Letteratura

Sempre valide le Nughette di Canella

Al RicercaBO del 2013 Leonardo Canella ha riportato un buon successo con le sue “Nughette”, tanto da sentirsi autorizzato a offrirne ora una nuova serie, insistendo sulla medesima formula. Che forse si colloca proprio nello spazio intermedio, tra prosa e poesia, che sembra essere la migliore nota dominante del Ricercare impiantato in territorio bolognese, dopo la felice stagione reggiana. La prosa, o diciamo più precisamente la narrativa, a questo modo viene esentata dall’obbligo di darsi laboriose trame, andando a cercarle o in più o meno trasposte autobiografie, o nell’armamentario dei gialli di cui assai miglior dispensatrice è la televisione. D’altro canto la poesia trova una garanzia di non cadere nel “poetichese”, in un facile lirismo, o in un errore di segno opposto, in uno sperimentalismo troppo astruso e asettico. In realtà questi componimenti leggeri, delicati, sfuggenti si collocano malgrado tutto in tradizioni prestigiose. Non per nulla due delle serie incluse sono intitolate “Inviti a cena” e “Caffè”, col che siamo a una riedizione in veste attuale dei deliziosi poemetti con cui Orazio e altri poeti latini esprimevano il desiderio di avere ospiti ai loro banchetti (“Cenabis bene, mi Fabulle, apud me…”), magari anche con autorizzazione di portarsi dietro qualche “umbra”, qualche altro commensale, ma non troppi, per evitare che l’orrido puzzo di capra, di ascelle non lavate, rendesse l’aria irrespirabile, dal che si comprende che i Romani non erano poi frequentatori assidui delle terme. Ma invito Leonardo a leggere una parte notevolissima dell’opera di Mallarmé, costituita appunto dai biglietti di invito a cena o ad altro che mandava ad amici, il fior fiore del Parnaso parigino, giocando abilmente su indirizzi, numeri civici, frasi contorte, piene di analessi e prolessi. In fondo, anche queste nughette sono come tanti inviti a cena, dove fra l’altro l’invitante si vanta della sua bravura nel cuocere un’anatra all’arancia o nell’impastare un puré. Ma teme anche che l’anguilla scivoli già dal buco del lavandino. La prosa più piatta e banale, al limite con la volgarità, è sempre pronta a insidiare, a giocare di contropiede, coi suoi miscugli, dove la lattina di coca cola si unisce alle rane e ai preservativi. Ci sono poi, a fare da contraccolpo, le invocazioni in onore di ospiti ambiti e propiziatori, quasi con innalzamento fino ai sonetti erotici di Shakespeare. Il dato basso e pedestre è sempre pronto a farsi da parte per puntare verso l’ alto: “se ti avessi scoperchiato il cranio avrei visto il cielo stellato”. Immagine troppo elevata e nobile, e dunque conviene subito accennare a un passo indietro, al ribasso: “E il purè era niente male”, salvo poi a riprendere alla prima occasione il moto di risalita verso climi degni della New Age: “tra uno yogurt e le melanzane, c’è Dio che mi ha aspettato”. Oltre al ritmo verticale dal basso all’alto, se ne coglie anche uno orizzontale, tra frenate, nel procedere a pazienti elenchi di cose e circostanze, e invece improvvise accelerazioni, tanto che le singole parole rinunciano alla loro autonomia e si stringono in composti improvvisi, sul tipo di “grigiocespuglio”, “occhioperlaceo”. Qualcosa del genere avviene anche a livello visivo, come rivela la copertina del libello. Vi compaiono infatti delle figurine, come ritagliate da qualche album, ma non messe al posto giusto nel raccoglitore che gli spetta, anzi, accorpate tra loro, sovrapposte in modi innaturali.
Leonardo Canella, Nuove nughette, Edizioni Prufrock, pp, 78, euro 12.

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