione, capace di impegnare varie sedi della città romagnola, con un ben congegnato programma tra l’antico e e il moderno. Ma ora ne voglio parlare in quanto Pulini è pure estensore di opere narrative tra il biografico e l’immaginario, tra cui il recente “Mal’occhio”, che poi sarebbe un ritratto a tutto tondo di Giovan Francesco Barbieri, il Guercino (1591-1666). Questa affascinante biografia romanzata si apre proprio dando conto della menomazione quasi congenita portata dal pittore, un accentuato strabismo all’occhio destro, che se non gli impedì di esercitare alla perfezione la sua attività artistica gli inflisse però un grave turbamento psichico, accentuato dal fatto che i suoi coetanei, con la crudeltà dell’infanzia e dell’adolescenza, infierirono su quella disgrazia, con scherzi spesso atroci e di cattivo gusto. Dal che egli ebbe rovinata quanto meno la sua vita sentimentale, se non quella professionale. Della prima l’autore fa un filo conduttore, non saprei dire con quanto rispetto per una realtà documentaria, ma direi di sì. Pulini, pur non rinunciando mai a una sua interpretazione fine, anche in chiave psicologica, o addirittura psicoanalitica, dimostra molto rispetto per i documenti. Ci fu dunque un grande amore di tutta la vita dell’infelice uomo afflitto dal mal’occhio, per stare al titolo stesso dell’opera, verso una fanciulla chiamata Lavinia, la cui famiglia apparteneva alla infelice classe sociale dei marrani, cioè degli ebrei convertiti al cattolicesimo, che però così rischiavano di prendere botte da entrambe le parti. Del resto Lavinia si allontanò presto da Francesco, per un trasferimento della famiglia a Roma, tanto che la loro disgraziata relazione fu affidata soprattutto a un rado scambio epistolare. Ma, pur non mancando mai di tenere sullo sfondo questa storia sentimentale, il nostro narratore si impegna a parlarci del grande artista, fra l’altro stabilendo una puntuale correlazione coi magnifici disegni con cui il Guercino stesso ha documentato i fatti salienti della sua vita, dandoci il ritratto di fratelli, parenti, ambienti sociali e di natura, con quel realismo scrupoloso e vivace che ne è stato anche uno dei tratti stilistici dominanti. E che lo ha fatto parteggiare, per venire alla grande famiglia dei Carracci, a favore di Ludovico, proprio per una sua musa bassa, prosaica, quasi fangosa, intinta di colori ocracei, invece che per la tavolozza più nobile e squillante del cugino Annibale. Il Nostro aveva un vero culto per Ludovico, fino a definire una sua tela come “cara zinna”, con gioco di parole tra il maestro amato e la sua pronuncia in dialetto locale. Siamo abituati ai manuali di storia dell’arte che viaggiano ad alta quota, non curando “de minimis”, invece Pulni, sia perché anche lui uomo del mestiere, sia per una acribia filologica, ci narra di quanto fossero difficili gli inizi per un apprendista di modesta famiglia, quali le difficoltà da superare, anche solo per farsi accettare dalla vicina Bologna. Il quadro sociale non era certo favorevole al ceto degli artisti, considerati appena una spanna più in alto di volgari artigiani, e dunque ecco che l’oscuro centese viene accolto con alterigia dalle famiglie patrizie petroniane, per non parlare poi della freddezza con cui tenta anche la carta fiorentina. Il fatto è storico, in quel momento, inizi del Seicento, Firenze non è più un modello, anzi, è entrata in una crisi senza fine, ma per loro fortuna gli artisti bolognesi possono “saltare” quella tappa e puntare subito su Roma e sulla corte pontificia, di cui sono sudditi. E’ la via che ha già intrapreso, prima del Guercino, soprattutto Annibale, trovandovi anche la morte, logorato da uno sfruttamento indegno cui lo aveva sottoposto il Farnese, dandogli però la possibilità di realizzare il grande capolavoro, la Galleria nel Palazzo omonimo. E poi Guido Reni, il Domenichino. Finalmente scocca l’ora anche del Nostro, quando un prelato con cui in patria aveva già realizzato un buon rapporto, Alessandro Ludovisi, sale al soglio pontificio col nome di Gregorio XV, e non esita a chiamare a sé quell’umile artista che però aveva potuto apprezzare. Eccolo dunque, il Guercino, compiere nel 1621 il viaggio a Roma, di cui Pulini ci dà conto con ricchezza di dettagli, quasi introducendoci nella stessa carrozza sobbalzante in cui allora si poteva compiere il viaggio lungo e faticoso, su duri sedili di legno che