Arte

58ma Biennale, i padiglioni stranieri

Faccio eccezione alla mia solita regola che vorrebbe che al secondo posto degli inserti domenicali ci fosse un pezzo di critica letteraria mettendoci invece un ulteriore intervento sulla Biennale di Venezia, dedicato, questo, ai padiglioni stranieri. Tra i quali purtroppo, con eccesso di fair play che non molti Paesi ripeterebbero, collochiamo anche la partecipazione italiana. Tanta modestia e discrezione sarebbero magari anche giuste e corrette, sennonché ci andiamo a mettere nel posto più distante, dove i visitatori giungono stremati. Si era invocato da più parti che si ritornasse all’antico, al porre cioè la nostra presenza in un’ala del padiglione centrale ai Giardini, come era stato fino a un certo punto. Nulla di male nel sottrarre qualche parte di quello spazio primario all’insipienza del direttore di turno, che in genere non sa approfittarne per proporre una rassegna fondata su valori paradigmatici. Senza dubbio, ponendoci in quell’angolo remoto, beneficiamo di una notevole vastità di spazio, ma qui scatta la nostra insipienza, con ricorso a due modalità opposte: o lo stipiamo di presenze fino all’inverosimile, o le diradiamo, come succede questa volta, riducendole al numero di tre, che infatti appaiono rarefatte, disperse nel vuoto, dove a fatica si riescono a trovare le poche presenze di sostanza. Il curatore Milovan Farronato è da lodare per aver reso omaggio a Chiara Fumai, scomparsa molto giovane, col suo linguaggio di un graffitismo raffinato, nobilitato da simboli di elegante e misterioso misticismo. Infelice invece è la scelta caduta su Enrico David, confezionatore di una oggettistica che forse starebbe meglio nel padiglione che i Giardini dedicano all’artigianato veneziano. Giusta anche l’attenzione rivolta a Liliana Moro, protagonista fin dallo scorcio del secolo scorso, ma con opere di un eclettismo che a dire il vero personalmente non riesco a infilare in una linea di qualche coerenza.
Parlando degli altri padiglioni, intanto bisogna lamentare il loro numero eccessivo, ben 90, che ormai corrispondono a una specie di ONU a livello di arti visive, segno dell’importanza mondiale raggiunta dalla nostra Biennale, ma anche offerta pleonastica, tediosa, da cui però non si sa bene come difendersi. Non male l’assegnazione dei premi in questo ambito, anche se confesso di non essermi recato a verificare de visu il primo premio, assegnato alla Lituania, essendo stato informato che la performance in cui quella partecipazione si risolve viene attuata solo il sabato, invece io mi aggiravo in un diverso giorno feriale. Fosse dipeso da me, questo primo riconoscimento sarebbe andato al padiglione statunitense, genialmente animato da Martin Puryear, partito dal minimalismo, ma capace di catturare, entro forme salde e fortemente sintetiche, perfino oggetti del folclore, o ninnoli, amuleti, ma riportati su scala gigante. Ovviamente, secondo le regole di un fair play da me stesso invocato, avendo già assegnato agli USA i Leon d’oro per partecipazioni individuali, era sconveniente triplicare l’assegnazione. Giusta anche la menzione d’onore andata al Belgio, con la sua folla di arguti manichini, in cui una Commedia dell’arte dei nostri giorni viene corroborata da uno spirito Pop. Invece male i padiglioni dei Paesi dominanti, la Francia, con Laura Provost, si disperde in un faticoso percorso informe e confuso. La Gran Bretagna, con Cathy Wilkes, gioca una carta opposta, di estenuate eleganze domestiche e di arredi di interni, ma in modi anche qui dispersivi. La Germania con Natasha Happelmann, schiaccia una presenza quotidiana sotto il peso di massi, come rinnovando il mito di Sisifo. E anche il Giappone fa calare dell’alto dei pesanti meteoriti, chiamandoli uova cosmiche, quasi per seppelire sotto tanto peso le grazie di cui la sua tradizione è portatrice. Il Brasile confonde una partecipazione alla Biennale d’arte con quella alla sezione della danza, opprimendoci con le movenze pesanti di un corpo di ballo troppo incombente, gli Swinguerra. Forse qualcosa di buono bisogna andarlo a pescare nei padiglioni di Paesi meno titolati ma più onesti nel presentarsi, la Romania dove Dan Mihaltianu, distende al suolo una chiazza di liquido dai suadenti contorni ameboidi. E la Serbia, con Djordie Ozbof, si collega in qualche modo al filone di un rilancio della pittura che compare anche nelle sezioni centrali della Biennale, ma disperso ai quattro venti per l’indisposizione del direttore a raccoglierlo.

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