Arte

Sargentini, una felice scorribanda

Fabio Sargentini, tra tutti i galleristi che hanno gestito le più stimolanti vicende dell’arte italiana negli ultimi decenni, è rimasto il più attivo e continuo. Gian Enzo Sperone ha chiuso la sua presenza in Italia, anche se ne mantiene una assidua a New York. Franco Toselli va e viene, tra un aprirsi e chiudersi di varie sedi. Invece Fabio può approfittare di una nascita risalente al padre Bruno. Fu lui infatti a creare l’Attico, che in definitiva è ancor oggi la ragione sociale cui il figlio si richiama. E si trattava davvero di un attico in un palazzo borghese di Piazza di Spagna, a poca distanza dall’abitazione di Giorgio De Chirico. Vi si saliva con un ascensore traballante, per entrare in un appartamento tradizionale articolato in tante stanze alle cui pareti Bruno appendeva una selezione straordinaria di dipinti, che col tempo sono fortemente saliti di valore: alcuni classici stranieri come Permeke e Victor Brauner, alcuni campioni della Scuola romana, da Mafai a Stradone, che ora l’erede dedica come “fiori” alla memoria del genitore. Il quale peraltro riusciva anche a fare un bel salto del dopoguerra schierandone un campione assoluto come Fautrier, avvicinandosi anche a Francesco Arcangeli e al suo “Ultimo naturalismo”. Io stesso vi presentavo uno dei rappresentanti di quella schiera, Vasco Bendini. Tra quelle mura nacque un intenso sodalizio tra Bruno, assai dentro ai poteri politici del nostro Paese, e il grande Momi, riuscendo a fargli dare, alla Biennale di Venezia del 1972, la gestione della partecipazione italiana, allora felicemente posta nel padiglione centrale dei Giardini, da cui una sciagurata, masochistica decisione ora l’ha allontanata relegandola nella zona più remota e squallida delle Corderie. C’era perfetta solidarietà tra Sargentini senior e Arcangeli nella difesa della “buona pittura” di specie informale, quindi assai ricca di spessore materico, ma nello stesso tempo Sargentini Junior, Fabio, pur ancora nell’orbita paterna, aveva già iniziato a scalpitare nel vecchio Attico, staccando idealmente i dipinti dalle pareti e occupando lo spazio centrale, tanto da chiamarvi, per esempio, Jannis Kounellis, che vi introdusse la famosa comparsa di un pappagallo, con un becco tremendo pronto a colpire gli incauti visitatori. Io stesso, coetaneo di Fabio, avevo assistito a quella trasformazione, tanto forte da obbligarlo a uscir fuori, a scendere a terra, alla ricerca di più ampi spazi per ospitarvi i prodotti della grande rivoluzione del ’68. Anzi, meglio, si doveva andare sottoterra, come Fabio fece spostandosi in un enorme garage nei pressi di Piazza del Popolo, dove si potevano ammirare le evoluzioni dello stesso Kounellis, passato dalla ridotta presenza di un piumato a quella ben più iingombrante e invasiva di cavalli reali. Eliseo Mattiacci vi manovrava addirittura una asfaltatrice, Beuys vi compiva le sue passeggiate salmodianti, e ci stavano pure i duetti canori di Gilbert and George in versione di “Singing statues”. Io stesso vi vidi e ammirai, le prime, geniali installazioni di Gino De Dominicis, e ne trassi l’impulso per concepire, proprio in occasione della Biennale del ’72, una sezione intitolata al “comportamento”, sostenuta dall’ardore giovanile di Momi, e dunque, in qualche modo, col placet concesso pure da Bruno. Era una tipica fase di arte in espansione, volta a uscir fuori dai sacri confini, a invadere senza limiti lo spazio. Ma poi Fabio, e io stesso, capaci di fiutare i segni dei tempi, abbiamo compreso che, come succede nei gas, a quel processo di dilatazione doveva far seguito un inevitabile momento di segno opposto, di contrazione, che cioè l’arte doveva rientrare nei “vecchi parapetti”. Ed ecco una terza trasformazione dell’Attico, che Fabio andava a porre a poca distanza da Campo dei Fiori, ritornando, ancora una volta a valersi di un appartamento decoroso, di buone tradizioni borghesi. Felice, ance se forse fortuito, il fatto che questa nuova sede fosse posta in via del Paradiso, a simboleggiare un processo dell’arte di risalita verso l’alto, verso valori sublimanti. Senza però rinunciare di colpo ai vecchi ospiti del sotterraneo, infatti taluni protagonisti di quell’allargamento inaudito di tecniche e proposte, sul tipo di Kounellis, Mattiacci, Nagasawa, Pascali, Patella, continuarono ad esservi accolti, ma accanto a loro comparvero pure i campioni di una specie di nuovo “richiamo all’ordine”, già cari a Sargentini senior, come Leoncillo e Bendini. E trovavano posto pure anche i campioni di un ritorno alla pittura attraverso la rivisitazione del museo, come l’estroso e multiforme Ontani, e due capofila dell’Anacronismo, Di Stasio e Paola Gandolfi. Ma soprattutto, Sargentini vi tirò su una nuova squadra che non temeva di ripercorrere i vecchi sentieri della pittura, benché in forme selvagge, o pseudo-ingenue, comunque sempre ardite, insolite, spiazzanti, ed ecco allora i Pizzi Cannella, Corsini, Ragalzi, De Paolis, Limoni, Barzagli, Montani, alcuni già accettati anche al di fuori del Paradiso, altri comparsi qui per la prima volta, come “voci nuove” di un eterno Festival di Sanremo. Insomma, un percorso sempre vivace e imprevedibile, con sortite e rientri inopinati. E’ più che giusto che ora Fabio intitoli il tutto sotto il vocabolo molto significativo di una “scorribanda”, davvero libera, estrosa, saltellante. Ed è merito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, della GNAM, offrire a questa marcia sussultante il suo salone centrale, in cui Fabio, confermando la sua qualità di “artifex additus” a tanti artefici, ha adottato una sistemazione ingegnosa, portando i vari ospiti a darsi la mano, a porsi gomito a gomito in una striscia continua, da cui saltano fuori solo i pochi campioni della scultura. Ne viene proprio una fascia continua, ma animata da continui su e giù, in base ai diversi formati dei dipinti, alcuni lunghi e stretti, altri di vaste dimensioni. Un modo eccellente per visualizzare il senso di una scorribanda irresistibile.
Fabio Sargentini, Scorribanda, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, fino al 4 marzo.

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