intorbidavano le gambe. Una volta giunti a Roma, i manuali “scaricano” i loro protagonisti, invece il nostro biografo si preoccupa di seguire il Barbieri nelle piccole incombenze pratiche, dove andare ad alloggiare, con quali costi. Inoltre in genere i panorami a volo d’uccello delle storie ufficiali si sbriciolano in tante presenze individuali, invece qui si prende cura dei rapporti di gruppo. Con chi va a vivere il Guercino “romano”? Scopriamo con meraviglia che gli sono compagni di abitazione grandi firme, come Guido Cagnacci, Simon Vouet, e anche una figura discussa quale Agostino Tassi, già malfamato per l’accusa mossagli da Artemisia Gentileschi di avere abusato di lei con promessa matrimoniale, ma poi abbandonandola. Il Tassi sarà stato una mala persona a livello etico, ma era anche un eccellente ”quadraturista”, di cui il Guercino poté valersi nel realizzare il suo capolavoro, l’Aurora dipinta nel casino Ludovisi, di proprietà di un parente del pontefice. Naturalmente questa massima impresa è accompagnata come sempre dal nostro preciso biografo da tanti dettagli, di quelli che vengono di solito trascurati da chi procede all’ingrosso. Intanto, il provinciale appena giunto a Roma deve superare un esame, da parte del consigliere del Papa, Monsignor Agucchi, che sta del tutto dalla parte del classicismo di Annibale e del Domenichino, tanto che non si è ancora stabilito con certezza chi dei due gli abbia dedicato un magnifico ritratto, dove il pptente prelato dimostra tutta la sua lucida cattiveria. Non gli piace per nulla quel neofita che pare portarsi dietro il tanfo di Ludovico, tanto da coniare una battuta feroce. Con lui quel personaggio che se ne era andato sconfitto da Roma, pretende di rivivere dopo morte. Inoltre ci sono pure le difficoltà pratiche, che non sfuggono a un conoscitore del mestiere come Pulini, mica era facile dipingere sulle volte, sdraiati, a testa in su, senza poter gettare un’occhiata globale al dipinto. Si aggiunga che un altro Bolognese, Guido Reni, aveva dipinto pure lui una famosa Aurora, in un’altra dimora nobile, dei Pallavicini Rospigliosi. E dunque, diciamo pure, fu una sfida tra due Bolognesi eccellenti che confermavano la supremazia di una Scuola capace in quel momento di dettare legge a tutto il grande secolo, anche se in tempi recenti il culto del caravaggismo ha cercato di “fare fuori” quegli alti modelli. E certo, tra i due, chi pendeva più dalla parte di un cauto realismo, coi fianchi morellati dei destrieri, era il più giovane dei due, mentre l’altro si dava per intero alla sua magistrale sinfonia di note azzurrine, leggere e aere, Terra contro cielo, così si potrebbe riassumere quel grande scontro che Bologna era riuscita a portare nell’Urbe. Dove però Francesco non mancava di cercare tracce del suo grande amore, Lavinia, costretta dalle persecuzioni contro la famiglia a trasferirsi a vivere nel contado senza lasciare tracce di sé. Quanto l’artista la ritroverà, sarà troppo tardi, la donna non avrà potuto evitare il destino di andare a nozze e di partorire figli.
La permanenza romana del Guercino fu di breve durata, anche se piena di successi, del resto secondo il comune destino dei grandi esponenti della Felsina pictrix, che o morivano sul posto, come Annibale, o rientravano nei “vecchi parapetti” domestici, come il Reni e il Guercino stesso, che però ebbe a vivere ancora per una quarantina d’anni, conducendo una straordinaria impresa a Piacenza, e anche stabilendo un dialogo con un Duca di Ferrara, un Alfonso d’Este, che ebbe la forza d’animo di lasciare il potere al figlio e di andare a rinchiudersi in un monastero, intrattenendo uno scambio epistolare di grande spessore morale col Nostro. Semmai, sempre a stare alla navigazione ufficiale dei manuali, in queste pagine manca un riflesso consistente di un mutamento stilistico che a partire dalla metà del secolo intervenne anche nella pittura del Guercino come in quella di tanti altri, portati ad abbandonare la tavolozza terrestre del Caravaggio e di Ludovico per adottare quella neoclassica di Annibale e del Reni. Ma il grande naturalismo del Caravaggio e di Ludovico era confluito nella maestria di Velàsquez, che in un suo tour italiano non mancò di recarsi a Cento per rendere omaggio a chi in sostanza lo aveva anticipato.
Massimo Pulini, Mal’occhio, CartaCanta editore, pp. 303, euro 16.

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