Letteratura

“The Post”, film deludente

Mi valgo ancora una volta della da me proclamata unificazione tra narrativa e cinema (teatro) secondo il valido insegnamento scaturente dalla “Poetica” di Aristotele, il che mi consente di affrontare in questa rubrica un film piuttosto che un’opera letteraria. Si tratta dell’ultimo Steven Spielberg, “The Post”, che sono accorso a vedere con molte speranze, avendo espresso, proprio su questo spazio clandestino un pieno gradimento alla penultima fatica del regista statunitense, “Il ponte delle spie”, opera dominata da un eccellente attore come Peter Handke, che è pure il protagonista di questo ultimo prodotto, affiancato oltretutto da un’altra straordinaria attrice come Meryl Streep. Ma il risultato mi è sembrato deludente, e per intenderne la ragione serve ancora una volta il vecchio Aristotele, che sempre dalla sua “Poetica” predica la differenza tra la “storia”, che viene dalla radice greca “id”, volendo indicare la fedeltà a una realtà “tale e quale”, e invece un rapporto di invenzione spettante al “fare” dell’arte poetica, anche se questo deve pur sempre ripromettersi un qualche grado di vero-somiglianza, ma sta proprio qui il fattore discriminante, il “poeta” (narratore, regista), senza smentire del tutto una qualche verità storica, deve decidere come, in quale misura tradirla, riscriverla. Qui purtroppo il regista è stato troppo vicino ai fatti, dandocene una cronaca fedele, ma senza scatti di autentica creatività, e portando anche i suoi due pur eccellenti attori a ingrigirsi, a opacizzarsi in parti troppo normalizzate, tradotte in presenze sempre riprese da lontano, in campo lungo, e dunque nascosti, confusi fra tanti altri comprimari. Per esempio, bisognava drammatizzare l’impresa eccezionale, e piena di rischi, attraverso cui quel certo ifunzionario, Daniel Ellsberg, era riuscito a fotografare di nascosto il voluminoso dossier detto dei “Pentagon Papers”, voluto dal ministro di Kennedy, McNamara, proprio con l’intento di porre fine al massacro della Guerra in Vietnam, nei cui confronti d’altra parte lo stesso Kennedy non è stato esente da colpe. Che diamine, un’incursione di questo genere non doveva essere stata di agile e tranquilla conduzione, o quanto meno, proprio in nome di una tensione drammatica, il regista ci poteva mettere del suo, come ha fatto nel precedente “Ponte delle spie”. Sarebbe stato del tutto ammissibile, anzi, raccomandabile ispirarsi a un filone di insidie e pericoli insiti in prove del genere. Troppo semplice e indolore è anche la via attraverso cui questo dossier ad alta tensione perviene sul tavolo di uno dei redattori del Post, inoltre forse conveniva anche mettere la sordina alla concorrenza tra questo quotidiano e il New York Times. La realtà ci dice di perplessità e incertezze che hanno tormentato entrambe le équipes, rendendo in definitiva non poi così solitaria ed eroica la decisione del quotidiano meno diffuso a uscire arditamente. Un po’ più di enfasi attorno alla decisione finale assunta dalla proprietaria, Katharina Graham, non avrebbe guastato, invece di dilungarsi in eccesso sulle sue tormentate vicende familiari. Infine, ultima occasione perduta, bisognava forse avere il coraggio di entrare nei segreti recessi dove la Corte suprema statunitense si era riunita per decidere se autorizzare la scabrosa pubblicazione, o invece vietarla, con relative conseguenze penali per i trasgressori. La “storia”, la cronaca non potevano entrare in quei segreti recessi, ma la fantasia poetica sì, lo ha pur fatto in una tradizione di giurie popolari, di cui ha inventato i travagli, le tensioni, le votazioni multiple e contrastanti. Invece qui, dopo una breve attesa, esce fuori il verdetto illuminante, la costituzione degli USA è salva, la libertà di stampa viene riconosciuta. Questo ci dice la cronaca, ma è mancato del tutto un effetto di drammatizzazione. Magari, a compenso, sul finale udiamo la voce di Nixon, da orco cattivo, quasi presa in prestito dal Dio malvagio del Signore degli anelli, ma è una comparsa tardiva, già sappiamo che quella minaccia di Nixon sarebbe caduta nel nulla, e anzi si sarebbe ritorta contro di lui, ben presto caduto nei lacci del Watergate. Se qualcuno vorrà portare al cinema anche questa vicenda, si ricordi di vivacizzarla adeguatamente, oltre quanto la storia e la cronaca ci hanno già detto.

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