Letteratura

Starnone: una grazia ariostesca

Voglio dire tutto il bene possibile di Domenico Starnone, un autore che ho già incontrato a più riprese, per “Autobiografia erotica di Aristide Scampia”, credo su “Tuttolibri”, quando ero riconosciuto degno di scrivervi, prima di esserne espulso non ho mai saputo per quale indegnità, e di recente per “Scherzetto”, quando mi sono ormai risolto ad accettare questa mia presente solitudine monologante. Ora egli ci propone tre racconti del passato come “false resurrezioni”, ma direi che l’aggettivo è da mutare da “false” in “felici”. La materia, se si vuole, è comune a tanti altri suoi colleghi, è si scena una famiglia allargata, dove un modesto travet, un piccolo insegnante di provincia non manca però di fare le corna alla moglie, ma in modi non gravi e anzi reversibili. Non compare l’accanimento ripetitivo e privo di inventiva, nel succedersi di una frusta trama di amori e disamori, che si ritrova in tante altre storie di questi tipo, condotte con compunta rassegnazione, come per sottostare a un rituale obbligato. Basti andare a leggere il mio verdetto implacabile steso sull’ultimo prodotto di un campione di questa fatta, Giorgio Montefoschi col suo. “Corpo”. Starnone non cade neppure nel fallo di rinforzare la monotona piattezza di cronache coniugali con l’inserimento di qualche fatto grosso, o di qualche fuga in avanti, a immaginare crolli, disastri futuri. Egli si vale di un ritmo scintillante, di una specie di “allegro andante”, del tutto opposto all’andamento greve che a vicende magari della stessa natura assegna la Ferrante, e ho già stigmatizzato l’errore imperdonabile di chi pretende di reperire in lui il tessitore di quei cupi e banali canovacci. Il presente recupero ci dona tre racconti, tutti all’insegna della grazia, della mano leggera. Nel primo, “Segni d’oro”, è di scena uno di quei personaggi minori che, come i malati, si rivoltano nel letto alla ricerca di miglior fortuna, ovvero il piccolo intellettuale di scena, che sa a memoria i passaggi delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, va sui Colli Euganei sulle tracce del suo eroe, quasi a volerne ritrovare i fasti sentimentali, il che gli riesce incontrando una giovane che non sembra insensibile al suo fascino. Ma il personaggio principale è quello di una sua scorbutica parente in apparenza destinata allo zitellaggio che invece, per incomprensibile colpo di dadi, ha suscitato una folle passione erotica in un padrone del vapore, odiato da tutti i dipendenti, ma disposto solo per lei a presentarsi in panni più amabili. Il nostro intellettuale di basso conio saltabecca da una situazione all’altro, ma sempre col conforto di borbottare tra sé e sé, e di servire con garbo a noi lettori, qualche chiosa di buona lega letteraria. In tal modo il divertimento è garantito, ad alleviare la tetraggine dei casi umani, che in genere non si presentano in termini più accettabili.
Forse ancor più divertente, anche perché più concentrato, il secondo racconto, “Eccesso di zelo”, che nasce dalla forzata convivenza del solito modesto travet, addetto a trascrivere a macchina dei testi bolsi e retorici, con una collega sedente sulla scrivania dirimpetto, la quale gli chiede assistenza da un ex-amante che le vuole imporre una forzata coabitazione. Il nostro buon samaritano accetta di indossare i panni mentiti di un fratello della amante delusa per indurre il non più gradito ospite a sloggiare, ma ne nascerà un duetto delizioso per colpi di una specie di karaté domestico, ricco di mosse improvvise e impreviste, in una commedia degli inganni, quasi di ariostesca leggerezza, il che ci tiene ben lontani dalle fosche, pseudo-romantiche vicende dell’Ortis.
Infine, il terzo racconto mette subito in campo fin dal titolo la sua ragion d’essere, “Denti”. Il nostro solito borghese “piccolo piccolo” è ossessionato da un lacerante dolore ai denti cui cerca rimedio andando a battere alle porte di dentisti, ma qui comincia una lunga via crucis, ovvero si dipana la solita commedia di errori e inganni. Qualche dentista altolocato lo respinge, fiutando in lui il cliente poco danaroso e girandolo a qualche collega di minore rinomanza ma di più miti pretese. E’ una serie di peripezie che, per noi lettori non ossessionati dallo stesso mal di denti, è fonte solo di divertimento, di piacere nell’andare a fare capolino in tanti gabinetti medici, stimolati dall’infelice protagonista a esaminare gli altri pazienti in attesa, a farne l’inventario, a indovinare le storie che si annidano in ognuno di loro. Insomma, la narrazione di Starnone è come un mobile, di quelli cui andava la predilezione di Kafka perché provvisti di tanti cassetti e comparti, da aprire, da andare a rovistare al loro interno per ricavarne un inventario ricco di tante minute scoperte.
Domenico Starnone, Le false resurrezioni, Einaudi, pp. 444, euro 17.

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