Arte

una visita al Whitney

Come già detto, ho trascorso la settimana dal lunedì 13 alla domenica 19 novembre 2017 a New York, dove non ho mancato di fare il giro dei principali musei d’arte. Il primo della classe è ora il Whitney, progettato dal nostro Renzo Piano, che tra le archistar è quello che tiene la testa più a posto, affidandosi in sostanza a un limpido funzionalismo, senza le invenzioni e i capricci di una Hadid, di un Liebeskind, di un Calatrava. L’edificio da lui costruito è il più alto tra i musei ufficiali, coi suoi nove piani, e una magnifica vista sullo Hudson River da una parte, e dall’altra su tutta la bassa Manhattan e oltre. Anche la visita può essere fatta in modo molto razionale, basta portarsi all’ultimo piano e scendere per le scale ai piani inferiori. Purtroppo tra questi il settimo e sesto indulgono allo sbagliato fatale oggi rinvenibile in tanti altri musei, se non sbaglio introdotto per la prima volta dalla Tate Modern di Londra, consistente in una distribuzione delle opere secondo criteri tematici, per cui un’opera astratta si trova a coesistere accanto a una intonata a vari gradi di realismo, e non c’è alcun rispetto per le varianti generazionali. Insomma, siamo di fronte alla negazione di una corretta fenomenologia degli stili, o di un criterio davvero educativo nei confronti del pubblico. Per fortuna che finalmente il quinto piano è dedicato a due artisti dell’oggi, uno dei quali, Jimmie Durham, ben noto anche tra noi. Credo di avere recensito sull’”Unità” una sua comparsa al MACRO di Roma, nel 2013. E’ artista che rilancia i fasti del Nouveau réalisme o del New Dada, ma con un allargamento dei criteri che lo portano al prelievo dei vari materiali, presi senza dubbio dalla scena quotidiana, secondo un criterio onnicomprensivo, fino a inserire nei gruppi, nelle installazioni del materiale del tutto precario, o diciamo pure rispondente al trash. In più c’è in lui un criterio davvero globalizzante, legato anche alla natura nomadica della sua esistenza, che ne fa pure un erede della beat generation, con tanto di accompagnamento mistico, per cui lo vediamo sempre procedere alla ricerca di simboli, di trofei e idoli improntati alle varie religioni del mondo, in una specie di sincretismo vigile, sempre pronto a trovare il suo bene dovunque, a impadronirsi di spoglie, cimeli, souvenir, continuamente sospesi tra il sacro e il profano.
Ma la sorpresa, a quel piano, è una vasta retrospettiva dedicata a Laura Owens (1970), devo ammettere a me sconosciuta, artista leggera, varia, elastica, sempre intenta a intrecciare festoni, quasi liane molli, ondeggianti nello spazio, pronte anche ad abbarbicarsi, come piante parassite, ai mobili di una stanza, di un salotto, di una camera da letto. Il suo è un grafismo sciolto, leggero, che però sa anche aprirsi in scene più vaste, a gara coi cartoni animati, per cui ci sentiamo anche come invitati a penetrare in un enorme kinderheim che snocciola i suoi incanti, le sue feste, le sue sorprese, sempre vario e imprevedibile.

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